Death of a Unicorn è un film del 2025 scritto e diretto da Alex Scharfman.
Death of a Unicorn è un film del 2025 scritto e diretto da Alex Scharfman.
Death of a Unicorn è un film del 2025 che si inserisce nel panorama cinematografico come un'opera audace e satirica. Scritto e diretto da Alex Scharfman, al suo debutto alla regia di un lungometraggio, il film si presenta come una dark comedy horror che mescola elementi fantasy e una critica sociale pungente. Prodotto dalla celebre casa di produzione A24, nota per i suoi film d'autore e di genere innovativi, Death of a Unicorn si distingue per la sua premessa bizzarra e un cast di alto profilo.
Il film, con il suo titolo provocatorio, attinge a un filone narrativo sempre più popolare: la satira "eat-the-rich", ovvero la critica ai comportamenti e alla mentalità dell'élite ricca e potente. Lo fa attraverso una lente fantastica e grottesca, offrendo un'esperienza che è allo stesso tempo inquietante e divertente. La storia non si limita a un'unica tematica, ma esplora il rapporto padre-figlia, il lutto, l'avidità del capitalismo e la dicotomia tra la natura e la sua manipolazione per il profitto.
La trama di Death of a Unicorn ha inizio con un viaggio in auto che si trasforma in un incubo. Elliot Kintner (interpretato da Paul Rudd) e sua figlia adolescente Ridley (Jenna Ortega) stanno andando verso la tenuta isolata del capo di Elliot, il miliardario Odell Leopold (Richard E. Grant), per un fine settimana di ritiro lavorativo. Elliot, un avvocato in cerca di un'opportunità di carriera, spera di impressionare Odell per assicurarsi un futuro finanziario stabile per sé e per sua figlia.
Durante il viaggio, il loro veicolo investe accidentalmente una creatura che si rivela essere un piccolo unicorno. Nonostante i loro sforzi per nascondere l'accaduto, la famiglia Leopold scopre presto l'animale ferito. È a questo punto che il film prende una svolta inaspettata. Si scopre che il sangue e il corno dell'unicorno possiedono straordinarie proprietà curative. Ridley, ad esempio, vede la sua acne scomparire, mentre Elliot sperimenta un miglioramento della vista e la guarigione dalle sue allergie.
I Leopold, guidati dalla loro insaziabile avidità, non esitano un istante a sfruttare la scoperta per il proprio tornaconto. Ignorando le preoccupazioni di Ridley, che vede la creatura come sacra, la famiglia miliardaria decide di studiare e monetizzare le sue proprietà magiche. Questo porta a una serie di eventi sempre più surreali e orribili, che culminano nell'arrivo dei genitori dell'unicorno. Queste creature, ben diverse dall'immagine fiabesca a cui siamo abituati, sono mostri vendicativi e letali. La situazione degenera in una lotta per la sopravvivenza, con i due unicorni adulti che danno la caccia a tutti coloro che hanno osato profanare la loro progenie.
Il film analizza in modo acuto il conflitto di classe attraverso il contrasto tra la famiglia Kintner e i Leopold. La morte degli unicorni e la violenza che ne deriva diventano una metafora della distruzione causata dall'avidità capitalista, un tema che Scharfman esplora con umorismo nero e sequenze gore.
Death of a Unicorn segna il debutto alla regia di Alex Scharfman, che ha anche scritto la sceneggiatura. Nonostante sia un regista esordiente, Scharfman non è nuovo all'industria cinematografica, avendo lavorato per oltre un decennio come produttore in film acclamati come Resurrection e Blow the Man Down. Questa esperienza si riflette nella sua capacità di gestire un cast di stelle e di costruire un'atmosfera tesa e, al tempo stesso, grottesca.
Il regista ha dichiarato di aver voluto creare un film che fosse un omaggio al cinema "popcorn" con cui è cresciuto, mescolando generi diversi in una storia avvincente. La sua regia si basa su un'estetica che richiama a tratti i classici creature feature degli anni '50, pur mantenendo un tono contemporaneo. Scharfman ha mostrato un talento nel bilanciare momenti di commedia con una violenza improvvisa e scioccante. Ha creato un mondo in cui il folklore medievale sugli unicorni, spesso rappresentati come creature potenti e indomabili, viene ripreso e capovolto per servire la sua satira.
La sceneggiatura, secondo le dichiarazioni del regista, è stata pensata specificamente per Paul Rudd e Jenna Ortega. Questo si nota nel modo in cui i loro personaggi, padre e figlia, sono il cuore emotivo del film. La loro dinamica è un elemento centrale che contrasta con la follia che li circonda. La critica ha sottolineato come il film, nonostante alcuni difetti di ritmo, riesca a creare sequenze di tensione ben costruite e a utilizzare i temi della mitologia in modo inaspettato.
Il successo di Death of a Unicorn è in gran parte merito del suo eccezionale cast, guidato da due nomi di punta del cinema contemporaneo:
Paul Rudd nel ruolo di Elliot Kintner, un padre che cerca di fare del suo meglio per la figlia in seguito alla perdita della moglie. Il suo personaggio, un uomo ordinario e ligio alle regole, viene messo a dura prova dalla situazione assurda in cui si trova, portandolo a compiere scelte sempre più disperate. La performance di Rudd bilancia la sua innata comicità con momenti di sincera vulnerabilità.
Jenna Ortega interpreta Ridley, la figlia adolescente di Elliot. Ridley è la coscienza morale del film. È l'unica a comprendere la gravità della situazione e a mostrare rispetto per la creatura magica. Il suo personaggio offre un punto di vista critico nei confronti dell'avidità dei Leopold e del conformismo del padre. La performance di Ortega si distingue per la sua intensità e per la sua capacità di rendere il personaggio di Ridley credibile e profondo.
Il cast è arricchito da un ensemble di attori talentuosi:
Richard E. Grant veste i panni del miliardario Odell Leopold, un personaggio che incarna la corruzione e la spietatezza del potere economico. La sua interpretazione è un perfetto mix di arroganza e pazzia.
Téa Leoni interpreta Belinda Leopold, la moglie di Odell, un'altra figura che simboleggia l'eccesso e la superficialità.
Will Poulter è Shepard Leopold, il figlio dei miliardari. La sua performance porta un tocco di umorismo e imprevedibilità alla storia.
Anthony Carrigan, noto per il suo ruolo in Barry, interpreta Griff, il maggiordomo dei Leopold, offrendo una performance che si distingue per il suo carisma e la sua comicità surreale.
In sintesi, Death of a Unicorn è un film che non ha paura di osare, mescolando con disinvoltura generi diversi per creare un'opera che è allo stesso tempo divertente, orribile e stimolante. È un debutto promettente per Alex Scharfman e un altro esempio della capacità di A24 di produrre film originali e fuori dagli schemi.
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Lilo & Stitch, è un film del 2025 diretto da Dean Fleischer Camp.
Il film del 2025, Lilo & Stitch, diretto da Dean Fleischer Camp, si presenta come il tanto atteso remake in live-action del classico animato Disney del 2002. Con un punteggio di 3,5/5 da parte di molti critici, il film ha catturato l'attenzione del pubblico e della critica, che hanno valutato l'opera come un adattamento rispettoso ma con alcune scelte controverse. L'uscita, prevista inizialmente per la piattaforma streaming Disney+, è stata poi spostata nelle sale cinematografiche, un segnale della fiducia di Disney nel progetto.
Il film cerca di mantenere l'essenza dell'originale: una storia toccante sul significato di famiglia ('ohana) e sull'accettazione della diversità, ambientata nel pittoresco scenario delle Hawaii. Tuttavia, la sfida principale per il regista e il suo team è stata quella di tradurre in live-action la magia e l'emotività dell'animazione, affrontando al contempo le aspettative di un pubblico cresciuto con il film originale e di una nuova generazione.
La trama del film live-action segue fedelmente la storia che i fan conoscono e amano. Lilo Pelekai, una bambina hawaiana sola e incompresa, vive con la sorella maggiore Nani, che si prende cura di lei dopo la morte dei loro genitori. Lilo fatica a farsi degli amici a scuola a causa della sua eccentricità, e il rapporto con Nani è messo a dura prova dalla loro situazione familiare e finanziaria. Le loro vite vengono stravolte quando Lilo, scambiando un esperimento genetico extraterrestre per un cane, adotta Stitch, l'alieno più ricercato della galassia.
Stitch, o Esperimento 626, è una creatura genetica programmata per distruggere e creare caos, ma l'amore e la pazienza di Lilo iniziano a sciogliere la sua natura aggressiva. Lilo cerca di insegnare a Stitch cosa significa essere parte di una famiglia, usando la filosofia hawaiana dell''ohana, che significa "famiglia, e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato".
Parallelamente alla loro storia, il film segue le peripezie degli alieni Jumba Jookiba e Agente Pleakley, inviati per catturare Stitch. In questa versione, la trama subisce alcune modifiche. Mentre nel cartone animato l'antagonista principale era il Capitano Gantu, nel remake sembra che Jumba Jookiba, interpretato da Zach Galifianakis, sia il principale antagonista, con Pleakley al suo fianco. Anche la figura dell'assistente sociale, Mrs. Bubbles, ha un ruolo più centrale, offrendo un'ulteriore sfida al tentativo di Nani di mantenere la custodia di Lilo.
Questa rilettura, pur mantenendo il nucleo della storia originale, ha suscitato diverse discussioni tra i fan, in particolare per la rimozione di alcuni elementi iconici. Ad esempio, è stata criticata la scelta di eliminare il travestimento da donna di Pleakley, una caratteristica che nel film originale aggiungeva un tocco di comicità e un messaggio di accettazione.
La regia del film è affidata a Dean Fleischer Camp, un nome che ha guadagnato notorietà grazie al film d'animazione in stop-motion acclamato dalla critica, Marcel the Shell with Shoes On. La sua esperienza con l'animazione e la sua sensibilità nel creare personaggi accattivanti e storie emotive lo hanno reso una scelta interessante per questo progetto. Camp, che ha anche co-scritto la sceneggiatura di Marcel, si è trovato di fronte a una sfida notevole: adattare un classico animato amato da molti in un formato ibrido live-action e computer grafica.
Il film, infatti, utilizza un mix di attori in carne e ossa e animazione in CGI per Stitch. L'animazione di Stitch, curata dalla Industrial Light & Magic, è stata uno degli elementi più discussi del film fin dai primi trailer. Mentre alcuni fan hanno elogiato il design come un'evoluzione moderna e visivamente accattivante del personaggio, altri lo hanno trovato meno espressivo e carismatico rispetto alla versione animata.
La scelta del regista di mantenere un tono fedele all'originale, ma con una prospettiva più realistica, ha influenzato l'estetica del film. I paesaggi hawaiani sono stati girati con cura per catturare la bellezza naturale dell'isola, e le interazioni tra i personaggi, in particolare tra Lilo e Nani, sono state esplorate con maggiore profondità. Tuttavia, alcuni critici hanno notato che, nel tentativo di rendere la storia più "reale", il film ha perso un po' della stravaganza e del fascino del cartone animato.
Il cast di Lilo & Stitch vede una combinazione di nuovi talenti e attori affermati:
Maia Kealoha nel ruolo di Lilo Pelekai, una bambina hawaiana al suo debutto cinematografico. La sua performance è stata elogiata per la sua naturalezza e per la sua capacità di catturare l'innocenza e la solitudine del personaggio.
Sydney Elizabeth Agudong interpreta Nani Pelekai, la sorella maggiore di Lilo. L'attrice, nota per il suo lavoro in On My Block, porta una prospettiva matura e toccante al personaggio, evidenziando il peso della responsabilità e il suo profondo amore per la sorella. La dinamica tra Kealoha e Agudong è il cuore emotivo del film.
Chris Sanders, co-regista e doppiatore originale di Stitch, torna a dare la voce all'iconico alieno. La sua presenza è un ponte cruciale tra il film originale e il remake, garantendo che lo spirito di Stitch rimanga intatto.
Zach Galifianakis interpreta Dr. Jumba Jookiba. La scelta di Galifianakis, un attore noto per il suo umorismo surreale, ha portato una nuova energia al personaggio, spostandolo verso un ruolo più comico e, allo stesso tempo, più antagonistico.
Billy Magnussen interpreta l'Agente Pleakley. La sua interpretazione, sebbene fedele alla natura goffa e timorosa del personaggio, si discosta da alcuni aspetti dell'originale, come il suo interesse per gli abiti da donna, che è stato rimosso per ragioni non specificate.
Tia Carrere, che ha doppiato Nani nel film animato, fa un cameo nel remake in un ruolo diverso, un omaggio apprezzato dai fan dell'originale.
In conclusione, Lilo & Stitch del 2025 è un film che ha tentato di navigare un percorso difficile: onorare il suo predecessore animato pur creando una nuova esperienza cinematografica. Pur avendo ricevuto recensioni miste, con il punteggio di 3,5/5 che riflette un mix di successo e imperfezioni, il film rimane un tributo sincero al potere della famiglia e dell'amore incondizionato, concetti che continuano a risuonare con il pubblico a distanza di oltre vent'anni.
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Ettore Fieramosca è un film del 1938 diretto da Alessandro Blasetti
Ettore Fieramosca è un film del 1938, diretto dal celebre regista italiano Alessandro Blasetti, che si inserisce nel filone del cinema storico e patriottico. Realizzato nel pieno dell'era fascista, il film non è solo una rievocazione di un episodio glorioso della storia italiana, ma anche un'opera che riflette i valori e l'ideologia del regime, in particolare il culto dell'eroismo, dell'onore e dell'identità nazionale. Blasetti, uno dei registi più influenti dell'epoca, diede al film un'impronta grandiosa, trasformandolo in un vero e proprio kolossal per gli standard del tempo, con un'attenzione maniacale ai dettagli scenografici e un cast di prim'ordine.
Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Massimo D'Azeglio, pubblicato nel 1833, che già all'epoca era diventato un'icona del Risorgimento italiano, esaltando i valori di coraggio e orgoglio nazionale. Il film di Blasetti prende spunto da questa fonte letteraria, ma la adatta alle esigenze narrative e ideologiche del suo tempo, focalizzandosi sull'episodio più celebre: la Disfida di Barletta del 1503.
La trama di Ettore Fieramosca si svolge nel Mezzogiorno d'Italia all'inizio del XVI secolo, un'epoca di invasioni straniere e conflitti per il controllo del territorio. Il Regno di Napoli è conteso tra le truppe spagnole di Gonzalo Fernández de Córdoba, il "Gran Capitano", e l'esercito francese di Luigi XII. Ettore Fieramosca (interpretato da Gino Cervi), un capitano di ventura al servizio degli spagnoli, è il protagonista indiscusso.
La storia prende avvio con l'arrivo in Italia della marchesa di Pescara, Giovanna d'Aragona (interpretata da Elisa Cegani), e della sua dama di compagnia, l'avvenente Ginevra (interpretata da Leda Gloria). Quest'ultima è il fulcro di un intreccio amoroso che coinvolge sia Ettore Fieramosca che il capitano francese Guy de La Motte. L'inimicizia tra i due si acuisce a causa di Ginevra, creando una tensione che si somma a quella militare.
Il punto di svolta del film è l'episodio della Disfida di Barletta. Durante una festa a Barletta, una rissa tra cavalieri italiani e francesi sfocia in un'offesa lanciata da un capitano francese, Charles de La Motte (interpretato da Osvaldo Valenti), che definisce gli italiani un popolo di traditori e vigliacchi. L'onore italiano è in gioco, e Fieramosca, con il sostegno degli altri cavalieri italiani, lancia la sfida: tredici cavalieri italiani contro tredici francesi, in un duello all'ultimo sangue.
Il film di Blasetti descrive con grande enfasi i preparativi per la battaglia, le paure, l'orgoglio e la determinazione dei cavalieri italiani. La sequenza della Disfida di Barletta è il momento culminante del film, girata con una spettacolarità e una cura dei dettagli notevoli per l'epoca. Il combattimento è rappresentato come un evento epico, non solo una battaglia fisica, ma una lotta per l'onore di un intero popolo. La vittoria dei cavalieri italiani, con Fieramosca in testa, è una chiara affermazione del coraggio e del valore della stirpe italica, un messaggio che il regime fascista voleva fortemente veicolare.
La regia di Alessandro Blasetti in Ettore Fieramosca è un esempio emblematico dello stile "monumentale" del cinema italiano degli anni '30. Blasetti, che aveva già diretto film di successo come Sole (1929) e 1860 (1934), era un maestro nel creare scenari grandiosi e nel dirigere grandi masse di comparse.
Nel film, Blasetti utilizza inquadrature ampie e maestose per enfatizzare la spettacolarità delle scene di battaglia e la grandezza dei personaggi. La fotografia di Aniceto Bacci e Vincenzo Montesi è un altro elemento chiave, con un uso sapiente delle luci e delle ombre per creare un'atmosfera drammatica e suggestiva. Il film è girato quasi interamente in esterno, con scenografie imponenti che ricostruiscono le città e i castelli dell'epoca, contribuendo a dare al film un'aura di autenticità storica.
Blasetti non si limita a raccontare una storia, ma costruisce un'epica nazionale. La colonna sonora di Alessandro Cicognini è un altro elemento che contribuisce a creare un'atmosfera eroica e solenne, sottolineando i momenti più importanti del film. L'azione è scandita da dialoghi solenni e da un ritmo narrativo che, pur non essendo frenetico, riesce a tenere alta la tensione, specialmente nelle scene di duello.
Nonostante il film sia pervaso dall'ideologia del regime, la regia di Blasetti dimostra una grande professionalità e un talento visivo notevole. L'influenza di film come Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone e dei kolossal americani è evidente, ma Blasetti riesce a dare all'opera un'impronta distintamente italiana, combinando l'estetica grandiosa con una narrazione più focalizzata sull'onore e sui valori cavallereschi.
Il cast di Ettore Fieramosca è composto da alcuni dei nomi più importanti del cinema italiano degli anni '30 e '40:
Gino Cervi nel ruolo di Ettore Fieramosca. Cervi, all'apice della sua carriera, interpreta l'eroe con una dignità e una forza impressionanti. Il suo Fieramosca non è solo un guerriero, ma un uomo d'onore e un leader carismatico, capace di ispirare i suoi uomini e di tenere testa agli avversari.
Elisa Cegani interpreta Giovanna d'Aragona, la marchesa di Pescara. La Cegani, attrice elegante e sofisticata, porta sullo schermo un personaggio di nobile e dignitosa bellezza, che si contrappone alla figura più sensuale di Ginevra.
Leda Gloria nel ruolo di Ginevra. La Gloria, attrice di grande fascino e sensualità, interpreta il personaggio che scatena l'inimicizia tra i capitani. Il suo ruolo, pur essendo secondario, è fondamentale per l'intreccio amoroso e per la tensione narrativa.
Osvaldo Valenti interpreta Charles de La Motte, l'arrogante capitano francese. Valenti, attore dal fascino tenebroso e dalla recitazione intensa, incarna perfettamente il ruolo dell'antagonista, l'uomo che, con la sua arroganza, dà il via alla Disfida.
Mario Ferrari nel ruolo di Cesare Borgia, una figura storica potente e carismatica, che nel film è rappresentata come un astuto politico.
In conclusione, Ettore Fieramosca di Alessandro Blasetti è un film che va oltre la sua funzione di propaganda. È un'opera cinematografica di grande impatto visivo e narrativo, che ha contribuito a definire il genere del film storico in Italia. Nonostante il suo legame con il regime fascista, il film conserva ancora oggi una sua dignità artistica grazie alla maestria di Blasetti nella regia e alle interpretazioni memorabili di un cast di stelle.
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Garage Demy (Jacquot de Nantes) è un film del 1991 diretto da Agnès Varda.
Jacquot de Nantes è un film del 1991, diretto dalla regista francese Agnès Varda, che si configura come un'opera profondamente personale e toccante. Non è un semplice biopic, ma un atto d'amore e un tributo alla memoria di suo marito, il celebre regista Jacques Demy, morto poco prima dell'uscita del film. Attraverso una narrazione che fonde finzione, documentario e l'evocazione di ricordi, Varda ricostruisce con delicatezza e precisione l'infanzia e la giovinezza di Demy a Nantes, tracciando il percorso che lo ha portato a diventare uno dei nomi più importanti del cinema francese. La pellicola non si limita a celebrare l'artista, ma ne cattura l'essenza umana, le speranze, i sogni e la passione che lo hanno animato fin dai primi anni di vita.
Il titolo originale, Jacquot de Nantes, è già di per sé rivelatore. "Jacquot" è il diminutivo affettuoso di Jacques, mentre "de Nantes" lo colloca geograficamente, sottolineando il forte legame con la città portuale che ha plasmato il suo immaginario. Varda utilizza un approccio formale unico: le scene che rievocano l'infanzia di Demy sono girate in bianco e nero e in formato 4:3, conferendo un'atmosfera da vecchio film di famiglia, un'immagine sbiadita dal tempo ma ricca di calore. Queste sequenze sono intervallate da inquadrature a colori, in formato più ampio, che mostrano un Jacques Demy malato e invecchiato, ma ancora lucido e presente, che osserva e rivive la propria storia. Questa alternanza crea un dialogo intimo tra passato e presente, tra il bambino che sognava di fare film e l'uomo che ha realizzato quei sogni, consapevole della fine imminente.
La trama di Jacquot de Nantes si snoda attraverso i ricordi di Jacques Demy, dal 1939 alla metà degli anni '50. Seguiamo il giovane Jacques, interpretato da tre attori diversi per le varie fasi della sua infanzia e adolescenza. La pellicola ci introduce nella sua famiglia, nel suo mondo. Il padre, un meccanico di garage, e la madre, una parrucchiera, sono due figure semplici e lavoratrici, che gestiscono un'officina e una bottega di bellezza. Fin da piccolo, Jacques è affascinato dal mondo esterno e, soprattutto, dal cinema. Passa le sue giornate a costruire burattini, a mettere in scena piccoli spettacoli e a sperimentare con le macchine da presa amatoriali. Nonostante le ristrettezze economiche e la preoccupazione dei genitori che lo vedrebbero volentieri intraprendere un mestiere più "sicuro" e tradizionale, la sua passione è incontenibile.
Varda ci mostra il Demy bambino che, con una lampadina, crea la sua prima lanterna magica; il Demy adolescente che, dopo aver visto Les Visiteurs du soir di Marcel Carné, si innamora perdutamente del cinema e cerca di replicare le tecniche che ha imparato; il Demy che, con un gruppo di amici, gira i suoi primi cortometraggi nel cortile di casa, usando fondali dipinti e rudimentali effetti speciali. Queste scene non sono solo ricostruzioni storiche, ma sono cariche di una poesia e di una tenerezza che riflettono la prospettiva di Varda, che ha amato e condiviso la vita di quest'uomo. La malattia di Jacques, che aveva un cancro terminale, getta un'ombra malinconica su tutto il film, ma allo stesso tempo rende il ritratto di Varda ancora più commovente e vitale. Le sequenze in cui il Demy anziano guarda le sue mani e i dettagli del suo corpo sono potenti e ci ricordano la fragilità della vita.
La regia di Agnès Varda in Jacquot de Nantes è un capolavoro di sensibilità e intelligenza. Varda, co-fondatrice della Nouvelle Vague e figura di spicco del cinema d'autore, dimostra ancora una volta la sua capacità di mescolare generi e registri con estrema naturalezza. Il film non ha una struttura narrativa lineare. Le scene ricostruite sono frammenti di memoria che si susseguono in modo quasi onirico, intervallate da inquadrature documentaristiche di Demy in fin di vita. Questa giustapposizione è il cuore pulsante del film. L'alternanza tra bianco e nero (per il passato) e colore (per il presente) non è una mera scelta stilistica, ma un espediente per sottolineare il dualismo tra l'infanzia, un tempo lontano e idealizzato, e il presente, crudo e doloroso ma anche carico di significato.
Varda non giudica, non commenta. Si limita a mostrare, con un occhio empatico e amorevole. La macchina da presa è discreta, quasi invisibile, e cattura i dettagli che hanno formato l'immaginario di Demy: le ombre in un garage, la luce che filtra da una finestra, i movimenti delle mani che creano burattini. Il film è anche una riflessione sul rapporto tra memoria e cinema. Per Varda, il cinema è il mezzo attraverso cui la memoria può essere conservata, rievocata e, in un certo senso, resa immortale. Il film è un atto di amore finale e, allo stesso tempo, un modo per elaborare il lutto, per dare un'ultima voce e un'ultima immagine all'uomo che ha amato.
Il successo di Jacquot de Nantes è dovuto anche alla scelta del cast, in particolare dei tre giovani attori che interpretano Jacques Demy nelle diverse fasi della sua vita. Laurent Monnier (Jacques a 6-7 anni), Philippe Maron (Jacques a 14 anni) e Edouard Joubeaud (Jacques a 16-18 anni) riescono a restituire una figura coerente e credibile, pur non essendo noti al grande pubblico. Non sono imitazioni di Jacques Demy, ma incarnazioni della sua essenza. I loro sguardi curiosi, i gesti goffi, la passione che traspare dai loro volti sono i veri motori emotivi del film. I genitori di Jacques sono interpretati da Jean-François Le Moign e Hélène Roussel, che donano ai loro personaggi una grande dignità e un realismo commovente, mostrando la preoccupazione ma anche l'orgoglio per il talento del figlio.
Un elemento fondamentale del film è la presenza di Jacques Demy stesso, che appare in diverse sequenze, ripreso nel suo appartamento. Varda lo filma con grande rispetto e intimità, focalizzandosi sui dettagli: le sue mani che toccano gli oggetti, il suo volto segnato dalla malattia, i suoi occhi che guardano fuori dalla finestra, come se stessero guardando non solo il mondo esterno, ma anche il suo passato. Questa presenza fisica di Demy conferisce al film una verità e una potenza emotiva che sarebbero state impossibili da ottenere in un biopic tradizionale. La colonna sonora, pur non essendo un elemento dominante, include brani che rimandano all'epoca e alla vita di Demy, arricchendo ulteriormente l'atmosfera nostalgica e poetica.
In sintesi, Jacquot de Nantes è un'opera unica nel suo genere. Non è solo un tributo a Jacques Demy, ma una riflessione profonda sulla memoria, sulla creatività e sull'amore. Varda non si limita a raccontare la storia di un regista, ma cattura l'anima di un uomo che ha trasformato la sua passione infantile per il cinema in un'arte immortale. Il film è una testimonianza del legame indissolubile tra due grandi figure del cinema e un atto di grande generosità artistica. Il fatto che Varda abbia scelto di completare questo film dopo la morte del marito lo rende un monumento alla loro unione, una storia d'amore raccontata attraverso il mezzo che entrambi hanno amato e che ha dato un senso alle loro vite.
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L'attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto da Peter Weir.
L'attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto dal regista australiano Peter Weir, che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema. Più che un semplice racconto scolastico, è un'ode potente e commovente alla libertà di pensiero, all'individualità e alla ribellione contro il conformismo. La pellicola ha guadagnato un vasto consenso di pubblico e critica, diventando un'icona culturale e un punto di riferimento per intere generazioni. Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale, e ha consacrato l'immagine di Robin Williams non solo come comico brillante, ma anche come attore drammatico di straordinaria sensibilità.
Ambientato nel 1959, il film si svolge all'interno della prestigiosa e conservatrice Welton Academy, un'accademia maschile d'élite nel Vermont, la cui filosofia si basa su quattro pilastri: "Tradizione, Onore, Disciplina, Eccellenza". In questo ambiente rigido e soffocante, i ragazzi sono preparati a diventare avvocati, medici e banchieri, seguendo un percorso predeterminato dalle aspettative delle loro famiglie e della società. L'arrivo di un nuovo professore di letteratura, John Keating, sconvolge questo ordine, portando una ventata di novità e ribellione che cambierà per sempre le vite dei suoi studenti.
La storia si concentra su un gruppo di studenti della Welton Academy, ognuno alle prese con le proprie insicurezze e le pressioni familiari. Tra loro ci sono Neil Perry (Robert Sean Leonard), un ragazzo brillante e talentuoso che sogna di fare l'attore ma è costretto dal padre a studiare per diventare medico; Todd Anderson (Ethan Hawke), un giovane timido e introverso che vive all'ombra del fratello maggiore, ex studente modello; Knox Overstreet (Josh Charles), innamorato di una ragazza già fidanzata; Charlie Dalton (Gale Hansen), un ribelle per natura; e Richard Cameron (Dylan Kussman), un ragazzo pragmatico e conformista.
L'arrivo di John Keating (Robin Williams), ex allievo di Welton e ora professore di inglese, rompe subito gli schemi. Fin dalla sua prima lezione, Keating rifiuta i metodi didattici tradizionali. Invece di far loro leggere un'arida introduzione alla poesia, li spinge a strappare le pagine di un manuale che insegna a "misurare" la bellezza della poesia con formule matematiche. Li invita a salire sulla cattedra per vedere il mondo da un'altra prospettiva, e li esorta a vivere appieno la vita con il suo motto "Carpe Diem", cogli l'attimo. Li incoraggia a trovare la propria voce e a resistere all'omologazione.
Ispirati dal loro professore, i ragazzi decidono di rifondare clandestinamente la "Società dei Poeti Estinti", un circolo segreto di cui Keating faceva parte quando era studente. Di notte, si ritrovano in una caverna nel bosco a leggere poesie e a recitare le proprie, condividendo sogni e aspirazioni. Per loro, la caverna diventa un rifugio dalla pressione del mondo esterno, un luogo dove possono essere se stessi.
Il film segue il percorso di ciascun ragazzo. Neil, incoraggiato da Keating, decide di inseguire la sua passione per la recitazione, ottenendo la parte di Puck in una produzione locale di Sogno di una notte di mezza estate. Ma il padre, intransigente e autoritario, lo obbliga a rinunciare. La tragica fine di Neil, che si toglie la vita per la disperazione, diventa il punto di non ritorno della storia. Il dramma scuote l'intera scuola e la direzione, in cerca di un capro espiatorio, incolpa Keating per la sua "pericolosa" influenza sui ragazzi.
In un'inchiesta farsa, gli studenti vengono costretti a firmare un documento in cui dichiarano che il professore li ha incitati alla ribellione. Quasi tutti cedono alla pressione, tranne Todd, che trova il coraggio di affrontare il preside e di difendere Keating. Il film si conclude con una delle scene più celebri del cinema, in cui gli studenti, mentre Keating viene congedato dalla scuola, salgono sui loro banchi e lo salutano con la celebre frase: "Oh, capitano, mio capitano!". È un atto di sfida, un'affermazione di lealtà e un tributo all'uomo che ha insegnato loro a pensare con la propria testa.
La regia di Peter Weir è il cuore pulsante di L'attimo fuggente. Il regista australiano, noto per la sua abilità nel creare atmosfere tese e suggestive, come in Witness - Il testimone e The Truman Show, dirige il film con una mano sicura e un tocco poetico. Weir riesce a catturare la bellezza e la malinconia dell'ambiente di Welton, un luogo che sembra idilliaco ma nasconde un'atmosfera opprimente e claustrofobica. La fotografia, curata da John Seale, utilizza una palette di colori freddi e toni autunnali che accentuano il senso di isolamento e introspezione.
La sceneggiatura, scritta da Tom Schulman, vincitrice di un Oscar, è un capolavoro di equilibrio. Riesce a combinare dialoghi memorabili e momenti di grande leggerezza con sequenze di profonda drammaticità. La scrittura è intrisa di citazioni poetiche che non suonano mai pretenziose, ma si integrano perfettamente nella narrazione. Il personaggio di John Keating è stato pensato come una figura carismatica e rivoluzionaria, ma la sceneggiatura si concentra soprattutto sugli studenti, le loro paure e le loro speranze, rendendo il pubblico partecipe del loro percorso di crescita.
Weir ha saputo mescolare abilmente momenti di pura euforia, come quando Keating insegna ai ragazzi a lanciare il pallone da rugby come un "urlo barbarico", con sequenze di profondo pathos, come la scena in cui Todd si libera della sua timidezza e recita una poesia improvvisata. Il film è anche una critica acuta al sistema educativo, che spesso tende a soffocare la creatività in nome della tradizione e del conformismo. Il finale, in particolare, è un'affermazione di speranza che resiste alla tragedia, un messaggio che ha reso il film un'opera senza tempo.
Il successo di L'attimo fuggente è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del suo cast.
Robin Williams nel ruolo di John Keating è l'anima del film. L'attore, famoso per il suo umorismo incontenibile, offre una performance misurata, commovente e carismatica. Il suo Keating non è solo un idealista, ma un mentore, una figura paterna che infonde coraggio e speranza. La sua interpretazione gli valse una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista. La capacità di Williams di passare da momenti di esilarante improvvisazione a un'intensità drammatica toccante è la chiave del suo successo.
Robert Sean Leonard interpreta Neil Perry, il ragazzo che incarna la tragedia del conformismo. La sua performance è intensa e straziante, capace di trasmettere la sua passione per la recitazione e la disperazione di fronte all'insensibilità del padre.
Ethan Hawke interpreta Todd Anderson, il personaggio più introverso e timido, che trova la sua voce grazie all'incoraggiamento di Keating. La sua evoluzione, da un giovane spaventato a un ragazzo coraggioso che difende il suo professore, è uno degli archi narrativi più potenti del film.
Il cast di supporto, composto da giovani attori come Josh Charles e Gale Hansen, contribuisce a creare un gruppo di studenti credibile e affiatato. La loro chimica sullo schermo è palpabile e rende la loro amicizia il cuore emotivo del film.
Kurtwood Smith interpreta il signor Perry, il padre autoritario di Neil, un personaggio che incarna il rigore e il conformismo dell'epoca. La sua interpretazione è talmente convincente da rendere il suo personaggio un antagonista memorabile e, a tratti, terrificante.
In sintesi, L'attimo fuggente è un film che ha saputo toccare le corde del cuore di milioni di spettatori in tutto il mondo. È una storia che parla di sogni, di poesia e del coraggio di essere se stessi. Il messaggio del film, che l'arte e l'amore per la vita sono essenziali per l'esistenza, è ancora oggi di grande attualità. "Carpe Diem" non è solo una frase, ma un invito a vivere con passione e a lottare per le proprie convinzioni.
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Goldrake U (グレンダイザーU?, Gurendaizā U), è un'attesissima serie anime prodotta dallo studio Gaina, che si presenta come un reboot della storica serie del 1975, UFO Robot Goldrake. Annunciata come una delle produzioni più significative del 2024, la serie mira a modernizzare e rivisitare l'universo creato dal leggendario Gō Nagai, pur mantenendo il fascino e i temi che hanno reso l'originale un fenomeno culturale globale. Il progetto è stato accolto con un misto di entusiasmo e scetticismo da parte dei fan, ansiosi di vedere come il team di produzione avrebbe reinterpretato un'icona dell'animazione giapponese.
Il reboot si inserisce in un contesto in cui il ritorno dei classici è sempre più frequente, ma si distingue per il suo approccio ambizioso. Non si tratta di un semplice rifacimento, ma di una rivisitazione completa, pensata per un pubblico contemporaneo. Gli sforzi si sono concentrati nel bilanciare la nostalgia per il passato con l'innovazione tecnologica e narrativa del presente.
La trama di Goldrake U si basa sulle premesse del classico, ma le espande e le arricchisce con nuovi dettagli e personaggi. La storia inizia con la fuga di Duke Fleed, il principe del pianeta Fleed, distrutto dalle forze del malvagio Re Vega. A bordo di Grendizer, un potente robot da combattimento sviluppato sul suo pianeta natale, Duke Fleed trova rifugio sulla Terra. Qui viene accolto dal dottor Umon, un eminente scienziato che lo nasconde sotto l'identità di Daisuke Umon.
La pace sulla Terra dura poco. Le forze di Vega, guidate dal comandante Gandal e dalla sua spietata sottoposta Hydargos, lanciano un'offensiva per conquistare il pianeta. La loro base, il temibile Skullmoon, si pone come una costante minaccia. È a questo punto che Daisuke è costretto a rivelare la sua vera identità e a pilotare Goldrake per difendere la sua nuova casa. A differenza della serie originale, in cui la storia si svolgeva in un'unica ambientazione, Goldrake U introduce una struttura narrativa più complessa e dinamica, con missioni che si estendono in diverse parti del mondo, rendendo il conflitto più globale e coinvolgente.
Un'altra novità significativa è la maggiore enfasi sulle relazioni tra i personaggi. La sorella di Duke, Maria, che nel classico compare più avanti, è presente fin dall'inizio e ricopre un ruolo più attivo. Anche gli altri personaggi, come Koji Kabuto e il suo nuovo robot, il TFO, sono stati rivisitati per avere un maggiore impatto sulla storia. Il team di Goldrake, formato da Daisuke, Koji, Maria e Hikaru Makiba, è più coeso e le loro interazioni sono al centro della narrazione, aggiungendo profondità emotiva e drammatica. Il reboot esplora anche il passato di Duke in modo più dettagliato, mostrando flashback del suo pianeta e del suo rapporto con la principessa Naida, un personaggio che assume una rilevanza maggiore nella trama.
La regia di Goldrake U è affidata a un team di professionisti di alto livello, che hanno lavorato per garantire che il reboot fosse un successo:
Go Nagai, il creatore originale, ricopre il ruolo di supervisore generale. La sua presenza è una garanzia di fedeltà allo spirito del manga e dell'anime originale, offrendo un ponte tra il passato e il presente.
La direzione artistica è curata da Mitsuo Fukuda, noto per il suo lavoro su Mobile Suit Gundam SEED. La sua esperienza nel genere mecha è evidente, con un'attenzione particolare al design dei robot e alle coreografie di combattimento, che risultano fluide e spettacolari.
Il character design è opera di Yoshihiro Ujiie, che ha avuto il compito di modernizzare i volti iconici dei personaggi. I nuovi design sono più dettagliati e dinamici, pur mantenendo i tratti distintivi che li rendono immediatamente riconoscibili ai fan di vecchia data.
La colonna sonora è un altro punto di forza, con un mix di nuove tracce e rivisitazioni dei brani classici. La sigla, in particolare, è un'orchestralizzazione epica del celebre tema di Goldrake, capace di evocare nostalgia e, al contempo, suonare attuale.
La scelta dello studio Gaina, che ha alle spalle una lunga storia di produzioni anime, è stata fondamentale. Il loro approccio, che unisce una solida base di animazione tradizionale con l'utilizzo di moderne tecniche in computer grafica, ha permesso di creare sequenze di combattimento mozzafiato, con un movimento e una fluidità che superano di gran lunga i limiti dell'animazione degli anni '70. Questo connubio tra vecchio e nuovo si riflette anche nella trama, che affronta temi come la guerra, l'ecologia e l'accettazione del diverso, rendendo il reboot rilevante anche per le nuove generazioni.
Il cast di doppiatori, pur non essendo stato ancora completamente rivelato, vanta nomi di spicco che daranno nuova vita ai personaggi:
Miyu Irino presta la voce a Daisuke Umon, ovvero Duke Fleed, infondendo nel personaggio una nuova profondità emotiva.
Hiroshi Shirokuma è la voce del Comandante Gandal, che con la sua interpretazione conferisce un tono minaccioso e autoritario all'antagonista.
La serie introduce anche un cast di nuovi personaggi secondari, come il colonnello Zori del Re di Vega, e diversi robot aggiuntivi che si affiancano a Goldrake.
Anche la figura di Re Vega è stata rivisitata, con un'enfasi maggiore sulla sua crudeltà e sulla sua strategia militare.
Un altro aspetto fondamentale del reboot è la cura per i dettagli tecnici e artistici. La sceneggiatura, curata da un team di autori, cerca di risolvere alcune delle incoerenze narrative del classico, rendendo la storia più solida e coerente. L'utilizzo di nuovi design per i mostri di Vega e per i veicoli da combattimento aggiunge un tocco di modernità, mentre i riferimenti visivi e sonori all'originale sono numerosi, un omaggio rispettoso alla serie che ha fatto la storia.
In sintesi, Goldrake U si presenta come un reboot ambizioso e ben curato, che cerca di omaggiare un'icona dell'animazione giapponese pur innovando. Il connubio tra la visione di Gō Nagai, la regia di Mitsuo Fukuda e il team di Gaina promette una serie che saprà emozionare sia i fan di lunga data che una nuova generazione di spettatori. La serie non si limita a ridare vita a un robot leggendario, ma cerca di esplorare temi universali con una nuova sensibilità, dimostrando che il potere dell'UFO Robot Goldrake è ancora forte.
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Aftersun è un film del 2022 scritto e diretto da Charlotte Wells.
Aftersun è un film del 2022 che ha sorpreso e commosso pubblico e critica, segnando l'esordio alla regia di Charlotte Wells. La pellicola, vincitrice di numerosi premi e candidata a un Oscar per il miglior attore protagonista, non è un semplice dramma familiare, ma un'esplorazione profonda e delicata dei meccanismi della memoria, della distanza che a volte separa le generazioni e del dolore che si cela dietro un sorriso. Attraverso un'estetica visiva che fonde il video amatoriale con un tocco d'autore, Wells costruisce un ritratto potente e struggente di un rapporto padre-figlia. Il film è stato ampiamente elogiato per la sua sensibilità, la sua sincerità emotiva e la sua capacità di far percepire allo spettatore un'esperienza universale di nostalgia e perdita.
La storia si svolge su due piani temporali, intrecciati tra loro. Il fulcro del film è una vacanza estiva in un resort turco, alla fine degli anni '90. Qui, l'undicenne Sophie (Frankie Corio) trascorre del tempo prezioso con suo padre, Calum (Paul Mescal), un uomo scozzese divorziato che vive in Inghilterra. La loro vacanza è un susseguirsi di momenti apparentemente ordinari: nuotano, prendono il sole, giocano a biliardo, fanno escursioni e si filmano con una piccola telecamera digitale. L'atmosfera è quella tipica di una vacanza "tutto incluso" degli anni '90, con karaoke, animazione e turisti che cercano un po' di spensieratezza.
Tuttavia, sotto la superficie di questa apparente normalità, si percepisce una tensione sottile. Calum, nonostante l'affetto evidente per la figlia, mostra segni di malinconia e depressione. È un uomo che lotta con le proprie insicurezze, con difficoltà economiche e con un profondo senso di fallimento. Questi sentimenti, che cerca disperatamente di nascondere a Sophie, emergono in piccoli, dolorosi dettagli: un pianto silenzioso a letto, un momento di rabbia repressa, un'incapacità di accettare l'aiuto. Sophie, nella sua ingenuità di pre-adolescente, percepisce qualcosa che non va, ma non è in grado di comprendere la portata del dolore del padre.
L'altro piano narrativo è quello di Sophie adulta (Celia Rowlson-Hall), che vent'anni dopo, riguardando le vecchie videocassette di quella vacanza, cerca di ricomporre il puzzle di quei giorni. Questi flashback, spesso distorti o spezzati, si mescolano ai ricordi e alle immagini registrate dalla telecamera, creando un flusso di coscienza che esplora la distanza tra il padre che lei conosceva da bambina e l'uomo che, con il senno di poi, non ha mai davvero compreso. Il film si trasforma così in un'indagine emotiva, in cui la protagonista cerca di trovare le risposte che le sono sempre mancate e di riconciliare l'amore per il padre con il suo mistero.
Aftersun è un'opera profondamente personale per la regista Charlotte Wells, che ha dichiarato di essersi ispirata ai suoi stessi ricordi di bambina. La sua regia si distingue per un approccio quasi documentaristico, che si concentra sui dettagli e sulle micro-espressioni dei personaggi. Wells utilizza uno stile visivo che riflette il processo della memoria: le immagini sono a volte nitide e vibranti, a volte sgranate e distorte come i vecchi filmati in MiniDV.
Una delle scelte registiche più audaci è la decisione di non spiegare mai esplicitamente i tormenti di Calum. I suoi problemi vengono comunicati attraverso il non detto, attraverso sguardi sfuggenti, gesti di auto-sabotaggio e momenti di solitudine. Questo approccio lascia lo spettatore libero di interpretare, di colmare le lacune, proprio come fa Sophie adulta. Il film non offre risposte facili, ma invita a una riflessione più profonda sul senso di perdita e sul modo in cui elaboriamo i ricordi.
La colonna sonora, curata da Oliver Coates, è un altro elemento fondamentale. Le musiche, che mescolano brani pop degli anni '90 con composizioni originali, non sono un semplice accompagnamento, ma un veicolo emotivo. Brani come "Losing My Religion" dei R.E.M. e "Macarena" dei Los del Río, che erano popolari all'epoca, non solo contestualizzano il film, ma aggiungono un tocco agrodolce ai momenti felici e a quelli dolorosi. La sequenza finale, in particolare, è un'apoteosi visiva e sonora, in cui i ricordi di Sophie si fondono con il ritmo di una canzone, creando un'immagine potente e indimenticabile del rapporto che li lega per sempre.
Il successo emotivo di Aftersun è in gran parte merito delle straordinarie interpretazioni dei due protagonisti:
Paul Mescal nel ruolo di Calum è una rivelazione. L'attore irlandese, già noto per la serie Normal People, offre una performance di rara intensità e delicatezza. Il suo Calum è un uomo affascinante e amorevole, ma anche profondamente fragile. Mescal riesce a trasmettere un mondo di dolore interiore con un semplice sguardo o con un gesto, senza mai ricorrere a scene di isteria o di dramma esagerato. La sua interpretazione, che gli è valsa la candidatura all'Oscar, è il cuore pulsante del film.
Frankie Corio, al suo debutto cinematografico, è un'autentica scoperta. La sua Sophie è una bambina curiosa, intelligente e vivace, che incarna la perfetta innocenza dell'infanzia. La chimica tra i due attori è palpabile e totalmente credibile, rendendo il loro rapporto sullo schermo uno dei più commoventi degli ultimi anni. La sua recitazione è così naturale da farci credere di star guardando i veri filmati di una vacanza in famiglia.
Celia Rowlson-Hall interpreta Sophie adulta, un ruolo più minimale ma fondamentale. Il suo personaggio, che rivive i ricordi del passato, rappresenta lo sguardo dello spettatore, che cerca di dare un senso a un passato che appare enigmatico.
In sintesi, Aftersun è un film che rimarrà a lungo nella memoria di chi lo guarda. Non è un film sulla depressione o sul suicidio, ma un'opera sulla complessità dei rapporti umani, sulla bellezza dei ricordi e sulla difficoltà di comprendere pienamente chi amiamo. È un'esperienza cinematografica intima e profonda, un capolavoro di sensibilità che dimostra il talento straordinario di Charlotte Wells e dei suoi attori.
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Heimat è un film del 1984 diretto dal regista tedesco Edgar Reitz. È diviso in 11 episodi.
"Heimat - Eine deutsche Chronik" (Heimat - Una cronaca tedesca), film del 1984 diretto da Edgar Reitz, è molto più di un semplice film; è un'opera-mondo, un affresco monumentale e intimo che attraversa decenni di storia tedesca attraverso lo sguardo e le vite di una famiglia, gli Simon, nel piccolo villaggio immaginario di Schabbach, nella regione rurale dell'Hunsrück. Diviso in 11 episodi per una durata totale di circa 15 ore e mezza, "Heimat" rappresenta un'operazione cinematografica senza precedenti, una riflessione profonda sul concetto di "Heimat", parola tedesca di difficile traduzione, che indica non solo la patria, ma un senso di appartenenza profondo, intimo e radicato, legato alla casa, alla terra, alla lingua e alle proprie radici.
La saga ha inizio nel 1919 e si conclude nel 1982, abbracciando quasi tutto il XX secolo. Al centro della narrazione c'è la figura di Maria Simon (interpretata da Marita Breuer), la matriarca della famiglia, il vero e proprio filo conduttore che lega le diverse generazioni e gli eventi storici.
Episodi 1-2: Dal Dopoguerra alla Partenza La storia prende il via con il ritorno di Paul Simon dalla Prima Guerra Mondiale. L'uomo, segnato dall'esperienza del conflitto, non riesce a reintegrarsi pienamente nella vita del villaggio. Sviluppa una passione per la radio, un simbolo della modernità che lo allontana dalla tradizione. Sposa Maria, figlia del ricco borgomastro, e hanno due figli, Anton ed Ernst. Un giorno, nel 1928, Paul scompare senza lasciare traccia, emigrando in America in cerca di fortuna. La sua partenza segna l'inizio di una lunga attesa per la famiglia, e per Maria in particolare, che diventerà il perno attorno a cui ruoteranno le vite di tutti.
Episodi 3-4: L'Ascesa del Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale Gli anni Trenta vedono l'ascesa del nazismo, che si insinua lentamente anche nella vita del piccolo villaggio. L'ideologia del partito offre una promessa di prosperità e ordine che attrae molti, compreso lo zio di Maria, Eduard, che diventa un fervente sostenitore del regime e sposa Lucie, un'ambiziosa donna di città. I due si arricchiscono, mentre altri personaggi si trovano a fare i conti con le prime avvisaglie della repressione e della tragedia imminente. La guerra irrompe nelle vite dei protagonisti, portando lutti, partenze e separazioni. I figli di Maria, Anton ed Ernst, sono coinvolti nel conflitto su fronti diversi.
Episodi 5-7: L'orrore della guerra e le sue conseguenze Questi episodi mostrano in modo crudo e toccante le atrocità della guerra. Un momento centrale è il ritorno di Anton dalla Russia, un viaggio a piedi di 5000 chilometri che lo segna per sempre. Le vicende di guerra si intrecciano con quelle personali: Maria si innamora di Otto, un ingegnere militare, da cui ha un figlio, Hermann. Il film si concentra sulle piccole e grandi tragedie di una comunità sconvolta.
Episodi 8-11: La Ricostruzione e il Ritorno Con la fine della guerra e la nascita della Repubblica Federale di Germania, inizia la fase della ricostruzione. Anton, tornato a casa, si sposa con Martha e avvia una fiorente fabbrica di articoli ottici, diventando un simbolo del "miracolo economico" tedesco. Il fratello Ernst, invece, si dedica a iniziative più estemporanee. E poi, improvvisamente, dopo decenni di assenza, ritorna Paul, l'uomo che aveva abbandonato tutti. Il suo ritorno è carico di tensione: la sua figura è ormai quella di un ricco industriale americano, estraneo al mondo che ha lasciato. I rapporti con Maria sono ormai freddi, e la sua attenzione si sposta sul figlio illegittimo di lei, Hermann, un giovane talento musicale che Paul decide di aiutare a sviluppare le sue doti. L'ultimo episodio si conclude con la morte di Maria, ormai anziana, e il ritorno di Hermann, diventato un celebre direttore d'orchestra, nel villaggio natale, in un finale che è un commovente addio a un secolo di storia.
Edgar Reitz, regista e sceneggiatore, ha concepito "Heimat" non come un semplice film, ma come un'opera che doveva contrapporsi alla visione storica del Terzo Reich offerta dalla serie americana "Olocausto". Reitz voleva raccontare la storia tedesca dal punto di vista della "piccola gente", degli abitanti di un villaggio rurale, lontano dai centri di potere.
La regia di Reitz si distingue per diverse scelte stilistiche audaci:
La durata fluviale: La lunghezza del film non è un vezzo, ma una necessità narrativa. Permette di seguire lo sviluppo dei personaggi in modo organico e realistico, rendendo credibile l'intreccio tra le vicende personali e i grandi eventi storici.
Bianco e nero e colore: Reitz utilizza una mescolanza di bianco e nero e colore, una scelta che non è solo estetica. I momenti in bianco e nero tendono a rappresentare la quotidianità e i ricordi, mentre il colore viene utilizzato per sottolineare momenti emotivi particolarmente intensi, cambiamenti epocali o dettagli significativi. Questa tecnica conferisce al film un'atmosfera onirica e documentaristica al tempo stesso.
La coralità: Non c'è un unico protagonista. Sebbene Maria sia il fulcro emotivo, il film è un'autentica cronaca corale, con decine di personaggi le cui vite si intrecciano. Il regista si sposta continuamente da un personaggio all'altro, esplorando le loro speranze, i loro fallimenti e le loro relazioni in un modo che evoca il realismo di un romanzo ottocentesco.
Il rapporto con il tempo: Reitz gestisce il tempo in modo non lineare e a tratti arbitrario. A volte un intero episodio copre solo pochi giorni, altre volte si salta di anni tra una scena e l'altra. Questo approccio riflette la natura della memoria stessa, che non è un flusso continuo, ma un insieme di istanti e ricordi vividi e lacunosi.
Il successo di "Heimat" è dovuto in gran parte all'eccezionale performance del suo cast. Reitz ha scelto molti attori non professionisti o poco conosciuti, conferendo al film un'autenticità straordinaria.
Marita Breuer (Maria Simon): È la vera anima del film. La sua interpretazione di Maria è un capolavoro di dignità, forza e resilienza. La vediamo giovane, innamorata, tradita, madre, nonna, anziana. Il suo volto, i suoi silenzi, i suoi gesti misurati raccontano un'intera vita e la storia di una nazione.
Dieter Schaad (Paul Simon) e Michael Lesch (Paul giovane): Il personaggio di Paul è il catalizzatore della trama. La sua partenza è il primo grande trauma della famiglia. I due attori che lo interpretano riescono a dare un'idea di un uomo diviso tra la tradizione e il desiderio di modernità, di un individuo che cerca la sua "Heimat" altrove e che, al suo ritorno, non la trova più.
Gertrud Bredel (Katharina Simon): La nonna, un personaggio saggio e scettico, incarna la memoria storica e la tradizione, un punto fermo in un mondo in continuo mutamento.
Michael Kausch (Ernst) e Mathias Kniesbeck (Anton): I due fratelli rappresentano le due diverse anime della Germania del dopoguerra: da una parte l'intraprendenza pragmatica e il successo economico di Anton, dall'altra il disincanto e la ricerca di una vita non convenzionale di Ernst.
"Heimat" è un'opera che va oltre la semplice narrazione di una famiglia. È una meditazione profonda sul senso di identità, sulle radici e sulla memoria. La parola "Heimat" non ha un equivalente esatto in italiano, ma Reitz la esplora in tutte le sue sfaccettature: è il luogo dove si è nati, ma anche il legame con la comunità, con il paesaggio, con gli odori e i sapori dell'infanzia. È qualcosa che si può perdere, ma che rimane sempre una parte di sé.
Il film ha avuto un'accoglienza trionfale in Germania e in tutto il mondo, diventando un punto di riferimento per il cinema d'autore. Il suo successo ha portato Reitz a girare altri due cicli, "Die zweite Heimat" (1992) e "Heimat 3" (2004), che espandono ulteriormente l'universo narrativo, seguendo le vicende dei personaggi fino alla caduta del Muro di Berlino.
"Heimat" del 1984 rimane, tuttavia, il capostipite, l'opera più influente e toccante della trilogia. È un'esperienza cinematografica totalizzante, che richiede dedizione e attenzione, ma che ripaga lo spettatore con un'immersione completa nella vita di una comunità e nella storia di una nazione, raccontata non attraverso i grandi eventi, ma attraverso i volti, le voci e le piccole, grandi storie degli esseri umani.
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“Sunday Best: la storia di Ed Sullivan” è un documentario del 2025 diretto da Sacha Jenkins
Per comprendere appieno l'importanza di "Sunday Best", è fondamentale inquadrare la figura di Ed Sullivan e il suo programma, "The Ed Sullivan Show". Andato in onda dal 1948 al 1971, "The Ed Sullivan Show" è stato un faro della televisione americana per oltre due decenni. Sullivan, un ex giornalista e critico teatrale con un'innata goffaggine e un'espressione spesso definita "di pietra", sembrava un ospite improbabile per un varietà di successo. Tuttavia, il suo fiuto per il talento e la sua capacità di catturare lo zeitgeist culturale lo resero una delle figure più potenti e influenti dell'intrattenimento.
Il suo show era un crogiolo di generi: comici, maghi, atleti, cantanti d'opera e, soprattutto, musicisti. Il palco di Sullivan era il trampolino di lancio definitivo per chiunque volesse raggiungere la fama nazionale, e l'approvazione del "vecchio Ed" era una certificazione di successo. Il documentario, tuttavia, si concentra su un aspetto meno celebrato e spesso trascurato della sua eredità: il suo ruolo cruciale nel promuovere artisti neri in un'epoca di segregazione razziale e tensioni sociali.
"Sunday Best: The Untold Story of Ed Sullivan" non è semplicemente una cronaca della vita di Sullivan o dei momenti più famosi del suo show (come le storiche apparizioni di Elvis Presley o dei Beatles). Il documentario, prodotto da Mass Appeal e Diamond Docs, scava più a fondo, offrendo una nuova prospettiva sul conduttore come pioniere dei diritti civili.
La narrazione si articola attorno a una tesi centrale: Sullivan ha usato il suo enorme potere e la sua piattaforma televisiva per abbattere le barriere razziali, un'azione audace e rischiosa per l'epoca. Il documentario esplora questo tema attraverso l'uso di filmati d'archivio rari e, soprattutto, interviste con alcuni dei più grandi nomi della musica e della cultura americana, molti dei quali hanno debuttato o sono diventati famosi proprio grazie a Sullivan.
Tra i protagonisti del racconto figurano testimonianze di leggende come Smokey Robinson, Berry Gordy, Harry Belafonte, Dionne Warwick e Otis Williams dei Temptations. Questi artisti raccontano in prima persona l'importanza di apparire nel "The Ed Sullivan Show". Per molti di loro, salire su quel palco non era solo un'opportunità di carriera, ma un atto di dignità e visibilità che in molti altri contesti televisivi era negato.
Il documentario mette in evidenza i retroscena di queste scelte. Viene rivelato come Ed Sullivan spesso ignorasse le pressioni dei dirigenti della CBS, che temevano di perdere gli spettatori del Sud se il conduttore avesse continuato a ospitare artisti neri. Sullivan si oppose a queste pressioni, e in alcuni casi, come quello dell'artista Nat King Cole, decise di ospitarlo sullo show un mese dopo che Cole era stato attaccato in Alabama. Un altro episodio significativo riguarda il rifiuto di un bacio sulla guancia a Pearl Bailey da parte di Sullivan su consiglio del network, che provocò una bufera e lo portò a rivendicare pubblicamente la sua autonomia.
Un aspetto tecnologicamente notevole del documentario è l'uso di una narrazione basata sulla ricostruzione della voce di Ed Sullivan tramite intelligenza artificiale. Attraverso questa innovazione, le colonne di giornale, gli articoli e le interviste che Sullivan ha lasciato vengono portati in vita, permettendo al conduttore stesso di "raccontare" la sua storia, inclusi i primi, difficili anni e le critiche feroci che ricevette all'inizio della sua carriera.
La regia di Sacha Jenkins è un elemento chiave del successo del documentario. Jenkins, un noto giornalista, regista e produttore specializzato nel documentare la cultura hip-hop e la storia afroamericana, porta in "Sunday Best" la sua sensibilità e la sua profonda conoscenza del contesto culturale.
Prima di "Sunday Best", Jenkins ha diretto altri documentari di successo, tra cui "Fresh Dressed" (2015) sull'evoluzione della moda hip-hop, "Bitchin': The Sound and Fury of Rick James" (2021) e "Louis Armstrong: Black & Blues" (2022). La sua filmografia è un'esplorazione costante della storia e dell'identità nera negli Stati Uniti, vista attraverso la lente della musica e della cultura popolare.
In "Sunday Best", Jenkins applica la sua esperienza per creare un ritratto sfumato e complesso di Sullivan. Non lo dipinge come un santo, ma come un uomo di potere che, a suo rischio e pericolo, ha scelto di usare la sua influenza per fare la cosa giusta, o quantomeno per seguire il suo istinto di showman e l'amore per il talento. La regia di Jenkins è diretta, emozionante e ricca di un'analisi che non si ferma alla superficie, ma cerca di connettere i momenti storici del "The Ed Sullivan Show" con il più ampio movimento per i diritti civili in America.
Purtroppo, una nota di profonda tristezza avvolge la produzione di "Sunday Best". Come riportato da diverse fonti, Sacha Jenkins è scomparso a maggio 2025, poco prima dell'uscita del documentario. Questo film è diventato quindi la sua ultima opera, un testamento della sua passione per raccontare le storie nascoste e l'impatto indelebile degli artisti neri sulla cultura americana.
"Sunday Best" si posiziona come un importante contributo al dibattito sulla storia culturale americana. In un'epoca in cui il revisionismo storico è all'ordine del giorno, il documentario offre un'interpretazione stimolante e ben supportata del ruolo di Ed Sullivan. Non si limita a glorificare un uomo bianco in un'epoca di ingiustizia, ma lo colloca in un contesto di scelte difficili e di piccole, ma significative, vittorie.
Il film dimostra come un'unica piattaforma televisiva abbia potuto fungere da veicolo per il cambiamento sociale. Permettendo a artisti come James Brown, The Supremes, Stevie Wonder e Harry Belafonte di esibirsi senza compromessi, Sullivan ha mostrato al pubblico americano una realtà che molti preferivano ignorare: l'esistenza di un talento nero straordinario e innegabile. In questo senso, "The Ed Sullivan Show" è stato un catalizzatore, un luogo dove la musica e la cultura hanno potuto trascendere le barriere del pregiudizio.
In sintesi, "Sunday Best" è un documentario che va oltre la semplice nostalgia per un'epoca d'oro della televisione. È un'indagine approfondita sul potere dei media, sul ruolo degli individui nel fare la storia e sull'impatto duraturo dell'arte nel forgiare la coscienza di una nazione. L'ultima opera di Sacha Jenkins è un tributo non solo a Ed Sullivan, ma a tutti gli artisti che, grazie a lui, hanno avuto la possibilità di essere visti e ascoltati, contribuendo a cambiare per sempre il volto dell'America.
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La mesita del comedor è un film del 2023 diretto da Cristina Borobia e Caye Casas.
"La mesita del comedor" è un film che parte da una premessa apparentemente innocua per poi precipitare in un baratro di orrore psicologico e comico-nero. Jesus, un uomo di mezza età con una vita piuttosto anonima e insoddisfatta, e sua moglie Maria sono i protagonisti di questa storia. La loro relazione è tesa, costellata di piccole e grandi frustrazioni. Hanno un figlio piccolo, e la routine familiare sembra soffocare ogni scintilla di felicità.
Il punto di svolta arriva quando Jesus, nel tentativo di portare un po' di "novità" nella loro casa, decide di acquistare un tavolino da salotto. Ma non è un tavolino qualunque: è un oggetto grottesco, kitsch, con una scultura a forma di testa di donna che fa da base. Un tavolino che, fin dal primo momento, sembra una scelta orribile. Maria non lo sopporta, lo trova di pessimo gusto e si rifiuta categoricamente di tenerlo in casa.
La tragedia si consuma poco dopo. In un momento di distrazione, mentre Maria è al telefono e Jesus cerca di montare il tavolino, avviene l'irreparabile. L'oggetto cade, con conseguenze devastanti per il loro bambino. Il film non mostra l'accaduto in modo esplicito, ma l'orrore si manifesta attraverso le reazioni di Jesus, che non riesce a proferire parola. L'incidente è così terribile e inimmaginabile che l'uomo si chiude in un silenzio paralizzante, un mutismo che lo accompagna per il resto del film.
Da questo momento in poi, la pellicola si trasforma in una discesa agli inferi. Jesus e Maria sono costretti a confrontarsi con una situazione che va oltre ogni capacità di gestione. La paura, il senso di colpa, la vergogna e il terrore di affrontare la realtà li spingono a prendere una serie di decisioni sempre più folli e disperate, nel tentativo di nascondere l'accaduto. Il film si sviluppa in un crescendo di tensione, in cui la comicità macabra si mescola a momenti di puro terrore.
Caye Casas, il regista, è un nome che nel panorama cinematografico spagnolo è sinonimo di un cinema di genere audace e non convenzionale. Con "La mesita del comedor", Casas si conferma un maestro nel maneggiare atmosfere claustrofobiche e situazioni estreme.
La regia di Casas è essenziale e claustrofobica. Il film si svolge quasi interamente all'interno dell'appartamento della coppia, un ambiente che da rifugio si trasforma in una prigione. Le inquadrature sono spesso fisse, quasi a voler sottolineare l'immobilità e l'incapacità dei personaggi di fuggire dalla loro situazione. La telecamera non giudica, ma osserva con una sorta di fredda curiosità l'escalation di follia dei protagonisti.
Casas ha dichiarato in diverse interviste che il suo intento non era solo quello di creare un film horror, ma di esplorare le reazioni umane di fronte a un evento catastrofico. La sua regia non cerca di spaventare con jump scare o effetti speciali, ma con la forza della situazione stessa. L'orrore non viene dall'esterno, ma dall'interno dei personaggi, dalla loro incapacità di comunicare e dalla loro disperata ricerca di una via d'uscita che non esiste. La scelta di non mostrare l'incidente, ma solo le sue conseguenze, è un colpo di genio: lascia lo spettatore a immaginare l'orrore, rendendolo ancora più potente e personale.
Il regista ha la capacità di far coesistere, in modo quasi impossibile, la tragedia più profonda con un umorismo nero e cinico. I dialoghi (o la loro assenza, nel caso di Jesus) sono taglienti e pieni di un'ironia amara. Questa combinazione di generi rende "La mesita del comedor" un'esperienza unica e indimenticabile, che sfida le convenzioni e costringe lo spettatore a riflettere.
Il successo di un film come questo dipende in gran parte dalla bravura degli attori nel rendere credibile una situazione così assurda e terrificante. I protagonisti sono David Pareja (Jesus) e Estefanía de los Santos (Maria), che offrono due performance memorabili.
David Pareja interpreta Jesus con una maestria che lo rende un personaggio tragico e, allo stesso tempo, patetico. La sua interpretazione è quasi interamente basata sull'espressione del volto, sui gesti e sul linguaggio del corpo. Il suo silenzio non è vuoto, ma carico di terrore, disperazione e un senso di colpa paralizzante. Pareja riesce a farci percepire l'uomo distrutto, intrappolato in un incubo che lui stesso ha, in parte, creato.
Estefanía de los Santos, nel ruolo di Maria, è la controparte perfetta. La sua recitazione è un'esplosione di rabbia, frustrazione e orrore. Maria non ha il "lusso" del silenzio di Jesus; lei deve affrontare il mondo esterno, le domande degli amici, la burocrazia. La sua performance è un'altalena emotiva che va dall'incredulità alla disperazione, dalla rabbia furiosa a un tentativo disperato di mantenere la sanità mentale.
I due attori riescono a creare una chimica disfunzionale e credibile, che amplifica il senso di tragedia. Sono affiancati da un cast di supporto che, pur avendo ruoli minori, contribuisce a creare un'atmosfera surreale e claustrofobica. Tra questi spicca Josep Maria Riera, che interpreta il venditore del tavolino, un personaggio grottesco e inquietante che incarna l'inizio della sventura.
"La mesita del comedor" è un film che è stato accolto in modo molto polarizzato. Alcuni lo hanno acclamato come un capolavoro di black comedy e horror psicologico, mentre altri lo hanno trovato troppo estremo, disturbante e difficile da digerire.
Il film si inserisce nel filone del cinema di genere spagnolo, che da anni si distingue per la sua audacia e la sua capacità di mescolare toni e generi. Non è un film per tutti, ma è un'opera che, una volta vista, è impossibile da dimenticare. Le tematiche affrontate – il senso di colpa, la comunicazione fallita, il terrore delle conseguenze delle proprie azioni – sono universali, ma vengono esplorate attraverso una lente che deforma la realtà e la rende grottesca.
Il film è stato presentato in diversi festival cinematografici, tra cui il Festival del Cinema di Sitges, dove ha riscosso un notevole successo e ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura.
"La mesita del comedor" è un'opera provocatoria che sfida le convenzioni e costringe lo spettatore a confrontarsi con una delle paure più profonde dell'essere umano: quella di perdere tutto per un errore banale, e le conseguenze terrificanti che ne derivano. Se sei un amante del cinema di genere audace e non convenzionale, questo è un film che non puoi perdere.
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Queer è un film del 2024 diretto da Luca Guadagnino.
"Queer", il nuovo film di Luca Guadagnino, è un'opera attesissima che sta già facendo molto discutere, presentandosi come uno dei lavori più audaci e personali del regista. Tratto dall'omonimo romanzo di William S. Burroughs, il film si immerge nelle atmosfere torbide e disperate di una Città del Messico degli anni '50, esplorando l'ossessione, la dipendenza e la ricerca di un'identità in un mondo che rigetta il desiderio. Guadagnino, dopo il successo di Chiamami col tuo nome, torna a raccontare una storia d'amore non convenzionale, portandola però in territori ben più oscuri e complessi.
Il film segue le vicende di William Lee (interpretato da Daniel Craig), un americano sulla quarantina espatriato a Città del Messico. William è un uomo solitario e tormentato, schiavo della dipendenza da droghe pesanti e di un profondo senso di alienazione. Le sue giornate trascorrono tra bar malfamati, chiacchiere con una ristretta cerchia di amici e la disperata ricerca di sesso con giovani uomini nei locali notturni. La sua vita, un ciclo monotono e distruttivo, viene scossa dall'incontro con Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane ex soldato della marina statunitense.
Eugene è l'opposto di William: giovane, bello e sfuggente. William se ne innamora perdutamente, un'attrazione che si trasforma rapidamente in un'ossessione. Inizia a corteggiarlo con insistenza, pagandogli bevande e pasti e cercando di conquistare la sua attenzione in ogni modo. La loro relazione è complessa e sbilanciata: Eugene, pur accettando le attenzioni e il denaro di William, mantiene una distanza emotiva e si rifiuta di ammettere la propria omosessualità, frequentando apertamente anche altre donne.
L'ossessione di William cresce a dismisura, trasformando la sua vita in un'estenuante rincorsa di un amore che non si concretizza mai. Il desiderio che prova è un misto di passione, gelosia e un'insaziabile solitudine. A un certo punto, William convince Eugene a intraprendere un viaggio in Sud America, nella giungla, alla ricerca di una mitica droga, lo yagé (Ayahuasca), che secondo Burroughs è in grado di aprire le porte a una forma di telepatia. Questo viaggio, più che una ricerca di una sostanza, diventa un percorso interiore per entrambi, un tentativo di William di trovare una connessione più profonda con Eugene e una via d'uscita dal suo isolamento.
Il film, come il romanzo, non offre una risoluzione felice. Il viaggio si conclude con una separazione, lasciando William ancora più solo, ma forse con una consapevolezza diversa di sé e dei propri desideri. L'opera si conclude con un'immagine potente e straziante, un'ultima, disperata scena in cui il fantasma di un giovane Eugene abbraccia un vecchio e tremante William Lee.
Luca Guadagnino si conferma uno dei registi più interessanti e audaci del panorama cinematografico contemporaneo. Con Queer, porta avanti la sua esplorazione del desiderio, dell'ossessione e della complessità delle relazioni umane, temi già centrali in opere come Io sono l'amore e Chiamami col tuo nome. Guadagnino non si limita a rappresentare il desiderio, ma lo indaga in tutte le sue sfumature, comprese quelle più oscure e autodistruttive.
Il suo stile registico, riconoscibile per l'estetica raffinata e la cura maniacale per i dettagli, si sposa perfettamente con l'ambientazione e le tematiche di Queer. La Città del Messico degli anni '50 è ricostruita con grande attenzione, tra bar fumosi, strade polverose e interni decadenti, creando un'atmosfera opprimente e allo stesso tempo affascinante. La fotografia di Sayombhu Mukdeeprom, suo collaboratore in Chiamami col tuo nome, promette di essere sensuale e vivida, capace di catturare sia la bellezza cruda dei corpi che il vuoto interiore dei personaggi.
Guadagnino ha descritto Queer come un film "scandalosamente sessuale", un'affermazione che sottolinea la sua intenzione di non indietreggiare di fronte alla rappresentazione esplicita della sessualità e della dipendenza, elementi centrali sia nel romanzo di Burroughs che nell'identità del protagonista. La sua capacità di unire una narrazione profonda a una forte componente visiva ed emotiva rende il film un'esperienza intensa e indimenticabile.
La scelta del cast è uno degli aspetti più notevoli di Queer.
Daniel Craig nel ruolo di William Lee ha destato grande curiosità fin dall'annuncio. L'attore, noto per aver interpretato l'iconico James Bond, si cimenta in un ruolo completamente diverso, intimo e vulnerabile. Il suo William Lee è un uomo che ha perso tutto, un'anima spezzata che cerca disperatamente una connessione. Le prime recensioni dalla Mostra del Cinema di Venezia, dove il film è stato presentato in anteprima, hanno elogiato la sua performance, definendola la migliore della sua carriera.
Drew Starkey interpreta Eugene Allerton, l'oggetto del desiderio di William. Starkey è un giovane attore emergente, noto per la serie TV Outer Banks. La sua interpretazione di Eugene è sottile e ambigua, riuscendo a restituire la complessità di un personaggio che attrae e respinge allo stesso tempo. La chimica tra Craig e Starkey è stata descritta come elettrica, elemento fondamentale per la riuscita del film.
Lesley Manville e Jason Schwartzman completano il cast con ruoli secondari ma significativi. Manville, nel ruolo di una dottoressa, e Schwartzman, in quello di un amico di William, aggiungono spessore al mondo in cui si muove il protagonista, rappresentando le diverse facce della comunità di espatriati.
La sceneggiatura è stata scritta da Justin Kuritzkes, che ha già collaborato con Guadagnino per il film Challengers. L'adattamento di un'opera complessa e atipica come il romanzo di Burroughs è una sfida non da poco. Queer, pubblicato solo nel 1985 sebbene scritto negli anni '50, è un'opera semi-autobiografica, un flusso di coscienza che esplora temi difficili come l'omosessualità non accettata, la dipendenza e la solitudine.
Kuritzkes e Guadagnino hanno scelto di rimanere fedeli allo spirito del romanzo, senza edulcorarne i contenuti. La sceneggiatura cattura l'atmosfera opprimente e allucinata del testo, pur traducendola in un linguaggio cinematografico. La narrazione si concentra sul tormento interiore di William, utilizzando i dialoghi e le immagini per esplorare la sua psicologia. L'incontro con Eugene non è solo una storia d'amore, ma un catalizzatore che spinge William a confrontarsi con se stesso.
Queer è una co-produzione internazionale, con le riprese che si sono svolte a Roma e in Sicilia, dove sono stati ricostruiti gli ambienti della Città del Messico e della giungla panamense. La produzione è gestita da The Apartment Pictures e Fremantle, garantendo al film un'ampia distribuzione.
La musica, un elemento cruciale nel cinema di Guadagnino, è curata da Trent Reznor e Atticus Ross, già vincitori di Oscar. La loro colonna sonora elettronica e inquietante contribuirà a definire l'atmosfera tesa e malinconica del film, sottolineando il dramma interiore dei personaggi.
Il film, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia del 2024, ha ricevuto recensioni entusiastiche, venendo elogiato per la sua audacia, la performance di Daniel Craig e la regia di Guadagnino. L'opera si inserisce perfettamente nel dibattito contemporaneo sull'identità e la sessualità, offrendo una prospettiva cruda e senza compromessi su un periodo storico in cui l'omosessualità era ancora un tabù e il senso di diversità portava all'emarginazione.
In definitiva, Queer è molto più di un semplice film sull'omosessualità. È un ritratto toccante e spietato della solitudine umana, un'esplorazione del desiderio come motore di vita e distruzione, e un omaggio a uno dei più grandi autori del XX secolo, William S. Burroughs. Luca Guadagnino, con la sua sensibilità e il suo coraggio, ha realizzato un'opera destinata a lasciare il segno, confermandosi come un maestro nel raccontare le complessità dell'animo umano.
mubi
Una vita violenta è un film del 1962 diretto da Paolo Heusch e Brunello Rondi.
Trama
Il film racconta la storia di Tommaso Puzzilli (interpretato da Franco Citti), un giovane teppista che vive nella periferia romana di Pietralata. La sua vita è segnata dalla violenza, da piccoli crimini e da bravate con gli amici. La svolta arriva quando si innamora di una ragazza, Irene. Per conquistarla, organizza una serenata che degenera in una rissa, durante la quale ferisce un uomo con un coltello. Questo gesto lo porta in carcere.
Dopo aver scontato la pena, Tommaso esce di prigione con l'intenzione di cambiare vita. Nel frattempo, la sua famiglia si trasferisce in una zona migliore e lui, con l'aiuto di un prete, cerca di redimersi e sposare Irene. Tuttavia, il destino ha in serbo per lui altre prove. Si ammala di tubercolosi e viene ricoverato in sanatorio. Qui, incontra un sindacalista comunista (Enrico Maria Salerno) che lo tratta con rispetto e lo spinge a prendere coscienza sociale e politica. Tommaso sembra aver ritrovato una speranza, ma un giorno, per salvare una donna che sta annegando, si getta nel freddo fiume Aniene. Questo gesto altruista, il primo della sua vita, gli è fatale: a causa della debolezza provocata dalla malattia, muore annegato, compiendo così il suo ultimo atto di redenzione.
Regia
Il film è stato diretto a quattro mani da Paolo Heusch e Brunello Rondi.
Paolo Heusch (1924-1982) è stato un regista e sceneggiatore italiano. Era noto per il suo lavoro in diversi generi cinematografici. In questo film, si è occupato della direzione della troupe.
Brunello Rondi (1924-1989) è stato uno sceneggiatore e regista italiano, spesso associato al neorealismo e al cinema d'autore. La sua collaborazione con Federico Fellini, in particolare, è molto famosa, avendo partecipato alla sceneggiatura de La dolce vita e 8½. Nel film, Rondi si è occupato della supervisione e della scrittura, rimanendo fedele allo spirito del romanzo di Pasolini.
Attori
Il cast del film è composto da attori noti e volti del neorealismo italiano:
Franco Citti nel ruolo di Tommaso Puzzilli. L'interpretazione di Citti è considerata magistrale e lo ha consacrato come attore feticcio di Pasolini, che lo aveva già lanciato con il suo film d'esordio, Accattone (1961), per il quale aveva recitato un ruolo simile.
Serena Vergano nel ruolo di Irene, l'oggetto d'amore di Tommaso.
Enrico Maria Salerno nel ruolo del sindacalista, una figura chiave nella redenzione di Tommaso.
Altri attori del cast includono Angelo Maria Santiamantini, Alfredo Leggi, Benito Poliani, Piero Morgia e Paola Petrini.
Soggetto e Sceneggiatura: Il film è tratto fedelmente dal romanzo omonimo di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 1959. La sceneggiatura è stata scritta da Brunello Rondi, Franco Solinas e Paolo Heusch, basandosi su una riduzione cinematografica di Ennio De Concini e Franco Brusati. La fedeltà al testo di Pasolini è uno dei punti di forza del film.
Differenze con altre opere: Sebbene sia spesso paragonato ad Accattone per la presenza di Franco Citti e per il tema del sottoproletariato romano, "Una vita violenta" si differenzia per l'approccio più narrativo e meno "crudo" rispetto all'opera di Pasolini. Il film di Heusch e Rondi è considerato un'opera importante del neorealismo e della sua evoluzione, con una forte enfasi sul dramma sociale e sulla possibilità di redenzione.
Musiche: Le musiche del film sono state composte da Piero Piccioni, che ha saputo cogliere l'atmosfera drammatica e malinconica della storia.
Riscoperta e valore artistico: Nonostante sia uscito quasi in contemporanea con film più noti, "Una vita violenta" ha ricevuto un'accoglienza positiva da parte della critica, ma è rimasto a lungo un'opera poco conosciuta dal grande pubblico. È stato riscoperto e rivalutato negli ultimi decenni, in particolare grazie alla sua presentazione nella sezione retrospettiva della 65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2008.
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Lulu - Il vaso di Lulu - Il vaso di Pandora (Die Büchse der Pandora), è un film del 1929 diretto da Georg Wilhelm Pabst
"Lulu - Il vaso di Pandora" (Die Büchse der Pandora) è uno dei capolavori indiscussi del cinema muto, una pellicola che trascende il suo tempo per la modernità dei suoi temi e per una performance attoriale destinata a rimanere immortale. Diretto nel 1929 da Georg Wilhelm Pabst, il film è un'esplorazione del desiderio, della sessualità, dell'ipocrisia sociale e della tragica caduta di una donna la cui "colpa" è semplicemente quella di essere se stessa in un mondo che non la può tollerare.
Il film narra la storia di Lulu, una giovane donna di una bellezza disarmante e di un'innocenza che si confonde con la più totale amoralità. La sua figura è quella di un "spirito della terra" (dal titolo di una delle opere di Wedekind da cui è tratto il film), una creatura che vive al di fuori delle convenzioni sociali, incapace di comprendere e di conformarsi alle regole della borghesia in cui si muove.
L'inizio del film la vede già come l'amante di un ricco editore, il dottor Ludwig Schön (Fritz Kortner), un uomo di mezza età che si sente contemporaneamente attratto e spaventato da lei. Schön tenta di allontanare Lulu per sposare una donna "rispettabile", ma la sua gelosia e la sua ossessione lo spingono a un drammatico confronto. Durante una messa in scena teatrale in cui Lulu recita, Schön la costringe a sposarlo, umiliando pubblicamente la sua futura sposa e i suoi amici.
Il matrimonio si rivela un inferno. Durante il ricevimento di nozze, Schön scopre che Lulu ha nascosto nel suo salotto il suo vecchio protettore, il bieco Schigolch (Gustav Diessl), e il figlio di Schön, Alwa (Francis Lederer), innamorato follemente della matrigna. In un impeto di gelosia e rabbia, Schön tenta di costringere Lulu a uccidersi con una pistola. Ma è Lulu a reagire e, per legittima difesa, a sparare e uccidere il marito.
La seconda parte del film è una discesa agli inferi. Alwa e il contezzino Casti-Piani (Krakauer) la aiutano a fuggire dal carcere, ma finiscono per tradirla. Lulu si ritrova in Egitto, a bordo di un battello, con la contessa Geschwitz (Alice Roberts), perdutamente innamorata di lei. In una sorta di rifugio di criminali, i vecchi amici di Lulu tentano di venderla in una casa d'appuntamento. La donna riesce a fuggire, ma perde tutto il suo denaro e si ritrova sola e disperata.
La pellicola si conclude a Londra, la città avvolta dalla nebbia e dalla miseria. Lulu, ridotta alla fame, è costretta a prostituirsi. La notte di Natale, in un vicolo buio, incontra un uomo che le offre un fiore, ma si tratta di Jack lo Squartatore (Jack the Ripper). Lulu, nella sua innocenza e nella sua disperazione, lo accoglie in casa, ignara del pericolo. La sua storia si conclude tragicamente con la sua morte per mano del serial killer, un'immagine agghiacciante e profondamente simbolica della sua fine. Lulu, il vaso di Pandora, una volta aperto, ha rilasciato tutti i mali, per poi venire distrutta da essi.
Georg Wilhelm Pabst è stato uno dei maestri del cinema della Repubblica di Weimar, uno dei registi più importanti del movimento della "Nuova Oggettività" (Neue Sachlichkeit). A differenza degli espressionisti, che preferivano atmosfere oniriche e scenografie stilizzate, Pabst prediligeva un approccio realistico e psicologico. Con "Lulu", egli dimostra una maestria tecnica e narrativa senza pari.
La sua regia si distingue per un uso sapiente della macchina da presa, che si muove fluidamente, e per una fotografia che gioca con le luci e le ombre per creare contrasti drammatici. Pabst non si limita a inquadrare gli eventi, ma cerca di penetrare la psicologia dei personaggi. I primi piani su Lulu e sugli uomini che la circondano ne svelano l'ansia, la paura, il desiderio e la disperazione.
Pabst riesce a cogliere l'essenza dei personaggi senza giudicarli. La sua regia è neutra, sebbene non priva di empatia. Egli rappresenta la decadenza della borghesia berlinese con la stessa freddezza con cui ritrae il degrado dei bassifondi di Londra. Questa sua capacità di creare mondi visivi coerenti e carichi di significato è ciò che rende "Lulu" un film così potente e attuale.
Se il film è un capolavoro, il merito principale va alla performance di Louise Brooks. L'attrice americana, con il suo iconico taglio a caschetto e il suo sguardo innocente e malizioso, incarna perfettamente la figura di Lulu. Pabst l'aveva notata in un film hollywoodiano e, contro il volere dei produttori tedeschi che volevano attrici locali, l'aveva fortemente voluta per il ruolo. Fu una scelta geniale.
La performance di Brooks è un mix perfetto di sensualità, ingenuità e un'assoluta mancanza di senso di colpa. Non è una "femme fatale" nel senso classico del termine; non cerca di sedurre, non pianifica di distruggere. È semplicemente se stessa, una forza della natura che gli uomini tentano invano di controllare, finendo per perire. La sua recitazione è sottile, fatta di sguardi, di sorrisi enigmatici e di una grazia naturale che la rende irresistibile. Brooks non si limita a recitare, ma è Lulu, e la sua performance è diventata un punto di riferimento per il cinema muto.
Accanto a lei, spiccano anche altri attori:
Fritz Kortner, un attore teatrale di grande esperienza, interpreta in modo magistrale il dottor Schön, l'uomo che, pur avendo tutto, è consumato dalla passione per Lulu.
Francis Lederer è un Alwa Schön giovane e ingenuo, anche lui destinato a soccombere al fascino della matrigna.
Alice Roberts offre una delle prime e più audaci rappresentazioni di un personaggio lesbico della storia del cinema. La sua Contessa Geschwitz è innamorata di Lulu, un amore non corrisposto ma profondamente leale, che fornisce un tocco di autentica umanità in un mondo di ipocrisia.
Il film è basato sulle due opere teatrali di Frank Wedekind, Erdgeist (Spirito della Terra) e Die Büchse der Pandora (Il vaso di Pandora). Pabst ha saputo unire le due storie in un unico, compatto e drammatico racconto. Le opere di Wedekind, scritte a fine '800, erano scandalose per l'epoca e trattavano senza veli di sessualità, amore libero e omosessualità.
Il film di Pabst, realizzato alla fine degli anni '20, si inserisce perfettamente nel clima culturale e sociale della Repubblica di Weimar, un periodo di grande fermento artistico, ma anche di forte instabilità politica e sociale. Il cinema di quegli anni era audace, sperimentale e libero da molte delle censure che avrebbero caratterizzato il decennio successivo. Questa libertà permise a Pabst di affrontare temi così complessi e di rappresentare la sessualità in modo diretto, senza moralismi.
"Lulu - Il vaso di Pandora" non ebbe un grande successo commerciale al momento dell'uscita, ma la sua reputazione è cresciuta esponenzialmente nel corso dei decenni. Oggi è riconosciuto come un'opera chiave nella storia del cinema, un film che ha saputo precorrere i tempi e che rimane attuale per la sua profonda analisi della natura umana e dei suoi desideri più inconfessabili. La figura di Louise Brooks, in particolare, è diventata un'icona del cinema, un simbolo di libertà e modernità che ha influenzato generazioni di registi e attori.
Ho ritrovato la vita (Impact) è un film del 1949 diretto da Arthur Lubin.
"Ho ritrovato la vita" (Impact) è un film noir del 1949 diretto da Arthur Lubin, un regista noto per la sua versatilità, che ha spaziato dalla commedia al dramma, dall'horror ai film con animali. Nonostante Lubin non sia uno dei nomi più celebrati del genere noir, "Impact" è unanimemente riconosciuto come uno dei suoi lavori più solidi e riusciti, un thriller teso e ben congegnato che esplora i temi del tradimento, della vendetta, della giustizia e della redenzione. Il film si distingue per una trama complessa e ricca di colpi di scena, una regia efficace nel creare suspense e un cast di attori che offrono performance memorabili.
La storia ruota attorno a Walter Williams (interpretato da Brian Donlevy), un facoltoso e integerrimo uomo d'affari di San Francisco, proprietario di un'azienda di trasporti. La sua vita, apparentemente perfetta, è in realtà tormentata da una moglie molto più giovane, la cinica e volubile Irene (Helen Walker), che lo disprezza e lo tradisce con un uomo più giovane, il disonesto Dale Carnegie (Tony Barrett).
Il piano di Irene e Dale è quello di eliminare Walter. Con la scusa di un viaggio d'affari in Colorado, Irene convince Walter a portarla con sé. Durante il tragitto, in una zona isolata di montagna, Dale si unisce a loro. Qui, il piano prende una piega sinistra: Dale tenta di assassinare Walter colpendolo alla testa con una chiave inglese e facendolo precipitare in un dirupo. Irene, che ha assistito alla scena, si convince che il marito sia morto e fugge con Dale, abbandonando l'auto di Walter per simulare una rapina.
Miracolosamente, Walter sopravvive alla caduta, gravemente ferito ma vivo. Viene soccorso da due giovani, che lo portano in un piccolo centro dove riceve le prime cure. Deciso a non rivelare la sua identità e a capire le intenzioni di Irene, Walter assume una nuova identità e scompare dalla circolazione. Mentre si sta riprendendo, trova lavoro come meccanico in una piccola città rurale dell'Idaho. Lì, grazie alla sua onestà e laboriosità, si guadagna la fiducia e l'affetto della comunità locale, in particolare di Marth Kirk (Ella Raines), una giovane e determinata vedova che gestisce una stazione di servizio e un'officina. Tra i due nasce una tenera relazione.
Nel frattempo, la polizia di San Francisco, guidata dal Tenente Quincy (Charles Coburn), inizia le indagini sulla scomparsa di Walter. L'auto di Walter viene ritrovata e le prove indicano una rapina e un omicidio. I sospetti ricadono su Dale Carnegie. La polizia trova i suoi effetti personali nell'auto di Walter e inizia a cercarlo. Ironia della sorte, Dale viene ucciso in un incidente stradale e, a causa delle circostanze e delle impronte digitali nell'auto di Walter, viene identificato come il killer di Walter. La polizia, convinta della morte di Walter, archivia il caso.
La situazione si complica quando Irene viene informata della morte di Dale e, sentendosi al sicuro, decide di tornare a San Francisco e vivere la sua vita da "vedova" agiata. Tuttavia, viene scoperta da una testimone che l'aveva vista con Dale poco prima dell'incidente, e viene accusata dell'omicidio di Walter. A questo punto, Walter, venuto a conoscenza dell'accusa contro Irene e sentendosi moralmente obbligato a intervenire per evitare un errore giudiziario, decide di uscire allo scoperto e rivelare di essere ancora vivo.
Il ritorno di Walter sconvolge tutti e apre un nuovo capitolo dell'indagine. Il Tenente Quincy, un investigatore astuto e metodico, inizia a scavare più a fondo, cercando di capire cosa sia realmente successo. La tensione culmina in un drammatico processo in cui Walter deve affrontare Irene e rivelare la verità sul tentativo di omicidio, mentre la sua relazione con Marth è messa alla prova dalle nuove circostanze. Il film si conclude con la giustizia che trionfa, ma con un'amara riflessione sulle complessità delle relazioni umane e sulle conseguenze delle proprie azioni.
La regia di Arthur Lubin in "Impact" è sorprendentemente efficace nel creare un'atmosfera di noir classica, pur mantenendo un sottotono melodrammatico che aggiunge profondità alla storia.
Atmosfera Noir: Lubin utilizza sapientemente gli elementi visivi tipici del noir: luci e ombre contrastate, riprese notturne e angolazioni insolite. Le scene ambientate a San Francisco, con i suoi vicoli bui e le nebbie, creano un senso di minaccia e disillusione. L'inizio del film, in particolare, è permeato da un senso di inevitabilità, con la costruzione graduale del piano omicida che si svolge sotto una luce sinistra.
Transizione di Tono: Uno degli aspetti più interessanti della regia di Lubin è la sua capacità di gestire la transizione di tono tra la prima parte del film, più cupa e incentrata sul tentativo di omicidio e la fuga di Walter, e la seconda parte, che si svolge nell'ambiente più rurale e luminoso dell'Idaho. Questa transizione, pur mantenendo la suspense, permette al pubblico di respirare e di assistere alla "rinascita" di Walter, prima che la trama lo riporti nel vortice del noir con il suo ritorno a San Francisco.
Pacing e Suspense: Lubin mantiene un ritmo costante e ben cadenzato. La narrazione è fluida e i colpi di scena sono ben distribuiti, evitando di appesantire la trama. La suspense è costruita non solo attraverso gli eventi, ma anche attraverso la psicologia dei personaggi e le loro relazioni tese.
Direzione degli Attori: Lubin eccelle nel dirigere gli attori, estraendo da loro interpretazioni convincenti e sfumate. Le dinamiche tra Walter, Irene e Marth sono rese con grande efficacia, permettendo al pubblico di empatizzare con i dilemmi morali dei protagonisti.
Il successo di "Impact" è in gran parte dovuto alle solide performance del suo cast:
Brian Donlevy (Walter Williams): Donlevy offre un'interpretazione magistrale di Walter. Inizia come un uomo ingenuo e vulnerabile, tradito da chi ama, e poi si trasforma in un uomo forte e indipendente che trova la sua strada lontano dalla sua vecchia vita. La sua disperazione e poi la sua resilienza sono palpabili, rendendo il suo personaggio profondamente umano e relazionabile. Donlevy riesce a trasmettere la sua sofferenza e la sua ritrovata dignità in modo convincente.
Helen Walker (Irene Williams): Helen Walker è straordinaria nel ruolo di Irene, la femme fatale fredda, calcolatrice e manipolatrice. Il suo volto esprime un misto di arroganza e spietatezza. Riesce a rendere Irene un personaggio detestabile ma affascinante, un elemento chiave per la riuscita del noir. La sua performance è una delle più memorabili del film.
Ella Raines (Marth Kirk): Ella Raines porta al personaggio di Marth una combinazione di forza, dolcezza e integrità. Marth è la luce nel buio della vita di Walter, il simbolo di una possibilità di redenzione e felicità. La sua chimica con Donlevy è genuina, e il suo personaggio serve da contrasto morale con Irene, evidenziando le scelte di Walter.
Charles Coburn (Tenente Quincy): Coburn è perfetto nel ruolo del Tenente Quincy, l'investigatore anziano ma acuto. La sua performance è misurata e intelligente, e il suo personaggio agisce come la bussola morale del film, l'incarnazione della giustizia che lentamente svela la verità.
Tony Barrett (Dale Carnegie): Anche se il suo ruolo è relativamente breve, Tony Barrett è efficace nel ritrarre il personaggio spregevole di Dale, l'amante e complice di Irene.
"Impact" è un film che esplora profondamente i temi del tradimento e della vendetta, ma anche della redenzione e della ricerca di una seconda possibilità. La trasformazione di Walter da vittima a uomo che ritrova la propria dignità è al centro della narrazione. Il film mette in discussione anche la natura della giustizia: cosa succede quando il sistema giudiziario commette un errore? E qual è il ruolo della verità in un mondo di apparenze?
Il film si inserisce pienamente nel contesto del film noir post-bellico, in cui i personaggi sono spesso tormentati da eventi passati e si confrontano con un mondo cinico e amorale. Tuttavia, "Impact" si distingue per il suo finale relativamente ottimista, che suggerisce la possibilità di superare le avversità e di trovare la felicità, un aspetto che lo differenzia da molti noir più cupi e nichilisti.
In sintesi, "Ho ritrovato la vita" è un noir ben costruito, con una trama che cattura l'attenzione e un cast di attori che offrono performance solide. Nonostante non sia sempre citato tra i capolavori assoluti del genere, merita di essere riscoperto per la sua tensione narrativa, la sua efficacia registica e la sua capacità di esplorare temi universali con intelligenza e sensibilità.
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La scala a chiocciola (The Spiral Staircase) è un film del 1946 diretto da Robert Siodmak
"La scala a chiocciola" (The Spiral Staircase) è un film del 1946 diretto dal maestro del noir e dell'orrore psicologico Robert Siodmak. Considerato un classico del genere e un punto di riferimento per il thriller psicologico, il film combina elementi del gotico romantico con la tensione claustrofobica tipica del cinema noir, creando un'atmosfera di suspense e terrore che tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino all'ultimo minuto.
La storia si svolge in una lugubre e isolata villa vittoriana nel New England, alla fine del XIX secolo. La protagonista è Helen Capel (interpretata da Dorothy McGuire), una giovane e fragile donna muta a causa di un trauma infantile. Helen lavora come domestica presso la ricca e eccentrica famiglia Warren, composta dalla severa e invalida Signora Warren (Ethel Barrymore), dal suo figlio, il Professore Warren (George Brent), dal suo figliastro Steven (Gordon Oliver) e da altri membri del personale, tra cui la bonaria cuoca Blanche (Elsa Lanchester) e la capricciosa segretaria Ann (Rhonda Fleming).
L'atmosfera nella piccola comunità è già tesa a causa di una serie di efferati omicidi. Un serial killer sta terrorizzando la zona, prendendo di mira giovani donne con disabilità fisiche. Le vittime sono state una ragazza zoppa, un'altra con un occhio solo, e ora la minaccia incombe su Helen a causa della sua mutismo. La Signora Warren, consapevole del pericolo, implora il Professore di prendere provvedimenti per la sicurezza di Helen e, in un momento di premonizione, le dice che deve lasciare la casa la notte stessa.
Mentre una violenta tempesta infuria all'esterno, isolando la villa dal resto del mondo, il terrore si intensifica all'interno. Ogni membro della casa, a turno, sembra essere un potenziale sospetto. Il Professore Warren, con il suo fare distaccato e il suo interesse per la scienza e le patologie, appare enigmatico. Steven, il figliastro, è un tipo irascibile e ambiguo. Anche il Dottor Parry (Kent Smith), il medico di famiglia che è anche interessato sentimentalmente a Helen e che cerca di aiutarla, diventa oggetto di sospetto.
Man mano che la notte avanza, gli omicidi continuano all'interno della villa. Una delle domestiche viene trovata morta, strangolata e gettata nella scala a chiocciola, simbolo ricorrente e quasi ossessivo del film. Helen si trova sempre più isolata e vulnerabile, costretta a muoversi silenziosamente e a osservare gli altri, incapace di gridare aiuto o di avvertire il pericolo. La sua disabilità, che la rende una vittima designata per il killer, paradossalmente, la rende anche una testimone silenziosa ma acuta degli eventi.
Il climax del film si svolge in una sequenza di alta tensione in cui Helen si trova faccia a faccia con l'assassino, rivelando la sua identità in modo scioccante. Il finale è un confronto psicologicamente intenso che porta alla risoluzione del mistero e alla salvezza di Helen.
La regia di Robert Siodmak in "La scala a chiocciola" è un esempio magistrale di come utilizzare l'illuminazione, l'inquadratura e il montaggio per creare un'atmosfera di costante minaccia e paranoia.
Illuminazione e Ombre: Siodmak è un virtuoso dell'uso espressionista delle ombre. Gli interni della villa sono spesso immersi nel buio, interrotti da fasci di luce che creano tagli netti e disegnano geometrie inquietanti. Le ombre allungate sui volti dei personaggi, proiettate sulle pareti o che si muovono minacciosamente nella scala a chiocciola, non sono solo elementi visivi, ma veri e propri personaggi che amplificano la tensione e il senso di mistero. Questo uso drammatico della luce e dell'ombra è una delle caratteristiche distintive del film noir, e Siodmak lo impiega qui in modo eccellente per suggerire pericoli nascosti e la doppia natura dei personaggi.
Spazio e Claustrofobia: La villa, con le sue stanze labirintiche, i corridoi bui e, soprattutto, la minacciosa scala a chiocciola, diventa un personaggio a sé stante. Siodmak sfrutta al massimo gli spazi chiusi per generare un forte senso di claustrofobia e isolamento. Le inquadrature spesso enfatizzano l'oppressione degli ambienti, con soffitti bassi e pareti che sembrano stringere i personaggi. La scala a chiocciola, oltre a essere il luogo degli omicidi, è una rappresentazione visiva della discesa nel terrore e della spirale di follia che avvolge la casa. Le riprese dal basso, che enfatizzano l'altezza della scala, e le inquadrature soggettive di Helen che la percorre, aumentano il senso di vertigine e pericolo.
Soggettività e Silenzio: La disabilità di Helen, il mutismo, è un elemento narrativo e registico fondamentale. Siodmak utilizza in modo efficace il silenzio di Helen per amplificare la sua vulnerabilità e, paradossalmente, la sua capacità di osservare. Ci sono molte sequenze in cui il punto di vista è quello di Helen, e lo spettatore percepisce il mondo attraverso i suoi occhi e le sue paia di orecchie, sentendo i suoni amplificati o percependo solo i gesti non verbali. Questa scelta rafforza l'empatia con la protagonista e accresce la tensione, poiché lo spettatore condivide la sua impotenza nel comunicare il pericolo.
Ritmo e Suspense: Il ritmo del film è calibrato alla perfezione. Siodmak costruisce la suspense gradualmente, alternando momenti di calma apparente con improvvisi colpi di scena. Le scene degli omicidi sono rapide e brutali, spesso lasciate all'immaginazione dello spettatore. La gestione del tempo e dello spazio contribuisce a mantenere una costante sensazione di minaccia imminente.
Il successo di "La scala a chiocciola" è dovuto anche alle straordinarie performance del suo cast:
Dorothy McGuire (Helen Capel): La sua interpretazione di Helen è toccante e potente. Senza l'uso della voce, McGuire trasmette una vasta gamma di emozioni attraverso le espressioni del viso, gli occhi e il linguaggio del corpo. La sua vulnerabilità è palpabile, ma anche la sua resilienza e la sua determinazione a sopravvivere. È il cuore emotivo del film.
Ethel Barrymore (Signora Warren): La leggendaria Ethel Barrymore offre una performance memorabile nei panni della matriarca malata e presaga. Il suo sguardo penetrante e la sua voce autoritaria, anche se spesso flebile, comunicano un senso di saggezza e terrore. La sua scena della morte, in particolare, è un momento di grande impatto drammatico.
George Brent (Professore Warren): Brent interpreta il Professor Warren con una freddezza e una distanza che lo rendono subito sospetto. La sua apparente indifferenza e il suo intelletto lo rendono un candidato ideale per il ruolo del killer, mantenendo lo spettatore sul filo del rasoio.
Kent Smith (Dottor Parry): Smith interpreta il ruolo dell'eroe romantico, ma anche lui è abilmente posto sotto una luce ambigua, così che lo spettatore non possa fidarsi completamente di nessuno.
Elsa Lanchester (Blanche): Lanchester offre un tocco di sollievo comico e umanità, ma anche la sua presenza contribuisce all'atmosfera gotica della casa.
Rhonda Fleming (Ann): Il suo personaggio, pur essendo secondario, aggiunge un altro elemento di tensione e dinamica familiare.
"La scala a chiocciola" è più di un semplice thriller; è un film che indaga sulla psicologia della paura e sulla vulnerabilità umana. Il tema della disabilità non è usato solo come un espediente per la trama, ma come un mezzo per esplorare l'isolamento e la resilienza. Il film tocca anche il tema della natura della malvagità e della sua origine, pur non indulgendo in spiegazioni superficiali.
Dal punto di vista del contesto, il film fu realizzato nel dopoguerra, un periodo in cui il cinema americano esplorava le ansie e i traumi della guerra attraverso generi come il noir. La figura del serial killer, con le sue motivazioni psicologiche disturbate, rifletteva una crescente attenzione alla psicanalisi e ai lati oscuri della psiche umana.
In sintesi, "La scala a chiocciola" rimane un classico intramontabile per la sua regia magistrale di Robert Siodmak, che costruisce un'atmosfera claustrofobica e terrificante con un uso superbo di luce e ombra, e per le intense interpretazioni del suo cast, in particolare quella di Dorothy McGuire. È un film che continua a terrorizzare e affascinare, dimostrando il potere del cinema di esplorare le profondità della paura umana.
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Ro.Go.Pa.G. è un film del 1963 diviso in quattro episodi, Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti.
Ro.Go.Pa.G. è un film collettivo del 1963 che rappresenta un'interessante fusione di talenti registici, ognuno dei quali offre una prospettiva unica sulla società italiana e sul rapporto dell'individuo con essa. Il titolo stesso è un acronimo dei cognomi dei quattro registi che hanno contribuito al progetto: Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti. Questa struttura a episodi, comune nel cinema italiano dell'epoca, permette di esplorare tematiche diverse attraverso stili narrativi distinti, offrendo uno spaccato multiforme dell'Italia del boom economico e delle sue contraddizioni.
Trama: L'episodio di Rossellini, "Illibatezza", è una satira pungente sulla cultura popolare e sul consumismo emergente. La storia ruota attorno a Anna Maria (interpretata da Rosanna Schiaffino), una hostess di linea di Alitalia, che è ossessionata dalla sua immagine e dalla percezione che gli altri hanno di lei. La sua vita è scandita da regole ferree di perfezione estetica e comportamento impeccabile, dettate non tanto da una morale interna quanto dalla necessità di mantenere il suo status di "dea" irraggiungibile per gli uomini che la ammirano da lontano, in particolare un ammiratore giapponese (interpretato da Carlo Giuffré). Questo ammiratore le invia costantemente lettere e foto, idolatrandola come simbolo di bellezza e purezza. La trama si sviluppa attorno all'attesa e alla rivelazione dell'incontro tra i due, che si rivela ben diverso dalle fantasie alimentate dalla corrispondenza.
Analisi della Regia e Tematiche: Rossellini, maestro del neorealismo, qui si cimenta con una commedia agrodolce, ma non rinuncia alla sua vocazione per l'osservazione sociale. La sua regia è asciutta, quasi documentaristica, focalizzandosi sui dettagli della vita quotidiana e sulle nevrosi borghesi. "Illibatezza" esplora i temi della superficialità, dell'ossessione per l'immagine e della mercificazione del corpo femminile in una società che inizia a perdere i suoi valori tradizionali in favore di un edonismo patinato. Il contrasto tra la realtà e l'immagine idealizzata è un elemento chiave, evidenziando come la comunicazione moderna (le lettere, le foto) possa creare illusioni e false aspettative. L'ironia di Rossellini si manifesta nel finale, dove l'illusione si scontra con una realtà banale e disincantata, suggerendo una critica alla vacuità dei rapporti umani basati solo sull'apparenza.
Attori: Rosanna Schiaffino offre un'interpretazione convincente di una donna intrappolata nella sua stessa immagine, mentre Carlo Giuffré rappresenta l'archetipo dell'ammiratore ingenuo e sognatore.
Trama: L'episodio di Godard, "Il Nuovo Mondo", è un'opera profondamente esistenziale e distopica, ambientata a Parigi dopo un'esplosione nucleare. La narrazione è affidata alla voce fuori campo di un uomo, Jean-Marc (interpretato da Jean-Marc Bory), che racconta le sue riflessioni sulla vita, sul suo rapporto con la compagna Alexandra (interpretata da Alexandra Stewart) e sulle conseguenze dell'apocalisse. Il mondo è apparentemente intatto, ma la realtà è distorta, i colori sono strani e le persone sembrano agire in modo insolito, come se fossero sotto l'influenza di qualcosa di sconosciuto. La paranoia e il senso di alienazione pervadono l'atmosfera. Jean-Marc cerca di comprendere cosa sia successo, analizzando il comportamento della sua compagna, che appare sempre più disinteressata e meccanica.
Analisi della Regia e Tematiche: Godard, esponente di spicco della Nouvelle Vague, adotta uno stile sperimentale e frammentato, tipico del suo cinema. La sua regia è caratterizzata da dialoghi filosofici, voci fuori campo che spezzano la narrazione e un'estetica visiva che spesso predilige i colori saturi e le inquadrature insolite per creare un senso di straniamento. "Il Nuovo Mondo" è una riflessione sulla paura dell'atomica, sull'alienazione nella società moderna e sulla perdita di autenticità nei rapporti umani. La distorsione percettiva del protagonista, che non sa se ciò che vede è reale o un effetto della radiazioni, simboleggia la crisi della percezione e della conoscenza. Godard suggerisce che il "nuovo mondo" non è un luogo fisico, ma uno stato mentale, un'esistenza svuotata di significato, dove la comunicazione è compromessa e l'amore stesso diventa una forma di condizionamento. La visione pessimista del futuro e la critica alla società contemporanea sono centrali in questo segmento.
Attori: Jean-Marc Bory con la sua voce narrante e la sua presenza riflessiva incarna la disillusione del protagonista, mentre Alexandra Stewart rappresenta l'enigmatica e distante figura femminile, simbolo del cambiamento irreversibile.
Trama: L'episodio di Pasolini, "La Ricotta", è forse il più celebre e controverso del film, una feroce critica all'ipocrisia religiosa e alla mercificazione dell'arte. La storia si svolge sul set di un film sulla Passione di Cristo, diretto da un regista intellettuale (interpretato da Orson Welles). Durante le riprese, uno degli attori che interpreta un ladrone, Stracci (interpretato da Mario Cipriani), un pover'uomo affamato e disperato, muore di indigestione dopo aver mangiato un'eccessiva quantità di ricotta, l'unica cosa che riesce a procurarsi per placare la fame. La sua morte, quasi grottesca, contrasta violentemente con la rappresentazione sacra e artificiale della Passione che si sta girando.
Analisi della Regia e Tematiche: Pasolini utilizza una regia potente e stilisticamente complessa, alternando bianco e nero per le scene della vita reale sul set e un colore acceso e pittorico per le scene della Passione di Cristo, che richiamano la pittura manierista. Questa dicotomia visiva sottolinea il contrasto tra la sofferenza autentica di Stracci e la falsità della rappresentazione sacra. "La Ricotta" è un'accusa alla borghesia, alla Chiesa e all'industria cinematografica che, secondo Pasolini, mercificano il sacro e sfruttano la miseria umana. La figura di Stracci è un "Cristo" proletario, un uomo innocente che muore per la fame e per l'indifferenza del mondo, in netto contrasto con l'opulenza e la pretenziosità del mondo del cinema. L'episodio è anche una riflessione sulla sacralità del dolore, sulla perdita della spiritualità autentica e sulla difficoltà di rappresentare il sacro in un mondo secolarizzato. La celebre frase del regista a Orson Welles, "Povero Stracci... Morire per mangiare", riassume la tragica ironia della vicenda. Questo episodio suscitò grande scandalo e portò a un processo per vilipendio alla religione, con Pasolini condannato (sentenza poi annullata in appello), evidenziando la sua natura provocatoria e la sua capacità di generare dibattito.
Attori: Orson Welles offre un'interpretazione memorabile del regista intellettuale e cinico, un alter ego di Pasolini stesso, mentre Mario Cipriani è toccante nel ruolo di Stracci, simbolo della sofferenza degli ultimi.
Trama: L'episodio di Gregoretti, "Il Pollo Ruspante", è una satira acuta e divertente del consumismo rampante e della pubblicità invadente che caratterizzavano l'Italia del boom economico. La trama segue una famiglia della borghesia media, i cui membri sono ossessionati dall'acquisto di beni di consumo e influenzati da ogni forma di pubblicità, dalla televisione ai manifesti. La famiglia si reca in un supermercato, simbolo del nuovo tempio del consumo, dove viene completamente assorbita dalla logica dell'acquisto compulsivo. Il desiderio di possedere il "pollo ruspante", un prodotto pubblicizzato come l'apice della qualità, diventa il fulcro della loro esistenza, portandoli a situazioni grottesche e surreali. La narrazione è interrotta da spot pubblicitari fittizi e jingle accattivanti che sottolineano l'onnipresenza del messaggio commerciale.
Analisi della Regia e Tematiche: Gregoretti adotta uno stile ironico e quasi documentaristico, con un uso frequente della voce fuori campo che commenta sarcasticamente le azioni dei personaggi e la realtà sociale. La sua regia è dinamica, con inquadrature che enfatizzano l'abbondanza di prodotti e l'alienazione dei consumatori. "Il Pollo Ruspante" è una critica feroce alla società dei consumi, alla perdita di valori autentici in favore del materialismo e al potere manipolatorio della pubblicità. Gregoretti mette in luce come il desiderio indotto dal marketing possa portare all'assurdità e come l'identità dell'individuo venga sempre più definita da ciò che possiede piuttosto che da ciò che è. L'episodio è una premonizione delle derive consumistiche che avrebbero caratterizzato le decadi successive, mostrando una società in cui il cibo stesso, simboleggiato dal "pollo ruspante", diventa un oggetto di desiderio dettato dalle mode e non dalla necessità. La comicità amara di Gregoretti si manifesta nell'esagerazione delle situazioni e nella rappresentazione grottesca dei personaggi, intrappolati in un circolo vizioso di acquisti e insoddisfazione.
Attori: Gli attori dell'episodio, tra cui spiccano Daniele D'Anza e Laura Betti, interpretano con bravura i personaggi intrappolati nella spirale del consumismo, rendendo efficacemente il senso di assurdità della situazione.
Nel suo complesso, Ro.Go.Pa.G. si configura come un'opera complessa e sfaccettata, un vero e proprio specchio dell'Italia del 1963, un paese in rapida trasformazione. Sebbene i quattro episodi siano molto diversi per stile e tematiche, essi condividono un filo conduttore: la critica alla società contemporanea e alle sue devianze. Rossellini ironizza sulla superficialità e sull'ossessione per l'immagine, Godard esplora l'alienazione e la paranoia post-apocalittica, Pasolini denuncia l'ipocrisia religiosa e la mercificazione dell'arte, e Gregoretti sferza il consumismo sfrenato.
Il film, con la sua eterogeneità stilistica e tematica, rappresenta un esperimento cinematografico audace e riuscito. È un'opera che, a distanza di decenni, conserva intatta la sua forza critica e la sua capacità di far riflettere sulle dinamiche sociali, sui valori e sulle contraddizioni dell'essere umano. La sua importanza storica risiede anche nel fatto di aver riunito quattro figure cardine del cinema internazionale e italiano, offrendo loro la libertà di esprimere le proprie visioni in un formato che ne esaltava la specificità autoriale. Ro.Go.Pa.G. è, in definitiva, un documento prezioso di un'epoca, ma anche un'opera che trascende il suo tempo per le sue riflessioni universali sulla condizione umana.
Humane è un film del 2024 diretto da Caitlin Cronenberg
Regia: Caitlin Cronenberg Anno: 2024 Paese di produzione: Canada, Stati Uniti Genere: Thriller distopico, Satira sociale Durata: 90 minuti Data di uscita: 26 aprile 2024 (Stati Uniti, distribuzione IFC Films / Shudder)
Introduzione "Humane" segna l'atteso debutto alla regia di Caitlin Cronenberg, figlia del celebre maestro dell'horror corporeo e del cinema intellettuale, David Cronenberg. Nonostante il cognome ingombrante, Caitlin si dimostra capace di trovare una voce propria, pur rimanendo fedele a un certo tipo di sensibilità per il grottesco, il disturbing e l'analisi sociale che caratterizza la dinastia. Il film si presenta come un thriller distopico con forti tinte di satira sociale e black comedy, affrontando temi di attualità con un approccio spietato e provocatorio. "Humane" esplora il futuro prossimo, mettendo in scena un mondo sull'orlo del collasso ecologico e sociale, dove soluzioni estreme diventano la norma e la moralità viene messa a dura prova.
Trama Il film è ambientato in un futuro non troppo distante, dove la crisi ambientale ha raggiunto un punto di non ritorno. Le risorse naturali sono quasi esaurite, la sovrappopolazione ha portato a una carenza cronica di cibo e acqua, e l'ordine sociale è sull'orlo del baratro. Per far fronte a questa catastrofe imminente, i governi mondiali hanno introdotto un programma drastico e moralmente controverso: il Programma di Eutanasiamento Globale, meglio noto come "Humane". Questo programma incoraggia (e in qualche modo incentiva) le persone anziane o improduttive a "ritirarsi volontariamente" per ridurre il numero della popolazione e alleggerire il carico sulle risorse rimanenti. La promessa è quella di una fine dignitosa e indolore, con la garanzia che le famiglie dei defunti riceveranno un adeguato compenso per la loro scelta "patriottica".
La storia prende il via quando l'anziano e celebre giornalista di fama mondiale, Charles York (interpretato da Peter Gallagher), un uomo apparentemente integerrimo e rispettato, decide di annunciare ai suoi quattro figli adulti la sua intenzione di aderire al programma Humane. La sua decisione non è dettata da un vero spirito altruistico, quanto piuttosto da una cinica ricerca di prestigio e da un desiderio di lasciare un'eredità significativa, sapendo che il suo gesto pubblico verrà ampiamente celebrato. Charles e sua moglie, Dawn York (Enrico Colantoni), convocano i figli per una cena formale e rivelano la loro decisione, aspettandosi una reazione di commozione e rispetto.
Tuttavia, ciò che inizia come un annuncio solenne si trasforma rapidamente in un caos grottesco e terrificante. I quattro figli – Jared (Jay Baruchel), un uomo d'affari cinico e preoccupato solo dell'eredità; Ashley (Emily Hampshire), un'influencer ossessionata dall'immagine pubblica; Noah (Sebastian Chacon), il figlio "buono" ma tormentato; e Grace (Alanna Bale), la più giovane e idealista – reagiscono in modo inaspettato. Le dinamiche familiari tossiche, le rivalità sopite e le insicurezze personali esplodono in superficie. Nessuno dei figli è realmente d'accordo con la scelta del padre, chi per motivi etici, chi per calcolo economico, chi per pura negazione.
Durante la cena, un evento imprevisto manda all'aria il piano meticoloso di Charles. Un errore o un'improvvisa ribellione degli esecutori del programma (guidati dal disilluso e pragmatico Josh e dalla sua zelante assistente) porta a un'escalation di violenza e panico. La situazione degenera rapidamente in un incubo claustrofobico all'interno della lussuosa casa degli York. I figli, intrappolati e terrorizzati, sono costretti a confrontarsi non solo con la morte imminente del padre, ma anche con la propria sopravvivenza e con le brutali verità sulle loro relazioni. La satira si trasforma in un thriller sanguinoso, con omicidi accidentali, tentativi di occultamento di cadaveri e una generale perdita di ogni parvenza di moralità. Il film mette in evidenza come, di fronte a una situazione estrema, l'istinto di sopravvivenza e l'egoismo possano prevalere su ogni legame familiare o etico.
La Regia e lo Stile di Caitlin Cronenberg Caitlin Cronenberg, al suo debutto nel lungometraggio, dimostra di possedere una visione registica chiara e una capacità di gestire la tensione e il grottesco. Il suo stile in "Humane" è caratterizzato da:
Satira sociale acuta: Il film non si limita a presentare una distopia, ma la usa come veicolo per una feroce critica alla società contemporanea. Vengono presi di mira l'egoismo individuale, l'ipocrisia dei media, la mercificazione della vita e l'ossessione per l'immagine pubblica. Il programma "Humane" stesso è una geniale, quanto agghiacciante, metafora delle soluzioni estreme che le società potrebbero adottare di fronte a crisi irrisolvibili.
Tensione crescente e claustrofobia: La regia di Cronenberg costruisce una tensione palpabile fin dall'inizio. L'ambiente unico della casa degli York diventa una sorta di arena, dove i personaggi sono intrappolati e costretti a interagire. La tensione non è solo esterna (data dalla situazione di pericolo), ma anche interna, dovuta alle dinamiche familiari disfunzionali che esplodono in modo brutale.
Black comedy e umorismo macabro: Nonostante i temi gravi, il film è intriso di un umorismo nero e macabro. Le situazioni assurde e le reazioni esasperate dei personaggi creano momenti di comicità disturbante, che alleggeriscono la tensione solo per renderla più acuta.
Estetica pulita ma inquietante: La fotografia e la scenografia creano un ambiente pulito e ordinato che contrasta in modo efficace con la brutalità degli eventi. Questa estetica "asettica" amplifica il senso di disturbo e freddezza della situazione.
Influenze Cronenbergiane (ma con una voce propria): Sebbene sia inevitabile notare echi del cinema del padre, in particolare per la fredda osservazione della disumanizzazione e delle reazioni estreme, Caitlin Cronenberg evita l'imitazione. Non c'è il body horror esplicito tipico di David, ma c'è una "gore" più contenuta e funzionale alla narrazione, e una forte enfasi sulla psiche e sulle dinamiche relazionali tossiche. La sua opera si concentra più sull'horror psicologico e sociale che su quello fisico.
Attori e Performance Il cast di "Humane" è composto da un ensemble di attori noti per la loro versatilità, che contribuiscono a dare spessore ai personaggi, spesso volutamente antipatici o problematici.
Peter Gallagher nel ruolo di Charles York: Il patriarca. Gallagher offre una performance convincente, bilanciando l'apparente dignità del suo personaggio con una profonda vanità e cinismo. È il catalizzatore della tragedia.
Enrico Colantoni nel ruolo di Dawn York: La moglie di Charles. Colantoni, pur in un ruolo di supporto, è efficace nel mostrare la sua complice, seppur spesso passiva, partecipazione ai piani del marito.
Jay Baruchel nel ruolo di Jared York: Il figlio maggiore, un uomo d'affari ossessionato dal denaro e dall'eredità. Baruchel, spesso associato a ruoli comici, qui offre una performance più sfumata, mettendo in mostra il lato oscuro e calcolatore del suo personaggio.
Emily Hampshire nel ruolo di Ashley York: L'influencer. Hampshire, nota per "Schitt's Creek", incarna perfettamente la superficialità e l'auto-ossessione del personaggio, che cerca di gestire la tragedia come un evento da "influencer", sempre preoccupata della propria immagine.
Sebastian Chacon nel ruolo di Noah York: Il figlio più coscienzioso, ma anche il più moralmente tormentato. Chacon è bravo nel rappresentare la disperazione e la lotta interiore del personaggio mentre il caos si scatena.
Alanna Bale nel ruolo di Grace York: La più giovane, che forse detiene ancora un barlume di moralità, ma che si trova rapidamente travolta dagli eventi.
Josh Cruddas nel ruolo di Josh: L'esecutore del programma Humane. Cruddas porta sullo schermo un personaggio freddo e professionale, la cui disillusione e pragmatismo diventano un contrappunto inquietante alla follia che si scatena.
Sirena Gulamgaus nel ruolo dell'assistente di Josh.
Le performance sono tutte ben calibrate per servire la natura satirica e thriller del film, con gli attori che non temono di rendere i loro personaggi antipatici o ridicoli, esaltando l'aspetto grottesco della situazione.
Contesto e Curiosità "Humane" è un film che arriva in un momento in cui le preoccupazioni per l'ambiente e la sostenibilità sono più che mai attuali. Il suo messaggio, pur estremizzato e satirico, tocca corde sensibili relative al futuro del pianeta e alle possibili (e distopiche) soluzioni che l'umanità potrebbe contemplare.
La scelta di Caitlin Cronenberg di debuttare con un thriller distopico che esplora dinamiche familiari disfunzionali e il crollo sociale è interessante e dimostra una chiara continuità tematica con l'eredità artistica del padre, pur sviluppando una propria sensibilità. Il film è stato accolto con reazioni miste dalla critica, con alcuni che ne hanno elogiato l'audacia e l'acume satirico, altri che hanno trovato la sua violenza e il suo umorismo troppo crudi o eccessivi. Tuttavia, è indubbiamente un'opera che fa riflettere e che non lascia indifferenti, segnando l'ingresso di una nuova voce nel cinema di genere e d'autore.
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Denti da squalo è un film del 2023 diretto da Davide Gentile.
Regia: Davide Gentile Anno: 2023 Paese di produzione: Italia Genere: Drammatico, Avventura, Formazione Durata: 100 minuti Data di uscita in Italia: 18 maggio 2023 (distribuito da Warner Bros. Pictures)
Introduzione "Denti da squalo" è il lungometraggio d'esordio alla regia di Davide Gentile, un film che ha saputo conquistare il pubblico e la critica con la sua storia di formazione intensa e toccante. Ambientato in un'estate cruciale nella vita del giovane protagonista, il film mescola elementi di dramma, avventura e mistero, esplorando temi come il lutto, la resilienza, l'amicizia e la scoperta di sé. Con una forte identità visiva e una narrazione emotivamente coinvolgente, "Denti da squalo" si distingue nel panorama cinematografico italiano per la sua capacità di affrontare argomenti complessi attraverso gli occhi innocenti, ma acuti, di un bambino.
Trama La storia è ambientata in una calda estate, dopo un evento traumatico che ha sconvolto la vita del piccolo Walter, un bambino di undici anni. Orfano di padre, annegato in circostanze misteriose, Walter si ritrova solo con la madre, che vive un profondo dolore e una depressione paralizzante, incapace di elaborare il lutto e di badare a sé stessa e al figlio. La loro casa, una volta piena di vita, è ora avvolta in un silenzio opprimente e nella sporcizia, simbolo del loro crollo interiore.
Oppresso da questa realtà soffocante, Walter cerca disperatamente una via di fuga. La trova casualmente in un quartiere popolare della periferia romana, non lontano dalla sua villa abbandonata. Qui scopre un mondo inaspettato: un'enorme piscina, ormai in disuso e coperta da una fitta vegetazione, che un tempo era un vivace acquapark, il "Waterland". Questo luogo fatiscente e dimenticato diventa per Walter un rifugio, un santuario segreto dove può elaborare il suo dolore lontano dagli occhi della madre e riscoprire un barlume di avventura.
Ma il Waterland non è disabitato. Walter incontra Nico, un adolescente misterioso e solitario, che custodisce gelosamente il luogo e vive lì tra i relitti dell'ex parco acquatico. Nico, con la sua aria di pericolo e la sua diffidenza iniziale, è una figura enigmatica. Tra lui e Walter nasce un rapporto complesso, fatto di sfide, di reciproche provocazioni e di una crescente, inaspettata amicizia. Nico, infatti, sembra essere il guardiano di un segreto ancora più grande: la piscina è anche il luogo dove si aggira un grande squalo, ereditato dal vecchio proprietario dell'acquapark, un uomo dal passato torbido noto come "Il Corsaro".
Il mistero dello squalo diventa il fulcro dell'estate di Walter. È una minaccia reale o solo una leggenda metropolitana? E se fosse vero, cosa significa avere uno squalo in una piscina abbandonata? Attraverso questa ricerca, Walter non solo si confronta con le sue paure e il suo dolore, ma impara anche a conoscere Nico e "Il Corsaro", scoprendo le loro storie e i legami che li uniscono al Waterland e allo squalo stesso.
Il film è un viaggio iniziatico in cui Walter, passo dopo passo, non solo cerca risposte sulla morte del padre e sull'esistenza dello squalo, ma soprattutto impara a navigare le acque turbolente della sua adolescenza. L'amicizia con Nico e le lezioni, spesso dure, ricevute da "Il Corsaro" lo aiutano a crescere, a trovare il coraggio di affrontare la realtà e a fare pace con il suo passato. Il Waterland, con il suo squalo e i suoi personaggi bizzarri, diventa un micro-cosmo che riflette le complessità della vita e la necessità di accettare le proprie ferite per poter andare avanti.
La Regia e lo Stile di Davide Gentile Con "Denti da squalo", Davide Gentile dimostra una notevole maturità registica per un'opera prima. Il suo stile si distingue per:
Impatto visivo e atmosfera: Gentile crea un'atmosfera unica, dove la bellezza decadente del Waterland, con i suoi colori spenti e la natura che si riappropria degli spazi, diventa un personaggio a sé stante. La fotografia contribuisce a rendere gli ambienti suggestivi, quasi fiabeschi nella loro rovina, ma al tempo stesso carichi di mistero e pericolo.
Sensibilità nel racconto di formazione: Il regista dimostra una profonda comprensione del mondo dell'infanzia e dell'adolescenza. La storia è raccontata dal punto di vista di Walter, e Gentile riesce a rendere credibili e toccanti le sue emozioni, le sue paure e le sue scoperte, senza cadere nel sentimentalismo.
Gestione della suspense e del mistero: Il film è intriso di un senso di mistero che tiene lo spettatore incollato allo schermo. La questione dello squalo, così come i segreti dei personaggi adulti, vengono svelati gradualmente, mantenendo alta la tensione e alimentando la curiosità.
Direzione degli attori, in particolare dei giovani: Gentile è particolarmente bravo nel dirigere i giovani interpreti, ottenendo da loro performance autentiche e potenti. La naturalezza delle loro interazioni è uno dei punti di forza del film.
Simbolismo: Lo squalo e il Waterland sono simboli potenti. Lo squalo può rappresentare il dolore del lutto, le paure irrazionali, o anche il lato oscuro e selvaggio della natura umana. Il Waterland è un luogo di confine, tra l'infanzia e l'età adulta, tra il passato e il futuro, tra la realtà e la leggenda.
Attori e Performance Il cast di "Denti da squalo" è un mix ben bilanciato di giovani talenti e attori affermati, che contribuiscono a rendere la storia ricca e credibile.
Tiziano Menichelli interpreta il protagonista Walter. La sua performance è il cuore emotivo del film. Menichelli riesce a trasmettere la fragilità, la curiosità, il dolore e la crescente forza del suo personaggio in modo autentico e commovente, portando sulle spalle gran parte del peso narrativo.
Stefano Rosci veste i panni di Nico. La sua interpretazione cattura la complessità del suo personaggio: un adolescente ruvido e solitario, ma con un fondo di sensibilità e un passato difficile. La dinamica tra Menichelli e Rosci è credibile e costituisce il fulcro delle relazioni del film.
Claudia Pandolfi è Walter, la madre di Walter. Il suo ruolo è quello di una donna annientata dal dolore, che fatica a trovare la forza di reagire. Pandolfi offre una performance intensa e misurata, rendendo palpabile la sofferenza del suo personaggio e il peso che essa esercita sul figlio.
Edoardo Pesce interpreta "Il Corsaro", il misterioso ex proprietario dell'acquapark. Pesce porta sullo schermo un personaggio enigmatico e minaccioso, ma che nasconde anche una sua complessità e un ruolo chiave nella storia. La sua presenza è carismatica e aggiunge un tocco di noir al film.
Virginia Raffaele appare in un ruolo secondario, ma significativo, mostrando la sua versatilità anche in un contesto drammatico.
Le performance sono tutte ben calibrate e contribuiscono a creare un'atmosfera realistica e coinvolgente, rendendo i personaggi profondamente umani.
"Denti da squalo" ha segnato il debutto di Davide Gentile nel lungometraggio, dopo una carriera di successo nella regia di videoclip e spot pubblicitari. Questa esperienza precedente è evidente nella sua capacità di costruire immagini potenti e di raccontare una storia in modo viscerale.
Il film è stato girato in parte in luoghi reali della periferia romana, conferendo autenticità all'ambientazione. Il "Waterland" abbandonato non è solo uno sfondo, ma quasi un personaggio, la cui decadenza riflette lo stato d'animo dei protagonisti e la memoria di un passato glorioso ormai perduto.
"Denti da squalo" è stato accolto positivamente per la sua originalità e per la capacità di coniugare una storia di formazione con elementi quasi da favola nera, ricordando in parte atmosfere tipiche di certo cinema americano degli anni '80 ("Stand by Me", "I Goonies") ma con un'impronta decisamente italiana e autoriale. È un film che parla di resilienza e della capacità di trovare la speranza anche nei momenti più bui, attraverso la forza dei legami inaspettati e il coraggio di affrontare le proprie paure più profonde.
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Toxic è un film del 2024 diretto da Saule Bliuvaite
Regia: Saule Bliuvaite Anno: 2024 Paese di produzione: Lituania, Svezia Genere: Drammatico Durata: 85 minuti Data di uscita in Lituania: 2024 (data precisa da definire) Riconoscimenti: Presentato alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino (Berlinale) 2024, sezione Forum.
Introduzione "Toxic" è l'opera prima della regista lituana Saule Bliuvaite, un film che ha catturato l'attenzione della critica internazionale alla Berlinale 2024. Questa pellicola promette di essere un'esplorazione cruda e intima delle dinamiche familiari, in particolare del rapporto complesso tra madre e figlia. Bliuvaite, già nota per i suoi cortometraggi e il suo approccio sensibile alle relazioni umane, qui si cimenta con un lungometraggio che scava nelle ferite emotive, nei non detti e nelle dipendenze affettive che possono segnare un legame profondo come quello familiare. Il titolo stesso, "Toxic", suggerisce immediatamente la natura problematica e dannosa delle interazioni al centro della storia.
Trama Il film si concentra su un'intensa relazione tra una madre, Viktorija, e sua figlia, Gabriele. La loro vita è scandita da una routine apparentemente normale, ma sotto la superficie si cela una profonda disfunzionalità. Gabriele, una giovane donna, è costantemente sotto il controllo e l'influenza della madre. Viktorija soffre di un'ipotossicità cronica, un malessere persistente e inspiegabile che la rende fragile e bisognosa di cure costanti. Tuttavia, la sua malattia sembra essere anche un mezzo per manipolare e trattenere la figlia, alimentando una dipendenza reciproca che impedisce a entrambe di vivere pienamente le proprie vite.
La quotidianità delle due donne è fatta di piccole ma significative interazioni che rivelano il loro legame tossico: la madre che chiede a Gabriele di massaggiarle i piedi, le cene insieme, le conversazioni apparentemente innocue che nascondono strati di risentimento e sacrificio. Gabriele, pur amando la madre e sentendosi in dovere di prendersi cura di lei, è chiaramente soffocata da questa relazione. Non riesce a perseguire i suoi desideri personali, le sue amicizie o le sue ambizioni, poiché ogni sua scelta sembra condizionata dallo stato di salute e dalle esigenze emotive di Viktorija.
La tensione aumenta quando un evento esterno o una nuova persona entra nelle loro vite, minacciando di alterare il loro precario equilibrio. Questo catalizzatore spinge Gabriele a confrontarsi con la realtà della sua situazione e a desiderare una forma di liberazione. Tuttavia, la separazione non è un processo semplice, poiché il loro legame è intessuto di anni di abitudini, amore distorto e sensi di colpa. Il film esplora il difficile processo di distacco, mettendo in luce come le dinamiche tossiche possano essere radicate a tal punto da sembrare l'unica forma di amore possibile. "Toxic" analizza la psiche delle due donne, mostrando come Viktorija si aggrappi alla figlia per riempire un vuoto personale, e come Gabriele lotti tra il dovere filiale e il bisogno di autoaffermazione. La malattia della madre diventa una metafora della tossicità del loro rapporto, un male che consuma entrambi i personaggi dall'interno.
La Regia e lo Stile di Saule Bliuvaite Saule Bliuvaite, alla sua prima esperienza con un lungometraggio, dimostra una notevole maturità stilistica e una profonda sensibilità nel trattare temi complessi. La sua regia si distingue per:
Approccio intimo e psicologico: Bliuvaite predilige un'analisi approfondita delle dinamiche psicologiche dei personaggi. Il suo stile è contemplativo e si concentra sui volti, sui gesti minimi e sui silenzi, che spesso comunicano più dei dialoghi.
Minimalismo visivo: Il film si avvale di una fotografia essenziale ma ricca di significato. Le inquadrature sono spesso fisse, permettendo allo spettatore di osservare attentamente le interazioni e le espressioni dei personaggi. Questo minimalismo visivo amplifica il senso di claustrofobia e isolamento che circonda le due donne.
Uso dello spazio: Gli ambienti in cui si muovono madre e figlia, spesso interni domestici, diventano essi stessi metafore del loro rapporto. La casa, che dovrebbe essere un rifugio, si trasforma in una prigione emotiva. La regista utilizza lo spazio per sottolineare la vicinanza soffocante e la mancanza di respiro nella vita di Gabriele.
Ritmo lento e contemplativo: Il ritmo del film è calibrato per permettere allo spettatore di immergersi completamente nelle atmosfere e nelle emozioni dei personaggi. Le lunghe sequenze e i tempi morti non sono casuali, ma funzionali a creare una tensione sottile e a far emergere la complessità delle dinamiche interpersonali.
Sensibilità nel trattare temi difficili: Bliuvaite affronta il tema delle relazioni tossiche con grande delicatezza, senza giudicare i personaggi, ma piuttosto esplorandone le motivazioni profonde e le inevitabili conseguenze. Il suo sguardo è empatico, anche di fronte a comportamenti manipolatori o autodistruttivi.
Il suo stile è stato paragonato a quello di altri registi del cinema d'autore europeo, che prediligono l'indagine psicologica e le atmosfere rarefatte.
Attori e Performance Il successo di "Toxic" è fortemente legato alle intense performance delle due attrici protagoniste, che portano sullo schermo un legame complesso e sfaccettato.
Nelija Savicenko interpreta Viktorija, la madre. La sua performance è fondamentale per rappresentare la fragilità fisica e la forza manipolatoria del personaggio. Savicenko deve bilanciare la vulnerabilità dovuta alla malattia con la subdola determinazione nel mantenere il controllo sulla figlia. La sua interpretazione è sottile ma incisiva, capace di esprimere la complessità di una figura che è al contempo vittima e carnefice.
Gabija Bargailaite veste i panni di Gabriele, la figlia. La sua recitazione è cruciale per mostrare il travaglio interiore di una giovane donna divisa tra l'amore filiale, il senso di colpa e il disperato bisogno di libertà. Bargailaite trasmette la stanchezza, la rassegnazione e, a tratti, la rabbia silente di chi è intrappolato in una relazione soffocante. La sua capacità di esprimere le emozioni con il minimo gesto o espressione facciale è uno dei punti di forza del film.
La chimica tra le due attrici è palpabile e costituisce il cuore emotivo di "Toxic", rendendo credibile la dinamica simbiotica e distruttiva tra madre e figlia.
Contesto e Aspettative "Toxic" rappresenta un importante debutto nel panorama cinematografico internazionale per Saule Bliuvaite, e la sua selezione alla Berlinale 2024 nella sezione Forum testimonia l'interesse per le nuove voci e gli approcci autoriali. Il film si inserisce nel filone del cinema baltico, noto per la sua capacità di esplorare le profondità dell'animo umano con sensibilità e rigore formale.
Il tema delle relazioni tossiche è universale e risuona con molti spettatori. "Toxic" non si limita a mostrarle, ma cerca di comprenderne le radici psicologiche e le conseguenze a lungo termine. Il film promette di essere un'esperienza emotivamente intensa, che invita lo spettatore a riflettere sui propri legami affettivi e sui confini tra amore, cura e dipendenza.
Con un approccio narrativo che privilegia l'osservazione e l'introspezione, "Toxic" si preannuncia come un'opera che, pur nella sua semplicità, è in grado di lasciare un'impronta profonda, confermando Saule Bliuvaite come una regista da tenere d'occhio nel panorama cinematografico contemporaneo.
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Tale of Cinema è un film del regista sudcoreano Hong Sang-soo,
Regia: Hong Sang-soo Anno: 2005 Paese di produzione: Corea del Sud Genere: Drammatico, Meta-cinematografico Durata: 89 minuti Data di uscita in Corea del Sud: 20 maggio 2005 Riconoscimenti: Candidato alla Palma d'Oro al Festival di Cannes 2005
Introduzione "Tale of Cinema" è un'opera emblemica nella filmografia di Hong Sang-soo, un regista noto per il suo stile minimalista, i suoi dialoghi acuti e la sua esplorazione delle relazioni umane, spesso attraverso strutture narrative non convenzionali e autoriflessive. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2005, consolidando la reputazione internazionale di Hong come uno dei più originali autori del cinema contemporaneo. Come molte delle sue opere, "Tale of Cinema" si muove al confine tra realtà e finzione, tra il vissuto e la sua rappresentazione artistica, interrogando il ruolo del cinema stesso e la percezione dello spettatore.
Trama La narrazione di "Tale of Cinema" è divisa in due sezioni distinte ma interconnesse, che giocano con i concetti di diegesi e meta-diegesi, ovvero la storia all'interno di una storia.
Prima parte (Il "film nel film"): La prima sezione del film è un cortometraggio che il protagonista, Kim Tong-soo, un giovane regista fallito e disilluso, sta guardando in un cinema. Questo "film nel film" segue le vicende di un giovane studente di cinema, Kim Sang-won (interpretato da Kim Sang-kyung, un attore ricorrente nei film di Hong), che è alle prese con una profonda crisi esistenziale. Kim Sang-won ha un incontro inaspettato con una giovane donna, Choi Young-shil (interpretata da Uhm Ji-won), che sembra essere una sua vecchia conoscenza o forse una figura che gli provoca una forte attrazione e repulsione al contempo. I due trascorrono del tempo insieme, in conversazioni che oscillano tra banalità quotidiane, riflessioni sulla vita e momenti di tensione. Sang-won rivela di voler commettere suicidio, ma in un gesto estremo, cerca di coinvolgere anche Young-shil in un patto di morte. La donna reagisce in modo inaspettato, fuggendo o cercando di convincerlo a desistere. Questa parte è intrisa di un senso di malinconia e disperazione, con i personaggi che sembrano intrappolati nelle loro insicurezze e aspirazioni mancate. Lo stile è tipico di Hong: lunghe sequenze di dialogo, zoom improvvisi e un'atmosfera apparentemente ordinaria che nasconde turbolenze interiori.
Seconda parte (La "realtà"): Una volta terminato il cortometraggio, la narrazione si sposta su Kim Tong-soo (interpretato da Kim Young-ho), il regista in erba che era tra il pubblico. Sconvolto dalla visione del film, in particolare dalla sua scena finale, Tong-soo esce dal cinema. Per una straordinaria coincidenza, o forse per un'incredibile proiezione della sua stessa psiche, incontra per strada l'attrice Choi Young-shil, la stessa che ha appena visto recitare sul grande schermo.
Tong-soo, profondamente colpito dal film e dall'idea del suicidio, inizia a interagire con l'attrice. Le confessa di essere un regista e di aver trovato il suo film incredibilmente toccante, in particolare la scena del tentativo di suicidio. Affascinato e ossessionato dalla finzione, cerca di convincere Young-shil a ricreare, nella vita reale, alcune delle scene viste nel film, in particolare quella del patto suicida. L'attrice, inizialmente perplessa e forse lusingata, si lascia trascinare in una serie di incontri e situazioni che replicano, con sottili differenze, ciò che era accaduto nella finzione. Le interazioni tra Tong-soo e Young-shil esplorano i confini tra l'arte e la vita, la fascinazione per la rappresentazione e la difficoltà di distinguere la verità dalla messa in scena. Tong-soo sembra incapace di separare la realtà dalla finzione, proiettando i suoi desideri e le sue frustrazioni sulla Young-shil reale, che, dal canto suo, si ritrova in una situazione sempre più ambigua e imbarazzante.
La Regia e lo Stile di Hong Sang-soo Hong Sang-soo è uno dei registi più riconoscibili e coerenti del cinema contemporaneo, e "Tale of Cinema" ne è un esempio lampante. Il suo stile è caratterizzato da:
Struttura narrativa a specchio e ciclica: Hong spesso gioca con la ripetizione e la variazione. In "Tale of Cinema", la divisione in due parti che si riflettono l'una nell'altra è centrale. La seconda parte non è una semplice continuazione, ma una reinterpretazione o un'eco della prima, suggerendo come l'arte influenzi la vita e viceversa. Questa struttura invita lo spettatore a riflettere sulla natura della finzione e della realtà.
Messa in scena naturalistica e dialoghi realistici: I suoi film sono intrisi di una quotidianità quasi documentaristica. Le conversazioni tra i personaggi, spesso incentrate su temi come l'amore, l'alcol, le relazioni fallite e l'arte, sono lunghe, apparentemente divaganti ma cariche di sottotesti. I dialoghi sono spesso improvvisati o sembrano tali, conferendo un'autenticità grezza alle interazioni.
Uso della macchina da presa: Hong è noto per il suo uso del "zoom" repentino e senza preavviso. Questo gesto tecnico, spesso considerato "non cinematografico" o amatoriale, diventa nelle sue mani uno strumento distintivo per attirare l'attenzione su un dettaglio, un'espressione, o per creare un effetto di straniamento, quasi a voler sottolineare la natura filmica dell'esperienza.
Temi ricorrenti: I suoi film spesso esplorano le dinamiche di potere nelle relazioni, in particolare quelle tra uomini e donne, artisti e le loro muse. Il senso di insoddisfazione, la solitudine, l'auto-inganno e la ricerca di significato in una vita apparentemente banale sono motivi che ritornano costantemente. L'alcol, in particolare il soju, è un elemento quasi onnipresente che accompagna molte delle conversazioni e delle rivelazioni dei personaggi.
Meta-cinema e autoriflessività: "Tale of Cinema" è forse uno degli esempi più espliciti del meta-cinema di Hong. Il film si interroga sul processo creativo, sul ruolo del regista e dell'attore, e su come l'arte imiti la vita e la vita imiti l'arte. Questa riflessione sulla finzione e sulla sua influenza sulla percezione della realtà è il cuore del film. Hong sembra suggerire che il cinema non sia solo uno specchio della realtà, ma anche un filtro attraverso cui la percepiamo e la interpretiamo.
Attori e Performance Il cast di "Tale of Cinema" è composto da attori che hanno lavorato spesso con Hong Sang-soo, contribuendo a creare un senso di familiarità e coesione nel suo universo cinematografico.
Kim Sang-kyung (nel ruolo di Kim Sang-won nella prima parte): Un attore carismatico e ricorrente nei film di Hong. La sua performance è cruciale per stabilire il tono malinconico e disperato della prima parte, catturando la fragilità e l'angoscia del personaggio.
Uhm Ji-won (nel ruolo di Choi Young-shil, sia nel "film nel film" che nella "realtà"): L'attrice è fondamentale per il concetto di "Tale of Cinema". La sua capacità di passare da un ruolo all'altro, pur mantenendo una sorta di continuità enigmatica, è essenziale. Rappresenta il ponte tra la finzione e la realtà, e la sua reazione alle bizzarre richieste di Tong-soo definisce gran parte della seconda parte.
Kim Young-ho (nel ruolo di Kim Tong-soo nella seconda parte): Interpreta il regista frustrato e ossessionato dalla finzione. La sua performance deve bilanciare l'ingenuità con una certa dose di patetismo e auto-inganno. È attraverso i suoi occhi che il pubblico è invitato a riflettere sulla confusione tra arte e vita.
Le interazioni tra questi attori sono il fulcro del film. Le loro performance sono spesso misurate, ma capaci di esplosioni emotive, e si adattano perfettamente allo stile di Hong, che privilegia la sottrazione e il non detto.
Contesto e Curiosità "Tale of Cinema" si inserisce in una fase della carriera di Hong Sang-soo in cui il regista stava affinando ulteriormente la sua struttura narrativa frammentata e le sue esplorazioni meta-cinematografiche. Arriva dopo opere come "Woman is the Future of Man" (2004) e "Turning Gate" (2002), consolidando ulteriormente la sua fama internazionale.
Il titolo coreano, "Geukjangjeon", si può tradurre letteralmente come "storia del teatro" o "storia del cinema", un riferimento diretto al suo contenuto meta-testuale. Il film è una delle sue opere più complesse a livello strutturale, ma al tempo stesso una delle più accessibili per chi si avvicina al suo cinema, poiché esplicita in modo chiaro i suoi interessi per i confini tra arte e vita.
"Tale of Cinema" non è solo un film sulla creazione artistica, ma anche una profonda riflessione sulla condizione umana: sulla difficoltà di comunicare, sulla solitudine, sulle illusioni che ci creiamo e sulle delusioni che ne derivano. È un invito a guardare il cinema non solo come intrattenimento, ma come una lente attraverso cui esaminare le nostre esistenze e le nostre proiezioni. L'ambiguità tra ciò che è "vero" e ciò che è "messo in scena" è mantenuta fino all'ultimo, lasciando lo spettatore con domande aperte sulla natura della realtà stessa.
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L'orto americano è un film del 2024 diretto da Pupi Avati
Regia: Pupi Avati Anno: 2024 Paese di produzione: Italia Genere: Drammatico, Grottesco Durata: Circa 100 minuti (durata precisa da confermare con l'uscita in sala) Data di uscita in Italia: 24 ottobre 2024 (distribuito da Vision Distribution)
Introduzione "L'orto americano" è l'ennesima prova d'autore di Pupi Avati, un regista che, con la sua inconfondibile poetica, continua a esplorare le pieghe più recondite dell'animo umano, i misteri irrisolti e le atmosfere sospese tra il reale e l'inquietante. Annunciato come un'opera che si muove tra il dramma grottesco e il thriller psicologico, il film promette di ritrovare molte delle cifre stilistiche che hanno reso celebre il cineasta bolognese, dalla provincia emiliana come sfondo di storie complesse, all'indagine sulle paure ancestrali e sulle fragilità umane. Il titolo stesso, "L'orto americano", evoca un senso di estraneità e di mistero, richiamando forse influenze culturali diverse o situazioni fuori dall'ordinario che si insinuano nella quotidianità.
Trama La storia de "L'orto americano" è incentrata su un enigmatico e oscuro annuncio che appare su un quotidiano locale: "Cercasi complice". Questa insolita inserzione attira l'attenzione di una giovane donna che, spinta da un misto di curiosità e disperazione, decide di rispondere. Si ritrova così coinvolta in una vicenda profondamente inquietante, che la porta a confrontarsi con una realtà ben più complessa e sinistra di quanto avesse potuto immaginare.
La protagonista, il cui nome non è stato ampiamente divulgato nelle prime sinossi per mantenere un velo di mistero, intraprende un viaggio che la conduce in un luogo apparentemente remoto e isolato, un "orto americano" che non è un semplice campo coltivato, ma un luogo intriso di segreti e forse di riti incomprensibili. Qui incontra personaggi ambigui e dalla moralità incerta, figure che sembrano celare verità inconfessabili e che la coinvolgono in dinamiche che la superano.
Il cuore del film risiede nella ricerca di una soluzione o di una giustizia per una vicenda passata, un mistero che ha lasciato strascichi profondi e che forse riguarda un bambino scomparso o un evento tragico rimasto impunito. La "complicità" richiesta nell'annuncio non è quella per un crimine qualunque, ma per un atto che potrebbe portare a una rivelazione o a una vendetta, o forse a un tentativo di ricucire ferite antiche. La protagonista si trova a navigare in un ambiente dove la violenza psicologica e i non detti sono all'ordine del giorno, dove le paure più recondite affiorano e la realtà si deforma sotto il peso di verità scomode.
Il film scava nelle profondità dell'animo umano, esplorando temi come il senso di colpa, la vendetta, la ricerca di redenzione e la sottile linea che separa la normalità dalla follia. Le atmosfere create da Avati sono tipicamente avatiane: cariche di una tensione latente, intrise di una malinconia grottesca e popolate da figure ai margini, capaci di azioni estreme dettate da disperazione o da un distorto senso di giustizia. L'incontro con l'ignoto e il confronto con i propri demoni interiori diventano elementi centrali di un racconto che si preannuncia avvolgente e disturbante, in linea con le opere più mature e oscure del regista.
La Regia e lo Stile di Pupi Avati Pupi Avati è un maestro nel creare mondi cinematografici unici, intrisi di una profonda italianità, spesso ambientati nella sua Emilia-Romagna o in contesti provinciali che diventano specchio di dinamiche universali. In "L'orto americano" ritroviamo molti degli elementi che caratterizzano la sua filmografia:
Atmosfere sospese e inquietanti: Avati è un virtuoso nel costruire la tensione non attraverso jump scare, ma con un'atmosfera pervasiva di disagio, silenzi eloquenti e situazioni ambigue. Il grottesco si fonde con il drammatico, generando un senso di inquietudine sottile e persistente.
L'indagine sulla provincia: La provincia italiana è spesso un personaggio a sé stante nei film di Avati. Non è un semplice sfondo, ma un contenitore di segreti, tradizioni, superstizioni e mentalità che influenzano profondamente le vicende dei personaggi. L'isolamento geografico spesso si traduce in un isolamento emotivo e psicologico dei protagonisti.
Il tema del mistero e dell'irrisolto: Gran parte del cinema di Avati ruota attorno a misteri, spesso di natura umana o esistenziale, che rimangono parzialmente irrisolti o che lasciano un'amara sensazione di incompiuto. "L'orto americano" sembra inserirsi perfettamente in questa tradizione, con la ricerca della verità dietro l'annuncio e il destino del bambino scomparso.
Umorismo nero e grottesco: Anche nelle situazioni più drammatiche, Avati riesce a inserire una vena di umorismo nero, quasi macabro, che stempera la tensione ma al contempo la amplifica, creando un contrasto straniante. Questo approccio è tipico del suo stile e permette di affrontare temi difficili con una prospettiva unica.
Direzione degli attori: Avati è noto per la sua capacità di trarre il massimo dai suoi interpreti, spesso scegliendo volti noti ma anche scoprendo nuovi talenti, guidandoli in performance intense e sfaccettate, capaci di esprimere le complessità psicologiche dei personaggi.
Attori e Performance Il cast de "L'orto americano" è composto da un mix di attori affermati e volti emergenti, tipico delle produzioni di Avati.
Giulio Pizzirani interpreta il ruolo del protagonista maschile, una figura centrale e probabilmente ambigua nel mistero dell'annuncio. Pizzirani, già apprezzato in altre produzioni, è chiamato a dare corpo a un personaggio complesso, che potrebbe nascondere un passato travagliato o motivazioni oscure.
Chiara Caselli è un altro nome di spicco nel cast, con una lunga e apprezzata carriera. Il suo ruolo, sebbene non dettagliato nelle prime anticipazioni, sarà sicuramente un pilastro della narrazione, contribuendo a delineare le dinamiche relazionali e i segreti della vicenda.
Andrea Roncato, attore eclettico e volto noto al pubblico, spesso utilizzato da Avati per ruoli che mescolano dramma e sfumature grottesche, è presente nel cast. La sua presenza suggerisce un personaggio che potrebbe aggiungere elementi di leggerezza o di inquietante ambiguità al racconto.
Completano il cast anche Antonio Avati (fratello di Pupi e storico collaboratore alla produzione) e altri attori che contribuiscono a popolare l'universo bizzarro e misterioso de "L'orto americano".
Le interpretazioni saranno fondamentali per veicolare le atmosfere e i sottotesti voluti da Avati, con un'attenzione particolare alle espressioni e ai non detti, elementi cruciali nel suo cinema.
Contesto e Aspettative "L'orto americano" si inserisce in un periodo particolarmente prolifico per Pupi Avati, che negli ultimi anni ha continuato a proporre opere originali e personali, mantenendo intatta la sua visione autoriale. Dopo il successo di "Dante" (2022) e l'interessante "La quattordicesima domenica del tempo ordinario" (2023), questo nuovo film sembra rappresentare un ritorno alle atmosfere più cupe e misteriose che lo hanno reso celebre con pellicole come "La casa dalle finestre che ridono" o "Zeder".
Il film è prodotto da Vision Distribution e Duea Film, a conferma di una solida struttura produttiva che supporta la visione del regista. Le riprese si sono svolte in Emilia-Romagna, come è consuetudine per Avati, sfruttando le suggestioni del territorio per costruire l'ambientazione e l'atmosfera.
Le aspettative sono alte, sia per gli ammiratori del cinema di Pupi Avati, che ritroveranno gli elementi distintivi del suo stile, sia per un pubblico più ampio, curioso di immergersi in una storia ricca di suspense e di profondità psicologica. "L'orto americano" si preannuncia come un'opera capace di interrogare lo spettatore, lasciando un segno duraturo grazie alla sua narrazione enigmatica e alle sue atmosfere inconfondibili.
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La Chiamata dal Cielo un film del 2022 con la regia di Kim Ki-Duk.
Regia: Kim Ki-duk (postumo, con il contributo di Artur Veeber e altri collaboratori) Anno: 2022 Paesi di produzione: Estonia, Kirghizistan, Lettonia Genere: Drammatico Durata: 81 minuti Data di uscita in Italia: 2 aprile 2023 (distribuzione Mescalito Film)
Introduzione "La Chiamata dal Cielo" è un'opera cinematografica profondamente significativa e, per molti versi, un testamento artistico. Si tratta dell'ultimo film attribuito a Kim Ki-duk, girato nel 2019 in Kirghizistan e finalizzato dopo la sua improvvisa morte a causa di complicazioni legate al COVID-19 nel dicembre 2020. La sua presentazione fuori concorso alla 79ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2022 ha segnato un momento toccante per il cinema internazionale, chiudendo idealmente una carriera tanto acclamata quanto controversa. Il film è stato completato grazie all'impegno dei suoi collaboratori, in particolare Artur Veeber, che hanno assemblato il girato del regista coreano, rispettandone la visione e la poetica.
Trama Il film narra l'incontro intenso e distruttivo tra una giovane ragazza (interpretata da Zhanel Sergazina) e uno scrittore tormentato (Abylai Maratov). La ragazza, desiderosa di sperimentare un amore puro e totalizzante, si trova coinvolta in una relazione che presto si trasforma in un vortice di ossessione e dipendenza reciproca. Lo scrittore, con un passato segnato da relazioni complesse e burrascose, viene spinto dalla ragazza a tagliare ogni ponte con le sue precedenti esperienze, cercando un legame esclusivo e assoluto.
L'amore tra i due si evolve rapidamente in un gioco di manipolazione, gelosia e reciproca sopraffazione. I due protagonisti si isolano dal mondo esterno, rinchiudendosi in un appartamento in cui la loro passione si fa sempre più estrema e contorta. La ricerca di una simbiosi totale li porta a compiere gesti di violenza fisica e psicologica, infliggendosi dolore a vicenda in una perversa ostinazione a raggiungere un'idealizzazione corrotta dell'amore. Questo circolo vizioso coinvolge indirettamente anche le loro famiglie, mostrando le ripercussioni di un legame così tossico.
A intervalli, la narrazione è interrotta da una misteriosa "chiamata dal cielo", una voce anonima proveniente da un telefono che squilla. Questa "chiamata" funge da elemento destabilizzante e metaforico, ponendo i protagonisti di fronte alla scelta di continuare o meno il loro "sogno" malato, offrendo una potenziale via d'uscita o una riflessione sulla realtà e la fantasia. Il confine tra ciò che è reale e ciò che è frutto dell'immaginazione dei personaggi diventa sempre più labile, un tratto distintivo della poetica di Kim Ki-duk.
La Regia e lo Stile di Kim Ki-duk "La Chiamata dal Cielo" è, a tutti gli effetti, un'opera che riflette appieno la cifra stilistica e i temi ricorrenti di Kim Ki-duk, nonostante la sua natura postuma. Il regista è noto per il suo approccio crudo, spesso provocatorio, e per l'esplorazione delle dinamiche umane più estreme, in particolare quelle legate all'amore, al sesso, alla violenza e alla solitudine. Anche in questo suo ultimo lavoro, si ritrovano elementi caratteristici del suo cinema:
Esplorazione della coppia e dell'ossessione: Kim Ki-duk ha spesso analizzato le relazioni di coppia, portandole al limite della sopportazione e della distruzione. In "La Chiamata dal Cielo", l'amore si trasforma in una prigione, in cui i protagonisti si annullano a vicenda in nome di una passione distorta.
Immagini potenti e minimalismo dialogico: Il film, come molte opere di Kim, fa un uso significativo delle immagini per veicolare significati profondi. Anche se i dialoghi sono presenti, è l'espressività visiva e l'intensità delle situazioni a dominare.
Il tema del "terzo elemento": Come spesso accade nel cinema di Kim Ki-duk (si pensi a "Ferro 3 - La casa vuota"), anche qui la dinamica di coppia non è mai isolata. La "chiamata dal cielo" introduce un elemento esterno, enigmatico, che interviene a rompere l'equilibrio malato dei protagonisti, o forse a guidarli verso una nuova consapevolezza.
Bianco e nero: Il film è girato in bianco e nero, una scelta stilistica che conferisce all'opera un'atmosfera sospesa, quasi onirica, accentuando il dramma e l'intensità emotiva delle scene. Il bianco e nero contribuisce a rendere la narrazione più stilizzata e atemporale, focalizzando l'attenzione sui volti e le espressioni dei personaggi.
Location e atmosfera: Le riprese in Kirghizistan, tra paesaggi ampi e interni claustrofobici, creano un contrasto visivo che amplifica il senso di isolamento e la tensione emotiva tra i personaggi.
Nonostante sia stato completato da altri, il film mantiene una coerenza stilistica e tematica che lo lega indissolubilmente alla filmografia di Kim Ki-duk, rappresentando quasi una sintesi della sua poetica sull'amore, il desiderio e l'ossessione.
Attori e Performance Il cast principale vede protagonisti Zhanel Sergazina nel ruolo della ragazza e Abylai Maratov in quello dello scrittore. Le loro performance sono centrali nel veicolare la complessa e spesso disturbante dinamica della loro relazione.
Zhanel Sergazina interpreta la giovane donna che cerca un amore profondo ma si ritrova intrappolata in una spirale di dipendenza e violenza. La sua interpretazione deve esprimere sia la vulnerabilità iniziale che la successiva trasformazione in un personaggio capace di infliggere e subire dolore.
Abylai Maratov veste i panni dello scrittore, un uomo con un passato tormentato che trova nella relazione con la ragazza una nuova, ma altrettanto distruttiva, fonte di ossessione.
Seydulla Moldakhanov dà voce alla "Voce di Dio", l'entità misteriosa che si manifesta attraverso le chiamate telefoniche, aggiungendo un elemento surreale e quasi divino alla narrazione.
Nel cast sono presenti anche Aygerim Akkanat (nel ruolo dell'ex fidanzata) e Artykpai Suyundukov (l'uomo anziano), che contribuiscono a tessere la rete di relazioni e influenze che circonda la coppia protagonista.
Le interpretazioni sono cruciali per rendere credibile la progressione della follia e dell'amore malato, e gli attori riescono a trasmettere la carica emotiva e psicologica richiesta da una sceneggiatura così intensa.
Contesto e Curiosità Il film è stato girato nell'estate del 2019 e, a causa della prematura scomparsa di Kim Ki-duk nel dicembre 2020, è stato portato a termine dai suoi amici e collaboratori, tra cui il montatore Audrius Juzenas, Karolis Labutis e Tul Paloma Rodríguez, e il produttore estone Artur Veeber, che ha contribuito a finalizzare l'opera. Questo rende "La Chiamata dal Cielo" non solo l'ultimo film del regista, ma anche un'opera collettiva postuma che testimonia il rispetto e l'affetto dei suoi colleghi.
La sua presentazione a Venezia 2022, sebbene accolta con interesse per la sua natura di "testamento", ha anche riacceso le discussioni e le polemiche legate alle accuse di violenza sessuale e abusi mosse contro Kim Ki-duk negli anni precedenti la sua morte. L'inclusione del film al festival è avvenuta nonostante le obiezioni di parte della comunità cinematografica coreana, aggiungendo un ulteriore strato di complessità alla sua ricezione critica.
Alcuni critici hanno interpretato il film come una sorta di ultima "protesta" o "discolpa" da parte del regista, in cui la naranzia di amore, sesso e gelosia vuole dimostrare come le dinamiche di attrazione e ossessione possano sfuggire al controllo e sfociare in comportamenti estremi, mettendo in discussione i confini tra realtà e fantasia. La trama, sebbene a tratti esile e onirica, è profondamente intrisa della visione del mondo di Kim Ki-duk, in cui l'amore è spesso un'arma a doppio taglio, capace di creare tanto quanto di distruggere.
In sintesi, "La Chiamata dal Cielo" è un'opera postuma che chiude il cerchio della filmografia di Kim Ki-duk, offrendo un'ultima, intensa riflessione sui temi a lui cari, presentata con il suo stile inconfondibile, anche se filtrato dalla collaborazione dei suoi colleghi.
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Pink Floyd - The Wall è un film del 1982 , diretto da Alan Parker
"Pink Floyd – The Wall" è molto più di un semplice film musicale; è un'opera cinematografica profondamente allegorica e visivamente sbalorditiva, diretta da Alan Parker nel 1982. Basato sull'omonimo album capolavoro dei Pink Floyd del 1979, il film esplora temi complessi come l'alienazione, la guerra, la malattia mentale, il sistema educativo oppressivo e il prezzo della fama, attraverso la storia di una rockstar di nome Pink.
La trama di "The Wall" è un'esperienza onirica e frammentata, che segue il percorso psicologico di Pink (interpretato da Bob Geldof), un cantante rock in preda a una profonda crisi esistenziale e psicotica. Il film non segue una narrazione lineare, ma si dipana attraverso flashback, allucinazioni e sequenze animate, tutte connesse ai "mattoni" che Pink accumula per costruire il suo muro metaforico, isolandosi dal mondo esterno.
La storia inizia con Pink recluso nella sua stanza d'albergo, in preda a un esaurimento nervoso prima di un concerto. Da qui, la sua mente ripercorre i traumi della sua vita:
La morte del padre: Il primo "mattone" viene posto dalla perdita prematura del padre, un soldato caduto durante lo sbarco di Anzio nella Seconda Guerra Mondiale. Questo evento lo segna profondamente fin dall'infanzia, lasciandolo con un senso di abbandono e un vuoto incolmabile.
Un'educazione oppressiva: Crescendo, Pink è vittima di un sistema scolastico rigido e violento, simboleggiato da professori sadici che umiliano e reprimono la creatività degli studenti. La celebre sequenza animata di "Another Brick in the Wall, Part 2" raffigura i bambini che si trasformano in un'orda di figure identiche, marciando verso un tritatutto, a denunciare la conformità forzata.
Un'iperprotettiva madre: La figura della madre, seppur apparentemente amorevole, contribuisce a soffocare Pink, rendendolo incapace di affrontare il mondo esterno e di sviluppare relazioni sane.
Relazioni fallimentari: Da adulto, il matrimonio di Pink va in frantumi a causa della sua crescente alienazione e della sua tossicodipendenza. La moglie lo tradisce, esasperata dalla sua incapacità di comunicare e dalla sua autodistruzione.
La fama e il successo: Se da un lato la fama lo porta al successo, dall'altro lo intrappola in una spirale di solitudine e isolamento. La folla e i media diventano presenze minacciose, rendendo ancora più spessa la barriera che lo separa dalla realtà.
Man mano che questi "mattoni" si accumulano, Pink si costruisce un vero e proprio muro psicologico, dietro al quale si rifugia, sempre più distante dalla realtà e sprofondando in un delirio paranoico e nazionalista, culminante nella sequenza di "Waiting for the Worms". Alla fine, in una metafora del crollo psicotico, il muro viene abbattuto in un "processo" interiore, lasciando intravedere una possibilità di rinascita e guarigione.
The Wall - Live in Berlin è stato un concerto dal vivo di Roger Waters e numerosi artisti ospiti, tratto dall'albumin studio dei Pink Floyd The Wall , scritto in gran parte da Waters durante il suo periodo con la band. Lo spettacolo si tenne a Berlino il 21 luglio 1990, per commemorare la caduta del Muro di Berlino, avvenuta otto mesi prima. Un album dal vivo del concerto fu pubblicato nel settembre 1990. live in berlin
Alan Parker, un regista noto per la sua versatilità e per aver affrontato spesso temi sociali e complessi ("Fuga di mezzanotte", "Saranno famosi", "Mississippi Burning"), ha diretto "The Wall" con un approccio audace e non convenzionale. La sua regia si distingue per:
Stile visivo potente: Parker utilizza un linguaggio cinematografico fortemente stilizzato, con una fotografia scura e claustrofobica che riflette lo stato mentale di Pink. L'uso di primi piani intensi e movimenti di macchina elaborati contribuisce a creare un senso di oppressione e angoscia.
Integrazione dell'animazione: Una delle caratteristiche più distintive del film è l'integrazione delle sequenze animate, realizzate da Gerald Scarfe. Questi segmenti, spesso surreali e disturbanti, non sono un semplice intermezzo, ma una parte integrante della narrazione, che visualizza in modo crudo e potentissimo le paure, i traumi e le fantasie di Pink. I martelli marcianti, l'insegnante mostruoso e i fiori che si accoppiano in modo grottesco sono immagini iconiche che rimangono impresse nella memoria.
Assenza di dialoghi tradizionali: Il film è quasi privo di dialoghi convenzionali. La narrazione è affidata interamente alla musica, ai testi delle canzoni, alle immagini e ai suoni, rendendo l'esperienza cinematografica quasi una sinfonia visiva.
La musica è, ovviamente, la colonna portante di "The Wall". L'album omonimo dei Pink Floyd, pubblicato nel 1979, è una delle rock opera più celebri e vendute di tutti i tempi. Creato principalmente da Roger Waters, all'epoca il principale paroliere e autore del gruppo, l'album è un concept profondo e personale che riflette le sue esperienze e critiche alla società.
Nel film, gran parte delle canzoni dell'album sono presenti, alcune ri-registrate o con piccole modifiche per adattarsi al mezzo cinematografico. Tra i brani più iconici spiccano:
"Another Brick in the Wall, Part 2": L'inno di ribellione contro l'autorità scolastica, con il celebre coro di bambini.
"Comfortably Numb": Una delle canzoni più amate dai fan, che descrive il distacco di Pink dalla realtà sotto l'effetto dei farmaci.
"Hey You": Un grido disperato di Pink intrappolato dietro il suo muro, che tenta di ricontattare il mondo esterno.
"Mother": Il complesso rapporto di Pink con la madre iperprotettiva.
"Vera" e "Bring the Boys Back Home": Brani che evocano il trauma della guerra e la perdita del padre.
Nonostante l'album fosse principalmente un'opera di Waters, il film è stato un progetto che ha coinvolto l'intera band, con David Gilmour che ha contribuito significativamente alla musica e Nick Mason e Richard Wright che hanno avuto un ruolo nell'arrangiamento e nell'esecuzione. Waters stesso ha scritto la sceneggiatura del film, mostrando il suo forte controllo creativo sull'opera.
Il protagonista, Pink, è interpretato da Bob Geldof, il frontman dei Boomtown Rats, una band punk rock irlandese. La scelta di Geldof, all'epoca non un attore professionista, fu audace ma si rivelò un successo. La sua performance è cruda, intensa e viscerale, capace di trasmettere la sofferenza e la disperazione del personaggio senza l'ausilio di molti dialoghi. Geldof incarna perfettamente la figura del musicista autodistruttivo e alienato, rendendo credibile il suo progressivo scivolamento nella follia. Sebbene non sia un attore di formazione, la sua espressività e il suo carisma riempiono lo schermo, portando il pubblico a empatizzare con il tormento di Pink.
Il cast di supporto include attori noti come:
Christine Hargreaves nel ruolo della madre iperprotettiva.
James Laurenson nel ruolo del padre, visto solo nei flashback.
Alex McAvoy come l'insegnante tirannico.
Eleanor David nel ruolo della moglie di Pink.
Bob Hoskins e Michael Ensign nei panni del manager e del medico, che cercano di rimettere Pink in piedi prima del concerto.
"Pink Floyd – The Wall" è un'opera densa di significati, che esplora diverse tematiche profonde:
L'Alienazione e l'Isolamento: Il tema centrale è la costruzione del "muro" che Pink erige attorno a sé, un simbolo dell'isolamento psicologico causato dai traumi e dalle delusioni della vita. È una metafora dell'incapacità dell'individuo di connettersi con gli altri e con il mondo.
Critica Sociale: Il film critica aspramente il sistema educativo che reprime la creatività, la falsità del mondo dello spettacolo che divora i suoi artisti, e l'ipocrisia della società in generale.
L'Orrore della Guerra: La morte del padre di Pink in guerra è un trauma fondante che permea l'intera narrazione, evidenziando il dolore e la distruzione che i conflitti lasciano dietro di sé. Waters stesso perse il padre in guerra, e questo tema è molto personale per lui.
La Fragilità della Mente: Il film esplora il crollo psicologico di Pink, mostrando come traumi passati possano portare a forme gravi di malattia mentale e delirio.
La Ribellione e la Libertà: Nonostante la cupa atmosfera, il film offre un barlume di speranza nell'atto finale, quando il muro viene abbattuto. Questo simboleggia la possibilità di liberarsi dalle proprie prigioni mentali e di trovare una via per la rinascita, anche se il finale rimane aperto a interpretazioni.
Alla sua uscita, "Pink Floyd – The Wall" ricevette recensioni contrastanti, ma nel tempo è stato ampiamente rivalutato e riconosciuto come un cult movie e un capolavoro del cinema musicale. La sua audacia visiva, l'innovativa integrazione tra musica e animazione, e la profondità dei suoi temi lo hanno reso un'opera di riferimento. Il film fu presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 1982, suscitando dibattiti e ammirazione.
Ancora oggi, "The Wall" risuona con il pubblico per la sua capacità di esplorare il disagio esistenziale e le complesse dinamiche della mente umana. Ha influenzato innumerevoli artisti e continua a essere studiato e analizzAlla sua uscita, "Pink Floyd – The Wall" ricevette recensioni contrastanti, ma nel tempo è stato ampiamente rivalutato e riconosciuto come un cult movie e un capolavoro del cinema musicale. La sua audacia visiva, l'innovativa integrazione tra musica e animazione, e la profondità dei suoi temi lo hanno reso un'opera di riferimento. Il film fu presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 1982, suscitando dibattiti e ammirazione.
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Spazio 1999 (Space: 1999) è una serie televisiva ideata nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson / 2^ st. di Gerry Anderson con Fred Freiberger.
Spazio 1999 (titolo originale Space: 1999) è una serie televisiva britannica di fantascienza creata da Gerry e Sylvia Anderson, prodotta dalla ITC Entertainment e andata in onda per la prima volta nel 1975. Sebbene sia stata prodotta nel Regno Unito, la serie mirava a un pubblico internazionale, in particolare quello americano, e si distingueva per i suoi effetti speciali all'avanguardia per l'epoca, il design futuristico e le trame spesso complesse e filosofiche. Nonostante una produzione travagliata e alti e bassi nella qualità degli episodi, Spazio 1999 è diventato un cult e rimane nel cuore di molti appassionati di fantascienza.
La premessa di Spazio 1999 è tanto affascinante quanto catastrofica. La storia si svolge sulla Base Lunare Alpha, una stazione scientifica internazionale situata sulla faccia nascosta della Luna. Il suo scopo principale è quello di monitorare i depositi di scorie nucleari stoccati in enormi crateri lunari, risultato di decenni di smaltimento da parte della Terra.
La serie prende il via con l'episodio pilota, "Breakaway" (Fuga dalla Terra), datato 13 settembre 1999. A causa di un'improvvisa e catastrofica esplosione a catena dei depositi nucleari, dovuta a una misteriosa e inesplicabile anomalia magnetica, la Luna viene letteralmente strappata dall'orbita terrestre e proiettata nello spazio profondo. Gli oltre 300 occupanti della Base Alpha, isolati dalla Terra e impossibilitati a tornare, si ritrovano a essere naufraghi spaziali, costretti a viaggiare senza meta attraverso galassie sconosciute.
Ogni episodio della serie segue le avventure dell'equipaggio di Alpha mentre incontrano nuovi pianeti, civiltà aliene (spesso ostili o enigmatiche), fenomeni spaziali bizzarri e pericoli inimmaginabili. Il tema centrale non è la ricerca di un ritorno sulla Terra, che appare quasi subito un'impresa impossibile, ma piuttosto la sopravvivenza e l'esplorazione di un universo vasto e spesso incomprensibile. Gli Alpha, pur essendo scienziati ed esploratori, sono costretti a diventare guerrieri, diplomatici e, soprattutto, a confrontarsi con la propria solitudine e il proprio destino.
La prima stagione si concentra maggiormente su elementi di sopravvivenza, esplorazione e incontri con civiltà aliene. Le trame sono spesso autonome, con pochi elementi di continuità tra un episodio e l'altro, a parte il viaggio continuo della Luna. Le minacce variano da entità energetiche a forme di vita basate sul pensiero, da pianeti morenti a civiltà avanzate ma moralmente ambigue.
La seconda stagione, a causa di cambiamenti produttivi e di budget, subisce una significativa virata nel tono e nello stile. Si introduce un nuovo personaggio alieno, Maya, dotata di poteri di mutazione, e le trame diventano più orientate all'azione, con meno enfasi sulla filosofia e più su mostri spaziali e pericoli immediati. Questo cambiamento ha diviso il pubblico: alcuni hanno apprezzato l'introduzione di elementi più dinamici, altri hanno lamentato la perdita della profondità e dell'atmosfera unica della prima stagione.
Nonostante le variazioni, il cuore della trama rimane l'odissea della Base Lunare Alpha e dei suoi occupanti, costretti ad affrontare l'ignoto e a definire il proprio posto in un cosmo indifferente.
Spazio 1999 è stata una produzione ambiziosa e costosa per l'epoca, con un budget stimato di circa 200.000 sterline per episodio nella prima stagione (una cifra enorme per una serie TV britannica). La regia è stata affidata a diversi professionisti, sotto la supervisione generale di Gerry Anderson e con il coinvolgimento diretto di Sylvia Anderson nella definizione dei personaggi e del design.
La serie è famosa per i suoi effetti speciali pionieristici. Gerry Anderson era già noto per le sue serie Supermarionation (come Thunderbirds), ma con Spazio 1999 si passò al live-action, mantenendo però la meticolosità e l'attenzione ai dettagli nel campo degli effetti visivi. Le miniature della Base Alpha, delle navicelle "Aquila" (Eagle Transporter) e dei vari pianeti e astronavi aliene erano di altissima qualità, e le esplosioni e le sequenze spaziali erano convincenti per gli standard del tempo. Il supervisore degli effetti speciali fu Brian Johnson (che in seguito lavorò a Alien e L'Impero colpisce ancora), affiancato da Derek Meddings (coinvolto in diversi film di James Bond). Il loro lavoro contribuì in modo significativo all'estetica distintiva della serie.
Il design di produzione, curato da Keith Wilson, fu altrettanto innovativo. L'interno della Base Alpha era caratterizzato da un'estetica pulita, funzionale e modulare, con colori vivaci e un uso innovativo di luci e pannelli. L'Aquila Transporter, l'iconica navicella multiuso della Base Alpha, divenne uno dei veicoli spaziali più riconoscibili della fantascienza, apprezzato per il suo design pratico e robusto.
La produzione della prima stagione fu supervisionata da Fred Freiberger per la parte americana, nel tentativo di renderla più appetibile al mercato statunitense. Tuttavia, ci furono spesso tensioni tra la visione più cerebrale e filosofica di Gerry Anderson e le richieste di maggiore azione e accessibilità da parte dei produttori americani. Queste tensioni si acuirono nella seconda stagione, quando Freiberger assunse un ruolo più dominante e il tono della serie cambiò drasticamente. La sceneggiatura della seconda stagione fu affidata a diversi scrittori, spesso con risultati meno coerenti rispetto alla prima.
Nonostante le sfide produttive, Spazio 1999 riuscì a creare un universo credibile e visivamente impressionante, che ha influenzato generazioni di fan di fantascienza.
Il cast di Spazio 1999 era guidato da attori affermati, in particolare per il pubblico americano, scelti anche per la loro capacità di dare credibilità ai ruoli in un contesto di fantascienza.
Martin Landau interpreta il Comandante John Koenig, il leader della Base Lunare Alpha. Landau, già noto per il suo ruolo in Missione: Impossibile, porta al personaggio una serietà, una determinazione e una gravitas che lo rendono una figura autorevole e spesso tormentata dalle responsabilità. Koenig è un uomo di scienza ma anche un leader pragmatico, costretto a prendere decisioni difficili per la sopravvivenza del suo equipaggio.
Barbara Bain (moglie di Martin Landau anche nella vita reale, anch'essa proveniente da Missione: Impossibile) interpreta la Dottoressa Helena Russell, capo dell'Ufficio Medico di Alpha. Helena è la voce della ragione e dell'umanità all'interno della base, spesso in contrasto con le decisioni più fredde o aggressive di Koenig. Il suo ruolo è fondamentale per bilanciare l'aspetto scientifico e logico della serie con quello emotivo e morale.
Barry Morse interpreta il Professor Victor Bergman (solo nella prima stagione). Bergman è il saggio e anziano scienziato della Base Alpha, il mentore e confidente di Koenig. Il suo personaggio rappresenta la curiosità scientifica, la speranza e la ricerca di risposte nel caos dell'universo. La sua assenza nella seconda stagione è stata molto sentita dai fan.
Catherine Schell interpreta Maya (solo nella seconda stagione). Maya è un alieno del pianeta Psychon, l'ultima sopravvissuta della sua specie, dotata della capacità di mutare la sua forma fisica in qualsiasi creatura vivente. Introdotta per aggiungere un elemento più dinamico e "fantastico" alla serie, Maya diventa un membro prezioso dell'equipaggio grazie alla sua intelligenza e alle sue abilità uniche. Il suo personaggio ha contribuito a un cambiamento di tono nella serie, rendendola più orientata all'azione.
Altri membri ricorrenti del cast includono:
Nick Tate nel ruolo del pilota Alan Carter, il capo dei piloti Aquila.
Zienia Merton nel ruolo di Sandra Benes, operatrice delle comunicazioni.
Anton Phillips nel ruolo del Dottor Bob Mathias (prima stagione).
Tony Anholt nel ruolo di Tony Verdeschi, capo della sicurezza (seconda stagione).
Spazio 1999 è composto da due stagioni, per un totale di 48 episodi.
Prima Stagione (1975-1976): 24 episodi. Questa stagione è caratterizzata da un tono più cupo, contemplativo e scientificamente orientato. Le trame spesso esplorano concetti di cosmologia, etica e il destino dell'umanità di fronte all'ignoto. Gli incontri con gli alieni sono spesso ambigui, e la minaccia non è sempre fisica ma può essere psicologica o esistenziale. Gli effetti speciali e il design sono al loro apice, contribuendo a creare un'atmosfera unica. Esempi di episodi notevoli includono "Breakaway" (Fuga dalla Terra), "Force of Life" (Forza vitale), "War Games" (Giochi di guerra), "Another Time, Another Place" (Un'altra dimensione, un altro tempo) e "Dragon's Domain" (Il dominio del drago).
Seconda Stagione (1976-1977): 24 episodi. Come accennato, la seconda stagione ha subito significative modifiche a livello produttivo. Fred Freiberger assunse un maggiore controllo creativo, con l'intento di rendere la serie più accessibile e orientata all'azione per il pubblico americano. Ciò portò all'introduzione di Maya, a più creature mostruose, a trame più lineari e a un tono meno filosofico. Alcuni fan hanno apprezzato la maggiore dinamicità, altri l'hanno considerata un tradimento della visione originale. Nonostante il cambiamento, la seconda stagione ha comunque offerto episodi interessanti, come "The Metamorph" (Il metamorfo), "Brian the Brain" (Il cervello spaziale) e "The Dorcons" (I Dorconiani).
Origini: L'idea per Spazio 1999 nacque da un progetto precedente di Gerry Anderson chiamato UFO: 1999, che avrebbe dovuto essere una terza stagione della serie UFO, ma si evolse in qualcosa di completamente nuovo.
Musiche: La colonna sonora principale della prima stagione, composta da Barry Gray, è iconica e contribuisce in modo significativo all'atmosfera della serie. La seconda stagione vide l'introduzione di un nuovo tema musicale, composto da Derek Wadsworth, con un tono più "funky".
L'Aquila: La navicella Aquila (Eagle Transporter) è diventata un simbolo della fantascienza. È stata elogiata per il suo design funzionale e per il suo realismo (per gli standard dell'epoca). Molti modellisti e appassionati continuano a riprodurla.
Influenze e Eredità: Sebbene Spazio 1999 non abbia avuto l'impatto culturale di Star Trek, ha comunque influenzato numerosi artisti e designer di fantascienza. La sua estetica minimalista e futuristica è stata ripresa in vari contesti.
Controversie e Critiche: La serie ha ricevuto critiche per la sua mancanza di logica scientifica (ad esempio, l'accelerazione della Luna a velocità superluminali senza effetti sugli abitanti) e per le trame a volte incoerenti della seconda stagione. Tuttavia, è stata anche elogiata per l'originalità e la qualità visiva.
Merchandising: Come molte serie di successo, Spazio 1999 generò un vasto merchandising, inclusi giocattoli, fumetti, romanzi e modellini.
Tentativi di revival: Nel corso degli anni ci sono stati diversi tentativi di creare sequel o reboot della serie, ma nessuno è mai andato in porto. La nostalgia per Spazio 1999 rimane forte tra i fan.
Rappresentazione della scienza: Nonostante le libertà creative, la serie cercava di dare un'impressione di accuratezza scientifica nel design e nelle terminologie, distinguendosi da altre serie più apertamente fantastiche. Gli scenari spaziali, pur essendo spesso irrealistici, erano visivamente convincenti.
Il destino della Luna: La serie non offre una risoluzione al viaggio della Luna. Alla fine della seconda stagione, gli Alpha sono ancora alla deriva, il che lascia un senso di sospensione e il destino aperto, contribuendo al fascino e al senso di mistero della serie.
In sintesi, Spazio 1999 è una serie che ha lasciato un segno indelebile nella storia della fantascienza televisiva. Nonostante le sue imperfezioni, la sua visione audace, i suoi effetti speciali innovativi e la sua atmosfera unica la rendono un'opera degna di essere ricordata e riscoperta.
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Milano calibro 9 è un film noir italiano del 1972, scritto e diretto da Fernando Di Leo.
Regia: Fernando Di Leo Anno: 1972 Paese di produzione: Italia Genere: Poliziottesco, Noir, Thriller Durata: 100 minuti Data di uscita in Italia: 13 febbraio 1972
Introduzione "Milano calibro 9" è il primo capitolo della celebre "Trilogia del Milieu" di Fernando Di Leo, un trittico di film (seguito da "La mala ordina" e "Il Boss") che ha ridefinito il genere poliziottesco italiano, elevandolo al di sopra della semplice azione per toccare corde profonde della criminalità organizzata, della lealtà e del tradimento. Basato su tre racconti del noto giallista Giorgio Scerbanenco tratti dalla raccolta "Milano calibro 9" (1969), il film è un ritratto spietato e disincantato della Milano criminale degli anni '70, un universo in cui la violenza è una valuta e la moralità un lusso che pochi possono permettersi. Di Leo, con la sua regia asciutta e la sceneggiatura tagliente, crea un'opera che è allo stesso tempo un'istantanea sociologica e un thriller avvincente.
Trama Il film si apre con il rilascio dal carcere di Ugo Piazza (Gastone Moschin), un ex-galantuomo della mala milanese. Ugo ha scontato tre anni per un colpo andato storto: una consegna di 300.000 dollari alla mafia americana, che sono però misteriosamente spariti durante il trasporto. All'uscita dal carcere, Ugo si trova immediatamente di fronte alla spietata realtà del suo passato. Viene intercettato dagli uomini del "Marsigliese" (Philippe Leroy), il braccio destro del temibile boss italo-americano, "l'Americano" (Lionel Stander), che controlla la malavita milanese.
Il Marsigliese, un individuo sadico e paranoico, è convinto che Ugo abbia rubato il denaro e lo sottopone a una serie di brutali interrogatori e pestaggi per fargli confessare dove ha nascosto i soldi. Ugo nega con veemenza di aver preso il denaro, ma la sua innocenza non è sufficientemente convincente per i suoi aguzzini. La sua unica speranza è dimostrare la sua estraneità ai fatti o, in qualche modo, ritrovare i soldi per saldare il suo debito.
Mentre Ugo cerca di sopravvivere in questo ambiente ostile, si muove in una Milano fredda e disumanizzata, popolata da figure ambigue. Ritrova la sua ex fidanzata, la ballerina Nelly Bordon (Barbara Bouchet), che ora lavora per "l'Americano" e che lo accoglie con un misto di affetto e cinismo. Nelly è una donna forte e pragmatica, ma intrappolata in un mondo di violenza. Nel frattempo, Ugo cerca anche di riallacciare i rapporti con il suo vecchio amico Rocco (Mario Adorf), un uomo impulsivo e violento, la cui lealtà è quanto mai dubbia.
La trama si sviluppa attraverso una serie di incontri tesi e violenti, mentre Ugo si muove in un labirinto di doppi giochi e tradimenti. Il sospetto ricade su tutti: dal Marsigliese, che ha un proprio tornaconto personale, a Rocco, che potrebbe aver agito per conto suo, fino allo stesso "Americano", la cui figura è tanto potente quanto enigmatica. Il denaro, o la sua assenza, diventa il motore di un'escalation di violenza che travolge tutti i personaggi.
Il finale è uno dei più celebri e sconvolgenti del cinema italiano di genere. In un epilogo amaro e nihilista, Di Leo ribalta le aspettative dello spettatore, rivelando una verità cruda e ineluttabile sulla natura del potere e del tradimento, lasciando un senso di profonda disillusione. La giustizia, se mai esiste, è una forma perversa e implacabile di vendetta, e nessuno è al sicuro in questo gioco al massacro.
La Regia e lo Stile di Fernando Di Leo Fernando Di Leo è stato un maestro nel definire il genere poliziottesco italiano, distinguendosi per un approccio asciutto, realista e profondamente pessimista. In "Milano calibro 9", il suo stile è inconfondibile:
Realismo crudo e violenza esplicita: Di Leo non indora la pillola. La violenza è presentata in modo diretto e brutale, senza essere gratuita, ma funzionale a mostrare la spietatezza del mondo criminale. I pestaggi, le sparatorie, gli omicidi sono secchi e privi di romanticismi.
Ritmo serrato e montaggio dinamico: Il film ha un ritmo incalzante, con sequenze d'azione ben orchestrate e un montaggio che mantiene alta la tensione. Le scene di inseguimento e gli scontri a fuoco sono girati con grande efficacia.
Caratterizzazione dei personaggi: Anche i personaggi secondari sono ben definiti, con motivazioni complesse e sfumature psicologiche. Di Leo è interessato a esplorare la mentalità di questi "professionisti" del crimine, le loro regole non scritte e la loro etica distorta.
Atmosfera nichilista e disillusa: Il film dipinge un quadro senza speranza della criminalità. Non ci sono eroi positivi o redenzioni facili. Tutti sono prigionieri di un sistema che li distrugge, e la giustizia è spesso arbitraria o inesistente. Questa visione pessimista è una cifra distintiva del cinema di Di Leo.
Influenza sul cinema di genere: "Milano calibro 9" è diventato un punto di riferimento non solo per il poliziottesco, ma anche per il cinema criminale in generale, influenzando registi successivi grazie alla sua schiettezza e al suo approccio privo di compromessi.
Attori e Performance Il cast di "Milano calibro 9" è uno dei punti di forza del film, con interpretazioni memorabili che contribuiscono a creare personaggi iconici.
Gastone Moschin nel ruolo di Ugo Piazza: Moschin, attore di grande versatilità, offre una performance misurata e intensa. Il suo Ugo è un uomo stanco, ma con una dignità e una fredda determinazione che lo rendono un antieroe perfetto. La sua espressione stoica di fronte alla violenza è emblematica.
Barbara Bouchet nel ruolo di Nelly Bordon: Bouchet è magnetica e carismatica. La sua Nelly è una donna che ha imparato a sopravvivere nel mondo della malavita, una figura affascinante e al tempo stesso tragica. La sua scena di danza è iconica.
Mario Adorf nel ruolo di Rocco: Adorf è eccezionale nel dare vita a Rocco, un personaggio impulsivo, brutale e profondamente disturbato. La sua interpretazione è viscerale e indimenticabile, incarnando la violenza cieca che permea il film.
Philippe Leroy nel ruolo del Marsigliese: Leroy è sinistro e inquietante. Il suo Marsigliese è la personificazione della crudeltà e della paranoia, un antagonista memorabile.
Lionel Stander nel ruolo de "l'Americano": Stander è perfetto per il ruolo del boss invisibile ma onnipresente. La sua voce roca e la sua presenza minacciosa, anche quando è fuori scena, creano un'aura di potere e terrore.
Il lavoro del cast è corale e contribuisce a creare un ambiente realistico e minaccioso, dove ogni personaggio ha un ruolo specifico nella rete di violenza e inganni.
Contesto e Curiosità "Milano calibro 9" è emblematico del successo del poliziottesco negli anni '70 in Italia. Questo genere, spesso sottovalutato dalla critica "ufficiale" dell'epoca, era estremamente popolare e rispondeva a un bisogno di rappresentare una realtà criminale sempre più presente nelle cronache italiane. Di Leo, pur lavorando con budget contenuti, ha saputo infondere nei suoi film una profondità e uno stile che li distinguono dalla mera exploitation.
La colonna sonora del film, curata dal leggendario gruppo progressive rock Osanna (con la partecipazione di Luis Bacalov per le musiche orchestrali), è diventata un'icona a sé stante. Le sonorità ruvide e psichedeliche degli Osanna accompagnano perfettamente le atmosfere cupe e tese del film, contribuendo in maniera significativa al suo impatto culturale.
Il film ha guadagnato un vasto culto negli anni successivi alla sua uscita, venendo riscoperto e rivalutato da critici e registi internazionali, inclusi Quentin Tarantino, che ne ha spesso elogiato la capacità di creare personaggi complessi e un'atmosfera unica. "Milano calibro 9" non è solo un film di genere, ma un'opera che, attraverso la sua cruda rappresentazione della violenza e del potere, offre una lucida riflessione sulla natura umana e sulla società.
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Il giovedì è un film del 1964 diretto da Dino Risi, con Walter Chiari.
Il giovedì ci presenta Dino (Walter Chiari), un uomo che incarna l'archetipo dell'eterno Peter Pan, un "vitellone" invecchiato che, nonostante l'età adulta, rifiuta di affrontare le responsabilità della vita. Dino è un quarantenne che vive ancora di espedienti, di debiti e di un fascino sbiadito che cerca di mantenere a tutti i costi. Ha un matrimonio fallito alle spalle e un figlio, Roberto (Roberto Citran), di dieci anni, che vive con la madre e il nuovo compagno di lei. La storia del film si concentra su un'unica, intensa giornata: un giovedì appunto, il giorno in cui Dino ha il permesso di stare con Roberto.
Inizialmente, il rapporto tra padre e figlio è teso e quasi inesistente. Roberto è un bambino silenzioso, diffidente, abituato all'assenza di un padre e, probabilmente, alle sue promesse mancate. Dino, dal canto suo, cerca disperatamente di fare buona impressione, di dimostrare di essere un padre affettuoso e presente, ma le sue azioni sono spesso goffe e dettate più dal desiderio di autoaffermazione che da un genuino affetto. Tenta di coinvolgere Roberto in attività "da grandi", come il gioco d'azzardo o la frequentazione di locali notturni, esponendolo a un mondo che non gli appartiene e che il bambino fatica a comprendere. La sua superficialità e la sua immaturità emergono in ogni gesto: spende denaro che non ha per regali vistosi, racconta bugie per apparire più importante di quanto non sia, e si preoccupa più della propria immagine che del benessere del figlio.
Man mano che la giornata procede, tuttavia, qualcosa inizia a cambiare. Roberto, inizialmente passivo e quasi giudicante, comincia lentamente a lasciarsi andare. La spontaneità infantile e l'innocenza del bambino riescono a scalfire la patina di cinismo e opportunismo di Dino. Ci sono momenti di autentica tenerezza, di risate condivise, di piccole scoperte reciproche. Questi momenti non sono frutto di grandi gesti, ma di dettagli quasi impercettibili: uno sguardo, una mano tenuta, un sorriso. Dino, pur non rinunciando del tutto alle sue abitudini, si trova inaspettatamente a confrontarsi con una parte di sé che aveva a lungo ignorato: quella di un padre.
Il culmine della loro interazione si ha in un parco, dove Dino, in un momento di stanchezza e disillusione, si addormenta. Roberto, invece di scappare o di lamentarsi, veglia su di lui con una maturità sorprendente. È un momento catartico, in cui i ruoli sembrano invertirsi: il figlio diventa, per un attimo, il custode del padre. Questa scena simbolica evidenzia la profonda solitudine di Dino e la resilienza di Roberto, che, nonostante tutto, dimostra un amore incondizionato.
Il film si conclude con il ritorno di Roberto dalla madre. Dino saluta il figlio con un misto di sollievo e malinconia. Nonostante la giornata sia stata caotica e, a tratti, imbarazzante, ha lasciato un segno in entrambi. Il rapporto tra padre e figlio non è risolto del tutto, ma è stato gettato un seme. Dino, pur non avendo subito una trasformazione radicale, ha avuto un assaggio della paternità e delle sue responsabilità. Roberto, dal canto suo, ha avuto la possibilità di conoscere meglio il suo padre, al di là delle apparenze, e di farsi un'idea più completa di lui, forse meno idealizzata ma più vera.
La regia di Dino Risi in Il giovedì è un esempio magistrale di commedia all'italiana, in cui l'umorismo si fonde con una profonda malinconia e una critica sociale pungente. Risi, uno dei maestri indiscussi del genere, riesce a dipingere un ritratto impietoso ma allo stesso tempo empatico di un uomo immaturo, un "vitellone" attardato che fatica ad affrontare le sfide della vita adulta.
Risi utilizza la macchina da presa con una precisione quasi documentaristica, catturando i dettagli della Roma degli anni '60 con un realismo che rende la storia ancora più credibile. La sua abilità sta nel bilanciare le scene comiche, spesso al limite del grottesco, con momenti di autentica tenerezza e riflessione. Nonostante le buffonate di Dino, Risi non lo condanna mai apertamente, ma piuttosto lo osserva con uno sguardo che alterna il giudizio alla compassione. Questa ambivalenza è la chiave del successo del film: lo spettatore è portato a ridere delle disavventure di Dino, ma al contempo a provare per lui un senso di tristezza per la sua incapacità di crescere.
Il ritmo del film è incalzante, quasi frenetico, riflettendo il caos e la superficialità della vita di Dino. Le inquadrature sono spesso ravvicinate, per catturare le espressioni e le reazioni dei personaggi, in particolare di Roberto, il cui silenzio e i cui sguardi sono carichi di significato. Risi è abile nel creare un contrasto visivo tra la vivacità di Dino e la compostezza del figlio, sottolineando la loro distanza iniziale e il loro avvicinamento graduale.
La scelta di ambientare il film in un unico giorno è un espediente narrativo efficace che amplifica l'intensità delle interazioni tra padre e figlio. Ogni ora che passa è un'occasione per Dino di tentare di riconquistare il figlio e per Roberto di formarsi un'idea più chiara del padre. Risi evita di cadere nel melodramma, mantenendo un tono leggero ma mai superficiale. La sua regia è asciutta, essenziale, priva di eccessi, ma proprio per questo profondamente efficace nel trasmettere le emozioni e le sfumature psicologiche dei personaggi.
In Il giovedì, Risi dimostra ancora una volta la sua capacità di scavare nell'animo umano, rivelando le fragilità e le contraddizioni che si nascondono dietro la facciata della spensieratezza. Il suo sguardo, come sempre, è acuto e disincantato, ma non privo di umanità.
Il successo di Il giovedì è indissolubilmente legato alla performance di Walter Chiari nel ruolo di Dino. Chiari, all'apice della sua carriera, offre una delle sue interpretazioni più memorabili e complesse, dimostrando di essere non solo un comico eccezionale, ma anche un attore capace di veicolare una profonda malinconia e fragilità. Il suo Dino è un personaggio a tutto tondo: affascinante e patetico, divertente e commovente, irresistibile e irritante. Chiari riesce a infondere nel personaggio quella leggerezza tipica del "vitellone" che non vuole invecchiare, ma anche la disperazione di un uomo che sente il peso delle sue scelte sbagliate. La sua gestualità, la sua mimica facciale, il suo modo di parlare sono perfetti nel delineare un uomo che vive di apparenze, ma che in fondo desidera un'autentica connessione. È una performance che bilancia perfettamente la comicità con il dramma, rendendo Dino un personaggio incredibilmente umano e credibile.
Accanto a Chiari, il giovane Roberto Citran (allora noto come Roberto Ciccolini) interpreta Roberto, il figlio. La sua performance è notevole per la sua understatedness. Roberto è un bambino quasi taciturno, i cui sentimenti sono espressi più attraverso gli sguardi e i piccoli gesti che attraverso le parole. Citran riesce a trasmettere la diffidenza iniziale, la curiosità crescente e, infine, l'affetto che nasce nei confronti del padre, senza mai cadere nella caricatura del bambino "saggio" o eccessivamente precoce. La sua compostezza e la sua maturità contrastano in modo efficace con l'esuberanza di Chiari, creando una dinamica credibile e toccante tra i due. La sua presenza silenziosa è fondamentale per lo sviluppo del personaggio di Dino, che è costretto a confrontarsi con la realtà della paternità.
Il cast di supporto è composto da attori che, pur con ruoli minori, contribuiscono a definire il contesto sociale del film e a mettere in risalto il carattere di Dino. Tra questi, ricordiamo Michèle Mercier nel ruolo di Focena, l'ex moglie di Dino, e Umberto D'Orsi nel ruolo di un amico di Dino. Sebbene i loro ruoli siano limitati, contribuiscono a dipingere il quadro di una vita passata e presente che ha plasmato Dino, aggiungendo profondità alla narrazione. La chimica tra Chiari e Citran è il cuore pulsante del film, e il loro rapporto sullo schermo è così autentico da rendere Il giovedì una storia indimenticabile sulla paternità, l'incomunicabilità e la possibilità di una (lenta) redenzione.
Il giovedì non è solo una commedia brillante, ma anche un'analisi acuta della società italiana degli anni '60, in pieno boom economico. Il film cattura l'atmosfera di un'epoca in cui i valori tradizionali iniziavano a scontrarsi con l'emergente cultura del benessere e del consumismo. Dino è il perfetto rappresentante di una certa mentalità maschile italiana dell'epoca: l'uomo che si crogiola nella sua giovinezza prolungata, che evita le responsabilità e che vive di espedienti, spesso ai margini della legalità. Il suo personaggio è una critica al "maschio latino" che si rifiuta di crescere e di assumere il proprio ruolo di padre e di adulto responsabile.
Il film è anche un interessante studio sulla paternità e sull'importanza del legame tra padre e figlio. Attraverso le vicissitudini di Dino e Roberto, Risi esplora le difficoltà di costruire un rapporto significativo quando si parte da zero, o quasi. La giornata trascorsa insieme è un percorso di scoperta reciproca, in cui le aspettative e le delusioni si mescolano a momenti di inaspettata tenerezza. Il film suggerisce che, anche in situazioni difficili, l'amore e la comprensione possono trovare la loro strada.
La colonna sonora, curata da Armando Trovajoli, contribuisce in modo significativo all'atmosfera del film, alternando brani vivaci e spensierati a melodie più malinconiche, che sottolineano le diverse sfumature emotive della narrazione. Le musiche accompagnano sapientemente le avventure di Dino e Roberto, amplificando sia i momenti comici che quelli più riflessivi.
Il giovedì è stato un successo di critica e di pubblico, consolidando la reputazione di Dino Risi come uno dei più importanti registi della commedia all'italiana e confermando il talento poliedrico di Walter Chiari. Il film è diventato un classico del cinema italiano, apprezzato per la sua intelligenza, la sua ironia e la sua profonda umanità. Ancora oggi, la storia di Dino e Roberto risuona per la sua capacità di affrontare temi universali come la crescita, la responsabilità e il difficile ma gratificante cammino della paternità. È un film che, pur facendoci sorridere, ci invita anche a riflettere sulle nostre scelte e sui legami che costruiamo.
Considerando il contesto storico e sociale in cui è stato realizzato, Il giovedì si inserisce perfettamente nel filone della commedia all'italiana che, pur divertendo, non rinunciava a un'analisi sociale acuta e spesso amara. Risi, con la sua inconfondibile vena agrodolce, riesce a raccontare una storia che è allo stesso tempo divertente e commovente, lasciando allo spettatore un senso di malinconia ma anche di speranza. La sua capacità di mescolare il leggero e il profondo è ciò che rende questo film un'opera duratura e significativa nel panorama cinematografico italiano.
Holy Spider, è un film del 2022 diretto da Ali Abbasi.
"Holy Spider" è un film del 2022 diretto dal regista danese-iraniano Ali Abbasi, noto per il suo precedente lavoro "Border". Il film, co-sceneggiato da Abbasi e Afshin Kamran Bahrami, ha generato grande discussione ed è stato acclamato dalla critica, in particolare per la performance di Zar Amir-Ebrahimi, che ha vinto il premio come Miglior Attrice al 75° Festival di Cannes. Sebbene ambientato in Iran, a Mashhad, il film è stato girato in Giordania a causa della sua tematica controversa e della sua natura esplicita, non avendo ricevuto il supporto del governo iraniano.
"Holy Spider" si basa su eventi reali che hanno sconvolto l'Iran all'inizio degli anni 2000, ripercorrendo la storia di Saeed Hanaei, un serial killer che tra il 2000 e il 2001 assassinò 16 prostitute nella città santa di Mashhad. Il film si apre con una sequenza cruda e disturbante che introduce la figura di Saeed (interpretato da Mehdi Bajestani), un uomo apparentemente ordinario: padre di famiglia, operaio, veterano della guerra Iran-Iraq. Tuttavia, sotto questa facciata si cela un fanatico religioso convinto di compiere una "missione sacra": ripulire la città dalla "corruzione" e dal "peccato" rappresentato dalle prostitute.
La narrazione si sviluppa su due binari paralleli. Da un lato, seguiamo le azioni brutali e metodiche di Saeed, che adesca le sue vittime fingendosi un cliente, le porta nel suo appartamento e le strangola, spesso usando il loro stesso hijab. Il film non risparmia dettagli sulla violenza, rendendo le scene degli omicidi particolarmente difficili da guardare, ma necessarie per trasmettere l'orrore delle azioni del killer.
Dall'altro lato, la storia introduce Rahimi (interpretata da Zar Amir-Ebrahimi), una coraggiosa giornalista di Teheran che arriva a Mashhad per indagare sugli omicidi seriali. Rahimi si trova subito a confrontarsi con una realtà opprimente e profondamente misogina. Le sue indagini sono costantemente ostacolate non solo dalla reticenza delle autorità locali, che sembrano minimizzare il problema e persino mostrare una tacita approvazione per le azioni del "Ragno" (così viene soprannominato il killer dalla stampa), ma anche dalla discriminazione e dalle molestie che subisce in quanto donna e giornalista indipendente.
Rahimi, determinata a fare giustizia per le vittime, si muove in un ambiente dove il machismo e i pregiudizi religiosi sono onnipresenti. Riesce a stabilire un contatto con un reporter locale, Sharifi (interpretato da Arash Ashtiani), che le fornisce un certo supporto, ma la sua lotta è principalmente solitaria. Mentre Saeed intensifica i suoi omicidi, convinto di agire per conto di Dio e frustrato dalla mancanza di riconoscimento per la sua "missione", Rahimi si avvicina sempre di più alla verità. La sua tenacia la porta a confrontarsi direttamente con l'assassino, mettendo a rischio la propria vita pur di smascherarlo.
Il culmine del film arriva con l'arresto di Saeed, ma è ciò che segue che rivela la critica più pungente di Abbasi alla società iraniana. L'opinione pubblica si divide: molti vedono Saeed non come un criminale, ma come un eroe religioso, un martire che ha osato fare ciò che le autorità non hanno fatto. La sua famiglia stessa, pur scioccata, finisce per giustificare le sue azioni in nome della fede. Questo aspetto del film è forse il più agghiacciante, mostrando come un fanatismo radicato e una misoginia istituzionalizzata possano condurre a una perversione della giustizia e della moralità.
La regia di Ali Abbasi in "Holy Spider" è incisiva e senza compromessi. Abbasi adotta un approccio che combina elementi del thriller noir con una forte critica sociale. Il suo stile è diretto, quasi documentaristico in alcune sequenze, e non esita a mostrare la brutalità degli omicidi. Questa scelta, sebbene possa risultare disturbante, è fondamentale per sottolineare la violenza inflitta alle vittime e la fredda determinazione del killer.
Abbasi crea un'atmosfera tesa e claustrofobica, immergendo lo spettatore nelle strade pericolose e nei vicoli bui di Mashhad. La città stessa diventa un personaggio, con la sua dualità di luogo sacro e ventre oscuro, dove la prostituzione e la criminalità prosperano sotto la superficie di una religiosità ostentata. La fotografia è cupa e realistica, contribuendo a un senso di oppressione e pericolo costante.
Uno degli aspetti più notevoli della regia di Abbasi è la sua capacità di bilanciare la narrazione tra la prospettiva del killer e quella della giornalista. Questo dualismo permette al film di esplorare non solo la psicologia di Saeed, ma anche le sfide e i pericoli che Rahimi deve affrontare in una società patriarcale. Abbasi non glorifica il serial killer, ma lo presenta come un uomo comune, reso "mostro" da una combinazione di fanatismo religioso, traumi personali (è un veterano di guerra con un desiderio irrisolto di martirio) e un ambiente sociale che, se non lo incoraggia apertamente, non lo ostacola efficacemente.
Il regista ha dichiarato che il suo intento non era solo quello di realizzare un film su un serial killer, ma piuttosto un film su una "società serial killer", denunciando la misoginia radicata e l'ipocrisia morale che permettono a tali atrocità di accadere e di essere, in parte, accettate. Questa visione è evidente nel modo in cui le autorità e parte della popolazione reagiscono agli omicidi, mostrando una preoccupante indifferenza o persino un'approvazione per la "missione" di Saeed.
Il cast di "Holy Spider" offre interpretazioni intense e memorabili, in particolare quella di Zar Amir-Ebrahimi.
Zar Amir-Ebrahimi nel ruolo di Rahimi: La sua performance è stata universalmente lodata e le è valsa il premio come Miglior Attrice a Cannes. Amir-Ebrahimi incarna la forza, la vulnerabilità e la determinazione di una donna che lotta contro un sistema corrotto e misogino. La sua Rahimi è un personaggio complesso, che porta il peso delle molestie subite nel suo passato (elemento che la spinge ancora di più nella sua ricerca di giustizia) e che si confronta con l'ostilità di un ambiente che la vede come un'intrusa. La sua interpretazione trasmette un senso palpabile di frustrazione e pericolo, rendendo il suo viaggio un'esperienza emotiva per lo spettatore.
Mehdi Bajestani nel ruolo di Saeed Hanaei: Bajestani offre una performance agghiacciante e profondamente inquietante. Saeed non è rappresentato come un mostro stereotipato, ma come un uomo comune, un padre e marito, con momenti di banalità e normalità che rendono le sue azioni ancora più disturbanti. Bajestani riesce a trasmettere la sua convinzione distorta di compiere un'opera divina, la sua frustrazione quando la sua "missione" non viene riconosciuta, e la sua fredda brutalità. Il contrasto tra la sua vita familiare e i suoi crimini è un elemento chiave della sua interpretazione, che evidenzia la perversione della sua moralità.
Arash Ashtiani nel ruolo di Sharifi: Ashtiani interpreta il giornalista locale che assiste Rahimi. Il suo personaggio offre un punto di riferimento e un barlume di speranza per Rahimi, sebbene anche lui sia consapevole dei pericoli e delle limitazioni imposte dal sistema.
Forouzan Jamshidnejad nel ruolo di Fatima Hanaei: L'interpretazione della moglie di Saeed è cruciale per comprendere la dinamica familiare e la complicità (spesso inconsapevole) di un ambiente che permette a tali figure di operare.
"Holy Spider" è più di un semplice thriller serial killer; è un commento sociale potente e coraggioso sulla misoginia, l'ipocrisia religiosa e la corruzione istituzionale nella società iraniana. Il film non è una critica diretta al governo iraniano in sé, quanto piuttosto un'esplorazione di come il fanatismo e le dinamiche sociali possano creare un terreno fertile per la violenza e l'ingiustizia.
La scelta di girare il film fuori dall'Iran è stata una necessità data la natura esplicita del contenuto e la critica implicita. Questo ha permesso ad Abbasi una libertà creativa che non avrebbe avuto in patria. Il film ha suscitato forti reazioni in Iran, con condanne da parte del Ministero della Cultura e della Guida Islamica per il premio a Zar Amir-Ebrahimi, definendolo "una mossa offensiva e politicamente motivata". Questo dimostra l'impatto e la risonanza del film, che ha toccato nervi scoperti nella società iraniana.
"Holy Spider" è stato selezionato per competere per la Palma d'Oro al Festival di Cannes 2022 e ha ricevuto un'accoglienza generalmente positiva dalla critica internazionale, con recensioni che ne hanno elogiato la crudezza, la potenza e l'interpretazione del cast. È stato il candidato danese per il Miglior Film Internazionale agli Oscar del 2023, finendo nella shortlist.
In sintesi, "Holy Spider" è un film crudo, avvincente e profondamente rilevante, che usa il genere thriller per affrontare questioni complesse e scomode. È un'opera che invita alla riflessione sulla giustizia, sulla moralità e sul ruolo delle donne in società dove i diritti fondamentali sono spesso calpestati.
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I sovversivi è un film del 1967, di Paolo e Vittorio Taviani.
"I sovversivi" è un film del 1967 diretto dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, registi italiani noti per il loro cinema d'autore, spesso incentrato su tematiche sociali, politiche e storiche, con uno stile che mescola realismo, metafora e un profondo senso etico. Il film si inserisce in un periodo di grande fermento politico e culturale in Italia e nel mondo, anticipando in qualche modo il clima del Sessantotto. È un'opera che riflette sulle crisi ideologiche, le disillusioni e le speranze di una generazione, utilizzando come sfondo un evento storico preciso: i funerali di Palmiro Togliatti, storico segretario del Partito Comunista Italiano, avvenuti nell'agosto del 1964 a Roma.
Il film non ha una trama lineare e tradizionale, ma è piuttosto un affresco corale, un mosaico di storie interconnesse che convergono verso un unico evento centrale: i funerali di Palmiro Togliatti. Attraverso le vicende di quattro personaggi principali, i Taviani esplorano le diverse reazioni e le crisi esistenziali che l'evento luttuoso provoca in individui legati, a vario titolo, al mondo della sinistra e del comunismo.
Ermanno (Giulio Brogi): È un intellettuale veneziano, un cineasta marxista, che si reca a Roma per girare un documentario sui funerali. La sua figura rappresenta l'artista impegnato, che cerca di conciliare la sua vocazione estetica con l'impegno politico. Ermanno è tormentato dal dubbio e da una crescente crisi di fede nei confronti dell'ideologia. Il suo viaggio a Roma diventa anche un percorso interiore, una riflessione sul senso del suo lavoro e sulla validità delle sue convinzioni. Il suo rapporto con una donna, interpretata da Maria Grazia Marescalchi, si interseca con le sue angosce esistenziali e creative, mostrando la difficoltà di trovare un equilibrio tra vita personale e impegno ideologico. La sua ricerca di immagini significative per il documentario si scontra con la vastità e la complessità dell'evento, portandolo a interrogarsi sulla capacità del cinema di catturare la verità e sull'autenticità del proprio sguardo.
Muzio (Lucio Dalla): Un giovane studente veneziano che decide di partire per Cuba, spinto da un desiderio di azione rivoluzionaria più radicale e pura di quella che percepisce nel PCI. Muzio incarna l'ala più impaziente e idealista della gioventù, desiderosa di un cambiamento drastico e di un impegno senza compromessi. La sua partenza per Cuba, simbolo di una rivoluzione "pura" e armata, è un gesto di rottura con la politica tradizionale e con i compromessi del "partitone". La sua figura riflette l'emergere di nuove forme di attivismo e di un certo radicalismo giovanile che avrebbe caratterizzato gli anni successivi. Muzio è un personaggio quasi utopico, che cerca una via d'uscita dalla burocrazia e dalla "normalizzazione" del comunismo italiano.
Ludovico (Ferruccio De Ceresa): Un anziano dirigente del Partito Comunista, che durante i funerali di Togliatti viene colto da una grave crisi cardiaca. Costretto a letto, Ludovico è costretto a confrontarsi con la propria malattia, con la morte imminente e, per estensione, con la mortalità dell'ideale politico a cui ha dedicato la vita. La sua crisi fisica diventa metafora di una crisi ideologica più ampia. Attraverso i suoi deliri e i suoi ricordi, emergono i dubbi di una vita trascorsa nell'impegno politico, la paura del vuoto dopo la morte di una figura carismatica come Togliatti e la riflessione sul futuro del partito. La sua figura è emblematica della vecchia guardia, che si trova a fare i conti con un mondo che cambia e con un'eredità difficile da portare avanti.
Giulia (Fabiana Savagnone): La moglie di un dissidente politico, incarcerato per le sue idee. Giulia è una donna forte e determinata che, pur non essendo direttamente coinvolta nell'attivismo politico, ne subisce le conseguenze. La sua storia è un monito sulla brutalità del potere e sulle vite spezzate in nome della lotta politica. Il suo personaggio rappresenta la dimensione personale del dramma politico, la sofferenza dei familiari di chi si espone, e la capacità di resistenza umana di fronte all'ingiustizia. Anche lei, a suo modo, è una "sovversiva" nella sua silenziosa ma ostinata lotta per la giustizia e per la sopravvivenza in un ambiente ostile.
Le vite di questi personaggi si intersecano e si sfiorano sullo sfondo di una Roma invasa da una folla immensa e commossa che partecipa ai funerali di Togliatti. Il film cattura l'atmosfera di lutto, di riflessione, ma anche di speranza e di confusione che pervade i partecipanti. I Taviani non si limitano a raccontare un evento storico, ma lo usano come lente per analizzare le tensioni ideologiche, le disillusioni e le nuove spinte che stavano emergendo all'interno della sinistra italiana.
La regia di Paolo e Vittorio Taviani in "I sovversivi" è distintiva e innovativa per il cinema italiano dell'epoca, e segna un passo importante nell'evoluzione del loro stile. I fratelli Taviani non si limitano a riprendere gli eventi, ma li interpretano, utilizzano il linguaggio cinematografico per esplorare le dimensioni psicologiche e ideologiche dei loro personaggi.
Struttura Episodica e Corale: Il film è costruito su una struttura narrativa non lineare, frammentata, che alterna le vicende dei quattro protagonisti. Questo approccio permette ai registi di offrire una molteplicità di prospettive sull'evento dei funerali e sulle questioni politiche e personali che ne derivano. L'interconnessione tra le storie è spesso tematica piuttosto che strettamente narrativa, creando un affresco complesso e stratificato.
Uso del Colore e del Bianco e Nero: I Taviani utilizzano il bianco e nero per le sequenze dei funerali di Togliatti e per alcuni momenti chiave di riflessione o ricordo, mentre le vicende personali dei personaggi sono girate a colori. Questa scelta non è puramente estetica, ma ha un forte valore simbolico. Il bianco e nero evoca la dimensione storica, documentaristica, il peso della memoria e del lutto. Il colore, invece, sottolinea la contemporaneità, la dimensione soggettiva e le pulsioni vitali dei personaggi nel presente. Questa alternanza crea un contrasto significativo e arricchisce il senso del film.
Stile Visivo e Simbolismo: La regia dei Taviani è caratterizzata da inquadrature significative, spesso statiche, che si soffermano sui volti dei personaggi per catturare le loro emozioni e i loro pensieri. Utilizzano spesso metafore visive per esprimere concetti complessi. Ad esempio, la malattia di Ludovico non è solo fisica, ma rappresenta la crisi del vecchio Partito Comunista, mentre il desiderio di fuga di Muzio verso Cuba simboleggia la ricerca di una rivoluzione più radicale e pura. L'uso di riprese quasi documentaristiche si fonde con momenti di lirismo e di astrazione, creando un linguaggio visivo unico.
Riflessione sul Cinema: La storia di Ermanno, il cineasta, permette ai Taviani di inserire una meta-riflessione sul ruolo del cinema e dell'artista nell'interpretare la realtà politica. Attraverso il suo personaggio, i registi si interrogano sulla capacità del mezzo cinematografico di catturare la verità storica e sulla responsabilità dell'intellettuale nell'impegno politico.
Suono e Musica: L'uso del suono è significativo, con il rumore della folla che accompagna costantemente i personaggi a Roma, sottolineando la dimensione collettiva dell'evento. La colonna sonora, che include anche brani musicali, contribuisce a creare un'atmosfera emotiva e a scandire i ritmi narrativi. In particolare, è da notare l'apporto di Lucio Dalla, che oltre a recitare, contribuì anche alla parte musicale, sebbene la colonna sonora ufficiale sia di Giovanni Fusco.
Nel complesso, la regia dei Taviani in "I sovversivi" è matura e complessa, capace di fondere impegno politico, introspezione psicologica e sperimentazione formale. Il loro sguardo è critico ma empatico, mai giudicante, verso personaggi che incarnano le speranze e le delusioni di un'epoca.
Il cast di "I sovversivi" è composto da attori che, seppur non tutti nomi di primissimo piano all'epoca, offrono interpretazioni intense e credibili, contribuendo alla forza del film. Spicca la presenza di Lucio Dalla, all'epoca un giovane cantautore emergente, che qui fa la sua prima e significativa esperienza cinematografica come attore.
Giulio Brogi nel ruolo di Ermanno: Brogi, attore dal volto intenso e pensoso, incarna perfettamente l'intellettuale tormentato, diviso tra la fede nell'ideale e il dubbio esistenziale. La sua interpretazione è sottile e introspettiva, capace di comunicare le sue angosce con gesti e sguardi, rendendo credibile il percorso di auto-riflessione del personaggio.
Lucio Dalla nel ruolo di Muzio: La scelta di Dalla fu una scommessa dei Taviani, che videro in lui la capacità di rappresentare la gioventù inquieta e ribelle. La sua performance è spontanea e carismatica, conferendo a Muzio un'aura di autenticità e una spinta vitale che ben si adatta al suo personaggio. La sua presenza scenica è notevole, e il suo modo di esprimere la ribellione e l'idealismo è genuino. La sua figura è diventata iconica in questo film.
Ferruccio De Ceresa nel ruolo di Ludovico: De Ceresa offre una prova attoriale di grande spessore nel ruolo dell'anziano dirigente comunista. La sua interpretazione trasmette il peso della malattia e della crisi ideologica, i rimpianti e le paure di un uomo che vede crollare le proprie certezze. Il suo volto sofferente e le sue espressioni sono fondamentali per veicolare il dramma interiore del personaggio.
Fabiana Savagnone nel ruolo di Giulia: Savagnone interpreta la moglie del dissidente con dignità e forza. La sua presenza silenziosa ma determinata comunica la resilienza e la sofferenza di chi vive le conseguenze delle scelte politiche altrui. La sua interpretazione è misurata ma incisiva.
Maria Grazia Marescalchi nel ruolo della donna che accompagna Ermanno: La sua performance è funzionale a delineare il lato più umano e vulnerabile di Ermanno, rappresentando il suo bisogno di affetto e comprensione in un momento di crisi.
Il lavoro degli attori, sotto la guida attenta dei Taviani, contribuisce a creare personaggi a tutto tondo, lontani da stereotipi, che permettono allo spettatore di immedesimarsi nelle loro vicende e nelle loro riflessioni.
"I sovversivi" è un film che, pur essendo profondamente radicato nel contesto italiano degli anni '60, mantiene una sua universalità nella riflessione sui temi dell'impegno politico, della crisi delle ideologie e della ricerca di senso.
Contesto Storico e Politico: Il film è un'importante testimonianza del clima pre-Sessantotto in Italia. La morte di Togliatti segnò la fine di un'era per il PCI e per la sinistra italiana, aprendo nuove discussioni sul futuro del partito e sulla validità del suo modello. Il film cattura le ansie e le speranze di quel momento, le tensioni tra le diverse anime della sinistra (quella più riformista del PCI e quella più radicale e rivoluzionaria).
Critica e Accoglienza: Il film fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1967, suscitando un notevole dibattito. Fu apprezzato dalla critica per la sua audacia stilistica e per la profondità dell'analisi politica e umana. Pur non essendo un successo di pubblico travolgente, divenne un punto di riferimento per il cinema d'autore italiano e per la riflessione sull'impegno politico nel cinema. Il suo impatto fu significativo per la capacità di anticipare temi e stati d'animo che sarebbero esplosi negli anni successivi.
Stile Tavianiano in Evoluzione: "I sovversivi" segna un momento chiave nell'evoluzione dello stile dei Taviani. Qui i registi affinano il loro approccio al "film-saggio", mescolando il racconto individuale con la riflessione collettiva, e sperimentando con la struttura narrativa e l'uso del colore. Questo film può essere visto come un ponte tra le loro opere precedenti, più direttamente ispirate al neorealismo, e i capolavori successivi che avrebbero consolidato la loro fama internazionale, come "Padre Padrone" o "La notte di San Lorenzo".
Eredità: Il film continua a essere studiato e discusso come un'opera significativa per comprendere la storia culturale e politica italiana. La sua analisi delle crisi ideologiche e della ricerca individuale di significato risuona ancora oggi, rendendolo un'opera di grande attualità.
In conclusione, "I sovversivi" è un film complesso e stratificato, un'opera d'arte che va oltre la semplice cronaca di un evento storico. È una profonda meditazione sulle disillusioni e sulle speranze di una generazione, un ritratto intimo di personaggi che si confrontano con il peso della storia e con la necessità di ridefinire il proprio posto nel mondo. I Paolo e Vittorio Taviani, con la loro sensibilità e il loro acume intellettuale, hanno realizzato un'opera che rimane un punto fermo nel cinema politico e d'autore italiano.
prime
Moon (Mond), è un film del 2024 diretto da Kurdwin Ayub.
"Moon" (titolo originale "Mond") è un film drammatico e thriller austriaco del 2024, diretto da Kurdwin Ayub. Questa pellicola, acclamata e premiata in vari festival internazionali, tra cui il Festival del Film di Locarno, si distingue per la sua narrazione provocatoria e l'esplorazione di tematiche complesse legate alla libertà, all'identità e alle dinamiche familiari, il tutto ambientato in un contesto di apparente ricchezza e lusso che cela profonde restrizioni.
Il film si addentra nel regno soffocante degli ultra-ricchi, un ambiente dove la libertà, nonostante le apparenze, sembra un miraggio lontano. Al centro della narrazione vi è una protagonista femminile, la cui storia è un'esplorazione avvincente e talvolta imprevedibile di pericoli e minacce. "Moon" si concentra sulle "gabbie", sia fisiche che metaforiche, che le persone desiderano lasciare o, paradossalmente, a cui vorrebbero tornare. Il tema sottostante della sceneggiatura di Ayub sono appunto queste gabbie, con un'attenzione particolare alle donne "ingabbiate", mentalmente e fisicamente.
La trama è un "dramma psicologico" che esplora le complessità interiori di una combattente in crisi, Sarah. La sua forza fisica, un tempo la sua risorsa più grande, non è più sufficiente per affrontare le sue battaglie interiori. Il film mette in luce come la vera lotta sia quella contro se stessi e contro una realtà che non offre risposte soddisfacenti. Kurdwin Ayub contrasta la figura di Sarah, che si è "ritirata" dalla lotta, con quella delle sorelle Al Farahadi, che vivono in una prigione emotiva ed esistenziale. Le sorelle sono le vere combattenti del film, con i loro tormenti interiori, i desideri di fuga e il senso di prigionia che costituiscono il cuore pulsante della storia. La stagnazione emotiva di Sarah, che attraversa l'intero film e raggiunge il culmine nel finale, diventa il motore della narrazione, evocando un senso di impotenza attraverso l'assenza di risposte facili.
Il film è stato descritto come un "thriller politico avvincente" che offre un'esplorazione potente e sfumata della sorellanza e dell'autodeterminazione. Sebbene occasionalmente ceda a qualche cliché, la sua narrazione tesa e le tematiche politicamente cariche lo rendono un'opera significativa.
Kurdwin Ayub, regista austriaca di origine irachena, è nota per il suo stile audace e provocatorio, evidente anche nei suoi lavori precedenti come "Sonne" (2022). Con "Moon", Ayub continua a mettere in scena lungometraggi vivi e pulsanti, affrontando storie femminili complesse e stratificate che si rivelano molto più crudeli e attuali di quanto possano inizialmente sembrare. Il suo approccio registico è caratterizzato da una fiducia e una sicurezza che le permettono di addentrarsi in territori narrativi rischiosi.
La regista stessa ha dichiarato il suo intento di voler mostrare una "artista marziale donna, una combattente che non è veramente una combattente se guardi più da vicino," sottolineando come la protagonista non sia la tipica eroina d'azione, ma una donna che affronta una battaglia ben più complessa e interiorizzata. Ayub è riuscita a creare una narrazione che, sebbene per alcuni critici possa apparire "poco cotta" rispetto al suo lavoro precedente, mantiene un forte interesse grazie alla sua tensione crescente e a una trama più lineare e vicina al genere thriller, rendendola accessibile a un pubblico più ampio.
Il cast di "Moon" è composto da talenti che contribuiscono a dare profondità ai personaggi e alla narrazione:
Florentina Holzinger: Interpreta il ruolo principale di Sarah e la sua performance è stata ampiamente elogiata, definita come una "sorprendente interpretazione" o un "knockout turn" per la sua capacità di calarsi in un personaggio così complesso e sfaccettato.
Andria Tayeh
Celina Antwan
Nagham Abu Baker
Omar AlMajali
Il film mette in risalto le dinamiche e le interazioni tra questi personaggi, in particolare la relazione tra Sarah e le sorelle Al Farahadi, le cui vicende sono centrali per la comprensione delle tematiche di prigionia e resilienza.
Titolo Originale: Mond
Titolo Internazionale: Moon
Paese: Austria
Anno: 2024
Durata: 92/93 minuti
Genere: Drammatico, Thriller
Sceneggiatura: Kurdwin Ayub
Produzione: Ulrich Seidl Filmproduktion (Produttore: Ulrich Seidl)
Fotografia: Klemens Hufnagl
Musica: Anthea Schranz
Montaggio: Roland Stöttinger
Distribuzione: Ulrich Seidl Filmproduktion, Stadtkino Filmverleih, Grandfilm
"Moon" ha ricevuto un notevole apprezzamento nel circuito dei festival cinematografici:
Locarno International Film Festival: Il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria, a testimonianza della sua forza e originalità.
São Paulo International Film Festival
Buenos Aires International Festival of Independent Cinema
European Film Awards
Riviera International Film Festival
Le recensioni della critica sono state variegate ma generalmente positive, evidenziando il coraggio di Ayub nel toccare argomenti sensibili. Alcuni critici hanno notato come il film, pur essendo avvincente, possa talvolta peccare di sfumature culturali in confronto al precedente lavoro della regista, "Sonne", e hanno sollevato interrogativi sulla rappresentazione del mondo arabo, interpretata da alcuni come potenzialmente problematica. Tuttavia, la maggior parte concorda sulla sua capacità di creare tensione e di esplorare in modo potente i temi del confinamento, dello spostamento e dell'auto-realizzazione.
MUBI
Maria,è un film del 2024 diretto da Pablo Larraín
Maria: Un Ritrato Intimo della Divina Callas, firmato Pablo Larraín
Il cinema contemporaneo è sempre più attratto dalle figure iconiche che hanno plasmato la cultura e l'arte del XX secolo, e la lirica, in particolare, offre un terreno fertile per narrazioni intense e complesse. In questo contesto si inserisce "Maria", il nuovo attesissimo film di Pablo Larraín, che vede l'attrice Premio Oscar Angelina Jolie nel ruolo della leggendaria soprano Maria Callas. Previsto per il 2024, questo biopic promette di non essere una semplice cronistoria della vita della "Divina", ma un'esplorazione profonda e intimista degli ultimi anni della sua esistenza, segnati da solitudine, rimpianti e una gloria passata.
La Regia di Pablo Larraín: Un Approccio Unico al Biopic
Pablo Larraín, regista cileno acclamato dalla critica internazionale per il suo stile audace e spesso non convenzionale, è la scelta ideale per portare sul grande schermo la complessità di Maria Callas. Larraín ha già dimostrato la sua maestria nel reinventare il genere biopic con film come "Jackie" (con Natalie Portman nei panni di Jacqueline Kennedy) e "Spencer" (con Kristen Stewart in quelli della Principessa Diana). In queste opere, Larraín non si è limitato a ripercorrere gli eventi storici, ma ha scavato nella psiche dei suoi personaggi, esplorando il loro tormento interiore, la loro solitudine e le pressioni a cui erano sottoposti. I suoi film sono spesso caratterizzati da:
Un'estetica visiva distintiva: L'uso sapiente della fotografia, spesso cupa ma ricca di sfumature, contribuisce a creare atmosfere evocative che riflettono lo stato d'animo dei personaggi.
Narrazione non lineare: Larraín non segue la cronologia tradizionale, preferendo frammentare la narrazione per concentrarsi su momenti cruciali, flashback o stati d'animo specifici, permettendo al pubblico di assemblare il puzzle emotivo.
Analisi psicologica profonda: Il regista è interessato a esplorare le fragilità, le paure e le contraddizioni che si celano dietro la facciata pubblica dei suoi protagonisti.
Un'attenzione ai dettagli e ai simbolismi: Ogni elemento scenico, ogni scelta cromatica, ogni inquadratura è pensata per aggiungere strati di significato alla narrazione.
Con "Maria", Larraín applica la stessa lente introspettiva. Il film non coprirà l'intera vita della Callas, dalla sua infanzia difficile alla scalata al successo, ma si concentrerà sugli ultimi anni di vita della diva, trascorsi in solitudine a Parigi negli anni '70. Questo periodo, meno noto al grande pubblico rispetto ai fasti della sua carriera, è cruciale per comprendere la donna dietro la leggenda, la sua vulnerabilità e il peso della sua fama. Larraín mira a cogliere l'essenza di una donna che, nonostante la sua statura artistica, ha affrontato drammi personali e un declino che l'ha portata via dalle scene.
La Trama: Gli Ultimi Atti di una Diva
La sinossi ufficiale del film rivela che "Maria" immergerà gli spettatori negli ultimi giorni della vita della Callas negli anni '70 a Parigi. Sarà un racconto di un'esistenza complessa, tra splendore e dolore, successo e fallimento, amore e perdita. Non si tratterà di un biopic tradizionale che ripercorre l'intera carriera, ma piuttosto di un ritratto intimo di una donna alla fine di un'epoca gloriosa, che si confronta con la perdita della voce, la solitudine e il peso delle scelte fatte.
Ci si aspetta che il film esplori il rapporto turbolento con Aristotele Onassis, l'amore della sua vita, la cui relazione e la successiva rottura ebbero un impatto devastante su di lei. Saranno probabilmente toccati anche i temi del suo ritiro dalle scene, il declino della sua voce (che la portò a smettere di esibirsi in ruoli completi d'opera), e la sua struggente ricerca di pace e identità al di fuori del palcoscenico. Il film promette di mostrare Maria non solo come la "Divina" acclamata, ma come una donna vulnerabile e tormentata, una figura quasi tragica che, come le eroine delle opere che interpretava, era destinata a un epilogo amaro.
Angelina Jolie nei Panni della Callas: Una Scelta Audace
La scelta di Angelina Jolie per interpretare Maria Callas ha suscitato grande interesse e qualche scetticismo iniziale, dato che la sua carriera non è direttamente legata al mondo dell'opera. Tuttavia, Larraín è noto per le sue scelte di casting sorprendenti che si sono poi rivelate vincenti, come Natalie Portman e Kristen Stewart, entrambe nominate all'Oscar per le loro performance nei suoi film.
Angelina Jolie è una delle attrici più riconosciute a livello globale, con una carriera che spazia da ruoli d'azione a performance drammatiche di grande intensità. La sua presenza scenica, la sua capacità di incarnare personaggi complessi e la sua magnetica bellezza la rendono una candidata intrigante per il ruolo di Callas. Le prime immagini diffuse dal set hanno già mostrato una Jolie trasformata, con costumi e acconciature che richiamano fedelmente lo stile della diva. La sfida per l'attrice sarà quella di catturare non solo l'aspetto esteriore, ma soprattutto la profondità emotiva e la voce interiore di Maria Callas, un compito immenso considerando la statura artistica del personaggio.
Per prepararsi al ruolo, Jolie ha intrapreso un'intensa ricerca e studio, immergendosi nella vita e nelle registrazioni della Callas. Non è stato specificato se Jolie canterà nel film o se verrà utilizzata la voce della Callas, ma è probabile che, come in altri biopic di cantanti, si cercherà un equilibrio tra autenticità e libertà artistica. La vera prova sarà la capacità di Jolie di trasmettere la passione, la frustrazione e la malinconia che caratterizzarono gli ultimi anni della vita della Callas.
Il Cast e la Produzione
Oltre ad Angelina Jolie, il cast include attori di calibro internazionale che contribuiranno a dare spessore alla narrazione. Tra i nomi confermati figurano:
Haluk Bilginer: nel ruolo di Aristotele Onassis, l'armatore greco che fu il grande amore e tormento di Maria Callas.
Valeria Golino: in un ruolo che, sebbene non specificato nel dettaglio, si preannuncia significativo, data la sua statura nel cinema italiano e internazionale.
Alba Rohrwacher: altra attrice italiana di grande talento e versatilità.
Pierfrancesco Favino: uno degli attori italiani più apprezzati e richiesti, che aggiungerà ulteriore spessore al cast.
La sceneggiatura è stata affidata a Steven Knight, già collaboratore di Larraín in "Spencer" e noto per il suo lavoro su "Peaky Blinders" e "Locke". Questo assicura una scrittura acuta e attenta alla psicologia dei personaggi, in linea con l'approccio del regista. Le riprese si sono svolte in location significative, tra cui Parigi (dove la Callas trascorse i suoi ultimi anni), Milano (legata al Teatro alla Scala e ai suoi trionfi), Budapest e la Grecia (luoghi chiave nella vita della diva e nella sua relazione con Onassis).
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Comizi d'amore, è un documentario del 1964, diretto da Pier Paolo Pasolini.
"Comizi d'amore" è molto più di un semplice documentario; è un'opera cinematografica profondamente innovativa e coraggiosa, diretta da Pier Paolo Pasolini nel 1964. Attraverso questo film, Pasolini non solo indaga la sessualità e l'amore nella società italiana del tempo, ma offre anche uno spaccato sociologico e antropologico di un'Italia in rapida trasformazione, divisa tra la tradizione rurale e l'avanzare della modernizzazione. Il documentario si presenta come una sorta di inchiesta giornalistica, con Pasolini stesso che, microfono in mano, si confronta direttamente con persone comuni di ogni estrazione sociale e geografica, ponendo domande dirette e spesso scomode su temi allora considerati tabù.
Il 1964 è un anno cruciale per l'Italia. Il boom economico ha da poco modificato il tessuto sociale, portando benessere ma anche profonde trasformazioni culturali e morali. La società, ancora profondamente influenzata dalla morale cattolica e da un retaggio puritano, si trovava ad affrontare nuove dinamiche di libertà e consumo. In questo contesto, Pasolini decide di affrontare un tema scomodo e universale: l'amore e la sessualità in tutte le sue sfaccettature. L'idea di base è quella di realizzare una sorta di "sondaggio" audiovisivo, un'indagine sul campo per capire cosa pensano gli italiani della sessualità, del matrimonio, dell'omosessualità, della prostituzione e del divorzio, argomenti all'epoca ben lontani dall'essere discussi apertamente.
Pasolini, con la sua inconfondibile presenza intellettuale e la sua curiosità quasi infantile, si muove tra le strade di città e paesi, dalle spiagge affollate alle campagne più remote, dagli ambienti borghesi ai quartieri popolari. La sua metodologia è semplice ma efficace: avvicina le persone con domande dirette, registrando le loro risposte spontanee, talvolta imbarazzate, talvolta sorprendentemente lucide. Il risultato è un affresco variegato e spesso contraddittorio dell'Italia di metà anni Sessanta.
Il documentario è costruito su un mosaico di interviste, che Pasolini intervalla con frammenti di conversazioni tra intellettuali del calibro di Alberto Moravia e Giuseppe Ungaretti, e lo psichiatra Cesare Musatti. Questi intermezzi offrono una chiave di lettura più profonda, fornendo un contesto teorico e filosofico alle risposte della gente comune. Mentre le persone intervistate esprimono spesso opinioni legate a una morale tradizionale e a pregiudizi radicati, gli intellettuali offrono una prospettiva più ampia e critica, evidenziando le ipocrisie e le contraddizioni della società.
Le reazioni della gente sono tra le parti più affascinanti del film. Si va dai ragazzini che balbettano risposte evasive e imbarazzate sulla provenienza dei bambini, ai contadini che esprimono una visione della sessualità legata alla riproduzione e al lavoro, alle donne che manifestano un senso di pudore e sottomissione. Emerse con forza il conformismo, la paura del giudizio sociale, ma anche, in alcuni casi, una sorprendente modernità di pensiero. Pasolini non giudica, ma osserva e registra, lasciando che le voci degli intervistati parlino da sole, rivelando le loro paure, le loro certezze e le loro inconsapevoli ipocrisie.
Particolarmente toccanti sono le reazioni sull'omosessualità, un tema che all'epoca era ancora un tabù assoluto e oggetto di profonda stigmatizzazione. Le risposte sono quasi uniformemente di condanna o di rifiuto, a volte velate da un senso di disagio, a volte esplicite nella loro intolleranza. Qui Pasolini, egli stesso omosessuale dichiarato, si pone come un coraggioso pioniere, costringendo il pubblico a confrontarsi con una realtà scomoda e a riflettere sulla natura del pregiudizio.
Dal punto di vista stilistico, "Comizi d'amore" è esemplare del cinema di Pasolini. La sua macchina da presa è sempre attenta, ma mai invadente. Utilizza una fotografia realistica, spesso cruda, che cattura i volti, i gesti e gli ambienti con una verità quasi documentaristica. L'uso del bianco e nero accentua il senso di immediatezza e di atemporalità, concentrando l'attenzione sulle espressioni e sulle parole.
Il montaggio è dinamico, alternando rapidamente le interviste individuali e collettive, creando un ritmo serrato che tiene alta l'attenzione dello spettatore. La colonna sonora, spesso diegetica (suoni ambientali, rumori di strada), contribuisce a immergere lo spettatore nella realtà quotidiana italiana.
"Comizi d'amore" fu accolto con reazioni contrastanti al momento della sua uscita. Fu oggetto di censure e di scandalo, ma anche di elogi per il suo coraggio e la sua originalità. Oggi, a distanza di oltre sessant'anni, il documentario conserva intatta la sua forza e la sua rilevanza. È una testimonianza preziosa di un'epoca passata, ma anche una riflessione atemporale sulla natura umana, sull'ipocrisia sociale e sulla difficoltà di affrontare temi come l'amore e la sessualità in modo aperto e onesto.
Il film di Pasolini anticipa in molti aspetti il dibattito sulla liberazione sessuale che avrebbe caratterizzato gli anni successivi. Mostra un'Italia ancora arretrata su molti fronti, ma anche un Paese in fermento, pronto a mettere in discussione le proprie certezze. È un invito a guardare oltre le apparenze, a scavare nelle profondità delle convenzioni sociali e a interrogarsi sulla vera natura dei sentimenti e delle relazioni umane.
In definitiva, "Comizi d'amore" non è solo un documento storico, ma un'opera d'arte che continua a stimolare la riflessione e a provocare domande, dimostrando la capacità di Pasolini di essere un acuto osservatore e un profetico interprete delle contraddizioni della società. Rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere l'Italia del dopoguerra e il pensiero di uno dei suoi intellettuali più complessi e geniali.
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Blob - Fluido mortale (The Blob), 3,8/5 è un film del 1958 diretto da Irvin S. Yeaworth Jr
Fluido mortale (The Blob), noto anche semplicemente come Blob - Fluido mortale, è un film di fantascienza horror americano del 1958 diretto da Irvin S. Yeaworth Jr. e interpretato da Steve McQueen (al suo primo ruolo da protagonista) e Aneta Corsaut. Sebbene oggi sia spesso ricordato come un classico del cinema di serie B, all'epoca fu un successo di cassetta e divenne un'icona del genere, influenzando numerosi film successivi e consolidando l'immagine dell'alieno amorfo e inarrestabile.
Trama
La storia si apre in una tranquilla notte nella piccola cittadina di Downingtown, in Pennsylvania. Il giovane Steve Andrews (Steve McQueen) e la sua ragazza Jane Martin (Aneta Corsaut) stanno tornando a casa da un appuntamento quando un'anziano contadino (Olin Howland) urta accidentalmente qualcosa con la sua auto. Sceso per controllare, scopre una piccola meteorite precipitata al suolo. Avvicinandosi, una sostanza gelatinosa e rossastra si stacca dalla meteorite e si attacca alla sua mano.
Il contadino, in preda al dolore e alla paura, si reca dal dottor Hallen (Stephen Chase), il medico locale. Mentre è in sala d'attesa, la sostanza inizia a crescere rapidamente, inglobando la sua mano e poi l'intero braccio. Quando il dottore e la sua infermiera (Elbert Smith) tentano di aiutarlo, la creatura gelatinosa, che Steve e Jane hanno nel frattempo individuato, divora completamente il contadino e inizia a muoversi.
Steve e Jane cercano di avvertire la polizia, ma lo scettico sergente Jim Bert (John Benson) e il tenente Dave (Earl Rowe) non credono alla loro storia, attribuendola a scherzi adolescenziali o allucinazioni. Solo quando il Blob, ormai notevolmente cresciuto, attacca una stazione di servizio e poi un bar, uccidendo diverse persone, le autorità iniziano a rendersi conto della terribile minaccia.
La creatura, che si nutre di carne e sangue, continua a ingigantirsi ad ogni vittima, diventando sempre più grande e inarrestabile. La popolazione della città è nel panico. Il Blob si fa strada nel cinema locale, dove si sta proiettando un film horror, intrappolando gli spettatori. Steve, Jane e un gruppo di adolescenti coraggiosi cercano di trovare un modo per fermare la minaccia.
Dopo vari tentativi falliti di fermare la creatura con armi da fuoco e altri mezzi convenzionali, Steve ricorda che il Blob sembra essere sensibile al freddo. I ragazzi scoprono che la creatura non riesce a sopportare le basse temperature. Con l'aiuto delle autorità, che finalmente prendono sul serio il loro avvertimento, riescono a intrappolare il Blob in una cella frigorifera. La creatura si solidifica, diventando inerme.
Il film si conclude con il Blob congelato che viene trasportato da un aereo da carico in una remota regione artica. Tuttavia, una nota di suspense finale lascia intendere che la minaccia potrebbe non essere completamente svanita: una didascalia avverte che la creatura non è morta, ma solo immobilizzata, e potrebbe risvegliarsi se il ghiaccio si sciogliesse.
Regia e Produzione
Irvin S. Yeaworth Jr. era principalmente noto per la regia di film cristiani e documentari prima di "The Blob". Questa esperienza nel cinema a basso budget e nella realizzazione di effetti speciali pratici si rivelò utile per la produzione del film. Sebbene "The Blob" sia stato prodotto con un budget relativamente modesto di circa 110.000 dollari, Yeaworth e la sua troupe riuscirono a massimizzare le risorse a loro disposizione.
Gli effetti speciali del Blob stesso sono notevoli per l'epoca. La creatura fu realizzata principalmente utilizzando silicone e gelatina rossastra, che veniva manipolata con fili e pompe per dare l'illusione di movimento e crescita. Per le scene in cui il Blob inghiotte le sue vittime, venivano usati modelli in miniatura e tecniche di stop-motion. Sebbene semplici per gli standard odierni, questi effetti erano efficaci nel creare un senso di minaccia e disgusto.
Il film è stato girato in gran parte a Downingtown, Phoenixville e Royersford, in Pennsylvania, utilizzando le location reali come sfondo per la storia. Questo ha contribuito a dare al film un'atmosfera autentica e a basso costo, tipica dei film di serie B dell'epoca.
Attori
Steve McQueen (Steve Andrews): All'epoca del film, McQueen era un attore emergente con pochi ruoli significativi alle spalle. "The Blob" fu il suo primo ruolo da protagonista e lo catapultò verso la celebrità. Nonostante le sue future lamentele riguardo al film (si dice che lo considerasse un "pugno nell'occhio" nella sua carriera), la sua performance è energica e credibile, e la sua presenza sullo schermo è già evidente. La sua immagine di ribelle e di eroe "cool" iniziava già a delinearsi.
Aneta Corsaut (Jane Martin): La Corsaut interpreta la fidanzata di Steve, Jane. Il suo personaggio è quello della tipica "damigella in pericolo" ma anche una figura di supporto per Steve, che lo aiuta a convincere le autorità. Ha avuto una carriera televisiva più estesa, nota per il suo ruolo in "The Andy Griffith Show".
Olin Howland (Old Man): Howland interpreta l'anziano contadino, la prima vittima del Blob. Nonostante sia un ruolo piccolo, la sua performance di terrore e la sua rapida scomparsa sono fondamentali per stabilire la minaccia del Blob.
Earl Rowe (Tenente Dave): Rowe interpreta il tenente di polizia che inizialmente è scettico nei confronti dei racconti di Steve e Jane, ma che alla fine si rende conto della gravità della situazione. Rappresenta la figura dell'autorità che deve affrontare l'incredibile.
John Benson (Sgt. Jim Bert): Il sergente Bert è un altro poliziotto che fatica a credere ai ragazzi, aggiungendo un elemento di frustrazione e isolamento per i protagonisti.
"The Blob" è un prodotto del suo tempo, riflettendo le ansie della Guerra Fredda e la paura di una minaccia invisibile e inarrestabile. La creatura, che non ha forma, non ha motivazioni apparenti e si espande incessantemente, può essere interpretata come una metafora della minaccia comunista o di altre paure della società americana dell'epoca.
Il film è anche un esempio classico del genere "monster movie" degli anni '50, che vedeva creature mutate o aliene minacciare piccole comunità americane. La sua estetica a basso budget e la sua trama lineare hanno contribuito al suo fascino duraturo.
Il tema musicale del film, "The Blob", è una canzone allegra e orecchiabile che contrasta ironicamente con il tono horror del film. È stata co-scritta da Burt Bacharach e Mack David e ha contribuito a rendere il film ancora più memorabile.
Nonostante le critiche iniziali e la sua classificazione come film di serie B, "The Blob" ha acquisito uno status di cult nel corso degli anni. È stato oggetto di numerosi tributi e parodie, e nel 1988 è stato realizzato un remake, "Blob - Il fluido che uccide", che ha offerto una versione più sanguinosa e grafica della storia.
In sintesi, "Fluido mortale" è un film che, pur essendo un prodotto a basso costo della sua epoca, ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema horror. La sua trama semplice ma efficace, gli effetti speciali innovativi per il tempo e la performance di un giovane Steve McQueen lo hanno reso un classico intramontabile, dimostrando come anche con risorse limitate si possa creare un'opera che affascina e terrorizza ancora oggi.
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M - Il mostro di Düsseldorf (M, Eine Stadt sucht einen Mörder) è un film del 1931, diretto da Fritz Lang
M - Il mostro di Düsseldorf (titolo originale M, Eine Stadt sucht einen Mörder), diretto da Fritz Lang nel 1931, non è solo un film; è una pietra miliare della storia del cinema, un thriller psicologico che ha ridefinito il genere e influenzato innumerevoli opere successive. Ambientato nella Germania pre-nazista, il film è un'esplorazione inquietante della paura collettiva, della giustizia e della natura del male, il tutto attraverso la lente di una spietata caccia all'uomo.
La trama di M è tanto semplice quanto agghiacciante: una città tedesca non specificata (sebbene il titolo originale faccia riferimento a Düsseldorf) è terrorizzata da un assassino di bambini. Le sue vittime sono giovani innocenti, e la sua presenza invisibile getta un'ombra sinistra su ogni famiglia. Le autorità sono sotto pressione costante: la polizia, guidata dal Commissario Lohmann (interpretato da Otto Wernicke), è impegnata in una frenetica e spesso infruttuosa ricerca. I metodi tradizionali non funzionano, e la frustrazione cresce.
La paura non si limita solo alle famiglie delle vittime; essa permea l'intera società. I genitori non permettono più ai loro figli di giocare all'aperto, le strade si svuotano al crepuscolo, e la sfiducia regna sovrana. La polizia, incapace di trovare il colpevole, intensifica i controlli, portando a retate indiscriminate che colpiscono anche la malavita locale. Questo è un punto cruciale della trama: i criminali, stanchi delle irruzioni della polizia che compromettono i loro affari e la loro libertà di movimento, decidono di prendere in mano la situazione.
Parallelamente alle indagini della polizia, la criminalità organizzata intraprende una propria caccia all'uomo. Capeggiati dal "capo" (interpretato da Gustav Gründgens), i gangster utilizzano la loro vasta rete di informatori – mendicanti, borseggiatori, prostitute – per scovare il mostro. La loro motivazione è puramente pragmatica: liberarsi di un problema che ostacola le loro attività illecite. Questo dualismo nella ricerca del colpevole – la legge da un lato e il crimine dall'altro – è uno degli aspetti più affascinanti e innovativi del film.
Il mostro in questione è Hans Beckert (interpretato da Peter Lorre), un uomo apparentemente ordinario, ma tormentato da una compulsione irrefrenabile a uccidere bambini. Lang ci mostra Beckert non come un demone stereotipato, ma come un individuo patologicamente disturbato, afflitto da tic nervosi e angoscia. Nonostante la sua natura mostruosa, Beckert è anche una figura tragica, consapevole della propria malattia ma incapace di controllarla. Una delle scene più iconiche lo vede fischiare una melodia minacciosa (una parte della suite Peer Gynt di Grieg) che diventa il suo segno distintivo. Sarà proprio questo fischio, udito da un venditore di palloncini cieco che aveva già incontrato Beckert, a fornire la pista decisiva.
Il cieco riconosce il fischio e allerta un passante. La caccia si stringe attorno a Beckert, che viene pedinato e infine intrappolato dalla rete di criminali. Viene condotto in un edificio abbandonato, dove si svolge un processo sommario presieduto dai criminali stessi. Questa "corte marziale" della malavita è un momento di grande impatto drammatico e morale. Beckert, in preda al panico e alla disperazione, pronuncia un monologo straziante in cui cerca di spiegare la sua condizione, la sua compulsione irresistibile, implorando comprensione e pietà. Nonostante la sua evidente malattia, la "giuria" della malavita è decisa a condannarlo a morte.
Proprio quando la situazione si fa più tesa, la polizia, che era riuscita a infiltrarsi tra i ranghi dei criminali, fa irruzione e arresta Beckert. Il film si conclude con la sua cattura e l'implicita prosecuzione attraverso il sistema giudiziario ufficiale, ma non senza aver sollevato profonde domande sulla giustizia, la vendetta e la natura stessa della criminalità.
Fritz Lang è stato un maestro del cinema espressionista tedesco e, con M, ha dimostrato una padronanza della regia che anticipava i tempi. Il film è girato con una precisione quasi documentaristica, ma allo stesso tempo infuso di un'atmosfera cupa e claustrofobica. Lang ha utilizzato tecniche innovative per l'epoca:
Uso del suono: M è stato uno dei primi film sonori in Germania, e Lang ne ha sfruttato appieno le potenzialità. Il fischio di Beckert, i ticchettii degli orologi, i suoni della città diventano elementi narrativi fondamentali che amplificano la tensione e l'angoscia. Il suono è spesso utilizzato in modo non diegetico, creando un'atmosfera inquietante e presagio. L'assenza di musica di sottofondo per gran parte del film rende il suono diegetico ancora più incisivo.
Montaggio rapido e incrociato: Lang alterna con maestria le scene delle indagini della polizia con quelle delle attività della malavita, creando un ritmo serrato e una sensazione di urgenza. Il montaggio è spesso frenetico, riflettendo il caos e la paranoia che pervade la città.
Inquadrature e composizione: Le inquadrature sono spesso claustrofobiche, con personaggi intrappolati in ambienti angusti, enfatizzando il senso di prigionia e disperazione. L'uso delle ombre e della luce, tipico dell'espressionismo, contribuisce a creare un'atmosfera inquietante e a delineare i profili psicologici dei personaggi. Lang utilizza inquadrature dal basso per rendere i personaggi più imponenti o minacciosi, e dall'alto per evidenziare la loro vulnerabilità.
Sperimentazione narrativa: Lang non si limita a raccontare una storia, ma esplora temi complessi come la moralità, la giustizia sommaria e la psicologia criminale. La sua regia è attenta ai dettagli psicologici dei personaggi, in particolare di Beckert, che viene presentato non solo come un mostro ma anche come una vittima delle sue stesse compulsioni.
Assenza di un eroe tradizionale: Non c'è un eroe che risolve la situazione; la caccia a Beckert è uno sforzo collettivo, spesso caotico e disperato. Questo approccio più realistico alla narrativa era innovativo per l'epoca.
Il cast di M è eccezionale, con interpretazioni che hanno contribuito a rendere il film un classico:
Peter Lorre (Hans Beckert): È senza dubbio la stella del film. Il suo ritratto di Hans Beckert è un capolavoro di recitazione. Lorre, all'epoca un attore teatrale relativamente sconosciuto, offre una performance che è al tempo stesso terrificante e commovente. La sua espressione di angoscia, i suoi tic nervosi e il suo monologo finale sono indimenticabili. La sua voce sottile e i suoi occhi sbarrati comunicano perfettamente il tormento interiore del personaggio. La sua interpretazione ha lanciato la sua carriera a livello internazionale, portandolo a Hollywood e a ruoli iconici in film come Casablanca e Il falcone maltese.
Otto Wernicke (Ispettore Karl Lohmann): Wernicke interpreta il commissario di polizia con una combinazione di tenacia e frustrazione. Il suo Lohmann è un uomo pratico, metodico, che cerca di mantenere l'ordine in una situazione caotica. La sua performance è solida e credibile, e fornisce un contrappunto razionale alla follia che lo circonda.
Gustav Gründgens (Il "capo" dei criminali): Gründgens, un attore di spicco del teatro tedesco, offre una performance potente e carismatica come il leader della malavita. La sua figura è imponente e minacciosa, e la sua autorità è innegabile. La sua interpretazione aggiunge un ulteriore livello di complessità al film, mostrando come anche nel mondo criminale esistano gerarchie e una sorta di "giustizia" parallela.
M è un film che continua a risuonare anche oggi per una serie di motivi:
Tematiche Universali: Le sue tematiche – la paura collettiva, la giustizia sommaria, la natura della colpa e della punizione, il confine tra bene e male – sono eterne e universali. Il film solleva domande scomode sulla reazione della società di fronte al crimine, sulla differenza tra vendetta e giustizia, e sulla possibilità di riabilitazione per i malati mentali.
Commento Sociale e Politico: Lang, con M, ha offerto un'inquietante premonizione dell'ascesa del nazismo. La caccia all'uomo, la retorica della "purificazione" e la giustizia sommaria evocano il clima di paranoia e violenza che avrebbe presto inghiottito la Germania. La scena del processo della malavita, in particolare, può essere letta come una critica alle tendenze autoritarie e all'espropriazione della giustizia da parte di gruppi extra-legali.
Influenza sul Cinema: M ha avuto un'influenza enorme sul genere thriller e sul cinema noir. Molte delle sue convenzioni stilistiche e narrative sono state replicate e rielaborate in innumerevoli film successivi. È considerato un precursore del cinema poliziesco moderno e ha ispirato registi di ogni generazione.
Pioniere del Sonoro: Essendo uno dei primi film sonori, ha mostrato il potenziale espressivo del suono nel cinema, andando oltre il semplice accompagnamento musicale. Il suo uso innovativo del suono ha aperto nuove possibilità creative per i cineasti.
Profondità Psicologica: A differenza di molti film del suo tempo, M si addentra nella psicologia del criminale, cercando di comprenderne le motivazioni e le compulsioni. Non è un semplice "mostro", ma un essere umano tormentato, sebbene le sue azioni siano ineffabili.
In sintesi, M - Il mostro di Düsseldorf è un film che trascende il suo tempo. È un capolavoro di suspense, un'analisi profonda della psiche umana e un monito sulla fragilità della giustizia e della civiltà. La sua rilevanza non è diminuita con il passare degli anni, e continua a essere studiato e ammirato per la sua maestria tecnica e la sua profonda risonanza emotiva.
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The Sixth Sense - Il sesto senso (The Sixth Sense), è un film del 1999 di M. Night Shyamalan.
The Sixth Sense - Il sesto senso (titolo originale The Sixth Sense), uscito nel 1999, è molto più di un semplice film horror; è un thriller psicologico scritto e diretto da M. Night Shyamalan che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema. Con la sua atmosfera inquietante, le sue interpretazioni intense e un colpo di scena finale che ha colto di sorpresa milioni di spettatori, il film ha non solo incassato cifre record, ma ha anche elevato Shyamalan a regista di culto e ha riacceso l'interesse per i film con finali a sorpresa.
La trama di The Sixth Sense ruota attorno a Cole Sear (interpretato da Haley Joel Osment), un bambino di otto anni che vive a Philadelphia e nasconde un segreto terribile: "Vedo la gente morta". Queste parole, pronunciate con una disarmante innocenza ma una profonda angoscia, sono il fulcro della narrazione. Cole è perseguitato da visioni e incontri con fantasmi, i quali non sono spiriti eterei, ma apparizioni spaventose che mostrano le ferite e le condizioni in cui sono morti. Questa capacità lo rende un emarginato, incapace di relazionarsi con i suoi coetanei e spesso frainteso dalla madre single, Lynn Sear (interpretata da Toni Collette), che lo vede solo come un bambino problematico e affetto da ansia.
La vita di Cole è un incubo solitario, aggravato dall'incomprensione e dalla paura. È terrorizzato dalle sue visioni e non sa come gestirle, il che lo porta a un isolamento sociale profondo. È qui che entra in scena il Dr. Malcolm Crowe (interpretato da Bruce Willis), uno stimato psicologo infantile. Malcolm è un uomo tormentato dal fallimento: un anno prima, un suo ex paziente, Vincent Gray (Donnie Wahlberg), lo ha aggredito e poi si è suicidato, accusandolo di non essere riuscito ad aiutarlo. Questo evento ha lasciato una cicatrice profonda su Malcolm, influenzando la sua relazione con la moglie, Anna Crowe (interpretata da Olivia Williams), che sembra essersi allontanata da lui emotivamente.
Malcolm vede in Cole l'opportunità di redimere se stesso e dare un senso al suo fallimento precedente. Inizia le sedute con il bambino, cercando di applicare i principi della psicologia tradizionale, ma si scontra con l'ostinata chiusura di Cole e le sue enigmatiche affermazioni. Inizialmente scettico, Malcolm attribuisce le visioni di Cole a traumi o problemi psicologici. Tuttavia, man mano che le sedute progrediscono, Cole rivela dettagli sempre più specifici e inquietanti sulle sue visioni, dettagli che Malcolm non può ignorare.
Un momento cruciale arriva quando Cole confessa il suo segreto a Malcolm. La reazione iniziale del dottore è di incredulità, ma la sincerità e la disperazione di Cole lo spingono a considerare la possibilità che ci sia qualcosa di più di una semplice allucinazione. Malcolm suggerisce a Cole un modo per affrontare le sue visioni: invece di fuggire dai fantasmi, dovrebbe provare ad ascoltarli. "Forse vogliono qualcosa da te", suggerisce Malcolm, rievocando le ultime parole del suo ex paziente Vincent, che gli aveva detto di "ascoltare".
Seguendo il consiglio di Malcolm, Cole inizia ad interagire con i fantasmi, scoprendo che la maggior parte di essi non vuole fargli del male, ma ha questioni irrisolte o messaggi da consegnare. Aiuta un fantasma a trovare un oggetto perduto, e un altro a rivelare un segreto di famiglia. La svolta più significativa avviene quando Cole incontra il fantasma di Kyra Collins (interpretata da Mischa Barton), una bambina che è morta misteriosamente. Kyra guida Cole a scoprire che è stata avvelenata dalla madre, e Cole riesce a svelare la verità portando un video della bambina malata al padre di Kyra durante il suo funerale, esponendo la matrigna assassina. Questo atto non solo porta giustizia per Kyra, ma dà a Cole un senso di scopo e pace.
Nel frattempo, la relazione di Malcolm con sua moglie Anna rimane tesa. Lei lo ignora, non gli parla e sembra che la loro connessione si sia irrimediabilmente rotta. Malcolm continua a sforzarsi di ristabilire il contatto, ma ogni tentativo sembra vano.
Il climax del film arriva quando Cole, finalmente in pace con il suo "dono", decide di rivelare la verità anche a sua madre. Seduti in auto, Cole le racconta tutto, descrivendo la nonna di Lynn (il cui fantasma lo ha visitato) e rivelando un segreto che solo lei e sua madre potevano sapere. Lynn, in lacrime, finalmente comprende e accetta la straordinaria capacità di suo figlio. Questo momento non è solo catartico per Cole, ma anche per Lynn, che finalmente capisce e accetta suo figlio per quello che è.
Dopo aver aiutato Cole, Malcolm torna a casa, dove trova Anna addormentata davanti alla televisione. Mentre le parla, un anello nuziale che lei teneva in mano le cade a terra. Malcolm, in quel momento, ricorda le ultime parole di Cole: "I fantasmi vedono solo quello che vogliono vedere" e "Non sanno di essere morti". È a questo punto che il colpo di scena si rivela: Malcolm ricorda di essere stato colpito da Vincent Gray proprio nel suo appartamento, la notte in cui Vincent si è suicidato. Capisce che anche lui è un fantasma, morto in quel momento, e che è rimasto in questo stato di limbo, ignaro della sua morte, finché non ha portato a termine il suo obiettivo di aiutare Cole. L'anello caduto a terra svela la verità: Anna non aveva mai tolto la fede nuziale, ma l'aveva stretta in mano per tutto il tempo, indicando che la loro relazione era finita a causa della sua morte. Malcolm è finalmente in grado di trovare pace, congedandosi dalla moglie con un sussurro d'amore e accettando la sua transizione.
The Sixth Sense ha consacrato M. Night Shyamalan come uno dei registi più promettenti della sua generazione. La sua regia è caratterizzata da diversi elementi distintivi:
Atmosfera e Tensione Costante: Shyamalan crea un'atmosfera di tensione palpabile e inquietudine fin dall'inizio. Utilizza inquadrature lunghe e statiche, spesso con la macchina da presa che indugia sui volti dei personaggi, catturando le loro emozioni e la loro angoscia. La sua capacità di costruire la suspense senza ricorrere a jump scare eccessivi è notevole. La paura non deriva da mostri improvvisi, ma da una minaccia invisibile e psicologica.
Colore e Simbolismo: Il colore rosso è usato in modo significativo nel film, spesso associato agli spiriti e ai momenti di rivelazione. Ad esempio, una porta rossa è l'ingresso alla cantina di Cole, e anche la felpa di Kyra Collins è rossa. Questo utilizzo simbolico dei colori aggiunge profondità visiva e tematica.
Montaggio e Ritmo Lento: Il montaggio è deliberatamente lento, permettendo al pubblico di immergersi nell'esperienza dei personaggi e di percepire la loro solitudine e paura. Questo ritmo contribuisce alla costruzione della suspense e permette al colpo di scena finale di avere un impatto ancora maggiore.
Sottigliezza Narrativa: Shyamalan è un maestro nel seminare indizi e dettagli che, a una prima visione, passano inosservati, ma che con il senno di poi si rivelano cruciali per la comprensione del finale. Ogni scena, ogni dialogo, ogni espressione ha un significato, e la sua abilità nel nascondere la verità in piena vista è straordinaria.
Focus sui Personaggi: Nonostante l'elemento sovrannaturale, il film è profondamente radicato nei suoi personaggi. Shyamalan si concentra sulle loro relazioni, sulle loro paure e sui loro desideri, rendendoli estremamente umani e riconoscibili.
Il successo del film è in gran parte dovuto alle performance eccezionali del suo cast:
Haley Joel Osment (Cole Sear): La sua interpretazione di Cole è stata acclamata a livello mondiale e gli è valsa una nomination all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista (all'età di soli 11 anni). Osment riesce a trasmettere la paura, la vulnerabilità e la saggezza precoce di Cole con una maturità sorprendente. La sua frase "Vedo la gente morta" è diventata iconica.
Bruce Willis (Dr. Malcolm Crowe): Willis offre una delle sue migliori interpretazioni, allontanandosi dai suoi ruoli d'azione per mostrare una profondità emotiva inaspettata. Il suo Malcolm è un uomo tormentato, empatico e disperatamente alla ricerca di redenzione. La sua performance è sottile e misurata, e il suo approccio distaccato ma premuroso con Cole è convincente.
Toni Collette (Lynn Sear): Collette interpreta la madre single di Cole con una forza e una vulnerabilità commoventi. La sua disperazione per il figlio e il suo amore incondizionato sono palpabili. La scena in cui Cole le rivela il suo segreto in macchina è un tour de force emotivo.
Olivia Williams (Anna Crowe): Sebbene il suo ruolo sia più silenzioso, la Williams è essenziale per il colpo di scena finale. La sua interpretazione comunica una tristezza e una distanza che, con il senno di poi, si spiegano perfettamente.
The Sixth Sense non è stato solo un successo di botteghino (incassando oltre 672 milioni di dollari in tutto il mondo con un budget di 40 milioni), ma ha anche ricevuto un'ampia acclamazione critica. È stato nominato per sei Premi Oscar, tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Attore Non Protagonista (Haley Joel Osment), Miglior Attrice Non Protagonista (Toni Collette) e Miglior Montaggio.
Il film è stato lodato per la sua sceneggiatura brillante, le performance convincenti, la regia atmosferica e, naturalmente, per il suo finale a sorpresa (twist ending) che ha sconvolto il pubblico. Questo colpo di scena non è un semplice trucco narrativo; è un elemento che ridefinisce l'intera storia, spingendo gli spettatori a riconsiderare ogni scena e ogni dialogo sotto una nuova luce. Ha generato innumerevoli discussioni e ha spinto molte persone a rivedere il film per cogliere gli indizi nascosti.
L'impatto di The Sixth Sense si è esteso ben oltre il cinema, diventando un fenomeno culturale. La frase "Vedo la gente morta" è entrata nel linguaggio comune, e il film è diventato un punto di riferimento per i thriller psicologici con colpi di scena. Ha influenzato numerosi film successivi che hanno cercato di replicarne la formula.
In conclusione, The Sixth Sense rimane un punto di riferimento nel genere thriller psicologico. È un film che non si affida a effetti speciali grandiosi, ma alla potenza della narrazione, alla costruzione della suspense e alla profondità emotiva dei suoi personaggi. La sua capacità di sorprendere e commuovere lo rende un'esperienza cinematografica indimenticabile, un vero classico moderno che continua a tenere incollati gli spettatori allo schermo ad ogni visione.
Hitchcock/Truffaut, è un documentario del 2015 diretto da Kent Jones sul libro di François Truffaut Il cinema secondo Hitchcock.
Hitchcock/Truffaut, il documentario del 2015 diretto da Kent Jones, non è un film su una storia o personaggi fittizi, bensì un'intensa e illuminante immersione nel cuore della storia del cinema. È un omaggio al leggendario libro "Il cinema secondo Hitchcock" (originale francese: Le Cinéma selon Hitchcock) di François Truffaut, pubblicato per la prima volta nel 1966. Questo documentario non solo ripercorre la genesi e l'impatto di quel libro seminale, ma ne esplora anche la risonanza e l'influenza duratura su generazioni di registi, critici e appassionati di cinema.
La "trama" di Hitchcock/Truffaut è in realtà un'esplorazione approfondita di un evento cruciale per la critica cinematografica: l'incontro di una settimana che ebbe luogo nell'agosto del 1962 tra due giganti del cinema. Alfred Hitchcock, allora sessantatreenne e già celebrato "Maestro della Suspense" ma spesso sottovalutato dalla critica accademica, e François Truffaut, trentenne e astro nascente della Nouvelle Vague francese, si incontrarono per una serie di interviste. Queste sessioni, durate oltre cinquanta ore e meticolosamente registrate, furono condotte con l'aiuto dell'interprete Helen Scott.
Il documentario di Kent Jones non si limita a riproporre frammenti audio di quelle conversazioni storiche, ma le arricchisce con una straordinaria quantità di materiale visivo. Vengono mostrate clip significative da quasi tutti i film di Hitchcock, dal periodo britannico muto e sonoro fino ai suoi capolavori hollywoodiani come Psycho, La donna che visibile (Vertigo), Intrigo internazionale (North by Northwest), e Gli uccelli (The Birds), quest'ultimo appena terminato all'epoca dell'incontro.
Il cuore del documentario è il dialogo intellettuale tra Hitchcock e Truffaut. Truffaut, con la sua profonda ammirazione e conoscenza dell'opera di Hitchcock, pone domande mirate e penetranti, spingendo il maestro a svelare i segreti della sua arte. Viene analizzata la sua meticolosa pianificazione della messa in scena, l'uso della suspense rispetto alla sorpresa, la sua visione del montaggio, la psicologia dei personaggi e la sua capacità unica di manipolare le emozioni del pubblico. Il documentario evidenzia come Hitchcock vedesse il cinema come un linguaggio visivo puro, dove la storia si racconta attraverso le immagini più che attraverso i dialoghi.
Parallelamente all'ascolto delle voci originali di Hitchcock, Truffaut e Scott, il documentario include interviste contemporanee con alcuni dei più influenti registi moderni. Questi cineasti, cresciuti con il libro "Il cinema secondo Hitchcock", condividono le loro riflessioni personali sull'impatto che il maestro britannico ha avuto sulla loro arte. Tra gli intervistati figurano nomi del calibro di:
Martin Scorsese
Wes Anderson
David Fincher
Richard Linklater
James Gray
Paul Schrader
Olivier Assayas
Arnaud Desplechin
Peter Bogdanovich
Questi registi non si limitano a esprimere ammirazione, ma offrono analisi critiche e approfondite, spesso mostrando come specifici momenti o tecniche hitchcockiane abbiano plasmato il loro modo di concepire e realizzare film. Ad esempio, Scorsese parla dell'uso del silenzio e del suono, Fincher discute la precisione della regia di Hitchcock e la sua capacità di creare tensione, e Anderson commenta la sua maestria nella composizione visiva. Le loro testimonianze dimostrano come il libro di Truffaut abbia agito da catalizzatore, aprendo gli occhi a intere generazioni sul genio di Hitchcock come "autore", una definizione all'epoca rivoluzionaria per un regista così popolare e commerciale.
Il documentario esplora anche il contesto storico e critico dell'incontro. Nel 1962, Hitchcock era considerato da molti critici americani come un semplice intrattenitore, un "master of suspense", mentre la critica francese dei Cahiers du Cinéma, di cui Truffaut era una figura di spicco, lo aveva già elevato al rango di grande artista. Il libro nacque dal desiderio di Truffaut di creare una "bibbia" per i cinefili, un'opera che dimostrasse in modo inequivocabile la profondità artistica di Hitchcock e la sua coerenza tematica. Il documentario mostra come l'intervista sia stata un momento di reciproco riconoscimento: Truffaut, l'ammiratore, diede a Hitchcock la legittimazione intellettuale che cercava, mentre Hitchcock, il maestro, fornì a Truffaut una guida inestimabile per la sua carriera di regista.
Kent Jones, un critico cinematografico stimato e direttore del New York Film Festival, dimostra una profonda comprensione del materiale e un rispetto reverenziale per i soggetti. La sua regia in Hitchcock/Truffaut è caratterizzata da:
Eleganza e sobrietà: Jones evita virtuosismi stilistici, lasciando che siano le voci di Hitchcock e Truffaut, insieme alle immagini dei film, a dominare la scena. La regia è al servizio del contenuto.
Uso sapiente dell'audio originale: Il documentario si basa sull'audio delle registrazioni originali, un elemento potente che trasporta lo spettatore direttamente in quella stanza del 1962. Questo conferisce al film un'autenticità e un'intimità uniche.
Montaggio ritmico e intelligente: Il montaggio alterna fluidamente le clip dei film di Hitchcock con le interviste contemporanee e le registrazioni audio. Le scene dei film non sono scelte a caso, ma sono sempre pertinenti alle discussioni in corso, illustrando visivamente i concetti espressi dai registri.
Struttura chiara e tematica: Jones struttura il documentario attorno ai temi chiave dell'opera di Hitchcock, come la suspense, il "MacGuffin", il protagonista innocente accusato, il doppio, la paura e la colpa. Questo approccio tematico rende il film accessibile anche a chi non ha una conoscenza approfondita di tutta la filmografia di Hitchcock.
Rispetto per il materiale di partenza: È evidente che Jones ha una venerazione per il libro e per i due cineasti. La sua regia è rispettosa e celebrativa, ma mai pedante. Il suo obiettivo è amplificare il messaggio e l'impatto del dialogo originale.
Hitchcock/Truffaut è più di un semplice documentario biografico; è un'opera che sottolinea l'importanza del dialogo critico nel cinema e come l'analisi approfondita possa rivelare nuove sfaccettature di un'opera d'arte. Il film stesso diventa un'estensione del libro, portando avanti la conversazione.
La scelta di intervistare registi contemporanei è cruciale: essa dimostra non solo la permanente influenza di Hitchcock, ma anche come il suo lavoro continui a essere una fonte di ispirazione e studio per i cineasti di oggi. Ogni regista intervistato porta la propria prospettiva unica, arricchendo il dibattito e mostrando la versatilità e la profondità dell'opera di Hitchcock. Il documentario celebra l'idea che il cinema sia un linguaggio universale che trascende le barriere generazionali e culturali.
Inoltre, il documentario serve a ricordare l'importanza del libro di Truffaut. Prima di "Il cinema secondo Hitchcock", la critica cinematografica era spesso limitata a recensioni o a studi accademici meno accessibili. Il libro di Truffaut, con il suo formato di intervista e la sua approccio accessibile ma profondo, ha democratizzato l'analisi filmica, rendendola comprensibile e appassionante per un pubblico più ampio. Ha elevato lo status dei registi a quello di "autori", figure con una visione artistica coerente e personale, non semplici tecnici al servizio delle major.
Gli "interpreti" principali del documentario sono ovviamente le voci originali di Alfred Hitchcock e François Truffaut, con l'indispensabile mediazione di Helen Scott. Sentire le loro voci, i loro accenti, le loro risate, rende l'esperienza incredibilmente vivida e personale.
A loro si aggiungono i volti e le voci dei registi contemporanei menzionati sopra. Queste interviste sono state registrate con grande cura, spesso mostrando i registi in ambienti che riflettono la loro personalità o il loro lavoro, come gli uffici di produzione o set cinematografici.
Il narratore del documentario è Bob Balaban, attore e regista, che offre una voce calma e autorevole, guidando lo spettatore attraverso i vari segmenti e fornendo il contesto necessario.
Hitchcock/Truffaut è un documentario essenziale per chiunque ami il cinema, non solo per i fan di Hitchcock o Truffaut. È una lezione di cinema in forma visiva, che esplora la creatività, l'arte della regia e l'eredità duratura di uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, vista attraverso gli occhi di un suo fervente ammiratore e di una nuova generazione di talenti. Offre uno sguardo privilegiato sui processi mentali di un genio e sul modo in cui il cinema possa essere analizzato e compreso a un livello profondo. Il suo impatto risiede nella capacità di rendere accessibile e affascinante un dibattito intellettuale complesso, dimostrando che l'amore per il cinema può essere sia una passione viscerale che un campo di studio rigoroso.
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The Abyss è un film del 1989 scritto e diretto da James Cameron
The Abyss, film del 1989 scritto e diretto da James Cameron, è molto più di un semplice film di fantascienza; è un'epopea sottomarina che fonde l'avventura mozzafiato con temi profondi sulla natura umana, la comunicazione e il futuro dell'umanità. Con un'attenzione maniacale al dettaglio e tecniche di ripresa subacquea rivoluzionarie per l'epoca, Cameron ha creato un'esperienza immersiva che trascina lo spettatore in un mondo alieno, tanto bello quanto pericoloso. Nonostante un'accoglienza tiepida al botteghino iniziale, il film ha guadagnato nel tempo lo status di cult, soprattutto con l'uscita della Special Edition, che ripristina oltre 28 minuti di scene tagliate, essenziali per la piena comprensione della visione del regista.
La storia di The Abyss inizia quando il sottomarino nucleare statunitense USS Montana affonda misteriosamente in circostanze inspiegabili al largo delle Isole Cayman. La Marina degli Stati Uniti, temendo che l'incidente possa essere opera dei sovietici o che il sottomarino sia caduto nelle loro mani, decide di inviare una squadra di recupero. Data la profondità estrema a cui si trova il Montana, l'unica struttura disponibile in grado di operare è la piattaforma subacquea sperimentale Deep Core.
Deep Core è una base di ricerca sottomarina privata, costruita e gestita da un team di civili specialisti in esplorazione e recupero sottomarino. A capo del team civile c'è Virgil "Bud" Brigman (interpretato da Ed Harris), un uomo pratico, coraggioso e profondamente legato alla sua squadra. Tuttavia, a complicare le cose, la Marina assegna a Deep Core il compito di collaborare con un team di Navy SEAL, guidato dal tenente Hiram Coffey (interpretato da Michael Biehn), un uomo teso e paranoico, afflitto da uno stress post-traumatico che lo rende sempre più instabile man mano che la pressione aumenta.
La situazione si complica ulteriormente quando a bordo di Deep Core arriva anche Dr. Lindsey Brigman (interpretata da Mary Elizabeth Mastrantonio), la brillante e determinata ingegnere progettista della piattaforma, nonché moglie separata di Bud. La loro relazione è tesa e conflittuale, piena di risentimenti e recriminazioni, ma costretti a lavorare insieme in un ambiente claustrofobico e ad alta pressione.
Mentre il team cerca di recuperare il Montana, si imbattono in fenomeni inspiegabili. Vedono strane luci muoversi nell'oscurità abissale, percepiscono rumori e segnali che non sembrano appartenere a nessuna fonte conosciuta. Questi eventi li portano a credere che non siano soli nelle profondità marine. Inizialmente, la spiegazione più plausibile sembra essere quella di fenomeni geologici sconosciuti o magari addirittura test sovietici segreti.
Il tenente Coffey, sempre più sospettoso e disorientato dalla sindrome da alta pressione neurologica (HPNS), che porta a psicosi, inizia a credere che le strane entità siano armi sovietiche o una minaccia aliena ostile. La sua paranoia cresce a tal punto da portarlo a tentare di impossessarsi di una testata nucleare recuperata dal Montana, con l'intenzione di usarla contro gli "alieni" che ritiene stiano minacciando la base. La sua follia mette a rischio l'intera squadra e la piattaforma.
Nel frattempo, Bud e Lindsey, insieme ad altri membri dell'equipaggio, hanno i primi veri contatti con gli "alieni", che si rivelano essere una specie acquatica intelligente e pacifica, proveniente da un'altra dimensione o da un'evoluzione parallela. Queste creature, chiamate Non-Terrestrial Intelligence (NTI), dimostrano una tecnologia e una capacità di manipolazione dell'acqua incredibili, creando forme luminose e comunicando attraverso l'emulazione vocale e visiva. Una delle scene più iconiche del film vede una di queste creature formare un "tentacolo" d'acqua luminescente che esplora la piattaforma.
Il conflitto raggiunge il culmine quando Coffey, ormai completamente impazzito, riesce a disattivare Deep Core e a sganciare la testata nucleare miniaturizzata nelle vicinanze dell'insediamento NTI. Bud e Lindsey si ritrovano a dover affrontare sia la minaccia della testata sia la paranoia di Coffey. In un momento di estrema tensione, Bud e Lindsey sono costretti a collaborare strettamente per disattivare la testata. Lindsey, durante un'immersione critica per riparare un guasto alla base, rischia di morire per ipotermia e affogamento, venendo rianimata da Bud con un drammatico e disperato massaggio cardiaco. Questo evento riaccende la loro relazione, mostrando il loro profondo legame e amore reciproco.
Per disattivare la testata, Bud deve affrontare un'immersione estremamente pericolosa, scendendo a profondità inimmaginabili senza scafandro, respirando un liquido ossigenato attraverso un esperimento medico chiamato liquido respirabile (una delle scene più memorabili e visivamente scioccanti del film). Mentre discende, comunica con Lindsey tramite un microfono, le dichiara il suo amore e le chiede di tenere duro. Qui si verifica la vera interazione con gli NTI, che, riconosciuta la purezza d'intenti di Bud, lo salvano dalla pressione schiacciante e lo guidano al sito della testata.
Nella versione cinematografica, Bud si confronta con gli NTI e questi disattivano la testata, poi lo riportano in superficie con un'enorme nave aliena, rivelando la loro esistenza al mondo. Nella Special Edition, un elemento cruciale viene ripristinato: si scopre che gli NTI, a causa dell'aggressività umana e del rischio di guerra nucleare, avevano pianificato di scatenare un'onda anomala gigante per "ripulire" la superficie terrestre. Tuttavia, dopo aver osservato l'atto di abnegazione e il sacrificio di Bud, e dopo aver letto un messaggio lasciato da Lindsey sulla testata (che implora di non far del male agli innocenti, ma di capire e imparare), gli NTI cambiano idea. Decidono di non scatenare l'onda e di rivelarsi pacificamente, riportando in superficie Bud e la piattaforma Deep Core in un finale di speranza e riconciliazione tra specie.
James Cameron è noto per la sua ambizione e la sua capacità di spingere i confini della tecnologia cinematografica, e The Abyss è un esempio lampante di questa sua filosofia. La sua regia è caratterizzata da:
Innovazione Tecnica e Realismo: Cameron ha insistito per girare la maggior parte delle scene subacquee in veri serbatoi d'acqua (il più grande del mondo all'epoca, costruito appositamente in una centrale nucleare incompiuta nel South Carolina), anziché affidarsi esclusivamente a effetti speciali. Questo ha conferito al film un livello di realismo e autenticità visiva senza precedenti per le scene subacquee. L'illuminazione subacquea, la fotografia e il design della produzione sono eccezionali.
Gestione degli Attori in Condizioni Estreme: Gli attori hanno dovuto sottoporsi a un addestramento intensivo e a lunghe ore di riprese sott'acqua, spesso in condizioni estenuanti. Cameron è noto per essere un regista esigente, e qui ha spinto il cast al limite, ottenendo performance intense e credibili, che riflettono la tensione e la claustrofobia dell'ambiente.
Effetti Visivi Rivoluzionari: Sebbene gran parte del film sia reale, The Abyss è celebre per i suoi effetti visivi all'avanguardia, in particolare per la creazione del "tentacolo" d'acqua (la prima animazione fotorealistica creata al computer di un personaggio CGI con una superficie riflettente dinamica), un'impresa incredibile per l'epoca, realizzata dalla Industrial Light & Magic. Questi effetti furono un precursore di quanto Cameron avrebbe poi realizzato in Terminator 2: Il giorno del giudizio.
Narrazione a Tutta Velocità: Cameron è un maestro nel creare ritmo e tensione. Anche se il film ha momenti più tranquilli e introspettivi, la narrazione è quasi sempre in crescendo, con una serie di pericoli e sfide che si susseguono, mantenendo lo spettatore con il fiato sospeso.
Temi Ricorrenti: In The Abyss, Cameron esplora temi che torneranno in gran parte della sua filmografia: l'incontro con una forma di vita aliena, il conflitto tra scienza e ignoranza/militarismo, il rapporto tra uomo e tecnologia, l'importanza della comunicazione, e l'amore che supera le avversità. La paura dell'ignoto e il potenziale autodistruttivo dell'umanità sono centrali.
Il successo di The Abyss è fortemente legato alle intense e convincenti interpretazioni del suo cast, che ha dovuto affrontare condizioni di ripresa estremamente difficili:
Ed Harris (Virgil "Bud" Brigman): Harris offre una performance straordinaria e fisicamente impegnativa. Il suo Bud è il cuore emotivo del film, un uomo comune che si ritrova in circostanze straordinarie. La sua autenticità, la sua determinazione e la sua vulnerabilità emergono chiaramente, specialmente nel suo rapporto con Lindsey e nel suo atto finale di coraggio.
Mary Elizabeth Mastrantonio (Dr. Lindsey Brigman): Mastrantonio interpreta una Lindsey forte, indipendente e intelligente, ma anche fragile sotto la sua scorza dura. La sua dinamica con Bud è complessa e credibile, e la sua scena di rianimazione è una delle più potenti e tese del film.
Michael Biehn (Tenente Hiram Coffey): Biehn, un attore frequente nei film di Cameron (Terminator, Aliens), offre un'interpretazione inquietante e sempre più disturbante di Coffey. La sua progressiva disintegrazione psicologica è palpabile e rende il suo personaggio una minaccia credibile e tragica.
The Abyss è un film che ha avuto una gestazione e una post-produzione travagliate, con Cameron costretto a tagliare molte scene dalla versione cinematografica per rientrare in un tempo di esecuzione più gestibile e per ragioni di budget e di distribuzione.
La Special Edition: È fondamentale guardare la Special Edition del film per apprezzare appieno la visione di Cameron. I 28 minuti aggiuntivi non sono solo "extra", ma espandono significativamente la trama, i personaggi e, soprattutto, il messaggio filosofico. La scena cruciale dell'onda anomala e della sua successiva ritirata (con gli NTI che mostrano a Bud filmati di guerre e orrori umani, mettendoli di fronte a una scelta esistenziale) è presente solo in questa versione e cambia radicalmente la percezione delle motivazioni degli alieni e del finale. Senza di essa, il finale originale appare più semplicistico e meno incisivo.
Tecniche di Ripresa e Difficoltà: Le riprese furono estremamente difficili. Gli attori trascorsero mesi sott'acqua, sopportando freddo, umidità, lunghe ore di immersione e persino momenti di reale pericolo. Ci furono quasi annegamenti, problemi tecnici e un'atmosfera generale di esaurimento sul set. Si racconta che le riprese subacquee fossero così stressanti da mettere alla prova i limiti di tutti i partecipanti.
Messaggio Ambientale e Filosofico: Al di là dell'avventura e della fantascienza, The Abyss è un film con un profondo messaggio. Invita alla riflessione sulla natura dell'aggressività umana, sulla tendenza all'autodistruzione e sulla necessità di una maggiore comprensione e comunicazione, non solo tra le persone, ma anche con altre forme di vita. Gli NTI, con la loro saggezza e la loro tecnologia, rappresentano una speranza per il futuro, ma anche un monito.
Eredità e Influenza: Nonostante non abbia raggiunto il successo di Titanic o Avatar al momento dell'uscita, The Abyss è riconosciuto come un film chiave nella carriera di Cameron, mostrando la sua capacità di combinare una narrazione avvincente con effetti speciali all'avanguardia e temi complessi. Ha aperto la strada a molte delle innovazioni che sarebbero state perfezionate nei suoi film successivi.
In sintesi, The Abyss è un'opera ambiziosa e visivamente sbalorditiva, che spinge lo spettatore a esplorare non solo gli abissi oceanici, ma anche quelli della psiche umana. È un viaggio avvincente che, nella sua versione estesa, offre una ricca esperienza cinematografica, capace di intrattenere e far riflettere.
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Terzo grado (Q & A), è un film del 1990 diretto da Sidney Lumet
Terzo Grado (titolo originale Q & A) è un film drammatico poliziesco del 1990 diretto da Sidney Lumet, un maestro del cinema che ha spesso esplorato i temi della corruzione, della giustizia e dell'etica nelle istituzioni (Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il verdetto). Con una valutazione di 4 su 5, questa pellicola è un'immersione cruda e senza compromessi nel ventre oscuro del sistema giudiziario e di polizia di New York, mettendo a nudo il razzismo e la corruzione che possono infiltrarsi anche nelle istituzioni preposte a far rispettare la legge.
La storia si apre con l'omicidio di un gangster portoricano a Manhattan. L'agente di polizia veterano Mike Brennan (Nick Nolte), un sergente decorato ma noto per i suoi metodi brutali e il suo aperto razzismo, viene incaricato delle indagini. In brevissimo tempo, Brennan trova e uccide due presunti sospetti, entrambi afroamericani, presentandoli come responsabili dell'omicidio. La rapidità e la brutalità dell'operazione sollevano immediatamente dubbi, soprattutto nel vice procuratore distrettuale Al Reilly (Timothy Hutton), un giovane e idealista avvocato di origini irlandesi, che viene assegnato al caso.
Reilly è un uomo onesto e determinato, in netto contrasto con l'ambiente cinico e corrotto che lo circonda. Il suo compito, in apparenza di routine, è quello di preparare le deposizioni per il grand jury. Tuttavia, man mano che approfondisce il caso, emergono incongruenze e dettagli inquietanti. I testimoni e i colleghi di Brennan sembrano reticenti o terrorizzati, e la versione ufficiale dei fatti inizia a sgretolarsi. Reilly scopre che i due uomini uccisi da Brennan non solo erano innocenti, ma erano stati scelti a caso per coprire la vera natura del crimine.
L'indagine di Reilly lo porta a scoprire una fitta rete di corruzione e razzismo all'interno del dipartimento di polizia. Brennan, con la sua aura di intoccabilità, si rivela essere il fulcro di un sistema basato su favori, intimidazioni e pregiudizi razziali profondamente radicati. Il film esplora il tema del razzismo non solo come atto isolato di violenza, ma come una mentalità sistemica che permea le istituzioni e le relazioni sociali. Brennan non è solo un individuo corrotto; è il prodotto di un ambiente che tollera e persino incoraggia i suoi metodi.
Reilly, sempre più isolato e minacciato, si ritrova a confrontarsi con forze potenti che vogliono insabbiare la verità. In questo viaggio oscuro, viene coinvolta anche Nancy Bosch (Jenny Lumet), un'avvocatessa afroamericana che ha un legame personale e complicato con alcuni dei personaggi coinvolti, inclusa un'ex fidanzata di Reilly, Bobby Texador (Armand Assante), un ex gangster portoricano che ora vive nell'ombra. Il rapporto di Reilly con Bobby Texador, un uomo che ha cercato di ripulirsi ma che è ancora invischiato nel sottobosco criminale, aggiunge un ulteriore strato di complessità alla trama, rivelando legami inaspettati e verità scomode.
Man mano che Reilly si avvicina alla verità, scopre che l'omicidio iniziale non era casuale, ma faceva parte di un quadro molto più ampio e inquietante che coinvolgeva figure di alto livello nella polizia e nella politica, un complotto per coprire crimini passati e mantenere il potere. La determinazione di Reilly lo porta a rischiare la sua carriera e la sua vita. Il finale è teso e drammatico, rivelando l'estensione del marcio all'interno del sistema e la difficoltà, quasi l'impossibilità, per un singolo individuo di smantellare una rete così radicata.
Sidney Lumet, con Terzo Grado, ribadisce la sua maestria nel dirigere film procedurali e nel svelare le ipocrisie delle istituzioni. La sua regia è caratterizzata da un approccio realistico e senza fronzoli, quasi documentaristico, che immerge lo spettatore nelle vicende giudiziarie e investigative.
Lumet utilizza un ritmo narrativo incalzante, che mantiene alta la tensione, ma allo stesso tempo si prende il tempo necessario per costruire i personaggi e approfondire le dinamiche complesse che li legano. La sua direzione degli attori è impeccabile, riuscendo a tirar fuori performance intense e sfumate.
Un elemento distintivo della regia di Lumet è l'uso degli spazi urbani di New York. La città non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, con i suoi vicoli oscuri, i commissariati sovraffollati, le aule di tribunale, che contribuiscono a creare un'atmosfera opprimente e claustrofobica, riflettendo la corruzione e la violenza che si annidano sotto la superficie. Le riprese notturne e l'illuminazione a volte cupa accentuano il senso di degrado morale e fisico.
Lumet non ha paura di mostrare la brutalità e il razzismo in modo diretto, senza edulcorazioni. I dialoghi sono taglienti e realistici, spesso pieni di volgarità e linguaggio d'odio, ma necessari per delineare la psicologia dei personaggi, in particolare quella di Brennan. Il regista esplora la complessità della moralità, mostrando come il confine tra bene e male possa essere sfumato e come le persone possano essere spinte a compiere azioni estreme in nome di un distorto senso di giustizia o per la sopravvivenza.
La scelta di Lumet di affrontare temi così delicati con un approccio così diretto e senza compromessi rende Terzo Grado un film scomodo ma necessario, una potente critica sociale che stimola la riflessione sulla natura del potere e della giustizia.
Il cast di Terzo Grado è un ensemble di grande talento, con interpretazioni che rimangono impresse.
Nick Nolte nel ruolo di Mike Brennan offre una performance straordinaria, una delle più potenti della sua carriera. Nolte incarna alla perfezione l'ambiguità e la brutalità di un uomo consumato dal razzismo e dalla violenza, un poliziotto che crede di agire nel giusto ma che è in realtà un agente del caos e della corruzione. La sua presenza scenica è imponente, e il suo Brennan è un personaggio magnetico, spaventoso e a tratti persino carismatico, capace di manipolare e intimidire chiunque incroci il suo cammino. La sua performance è un'indagine psicologica sulla natura del male.
Timothy Hutton interpreta Al Reilly, l'idealista vice procuratore. Hutton porta sullo schermo un personaggio moralmente retto, che si scontra con una realtà molto più sporca di quanto potesse immaginare. La sua performance è misurata ma efficace nel mostrare la sua graduale disillusione e la sua crescente determinazione a perseguire la verità, nonostante i rischi. Hutton riesce a rendere credibile il percorso di un uomo che, pur terrorizzato, decide di non piegarsi al sistema.
Armand Assante nel ruolo di Bobby Texador offre una performance carismatica e complessa. Texador è un personaggio ambiguo, un ex gangster che cerca di redimersi ma che è costantemente tirato indietro dal suo passato e dai suoi legami. Assante riesce a rendere la sua dualità, la sua vulnerabilità e la sua forza, aggiungendo profondità alla narrazione.
Jenny Lumet (figlia del regista, in un raro ruolo attoriale) interpreta Nancy Bosch, l'avvocatessa. La sua performance è intensa e commovente, in particolare nel mostrare il suo legame con il passato e la sua lotta per la giustizia.
Il successo del film è dovuto in gran parte alla capacità di Lumet di estrarre il meglio dai suoi attori, creando un'interazione dinamica e credibile tra i personaggi. Le loro performance contribuiscono a delineare un quadro cupo e realistico di un mondo in cui il potere e la corruzione possono distorcere la giustizia.
Terzo Grado affronta temi profondi e scomodi, che rimangono attuali anche a distanza di decenni:
Il razzismo sistemico: Il film è una dura critica al razzismo, non solo a livello individuale, ma come parte integrante di un sistema, in particolare nelle forze dell'ordine. Mostra come i pregiudizi possano portare a violenze ingiustificate e a coperture istituzionali.
La corruzione nelle istituzioni: Lumet esplora la facilità con cui la corruzione può infiltrarsi nelle forze dell'ordine e nel sistema giudiziario, mettendo in discussione la fiducia del pubblico in queste istituzioni. Il film suggerisce che la corruzione non è solo una questione di singoli individui, ma di un ambiente che la permette e la nutre.
La ricerca della verità e della giustizia: Il personaggio di Al Reilly rappresenta la lotta solitaria dell'individuo contro un sistema più grande di lui. Il film si interroga sul prezzo della verità e sulla difficoltà di ottenere giustizia quando il potere è corrotto.
L'etica professionale: La pellicola solleva questioni etiche complesse, chiedendo quanto un professionista debba spingersi oltre per fare la cosa giusta, anche a costo della propria carriera o della propria vita.
La natura umana: Lumet analizza la complessità della natura umana, mostrando come anche chi è preposto a far rispettare la legge possa essere animato da motivazioni oscure e perverse.
Terzo Grado è un film potente e incisivo, che non offre risposte facili ma costringe lo spettatore a confrontarsi con una realtà scomoda. È un'opera imprescindibile per chiunque voglia comprendere il lato oscuro della giustizia e le sfide etiche che essa pone. Un'esperienza cinematografica intensa e memorabile, che lascia il segno.
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Le mani sulla città è un film del 1963 diretto da Francesco Rosi
Le mani sulla città è un film drammatico italiano del 1963, diretto da Francesco Rosi. Considerato uno dei capolavori del cinema civile italiano, l'opera si distingue per la sua incisiva denuncia della speculazione edilizia e della corruzione politica nell'Italia del dopoguerra. Il film vinse il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, un riconoscimento che ne sottolineò l'importanza e l'attualità.
La vicenda si svolge a Napoli, una città simbolo di una rapida e spesso caotica espansione urbana. Il protagonista è Edoardo Nottola (Rod Steiger), un potente immobiliarista e consigliere comunale di destra. L'azione prende il via con il crollo di un vecchio palazzo popolare, causato dai lavori di demolizione e scavo per un nuovo cantiere di Nottola. Il disastro provoca due morti e numerosi feriti, scatenando un'ondata di indignazione pubblica.
L'incidente innesca un'indagine comunale e un dibattito acceso all'interno del consiglio. Mentre la maggioranza cerca di insabbiare la vicenda per proteggere gli interessi dei costruttori, il consigliere di sinistra De Vita (Carlo Fermariello), un idealista e onesto medico, si batte per fare luce sulla verità e denunciare le irregolarità. De Vita, sostenuto da pochi altri consiglieri e dalla stampa, rivela che Nottola aveva acquistato i terreni del centro storico a prezzi irrisori, sapendo che sarebbero stati rivalutati enormemente grazie alle nuove licenze edilizie.
La trama si snoda attraverso una serie di riunioni concitate, intrighi politici e manovre sottobanco. Nottola, con la sua spregiudicata abilità nel tessere relazioni e nel manipolare le persone, tenta in ogni modo di sviare le accuse e di continuare i suoi affari. Egli sfrutta le divisioni interne alla Democrazia Cristiana, il partito al governo della città, e i legami di interesse che uniscono la politica all'imprenditoria. Emergono figure ambigue come Maglione (Guido Alberti), un altro costruttore colluso, e il presidente della commissione edilizia, il quale, pur riconoscendo le colpe di Nottola, è vincolato da patti e compromessi.
Il film mette in luce il meccanismo perverso della speculazione: si comprano terreni a basso costo, si ottengono licenze edilizie attraverso favori politici, si costruiscono edifici di bassa qualità e si rivendono gli appartamenti a prezzi elevati, spesso a danno degli abitanti dei quartieri storici che vengono espropriati o costretti a vivere in condizioni precarie. La denuncia di De Vita è puntuale: egli mostra come la "ricostruzione" della città sia in realtà una distruzione del tessuto sociale e urbano a vantaggio di pochi.
Nonostante le prove schiaccianti e l'indignazione popolare, la macchina del potere e del denaro prevale. Nottola, dopo un periodo di apparente difficoltà, riesce a ribaltare la situazione. Sfruttando un rimpasto nella giunta comunale, si fa eleggere assessore all'edilizia, ottenendo così un controllo ancora maggiore sui processi decisionali legati all'urbanistica. La sua ascesa al potere, ottenuta grazie a compromessi e scambi di favori, simboleggia la vittoria del cinismo sulla giustizia. Il film si conclude con Nottola che, dal balcone di un nuovo grattacielo, osserva la città in espansione, un'immagine emblematica della sua vittoria e della continua trasformazione (o deturpazione) del paesaggio urbano.
Francesco Rosi, già affermato con opere come Salvatore Giuliano, porta in Le mani sulla città il suo stile inconfondibile, spesso definito "neorealismo d'inchiesta". La sua regia è caratterizzata da un approccio quasi documentaristico, con l'utilizzo di una telecamera a spalla che segue i personaggi nelle loro interazioni, creando un senso di immediatezza e veridicità.
Rosi non si limita a raccontare una storia, ma intende analizzare un fenomeno sociale complesso. Per fare ciò, adotta una struttura narrativa non lineare, con frequenti salti temporali e cambi di prospettiva che riflettono la complessità degli eventi. Il regista non ha paura di mostrare la burocrazia nelle sue lungaggini, le riunioni politiche nelle loro dinamiche ripetitive, i discorsi fumosi dei politici. Questa scelta stilistica, pur potendo apparire a tratti didascalica, serve a immergersi completamente nel meccanismo del potere.
Un elemento distintivo della regia di Rosi è l'uso degli spazi urbani come veri e propri personaggi. Le immagini di Napoli, con i suoi cantieri aperti, i palazzi in costruzione e quelli in rovina, sono essenziali per la narrazione. La città non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo che testimonia la distruzione e la rinascita, il degrado e lo sviluppo. Le inquadrature dall'alto, che mostrano l'espansione incontrollata, e quelle ravvicinate, che catturano i volti tesi dei personaggi, contribuiscono a creare un'atmosfera di urgenza e denuncia.
Rosi presta grande attenzione ai dettagli, ai dialoghi che riproducono fedelmente il linguaggio della politica e degli affari, e alla costruzione di personaggi complessi, non sempre riconducibili a un'unica categoria di "buoni" o "cattivi". La sua regia è asciutta, priva di retorica e sentimentalismi, focalizzata sull'analisi lucida di un sistema corrotto. L'obiettivo è stimolare la riflessione dello spettatore, invitandolo a interrogarsi sulle dinamiche del potere e sulla responsabilità civile.
Il cast di Le mani sulla città è di altissimo livello e contribuisce in modo determinante alla forza del film.
Rod Steiger nel ruolo di Edoardo Nottola offre un'interpretazione memorabile. Steiger, attore americano noto per la sua intensità, incarna perfettamente la figura del costruttore spregiudicato, cinico e carismatico. La sua presenza scenica è dominante: riesce a rendere Nottola un personaggio al tempo stesso ripugnante e affascinante, un uomo d'azione capace di intuire le debolezze altrui e di sfruttarle a proprio vantaggio. La sua gestualità, i suoi sguardi, le sue reazioni contribuiscono a delineare un personaggio complesso, simbolo della nuova borghesia rampante e senza scrupoli.
Carlo Fermariello, un non-attore che nella vita reale era un vero consigliere comunale comunista di Napoli, interpreta De Vita. La scelta di Fermariello da parte di Rosi è significativa e coerente con il suo approccio documentaristico. Fermariello porta sullo schermo una verità e un'autenticità che difficilmente un attore professionista avrebbe potuto replicare. La sua recitazione è misurata, priva di eccessi, e incarna l'integrità morale e la tenacia del cittadino che si batte per la giustizia, in netto contrasto con l'opportunismo di Nottola.
Salvo Randone interpreta il consigliere De Angelis, un politico anziano e disilluso, che incarna la vecchia guardia, forse onesta, ma impotente di fronte all'avanzare della nuova classe dirigente. La sua performance è sottile e malinconica, capace di trasmettere il senso di sconfitta di chi vede il proprio mondo e i propri valori sgretolarsi.
Guido Alberti nel ruolo di Maglione, un altro costruttore corrotto, completa il quadro dei personaggi chiave. Alberti, con il suo volto severo e la sua aura di fredda determinazione, rende bene l'immagine del complice di Nottola, parte di quella rete di interessi che strangola la città.
Il successo del film è anche dovuto alla capacità di Rosi di dirigere un cast eterogeneo, mescolando attori professionisti con non-attori, per ottenere il massimo della verosimiglianza e dell'impatto emotivo. Le interazioni tra i personaggi sono tese e realistiche, riflettendo le dinamiche di potere e le tensioni ideologiche che animavano la politica italiana di quegli anni.
Le mani sulla città è un film che trascende il contesto storico e geografico in cui è ambientato, mantenendo una straordinaria attualità. I temi affrontati sono universali:
La speculazione edilizia: Il film è una denuncia feroce dei meccanismi perversi che portano all'espansione urbana incontrollata, al consumo del suolo, alla distruzione del patrimonio storico e paesaggistico e alla creazione di periferie degradate, tutto a vantaggio di pochi.
La corruzione politica: Rosi mette in luce la collusione tra il potere economico e quello politico, mostrando come gli interessi privati possano condizionare le decisioni pubbliche, a discapito del bene comune. La politica viene rappresentata come un luogo di compromessi, opportunismo e cinismo, dove l'etica viene spesso sacrificata sull'altare del profitto e del mantenimento del potere.
La mancanza di pianificazione urbanistica: Il film evidenzia le conseguenze disastrose di una crescita urbana selvaggia, priva di una visione a lungo termine e di un'attenzione alle esigenze dei cittadini. Le "mani sulla città" non sono solo quelle dei costruttori, ma anche quelle di chi, in politica, non riesce o non vuole porre un freno a questo processo.
L'impotenza della giustizia e dell'etica: Nonostante gli sforzi del consigliere De Vita e l'indignazione popolare, il sistema corrotto si dimostra resistente. Il film suggerisce un senso di pessimismo sull'effettiva possibilità di cambiamento, mostrando come la logica del potere e del denaro prevalga spesso sulla giustizia e sull'etica.
Il ruolo dell'informazione: La stampa, pur con le sue difficoltà, gioca un ruolo importante nel denunciare le irregolarità, anche se spesso non è sufficiente a scuotere le fondamenta di un sistema consolidato.
Il film è un monito perenne sulla necessità di una vigilanza costante sui processi decisionali legati allo sviluppo urbano e sulla responsabilità di chi detiene il potere. A più di sessant'anni dalla sua uscita, le problematiche sollevate da Le mani sulla città rimangono drammaticamente rilevanti, rendendolo un classico imprescindibile per comprendere le sfide dell'urbanistica e della politica contemporanea. Il finale amaro, con Nottola che trionfa, non è una rassegnazione, ma un invito a una maggiore consapevolezza e a una lotta continua per la giustizia sociale e la tutela del territorio.
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Un sacchetto di biglie (Un sac de billes), è un film del 2017 di Christian Duguay
Un sacchetto di biglie (Un sac de billes) è un film francese del 2017 diretto da Christian Duguay, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo autobiografico di Joseph Joffo. È una pellicola toccante e commovente che racconta l'odissea di due giovani fratelli ebrei nella Francia occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
La storia è ambientata nella Parigi del 1941, un periodo in cui l'occupazione tedesca si fa sempre più oppressiva e le leggi razziali iniziano a colpire la comunità ebraica. I protagonisti sono Joseph (Dorian Le Clech), un bambino vivace e ingenuo di dieci anni, e suo fratello maggiore Maurice (Batyste Fleurial Palmieri), di dodici. I due fratelli vivono un'infanzia spensierata e giocosa, scandita dalle corse per le strade di Parigi e dalle partite a biglie, un simbolo della loro innocenza.
La loro vita idilliaca viene però sconvolta dall'introduzione dell'obbligo di indossare la stella gialla, un segno infamante che li rende immediatamente riconoscibili come ebrei. Nonostante la loro giovane età, Joseph e Maurice percepiscono il pericolo imminente. I loro genitori, Roman (Patrick Bruel) e Anna (Elsa Zylberstein), gestori di una modesta bottega da barbiere, prendono la difficile decisione di separare la famiglia per tentare di mettersi in salvo. I due fratelli maggiori, Albert e Henri, sono già stati mandati via, e ora tocca a Joseph e Maurice intraprendere un viaggio pericoloso verso la zona libera del sud della Francia.
Con pochi soldi in tasca, un "sacchetto di biglie" come unico bagaglio e l'esortazione dei genitori a fingere di non essere ebrei, i due bambini intraprendono un'odissea. La loro fuga è un susseguirsi di incontri, pericoli e momenti di disperazione. Attraversano la linea di demarcazione tra la Francia occupata e quella "libera", affrontando l'ostilità di alcuni e l'inaspettata solidarietà di altri. Imparano presto che la sopravvivenza dipende dalla loro astuzia, dal loro coraggio e dalla capacità di adattarsi a ogni situazione.
Durante il loro viaggio, Joseph e Maurice si imbattono in personaggi di ogni genere: soldati tedeschi, membri della Resistenza, contadini, e persino alcuni collaborazionisti. Ogni incontro è un potenziale rischio, ma anche un'opportunità. A volte vengono aiutati da persone che, pur rischiando la propria vita, offrono loro cibo, riparo o indicazioni. Altre volte, la diffidenza e la paura li costringono a fuggire. Maurice, il fratello maggiore, assume il ruolo di protettore e guida, mostrando una maturità sorprendente per la sua età. Joseph, con la sua innocenza, talvolta rischia di svelare la loro vera identità, ma è anche la sua spontaneità a volte a salvarli.
La loro destinazione finale è la città di Nizza, dove sperano di ricongiungersi con i fratelli maggiori. A Nizza, riescono a trovare un rifugio temporaneo e a sopravvivere lavorando in nero. Tuttavia, la tranquillità è di breve durata. L'occupazione tedesca si estende anche al sud della Francia, e la persecuzione riprende con ferocia. I due fratelli sono costretti a fuggire di nuovo, questa volta verso le Alpi, in un disperato tentativo di raggiungere la Svizzera.
Il film non risparmia momenti di tensione e drammaticità, ma riesce anche a infondere un senso di speranza attraverso la resilienza dei due bambini. La loro capacità di mantenere vivo lo spirito, di trovare piccoli momenti di gioia anche nelle situazioni più disperate, è commovente. Il "sacchetto di biglie" che Joseph si porta dietro simboleggia la sua infanzia negata, ma anche la sua caparbietà a non volerla abbandonare del tutto.
Alla fine, dopo innumerevoli peripezie, Joseph e Maurice riescono a sopravvivere alla guerra. Il film si conclude con il loro ricongiungimento con la famiglia, un momento di gioia e sollievo che però non cancella le ferite profonde lasciate dall'esperienza vissuta. La storia è un potente promemoria della crudeltà della guerra vista attraverso gli occhi innocenti di un bambino e della forza inestinguibile del legame familiare.
Christian Duguay, regista canadese noto per aver diretto altre opere a tema storico e drammatico (Jappeloup - L'amore più grande, Belle & Sebastien - L'avventura continua), dirige Un sacchetto di biglie con un approccio che bilancia con maestria la durezza della narrazione con momenti di delicatezza e speranza.
La sua regia è attenta a non cadere nel melodramma eccessivo, pur mantenendo un'elevata carica emotiva. Duguay sceglie di focalizzare l'attenzione sulla prospettiva dei bambini, mostrando gli eventi della guerra attraverso i loro occhi e le loro percezioni. Questo permette al pubblico di immedesimarsi facilmente con i giovani protagonisti, vivendo con loro la paura, la fame, la fatica, ma anche la solidarietà inaspettata.
La fotografia del film è curata e contribuisce a creare l'atmosfera giusta per ogni scena. Le prime sequenze a Parigi sono luminose e piene di vita, riflettendo la spensieratezza dell'infanzia di Joseph. Man mano che la situazione si aggrava, i toni diventano più cupi e i paesaggi della fuga, spesso ripresi in ambienti rurali e isolati, trasmettono un senso di solitudine e pericolo.
Duguay è abile nel gestire le sequenze di suspense e azione, senza però trasformare il film in un thriller. La tensione è sempre presente, ma è funzionale a sottolineare la precarietà della situazione dei due fratelli. Il ritmo della narrazione è ben calibrato, alternando momenti di azione frenetica a pause riflessive che permettono di approfondire le emozioni dei personaggi.
Il regista presta attenzione anche ai dettagli storici, ricostruendo l'ambientazione della Francia occupata con accuratezza, dai costumi alle scenografie. Tuttavia, l'accento non è posto solo sulla ricostruzione storica, ma soprattutto sull'impatto umano della guerra. Duguay riesce a rendere visibile il trauma psicologico subito dai bambini, mostrando come l'esperienza li costringa a crescere rapidamente e a perdere la loro innocenza.
Il cast di Un sacchetto di biglie è uno dei punti di forza del film, in particolare per la performance dei due giovani attori protagonisti.
Dorian Le Clech nel ruolo di Joseph Joffo è straordinario. La sua interpretazione è autentica e toccante. Riesce a catturare l'innocenza, la curiosità e la vulnerabilità di un bambino costretto a confrontarsi con la brutalità del mondo adulto. La sua spontaneità e il suo carisma naturale rendono Joseph un personaggio incredibilmente empatico, con cui il pubblico è portato a soffrire e a sperare. Le Clech trasmette efficacemente la graduale trasformazione di Joseph da bambino spensierato a giovane uomo temprato dalle avversità.
Batyste Fleurial Palmieri interpreta Maurice Joffo, il fratello maggiore. Palmieri offre una performance solida e matura, riuscendo a trasmettere il senso di responsabilità che Maurice sente nei confronti del fratello minore. Il suo personaggio è la roccia di Joseph, il suo protettore, e Palmieri rende bene la sua determinazione e il suo coraggio, pur mostrando le sue paure e le sue fragilità nascoste. La chimica tra i due giovani attori è credibile e rende il loro legame fraterno il cuore pulsante del film.
Patrick Bruel e Elsa Zylberstein nei ruoli dei genitori, Roman e Anna Joffo, pur avendo un tempo sullo schermo limitato, sono efficaci nel delineare l'amore e la disperazione di due genitori costretti a prendere una decisione straziante per salvare i propri figli. Le loro scene iniziali, piene di tenerezza, e quelle successive, di angoscia e speranza, sono toccanti.
Anche gli attori secondari, molti dei quali interpretano personaggi che offrono aiuto o rappresentano un pericolo per i ragazzi, contribuiscono a dare profondità alla narrazione. La scelta di attori che riescono a esprimere l'umanità, sia nel bene che nel male, arricchisce la complessità del film.
Un sacchetto di biglie è più di un semplice racconto di guerra; è una storia sulla resilienza umana e sull'importanza della memoria. Il film onora il coraggio di chi, pur nella disperazione, non ha perso la speranza e la dignità. Sottolinea anche il valore inestimabile del legame familiare come fonte di forza e di sopravvivenza.
È un'opera che si inserisce nel filone dei film sulla Shoah, ma lo fa da una prospettiva particolare, quella dell'infanzia violata. Nonostante le atrocità del periodo, il film non è eccessivamente crudo nella rappresentazione della violenza fisica, preferendo concentrarsi sull'impatto psicologico della guerra sui bambini. Questo lo rende accessibile anche a un pubblico più giovane, contribuendo a mantenere viva la memoria degli orrori della guerra e dell'Olocausto.
Il film è un inno alla capacità di trovare la speranza anche nelle situazioni più buie e un monito contro l'odio e l'intolleranza. La storia di Joseph Joffo è una testimonianza di come l'amore, la tenacia e l'ingenuità possano a volte permettere di superare anche le prove più dure. Un film commovente e significativo, da vedere e da far vedere.
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La romana,è un film del 1954 diretto da Luigi Zampa.
"La romana", film del 1954 diretto da Luigi Zampa, è un'opera cinematografica che si inserisce a pieno titolo nel filone del neorealismo italiano, pur presentando sfumature e interpretazioni personali che la distinguono. Tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia del 1947, il film offre uno sguardo crudo e disincantato sulla condizione femminile nella società italiana del dopoguerra, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e morali che spingono una giovane donna verso la prostituzione. Sebbene il romanzo sia notoriamente più cupo e introspettivo, Zampa riesce a restituirne l'essenza, attenuando leggermente i toni più scabrosi per renderlo fruibile a un pubblico più ampio, senza però sacrificarne la forza drammatica.
Il film ha ricevuto un buon successo di critica e pubblico al momento della sua uscita, consolidando la reputazione di Zampa come regista attento alle tematiche sociali e mettendo in risalto la straordinaria interpretazione di Gina Lollobrigida. La valutazione di 3.8/5 suggerisce un apprezzamento generale per la pellicola, riconoscendone il valore storico e artistico.
La storia è ambientata nella Roma degli anni '30, durante il periodo fascista, un contesto che, sebbene non sia il focus principale, contribuisce a delineare un'atmosfera di oppressione e di difficoltà economica latente. La protagonista è Adriana (Gina Lollobrigida), una giovane donna di straordinaria bellezza, la cui vita è segnata dalla povertà e dall'ambizione della madre, che la spinge a sfruttare la sua avvenenza per migliorare la condizione economica della famiglia. Adriana, inizialmente ingenua e sognatrice, desidera ardentemente una vita onesta e un amore sincero, magari sposando un uomo che la ami e la rispetti.
Il primo vero amore di Adriana è Gino (Riccardo Garrone), un autista di tram, un uomo semplice e con un lavoro onesto. La loro relazione sembra promettere un futuro di normalità, ma presto Adriana scopre che Gino è già sposato. Questa delusione amorosa segna una svolta decisiva nella vita della ragazza. Ferita e disillusa, Adriana si ritrova a frequentare ambienti sempre più loschi, finendo per intraprendere la strada della prostituzione.
La sua bellezza e il suo carattere, pur nella loro apparente leggerezza, la rendono oggetto di attenzioni da parte di uomini di ogni estrazione sociale. Tra questi spiccano figure diverse che rappresentano le varie sfaccettature della società dell'epoca:
Astarita (Franco Fabrizi): un poliziotto corrotto e violento, ossessionato da Adriana, che la maltratta e la umilia, incarnando il lato più brutale del potere e della prevaricazione maschile.
Sonzo (Daniel Gélin): uno studente borghese, intellettuale e tormentato da profonde crisi esistenziali e dalla sua adesione (o presunta adesione) al movimento antifascista. Sonzo è un personaggio complesso e contraddittorio, che Adriana prova a comprendere e ad aiutare, sviluppando per lui un sentimento che va oltre la semplice attrazione fisica, ma che si scontra con la sua fragilità e incapacità di affrontare la vita. La loro relazione è intrisa di malinconia e di un senso di fatalità.
Mino (Raymond Pellegrin): un pittore che Adriana frequenta per posare come modella. La loro relazione è più professionale, ma rivela anche la capacità di Adriana di ispirare l'arte, un aspetto che le conferisce una dignità inaspettata.
Gisella (Pina Cei): un'altra prostituta, amica di Adriana, che funge da confidente e da specchio della sua condizione.
La trama si snoda attraverso gli incontri di Adriana con questi uomini, che la portano a sperimentare diverse forme di amore, disillusione, violenza e compassione. La sua vita è un susseguirsi di alti e bassi, di speranze infrante e di momenti di fugace felicità. Nonostante la durezza della sua esistenza, Adriana mantiene una sorta di ingenua vitalità e un'innata bontà, che la distinguono dalle altre donne del suo ambiente. La sua resilienza e la sua capacità di adattarsi senza perdere del tutto la sua umanità sono il fulcro della narrazione.
Il film, come il romanzo, non offre facili soluzioni o redenzioni morali. La vita di Adriana è un ciclo continuo di sopravvivenza in un mondo che le offre poche alternative. Tuttavia, la sua determinazione a non soccombere completamente al cinismo e a mantenere la sua dignità, seppur in modi discutibili per la morale comune, ne fa un personaggio memorabile e tragicamente moderno.
Luigi Zampa, con "La romana", dimostra ancora una volta la sua maestria nel dirigere film dal forte impatto sociale e psicologico. Zampa, pur non essendo un neorealista "puro" come Rossellini o De Sica, condivide con loro l'attenzione per la realtà quotidiana, la denuncia sociale e l'uso di attori non professionisti o l'ambientazione in luoghi reali, sebbene in questo caso si affidi a grandi nomi come Gina Lollobrigida.
La sua regia è diretta e priva di fronzoli, concentrata sulla narrazione e sullo sviluppo dei personaggi. Zampa predilige un approccio asciutto e realistico, evitando melodrammi eccessivi e concentrandosi sulla psicologia di Adriana e sulle dinamiche che la circondano. La macchina da presa è attenta a cogliere le espressioni e i gesti che rivelano lo stato d'animo dei personaggi, spesso inquadrando i volti in primi piani significativi.
Un elemento distintivo della regia di Zampa in questo film è la sua capacità di bilanciare la denuncia sociale con una certa delicatezza nella rappresentazione della figura di Adriana. Nonostante il tema scabroso, il regista evita la morbosità, concentrandosi sulla forza interiore della protagonista e sulla sua lotta per la sopravvivenza. Zampa non giudica Adriana, ma cerca di comprenderne le motivazioni e le scelte, offrendo al pubblico un ritratto complesso e sfaccettato.
L'uso della luce e delle scenografie contribuisce a creare un'atmosfera verosimile della Roma dell'epoca. Le strade, i vicoli, gli appartamenti modesti diventano quasi personaggi stessi, testimoni silenziosi delle vicende di Adriana. La direzione degli attori è un altro punto di forza: Zampa riesce a estrarre performance autentiche e intense, in particolare da Gina Lollobrigida, che sotto la sua guida offre una delle sue interpretazioni più memorabili.
Il cast di "La romana" è eccellente e contribuisce in modo determinante al successo del film:
Gina Lollobrigida nel ruolo di Adriana: È il fulcro del film e la sua interpretazione è stata ampiamente elogiata. La Lollobrigida, all'apice della sua bellezza e del suo talento, riesce a dare ad Adriana una profondità inaspettata. Non è solo la "bella maggiorata" che il cinema italiano spesso le attribuiva, ma una donna complessa, con le sue fragilità, le sue speranze, le sue delusioni e una straordinaria forza d'animo. La sua Adriana è sensuale ma mai volgare, vulnerabile ma anche sorprendentemente resiliente. La sua performance è capace di trasmettere sia l'ingenuità iniziale sia la disillusione e il cinismo acquisito, mantenendo sempre un'innata dignità. Questo ruolo ha segnato un punto di svolta nella sua carriera, dimostrando le sue capacità drammatiche.
Daniel Gélin nel ruolo di Sonzo: L'attore francese offre un'interpretazione convincente del giovane intellettuale tormentato. Gélin riesce a rendere le sfumature di un personaggio complesso, diviso tra ideali politici e fragilità personale. La sua relazione con Adriana è uno dei nuclei emotivi più intensi del film, e Gélin ne restituisce la malinconia e la disperazione con grande efficacia.
Franco Fabrizi nel ruolo di Astarita: Fabrizi incarna perfettamente il personaggio del poliziotto violento e corrotto. La sua performance è agghiacciante nella sua crudeltà e nel suo cinismo, e riesce a rendere Astarita una figura minacciosa e sgradevole, contribuendo a delineare il lato oscuro della società.
Riccardo Garrone nel ruolo di Gino: Sebbene il suo personaggio appaia solo nella prima parte del film, Garrone è efficace nel ritrarre l'ingenuo ma bugiardo primo amore di Adriana, che la spinge involontariamente verso un destino di prostituzione.
Pina Cei nel ruolo di Gisella: L'attrice offre un ritratto credibile dell'amica prostituta, un personaggio che, pur essendo marginale, fornisce un utile confronto e una spalla ad Adriana.
"La romana" è un film che, pur essendo fedele allo spirito del romanzo di Moravia, si discosta in alcuni punti, soprattutto per quanto riguarda il tono generale. Il romanzo è più cupo e introspettivo, focalizzato sulla psicologia di Adriana e sulla sua visione disincantata del mondo. Zampa, pur mantenendo questa vena, introduce elementi che rendono il film più accessibile e meno claustrofobico, alleggerendo alcune delle atmosfere più oppressive del libro. Ad esempio, nel film il personaggio di Mino, il pittore, è più marginale rispetto al romanzo, dove ha un ruolo più significativo.
Il film ha avuto un buon successo di pubblico, anche grazie alla popolarità di Gina Lollobrigida, che all'epoca era una delle attrici più amate e richieste. La pellicola ha contribuito a definire il dibattito sulla rappresentazione della donna nel cinema italiano del dopoguerra e ha offerto uno spaccato significativo di un'Italia in trasformazione.
Dal punto di vista tecnico, la fotografia di Enzo Serafin è essenziale ma efficace nel catturare l'atmosfera della Roma popolare. Le musiche di Enzo Masetti accompagnano con discrezione le vicende, sottolineando i momenti drammatici senza prevaricare la narrazione.
"La romana" rimane un'opera importante nel panorama del cinema italiano, un esempio di come il neorealismo potesse affrontare temi complessi e moralmente ambigui con sensibilità e onestà intellettuale. È un film che, nonostante l'età, conserva la sua forza e la sua rilevanza, offrendo uno sguardo profondo sulle difficoltà della vita, sulla ricerca dell'amore e della dignità in un mondo spesso ostile.
PRIME
The Shrouds - Segreti sepolti (Les Linceuls) è un film del 2024 scritto e diretto da David Cronenberg.
"The Shrouds - Segreti sepolti" (titolo originale "The Shrouds" o "Les Linceuls"), il film del 2024 scritto e diretto dal maestro canadese David Cronenberg, si presenta come un'opera profondamente personale e riflessiva, che esplora il lutto, la tecnologia e la decomposizione del corpo umano con la sua consueta audacia e un'inquietante lucidità. Considerato da molti una delle sue pellicole più intime, il film sembra nascere dal dolore del regista per la perdita della moglie Carolyn Zeifman, scomparsa nel 2017.
Al centro della narrazione c'è Karsh (interpretato da Vincent Cassel), un uomo d'affari di successo e vedovo inconsolabile. Quattro anni dopo la morte della moglie Becca (interpretata da Diane Kruger) a causa di un tumore, Karsh ha incanalato il suo immenso dolore in un'invenzione rivoluzionaria e controversa: GraveTech. Si tratta di un cimitero hi-tech dove le tombe sono equipaggiate con sudari modificati e telecamere che permettono ai congiunti di osservare in diretta, tramite un'app su smartphone, la lenta decomposizione dei corpi dei loro cari. L'idea, per quanto macabra, è per Karsh un modo per rimanere connesso a Becca, seguendo ogni stadio del suo disfacimento.
La sua routine di "osservazione" e il suo business vengono però interrotti da un atto di vandalismo: alcune tombe, inclusa quella di Becca, vengono profanate. Questo incidente catapulta Karsh in una spirale di paranoia e indagine, cercando i responsabili di questi "sacrilegi" digitali. Durante la sua ricerca, si trova ad affrontare non solo la violazione del suo sistema di monitoraggio, ma anche un'intricata rete di spionaggio industriale, cospirazioni e misteri legati alla sua invenzione.
La trama si arricchisce di dinamiche complesse e sfaccettate. Karsh mantiene un rapporto stretto con Terry (anch'essa interpretata da Diane Kruger), la sorella gemella identica di Becca, che funge da confidente e, in alcuni momenti, assume un ruolo più ambiguo e sensuale, alimentato dalla crescente ossessione di Karsh per la morte e la decomposizione. Entra in scena anche Maury (interpretato da Guy Pearce), l'ex marito di Becca, che fornisce a Karsh informazioni e indizi cruciali sull'attacco a GraveTech, portando la storia verso derive da spy-thriller.
Un altro personaggio chiave è Soo-Min (interpretata da Sandrine Holt), la moglie cieca di un magnate ungherese che vuole sponsorizzare GraveTech a Budapest. La relazione tra Karsh e Soo-Min si sviluppa in modo inaspettato, mescolando sesso, confidenza e un senso di inquietante attrazione.
Man mano che Karsh si addentra nel mistero del vandalismo, scopre che gli attacchi non sono casuali ma parte di un complotto più grande. Le indagini lo portano a confrontarsi con presunti hacker russi e poi con un gruppo legato al Partito Comunista Cinese, che avrebbero manomesso le linee dati di GraveTech. La scoperta più scioccante avviene quando Karsh trova il corpo assassinato del Dr. Jerry Eckler, l'uomo che aveva curato Becca e con cui lei aveva avuto una relazione, sepolto nella tomba destinata a lui accanto a Becca.
Il film culmina con una serie di rivelazioni che mettono in discussione la percezione della realtà di Karsh. La trama, che centrifuga elementi di spy story, erotismo e un humour nerissimo, si dipana tra fisica e metafisica, portando Karsh a una sorta di accettazione finale della perdita e della decomposizione, non più come orrore, ma come parte intrinseca dell'esistenza.
"The Shrouds" è intrinsecamente un film di David Cronenberg, che riprende e approfondisce molti dei temi a lui cari: la body horror, la fusione tra carne e tecnologia (la "nuova carne"), l'ossessione, la metamorfosi e l'esplorazione dei confini della psiche umana. Tuttavia, qui l'elemento autobiografico del lutto dona al tutto una risonanza emotiva più profonda e, per certi versi, più contenuta rispetto ad altre opere più apertamente grottesche o scioccanti.
Cronenberg adotta uno stile registico algido, misurato e cerebrale. Le inquadrature sono spesso statiche, gli ambienti minimalisti, contribuendo a creare un'atmosfera di inquietante serenità dove l'orrore si insinua sottilmente nella quotidianità. La violenza non è esplicita nel senso tradizionale, ma è presente nel concetto stesso di decomposizione, che diventa una forma di "orrore corporeo" sublimato e quasi scientifico.
Il regista utilizza la tecnologia non solo come spunto narrativo, ma come mezzo per riflettere sulla percezione della realtà nell'era digitale e sulla nostra relazione con la morte in un mondo iperconnesso. Il concetto di "GraveTech" è un'estensione logica delle sue precedenti esplorazioni della "nuova carne", dove il corpo non è più un'entità chiusa ma è permeabile e interconnesso con la tecnologia.
Nonostante la gravità dei temi, Cronenberg non rinuncia al suo umorismo nero e a un approccio quasi surreale in alcune situazioni, che alleggerisce la tensione pur mantenendo un tono lugubre. La sua visione è sempre provocatoria, spingendo lo spettatore a confrontarsi con l'inevitabilità della morte e con le diverse forme di elaborazione del dolore. Il film è stato definito un "requiem sulfureo orchestrato tra fisica e metafisica", e questa definizione cattura bene l'essenza della direzione di Cronenberg.
Il cast di "The Shrouds" è di alto livello e contribuisce in maniera significativa all'atmosfera del film:
Vincent Cassel nel ruolo di Karsh è il protagonista indiscusso. Cassel, già collaboratore di Cronenberg in "La promessa dell'assassino" e "A Dangerous Method", offre una performance intensa e contenuta. Il suo Karsh è un uomo tormentato dal dolore, che cerca disperatamente di controllare l'incontrollabile attraverso la tecnologia. La scelta di acconciare e curare Cassel in modo da renderlo un alter ego del regista stesso amplifica la natura personale del film. La sua recitazione, spesso impassibile ma ricca di sfumature, veicola la profonda alienazione e l'ossessione del personaggio.
Diane Kruger interpreta un doppio ruolo fondamentale: quello della defunta moglie di Karsh, Becca, e quello della sua sorella gemella, Terry. La sua capacità di distinguere sottilmente i due personaggi, pur nella loro somiglianza fisica, è cruciale. Terry, in particolare, sviluppa una dinamica complessa e sessualmente carica con Karsh, aggiungendo uno strato di inquietante erotismo al film. La Kruger riesce a trasmettere sia la fragilità di Becca nei sogni e nelle visioni di Karsh, sia la forza e l'ambiguità di Terry.
Guy Pearce è Maury, l'ex marito di Becca. Pearce, con la sua presenza scenica, dona al personaggio di Maury una credibilità e una profondità che lo rendono un elemento chiave nella risoluzione del mistero. Il suo ruolo è quello di un catalizzatore che spinge Karsh ulteriormente nelle sue indagini e nella sua paranoia.
Sandrine Holt nel ruolo di Soo-Min aggiunge un elemento di enigma e fascino esotico alla trama. La sua relazione con Karsh è una delle più inaspettate e rivelatrici del film, mostrando come la morte e il sesso possano intrecciarsi in modi imprevedibili.
Completano il cast attori come Elizabeth Saunders, Jennifer Dale, Jeff Yung e Ingvar Eggert Sigurðsson, che contribuiscono a popolare il mondo peculiare e disturbante creato da Cronenberg.
"The Shrouds" è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2024, generando discussioni e reazioni polarizzate, tipiche delle opere di Cronenberg. Molti critici hanno elogiato la sua originalità e la profondità dei temi trattati, riconoscendone la natura profondamente personale per il regista. Altri hanno trovato il film freddo, poco coinvolgente o eccessivamente concettuale, con una narrazione che a volte può risultare frammentata e difficile da seguire. Tuttavia, la maggior parte concorda sul fatto che, anche nelle sue derive più aride, rimane un'opera affascinante e innegabilmente "cronenberghiana".
Le musiche, composte come sempre da Howard Shore, collaboratore di lunga data di Cronenberg, contribuiscono a creare l'atmosfera tesa e meditativa del film. La fotografia di Douglas Koch e le scenografie di Carol Spier sono anch'esse elementi cruciali che definiscono l'estetica austera e inquietante di "The Shrouds".
Il film è una riflessione sulla mortalità, sulla tecnologia come estensione del corpo e della mente, e sull'impossibilità di sfuggire al dolore e alla decomposizione. Più che un horror tradizionale, è un thriller psicologico e un dramma esistenziale che si interroga su cosa significhi amare e perdere in un'epoca in cui tutto può essere registrato, monitorato e, in un certo senso, perpetuato digitalmente. "The Shrouds" invita lo spettatore a confrontarsi con l'idea che certi dolori non se ne andranno mai, ma possono trovare nuove, inaspettate forme di espressione e, forse, di accettazione.
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Gli Intoccabili(The Untouchables) è una serie trasmessa dal 1959 al 1963
"The Untouchables" è stata una serie televisiva drammatica americana andata in onda sulla ABC dal 1959 al 1963. Basata in modo molto romanzato sul libro di memorie omonimo di Eliot Ness e Oscar Fraley, la serie ha immortalato le gesta del leggendario agente del Proibizionismo Eliot Ness (interpretato da Robert Stack) e della sua squadra di incorruttibili agenti federali, soprannominati "Gli Intoccabili" per la loro refrattarietà alla corruzione e all'intimidazione da parte della malavita organizzata. La serie ha lasciato un'impronta significativa nella storia della televisione, sia per il suo impatto culturale che per le controversie che ha generato.
Trama e Ambientazione:
La serie è ambientata principalmente nella Chicago degli anni '30, durante l'era del Proibizionismo. Inizialmente, si concentrava sulla lotta di Ness e del suo team contro l'impero del contrabbando di Al Capone. Tuttavia, dopo la condanna di Capone (un evento che nella realtà portò allo scioglimento degli "Intoccabili"), la serie si è evoluta, trasformando Ness e la sua squadra in "combattenti del crimine" a tutto tondo, affrontando una miriade di gangster e figure criminali dell'epoca, molti dei quali realmente esistiti, come Frank Nitti, Ma Barker, Dutch Schultz, Bugs Moran, Vincent "Mad Dog" Coll, Legs Diamond e Lucky Luciano.
"The Untouchables" si distingueva per la sua rappresentazione cruda e spesso violenta della malavita e delle forze dell'ordine. Era un'epoca di guerra aperta tra il bene e il male nelle strade, e la serie non si sottraeva a mostrare le brutalità di quel periodo. L'atmosfera era permeata da un senso di film noir, mescolando fatti storici con elementi di finzione per creare un racconto avvincente. La narrazione secca e incisiva di Walter Winchell, un famoso giornalista dell'epoca, aggiungeva un tocco da cinegiornale che contribuiva all'autenticità e al tono della serie.
Personaggi Principali:
Eliot Ness (interpretato da Robert Stack): Il fulcro della serie, Ness è ritratto come un agente federale stoico, inflessibile e completamente dedicato alla giustizia. Stack ha conferito al personaggio una presenza imponente, trasformando Ness in un eroe americano istantaneo. La sua interpretazione è diventata iconica e ha cementato la sua carriera.
Lee Hobson (interpretato da Paul Picerni): Uno dei membri chiave della squadra di Ness, Hobson era un agente leale e affidabile, spesso la voce della ragione.
Enrico Rossi (interpretato da Nicholas Georgiade): Un altro membro fondamentale degli Intoccabili, Rossi forniva spesso una prospettiva più diretta e talvolta impulsiva.
William Youngfellow (interpretato da Abel Fernandez): Il membro muscoloso e fisicamente imponente della squadra, spesso impiegato in situazioni che richiedevano forza bruta.
Jack Rossman (interpretato da Steve London): Un altro dei membri regolari della squadra, che contribuiva alle operazioni di Ness.
Frank Nitti (interpretato da Bruce Gordon): Sebbene non fosse un membro degli Intoccabili, Nitti era uno dei principali antagonisti ricorrenti. La sua figura spietata e calcolatrice ha fornito a Ness un avversario degno di nota dopo l'uscita di scena di Capone.
Walter Winchell (Narratore): Sebbene non un personaggio in carne e ossa all'interno della trama, la voce narrante di Winchell era un elemento distintivo della serie, fornendo un commento quasi documentaristico agli eventi.
Produzione e Stile:
"The Untouchables" fu una produzione Desilu (la casa di produzione di Desi Arnaz e Lucille Ball), ed era considerata all'epoca una delle serie settimanali più costose e ambiziose. La sua produzione ha segnato un punto di svolta, unendo con successo elementi del cinema e della televisione e innalzando gli standard di produzione per il piccolo schermo. La serie era nota per le sue scene d'azione ben coreografate e l'attenzione ai dettagli d'epoca, nonostante le inevitabili libertà creative prese con la storia.
Il regista Phil Karlson ha diretto l'episodio pilota in due parti, intitolato "The Scarface Mob", che ha stabilito il tono e lo stile della serie. L'uso di riprese in esterni, una colonna sonora drammatica e una regia dinamica hanno contribuito a creare un'atmosfera tesa e coinvolgente.
Controversie e Critiche:
Nonostante il successo di pubblico e critica, "The Untouchables" fu oggetto di numerose controversie.
Violenza: La serie fu ampiamente criticata per il suo alto livello di violenza. In un'epoca in cui la televisione era ancora relativamente "innocua", le scene di sparatorie, omicidi e brutalità mostrarono al pubblico una realtà cruda che molti trovavano disturbante. Questo portò a discussioni a livello nazionale sull'impatto della violenza televisiva sui giovani.
Stereotipi etnici: Una delle critiche più persistenti riguardava la rappresentazione degli italo-americani. Molti dei gangster ritratti nella serie erano di origine italiana (come nella realtà storica di quegli anni), e la serie fu accusata di promuovere stereotipi negativi. Sebbene la serie presentasse anche gangster di altre etnie, la predominanza di personaggi italo-americani nel ruolo di criminali generò proteste da parte di organizzazioni italo-americane e del Congresso degli Stati Uniti. Desi Arnaz, uno dei produttori della serie, fu persino oggetto di un complotto di assassinio non riuscito a causa di queste controversie.
Accuratezza storica: La serie prendeva significative libertà con i fatti storici. Sebbene si basasse sulle memorie di Ness, la maggior parte delle trame erano romanzate e molti degli eventi e dei personaggi erano inventati o alterati per motivi drammatici. Ciò portò a lamentele da parte di storici e di coloro che conoscevano la vera storia del Proibizionismo.
Nonostante le controversie, "The Untouchables" è ampiamente riconosciuta come una serie innovativa e influente.
Pioniere del genere crime-drama: Ha stabilito molti dei tropi e delle convenzioni che sarebbero diventati standard per i successivi drammi polizieschi e di gangster in televisione. Il suo approccio "gritty realism" ha aperto la strada a serie più mature e complesse.
Formato "Guest Star": La serie è stata una delle prime a utilizzare ampiamente il formato delle "guest star" settimanali, attirando attori di alto profilo che interpretavano i vari gangster e personaggi secondari.
Influenza sul cinema: La sua risonanza è stata tale da ispirare il celebre film del 1987 diretto da Brian De Palma, con Kevin Costner nei panni di Ness e Robert De Niro in quelli di Al Capone, che ha ulteriormente cementato l'iconografia degli "Intoccabili" nell'immaginario collettivo.
Riflesso di un'epoca: "The Untouchables" non era solo intrattenimento, ma anche un riflesso delle preoccupazioni sociali dell'epoca, in particolare riguardo alla criminalità organizzata e alla moralità pubblica. Ha contribuito a plasmare la percezione popolare dell'era del Proibizionismo e dei suoi personaggi leggendari.
In conclusione, "The Untouchables" (1959-1963) è stata una serie televisiva epocale. Con la sua combinazione di azione, dramma e una rappresentazione audace del crimine, ha affascinato milioni di spettatori e ha lasciato un'eredità duratura nel panorama televisivo. Sebbene sia stata oggetto di critiche, la sua influenza sul genere crime-drama e la sua capacità di far rivivere un periodo storico tumultuoso ne fanno ancora oggi un pezzo significativo della storia della televisione americana.
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Brazil, è un film del 1985 diretto da Terry Gilliam.
"Brazil" è un'opera cinematografica del 1985 diretta da Terry Gilliam, un film che trascende i generi, miscelando satira distopica, commedia nera, fantascienza e un tocco di surrealismo onirico. Considerato un capolavoro del suo genere, è una critica mordace alla burocrazia oppressiva, alla società consumistica e alla perdita dell'individualità.
La storia di "Brazil" si svolge in un futuro distopico, non specificato temporalmente ma visivamente ancorato a un'estetica rétro-futuristica che ricorda la metà del XX secolo, in una società controllata da un onnipresente e tentacolare Ministero dell'Informazione. Questo governo totalitario è così pervasivo che ogni aspetto della vita dei cittadini è regolamentato da un'infinita serie di moduli, permessi e direttive. Il mondo è un labirinto di tubi, condotti e cavi, con infrastrutture fatiscenti che riflettono la decadenza morale e sociale.
Il protagonista è Sam Lowry (interpretato da Jonathan Pryce), un impiegato di basso livello presso il Dipartimento di Registrazione, un uomo apparentemente apatico e disinteressato a fare carriera, nonostante le pressioni della sua ambiziosa e ossessionata dalla chirurgia estetica madre, Ida (Katherine Helmond). Sam preferisce evadere dalla grigia realtà attraverso vividi sogni a occhi aperti, in cui lui è un guerriero alato che salva una misteriosa e bellissima donna bionda da mostri giganti.
La routine oppressiva di Sam viene sconvolta da un minuscolo, ma catastrofico, errore burocratico. Uno scarafaggio, cadendo su una tastiera, causa l'errata trascrizione di un nome: invece di Archibald Tuttle, un tecnico di riscaldamento "non autorizzato" ma efficiente e ribelle (interpretato da Robert De Niro), viene arrestato e torturato a morte Archibald Buttle, un innocuo padre di famiglia. Per rimediare all'errore, Sam viene incaricato di portare l'assegno di risarcimento alla vedova Buttle.
Durante questa missione, Sam incontra Jill Layton (Kim Greist), la vicina di casa dei Buttle, una donna forte e indipendente che cerca di denunciare l'ingiustizia subita da Archibald Buttle. Con grande stupore, Sam si rende conto che Jill è la donna dei suoi sogni. Questo incontro accende in lui una scintilla di ribellione e il desiderio di salvare Jill dal sistema.
Il tentativo di Sam di aiutare Jill lo trascina in un vortice di eventi sempre più surreali e kafkiani. Viene ostacolato dalla burocrazia soffocante, dai colleghi insensibili e dagli agenti del Ministero dell'Informazione, in particolare l'affascinante ma spietato Jack Lint (Michael Palin), un amico di famiglia. Sam scopre l'esistenza di una resistenza sotterranea e si ritrova involontariamente coinvolto nelle loro attività.
Mentre cerca disperatamente di salvare Jill e di sfuggire alla morsa del sistema, Sam stesso diventa un "terrorista" agli occhi del Ministero. Le sue azioni lo portano a essere arrestato e sottoposto a tortura da parte del Ministero dell'Informazione. Il finale del film è uno dei più celebri e discussi della storia del cinema: Sam viene "salvato" dal suo amico Tuttle e da altri ribelli, in una sequenza d'azione che sembra portare a un lieto fine. Tuttavia, questa fuga si rivela essere una fantasia del suo subconscio. Sam è ancora legato alla sedia della tortura, con un sorriso ebete stampato sul volto, mentre canticchia la melodia del brano "Aquarela do Brasil", ormai irrimediabilmente perso nella sua pazzia. Il finale sottolinea la vittoria definitiva del sistema sull'individuo e la tragica impotenza di fronte all'oppressione.
Terry Gilliam, noto per il suo lavoro con i Monty Python, porta in "Brazil" la sua inconfondibile estetica visionaria e il suo umorismo nero. La sua regia è un trionfo di dettagli visivi e una coreografia di scenografie complesse, spesso claustrofobiche e labirintiche, che riflettono la natura opprimente della società dipinta.
Gilliam crea un mondo distopico che è contemporaneamente grottesco e malinconico. La sua estetica è un mix di art déco, vapore punk e futurismo vintage, con tubi e condotti che invadono ogni spazio, simboleggiando la pervasività del controllo statale. L'uso di angolazioni oblique, obiettivi grandangolari e inquadrature distorte contribuisce a creare un senso di disorientamento e alienazione.
La capacità di Gilliam di passare senza soluzione di continuità tra la realtà e le sequenze oniriche di Sam è uno dei punti di forza del film. Questi sogni non sono solo un'evasione per il protagonista, ma anche un potente strumento narrativo che prefigura eventi e rivela il suo desiderio di libertà. Il regista bilancia momenti di comicità slapstick (tipici dei Monty Python) con scene di violenza brutale e un senso di oppressione che si fa sempre più pesante, creando un'esperienza cinematografica unica.
Gilliam ha avuto una battaglia notevole con la Universal Pictures per il "final cut" del film, che voleva un finale più "felice" per il mercato americano. Questa disputa, ampiamente documentata e nota come "la guerra di Brazil", evidenzia la sua ferrea determinazione a mantenere intatta la sua visione artistica, culminata nella diffusione di versioni non autorizzate e in una campagna mediatica che alla fine gli diede ragione, portando all'uscita della sua versione integrale. Questo dimostra la sua integrità artistica e la sua volontà di non scendere a compromessi sulla sua visione.
Il cast di "Brazil" è un insieme di talenti che si adattano perfettamente all'universo grottesco e surreale di Gilliam.
Jonathan Pryce (Sam Lowry): Pryce è il cuore pulsante del film. La sua performance è una masterclass nella rappresentazione di un personaggio che evolve da una passività rassegnata a una ribellione disperata. La sua capacità di esprimere l'alienazione, la speranza e infine la disperazione, spesso solo attraverso espressioni e sguardi, è straordinaria. È il perfetto antieroe per questa distopia, un uomo comune che cerca di non farsi risucchiare dal meccanismo.
Robert De Niro (Archibald "Harry" Tuttle): Anche se il suo ruolo è relativamente piccolo, la presenza di De Niro è iconica. Interpreta un idraulico "fuorilegge" che si intrufola nelle case per riparare sistemi di riscaldamento difettosi, in un mondo dove solo il Ministero ha l'autorità di farlo. Tuttle è un simbolo di resistenza, un eroe eccentrico e sfuggente che agisce al di fuori delle regole. De Niro, che aveva inizialmente espresso interesse per il ruolo di Jack Lint, ha accettato volentieri questa parte minore, affascinato dalla sceneggiatura.
Kim Greist (Jill Layton): Jill è la figura che catalizza la trasformazione di Sam. Incarna la bellezza, la libertà e la speranza nel mondo grigio di "Brazil". Nonostante Gilliam avesse espresso alcune riserve sulla sua performance (arrivando a tagliare o editare alcune delle sue scene), Greist riesce a rendere Jill un personaggio forte e memorabile.
Katherine Helmond (Ida Lowry): Helmond offre una performance esilarante ma anche inquietante come la madre di Sam, una donna ossessionata dalla giovinezza, dalla chirurgia estetica e dallo status sociale. Il suo personaggio è una satira acuta della superficialità e del consumismo. La scena in cui la sua faccia è completamente bendata dopo un intervento di chirurgia plastica è memorabile.
Michael Palin (Jack Lint): Palin, collaboratore di lunga data di Gilliam dai tempi dei Monty Python, interpreta Jack Lint, l'amico di Sam che è diventato un torturatore burocratico. La sua performance è geniale per la sua capacità di mantenere una facciata di affabilità e normalità, mentre compie azioni disumane con un sorriso. Jack è la personificazione della banalità del male e della totale assenza di empatia nel sistema.
Ian Holm (Mr. Kurtzmann): Il capo di Sam, Mr. Kurtzmann, interpretato da Ian Holm, è un esempio perfetto del burocrate pavido e inetto, incapace di gestire le proprie responsabilità e che riversa i suoi problemi sui subordinati.
Bob Hoskins (Spoor) e Derrick O'Connor (Dowser): Questi due attori interpretano i due "ingegneri del riscaldamento" del Ministero, personaggi rozzi e violenti che simboleggiano la brutale efficienza del sistema.
"Brazil" è un film denso di curiosità e ha lasciato un'impronta indelebile nella cultura popolare:
Il Titolo: Il titolo del film deriva dalla canzone brasiliana "Aquarela do Brasil" (nota anche semplicemente come "Brazil"), composta da Ary Barroso. Questa melodia, un simbolo di evasione e di un mondo più gioioso e solare, contrasta amaramente con l'atmosfera oppressiva del film ed è il leitmotiv ricorrente nei sogni di Sam. Gilliam ha raccontato che l'idea per il film gli venne mentre si trovava in Galles, in una zona industriale fumosa e deprimente, e sentì questa canzone provenire da una radio. Il contrasto lo folgorò.
Le Influenze: Il film è fortemente influenzato dal romanzo distopico "1984" di George Orwell, tanto che il titolo di lavorazione di Gilliam era "1984 ½" (in omaggio anche a Federico Fellini e al suo "8½"). Si ispira anche alle opere di Franz Kafka, con il suo ritratto di un uomo intrappolato in un sistema burocratico assurdo e labirintico.
La "Guerra di Brazil": Come accennato, la battaglia di Gilliam con la Universal Pictures per il final cut è diventata leggendaria. Il capo dello studio, Sid Sheinberg, voleva un finale felice e aveva prodotto una versione tagliata del film (chiamata "Love Conquers All"). Gilliam rifiutò categoricamente, e dopo aver mostrato la sua versione originale ai critici, che la acclamarono, e aver ricevuto il sostegno di figure influenti (tra cui il critico Roger Ebert), riuscì a far distribuire la sua versione. Questa vicenda è diventata un caso di studio sulla libertà creativa dei registi a Hollywood.
Scenografie e Effetti Visivi: Nonostante il budget relativamente modesto per un film di fantascienza dell'epoca, le scenografie di "Brazil" sono incredibilmente elaborate e inventive. Norman Garwood, lo scenografo, ha creato un mondo unico che è diventato un punto di riferimento per il genere. Gli effetti visivi, spesso pratici, contribuiscono al senso di surrealismo e alla fisicità del mondo di Gilliam.
Cult Movie: Nonostante le controversie iniziali, "Brazil" ha guadagnato lo status di cult movie nel corso degli anni, apprezzato per la sua originalità, la sua satira acuta e la sua estetica inconfondibile. È un film che continua a risuonare con il pubblico, data la crescente complessità della burocrazia moderna e le preoccupazioni sulla perdita della libertà individuale.
Legacy: L'influenza di "Brazil" è visibile in numerosi film e opere successive che esplorano temi distopici, la burocrazia oppressiva e la lotta dell'individuo contro il sistema.
"Brazil" è un film che, come pochi altri, riesce a combinare una visione artistica audace con un messaggio potente e senza tempo. È una pellicola che fa ridere e riflettere, che incanta e inquieta, lasciando un'impressione duratura nello spettatore.
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Return to the Batcave: The Misadventures of Adam and Burt film per la tv del 2003 diretto da Paul A. Kaufman
"Supereroi per caso: Le disavventure di Batman e Robin - Ritorno alla Batcaverna" (Return to the Batcave: The Misadventures of Adam and Burt)
"Return to the Batcave: The Misadventures of Adam and Burt" è un film per la televisione del 2003 che ha rappresentato un evento significativo per i fan della classica serie televisiva "Batman" degli anni '60. Diretto da Paul A. Kaufman e scritto da Duane Poole, il film è un curioso e affettuoso mix di docu-drama, commedia e meta-narrazione, che vede i veri Adam West e Burt Ward (gli attori originali di Batman e Robin) interpretare se stessi in una ricerca nostalgica e allo stesso tempo avventurosa.
Trama e Struttura:
La premessa del film è semplice ma efficace: Adam West e Burt Ward vengono invitati a una gala di beneficenza dove verrà presentata la Batmobile originale utilizzata nella serie degli anni '60. Poco prima dell'evento, la celebre Batmobile viene rubata dalla sala, e i due attori si trovano coinvolti in un'indagine per recuperarla. Questo furto non è solo un pretesto per una trama investigativa, ma funge da catalizzatore per un viaggio nel passato, sia per i personaggi che per lo spettatore.
Il film alterna due livelli narrativi principali:
La trama presente: Adam West e Burt Ward (che interpretano versioni leggermente caricaturali di se stessi) conducono l'indagine sul furto della Batmobile. Questa parte del film è una sorta di "buddy comedy" che li vede interagire con fan bizzarri, poliziotti scettici e indizi che li portano in luoghi inaspettati, sempre con un tocco di autoironia e umorismo. La loro dinamica è quella di due vecchi amici che, nonostante gli anni e le differenze, condividono un legame profondo forgiato dall'esperienza unica di essere stati il Duo Dinamico.
Flashback alla produzione della serie originale: Mentre West e Ward cercano la Batmobile, il film inserisce ampi segmenti di flashback che ricostruiscono la produzione della serie "Batman" degli anni '60. Queste sequenze vedono altri attori interpretare versioni più giovani di Adam West, Burt Ward, Frank Gorshin (l'Enigmista), Julie Newmar (Catwoman), Burgess Meredith (il Pinguino) e altri membri del cast e della troupe. Questi flashback non sono semplici rievocazioni, ma cercano di mostrare il dietro le quinte della serie, le personalità degli attori, le sfide della produzione, e come il fenomeno "Batmania" abbia travolto il mondo in quel periodo.
Temi e Stile:
"Return to the Batcave" è innanzitutto una celebrazione affettuosa della serie "Batman" degli anni '60. Il film è intriso di nostalgia e un profondo rispetto per l'eredità che Adam West e Burt Ward hanno lasciato. Non si prende troppo sul serio, abbracciando il tono camp e l'umorismo autoironico che hanno caratterizzato la serie originale.
Meta-Narrazione: Un aspetto interessante è la meta-narrazione. West e Ward non sono più Batman e Robin, ma sono gli attori che li hanno interpretati, e il film gioca con questa distinzione. Le loro "disavventure" nel presente sono paragonabili (sebbene su scala ridotta) a quelle dei loro alter ego mascherati, suggerendo che un po' dell'eroismo e della stranezza dei loro personaggi sia rimasta in loro.
Umorismo e Nostalgia: Il film è ricco di gag, riferimenti alla serie originale (i "POW!", "BAM!", i gadget stravaganti, i costumi luminosi), e un umorismo leggero che è in linea con lo spirito del "Batman" degli anni '60. È chiaro che il film è fatto per i fan, offrendo loro un viaggio divertente nel corridoio della memoria.
Dietro le Quinte Romantico: I flashback, pur non essendo un documentario rigoroso, offrono uno sguardo romantico e idealizzato sulla creazione di un fenomeno televisivo. Mostrano le difficoltà, ma anche l'entusiasmo e la dedizione che hanno portato alla serie.
Riconoscimento e Legacy: Il film serve anche come un tardivo, ma ben meritato, omaggio al contributo di West e Ward al mondo dei supereroi. Per anni, la loro interpretazione di Batman è stata vista con un misto di affetto e imbarazzo, soprattutto dopo l'emergere di versioni più oscure del personaggio. Questo film aiuta a rimettere in prospettiva la loro importanza, riconoscendo l'impatto culturale e l'intramontabile gioia che la loro serie ha portato.
Cast e Performance:
Adam West (se stesso / giovane Adam West / Batman): West è il cuore pulsante del film. La sua performance è un mix di dignità autoironica e affabilità. Gestisce il suo status di icona con grazia e umorismo, e la sua narrazione è un piacere da ascoltare. I flashback lo mostrano anche nel ruolo di Batman giovane, interpretato da un altro attore (Jack Brewer), ma è la sua presenza nel presente a dare peso emotivo al film.
Burt Ward (se stesso / giovane Burt Ward / Robin): Ward completa perfettamente West. La sua energia, pur mitigata dagli anni, è ancora evidente, e la sua dinamica con West è autentica e divertente.
Julia Rose (giovane Julie Newmar / Catwoman): Una performance convincente nel ricreare il fascino e l'eleganza di Newmar.
Brett Rickaby (giovane Frank Gorshin / L'Enigmista): Cattura l'energia maniacale e la gestualità di Gorshin.
Jim Jansen (produttore William Dozier): Interpreta il produttore esecutivo della serie originale, la voce narrante fuori campo che ha reso celebre la serie.
Accoglienza:
"Return to the Batcave" è stato generalmente ben accolto dai fan della serie originale e dalla critica che ha apprezzato il suo tono leggero e il suo rispetto per il materiale sorgente. Non era un film destinato a vincere premi prestigiosi, ma a offrire un'esperienza divertente e nostalgica. È stato lodato per l'equilibrio tra la trama presente e i flashback, e per la capacità di West e Ward di interpretare se stessi con umorismo e autenticità.
In sintesi, "Supereroi per caso: Le disavventure di Batman e Robin - Ritorno alla Batcaverna" non è un film di supereroi tradizionale, ma una lettera d'amore affettuosa e autoironica a una delle serie televisive più uniche e influenti della storia. È un film che celebra l'eredità di Adam West e Burt Ward, ricordandoci perché Batman e Robin, nella loro incarnazione colorata degli anni '60, continuano ad essere amati da generazioni di fan.
Uomo bianco, tu vivrai! (No Way Out), è un film del 1950 diretto da Joseph L. Mankiewicz.
Assolutamente! "Uomo bianco, tu vivrai!" (titolo originale: No Way Out), un film del 1950 diretto dal grande Joseph L. Mankiewicz, è un'opera potente e coraggiosa che affronta il tema del razzismo in un'America ancora profondamente segregazionista. Non è solo un film, ma un documento storico e un grido di denuncia che ha avuto il coraggio di esplorare tabù sociali in un'epoca in cui molti preferivano ignorarli.
Introduzione: Un Film Visionario e Controversa
"Uomo bianco, tu vivrai!" è un noir drammatico che si distingue per la sua audacia nel trattare un argomento scottante per l'America degli anni '50: il razzismo e la discriminazione razziale. Diretto da Joseph L. Mankiewicz, un regista noto per la sua intelligenza, le sue sceneggiature acuminate e la sua capacità di esplorare le complessità della psiche umana e delle dinamiche sociali (si pensi a capolavori come "Eva contro Eva" o "Lettera a tre mogli"), il film è una produzione della Twentieth Century Fox e rappresenta un coraggioso passo avanti per l'epoca. Il suo titolo italiano, "Uomo bianco, tu vivrai!", cattura in modo drammatico e forse un po' didascalico la tensione razziale al centro della pellicola, mentre l'originale "No Way Out" (Nessuna Via d'Uscita) esprime meglio il senso di oppressione e la spirale di violenza che inghiotte i personaggi.
Il film ha avuto un impatto significativo, pur essendo circondato da controversie e subendo tagli e censure in diverse regioni degli Stati Uniti a causa della sua rappresentazione esplicita della violenza razziale e delle tensioni interrazziali. È stato un precursore di molte pellicole che avrebbero affrontato il tema del razzismo solo decenni dopo, e la sua attualità, purtroppo, rimane ancora oggi.
La Trama: Un Caso di Ingiustizia e Prevenzione
La vicenda di "Uomo bianco, tu vivrai!" si svolge in un ospedale di una città non specificata, dove un giovane medico nero, il dottor Luther Brooks (interpretato da Sidney Poitier, alla sua prima apparizione cinematografica importante), è l'unico medico nero internato nel reparto del carcere. La sua aspirazione è quella di diventare un chirurgo, e si impegna con dedizione nel suo lavoro, nonostante il razzismo dilagante che permea l'istituzione e la società in generale.
La trama prende una svolta drammatica quando due fratelli bianchi, i Biddle, entrambi criminali e notoriamente razzisti, vengono ricoverati in ospedale per delle ferite da arma da fuoco. Ray Biddle (interpretato da Richard Widmark, perfetto nel ruolo del villain sardonico e crudele) è un uomo violento e pieno di odio, mentre suo fratello Johnny è gravemente ferito. Nonostante gli sforzi del dottor Brooks, Johnny muore.
Ray, accecato dal dolore e dal suo radicato pregiudizio razziale, rifiuta categoricamente l'idea che un medico nero possa aver fatto del suo meglio per salvare suo fratello. Convinto che Johnny sia morto a causa della negligenza, o addirittura della malizia, del dottor Brooks, Ray inizia a istigare una rivolta razziale. Accusa pubblicamente Brooks di omicidio e, nonostante le prove mediche e l'autopsia dimostrino l'innocenza del medico, Ray è irremovibile nella sua convinzione dettata dal pregiudizio.
Il direttore dell'ospedale, il dottor Daniel Wharton (interpretato da Stephen McNally), inizialmente sostiene Brooks, ma le pressioni esterne e l'escalation della tensione razziale lo mettono in una posizione difficile. Mentre Ray incita alla violenza i membri della comunità bianca più discriminatoria, la tensione raggiunge il culmine, trasformandosi in una vera e propria rivolta tra le comunità nere e bianche.
Il film mostra come l'odio razziale, alimentato dall'ignoranza e dalla paura, possa degenerare rapidamente in violenza incontrollabile. Il dottor Brooks, pur essendo una persona pacata e professionale, si trova suo malgrado al centro di un uragano di odio. La situazione precipita quando Ray riesce a evadere e cerca vendetta personale contro Brooks. La fidanzata di Ray, Edie Johnson (interpretata da Linda Darnell), inizialmente complice della sua rabbia e del suo pregiudizio, inizia a rendersi conto della follia della situazione e della vera natura della violenza che Ray incarna. La sua evoluzione morale è un elemento chiave del film, in quanto rappresenta la possibilità di redenzione e di superamento del pregiudizio.
Il finale del film è teso e drammatico, con Ray che si introduce nella casa di Brooks per un confronto finale. L'epilogo è amaro ma significativo, sottolineando che, nonostante i tentativi di giustizia, la violenza razziale non offre alcuna via d'uscita per nessuno dei coinvolti.
La Regia di Joseph L. Mankiewicz: Acume e Sensibilità
Joseph L. Mankiewicz, alla regia di "Uomo bianco, tu vivrai!", dimostra ancora una volta la sua maestria nel dirigere drammi complessi e ricchi di dialoghi. Il suo approccio è meticoloso, attento ai dettagli e capace di far emergere le sfumature psicologiche dei personaggi. Non si limita a raccontare una storia, ma esplora le radici dell'odio e del pregiudizio.
Mankiewicz utilizza il genere noir non solo per costruire la tensione narrativa, ma anche per sottolineare la natura oscura e perversa del razzismo. Le ambientazioni urbane, spesso cupe e claustrofobiche (soprattutto le scene all'interno dell'ospedale e del carcere), riflettono il senso di oppressione e la mancanza di libertà che i personaggi neri vivono quotidianamente. La sua direzione degli attori è eccezionale, estraendo performance memorabili da tutto il cast, in particolare da Poitier e Widmark.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Mankiewicz insieme a Lesser Samuels, è incisiva e diretta, non temendo di usare un linguaggio crudo e offensivo per mostrare la brutalità del razzismo. I dialoghi sono taglienti e rivelano le convinzioni radicate e spesso irrazionali dei personaggi. Mankiewicz non offre soluzioni facili, ma espone il problema in tutta la sua complessità, lasciando allo spettatore il compito di riflettere sulle sue implicazioni. La scelta di ambientare gran parte della vicenda in un ospedale, luogo di cura e salvezza, contrasta in modo stridente con la violenza e l'odio che vi si manifestano, sottolineando l'assurdità del pregiudizio.
Il Cast: Prestazioni Iconiche
Il successo e l'impatto di "Uomo bianco, tu vivrai!" sono in gran parte dovuti alle eccezionali interpretazioni degli attori, che hanno dato vita a personaggi memorabili:
Sidney Poitier (Dr. Luther Brooks): Questo film segna la prima grande apparizione di Sidney Poitier in un ruolo drammatico e significativo, un'interpretazione che avrebbe lanciato la sua leggendaria carriera. Poitier incarna il dottor Brooks con una dignità, una calma e una professionalità ammirevoli. La sua performance è sottile ma potente, mostrando la frustrazione e il dolore di un uomo che, nonostante la sua integrità e il suo talento, è costretto a confrontarsi costantemente con un razzismo insensato. La sua capacità di mantenere la compostezza di fronte all'odio lo rende un simbolo di resilienza e resistenza, un archetipo che avrebbe spesso interpretato nei suoi ruoli futuri.
Richard Widmark (Ray Biddle): Widmark offre una performance agghiacciante e indimenticabile nel ruolo di Ray Biddle, uno dei villain più odiosi e credibili della storia del cinema. Il suo Ray è un concentrato di rabbia, ignoranza e puro odio razziale. Widmark non si limita a interpretare un personaggio cattivo, ma ne esplora le profondità della sua depravazione, rendendo palpabile la sua crudeltà e la sua patologica avversione per le persone di colore. La sua risata sardonica e il suo sguardo di sfida sono diventati iconici. La sua interpretazione è talmente convincente da generare nello spettatore un autentico senso di repulsione.
Linda Darnell (Edie Johnson): Darnell interpreta Edie, la fidanzata di Ray. Inizialmente succube della mentalità razzista del compagno, il suo personaggio subisce un arco di trasformazione significativo. Edie è un personaggio complesso, che si muove tra la lealtà verso Ray e una crescente consapevolezza della sua follia. La sua evoluzione rappresenta la speranza che anche le persone coinvolte in contesti di pregiudizio possano aprirsi alla comprensione e alla compassione.
Stephen McNally (Dr. Daniel Wharton): McNally interpreta il direttore dell'ospedale, il dottor Wharton. Il suo personaggio incarna la difficile posizione di coloro che, pur non essendo apertamente razzisti, si trovano a dover navigare in un sistema profondamente segregazionista e a subire le pressioni delle forze razziste. La sua lotta interna tra il dovere professionale e la necessità di mantenere l'ordine in una situazione esplosiva è ben resa.
Contesto Storico e Culturale: L'America della Segregazione
"Uomo bianco, tu vivrai!" è un film profondamente radicato nel contesto storico e culturale degli Stati Uniti del 1950. A quell'epoca, la segregazione razziale era ancora la norma in gran parte del paese, soprattutto negli stati del sud, ma le sue ramificazioni si estendevano anche al nord. I "Jim Crow laws" imponevano la separazione delle razze in scuole, trasporti pubblici, ospedali, ristoranti e persino bagni pubblici. Le persone di colore erano sistematicamente discriminate nell'accesso all'istruzione, al lavoro, all'alloggio e ai servizi.
Il film, quindi, non era solo una finzione, ma un'accurata rappresentazione di una realtà quotidiana. Il dottor Brooks, pur essendo un medico qualificato, è costretto a lavorare in un ospedale dove la sua razza è un ostacolo costante alla sua piena accettazione e al suo avanzamento. La reazione di Ray Biddle alla morte del fratello non è un caso isolato, ma riflette l'odio profondo e irrazionale che permeava ampi settori della società bianca.
Il fatto che la Twentieth Century Fox abbia deciso di produrre un film così controverso è significativo. Negli anni '50, Hollywood era ancora molto cauta nel trattare temi sociali spinosi, soprattutto quelli legati alla razza, per paura di perdere pubblico o di attirare l'ira di gruppi conservatori. Il coraggio di Mankiewicz e dei produttori è quindi da ammirare.
Il film è uscito in un periodo pre-Movimento per i Diritti Civili (che avrebbe preso slancio nella metà degli anni '50 e culminato negli anni '60), ma ha contribuito a sollevare la consapevolezza pubblica sul problema del razzismo. Ha anticipato discussioni e cambiamenti che sarebbero arrivati, e la sua audacia nel mostrare la violenza e la brutalità dell'odio razziale ha aperto la strada a opere future.
Accoglienza e Controversie
Al momento della sua uscita, "Uomo bianco, tu vivrai!" ha ricevuto recensioni contrastanti, ma molti critici hanno elogiato il suo coraggio e la potenza delle sue interpretazioni. Tuttavia, come previsto, il film ha generato notevoli controversie. In diverse città e stati americani, è stato oggetto di tagli, censure o addirittura bandito del tutto. Le scene di violenza e, in particolare, l'uso di insulti razziali espliciti (che Mankiewicz riteneva essenziali per mostrare la brutalità dell'odio) furono spesso oggetto di tagli.
Nonostante queste difficoltà, il film ha avuto un impatto duraturo. Ha contribuito a consolidare la carriera di Sidney Poitier come attore di primo piano e ha dimostrato che il cinema poteva affrontare temi sociali complessi in modo diretto e significativo. Oggi è riconosciuto come un classico del cinema americano e un'opera fondamentale per la sua rappresentazione del razzismo e della lotta per la giustizia.
Conclusioni: Un Film Ancora Rilevante
"Uomo bianco, tu vivrai!" è molto più di un semplice noir. È un dramma sociale che, a oltre 70 anni dalla sua uscita, conserva ancora una sorprendente rilevanza. La sua rappresentazione del razzismo, della violenza che ne deriva e della difficoltà di superare il pregiudizio è cruda e senza compromessi. La regia di Mankiewicz, le interpretazioni memorabili di Poitier e Widmark e la sua sceneggiatura incisiva lo rendono un'opera potente e necessaria.
Il film serve da monito sulla pericolosità dell'odio irrazionale e sull'importanza della dignità umana. Ricorda che il percorso verso una società giusta è lungo e tortuoso, e che anche quando sembra non esserci "via d'uscita", la lotta per l'uguaglianza e la comprensione deve continuare. È un tassello fondamentale nella storia del cinema impegnato e un'opera che merita di essere vista e studiata ancora oggi.
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Noi e loro (Jouer avec le feu) è un film del 2024 diretto da Delphine e Muriel Coulin.
"Noi e loro" è un dramma intenso che affronta temi contemporanei di grande rilevanza sociale e familiare. Diretto dalle sorelle Delphine e Muriel Coulin, il film è un adattamento cinematografico del romanzo del 2020 "Quel che serve di notte" (Ce qu'il faut de nuit) di Laurent Petitmangin. La pellicola ha debuttato in concorso all'81ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2024, dove ha ottenuto un riconoscimento significativo: Vincent Lindon ha vinto la prestigiosa Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, un premio che ne sottolinea la profondità e l'impatto. Il film è previsto per l'uscita nelle sale cinematografiche italiane il 27 febbraio 2025, prima di arrivare sulle piattaforme streaming come IWonderfull.
La Trama: Un Conflitto Familiare e Ideologico
Il cuore pulsante di "Noi e loro" è la storia di Pierre, interpretato magistralmente da Vincent Lindon. Pierre è un operaio cinquantenne, un uomo onesto e devoto, vedovo, che ha dedicato la sua vita a crescere da solo i suoi due figli ventenni: Louis e Fus. La dinamica familiare, inizialmente caratterizzata da un forte legame, si evolve in un drammatico scontro generazionale e ideologico.
Louis, il figlio più giovane, è descritto come posato e studioso, e sta per intraprendere un percorso universitario alla prestigiosa Sorbona di Parigi. La sua traiettoria di vita sembra chiara e promettente, in linea con i valori di impegno e dedizione che il padre ha cercato di trasmettergli.
La situazione è ben diversa per Fus, il primogenito, interpretato da Benjamin Voisin. Senza un lavoro stabile e alla ricerca di un proprio posto nel mondo, Fus inizia a frequentare e ad essere affascinato da gruppi estremisti di destra. Questa scelta ideologica è diametralmente opposta ai valori di tolleranza, solidarietà e rispetto che Pierre ha sempre sostenuto. L'avvicinamento di Fus a movimenti violenti e razzisti genera una crescente tensione tra padre e figlio. Pierre percepisce una rabbia latente nel figlio maggiore, un malessere che lo preoccupa profondamente e lo spinge a temere che Fus possa compiere azioni violente.
Il film esplora la deriva di Fus, che si chiude sempre più in se stesso, creando una distanza emotiva e ideologica dal padre. Quella che inizialmente è incomprensione si trasforma gradualmente in un vero e proprio conflitto, un muro che si erge tra amore paterno e convinzioni politiche divergenti. La sinossi suggerisce che tra loro c'è un mix di amore e odio, destinato a culminare in una tragedia. La storia di "Noi e loro" diventa così una metafora potente della polarizzazione sociale e politica che attraversa l'Europa contemporanea, interrogandosi su quanto l'amore familiare possa resistere di fronte a differenze ideologiche così profonde.
Regia e Visione delle Sorelle Coulin
Delphine e Muriel Coulin, sorelle registe e sceneggiatrici francesi, sono note per il loro approccio sensibile e acuto alle dinamiche sociali e umane. In "Noi e loro", dimostrano ancora una volta la loro capacità di esplorare temi complessi con una regia sobria ma incisiva. Il loro commento sul film rivela le domande fondamentali che le hanno guidate: "Continueremmo a voler bene a nostro figlio se sviluppasse idee diametralmente opposte alle mie? Resterebbe mio figlio o il cambiamento sarebbe tale da trasformarlo in un estraneo da ripudiare? Siamo in grado di perdonare proprio tutto?".
Queste domande evidenziano il desiderio delle registe di non limitarsi a raccontare una storia di cronaca, ma di scavare nelle profondità dell'animo umano, esplorando il confine sottile tra l'amore incondizionato e il rifiuto, la vergogna e la possibilità di riconciliazione. La loro regia si concentra probabilmente sui volti, sui silenzi e sulle reazioni emotive dei personaggi, per rendere palpabile il dramma interiore e il conflitto che si consuma tra le mura domestiche. La scelta di ambientare la storia in una "cittadina di provincia, non lontano da Parigi" suggerisce un contesto che potrebbe rappresentare la Francia profonda, dove le tensioni sociali e la ricerca di identità possono trovare sfogo in movimenti radicali.
Il Cast e le Performance
Il successo di "Noi e loro" è indubbiamente legato alle straordinarie performance del suo cast, a partire dal protagonista:
Vincent Lindon (Pierre): Lindon è uno degli attori più stimati del cinema francese contemporaneo, noto per la sua capacità di incarnare personaggi complessi e sofferenti con grande autenticità. La Coppa Volpi vinta a Venezia conferma la sua interpretazione intensa e commovente di Pierre, un padre che vede il proprio mondo e i propri valori messi in discussione dalla deriva del figlio. La sua performance è centrale nel veicolare il senso di impotenza, dolore e al contempo la strenua lotta per non perdere il figlio.
Benjamin Voisin (Fus): Voisin, attore emergente, interpreta il ruolo cruciale di Fus. La sua capacità di dare corpo a un personaggio che si avvicina all'estremismo, rendendo credibile la sua rabbia e la sua ricerca di appartenenza, è fondamentale per la narrazione. Il contrasto tra l'amore per il padre e l'attrazione verso ideologie pericolose è il fulcro del suo ruolo.
Stefan Crepon (Louis): Crepon interpreta Louis, il figlio minore, che rappresenta la "normalità" e la speranza di una vita diversa. La sua partenza per la Sorbona non solo segna un passo avanti nella sua vita, ma accentua anche il divario e la solitudine di Pierre di fronte al problema di Fus.
Altri attori chiave: Il cast include anche Sophie Guillemin nel ruolo di Cathy, Édouard Sulpice (Jérémy), Franco Provenzano (Proprietario del bar), Arnaud Rebotini (Bernard) e Maëlle Poésy (avvocatessa di Fus), che contribuiscono a costruire il contesto sociale e relazionale in cui si svolge la vicenda.
Contesto e Tematiche Approfondite
"Noi e loro" si inserisce in un contesto cinematografico e sociale che riflette le preoccupazioni attuali sull'ascesa degli estremismi e la fragilità dei legami familiari di fronte alle derive ideologiche. Il film non è solo una storia personale, ma un commento sulla situazione politica e sociale dell'Europa, dove le estreme destre stanno guadagnando terreno. Le registe affermano che "Questa storia di famiglia, convinzioni politiche, vergogna e riconciliazione è anche la storia del nostro Paese", sottolineando come le dinamiche micro-familiari siano uno specchio delle tensioni macro-sociali.
Il film esplora diverse tematiche profonde:
Conflitto Generazionale: Il divario tra un padre che rappresenta una generazione con valori consolidati e un figlio che si allontana drasticamente da essi.
L'Estremismo Politico: L'attrazione per ideologie radicali e la facilità con cui i giovani, in cerca di un senso di appartenenza o di riscatto, possono cadere nella rete di questi movimenti.
Amore Filiale e Perdono: Fino a che punto l'amore di un genitore può spingersi nel tentativo di comprendere e perdonare un figlio che abbraccia idee ripugnanti? La difficoltà di conciliare l'amore incondizionato con il disaccordo ideologico.
Identità e Crisi Esistenziale: La ricerca di un proprio posto nel mondo da parte di Fus, che lo porta a un percorso autodistruttivo e di rottura.
Il Ruolo della Famiglia: Come la famiglia, nucleo fondamentale della società, viene messa alla prova e rischia di frantumarsi di fronte a forze esterne e interne che la minacciano.
La Solitudine del Genitore: Il senso di impotenza e isolamento di Pierre, che si trova a gestire da solo una situazione che lo supera.
Conclusioni e Rilevanza
Con una durata di circa 110-120 minuti, "Noi e loro" si preannuncia come un dramma intenso e riflessivo. La sua presentazione a Venezia e il premio a Vincent Lindon ne confermano la qualità artistica e l'importanza del messaggio. La distribuzione da parte di I Wonder Pictures e la successiva disponibilità su IWonderfull rendono il film accessibile a un vasto pubblico, che avrà l'opportunità di confrontarsi con una storia che, pur essendo profondamente personale, risuona con le tensioni e le sfide del nostro tempo. È un film che invita alla riflessione, al dialogo e forse alla ricerca di una riconciliazione, anche quando le differenze sembrano incolmabili.
Questo film non solo offre una performance attoriale memorabile, ma si impone come una necessaria esplorazione delle contraddizioni e delle paure che affliggono le nostre società, rendendolo un'opera cinematografica da non perdere.
IWONDERFULL
The Sweet East è un film del 2023 diretto da Sean Price Williams
"The Sweet East" è un film del 2023 diretto da Sean Price Williams, che segna il suo debutto alla regia dopo una consolidata carriera come direttore della fotografia per importanti nomi del cinema indipendente americano come i fratelli Safdie e Alex Ross Perry. Il film, scritto dal critico cinematografico Nick Pinkerton, è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes nel 2023 nella sezione Quinzaine des Cinéastes, ottenendo un'accoglienza mista ma generalmente positiva dalla critica.
Trama
Il film segue Lillian (interpretata da Talia Ryder), una studentessa di liceo del South Carolina, che si trova in gita scolastica a Washington D.C. La sua avventura inizia quando si separa dai suoi compagni di classe a seguito di un incidente bizzarro e violento in una pizzeria, in cui un uomo armato crede che il locale nasconda un anello di pedofilia segreto. Da quel momento, Lillian intraprende un viaggio picaresco e surreale lungo la East Coast degli Stati Uniti, incontrando una serie di personaggi eccentrici e variegati che rappresentano diverse frange della società americana contemporanea.
Il suo percorso la porta dapprima con Caleb (Earl Cave), un attivista anarchico che la accoglie in una comune di dissidenti. Insieme a loro, Lillian partecipa a una protesta, ma il gruppo si ritrova nel posto sbagliato. Qui, incontra Lawrence (Simon Rex), un professore universitario di estrema destra e simpatizzante nazista, che la ospita nella sua casa. Durante la sua permanenza con Lawrence, Lillian scopre il suo coinvolgimento con gruppi neonazisti.
Dopo essere fuggita da Lawrence, Lillian viene soccorsa da Mohammad (detto "Mo") (Rish Shah), un membro di una comunità islamica in Vermont. Si rifugia in un fienile isolato gestito da Ahmad, il fratello di Mo, ma scopre che i suoi "soccorritori" hanno le loro motivazioni e che lei è in realtà prigioniera. Successivamente, si ritrova in un ambiente artistico e alla fine si ricongiunge con la sua famiglia, ma la sua esperienza l'ha cambiata profondamente. Il film si conclude con Lillian che, mentre la sua famiglia è distratta dalle notizie di un attacco terroristico a uno stadio, esce di casa con un sorriso enigmatico verso la telecamera, suggerendo che il suo viaggio l'ha resa in qualche modo immune o distaccata dalle follie del mondo esterno.
Regia e Stile
Sean Price Williams, noto per la sua estetica grezza e granulosa come direttore della fotografia (spesso utilizzando il 16mm), porta la sua impronta visiva anche nella sua opera prima da regista. "The Sweet East" è caratterizzato da uno stile visivo distintivo, con una fotografia sporca e spesso accompagnata da bagliori di luce che conferiscono al film una qualità onirica e quasi allucinatoria. Questo approccio è funzionale alla narrazione picaresca e frammentata, che riflette il caos ideologico e la disillusione della società americana.
La regia di Williams, supportata dalla sceneggiatura di Nick Pinkerton, è audace e senza compromessi. Il film non teme di esplorare argomenti controversi e di presentare personaggi dalle ideologie estreme, senza necessariamente prendere una posizione morale chiara. Questo "viaggio di Alice nel Paese delle Meraviglie Gen Z" è uno spaccato distorto e colorato di una generazione curiosa, spregiudicata e smarrita. Williams riesce a creare un'atmosfera che è al contempo umoristica e inquietante, con momenti di satira tagliente e altri di profonda ambiguità. La sua capacità di mantenere la storia coesa nonostante la sua natura episodica è notevole.
Attori
Il cast di "The Sweet East" è un punto di forza del film, con interpretazioni che hanno ricevuto elogi dalla critica:
Talia Ryder interpreta la protagonista, Lillian. La sua performance è stata particolarmente apprezzata per la sua capacità di incarnare una ragazza apparentemente ingenua ma in realtà astuta e adattabile, che attraversa le varie situazioni con un'apatia controllata e una notevole capacità di manipolazione. Ryder conferisce a Lillian una sorta di "tela bianca" su cui gli altri personaggi proiettano le loro idee, ma allo stesso tempo una sottile intelligenza e un controllo sulla situazione.
Earl Cave è Caleb, l'attivista anarchico.
Simon Rex interpreta Lawrence, il professore di estrema destra. La sua performance è stata evidenziata per la sua capacità di interpretare un personaggio complesso e moralmente ambiguo, mostrando un lato inaspettato dopo il suo ruolo in "Red Rocket".
Ayo Edebiri (nota per "The Bear") e Jacob Elordi (noto per "Euphoria") appaiono in ruoli secondari, aggiungendo ulteriore spessore al già eclettico ensemble.
Il cast include anche Jeremy O. Harris, Rish Shah, Gibby Haynes e Andy Milonakis, tra gli altri.
Tematiche e Accoglienza
"The Sweet East" è un film denso di tematiche e allegorie. È stato descritto come una satira cupa dell'America contemporanea, un'esplorazione del caos ideologico e della disconnessione sociale. Attraverso il viaggio di Lillian, il film tocca temi come il populismo, l'estremismo politico (sia di destra che di sinistra), le teorie del complotto, la cultura della fama e la ricerca di identità in un mondo frammentato. Lillian stessa è un personaggio che si adatta a ogni ambiente, riflettendo la fluidità e la confusione del panorama culturale attuale. Nonostante la sua natura episodica e talvolta disorientante, il film è stato elogiato per la sua originalità e il suo approccio senza filtri alla realtà americana.
L'accoglienza critica è stata in gran parte positiva: su Rotten Tomatoes, il film ha un punteggio medio dell'81% basato su 69 recensioni, mentre su Metacritic ha ottenuto un voto di 62 su 100. Molti critici hanno apprezzato la sua estetica unica, la performance di Talia Ryder e la sua capacità di catturare lo "spirito dei tempi" in modo provocatorio e spesso esilarante. Alcuni lo hanno trovato troppo situazionista o caricato, ma in generale, è stato riconosciuto come un debutto notevole per Sean Price Williams e un'opera che invita alla riflessione sulla condizione attuale della società. "The Sweet East" si candida a diventare un cult movie nel panorama del cinema indipendente.
mubi
La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead), è un film del 1968 diretto, scritto, fotografato e montato da George A. Romero
La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead), il capolavoro del 1968 diretto, scritto, fotografato e montato da George A. Romero, non è solo un film horror; è un'opera seminale che ha riscritto le regole del genere, influenzando innumerevoli registi e dando il via a una nuova era per i non morti nel cinema. Con un budget irrisorio e un cast di attori poco noti, Romero è riuscito a creare un'atmosfera di terrore claustrofobico e una critica sociale che risuona ancora oggi.
La storia inizia con Barbara (Judith O'Dea) e suo fratello Johnny (Russell Streiner) che si recano in un cimitero rurale in Pennsylvania per visitare la tomba del padre. L'atmosfera è tesa, con Johnny che canzona la sorella con la famosa battuta: "Stanno venendo a prenderti, Barbara!". Poco dopo, vengono attaccati da un uomo dall'aspetto strano, che si rivela essere un cadavere rianimato. Johnny viene ucciso e Barbara riesce a fuggire, rifugiandosi in una fattoria isolata.
Qui incontra Ben (Duane Jones), un uomo afroamericano calmo e risoluto, che ha già compreso la gravità della situazione: i morti stanno tornando in vita e sono assetati di carne umana. Presto si uniscono a loro i Cooper, Harry (Karl Hardman) e Helen (Marilyn Eastman), con la loro figlia ferita Karen (Kyra Schon), che si erano nascosti nello scantinato. Nello stesso rifugio si trovano anche i giovani amanti Tom (Keith Wayne) e Judy (Judith Ridley).
Il film si concentra sulla lotta disperata di questo eterogeneo gruppo per sopravvivere all'assedio degli "zombi" (termine che all'epoca non era ancora così diffuso per descrivere queste creature). La tensione cresce non solo a causa delle minacce esterne, ma anche per le crescenti divisioni interne. Harry Cooper, in particolare, è in costante conflitto con Ben, sostenendo che dovrebbero rimanere nello scantinato, mentre Ben cerca attivamente una via di fuga. La mancanza di fiducia, la paura e l'incapacità di cooperare diventano tanto pericolose quanto i morti viventi stessi.
La notte prosegue in un crescendo di orrore e disperazione. I tentativi di fuga falliscono miseramente, portando a morti brutali e inaspettate. Il culmine della tensione si raggiunge quando la piccola Karen, morsa in precedenza, si trasforma in una zombi e attacca la madre. Il finale è una delle sequenze più iconiche e crude nella storia del cinema: all'alba, Ben è l'unico sopravvissuto, ma viene tragicamente scambiato per uno zombi e ucciso dalle forze dell'ordine e dalla milizia civile che stanno ripulendo l'area. Le immagini finali, con Ben trascinato via e bruciato su un rogo improvvisato, lasciano lo spettatore con un senso di amara impotenza e una profonda riflessione sulla natura umana e la sua risposta al caos.
George A. Romero ha realizzato La notte dei morti viventi con un approccio quasi documentaristico, utilizzando una telecamera a mano che conferisce al film un'immediatezza cruda e inquietante. La scelta del bianco e nero non fu solo dettata da ragioni economiche, ma contribuì in modo significativo all'atmosfera cupa e atemporale. L'assenza di colore accentua il contrasto tra luci e ombre, rendendo le figure dei morti viventi ancora più spettrali e disturbanti.
Romero rompe con le convenzioni dell'horror dell'epoca, abbandonando i mostri gotici e le trame elaborate per un terrore più viscerale e realistico. I suoi zombi non sono creature soprannaturali o vendicative; sono semplicemente corpi rianimati, privi di intelletto, che agiscono per un unico impulso: nutrirsi. Questa semplicità li rende ancora più terrificanti e imprevedibili.
Un elemento fondamentale della regia di Romero è l'uso sapiente del montaggio. Il film è serrato, con poche pause, e la narrazione procede a un ritmo incalzante, riflettendo la frenesia e la disperazione dei personaggi. Le scene di violenza, sebbene non eccessivamente grafiche per gli standard odierni, erano scioccanti per l'epoca, contribuendo a dare al film un'etichetta di "splatter" e a confonderlo con i b-movie di serie inferiore. In realtà, dietro la violenza c'era una chiara intenzione narrativa e tematica.
Il cast di La notte dei morti viventi era composto in gran parte da attori amatoriali o poco conosciuti, scelti per la loro capacità di incarnare personaggi credibili e per il loro impegno nel progetto.
Duane Jones nel ruolo di Ben: La scelta di un attore afroamericano come protagonista in un film americano del 1968 fu una mossa audace e significativa, specialmente in un periodo di forti tensioni razziali negli Stati Uniti. Jones offre una performance carismatica e autorevole, diventando il vero leader morale del gruppo. La sua calma e la sua intelligenza contrastano con l'isteria degli altri personaggi, e la sua tragica fine amplifica il messaggio di disperazione e la critica sociale del film.
Judith O'Dea nel ruolo di Barbara: Il suo personaggio incarna l'orrore puro e la fragilità di fronte all'inspiegabile. Inizialmente catatonica e in stato di shock, Barbara rappresenta la vittima per eccellenza, la cui impotenza sottolinea la crudeltà della situazione. La sua trasformazione nel corso del film, seppur sottile, è un'altra dimostrazione dell'abilità di Romero nel creare personaggi che reagiscono realisticamente agli eventi estremi.
Karl Hardman e Marilyn Eastman nei ruoli di Harry e Helen Cooper: La loro interpretazione della coppia Cooper, in particolare di Harry, fornisce il conflitto interno necessario alla trama. Harry è egoista, pessimista e incapace di fidarsi, rappresentando la parte più oscura della natura umana in crisi. La loro relazione tossica e le loro discussioni amplificano la claustrofobia della fattoria e la sensazione di condanna inevitabile.
La notte dei morti viventi va ben oltre il semplice intrattenimento horror. Il film è stato interpretato come un commento sulla guerra del Vietnam, con i morti viventi che simboleggiano i "nemici" che tornano per perseguitare la società, o come una critica alla società americana stessa, con la sua incapacità di affrontare una crisi, le sue divisioni interne e la cieca obbedienza all'autorità. La mancanza di un lieto fine, la disorganizzazione delle forze dell'ordine e la brutalità delle esecuzioni sommarie di Ben e di altri zombi, sottolineano un senso di nichilismo e disillusione.
Il film è anche un esempio lampante di come l'indipendenza cinematografica possa portare a opere rivoluzionarie. Realizzato al di fuori del sistema degli studi di Hollywood, Romero e il suo team hanno avuto la libertà creativa di esplorare temi e immagini che sarebbero stati censurati o modificati altrove.
L'impatto di La notte dei morti viventi è incalcolabile. Ha stabilito molte delle convenzioni del genere zombi che conosciamo oggi: il contagio, la deambulazione lenta ma inarrestabile dei non morti, la vulnerabilità al colpo alla testa, e l'idea che la vera minaccia non siano solo gli zombi, ma la reazione disorganizzata e spesso brutale degli esseri umani. Ha aperto la strada a innumerevoli sequel, remake, fumetti, videogiochi e serie TV, cementando il posto di Romero come il "padre degli zombi".
In definitiva, La notte dei morti viventi rimane un'opera potente e inquietante, un film che ha saputo trascendere i confini del genere horror per diventare un classico cinematografico con un messaggio sociale e culturale profondo e duraturo. È un promemoria agghiacciante di quanto possano essere fragili le fondamenta della civiltà quando il terrore e la disperazione prendono il sopravvento.
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Rocky, è un film del 1976 diretto da John G. Avildsen
Rocky, il film del 1976 diretto da John G. Avildsen, non è solo un classico del cinema sportivo, ma una vera e propria icona culturale che ha catturato il cuore di milioni di spettatori in tutto il mondo. Scritto e interpretato da un allora semisconosciuto Sylvester Stallone, la pellicola è la quintessenza del "sogno americano", una favola moderna su un perdente che trova la sua dignità e il suo riscatto attraverso la perseveranza, il lavoro duro e, soprattutto, l'amore. Con dieci nomination agli Oscar e tre vittorie, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Montaggio, Rocky si è affermato come un fenomeno capace di trascendere il genere, diventando un simbolo di speranza e determinazione.
La storia è ambientata nella grigia e operaia Philadelphia del 1975. Rocky Balboa (Sylvester Stallone) è un pugile dilettante di 30 anni, noto come "Lo Stallone Italiano", che tira avanti a stento sbarcando il lunario come esattore per un usuraio locale, Tony Gazzo (Joe Spinell). Nonostante il suo passato promettente come pugile, la sua carriera è stagnante, costellata di incontri minori in palestre fumose e guadagni miseri. Vive in un modesto appartamento, ha pochi amici e il suo unico vero conforto sembra essere la compagnia di due tartarughe, Cuff e Link.
La sua vita prende una svolta inaspettata quando il campione mondiale dei pesi massimi, l'arrogante e carismatico Apollo Creed (Carl Weathers), decide di organizzare un incontro celebrativo a Philadelphia. Per un capriccio pubblicitario, Apollo annuncia di voler dare un'opportunità a un pugile locale sconosciuto, offrendo a un perfetto "sconosciuto" la possibilità di battersi per il titolo mondiale. La scelta ricade proprio su Rocky Balboa, il cui soprannome sembra perfetto per l'immagine "americana" che Apollo vuole creare per l'evento.
Rocky è inizialmente scettico, consapevole dell'enorme divario tra le sue capacità e quelle del campione. Tuttavia, spinto dal suo anziano e burbero allenatore, Mickey Goldmill (Burgess Meredith), che vede in lui un potenziale inespresso e una vera scintilla di talento, Rocky decide di accettare la sfida. Mickey, un tempo un promettente pugile anche lui, si dedica anima e corpo all'allenamento di Rocky, sottoponendolo a un regime estenuante che diventa iconico: le corse all'alba per le strade di Philadelphia, salire i gradini del Philadelphia Museum of Art, e colpire le carcasse di manzo nel mattatoio dove il fratello di Paulie lavora.
Parallelamente all'allenamento, si sviluppa una tenera e toccante storia d'amore tra Rocky e Adriana Pennino (Talia Shire), la timida e introversa sorella di Paulie (Burt Young), il migliore amico e cognato di Rocky, un uomo irascibile e insoddisfatto. Adriana lavora in un negozio di animali e inizialmente è estremamente riservata, ma Rocky, con la sua sincerità e la sua dolcezza impacciata, riesce a conquistare il suo cuore. La loro relazione, fatta di piccoli gesti e dialoghi semplici, diventa un pilastro fondamentale per Rocky, dandogli la forza e la motivazione per affrontare l'imminente incontro.
Il giorno del combattimento arriva. L'atmosfera è elettrica. Nessuno crede che Rocky abbia una possibilità contro Apollo Creed, dato per vincitore per KO al primo round. L'incontro è brutale e estenuante. Rocky subisce colpi durissimi, ma con una tenacia incredibile si rialza ogni volta, dimostrando una resistenza e una volontà ferrea che sorprendono Apollo e il pubblico. Il match va avanti per tutti i 15 round, un'impresa impensabile per lo sfidante. Al termine dell'incontro, il verdetto è una sconfitta per decisione divisa ai punti per Rocky, ma il risultato passa in secondo piano. Ciò che conta è che Rocky ha dimostrato a sé stesso, ad Adriana, a Mickey e al mondo intero di non essere un "pezzo da niente". Il film si conclude con Rocky che, nonostante la sconfitta, urla il nome di Adriana nel ring affollato, mentre lei lo raggiunge, e i due si abbracciano, suggellando una vittoria ben più grande di qualsiasi titolo mondiale: quella della dignità e dell'amore.
John G. Avildsen dirige Rocky con una sensibilità che va oltre il mero spettacolo sportivo. La sua regia è focalizzata sull'interiorità del personaggio e sulle sue relazioni, utilizzando il pugilato come metafora della lotta per la vita. Avildsen riesce a bilanciare perfettamente le sequenze di allenamento e i momenti intimi tra i personaggi, creando un ritmo narrativo coinvolgente.
La scelta di riprese amatoriali e realistiche, con l'uso di telecamere a mano e una fotografia granulosa (curata da James Crabe), conferisce al film un'autenticità che lo allontana dal glamour hollywoodiano tipico dell'epoca. Le scene di pugilato, in particolare, sono girate con un'intensità quasi documentaristica, ponendo lo spettatore direttamente nel cuore dell'azione e del dolore provato da Rocky. La famosa sequenza dell'allenamento, accompagnata dalla colonna sonora iconica di Bill Conti, è un esempio brillante di come la regia riesca a trasmettere la crescita fisica ed emotiva del protagonista. Avildsen non si concentra solo sui pugni, ma sugli sguardi, sui respiri affannosi, sulla stanchezza e sulla determinazione scolpita sul volto di Rocky.
Un elemento chiave della regia è la capacità di evocare empatia. Avildsen ci fa sentire il peso della vita di Rocky, le sue umiliazioni, le sue speranze. Anche le scene più banali, come le passeggiate con Adriana, sono cariche di significato, rivelando la vulnerabilità e la dolcezza dei personaggi.
Il successo di Rocky è indissolubilmente legato alle straordinarie performance del suo cast, molte delle quali hanno lanciato o rilanciato carriere.
Sylvester Stallone nel ruolo di Rocky Balboa: La performance di Stallone è il cuore pulsante del film. Il suo Rocky è un personaggio complesso: un uomo umile, goffo ma dal cuore d'oro, con un'innocenza quasi infantile e una determinazione ferrea. Stallone non solo ha scritto il personaggio, ma lo ha incarnato con una sincerità disarmante, rendendolo un'icona di resilienza. La sua recitazione è sottile, fatta di espressioni facciali, sguardi e silenzi eloquenti, che rivelano la profondità emotiva di Rocky. La nomination all'Oscar come Miglior Attore fu ampiamente meritata.
Talia Shire nel ruolo di Adriana Pennino: La Shire offre un'interpretazione magistrale di Adriana, trasformandola da una figura timida e insicura in una donna forte e innamorata. La sua chimica con Stallone è palpabile, e la loro storia d'amore è il fulcro emotivo del film. La sua performance, fatta di piccoli gesti e sguardi, le valse una nomination all'Oscar come Miglior Attrice.
Burgess Meredith nel ruolo di Mickey Goldmill: Il veterano Meredith dà vita a Mickey, il burbero ma affezionato allenatore di Rocky. La sua performance è energica e memorabile, piena di linee iconiche. Mickey rappresenta la guida, la disciplina e la fede incrollabile nel potenziale di Rocky, e Meredith lo interpreta con un mix perfetto di durezza e affetto. Anche lui ottenne una nomination all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista.
Carl Weathers nel ruolo di Apollo Creed: Weathers incarna Apollo con carisma e arroganza, ma anche con un pizzico di eleganza. Sebbene sia l'antagonista sportivo, Apollo non è un "cattivo" tradizionale, ma piuttosto un campione sicuro di sé che sottovaluta il suo avversario. La sua performance è fondamentale per elevare l'incontro e dare a Rocky un degno rivale.
Burt Young nel ruolo di Paulie Pennino: Young interpreta Paulie, il cognato scontroso e irascibile di Rocky, con una dose di realismo e vulnerabilità. Paulie è il personaggio che, con le sue frustrazioni e la sua invidia, mette in risalto la bontà d'animo di Rocky. La sua performance gli valse una nomination all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista.
Rocky è molto più di un semplice film sportivo. È un'ode alla perseveranza, alla fiducia in sé stessi e all'idea che, a volte, la vera vittoria non sia raggiungere la vetta, ma superare i propri limiti. Il film ha reso celebre la figura dell'"underdog", il perdente che si riscatta, e ha ispirato generazioni.
La colonna sonora di Bill Conti, con il suo tema principale "Gonna Fly Now", è diventata immediatamente riconoscibile e sinonimo di motivazione e trionfo. Le scene di allenamento di Rocky, culminanti con la salita dei gradini del Philadelphia Museum of Art, sono diventate un rito di passaggio e un luogo di pellegrinaggio per i fan di tutto il mondo.
Il successo inaspettato di Rocky ha dato il via a un franchise di enorme successo, con diversi sequel (e spin-off come Creed), che hanno continuato a esplorare la vita e la carriera di Rocky Balboa, cementando ulteriormente il suo status di leggenda cinematografica. La sua influenza si estende al di là del cinema, permeando la cultura popolare, il linguaggio comune e persino l'immaginario collettivo legato all'etica del lavoro e alla ricerca del successo.
In definitiva, Rocky è un film senza tempo, un inno all'anima umana e alla sua capacità di lottare per ciò in cui crede, indipendentemente dalle probabilità. È una storia universale di speranza che continua a risuonare con il pubblico, dimostrando che anche un "perdente" può trovare la sua strada verso la gloria, non sul tabellone dei punti, ma nel proprio cuore e in quello delle persone che ama.
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Diciannove, è un film del 2024 diretto da Giovanni Tortorici
Giovanni Tortorici, con il suo lungometraggio d'esordio Diciannove, uscito nel 2024, offre uno sguardo penetrante e disincantato sulla complessa transizione dall'adolescenza all'età adulta, un'odissea personale che risuona con le incertezze e le nevrosi della Generazione Z. Prodotto da Luca Guadagnino (Frenesy Film Production), il film ha conquistato l'attenzione della critica e del pubblico alla sua presentazione nella sezione Orizzonti della Biennale di Venezia 2024, venendo poi distribuito nelle sale da Vision Distribution.
Il film segue Leonardo Gravina (Manfredi Marini), un diciannovenne palermitano che, nel 2015, decide di lasciare la sua città natale per inseguire la sorella Arianna (Vittoria Planeta) a Londra, con l'intenzione di intraprendere studi economici. Tuttavia, il miraggio della capitale inglese si scontra presto con una realtà ben diversa dalle sue aspettative. Leonardo è un giovane intelligente, perspicace, ma anche profondamente irrequieto e insicuro, un'anima in cerca di un ancoraggio che sembra sfuggirgli.
L'esperienza londinese si rivela effimera e, in un gesto impulsivo che caratterizza gran parte delle sue decisioni, Leonardo abbandona la metropoli per trasferirsi a Siena, dove si iscrive alla facoltà di Lettere. Qui, la sua traiettoria di vita continua a essere frammentata e incerta. Inizialmente frequenta le lezioni, ma ben presto si ritira in un isolamento quasi monacale nel suo appartamento, dedicandosi a uno studio solitario e ossessivo dei classici della "bella lingua" italiana. Questo periodo è segnato da una solitudine opprimente, interrotta da rare e spesso goffe interazioni sociali, e da confronti generazionali che lo lasciano sempre più insoddisfatto e disilluso. La sua aspirazione a diventare scrittore, filtrata attraverso una visione rigidamente purista della letteratura, diventa un rifugio e, al contempo, un'ulteriore fonte di frustrazione.
Il film non si sviluppa lungo una trama lineare e risolutiva, ma piuttosto come un "romanzo di (de)formazione" intimo e sofferto. È un flusso di coscienza che cattura i patemi d'animo, le incertezze e le sfide di un giovane che, pur dotato di acume intellettuale, fatica a trovare il suo posto nel mondo, intrappolato tra l'infanzia che si protrae e un'età adulta che non riesce ad afferrare. La sua apparente goffaggine iniziale evolve in una natura più asociale e nevrotica, manifestandosi in scatti d'ira, momenti di profonda introspezione e una tendenza all'auto-sabotaggio.
Un anno dopo gli eventi di Siena, il percorso di Leonardo lo porta a Torino, dove incontra un uomo (interpretato da Simone Zambelli), un semi-conoscente di famiglia. Questo incontro si rivela un momento cruciale e quasi catartico, un confronto più diretto e meno mediato rispetto a quelli precedenti, che costringe Leonardo a confrontarsi con alcune delle sue fragilità e contraddizioni più profonde. Il finale torinese, volutamente aperto e privo di una vera chiusura, tenta una sorta di sintesi delle esperienze vissute, rispecchiando l'incapacità del protagonista di trovare una risoluzione definitiva in un'età così densa di transizioni e incertezze.
Giovanni Tortorici, alla sua opera prima, dimostra una notevole maturità registica e uno stile distintivo. La sua direzione è caratterizzata da un approccio quasi documentaristico, votato a catturare le inquiete contraddizioni di Leonardo con una veridicità disarmante. Il film adotta una varietà di tecniche visive: si passa da sequenze in stile cinéma vérité a un montaggio nervoso e frammentato, arricchito da rallenti, fermo immagine e zoom improvvise che amplificano il senso di disagio e disorientamento vissuto dal protagonista. Questa eterogeneità stilistica contribuisce a restituire un ritratto autentico e privo di retorica del disagio generazionale.
La fotografia di Massimiliano Kuveiller e il montaggio di Marco Costa (già collaboratore di Guadagnino in Queer) sono elementi chiave nella costruzione dell'atmosfera del film. Il loro lavoro destruttura la narrazione visiva tradizionale, riflettendo la confusione interiore e la frammentazione del mondo percepito da Leonardo. Il film non cerca di estetizzare o romanticizzare l'autodistruzione; al contrario, mostra le pulsioni erotiche, l'alcolismo e il malessere mentale del protagonista con una cruda onestà, lontana da qualsiasi idealizzazione da "eroe della notte" o da spleen romantico alla Beat Generation. Tortorici espone la vulnerabilità e la crudeltà del processo di crescita con una sincerità che tocca nel profondo.
Essendo stato assistente alla regia di Luca Guadagnino nella serie We Are Who We Are e avendo collaborato con lui in altri progetti, Tortorici sembra aver assimilato e rielaborato la libertà creativa del suo mentore, esplorando linguaggi e forme non convenzionali per raccontare una storia di formazione che è al contempo universale e profondamente personale.
Il successo e l'impatto di Diciannove dipendono in larga misura dall'interpretazione del suo giovane protagonista.
Manfredi Marini nel ruolo di Leonardo Gravina: Marini offre una performance intensa, credibile e sfaccettata. Egli incarna perfettamente la figura di un ragazzo che, pur provenendo da un contesto privilegiato e dotato di un'intelligenza superiore alla media, è tormentato da un'angoscia esistenziale e da una frustrazione sottocutanea. La sua capacità di esprimere l'incomunicabilità, il rancore "cordiale" verso le istituzioni e le relazioni sociali, e la sua tendenza a rivolgere la rabbia contro se stesso, rendono il personaggio di Leonardo profondamente riconoscibile e, per certi versi, disturbante. La sua figura è quella di un giovane ricco di potenziale e di conoscenze, ma incapace di trovare il terreno fertile per crescere, perennemente in ritardo o in anticipo rispetto alle tappe della vita.
Vittoria Planeta nel ruolo di Arianna Gravina: Sebbene il suo ruolo sia più contenuto, la presenza di Arianna funge da punto di riferimento, seppur distante, per Leonardo, contribuendo a delineare il contesto familiare e a fornire un barlume di stabilità in un universo in tumulto.
Simone Zambelli e altri attori secondari: Contribuiscono a popolare il mondo di Leonardo con figure che, seppur fugaci, delineano le sue interazioni sociali e i suoi fallimenti comunicativi.
Diciannove è un film che indaga con rara onestà i desideri, i sogni e le frustrazioni del diventare adulti. Non offre risposte facili o consolatorie, ma piuttosto si limita a mostrare la complessità e la confusione di un'età in cui ogni scelta sembra cruciale e ogni certezza è messa in discussione. È un'indagine sulla gioventù contemporanea, sul peso del privilegio borghese e sul disagio esistenziale che può affliggere anche chi, apparentemente, ha "tutto". Il film, in tal senso, è stato descritto come un "inquietante seminario della gioventù", un memoriale di inciampi e una lucida analisi di un'anima sospesa tra la fine dell'adolescenza e l'inizio di un'età adulta ancora da definire.
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21, è un film del 2008 diretto da Robert Luketic
"21" è un film del 2008 diretto da Robert Luketic, un thriller drammatico ispirato a una storia vera, quella del celebre "MIT Blackjack Team". Il film racconta l'ascesa e la caduta di un gruppo di studenti del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che, sotto la guida del loro brillante ma controverso professore, utilizzano le loro abilità matematiche per sbancare i tavoli di blackjack dei casinò di Las Vegas.
La storia ruota attorno a Ben Campbell (Jim Sturgess), uno studente del MIT estremamente dotato in matematica, ma proveniente da una famiglia modesta. Il suo sogno è essere ammesso alla prestigiosa Harvard Medical School, ma non ha i 300.000 dollari necessari per le tasse. Per ottenere una borsa di studio, deve distinguersi con un "racconto di vita sorprendente", ma la sua esistenza è fin troppo ordinaria.
Mentre Ben cerca disperatamente un modo per finanziare i suoi studi, viene notato dal suo professore di matematica, Micky Rosa (Kevin Spacey). Rosa lo invita a unirsi a un gruppo segreto di studenti del MIT (Jill Taylor interpretata da Kate Bosworth, Choi da Aaron Yoo, Kianna da Liza Lapira e Fisher da Jacob Pitts) che, ogni weekend, si recano a Las Vegas. Il loro obiettivo è contare le carte al blackjack, sfruttando un sistema di segnali e calcoli matematici per prevedere le probabilità e massimizzare i profitti.
Inizialmente riluttante, Ben viene convinto ad unirsi al team, attratto non solo dal denaro ma anche dal fascino e dall'adrenalina della "doppia vita" e dalla possibilità di stare con Jill. Il sistema funziona: il gruppo inizia a vincere ingenti somme, vivendo nel lusso e nella trasgressione. Ben, con le sue straordinarie capacità di calcolo mentale, diventa rapidamente una risorsa inestimabile e il "big player" del team, ovvero quello che gioca le mani più consistenti quando le probabilità sono a loro favore.
Tuttavia, il successo porta con sé delle conseguenze. Ben si immerge sempre più nel mondo del gioco d'azzardo, trascurando i suoi studi, i suoi amici e la sua etica. La crescente avidità e l'arroganza del gruppo, in particolare di Fisher, attirano l'attenzione di Cole Williams (Laurence Fishburne), un esperto addetto alla sicurezza dei casinò, noto per la sua abilità nel riconoscere e fermare i contatori di carte. Williams, un uomo duro e implacabile, si mette sulle tracce del team, determinato a fermarli.
La tensione aumenta quando Ben, accecato dal successo e da una crescente arroganza, commette degli errori che mettono a rischio il team. Le dinamiche interne al gruppo si deteriorano, emergono gelosie e sfiducia. Il rapporto con Micky Rosa si fa teso, e Ben inizia a sentirsi manipolato. La situazione culmina in un tradimento che porta alla rovinosa caduta del team e di Ben.
Il finale del film rivela una serie di colpi di scena e doppi giochi, mostrando come Ben, nonostante tutto, riesca a ribaltare la situazione a suo favore, sfruttando ancora una volta la sua intelligenza e la sua capacità di adattamento. Alla fine, il "racconto sorprendente" che mancava alla sua domanda per Harvard si rivela essere la sua stessa avventura nel mondo del blackjack, che gli ha insegnato lezioni ben più profonde sulla vita, il rischio e la moralità.
Robert Luketic, conosciuto per film come "La rivincita delle bionde" e "Quel mostro di suocera", qui affronta un genere diverso, dimostrando una notevole capacità di mantenere la tensione e il ritmo narrativo. La sua regia in "21" è dinamica e coinvolgente, con un uso efficace del montaggio serrato e delle musiche per creare un'atmosfera di suspense e adrenalina, tipica del mondo dei casinò.
Luketic è bravo a immergere lo spettatore nel meccanismo del conteggio delle carte, rendendo comprensibili concetti matematici complessi e trasformando il blackjack da un semplice gioco di fortuna a una battaglia di intelligenza e strategia. Le scene ambientate a Las Vegas sono rese con un'estetica glamour e patinata, che esalta il fascino seducente del denaro facile e della vita notturna, contrapponendosi alla grigia realtà accademica di Boston.
Nonostante il film sia stato criticato per alcune semplificazioni e per aver privilegiato l'intrattenimento sulla profondità psicologica, la direzione di Luketic è efficace nel creare un thriller avvincente che tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino all'ultimo.
Il successo di "21" è dovuto anche al suo cast, che offre performance convincenti:
Jim Sturgess nel ruolo di Ben Campbell è l'attore principale e regge bene il peso del film. La sua interpretazione mostra l'evoluzione del personaggio da studente timido e ambizioso a un giovane arrogante e poi disilluso, capace di rialzarsi. Sturgess riesce a trasmettere sia l'intelletto di Ben sia la sua vulnerabilità.
Kevin Spacey come Micky Rosa è magnetico e ambiguo. Il suo personaggio è il catalizzatore della storia, il mentore carismatico che nasconde un lato oscuro. Spacey, con la sua presenza scenica, riesce a rendere Rosa affascinante e minaccioso allo stesso tempo, un ruolo perfetto per le sue capacità attoriali.
Kate Bosworth nel ruolo di Jill Taylor è la figura femminile centrale del gruppo. La sua interpretazione cattura la sua intelligenza e il suo fascino, ma anche la sua vulnerabilità e il suo senso di lealtà.
Laurence Fishburne offre una performance intensa come Cole Williams, l'implacabile "cacciatore" di contatori di carte. Fishburne porta al personaggio una gravitas e una minaccia latente che rendono Williams un antagonista memorabile.
Gli altri membri del team, Aaron Yoo, Liza Lapira e Jacob Pitts, contribuiscono a creare un ensemble credibile, ognuno con le proprie peculiarità che arricchiscono le dinamiche del gruppo.
Il film "21" è basato sul libro bestseller "Bringing Down the House: The Inside Story of Six MIT Students Who Took Vegas for Millions" di Ben Mezrich. Il libro, e di conseguenza il film, racconta una versione romanzata delle vicende di un vero team di studenti del MIT che negli anni '80 e '90 utilizzò il conteggio delle carte per vincere milioni di dollari nei casinò. Sebbene il film prenda delle libertà creative e modifichi alcuni dettagli (ad esempio, nella realtà, la maggior parte dei membri del team erano di origine asiatica, mentre nel film molti attori sono caucasici, il che ha suscitato alcune critiche per la "whitewashing"), la storia di base rimane affascinante.
Al botteghino, "21" ha riscosso un buon successo commerciale, incassando oltre 157 milioni di dollari a livello mondiale contro un budget di circa 35 milioni di dollari. In Italia, ha incassato circa 2,5 milioni di euro. La critica ha avuto reazioni miste: alcuni hanno elogiato il suo ritmo incalzante e l'intrattenimento offerto, mentre altri lo hanno trovato superficiale o poco fedele alla storia originale. Tuttavia, è ampiamente riconosciuto come un film avvincente e ben confezionato, che riesce a catturare l'attenzione del pubblico con la sua miscela di intelligenza, rischio e tensione.
"21" rimane un esempio interessante di come una storia basata su fatti reali, seppur romanzata, possa essere trasformata in un thriller di successo, esplorando temi come l'ambizione, la moralità e le conseguenze delle proprie scelte.
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Come in uno specchio (Såsom i en spegel), è un film del 1961 di Ingmar Bergman
"Come in uno specchio" (titolo originale svedese: Såsom i en spegel) è un film drammatico del 1961 scritto e diretto da Ingmar Bergman. È il primo capitolo della cosiddetta "Trilogia del Silenzio di Dio" di Bergman, seguita da "Luci d'inverno" (1963) e "Il silenzio" (1963). Questa trilogia esplora temi legati alla fede, alla disperazione e all'incapacità di comunicare in un mondo in cui Dio sembra assente o silenzioso. "Come in uno specchio" è stato acclamato a livello internazionale e ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero nel 1962.
Il film si svolge interamente su un'isola isolata nel Mar Baltico, dove un piccolo gruppo di personaggi si riunisce per una breve vacanza estiva. I protagonisti sono quattro:
Karin (Harriet Andersson): Una giovane donna ventenne che è stata recentemente dimessa da un ospedale psichiatrico, dove è stata curata per schizofrenia. La sua malattia è il fulcro del dramma, e il film segue il suo lento e inesorabile scivolamento nella follia.
Martin (Max von Sydow): Il marito di Karin, un uomo premuroso ma impotente di fronte al deterioramento mentale della moglie. Cerca disperatamente di sostenerla, ma si sente sempre più frustrato e isolato.
David (Gunnar Björnstrand): Il padre di Karin, un noto scrittore che è tornato a casa dopo un lungo periodo di assenza. È un intellettuale cinico e distaccato, più interessato al proprio lavoro e alla sua arte che al benessere emotivo della sua famiglia. David vede la malattia della figlia quasi come un'opportunità per studiare la mente umana e trovare ispirazione per il suo prossimo romanzo, una rivelazione che sconvolgerà Karin.
Fredrik (Lars Passgård): Il fratello minore di Karin, un adolescente sensibile e introverso che prova un affetto profondo per la sorella e lotta per comprendere la sua malattia e il comportamento distante del padre. Tra lui e Karin c'è un legame stretto, quasi morboso, che sfocia in un incesto non consumato ma desiderato da Karin.
La narrazione si sviluppa su un arco di 24 ore. Inizialmente, la famiglia sembra godere di una fragile tranquillità, ma ben presto emergono le tensioni latenti. Karin inizia a manifestare nuovi sintomi, percependo voci e visioni. Crede che Dio le stia parlando attraverso le crepe nel muro della stanza al piano superiore della casa, dove si rifugia sempre più spesso. Queste visioni diventano sempre più inquietanti, culminando nella convinzione di essere visitata da un ragno che rappresenta Dio stesso.
Il padre David, che ha conservato i diari medici di Karin, è consapevole della gravità delle sue condizioni e della scarsa speranza di recupero. La sua incapacità di comunicare apertamente con la figlia e la sua tendenza a strumentalizzare le sue esperienze per fini artistici aggravano ulteriormente la situazione.
Il momento più sconvolgente del film arriva quando Karin, in uno stato di delirio, ha un incontro sessuale con il fratello Fredrik, un atto che simboleggia la sua disperazione e la rottura definitiva con la realtà. Questa scena, sebbene non esplicita, è di forte impatto emotivo e psicologico.
Il film si conclude con Karin che viene portata via in elicottero per essere nuovamente ricoverata, mentre il padre e il fratello rimangono sull'isola, costretti a confrontarsi con le proprie colpe e la propria solitudine. David e Fredrik hanno un breve ma significativo dialogo finale, in cui David cerca di spiegare a suo figlio l'importanza dell'amore come unica difesa contro il vuoto e il dolore della vita, un tema centrale nella filmografia di Bergman.
La regia di Ingmar Bergman in "Come in uno specchio" è magistrale e altamente simbolica. Bergman, che ha anche scritto la sceneggiatura, crea un'atmosfera claustrofobica e opprimente nonostante l'ambientazione all'aperto. L'isola, con il suo paesaggio aspro e isolato, diventa una metafora dello stato d'animo dei personaggi e della loro prigionia psicologica.
Fotografia: Il film è girato in bianco e nero dal fidato direttore della fotografia Sven Nykvist. La fotografia è straordinaria, caratterizzata da un uso sublime della luce naturale, che crea contrasti netti tra luci e ombre, accentuando il senso di inquietudine e desolazione. Le inquadrature ravvicinate sui volti dei personaggi catturano ogni sfumatura di emozione, riflettendo la complessità psicologica del dramma.
Simbolismo: Bergman è un maestro nell'uso del simbolismo. Le crepe nel muro, il ragno, l'elicottero che porta via Karin sono tutti elementi carichi di significato che arricchiscono la narrazione e invitano alla riflessione. Il titolo stesso, "Come in uno specchio", deriva da un passaggio della Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo: "Ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia." Questo riferimento biblico sottolinea il tema della percezione distorta della realtà e della ricerca di una verità spirituale che rimane elusiva.
Ritmo e Atmosfera: Il ritmo del film è lento e meditativo, permettendo agli spettatori di immergersi completamente nel disagio emotivo dei personaggi. Il silenzio è spesso rotto solo dal suono delle onde o dal vento, enfatizzando la solitudine e l'isolamento.
Temi: Oltre alla malattia mentale, il film affronta temi complessi come la crisi della fede, l'assenza di Dio, l'incapacità di comunicare, il senso di colpa, l'amore filiale e coniugale messo alla prova, e la natura dell'arte e della creazione.
Le performance degli attori sono uno dei punti di forza del film, caratteristica comune nei film di Bergman che spesso lavorava con un ensemble di attori ricorrenti, noti come la sua "troupe".
Harriet Andersson (Karin): La sua interpretazione è stata universalmente lodata per la sua intensità e autenticità. Andersson riesce a rendere credibile e straziante il declino mentale di Karin, esprimendo sia la sua fragilità che i suoi momenti di lucida disperazione. È considerata una delle sue migliori performance.
Max von Sydow (Martin): Von Sydow offre una performance commovente come marito impotente e amorevole. Il suo personaggio incarna il senso di frustrazione e l'incapacità di affrontare una tragedia che lo supera.
Gunnar Björnstrand (David): Björnstrand è eccellente nel ruolo del padre intellettuale e distaccato. La sua interpretazione cattura la complessità di un uomo che, pur amando la figlia, è incapace di esprimere i suoi sentimenti e si rifugia nel suo lavoro.
Lars Passgård (Fredrik): Passgård, nel ruolo del giovane Fredrik, trasmette la confusione e il dolore di un adolescente che cerca di capire il mondo degli adulti e la malattia della sorella, con cui ha un rapporto ambiguo.
"Come in uno specchio" ha ricevuto un notevole successo critico e numerosi riconoscimenti:
Premio Oscar per il Miglior Film Straniero (1962): Questo è stato il primo Oscar vinto da un film di Bergman, consolidando la sua reputazione a livello internazionale.
Orso d'Argento al Festival di Berlino (1961): Il film è stato presentato in concorso alla 11ª edizione della Berlinale.
Nomination al Premio Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale (1962): Per Ingmar Bergman.
"Come in uno specchio" è spesso considerato un'opera spartiacque nella carriera di Bergman, che lo ha proiettato definitivamente sulla scena mondiale. Il film è girato con un budget relativamente basso, ma la sua profondità psicologica e la sua intensità emotiva lo rendono un capolavoro.
La "Trilogia del Silenzio di Dio" di cui fa parte, è un ciclo di film in cui Bergman si interroga sulla natura della fede e della spiritualità in un mondo che sembra aver perso Dio. In "Come in uno specchio", la follia di Karin può essere interpretata come una forma estrema di ricerca di Dio, o come la disintegrazione della mente umana di fronte all'assenza divina.
Il film è stato girato sull'isola di Fårö, un luogo che diventerà poi la residenza permanente di Bergman e il set di molti dei suoi film successivi, inclusi "Persona" e "Passione".
"Come in uno specchio" rimane un'opera potente e inquietante, che continua a essere studiata e ammirata per la sua onestà brutale, la sua maestria cinematografica e la sua profonda esplorazione della condizione umana. È un film che, pur trattando un tema doloroso come la malattia mentale, offre anche uno spiraglio di speranza nell'unica vera salvezza: la comunicazione e l'amore tra gli esseri umani. Il dialogo finale tra padre e figlio, in cui si parla dell'amore come prova dell'esistenza di Dio, è uno dei momenti più citati e commoventi della filmografia di Bergman, e offre una conclusione agrodolce a un dramma di profonda disperazione.
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Quell’estate con Irène è un film del 2024 diretto da Carlo Sironi
"Quell’estate con Irène" è un film drammatico del 2024 diretto da Carlo Sironi, che segna il suo secondo lungometraggio dopo l'acclamato "Sole". Il film è stato selezionato nella sezione Generation 14plus della 74ª Berlinale, a testimonianza del suo approccio sensibile e profondo alle tematiche giovanili.
Ambientato nell'agosto del 1997, il film ci introduce a Clara (interpretata da Maria Camilla Brandenburg) e Irène (Noée Abita), due diciassettenni che si incontrano per la prima volta durante una gita organizzata dall'ospedale in cui sono entrambe in cura. Le due ragazze condividono non solo l'età, ma anche la difficile esperienza di una malattia che, sebbene apparentemente sconfitta, continua a proiettare un'ombra sulle loro vite.
Clara è timida e introversa, mentre Irène è sfacciata, vivace e inarrestabile. Nonostante le differenze caratteriali, tra le due nasce un'intesa immediata e profonda. La loro amicizia diventa un rifugio, un modo per sfuggire alla paura e alla routine della malattia. In poche ore diventano inseparabili, tanto da prendere una decisione impulsiva: scappare dall'ospedale e dirigersi verso un'isola lontana, al largo della Sicilia. L'obiettivo è vivere finalmente la loro prima vera estate, fatta di spensieratezza, sole e libertà, lontano dagli sguardi e dalle preoccupazioni degli adulti.
Il film segue il loro viaggio e la loro permanenza su quest'isola remota, un luogo che diventa metafora di un'esistenza sospesa, quasi onirica, dove cercano di costruire una propria dimensione lontano dal peso della malattia. È un'estate di scoperta, di crescita e di confronto con le proprie fragilità e desideri. Il racconto si concentra sulla delicata fase dell'adolescenza, un momento di trasformazione in cui le prime esperienze e impressioni plasmano l'identità e la memoria.
Carlo Sironi, nato a Roma nel 1983, dimostra con "Quell’estate con Irène" una notevole sensibilità nel dirigere un dramma giovanile. La sua regia è caratterizzata da uno stile intimo e contemplativo, che si traduce in inquadrature spesso pittoriche e una fotografia delicata. Sironi riesce a catturare l'essenza di un'estate malinconica e rarefatta, trasformandola in un'esperienza visiva ed emotiva profonda. La narrazione è sospesa, quasi intangibile, tra la magia del ricordo e la dura realtà.
La scelta di ambientare il film nel 1997 contribuisce a creare un'atmosfera senza tempo, priva delle distrazioni della tecnologia moderna, permettendo al focus di rimanere interamente sulle dinamiche interpersonali delle due protagoniste. Sironi, con questo suo secondo lungometraggio, conferma la sua capacità di esplorare le complessità dell'animo umano, in particolare quello giovanile, con uno sguardo attento e non giudicante. La sua nota di regia sottolinea il desiderio di raccontare "quel momento in cui le prime impressioni della vita ci colpiscono e vanno a creare la nostra identità e la nostra memoria, quell'estate che non dimenticheremo mai."
Il successo del film è in gran parte dovuto alle intense interpretazioni delle due giovani protagoniste:
Noée Abita nel ruolo di Irène: Attrice francese già nota per altri ruoli, Abita porta in scena una Irène sfrontata e apparentemente invincibile, ma con sottili sfumature che rivelano la sua vulnerabilità e il suo desiderio di vivere pienamente. La sua performance è stata elogiata per la capacità di mantenere una distanza che rende il personaggio affascinante e misterioso.
Maria Camilla Brandenburg nel ruolo di Clara: La sua interpretazione di Clara, la ragazza più timida e riflessiva, ha brillato per la sua delicatezza e profondità. Brandenburg riesce a trasmettere l'ansia e la gratitudine di chi affronta una malattia e desidera ardentemente assaporare la vita.
Il cast è completato da:
Claudio Segaluscio
Gabriele Rollo
Beatrice Puccilli
Anna Di Luzio
Maurizio Grassia
"Quell’estate con Irène" è una coproduzione italo-francese tra Kino Produzioni (Italia) e June Films (Francia), con il supporto di Rai Cinema. La distribuzione italiana è curata da Fandango, e il film è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 30 maggio 2024. Ha una durata di circa 90 minuti.
Il film ha ricevuto una candidatura ai Nastri d'Argento, riconoscendo la qualità del suo soggetto. La critica ha generalmente apprezzato la pellicola per il suo stile visivo "luminoso e pittorico", la sua capacità di evocare la malinconia dell'estate come metafora di una stagione della vita che volge al termine (non necessariamente in senso negativo, ma come passaggio). Alcune recensioni lo descrivono come un "romanzo di formazione" che celebra la forza di soffrire per ambire a una vita, forse di breve termine, ma comunque intensa. Sebbene l'estetica sia molto apprezzata, alcuni critici hanno suggerito che la narrazione potrebbe essere a tratti "poco incisiva" o "troppo sottile" nella sua incisività.
In sintesi, "Quell’estate con Irène" è un'opera che invita alla riflessione sulla caducità della vita, sulla forza dell'amicizia e sull'importanza di vivere ogni momento con intensità, specialmente nella fase più formativa dell'esistenza. È un film che, pur trattando temi delicati, lo fa con grazia e un'estetica visiva notevole.
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La città proibita è un film del 2025 diretto da Gabriele Mainetti
"La città proibita" è il terzo lungometraggio del regista italiano Gabriele Mainetti, noto per i suoi successi "Lo chiamavano Jeeg Robot" e "Freaks Out". Il film è uscito nelle sale cinematografiche il 13 marzo 2025 e successivamente è stato reso disponibile in streaming su Netflix a partire dal 9 luglio 2025.
Trama: Il film intreccia una storia di mistero, vendetta e arti marziali. La protagonista è Mei (interpretata da Yaxi Liu), una giovane donna cinese esperta di arti marziali che arriva clandestinamente a Roma. Il suo obiettivo è ritrovare la sorella scomparsa, finita in un giro di prostituzione gestito da un certo Mr. Wang. Durante le sue indagini, Mei si imbatte in Marcello (Enrico Borello), un cuoco romano figlio di uno dei clienti più assidui di Mr. Wang, anch'egli scomparso. Mei e Marcello, pur provenendo da mondi molto diversi e scontrandosi inizialmente, decidono di collaborare per ritrovare i rispettivi familiari. Le loro ricerche li portano a confrontarsi con la malavita cinese e romana, in particolare con la figura dell'usuraio Annibale (Marco Giallini). Il film mescola dramma, azione, commedia e elementi romantici, il tutto ambientato in una Roma multietnica e spesso inaspettata, in particolare nel quartiere Esquilino.
Regia e Stile: Mainetti conferma il suo stile distintivo che mescola generi cinematografici diversi, dal kung-fu movie alla commedia italiana, dal revenge movie al melodramma. La regia è caratterizzata da movimenti di macchina agili e ben studiati, un sapiente uso del primissimo piano e un'estetica visivamente affascinante. Il film rende omaggio al cinema di genere, con riferimenti a maestri come Sergio Leone, Quentin Tarantino e il cinema di arti marziali. Nonostante alcune recensioni suggeriscano qualche sovraffollamento ideativo, la capacità di Mainetti di creare spettacolarità ed emozione è ampiamente riconosciuta.
Attori: Il cast vede come protagonisti i giovani Yaxi Liu ed Enrico Borello, affiancati da nomi affermati del cinema italiano come Marco Giallini (nel ruolo di Annibale, un malavitoso romanaccio), Sabrina Ferilli (Lorena, la madre di Marcello) e Luca Zingaretti (Alfredo). Completano il cast Chunyu Shanshan (Mr. Wang), Elisa Wong, e altri.
Riconoscimenti: "La città proibita" ha già ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui i Nastri d'Argento 2025 per la migliore regia e il miglior sonoro in presa diretta.
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Regia: Masashi Andō, Masayuki Miyaji Anno: 2021 Genere: Animazione, Fantasy, Avventura
"The Deer King - Il re dei cervi" è un lungometraggio animato che segna il debutto alla regia per Masashi Andō, figura di spicco nel panorama dell'animazione giapponese, e Masayuki Miyaji. Il film è un'epica avventura fantasy basata sull'omonima serie di romanzi di Nahoko Uehashi, vincitrice del prestigioso premio Taisho. Prodotto dallo studio Production I.G., noto per lavori come Ghost in the Shell e Psycho-Pass, il film si distingue per la sua animazione superba e la profondità dei temi trattati.
La storia si svolge in un mondo fantasy in cui due potenti imperi, l'Impero di Zol e il Ducato di Aquafa, sono in conflitto da decenni. La guerra si è conclusa con la sconfitta di Aquafa, costretta a cedere gran parte del suo territorio e a sottomettersi al dominio di Zol. Tuttavia, una pace fragile è mantenuta da un trattato che proibisce a Zol di avanzare oltre il Grande Muro, un'imponente barriera naturale che separa i loro territori.
Al centro della narrazione c'è Van, un guerriero forte e taciturno, ex leader di un corpo speciale di soldati chiamato "Teste di Lupo" (Lone Antlers) del Ducato di Aquafa. Dopo la sconfitta, Van è stato catturato e ridotto in schiavitù, costretto a lavorare nelle miniere di sale di Zol. Qui, viene morso da un branco di cervi rossi selvatici che, in un'esplosione di energia mistica, attaccano i minatori. Tutti coloro che vengono morsi muoiono, ma Van, in qualche modo, sopravvive. Non solo, trova una bambina, Yuna, anch'essa sopravvissuta al contagio e in qualche modo legata a lui. I due, che non hanno legami di sangue, sviluppano un forte legame, quasi paterno, e riescono a fuggire dalle miniere.
L'attacco dei cervi è stato causato da una misteriosa malattia chiamata febbre del lupo nero (mittsual), una piaga mortale che affligge le terre di Zol. La sopravvivenza di Van e Yuna attira l'attenzione del Ducato di Aquafa, che li vede come una speranza per trovare una cura, e dell'Impero di Zol, che teme che la malattia possa destabilizzare il suo dominio.
L'Impero di Zol incarica Hossal, un brillante medico, di trovare una cura per la mitsual. Hossal è una donna determinata e intelligente, disposta a tutto pur di salvare la sua gente. Al contempo, il principe di Zol, Saehir, un giovane e ambizioso condottiero, è ossessionato dal mantenere l'ordine e dal reprimere ogni focolaio di ribellione.
Van e Yuna intraprendono un viaggio per scoprire la verità dietro la febbre del lupo nero e il loro legame con essa. Lungo il percorso, incontrano una serie di personaggi, tra cui i cacciatori di cervi della Casa del Corno Verde, un gruppo che vive in armonia con la natura e detiene conoscenze ancestrali sui cervi e sulla malattia. Questi incontri rivelano che la malattia non è solo un flagello biologico, ma è intrinsecamente legata all'equilibrio tra uomo e natura, e al sangue dei cervi stessi. La mitsual non è solo una malattia, ma un'entità che ha un suo scopo e un suo ciclo vitale, quasi una forma di vita intelligente che si manifesta in diverse forme.
Il film esplora temi complessi come la guerra, la pandemia, il colonialismo, il rapporto tra l'uomo e la natura, e il concetto di famiglia non tradizionale. Van deve proteggere Yuna, ma anche affrontare il suo passato di guerriero e il suo ruolo in un mondo sull'orlo di una nuova crisi. La ricerca di una cura si trasforma in una lotta per la sopravvivenza e per la comprensione di un equilibrio perduto tra le forze della natura e la civiltà umana.
"The Deer King" è una dimostrazione della maestria di Masashi Andō e Masayuki Miyaji nel tradurre un romanzo complesso in un linguaggio visivo potente.
Masashi Andō è una leggenda nell'animazione giapponese. Prima di questo film, era già noto come animatore chiave e direttore dell'animazione per opere iconiche come Princess Mononoke, Spirited Away, Paprika e Your Name. Il suo debutto alla regia è stato atteso con grande trepidazione, e non ha deluso. La sua influenza è evidente nella qualità eccezionale dell'animazione, in particolare nei dettagli dei personaggi, nei movimenti fluidi e nell'espressività delle loro emozioni. Le scene d'azione sono dinamiche e ben coreografate, mentre i momenti più intimi sono resi con una sensibilità toccante.
Masayuki Miyaji, che co-dirige il film, ha esperienza nella direzione di episodi di serie come Psycho-Pass e Dragon Ball Super. La sua collaborazione con Andō ha probabilmente contribuito a dare al film un ritmo solido e una narrazione coesa, bilanciando l'attenzione ai dettagli con l'efficacia del racconto.
La regia si distingue per diversi aspetti:
World-building: Il film crea un mondo fantasy dettagliato e credibile, con paesaggi mozzafiato, architetture complesse e creature fantastiche. La direzione artistica è sublime, con colori ricchi e atmosfere suggestive che immergono lo spettatore nella storia.
Ritmo narrativo: Nonostante la complessità della trama e i molti personaggi, il film mantiene un buon ritmo. Alterna momenti di intensa azione a sequenze più riflessive e informative, permettendo allo spettatore di assimilare le informazioni e di affezionarsi ai personaggi.
Temi maturi: I registi non hanno paura di affrontare temi complessi e dolorosi come la guerra, la malattia e il lutto. La violenza è presente ma mai gratuita, e serve a sottolineare le poste in gioco e le difficoltà che i personaggi devono affrontare.
Design delle creature: I cervi rossi e le manifestazioni della mitsual sono stati concepiti in modo originale e inquietante, contribuendo all'atmosfera fantasy-horror del film.
In sintesi, la regia di Andō e Miyaji eleva "The Deer King" al di là di una semplice avventura animata, trasformandolo in un'opera d'arte che stimola la riflessione e affascina con la sua bellezza visiva e narrativa.
Il film ha avuto la sua anteprima mondiale al Festival Internazionale del Film di Animazione di Annecy nel 2021, ricevendo buone recensioni. In Italia, è stato distribuito da Koch Media e visto anche come un film che, pur non essendo di Hayao Miyazaki, riesce a evocare lo spirito e la profondità dei lavori dello Studio Ghibli.
La colonna sonora, composta da Harumi Fuuki, è un elemento cruciale che accompagna e amplifica le emozioni del film, con melodie epiche e altre più malinconiche che si adattano perfettamente alle diverse atmosfere.
"The Deer King" è un'esperienza visiva e narrativa ricca, che pur non essendo priva di una certa complessità nella sua mitologia, ripaga lo spettatore con la sua bellezza, la profondità dei personaggi e l'attualità dei suoi temi, come quello della pandemia e del rapporto con la natura, che risuonano in modo particolare nel contesto contemporaneo. È un film consigliato non solo agli amanti dell'animazione giapponese, ma a chiunque apprezzi storie fantasy ricche di significato e visivamente impressionanti.
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Distretto 13 - Le brigate della morte (Assault on Precinct 13), è un film del 1976 di John Carpenter.
"Distretto 13 - Le brigate della morte" (titolo originale: "Assault on Precinct 13"), un film cult del 1976 scritto, diretto, montato e musicato da John Carpenter. Un'opera fondamentale per la sua carriera e per il genere thriller-action, che ancora oggi esercita una grande influenza.
Regia e Sceneggiatura: John Carpenter Anno: 1976 Genere: Azione, Thriller, Poliziesco
La storia di "Distretto 13" si svolge in una Los Angeles estiva, afosa e violenta. Il caldo soffocante sembra riflettere la crescente tensione nelle strade, dove le bande giovanili hanno stipulato un "patto di sangue" che le impegna a uccidere chiunque osi violare i loro territori, in particolare dopo una retata di armi che ha causato vittime tra i membri di una potente gang chiamata Street Thunder (Tuono di strada).
Il fulcro della vicenda è il commissariato di polizia di Anderson, il "Distretto 13", un edificio vecchio e fatiscente destinato a essere chiuso e smantellato la notte stessa. La maggior parte del personale è già stata trasferita, lasciando solo pochi impiegati che si occupano del trasloco e della chiusura definitiva. Tra questi, spiccano Leigh (Laurie Zimmer) e Julie (Nancy Loomis), due segretarie determinate a portare a termine il loro lavoro.
Nel frattempo, in città, il tenente Ethan Bishop (Austin Stoker), un ufficiale di polizia afroamericano, viene incaricato di sorvegliare il trasloco delle ultime apparecchiature dal Distretto 13 al nuovo quartier generale. Bishop è un uomo tranquillo ma risoluto, che si ritrova inaspettatamente catapultato al centro di un incubo.
La situazione precipita quando un furgone cellulare, che trasporta alcuni detenuti verso un penitenziario di stato, è costretto a fare una deviazione a causa di un'emergenza medica di uno dei prigionieri. Il furgone si dirige proprio verso il Distretto 13 per chiedere assistenza. Tra i detenuti ci sono il feroce condannato a morte Napoleon Wilson (Darwin Joston), un uomo freddo e cinico ma con un codice d'onore tutto suo, e il più docile Wells (Tony Burton).
Parallelamente, assistiamo a una scena che innesca l'intero assedio: Lawson (Martin West), un padre di famiglia, sta viaggiando con la figlioletta Kathy (Kim Richards). La bambina si ferma a comprare un gelato da un camioncino, quando si imbatte in alcuni membri di Street Thunder. Senza alcuna provocazione, la gang spara e uccide brutalmente la bambina. Sconvolto e in preda a una furia cieca, Lawson afferra una pistola e insegue i killer, riuscendo a uccidere alcuni di loro prima di rimanere senza proiettili e fuggire, cercando rifugio proprio nel Distretto 13.
Con l'arrivo di Lawson, ferito e in stato di shock, e del furgone cellulare con i detenuti, il Distretto 13 diventa il bersaglio di un attacco senza precedenti. Le bande, unite da un giuramento di vendetta per i membri caduti, assediano il commissariato, tagliando le linee telefoniche e isolandolo dal mondo esterno. I criminali non vogliono prigionieri; vogliono solo sangue.
A questo punto, le differenze tra polizia, detenuti e civili svaniscono. Il tenente Bishop, Leigh, Julie, Napoleon Wilson, Wells e il traumatizzato Lawson sono costretti a unire le forze per sopravvivere alla notte. Il commissariato diventa una fortezza assediata, e i pochi difensori devono usare ogni risorsa a loro disposizione, compreso il loro ingegno, per respingere ondate di assalitori implacabili. La loro sopravvivenza dipende dalla capacità di fiducia reciproca e dalla dimostrazione di coraggio di fronte a una minaccia disumana e apparentemente senza fine. Il film culmina in un finale teso e sanguinoso, dove ogni personaggio è messo alla prova in modi inimmaginabili.
"Distretto 13" è un capolavoro di economia narrativa e stilistica, che dimostra la maestria di John Carpenter fin dai suoi esordi. Carpenter non si limita a dirigere: è anche lo sceneggiatore, il montatore e l'autore della colonna sonora, un coinvolgimento totale che garantisce una visione autoriale coerente e incisiva.
Carpenter si ispira chiaramente a due pilastri del cinema: Howard Hawks e George A. Romero. L'influenza di Hawks è evidente nella costruzione dei personaggi e delle dinamiche di gruppo. Come in film come Un dollaro d'onore (Rio Bravo), un piccolo gruppo di individui eterogenei, costretti a convivere e a collaborare, si difende da un'orda nemica esterna. Carpenter riprende il tema della "fortezza assediata", ma lo attualizza con una brutalità e un nichilismo che riflettono le ansie degli anni '70. La fiducia reciproca e la solidarietà, pur emerse dalla necessità, diventano il nucleo emotivo del film.
L'influenza di Romero, in particolare de La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead), è palese nell'approccio alla minaccia. Le bande di "Distretto 13" non sono semplici criminali; agiscono come una forza elementale, quasi zombie, prive di dialogo, spietate e determinate a distruggere. Non c'è motivazione, non c'è possibilità di negoziazione; solo una violenza cieca e inarrestabile. Questo conferisce al film un'atmosfera di terrore primordiale, simile a quella di un assedio di non morti.
La regia di Carpenter è asciutta, essenziale e incredibilmente efficace. Utilizza inquadrature precise, lunghe riprese per aumentare la tensione e un montaggio serrato che contribuisce al ritmo incalzante. La sua gestione dello spazio limitato del commissariato è geniale, trasformando corridoi e stanze in trappole mortali e punti di difesa.
La colonna sonora, composta da Carpenter stesso con l'aiuto di Tommy Lee Wallace, è iconica. Il tema principale, con i suoi sintetizzatori minimalisti e ipnotici, è immediatamente riconoscibile e contribuisce in modo massiccio all'atmosfera opprimente e paranoica del film. È un esempio precoce del suo stile musicale distintivo, che avrebbe poi perfezionato in Halloween e altri successivi lavori.
Carpenter non si preoccupa di spiegare dettagliatamente le motivazioni delle bande o di analizzare la società. Il suo obiettivo è creare una pura esperienza di suspense e azione, un incubo urbano che si svolge in tempo reale.
Il cast di "Distretto 13" è composto principalmente da attori non ancora famosi all'epoca, ma che Carpenter riesce a dirigere magistralmente, ottenendo interpretazioni intense e credibili.
Austin Stoker nel ruolo del Tenente Ethan Bishop: Stoker offre una performance solida e misurata come l'eroe riluttante del film. Bishop è un uomo di legge che si trova in una situazione al di là di ogni addestramento, costretto a prendere decisioni estreme per la sopravvivenza. La sua calma sotto pressione e la sua capacità di leadership emergono gradualmente.
Darwin Joston nel ruolo di Napoleon Wilson: Joston è magnetico nel ruolo del prigioniero Wilson, un personaggio carismatico e ambiguo. Nonostante sia un criminale condannato a morte, Wilson si rivela un alleato affidabile e coraggioso. Le sue battute ciniche e il suo sguardo penetrante lo rendono indimenticabile, ed è il co-protagonista morale del film. La sua interazione con Bishop è il cuore del dramma.
Laurie Zimmer nel ruolo di Leigh: Zimmer interpreta una donna forte e resiliente, una delle poche figure femminili presenti. Leigh è pragmatica e non si tira indietro di fronte al pericolo, dimostrando coraggio e capacità di agire sotto pressione.
Nancy Loomis nel ruolo di Julie: Loomis (che in seguito apparirà in altri film di Carpenter, come Halloween) è la seconda segretaria, più nervosa e spaventata, ma che comunque trova la forza di resistere.
Tony Burton nel ruolo di Wells: Burton, un altro detenuto, è il compagno di Wilson. È meno ruvido, ma altrettanto coraggioso quando la situazione lo richiede.
Martin West nel ruolo di Lawson: West offre una performance potente e straziante come il padre che ha appena perso la figlia e che cerca vendetta. La sua disperazione è palpabile e fornisce il catalizzatore emotivo per l'attacco.
Kim Richards nel ruolo di Kathy: la giovanissima Richards è protagonista di una delle scene più scioccanti e memorabili del film, che stabilisce immediatamente il tono brutale e senza compromessi della violenza.
"Distretto 13" è stato un film a basso budget (circa 100.000 dollari), ma ha avuto un enorme successo di critica in Europa, in particolare in Francia e nel Regno Unito, dove è stato elogiato da registi come Jacques Tourneur e ricevuto recensioni entusiastiche. Questo successo internazionale ha permesso a Carpenter di ottenere finanziamenti per il suo progetto successivo, il ben più noto Halloween - La notte delle streghe (1978).
Il film è stato distribuito negli Stati Uniti con il titolo "Assault on Precinct 13" e in Europa con "Assault" o "John Carpenter's Assault on Precinct 13". In Italia, è conosciuto principalmente come "Distretto 13 - Le brigate della morte", un titolo che enfatizza la natura violenta e militarizzata delle bande.
Nonostante la sua età, "Distretto 13" mantiene intatta la sua forza. La sua influenza è visibile in innumerevoli film d'azione e thriller successivi, che hanno ripreso il concetto dell'assedio, della collaborazione forzata tra nemici, e dell'impassibile violenza delle bande. È un classico del cinema di genere e una testimonianza del talento precoce di John Carpenter come maestro della tensione e dell'orrore. È stato oggetto di un remake nel 2005, diretto da Jean-François Richet e con Ethan Hawke e Laurence Fishburne, ma che non ha raggiunto la stessa iconicità dell'originale.
In sintesi, "Distretto 13" è un'opera cruda, brutale ed essenziale che ha definito lo stile di Carpenter e ha lasciato un segno indelebile nel cinema di genere. Se non l'hai ancora visto, è un'esperienza imperdibile per gli amanti del thriller e dell'azione.
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Crimes of the Future, è un film del 2022 scritto e diretto da David Cronenberg.
Regia e Sceneggiatura: David Cronenberg Anno: 2022 Genere: Sci-fi, Body Horror, Drammatico
"Crimes of the Future" è un film che segna il ritorno del maestro canadese David Cronenberg ai temi che lo hanno reso celebre: la mutazione del corpo, l'evoluzione umana, l'esplorazione del dolore e del piacere, e il rapporto tra biologia e tecnologia. Presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2022, il film ha diviso critica e pubblico per la sua natura viscerale e le sue immagini perturbanti, ma è stato ampiamente riconosciuto come un'opera profondamente "cronenberghiana", un'immersione nelle sue ossessioni più profonde.
Il film è ambientato in un futuro distopico e non specificato, dove l'umanità sta vivendo una fase di "evoluzione accelerata". La specie umana ha sviluppato una sorta di Sindrome da Evoluzione Accelerata, che porta alla crescita di nuovi organi sconosciuti e inattesi all'interno del corpo. Parallelamente, molte persone hanno perso la capacità di provare dolore fisico e di contrarre infezioni, rendendo la chirurgia una nuova forma d'arte e di spettacolo, nonché una forma di espressione sessuale e sensoriale.
Al centro della narrazione c'è Saul Tenser (Viggo Mortensen), un artista performativo afflitto dalla sindrome. Il suo corpo produce costantemente nuovi e misteriosi organi, che egli e la sua partner, Caprice (Léa Seydoux), trasformano in spettacoli pubblici di chirurgia estetica. Caprice esegue le operazioni in tempo reale, rimuovendo gli organi appena nati di Saul di fronte a un pubblico affascinato. Questi interventi non sono solo arte, ma anche un tentativo di Saul di capire il proprio corpo e di trovare un senso nel dolore e nella mutazione.
La "Sindrome da Evoluzione Accelerata" è monitorata dal Registro Nazionale degli Organi, un'organizzazione governativa guidata da Wippet (Don McKellar) e dalla sua assistente, la nervosa e ossessionata Timlin (Kristen Stewart). Timlin è particolarmente affascinata da Saul e dal suo lavoro, sviluppando un'attrazione morbosa per lui e la sua arte. Crede che Saul stia aprendo nuove frontiere dell'evoluzione umana e che i suoi organi siano la chiave per comprendere il futuro della specie.
Un altro elemento centrale della trama è l'esistenza di un gruppo clandestino di "evoluzionisti" che si nutrono di plastica. Guidati da Lang Dotrice (Scott Speedman), questi individui rappresentano un'ulteriore tappa dell'evoluzione, in cui il corpo umano è in grado di digerire e assimilare rifiuti tossici, diventando così autosufficiente rispetto alla scarsità di cibo naturale. Il loro obiettivo è far accettare questa nuova capacità come la prossima fase naturale dell'evoluzione umana. Lang Dotrice si avvicina a Saul, chiedendogli di esporre pubblicamente l'autopsia del figlio, anch'esso un "mangia-plastica", per dimostrare al mondo la nuova anatomia umana.
La storia si sviluppa come un thriller noir, con Saul che si muove in un mondo fatto di laboratori clandestini, sale operatorie trasformate in teatri e uffici governativi asettici. Le indagini di Wippet e Timlin si intersecano con le attività di Saul e del gruppo di Dotrice, portando a rivelazioni disturbanti sulla vera natura della Sindrome e sulle ambizioni di chi cerca di controllarla o sfruttarla.
Il film esplora la sessualità attraverso il dolore e la modificazione corporea, presentando personaggi che trovano piacere nel taglio, nella cicatrizzazione e nell'alterazione fisica. L'atto sessuale tradizionale è quasi assente, sostituito da pratiche corporee estreme. La trama è meno lineare di un thriller convenzionale, concentrandosi più sull'esplorazione concettuale di ciò che significa essere umani quando il corpo è in costante trasformazione e il dolore perde il suo significato.
David Cronenberg (nato nel 1943) è un regista canadese famoso per il suo approccio distintivo al genere body horror e alla fantascienza psicologica. "Crimes of the Future" è un ritorno alle sue radici, riprendendo temi e motivi già esplorati in opere precedenti come Videodrome, eXistenZ, Il pasto nudo e persino un suo film omonimo del 1970.
La regia di Cronenberg è inconfondibile:
Estetica Viscerale e Disquietante: Il film è caratterizzato da un'estetica cupa e decadente. Gli ambienti sono sporchi, industriali e spesso squallidi, riflettendo una società che è tecnologicamente avanzata ma moralmente e fisicamente in declino. Cronenberg non si tira indietro dal mostrare immagini disturbanti di organi, incisioni e mutazioni, ma lo fa con una precisione quasi chirurgica che non punta solo al disgusto, ma all'analisi e alla riflessione.
Esplorazione del Corpo e della Carne: Il corpo umano è il protagonista indiscusso, non solo come mezzo, ma come soggetto di metamorfosi e indagine. Cronenberg si interroga sulla natura della carne, sul dolore, sul piacere e su come la biologia si interseca con l'identità. La sua visione è radicale: il corpo è un laboratorio in continua evoluzione, un confine da superare.
Ritmo Lento e Meditativo: Il film ha un ritmo ponderato, quasi ipnotico. Non ci sono grandi scene d'azione o colpi di scena convenzionali. Invece, la tensione si accumula attraverso i dialoghi enigmatici, le immagini evocative e l'atmosfera opprimente. Questo permette allo spettatore di immergersi completamente nel mondo distorto che Cronenberg ha creato.
Temi Filosofici e Esistenziali: Al di là degli elementi sci-fi e horror, il film è una profonda meditazione sull'evoluzione, sulla malattia, sull'arte, sulla sessualità e sul significato di essere umani in un'epoca di cambiamenti radicali. Le domande poste sono esistenziali: cosa succede quando il dolore scompare? Come si definisce l'arte in un mondo di corpi mutanti? Qual è la prossima tappa della nostra evoluzione?
Sound Design e Colonna Sonora: La colonna sonora, curata dal fedele collaboratore Howard Shore, è minimalista ma efficace, con suoni metallici e droni inquietanti che amplificano il senso di disagio e fredda inquietudine. Anche il sound design, con i suoni organici e viscerali delle operazioni, gioca un ruolo cruciale nel creare l'atmosfera del film.
La regia di Cronenberg è matura e ponderata. Non è un film per tutti, ma è un'opera essenziale per chi apprezza il suo cinema intellettuale e perturbante, che costringe a confrontarsi con le paure più recondite riguardo alla nostra stessa biologia.
Il cast di "Crimes of the Future" è composto da attori che hanno già lavorato con Cronenberg o che si sono dimostrati particolarmente adatti al suo universo:
Viggo Mortensen nel ruolo di Saul Tenser: Mortensen è il volto prediletto di Cronenberg negli ultimi anni (A History of Violence, La promessa dell'assassino, A Dangerous Method). Qui offre una performance magistrale, un'interpretazione sottile e carica di pathos. Il suo Saul è un uomo tormentato, che lotta con il proprio corpo e la sua arte. Mortensen riesce a trasmettere un profondo senso di vulnerabilità e malinconia, nonostante la natura estrema del suo personaggio.
Léa Seydoux nel ruolo di Caprice: Seydoux è intensa e affascinante come la partner di Saul, che è sia la sua chirurga che la sua amante. Il suo personaggio è l'incarnazione di una nuova forma di intimità, dove l'amore e il piacere si esprimono attraverso l'atto chirurgico.
Kristen Stewart nel ruolo di Timlin: Stewart offre una performance nervosa e ossessiva, che la vede quasi ipnotizzata da Saul e dal suo corpo. Il suo personaggio è l'interfaccia dello spettatore con il mondo del film, esprimendo curiosità, repulsione e un'inquietante attrazione.
Scott Speedman nel ruolo di Lang Dotrice: Speedman interpreta il leader del gruppo clandestino dei "mangia-plastica", un personaggio che incarna una visione più radicale e ottimista dell'evoluzione umana.
Il cast lavora in perfetta sintonia, riuscendo a portare umanità e complessità a personaggi che si muovono in un mondo alieno e disturbante. Le loro performance sono essenziali per ancorare il film a una realtà emotiva, nonostante l'astrazione concettuale.
Il film riprende il titolo da un cortometraggio che Cronenberg aveva girato nel 1970, ma non è un remake diretto. Piuttosto, è una rielaborazione e un'espansione delle tematiche che hanno sempre affascinato il regista. "Crimes of the Future" è stato girato in Grecia, e l'ambientazione aggiunge un senso di atemporalità e decadenza che si sposa perfettamente con il tono del film.
Alla sua uscita, il film ha generato dibattito e reazioni contrastanti, con alcuni critici che lo hanno acclamato come un ritorno alla forma per Cronenberg e altri che lo hanno trovato eccessivamente esplicito o nichilista. Tuttavia, è indubbio che sia un'opera che rimane impressa, che stimola la riflessione e che conferma Cronenberg come uno degli autori più originali e coraggiosi del cinema contemporaneo. Non è un film per chi cerca intrattenimento leggero, ma per chi è disposto a confrontarsi con le frontiere più estreme dell'immaginazione e della biologia.
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Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici, è un film drammatico del 1978 di Lina Wertmüller.
Regia e Sceneggiatura: Lina Wertmüller Anno: 1978 Genere: Drammatico, Commedia nera
"Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici" è un film drammatico italiano del 1978, scritto e diretto da Lina Wertmüller, una delle registe più originali e provocatorie del cinema italiano. Conosciuta per il suo stile barocco, i dialoghi serrati e l'attenzione ai contrasti sociali e politici, Wertmüller firma qui un'opera che mescola elementi di tragedia siciliana, commedia nera e satira politica, il tutto ambientato nella Sicilia rurale degli anni '20, durante l'ascesa del fascismo.
La storia si svolge in una piccola e arretrata cittadina della Sicilia, una terra in cui le tradizioni, la violenza e l'onore sono valori profondamente radicati. La vicenda ruota attorno a due personaggi maschili, Nicola Sanmichele (Marcello Mastroianni) e Rosario Maria Spallone (Harvey Keitel), entrambi innamorati e ossessionati da Titina Paterno (Sophia Loren), una donna forte, volitiva e sensuale, rimasta vedova del marito, un sindacalista anarchico.
Il film inizia con l'omicidio del marito di Titina, un evento che mette in moto una serie di intrighi e vendette. Nonostante le apparenze suggeriscano un delitto passionale, il sottotitolo del film ("Si sospettano moventi politici") allude fin da subito a una complessità maggiore, legata al clima di crescente violenza politica che sta pervadere l'Italia con l'affermarsi del fascismo.
Nicola Sanmichele è un avvocato ambizioso, un uomo della borghesia, affascinato e attratto da Titina. La sua passione per la donna è sincera, ma anche legata a un desiderio di possesso e controllo. Dall'altro lato c'è Rosario Maria Spallone, un mafioso locale, violento e spietato, ma allo stesso tempo legato a un suo codice d'onore. Rosario è anch'egli ossessionato da Titina e non esita a usare la forza e l'intimidazione per ottenere ciò che vuole.
La vedova Titina, lungi dall'essere una vittima passiva, è un personaggio centrale e potente. Intelligente e pragmatica, è consapevole del suo fascino e della sua posizione precaria in un mondo dominato dagli uomini. Nonostante la sua tragedia personale, Titina sa navigare tra i due contendenti, cercando di difendere sé stessa e i suoi figli, spesso con una stoica accettazione del proprio destino.
Il "fatto di sangue" si sviluppa come un duello all'ultimo sangue tra Nicola e Rosario, una lotta per il possesso di Titina che diventa metafora di scontri ben più ampi. Le loro vicende personali si intrecciano con il contesto storico: l'ascesa del fascismo, la repressione dei movimenti socialisti e anarchici, e la connivenza tra il potere emergente e la criminalità organizzata. La violenza privata tra i due uomini riflette la violenza pubblica che sta travolgendo il paese.
La Wertmüller non si limita a raccontare una storia d'amore e vendetta; analizza come la politica e il potere influenzino la vita quotidiana e le relazioni personali. I personaggi sono spesso rappresentati in modo grottesco ed esagerato, tipico dello stile della regista, per sottolineare l'assurdità e la brutalità di certe dinamiche umane e sociali. Il film è intriso di un umorismo nero e cinico, che si manifesta nel modo in cui i personaggi affrontano le situazioni più estreme.
La trama culmina in un tragico epilogo, dove la violenza raggiunge il suo apice e i destini dei personaggi si compiono in maniera spesso inevitabile e brutale, in un contesto dove la giustizia è un concetto relativo e l'onore ha un prezzo altissimo. La Sicilia, con il suo paesaggio arido e la sua cultura arcaica, diventa un personaggio a sé stante, un teatro perfetto per questa tragedia grottesca.
Lina Wertmüller (1928-2021) è stata una delle voci più singolari e riconoscibili del cinema italiano. La sua regia in "Fatto di sangue" è un esempio lampante del suo stile distintivo:
Estetica Barocca e Grottesca: Wertmüller amava i primi piani estremi, le inquadrature ampie che catturano l'ambiente e una fotografia spesso vivida e contrastata, curata da Giuseppe Rotunno. Il film è visivamente ricco, con una scenografia e costumi che riflettono fedelmente l'epoca e l'atmosfera siciliana. La sua regia tende a esagerare i tratti dei personaggi e le situazioni, creando un effetto quasi fumettistico che però non sminuisce la drammaticità.
Temi Ricorrenti: La Wertmüller affronta temi a lei cari: la violenza intrinseca nelle dinamiche di potere, le contraddizioni della società italiana, il confronto tra i sessi e le classi sociali. In questo film, esplora in particolare la sicilianità nel suo immaginario più stereotipato e tragico, ma allo stesso tempo veritiero, con l'onore, la vendetta e la mafia come pilastri della narrazione.
Ritmo Frenetico e Dialoghi Serrati: I dialoghi sono spesso rapidi, intensi e pieni di doppi sensi o sfumature dialettali, caratteristica tipica della Wertmüller. Il ritmo narrativo è incalzante, alternando momenti di tensione drammatica a parentesi di umorismo macabro.
Critica Sociale e Politica: Sotto la superficie della faida passionale, la regista inserisce una chiara critica al nascente regime fascista e alla sua collusione con le forze oscure. Il sottotitolo del film non è casuale: la violenza privata si rivela essere uno strumento e un riflesso della violenza politica che sta per inghiottire l'Italia. La Wertmüller denuncia l'abbraccio tra il potere statale autoritario e la criminalità organizzata, mostrando come l'uno rafforzi l'altra.
Musiche: La colonna sonora, spesso folk e tradizionale, contribuisce a creare l'atmosfera autentica e malinconica della Sicilia.
La regia della Wertmüller è audace, non ha paura di spingere i limiti e di presentare personaggi complessi e spesso moralmente ambigui. Il suo approccio è quello di un'osservatrice acuta e ironica, che non giudica ma mostra le conseguenze delle azioni umane in un contesto storico e sociale ben preciso.
Il film vanta un cast stellare, che ha contribuito in modo significativo al suo impatto.
Sophia Loren nel ruolo di Titina Paterno: La Loren offre una delle sue interpretazioni più intense e memorabili. Titina è una donna che incarna la forza e la dignità, ma anche la rassegnazione tipica di molte figure femminili del Sud Italia. La sua bellezza e il suo carisma sono centrali per la narrazione, e la Loren riesce a rendere il personaggio complesso e credibile, una matriarca stoica in un mondo di uomini violenti.
Marcello Mastroianni nel ruolo di Nicola Sanmichele: Mastroianni, storico collaboratore della Wertmüller, interpreta con la sua solita maestria l'avvocato innamorato ma anche vittima delle sue ambizioni e della sua ossessione. Mastroianni è bravo nel mostrare la vulnerabilità e la fragilità di un uomo che cerca di elevarsi socialmente ma che è destinato a essere risucchiato dalla violenza del contesto.
Harvey Keitel nel ruolo di Rosario Maria Spallone: Keitel, in una delle sue rare apparizioni nel cinema italiano, è assolutamente perfetto nel ruolo del mafioso brutale e passionale. La sua performance è cruda e potente, conferendo al personaggio una presenza minacciosa ma anche una sorta di disperata lealtà al suo codice. La sua pronuncia siciliana, pur non essendo perfetta, viene gestita con un certo fascino.
Isa Danieli interpreta un ruolo di contorno, ma significativo, mostrando ancora una volta la sua capacità di dare vita a personaggi femminili intensi e autentici.
Le interazioni tra questi attori creano un triangolo di passione, odio e violenza che tiene lo spettatore incollato allo schermo.
"Fatto di sangue" è stato ben accolto dalla critica, sebbene non abbia raggiunto la stessa risonanza internazionale di altri film della Wertmüller come "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto" o "Pasqualino Settebellezze". Ha partecipato al Festival di Cannes nel 1978, consolidando la reputazione della regista a livello globale.
Il film è un'opera audace e coraggiosa, che non teme di affrontare temi scomodi e di mostrare la brutalità della natura umana e delle dinamiche di potere. È un affresco vivido e spesso inquietante di un'Italia in trasformazione, in cui le tradizioni ancestrali si scontrano con le nuove ideologie politiche. La sua rilevanza risiede anche nella sua capacità di esplorare le radici della violenza e l'inevitabilità del destino in un contesto in cui la logica e la razionalità sono spesso sopraffatte dalle passioni e dal sangue.
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The Parenting, è un film del 2025 diretto da Craig Johnson.
"The Parenting" è un film del 2025 diretto da Craig Johnson, una commedia horror che mescola dinamiche familiari imbarazzanti con elementi sovrannaturali e un tocco di satira sociale. Il film, scritto da Kent Sublette, è stato distribuito da Max a partire da marzo 2025 negli Stati Uniti e in altri territori, e da Sky Cinema in Italia.
Trama
La storia ruota attorno a Rohan (Nik Dodani) e Josh (Brandon Flynn), una giovane coppia gay che decide di affittare una casa di campagna isolata per un fine settimana, con l'intento di far incontrare per la prima volta le rispettive famiglie. Rohan, un perfezionista, ha pianificato meticolosamente l'evento, cercando di nascondere ai suoi genitori il fatto che Josh ha perso il lavoro e sta cercando di sfondare come musicista. La tensione è palpabile fin dall'inizio, con le due famiglie che rappresentano mondi completamente diversi: da un lato, i genitori di Rohan, il pacato Frank (Brian Cox) e la giudicante Sharon (Edie Falco); dall'altro, i genitori di Josh, l'affettuosa Liddy (Lisa Kudrow) e il gentile Cliff (Dean Norris).
Le dinamiche familiari già fragili vengono ulteriormente complicate da un elemento inaspettato: la vecchia abitazione è infestata da un poltergeist di 400 anni. Un prologo ambientato negli anni '80 mostra una famiglia precedente che soccombe a un'entità demoniaca, presagendo ciò che accadrà ai nuovi inquilini.
L'escalation degli eventi soprannaturali inizia quando Frank viene inaspettatamente posseduto dal demone, che si rivela essere Andras, un'entità con la testa di corvo e il corpo di un uomo. Il film gioca molto sull'umorismo grottesco derivante dalla possessione di Frank, che inizia a comportarsi in modo volgare e violento, vomitando, camminando nudo, lanciando insulti e coltelli. La casa diventa il teatro di un esorcismo domestico in mezzo a tensioni familiari mai sopite.
La comicità del film deriva in gran parte dal contrasto tra le situazioni assurde generate dal poltergeist e le già scomode interazioni tra i personaggi. La proprietà è gestita da una bizzarra agente immobiliare, Brenda (Parker Posey), che si scopre avere un legame con il demone e un passato oscuro legato alla casa. Nel corso del film, Rohan e Josh, insieme alla loro amica Sara (Vivian Bang), devono affrontare non solo il demone, ma anche le loro insicurezze e le aspettative dei genitori. Il culmine della trama porta a un confronto in cui il demone tenta di liberarsi nel mondo, ma viene ostacolato da un atto di altruismo collettivo da parte dei personaggi.
La regia di Craig Johnson cerca di bilanciare gli elementi di commedia e horror, unendo le classiche dinamiche delle "commedie sugli incontri tra genitori" con il genere del "film di possessione". Johnson, noto per film come The Skeleton Twins (2014), Wilson (2017) e Alex Strangelove (2018), porta il suo tocco distintivo nel gestire personaggi complessi e situazioni surreali. Sebbene alcuni critici abbiano notato che la regia non riesce sempre a dare una coesione perfetta al tutto, il film è apprezzato per la sua onestà, il suo umorismo bizzarro e la capacità di far ridere delle nevrosi familiari. Johnson non si concentra sulla sessualità della coppia protagonista, ma la normalizza, il che è stato visto come una scelta politica silenziosa ma potente in un panorama cinematografico che spesso affronta l'omosessualità in modi più espliciti o problematici. Il ritmo del film, seppur con qualche incertezza, è sostenuto dalle performance del cast.
Il cast è uno dei punti di forza di "The Parenting", con un ensemble di attori di grande talento che danno vita ai personaggi in modo convincente e spesso esilarante.
Nik Dodani interpreta Rohan, il fidanzato ansioso e meticoloso che cerca di far andare tutto liscio. Dodani è noto per i suoi ruoli in serie come Atypical e film come Escape Room.
Brandon Flynn è Josh, il fidanzato più disinvolto e musicista, che cerca di affrontare la difficile situazione con un mix di umorismo e nervosismo. Flynn ha guadagnato notorietà per il suo ruolo in Tredici (13 Reasons Why) e ha recitato anche in Hellraiser.
Brian Cox nel ruolo di Frank, il padre di Rohan che finisce per essere posseduto. La sua performance, che lo vede passare da un uomo mite a una figura demoniaca e sboccata, è stata elogiata per la sua capacità di abbracciare l'assurdità del ruolo e per la sua comicità. Cox è celebre per i suoi ruoli drammatici, in particolare come Logan Roy in Succession.
Edie Falco interpreta Sharon, la madre giudicante e rigida di Rohan. La Falco, icona di serie come I Soprano e Nurse Jackie, porta la sua consueta intensità e precisione comica al personaggio.
Lisa Kudrow è Liddy, la madre calorosa e rilassata di Josh. Kudrow, amata per il suo ruolo di Phoebe Buffay in Friends, aggiunge leggerezza e affetto al quartetto genitoriale.
Dean Norris interpreta Cliff, il marito di Liddy e padre di Josh, una figura gentile e bonaria. Norris è conosciuto per i suoi ruoli in serie come Breaking Bad.
Parker Posey veste i panni di Brenda, l'eccentrica e misteriosa proprietaria della casa, che nasconde un segreto legato all'infestazione. Posey è una veterana delle commedie indipendenti e apporta un tocco unico al suo personaggio.
Vivian Bang completa il cast principale nel ruolo di Sara, l'amica di Rohan e Josh che si unisce al weekend e si trova anch'essa coinvolta negli eventi soprannaturali.
"The Parenting" è una produzione americana con una durata di circa 90 minuti. È stato distribuito inizialmente su piattaforme streaming come Max, il che ha permesso al film di trovare un pubblico più specifico rispetto a un'uscita cinematografica. La sua natura di "commedia horror che non fa paura" ma che piuttosto esplora le dinamiche familiari attraverso il filtro del soprannaturale, lo rende un prodotto interessante per chi cerca qualcosa di diverso dai soliti film di genere. Il film è stato paragonato a un incrocio tra Ti presento i miei (Meet the Parents) e i tropi dei film di esorcismo, con un tocco di umorismo alla Scary Movie per la sua energia caotica.
Nonostante alcuni difetti nella sua esecuzione, il film è stato generalmente accolto come un'opera onesta, bizzarra e a tratti tenera, che invita il pubblico a riflettere e ridere delle proprie nevrosi familiari. Il messaggio di accettazione, le aspettative genitoriali e la paura di deludere i propri cari sono temi centrali che il film esplora, rendendo il vero orrore non il demone, ma il giudizio e le pressioni familiari.
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La zona morta (The Dead Zone), è un film del 1983 di David Cronenberg,
"La zona morta" (The Dead Zone), un film del 1983 diretto da David Cronenberg, tratto dal celebre romanzo omonimo di Stephen King. Questo film rappresenta un punto di svolta nella carriera di Cronenberg, che per la prima volta si misura con una sceneggiatura non sua, pur mantenendo intatte le sue ossessioni tematiche.
Regia: David Cronenberg Sceneggiatura: Jeffrey Boam (basata sul romanzo di Stephen King) Anno: 1983 Genere: Thriller, Fantascienza, Drammatico
"La zona morta" è un film che si distingue per la sua atmosfera cupa e malinconica, un thriller psicologico che esplora il peso di un dono soprannaturale e il dilemma morale di un uomo che può cambiare il futuro. David Cronenberg riesce a prendere il materiale di Stephen King e a infondergli il suo tocco distintivo, creando un'opera che è sia fedele allo spirito del romanzo sia profondamente "cronenberghiana" nella sua indagine sulla mutazione del corpo e della mente.
La storia segue Johnny Smith (Christopher Walken), un giovane e affascinante insegnante di letteratura di Castle Rock, Maine. La sua vita sembra perfetta: ha un lavoro che ama, è un uomo gentile e sensibile, e ha una relazione idilliaca con la fidanzata Sarah Bracknell (Brooke Adams), anch'essa insegnante. Una notte, dopo aver accompagnato Sarah a casa, Johnny è coinvolto in un terribile incidente stradale che lo lascia in coma per cinque anni.
Quando si risveglia, Johnny scopre di aver perso molto: Sarah si è sposata con un altro uomo e ha avuto un figlio, e la sua vita come la conosceva è svanita. Ma ha guadagnato qualcosa di inspiegabile e terrificante: la capacità di vedere frammenti del futuro o del passato (prevalentemente del futuro) di una persona semplicemente toccandola. Questa capacità, definita una "zona morta" dal dottore che lo segue, Dr. Weizak (Herbert Lom), è un vuoto nella sua visione che gli impedisce di vedere tutti i dettagli, ma gli fornisce comunque visioni cruciali.
Inizialmente, Johnny usa il suo dono per aiutare gli altri. Toccando un'infermiera, scopre che la figlia del Dr. Weizak è in pericolo per un incendio; toccando uno sceriffo, capisce chi è il serial killer che sta terrorizzando la città. Ogni volta che usa il suo potere, però, Johnny soffre fisicamente, accusando forti mal di testa e sanguinamenti dal naso, un prezzo terribile da pagare per la sua abilità. La sua vita diventa un calvario, isolato dagli altri a causa del suo dono e perseguitato dalle visioni.
Il vero dilemma morale di Johnny emerge quando tocca la mano di Greg Stillson (Martin Sheen), un carismatico e populista candidato politico che sta salendo rapidamente nelle gerarchie. Toccandolo, Johnny ha una visione agghiacciante: Stillson, una volta diventato Presidente degli Stati Uniti, provocherà una catastrofe nucleare che distruggerà il mondo.
Johnny si trova di fronte a una scelta impossibile: ignorare la visione e lasciare che il futuro apocalittico si compia, oppure intervenire e tentare di fermare Stillson, sapendo che ciò potrebbe significare macchiarsi di un crimine e rovinare la propria vita, o peggio. Il film esplora il classico dilemma etico del "trolley problem" applicato a una scala globale: è lecito sacrificare una vita per salvarne milioni?
La trama si concentra sulla solitudine di Johnny, sul suo fardello e sulla sua progressiva alienazione. La sua relazione con Sarah, seppur trasformata in un'amicizia complessa, rimane un punto di riferimento emotivo. Il film culmina in un confronto drammatico e inevitabile tra Johnny e Stillson, in cui Johnny è costretto a prendere una decisione estrema che cambierà il destino di molti.
David Cronenberg (nato nel 1943) è noto per il suo stile distintivo, spesso incentrato sul "body horror", la fusione di carne e tecnologia, e l'esplorazione delle mutazioni fisiche e psicologiche. In "La zona morta", pur lavorando su una sceneggiatura non sua, Cronenberg infonde il film con la sua estetica e i suoi temi ricorrenti:
Atmosfera Gelida e Contenuta: A differenza di molti dei suoi film precedenti, "La zona morta" non è esplicito nel mostrare orrori viscerali, ma crea un senso di disagio e freddo terrore attraverso l'atmosfera. L'ambiente invernale del Maine, la fotografia cupa (a cura di Mark Irwin, un collaboratore abituale di Cronenberg) e la musica inquietante contribuiscono a creare un senso di malinconia e predestinazione.
Orrore Psicologico: L'orrore non deriva da mostri esterni, ma dalla mutazione interna di Johnny e dal peso psicologico del suo dono. Cronenberg è interessato a come il corpo e la mente si deformano sotto la pressione di abilità straordinarie o traumi. Le visioni di Johnny sono presentate in modo frammentato e spesso distorto, rendendole disturbanti senza ricorrere a effetti speciali esagerati per l'epoca.
Controllo e Perdita di Controllo: Un tema centrale in molte opere di Cronenberg, qui si manifesta nella lotta di Johnny per controllare il suo potere e per non essere sopraffatto dalle visioni. Il corpo di Johnny è diventato un'entità estranea, che genera sofferenza e rivelazioni non richieste.
Estetica Clinica: Anche se meno esplicita che in altri suoi film, c'è una certa estetica clinica e distaccata nel modo in cui vengono presentati gli effetti del dono di Johnny, in particolare il dolore fisico che prova.
Regia Efficace e Sobria: Cronenberg dimostra una notevole maturità nella regia, adottando un approccio più sobrio e tradizionale rispetto ai suoi lavori più sperimentali. Questo lo ha reso più accessibile a un pubblico più ampio, senza sacrificare la sua visione autoriale. La sua capacità di estrarre performance intense dagli attori è evidente.
La regia di Cronenberg in "La zona morta" è un esempio di come un regista possa imporre il proprio stile su un materiale preesistente, creando un film che è sia un adattamento fedele che un'opera distintamente personale.
Il cast è uno dei punti di forza del film, con interpretazioni memorabili che elevano il materiale:
Christopher Walken nel ruolo di Johnny Smith: Walken offre una performance eccezionale, forse una delle migliori della sua carriera. Il suo Johnny è un uomo tormentato e vulnerabile, che porta il peso del suo dono con una quieta disperazione. Walken è magistrale nel trasmettere la sua sofferenza fisica e psicologica, la sua solitudine e la sua crescente determinazione. Il suo sguardo, già di per sé intenso, viene utilizzato per evocare il suo potere preveggente.
Brooke Adams nel ruolo di Sarah Bracknell: Adams interpreta con sensibilità l'ex fidanzata di Johnny, mostrando il dolore per la sua perdita ma anche la sua forza nel rifarsi una vita. La loro chimica sullo schermo, anche se le loro scene sono limitate, è palpabile e aggiunge un elemento tragico al film.
Martin Sheen nel ruolo di Greg Stillson: Sheen è terrificante e credibile come il politico populista. La sua interpretazione è sottile ma efficace nel mostrare la sua facciata carismatica che nasconde una natura spietata e megalomane. Il suo Stillson non è un cattivo da fumetto, ma un uomo che, spinto dalla sete di potere, è capace di orrori inimmaginabili.
Herbert Lom nel ruolo del Dr. Sam Weizak: Lom offre una performance misurata e compassionevole come il medico di Johnny, che tenta di aiutarlo a capire e gestire il suo potere.
Tom Skerritt nel ruolo dello Sceriffo George Bannerman: Skerritt interpreta lo sceriffo con cui Johnny collabora per risolvere un caso di omicidio, un personaggio che inizialmente è scettico ma poi si convince del dono di Johnny.
Le performance di Walken e Sheen sono particolarmente notevoli, con il loro confronto che costituisce il nucleo emotivo e narrativo del film.
"La zona morta" è stato un successo di critica e pubblico. È considerato uno dei migliori adattamenti cinematografici di un'opera di Stephen King, ed è spesso citato come uno dei film più accessibili di David Cronenberg, pur mantenendo la sua profondità e complessità tematica.
La colonna sonora, composta da Michael Kamen, è un elemento cruciale che sottolinea l'atmosfera malinconica e minacciosa del film, con un tema principale riconoscibile e toccante.
Il film esplora temi universali come il libero arbitrio contro il destino, il peso della conoscenza e la responsabilità morale di fronte a un futuro catastrofico. Il "dilemma di Stillson" è diventato un esempio classico nel dibattito etico.
In sintesi, "La zona morta" è un thriller psicologico potente e toccante, che combina la visione unica di David Cronenberg con la narrativa avvincente di Stephen King, regalando al pubblico un'esperienza cinematografica indimenticabile e inquietante.
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Assassinio per contratto (Murder by Contract) è un noir del 1958, diretto da Irving Lerner.
Sure, I can tell you all about Murder by Contract.
Assassinio per Contratto (titolo originale Murder by Contract) è un film noir americano del 1958, diretto da Irving Lerner e prodotto da Leon Chooluck. Nonostante all'epoca non abbia riscosso un grande successo commerciale, il film è stato rivalutato nel corso degli anni ed è oggi considerato un classico del genere, ammirato per la sua estetica minimalista, la sua suspense implacabile e la sua profonda analisi psicologica.
Il film segue la vicenda di Claude, interpretato da Vince Edwards, un giovane uomo ambizioso e spietato che vede l'omicidio come un mezzo per raggiungere una vita agiata e senza preoccupazioni. Claude non è un criminale impulsivo o guidato dalla passione; al contrario, è un professionista calcolatore e distaccato, quasi un burocrate dell'omicidio. Dopo aver eseguito un "lavoro" a Chicago, riceve un'offerta per un incarico più remunerativo a Los Angeles: assassinare una donna il cui nome non viene mai rivelato.
Arrivato a Los Angeles, Claude viene affiancato da due "assistenti" più anziani e meno esperti, Marc (Phillip Pine) e George (Herschel Bernardi), che si occupano della logistica e della sorveglianza. La tensione cresce man mano che Claude prepara il suo piano, mostrando una meticolosità quasi ossessiva. La vittima designata, tuttavia, si rivela essere una donna non comune, circondata da guardie del corpo e con una routine difficile da penetrare. La sua identità viene svelata solo verso la fine del film, aggiungendo un ulteriore strato di intrigo.
Man mano che Claude si avvicina al suo obiettivo, la sua sicurezza e il suo controllo iniziano a vacillare. Le circostanze si fanno più complesse e inaspettate, mettendo alla prova la sua fredda logica. Il film esplora il deterioramento psicologico di Claude, che, nonostante la sua apparente invulnerabilità, si ritrova intrappolato in una spirale di eventi fuori dal suo controllo. La sua ossessiva ricerca della perfezione nel suo "mestiere" lo porta a confrontarsi con dilemmi morali e pericoli imprevisti. La conclusione è un epilogo cupo e inevitabile, in linea con i canoni del noir.
La regia di Irving Lerner è uno degli aspetti più lodati di Murder by Contract. Lerner, un montatore esperto prima di passare alla regia, ha utilizzato la sua profonda conoscenza del ritmo e della composizione per creare un film teso e visivamente sorprendente. La sua direzione è caratterizzata da:
Minimalismo: Lerner evita effetti speciali vistosi o scene d'azione elaborate. Si concentra invece sulla psicologia dei personaggi e sull'atmosfera, utilizzando inquadrature semplici ma efficaci, spesso statiche o con movimenti di macchina lenti e ponderati. Questa scelta stilistica contribuisce a creare un senso di inevitabilità e claustrofobia.
Fotografia in Bianco e Nero: La fotografia di Lucien Ballard è superba. Il bianco e nero è usato in modo magistrale per accentuare i contrasti, le ombre profonde e le texture, creando un'atmosfera cupa e stilizzata che è la quintessenza del noir. Le strade notturne, gli interni scarni e i volti scavati sono resi con una precisione quasi pittorica.
Tensione Costante: Lerner costruisce la suspense non attraverso scoppi di violenza, ma attraverso l'attesa e il progressivo isolamento del protagonista. Ogni scena è permeata da una sensazione di minaccia imminente, rafforzata dalla colonna sonora jazzistica che sottolinea il disagio di Claude.
Ritmo Narrativo: Il ritmo è lento e contemplativo, permettendo allo spettatore di immergersi completamente nella mente del protagonista. Questa lentezza non è mai noiosa, ma piuttosto serve a intensificare la tensione, facendo presagire il disastro imminente.
Uso Innovativo della Colonna Sonora: La colonna sonora, composta da Perry Botkin e con un notevole contributo del chitarrista jazz Barney Kessel, è un elemento cruciale. Non è una musica di sottofondo tradizionale, ma piuttosto un commento diegetico ed extradiegetico che riflette lo stato d'animo di Claude e amplifica la sensazione di angoscia e isolamento. Le note dissonanti, gli assoli di chitarra nervosi e l'assenza di musica in momenti chiave contribuiscono a un'esperienza sonora unica.
Vince Edwards come Claude: La performance di Vince Edwards è magnetica. Edwards interpreta Claude con una freddezza e un distacco inquietanti, ma allo stesso tempo riesce a trasmettere la sua vulnerabilità interiore e la sua crescente paranoia. Il suo volto, spesso privo di espressione, diventa una tela su cui si riflettono le sue ansie e le sue frustrazioni. La sua recitazione minimalista è perfettamente in linea con lo stile di Lerner, rendendo Claude un personaggio memorabile nella galleria dei "killer professionisti" del cinema.
Phillip Pine come Marc e Herschel Bernardi come George: I due attori che interpretano gli assistenti di Claude offrono delle solide performance di supporto. Sono personaggi più convenzionali, che servono da contrasto alla singolarità di Claude, evidenziando la sua alienazione e il suo approccio quasi filosofico all'omicidio.
Alienazione e Anomia: Murder by Contract esplora profondamente i temi dell'alienazione e dell'anomia. Claude è un individuo completamente distaccato dalla società e dalle sue norme morali. Il suo "lavoro" non è solo un mezzo per un fine, ma una manifestazione della sua incapacità di connettersi con gli altri esseri umani. La sua esistenza è definita dalla sua professione, che lo isola e lo condanna.
La Natura del Male: Il film si interroga sulla natura del male, presentandoci un assassino non come un mostro psicopatico, ma come un uomo d'affari, quasi un lavoratore autonomo in un'economia spietata. Questa rappresentazione è disturbante proprio per la sua fredda razionalità, che rende il male ancora più insidioso.
Influenza sul Cinema Successivo: Nonostante la sua modesta accoglienza iniziale, Murder by Contract ha avuto un'influenza significativa su registi successivi. Martin Scorsese, in particolare, ha citato il film come una delle sue ispirazioni principali, specialmente per la sua rappresentazione della psicologia del protagonista e della narrazione voice-over in film come Taxi Driver. Anche Jean-Pierre Melville, maestro del noir francese, ha tratto ispirazione dalla sua estetica e dal suo approccio ai personaggi. L'uso innovativo della musica jazz, il minimalismo visivo e la caratterizzazione del killer professionista sono elementi che si ritrovano in molte opere successive.
Il Monologo Interiore: Il film fa ampio uso del monologo interiore di Claude, che ci permette di accedere ai suoi pensieri, ai suoi calcoli e alle sue giustificazioni. Questo espediente narrativo è fondamentale per comprendere la sua psicologia e il suo processo decisionale, rendendo lo spettatore complice e testimone della sua discesa.
In conclusione, Assassinio per Contratto è un film che va oltre il semplice intrattenimento. È un'opera d'arte cinematografica che, con la sua estetica rigorosa e la sua profonda indagine psicologica, continua a risuonare con il pubblico e ad influenzare i cineasti, confermando il suo status di pietra miliare del genere noir.
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La cosa da un altro mondo (The Thing from Another World), è un film del 1951 diretto da Christian Nyby e, non accreditato, Howard Hawks.
La Cosa da un Altro Mondo (originale: The Thing from Another World), film del 1951 diretto ufficialmente da Christian Nyby ma ampiamente riconosciuto come frutto della visione e dell'influenza non accreditata di Howard Hawks (che ne fu anche produttore), è un caposaldo del cinema di fantascienza e horror. Basato sul racconto breve Who Goes There? di John W. Campbell Jr., questo film non solo ha definito molti dei tropi del genere "mostro in un ambiente isolato", ma ha anche gettato le basi per successive opere cinematografiche, culminando nel celebre remake di John Carpenter. Con la sua atmosfera di suspense crescente, dialoghi affilati e un approccio pragmatico al terrore, La Cosa da un Altro Mondo è un esempio brillante di come un horror fantascientifico possa essere efficace senza ricorrere a effetti speciali esagerati.
La storia si apre in un remoto avamposto scientifico nel Circolo Polare Artico, dove una squadra di scienziati militari e civili sta conducendo ricerche di routine. La monotonia della loro esistenza viene interrotta dall'arrivo del Capitano Hendry (Kenneth Tobey) e del suo equipaggio dell'aeronautica, inviati per indagare su un insolito rilevamento radar.
L'indagine li porta a una scoperta straordinaria: un gigantesco oggetto volante non identificato (UFO) è precipitato nel ghiaccio. Nel tentativo di estrarlo, l'equipaggio, utilizzando esplosivi, distrugge accidentalmente il velivolo alieno. Tuttavia, scoprono qualcosa di ancora più sconcertante: all'interno della navicella, bloccato nel ghiaccio, c'è il corpo congelato del suo pilota. Con cautela, estraggono il blocco di ghiaccio contenente l'entità e lo trasportano alla base per uno studio più approfondito.
Alla base, il blocco di ghiaccio viene accidentalmente lasciato scoperto e l'essere alieno si scongela. L'orrore ha inizio. La creatura, descritta come un vegetale senziente (un dettaglio spesso trascurato ma cruciale, distinguendola da un animale), è alta e minacciosa. Viene presto rivelato che non è solo estremamente resistente e quasi invulnerabile, ma anche incredibilmente intelligente e letale. A differenza della creatura di Carpenter che è mutaforma, la "Cosa" del '51 è una pianta aliena dotata di intelletto, che si nutre di sangue e cresce.
Il conflitto centrale si sviluppa tra gli scienziati, guidati dal Dottor Carrington (Robert Cornthwaite), e il personale militare, con il Capitano Hendry al comando. Carrington è affascinato dalla Cosa, la vede come un'opportunità unica per l'avanzamento della scienza e cerca di comunicare con essa e studiarla, arrivando a nutrire una sorta di morbosa ammirazione per la sua intelligenza e le sue capacità. Lui crede che la conoscenza sia superiore alla sopravvivenza in questo caso.
D'altra parte, Hendry e i suoi uomini percepiscono immediatamente la Cosa come una minaccia esistenziale. La creatura si dimostra incredibilmente aggressiva e assetata di sangue, attaccando e uccidendo i cani da slitta della base e poi gli stessi membri dell'equipaggio. La sua capacità di rigenerarsi e la sua forza sovrumana la rendono quasi impossibile da fermare con le armi convenzionali. La tensione cresce man mano che i membri della base cercano di capire come contenere ed eliminare una minaccia che non comprendono.
Mentre la Cosa semina terrore, l'equipaggio si ritrova intrappolato nella base, con la consapevolezza che nessuno può venire in loro soccorso a causa di una tempesta di neve che li isola completamente. L'alieno, astuto, sabota il sistema di riscaldamento, costringendo gli umani a cercare rifugio in una sezione più piccola della base. Si scopre che la Cosa non ha bisogno di cibo o riposo e che le sue cellule si moltiplicano a ritmi allarmanti.
Il climax del film si raggiunge quando la Cosa, dopo essersi infiltrata nella base e aver attaccato più volte, si ritrova intrappolata e viene inondata di carburante per aerei. In una sequenza finale intensa, il Capitano Hendry e il suo equipaggio, con l'aiuto dei pochi scienziati pragmatici rimasti, cercano di incenerire la creatura usando l'elettricità e il carburante. La battaglia è frenetica e disperata, con gli uomini che rischiano la vita per distruggere l'alieno prima che possa fuggire e mettere in pericolo il resto del mondo.
Alla fine, la Cosa viene distrutta. Il film si conclude con il reporter Scotty (Douglas Spencer), che ha assistito a tutta la vicenda, che trasmette un avvertimento radiofonico a livello mondiale: "Tell the world! Watch the skies, everywhere! Keep looking! Keep watching the skies!" (Dite al mondo! Guardate i cieli, ovunque! Continuate a guardare! Continuate a osservare i cieli!), un monito che è diventato una frase iconica del cinema di fantascienza e che sottolinea la vulnerabilità dell'umanità di fronte a minacce sconosciute.
Sebbene Christian Nyby sia accreditato come regista, è ampiamente riconosciuto che la mano dietro la regia di La Cosa da un Altro Mondo sia quella del leggendario Howard Hawks. Il film porta i segni distintivi del suo stile, dalla caratterizzazione dei personaggi ai dialoghi, all'approccio narrativo.
Il Marchio di Hawks: Il film è permeato dall'estetica e dalle tematiche tipiche di Hawks:
Dialoghi Veloci e Affilati: I personaggi parlano in modo rapido, sovrapponendosi a volte, creando un senso di realismo e urgenza. Questo stile di dialogo è una firma di Hawks, che si concentra sull'interazione e la dinamica di gruppo.
Gruppo di Professionisti: I protagonisti sono un gruppo di individui competenti e professionali, che affrontano una situazione estrema con pragmatismo e ingegno, anche se con le loro paure. L'eroismo non è esagerato; è la capacità di mantenere la calma sotto pressione e di collaborare che li definisce.
Mascolinità Pragmatica: Il film celebra una forma di mascolinità forte ma non machista, dove l'intelligenza e l'azione sono preferite al panico. Le figure femminili, come Nikki (Margaret Sheridan), la segretaria del Capitano Hendry, sono forti e capaci, pur mantenendo ruoli più tradizionali per l'epoca.
Minimalismo Visivo: Hawks preferiva l'azione e l'interazione dei personaggi rispetto agli effetti visivi spettacolari. La "Cosa" stessa è raramente mostrata per intero e in modo chiaro, aumentando il senso di mistero e terrore attraverso il suggerimento piuttosto che la visione diretta. Questa scelta, dettata in parte dal budget, si rivela incredibilmente efficace, permettendo all'immaginazione dello spettatore di riempire i vuoti.
Tensione Progressiva: La suspense è costruita lentamente e metodicamente, basandosi sull'isolamento, sulla minaccia invisibile e sull'escalation del pericolo. Non ci sono jump scare gratuiti; il terrore deriva dalla consapevolezza di una minaccia inarrestabile e incomprensibile.
L'Orrore dell'Ignoto: La regia si concentra sul terrore psicologico dell'ignoto. La Cosa è un avversario alieno, incomprensibile e completamente indifferente alla vita umana. Il film gioca sulla paura di ciò che non si può categorizzare o comprendere.
Scene d'Azione Efficaci: Le scene di confronto con la Cosa sono dirette con chiarezza e dinamismo, nonostante i limiti tecnici dell'epoca. L'uso del suono, in particolare, è fondamentale per creare l'atmosfera di minaccia imminente.
Il cast, pur non essendo composto da star di primissimo piano, offre performance solide e credibili, contribuendo al senso di realismo del film.
Kenneth Tobey nel ruolo del Capitano Patrick Hendry: Tobey interpreta Hendry come un leader competente e pragmatico, che incarna il tipo di eroe "hawksiano". È un uomo d'azione, concentrato sulla sicurezza dei suoi uomini e sulla risoluzione della crisi, pur mostrando momenti di vulnerabilità e frustrazione di fronte all'impossibilità di comprendere la minaccia.
Margaret Sheridan nel ruolo di Nikki Nicholson: Sheridan offre una performance arguta e affascinante come segretaria di Hendry e interesse amoroso. Nikki è intelligente e spiritosa, capace di tenere testa a Hendry e di contribuire alla dinamica del gruppo in modo significativo, una caratteristica delle donne nei film di Hawks.
Robert Cornthwaite nel ruolo del Dottor Arthur Carrington: Cornthwaite è eccellente nel ruolo dello scienziato ossessionato dalla conoscenza, il cui intelletto lo rende cieco al pericolo. La sua interpretazione cattura la sua brillantezza, ma anche la sua arroganza e la sua quasi fanatica ammirazione per la Cosa, che lo porta a prendere decisioni pericolose.
Douglas Spencer nel ruolo di Ned "Scotty" Scott: Spencer è il reporter che funge da narratore esterno e da coscienza morale, consegnando la memorabile battuta finale del film. La sua performance aggiunge un tocco di cinismo e distacco che bilancia il dramma.
James Arness nel ruolo della Cosa (non accreditato): Sebbene la sua interpretazione sia in gran parte fisica e sotto un costume, Arness (futuro star di Gunsmoke) trasmette efficacemente la statura imponente e la minaccia incombente della creatura. La decisione di non mostrare chiaramente il mostro si rivela vincente, rendendolo più terrificante.
La Cosa da un Altro Mondo è un film che ha avuto un'influenza duratura sul cinema di fantascienza e horror, ben oltre la sua uscita.
Precursore del Genere: È considerato uno dei primi e più influenti film di fantascienza horror, stabilendo molti dei cliché che sarebbero diventati comuni: il gruppo isolato che affronta una minaccia aliena, la tensione interna tra scienza e pragmatismo, e l'alieno come essere non solo pericoloso ma anche intrinsecamente "altro".
Il Remake di Carpenter: Il film è indissolubilmente legato al celebre remake di John Carpenter del 1982, La Cosa (The Thing). Carpenter, un grande ammiratore di Hawks, prese la stessa premessa ma si ispirò più fedelmente al racconto originale di Campbell, che presentava un alieno mutaforma capace di imitare le sue vittime. Sebbene i due film siano molto diversi nel tono e nel tipo di minaccia, condividono la stessa atmosfera di paranoia e isolamento. Il film del '51 rimane comunque un classico a sé stante e non va considerato solo in relazione al suo successore.
Guerra Fredda e Paura dell'Altro: Il film può essere letto come un'allegoria della Guerra Fredda e della "Paura Rossa". La Cosa è una minaccia esterna, sconosciuta e inarrestabile, che si infiltra e distrugge dall'interno, un riflesso delle ansie riguardo al comunismo e alla minaccia nucleare dell'epoca. L'alieno, con la sua natura vegetale, quasi riproduce la crescita silenziosa e inesorabile di un'ideologia non umana.
Scienza vs. Sopravvivenza: Il conflitto tra il Dottor Carrington e il Capitano Hendry è un tema classico del cinema di fantascienza: il desiderio di conoscenza scientifica a tutti i costi contro l'istinto primario di sopravvivenza. Il film propende chiaramente per la seconda opzione, suggerendo che in alcune situazioni la pragmatica difesa della vita sia più importante dell'indagine intellettuale.
Cult Classic: Nonostante il tempo, La Cosa da un Altro Mondo ha mantenuto il suo status di cult classic. La sua efficacia risiede nella sua capacità di creare un'atmosfera di terrore senza bisogno di effetti speciali grandiosi, affidandosi invece alla tensione psicologica, ai personaggi ben delineati e a un senso di minaccia incombente.
In conclusione, La Cosa da un Altro Mondo è un film fondamentale che ha influenzato generazioni di registi e sceneggiatori. La sua regia intelligente, i dialoghi serrati e l'approccio minimalista all'orrore lo rendono un'esperienza avvincente e un pezzo imprescindibile della storia del cinema fantascientifico e horror. È un testamento alla potenza dell'immaginazione e alla capacità di creare terrore con pochi mezzi, ma molta maestria.
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Donnie Darko, è un film del 2001 scritto e diretto da Richard Kelly.
Donnie Darko, scritto e diretto da Richard Kelly e uscito nelle sale nel 2001, è un'opera cinematografica che sfida le convenzioni, mescolando elementi di fantascienza, thriller psicologico, dramma adolescenziale e satira sociale. Divenuto un vero e proprio cult movie nel corso degli anni, il film ha affascinato e confuso generazioni di spettatori con la sua trama complessa, la sua atmosfera inquietante e i suoi numerosi livelli di interpretazione. Ambientato nella sonnolenta cittadina di Middlesex, Virginia, nel 1988, il film è un viaggio surreale nella mente di un adolescente tormentato che si ritrova a fronteggiare la fine del mondo.
La storia si concentra su Donnie Darko (interpretato da Jake Gyllenhaal), un adolescente intelligente ma problematico che soffre di sonnambulismo e ha una storia di schizofrenia e visioni. La sua vita, già complicata dalla terapia e dai rapporti tesi con la famiglia e la scuola, prende una piega decisiva la notte del 2 ottobre 1988. Un gigantesco motore a reazione si stacca misteriosamente da un aereo e precipita nella sua camera da letto. Fortunatamente, Donnie è fuori casa, attirato da una voce che lo ha chiamato fuori. Quella voce appartiene a Frank (James Duval), una figura terrificante con un costume da coniglio scheletrico che gli rivela che il mondo finirà tra 28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi.
Da quel momento in poi, Donnie viene catapultato in un'odissea di eventi sempre più bizzarri e inquietanti. Frank diventa la sua guida apocalittica, spingendolo a compiere atti di vandalismo e sabotaggio che sembrano casuali ma che, con il progredire della narrazione, si rivelano connessi a un piano più grande. Donnie allaga la scuola, brucia la casa di un oratore motivazionale pedofilo, Jim Cunningham (Patrick Swayze), e scopre una complessa rete di menzogne e ipocrisie all'interno della sua comunità.
Mentre gli eventi si susseguono, Donnie inizia a leggere un misterioso libro intitolato La Filosofia dei Viaggi nel Tempo, scritto da Roberta Sparrow, un'anziana ex suora conosciuta come "Grandma Death", che vive nei pressi della sua casa e che sembra anche lei consapevole dell'imminente catastrofe. Il libro descrive concetti di universi tangenziali, artefatti primari e viventi manipolati, fornendo una cornice teorica che cerca di spiegare ciò che sta accadendo. Donnie si convince di essere il "Vivente Ricevente", colui che ha il compito di guidare l'artefatto (il motore a reazione) verso l'universo primario.
Le relazioni di Donnie sono al centro della narrazione. Ha una relazione tesa con i suoi genitori, Eddie (Holmes Osborne) e Rose (Mary McDonnell), e le sue sorelle Elizabeth (Maggie Gyllenhaal) e Samantha (Daveigh Chase). A scuola, è tormentato dai bulli e incompreso dagli insegnanti, a eccezione della sua professoressa di letteratura, Karen Pomeroy (Drew Barrymore), e del suo psicologo, il Dottor Thurman (Noah Wyle), che cercano di aiutarlo, spesso invano. L'unica persona che sembra capirlo veramente è Gretchen Ross (Jena Malone), una nuova studentessa con cui sviluppa un tenero e profondo legame romantico.
Man mano che i giorni passano, la pressione su Donnie cresce. Scopre che le sue azioni manipolate da Frank non sono casuali, ma piuttosto necessarie per correggere un errore nel continuum spazio-temporale. La morte di Jim Cunningham rivela la sua pedofilia, mentre l'incendio della sua casa espone la sua rete di abusi. La notte in cui il mondo dovrebbe finire, Donnie si trova a un party di Halloween. Qui, Gretchen viene investita da un'auto, guidata da Frank (che si rivela essere il fidanzato di Elizabeth, intenzionalmente mascherato da coniglio per l'occasione, anche se nelle visioni di Donnie era già apparso come tale). Accecato dalla rabbia, Donnie spara a Frank, uccidendolo.
La risoluzione arriva con un evento cosmico. Mentre un tornado si avvicina, il motore a reazione che aveva colpito la casa di Donnie riappare nel cielo. Donnie, ora consapevole del suo ruolo, trasporta il corpo di Gretchen e di Frank in cima a una collina. Lì, il motore a reazione viene risucchiato in un vortice temporale. In un atto di supremo sacrificio, Donnie si lascia risucchiare anch'egli, riavvolgendo il tempo e riportando gli eventi al 2 ottobre. Il film si conclude con Donnie nella sua camera da letto, mentre il motore a reazione precipita su di lui. Questa volta, però, Donnie è lì, nel suo letto, e muore. La sua morte annulla tutti gli eventi del "futuro", salvando le persone che Donnie aveva involontariamente (o volontariamente) coinvolto nella sua missione, inclusa Gretchen. Il suo sacrificio impedisce la creazione dell'universo tangenziale,ripristinando la linea temporale originale e salvando il mondo da un'imminente apocalisse.
Richard Kelly, al suo debutto alla regia con Donnie Darko, dimostra una maturità e una visione sorprendenti. La sua direzione è un elemento cruciale per il successo e la persistente rilevanza del film. Kelly non si limita a raccontare una storia lineare; costruisce un labirinto narrativo che invita lo spettatore a una continua reinterpretazione.
Atmosfera e Tono: Kelly crea un'atmosfera unica, un equilibrio precario tra inquietudine e nostalgia. L'ambientazione negli anni '80 è evocata con cura, ma senza cadere nel kitsch, contribuendo a un senso di alienazione e disconnessione che si riflette nello stato mentale di Donnie. Il tono spazia dal drammatico al comico, dal surreale al terrificante, mantenendo lo spettatore costantemente sul filo del rasoio.
Pacing e Montaggio: Il ritmo del film è lento e meditativo all'inizio, permettendo di costruire la tensione e di immergersi nella psiche di Donnie. Man mano che la storia progredisce e gli eventi si intensificano, il montaggio diventa più frammentato e la narrazione più frenetica, riflettendo la crescente confusione e urgenza del protagonista. L'uso di transizioni non convenzionali e il salto tra sequenze oniriche e realtà contribuiscono a un senso di disorientamento voluto.
Immagini e Simbolismo: Kelly è maestro nell'uso di immagini potenti e simbolismo visivo. Il coniglio Frank, con il suo ghigno inquietante e i suoi occhi rossi luminosi, è un'icona indelebile. Le "freccette" trasparenti che indicano il percorso dei personaggi sono un elemento visivo geniale che aiuta a visualizzare il concetto di destino e predestinazione. Ogni elemento visivo sembra avere un significato, spingendo lo spettatore a cercare connessioni e interpretazioni.
Colonna Sonora: La colonna sonora è un elemento fondamentale della regia di Kelly. Le tracce pop degli anni '80, spesso usate in modo diegetico o ironico, contrastano con le musiche originali e le canzoni più malinconiche (come "Mad World" dei Tears for Fears), creando un effetto emotivo profondo. La musica non è solo un accompagnamento, ma un personaggio a sé stante, che amplifica il tono e il messaggio del film.
Visione Autoriale: Kelly dimostra una notevole audacia nel non fornire risposte facili. Il film è volutamente ambiguo, lasciando spazio a diverse interpretazioni: Donnie è schizofrenico e tutto è frutto della sua mente? O è davvero un eroe prescelto per salvare il mondo, in un complesso scenario di viaggi nel tempo? Questa ambiguità è la sua forza, alimentando dibattito e analisi da anni. La versione del regista, uscita in seguito, offre alcune risposte più chiare, ma molti preferiscono l'enigmaticità dell'originale.
Il cast di Donnie Darko offre performance memorabili che contribuiscono in modo significativo all'impatto del film.
Jake Gyllenhaal nel ruolo di Donnie Darko: Gyllenhaal, allora relativamente sconosciuto, offre una performance straordinaria che lo ha lanciato verso la celebrità. Il suo Donnie è un ritratto complesso e sfaccettato di un adolescente isolato e tormentato. Gyllenhaal riesce a trasmettere la sua intelligenza acuta, la sua vulnerabilità, la sua rabbia e la sua profonda tristezza con una credibilità disarmante. La sua interpretazione cattura perfettamente la confusione e la rassegnazione di un ragazzo che si sente diverso e che porta il peso di una conoscenza terrificante. La sua espressività, sia nei momenti di lucida follia che in quelli di disperato amore, è il cuore pulsante del film.
Jena Malone nel ruolo di Gretchen Ross: Malone interpreta Gretchen con una dolcezza e una resilienza che la rendono il perfetto contrappeso a Donnie. La loro chimica è palpabile e la loro relazione è uno dei pochi punti luminosi nella vita caotica di Donnie. Gretchen non giudica Donnie, ma lo accetta per quello che è, offrendo un porto sicuro in un mondo ostile.
James Duval nel ruolo di Frank: Anche se la sua presenza fisica è limitata, Frank è una figura iconica grazie alla sua maschera terrificante e alla voce minacciosa. Duval riesce a rendere Frank sia inquietante che, paradossalmente, una guida essenziale per Donnie.
Maggie Gyllenhaal nel ruolo di Elizabeth Darko: La sorella di Donnie, interpretata dalla vera sorella di Jake, Maggie Gyllenhaal, offre una performance credibile come sorella maggiore protettiva ma anche frustrata dalle eccentricità del fratello.
Drew Barrymore nel ruolo di Karen Pomeroy: Barrymore, anche produttrice esecutiva del film, porta gravitas e sensibilità al ruolo dell'insegnante comprensiva di Donnie. Il suo personaggio rappresenta la rara voce della ragione e dell'umanità in un ambiente scolastico spesso ipocrita.
Patrick Swayze nel ruolo di Jim Cunningham: Swayze interpreta in modo brillante e inquietante il guru motivazionale Jim Cunningham, un personaggio che incarna l'ipocrisia e la corruzione sotto una facciata di perbenismo. La sua performance è un'ottima dimostrazione della sua versatilità come attore.
Noah Wyle nel ruolo del Dottor Thurman: Wyle è convincente come lo psicologo di Donnie, un uomo che cerca di aiutarlo ma è chiaramente al di là della sua comprensione.
Donnie Darko è un film che continua a generare discussioni e analisi per la sua ricchezza di temi e la sua ambiguità.
Critica Sociale: Il film è una sottile ma pungente critica all'ipocrisia della società americana degli anni '80. Attraverso personaggi come Jim Cunningham, la signora Farmer e il preside, Kelly denuncia il moralismo di facciata, la repressione delle emozioni e la conformità. La scuola è un microcosmo della società, dove la diversità viene punita e il pensiero critico soffocato.
Salute Mentale: Al suo livello più superficiale, il film può essere interpretato come un'esplorazione della malattia mentale. Le visioni di Donnie, il suo comportamento antisociale e le sue delusioni potrebbero essere sintomi di schizofrenia. Tuttavia, il film va oltre questa semplice interpretazione, suggerendo che la "follia" di Donnie potrebbe in realtà essere una forma superiore di percezione o un contatto con una realtà nascosta.
Fantascienza e Viaggi nel Tempo: La teoria dei viaggi nel tempo presentata nel libro di Roberta Sparrow è il cuore della complessa trama del film. Il concetto di "universo tangenziale" che sta per collassare e la necessità che un "vivente ricevente" sacrifichi se stesso per riportare la stabilità all'universo primario è affascinante e apre a infinite discussioni. Il film suggerisce un ciclo predestinato di eventi, dove il destino di Donnie è quello di essere un "eroe tragico" che ripristina l'equilibrio cosmico.
Destino vs. Libero Arbitrio: Uno dei temi centrali è il conflitto tra destino e libero arbitrio. Le azioni di Donnie sono il risultato delle manipolazioni di Frank, o Donnie ha un qualche controllo sul suo percorso? Il film suggerisce un'interazione complessa tra i due, dove Donnie è sia una pedina che un agente attivo nel suo destino.
Religione e Spiritualità: Nonostante non sia un film esplicitamente religioso, Donnie Darko tocca temi di sacrificio, redenzione e una forma di "predestinazione divina". Donnie può essere visto come una figura messianica, che si sacrifica per salvare gli altri, pur non essendo un eroe nel senso tradizionale.
L'Influenza e l'Eredità: Nonostante un'iniziale distribuzione limitata e un successo modesto al botteghino, Donnie Darko ha acquisito uno status di culto grazie al passaparola e alle vendite di DVD. La sua complessità e il suo stile unico lo hanno reso un punto di riferimento per il cinema indipendente e un oggetto di studio per studenti e appassionati. Ha ispirato innumerevoli discussioni online, saggi accademici e interpretazioni artistiche.
In conclusione, Donnie Darko è molto più di un semplice film di fantascienza; è un'esperienza cinematografica che sfida lo spettatore, lo spinge a pensare e a sentire, e che rimane impressa nella memoria a lungo dopo la visione. La sua trama intricata, la regia audace di Richard Kelly e le performance intense del cast lo rendono un capolavoro enigmatico che continua a risuonare con il pubblico anche a oltre vent'anni dalla sua uscita.
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Vestito per uccidere (Dressed to Kill), è un film del 1980 scritto e diretto da Brian De Palma.
Vestito per uccidere (Dressed to Kill): Un Labirinto di Psiche e Perversione nell'Estetica di De Palma
Vestito per uccidere (original title: Dressed to Kill), film del 1980 scritto e diretto da Brian De Palma, è un thriller erotico psicologico che si colloca tra le opere più rappresentative e discusse della sua filmografia. Riconosciuto come un omaggio esplicito ad Alfred Hitchcock, in particolare a Psycho e Vertigo, De Palma eleva l'omaggio a una rielaborazione stilistica e tematica personale, intingendo la narrazione in un'atmosfera di voyeurismo, psicosessualità disturbata e violenza stilizzata. Il film, controverso per la sua rappresentazione della sessualità e della violenza, ha consolidato la reputazione di De Palma come un maestro della suspense visiva e della costruzione narrativa a orologeria.
La storia si apre con Kate Miller (Angie Dickinson), una casalinga di mezza età annoiata e frustrata dalla sua vita sessuale insoddisfacente. La sua fantasia ricorrente, mostrata in una sequenza onirica iniziale, la vede coinvolta in una doccia passionale e sadomasochistica con un uomo sconosciuto. Questa sequenza, altamente stilizzata e carica di erotismo, imposta immediatamente il tono del film.
Kate ha appuntamento con il suo psichiatra, il Dottor Robert Elliott (Michael Caine), con cui discute apertamente della sua frustrazione e del suo desiderio di riaccendere la passione. Sebbene il dottore cerchi di aiutarla professionalmente, emerge una tensione sessuale implicita nella loro relazione.
Determinata a cambiare le cose, Kate si reca al Metropolitan Museum of Art di New York. Lì, durante la visita, incontra casualmente un affascinante sconosciuto, di nome Bobbi (Keith Gordon), con cui inizia un flirt silenzioso e seducente. La sequenza del museo è un tour de force di suspense e desiderio represso, quasi priva di dialoghi, in cui De Palma sfrutta al massimo la recitazione degli sguardi, i movimenti lenti della macchina da presa e un montaggio che enfatizza l'attesa. Questo incontro culmina in un rapporto sessuale nel taxi di Bobbi, che Kate vive come un momento di liberazione.
Dopo l'incontro, Kate si rende conto di aver dimenticato il suo anello di matrimonio nella camera d'albergo di Bobbi. Decide di tornare indietro per recuperarlo. Mentre aspetta l'ascensore, si trova di fronte a una figura alta, bionda e vestita con un impermeabile scuro, occhiali da sole e guanti neri, che la aggredisce violentemente con un rasoio, uccidendola brutalmente. La scena dell'omicidio in ascensore è iconica, scioccante e orchestrata con una maestria quasi coreografica, diventando uno dei momenti più citati del cinema thriller.
L'omicidio viene testimoniato da Liz Blake (Nancy Allen), una giovane prostituta di l'alta classe che si trovava nell'hotel per lavoro. Liz è l'unica testimone, ma per via della sua professione e della sua presenza sulla scena del delitto, viene rapidamente indicata come la principale sospettata dal cinico Detective Marino (Dennis Franz).
Mentre Liz cerca di scagionarsi, si ritrova intrappolata in una spirale di pericolo. Il misterioso assassino, o assassina, inizia a perseguitarla, cercando di eliminarla per coprire le proprie tracce. Liz trova un improbabile alleato in Peter Miller (Keith Gordon), il figlio adolescente di Kate, un genio dell'informatica che, tormentato dalla morte della madre, decide di condurre una propria indagine. Peter, utilizzando le sue abilità tecniche, rintraccia il quaderno di appunti della madre, scoprendo dettagli sulle sue sedute di terapia con il Dottor Elliott.
La loro indagine li porta a sospettare dello psichiatra. Man mano che Liz e Peter si avvicinano alla verità, il Dottor Elliott diventa sempre più enigmatico e ambiguo. Il climax del film si svolge in un gioco del gatto e del topo. Liz, con l'aiuto di Peter, tende una trappola all'assassino. La rivelazione finale è sconvolgente: il Dottor Elliott soffre di un disturbo dissociativo dell'identità. L'assassino è in realtà la sua "seconda personalità" o alter ego femminile, di nome Bobbi, che è una donna trans non operata e che agisce violentemente ogni volta che il Dottor Elliott viene sessualmente eccitato. La violenza è una manifestazione della sua repressa disforia di genere e del suo terrore per la sessualità maschile che percepisce come minacciosa per la sua identità femminile latente.
La spiegazione del Dottor Elliott rivela che "Bobbi" è ossessionata dall'idea di "proteggere" il suo corpo maschile dalle "impurità" sessuali, e per questo uccide le donne che stimolano sessualmente Elliott. La narrazione, pur presentata come un thriller, si addentra in un commento, seppur problematico e datato, sulla psiche umana e la sessualità.
Il film si conclude con Liz in un ospedale psichiatrico, apparentemente salva, ma ancora tormentata dagli eventi. Un'ultima sequenza onirica, che riecheggia l'incipit del film, suggerisce che la spirale di orrore potrebbe non essere ancora finita, lasciando lo spettatore con un senso di inquietudine persistente.
La regia di Brian De Palma in Vestito per uccidere è una lezione di stile e manipolazione della suspense, che lo consacra come uno dei registi più stilisticamente riconoscibili della sua generazione.
Omaggio e Ri-creazione: De Palma non nasconde le sue influenze hitchcockiane, ma le reinterpreta con una sensibilità post-moderna. La sequenza dell'omicidio nell'ascensore richiama la doccia di Psycho, ma è estesa, più grafica e coreografata con movimenti di macchina da presa complessi. Le tematiche del voyeurismo, della falsa identità e dell'ossessione sono prese da Vertigo (La donna che visse due volte), ma rielaborate con un'estetica più audace e una sessualità più esplicita.
Pacing e Suspense: De Palma è un maestro nella costruzione della suspense. Il ritmo è spesso lento e deliberato, soprattutto nelle sequenze pre-omicidio, dove ogni movimento di camera, ogni sguardo, ogni silenzio contribuisce a costruire una tensione quasi insopportabile. Il montaggio parallelo, l'uso dello split-screen (sebbene non presente in questo film come in altri suoi lavori, la sua "visione frammentata" è tangibile) e il rallentatore sono strumenti chiave per prolungare l'agonia e massimizzare l'impatto emotivo.
Uso della Camera: La macchina da presa di De Palma è quasi un personaggio a sé stante. I suoi lunghi piani sequenza, i movimenti fluidi e sinuosi (come nella scena del museo o nel pedinamento di Liz) creano un senso di voyeurismo e di immersione. Le inquadrature soggettive e l'uso dello steadicam (che all'epoca era ancora relativamente nuovo) sono impiegati per mettere lo spettatore nella prospettiva dei personaggi, amplificando il senso di paura e paranoia. La sua capacità di manipolare lo spazio visivo e di guidare lo sguardo dello spettatore è eccezionale.
Estetica e Colore: Il film è caratterizzato da un'estetica raffinata e spesso barocca. I colori sono vividi e le ambientazioni (come il lussuoso appartamento di Kate o gli interni dell'hotel) sono curate nei minimi dettagli. La scelta di luci e ombre contribuisce a creare un'atmosfera di mistero e pericolo. Il rosso, in particolare, è un colore ricorrente che simboleggia il sangue, la passione e il pericolo imminente.
Erotismo e Violenza: De Palma affronta il tema dell'erotismo e della violenza in modo provocatorio. Le sequenze sessuali non sono puramente funzionali alla trama, ma sono intrise di un senso di disturbo e di repressione. La violenza è spesso improvvisa e brutale, ma allo stesso tempo stilizzata, quasi coreografica, il che ha generato dibattiti sulla sua natura voyeuristica e sul suo impatto sul pubblico.
Colonna Sonora: Pino Donaggio, compositore prediletto di De Palma, crea una colonna sonora indimenticabile, carica di pathos e romanticismo che contrasta e amplifica la violenza e la tensione. Le sue melodie spesso malinconiche e intense ricordano le partiture di Bernard Herrmann per Hitchcock, ma con un tocco distintivo.
Il cast di Vestito per uccidere offre interpretazioni potenti che sono essenziali per l'efficacia del film.
Angie Dickinson nel ruolo di Kate Miller: La performance di Dickinson è il cuore emotivo del primo atto del film. Riesce a trasmettere la frustrazione, il desiderio e la vulnerabilità di una donna intrappolata in una vita insoddisfacente. La sua breve ma intensa apparizione è così incisiva che la sua morte improvvisa crea un senso di shock e disorientamento per lo spettatore, rafforzando l'impatto narrativo del colpo di scena.
Michael Caine nel ruolo del Dottor Robert Elliott: Caine offre una performance magistrale, ricca di sfumature. Il suo Dottor Elliott è inizialmente composto e professionale, ma man mano che il film procede, la sua facciata inizia a incrinarsi, rivelando un uomo tormentato e profondamente disturbato. La sua capacità di passare da un'apparente calma a momenti di ansia e di manifestare le sfumature della sua doppia identità è impressionante, rendendo il suo personaggio indimenticabile e terrificante.
Nancy Allen nel ruolo di Liz Blake: Allen, all'epoca moglie di De Palma, interpreta Liz con una miscela di cinismo, resilienza e vulnerabilità. La sua trasformazione da prostituta scaltra a donna terrorizzata che lotta per la sopravvivenza è convincente. Riesce a rendere il personaggio di Liz sia credibile che simpatico, diventando la guida del pubblico attraverso il labirinto di inganni.
Keith Gordon nel ruolo di Peter Miller: Gordon porta una notevole maturità al personaggio di Peter. Il suo ritratto di un adolescente intelligente, ma emotivamente segnato dalla perdita della madre, è toccante. La sua determinazione nel risolvere il mistero e la sua interazione con Liz aggiungono un importante strato di umanità al thriller.
Dennis Franz nel ruolo del Detective Marino: Franz è perfetto nel ruolo del detective Marino, un poliziotto burbero, cinico e sessista, la cui incompetenza e il cui pregiudizio complicano ulteriormente la situazione di Liz. La sua performance aggiunge un tocco di realismo e frustrazione alla narrazione.
Vestito per uccidere ha generato notevoli controversie fin dalla sua uscita, in particolare per la sua rappresentazione della sessualità e della malattia mentale, e per la sua violenza grafica.
Rappresentazione Transgender: Il film è stato ampiamente criticato per la sua rappresentazione di un personaggio transgender (o con disforia di genere) come un assassino psicopatico. Sebbene il personaggio di Bobbi sia descritto come un uomo che si identifica come donna e che è terrorizzato dalla sua sessualità biologica, questa rappresentazione ha contribuito a perpetuare stereotipi dannosi che collegano la disforia di genere o la transessualità alla violenza e alla malattia mentale. È importante riconoscere che la comprensione della disforia di genere e dell'identità transgender era molto diversa negli anni '80 rispetto a oggi, e il film riflette un'epoca in cui questi argomenti erano spesso trattati con ignoranza e pregiudizio.
Violenza e Sessualità: Le sequenze di violenza, in particolare l'omicidio di Kate e i successivi tentativi di aggressione a Liz, sono estremamente grafiche e prolungate, il che ha sollevato questioni sul voyeurismo e sulla "exploitation" nel cinema di De Palma. Allo stesso modo, le scene di sesso sono esplicite e cariche di ambiguità, spesso connesse a un senso di pericolo o alienazione.
Il Sogno e la Realtà: Come in molti film di De Palma e Hitchcock, il confine tra sogno, fantasia e realtà è costantemente sfumato. La sequenza iniziale della doccia, le visioni di Kate e il finale ambiguo suggeriscono che la narrazione potrebbe essere in parte un'esplorazione della psiche distorta dei personaggi, piuttosto che una mera rappresentazione oggettiva degli eventi.
Femminismo e Misoginia: Il film è stato analizzato attraverso diverse lenti femministe. Alcuni critici hanno visto la rappresentazione delle donne come vittime della violenza maschile e dei loro desideri repressi. Altri hanno interpretato il film come misogino, data la frequente oggettificazione e la violenza contro i personaggi femminili. È una discussione complessa che non ha risposte semplici.
Eredità Culturale: Nonostante le controversie, Vestito per uccidere rimane un'opera di grande impatto. È un esempio brillante del cinema di genere di De Palma, che eleva il thriller a un livello di sofisticazione stilistica e psicologica. Il film ha influenzato numerosi registi e continua a essere studiato per la sua maestria tecnica e la sua capacità di generare dibattito. La sua estetica audace e la sua narrativa avvincente lo rendono un punto di riferimento imprescindibile nel cinema degli anni '80 e nel genere thriller.
Vestito per uccidere è un film audace, provocatorio e visivamente sbalorditivo. Sebbene alcune delle sue rappresentazioni possano essere considerate problematiche dalla prospettiva contemporanea, la sua maestria tecnica, la sua suspense implacabile e le potenti performance degli attori lo rendono un'opera affascinante e indispensabile per chiunque sia interessato al cinema di Brian De Palma e alla storia del thriller psicologico.
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Dark Star è un film del 1974 diretto da John Carpenter,
Dark Star, film del 1974 diretto, scritto e montato da un giovanissimo John Carpenter (con la collaborazione alla sceneggiatura e l'interpretazione di Dan O'Bannon), è un'opera che, pur essendo un low-budget film studentesco, ha lasciato un'impronta significativa nella storia della fantascienza. Nato come tesi di laurea alla University of Southern California, il film si è evoluto in un lungometraggio che funge da precursore per temi e tecniche che Carpenter e O'Bannon avrebbero poi esplorato in modo più approfondito in carriere di successo (come in Alien). Dark Star è una commedia fantascientifica esistenziale, intrisa di umorismo nero e riflessioni profonde sulla condizione umana nello spazio profondo.
La storia di Dark Star segue la travagliata missione della navicella stellare Dark Star, un vecchio e malandato bombardiere spaziale il cui compito è viaggiare per la galassia distruggendo pianeti instabili o che potrebbero rappresentare una minaccia per la colonizzazione futura. L'equipaggio, composto da quattro astronauti – il Capitano Doolittle (Brian Narelle), il sergente Pinback (Dan O'Bannon), il tenente Talby (Dre Pahich) e il tenente Boiler (Carl Kuniholm) – è in missione da vent'anni, e la loro sanità mentale sta vacillando a causa della noia, della solitudine e della monotonia della vita nello spazio.
L'astronave è un caos di componenti malfunzionanti, riparazioni improvvisate e tensioni crescenti tra i membri dell'equipaggio. Le loro giornate sono scandite da compiti ripetitivi: svegliarsi, mangiare cibi sintetici insapori, distruggere pianeti con bombe dotate di intelligenza artificiale e cercare di sopportarsi a vicenda. La nave stessa sembra avere una propria personalità, con sistemi che si guastano regolarmente e un computer di bordo con una voce sarcastica.
Il primo evento significativo che movimenta la loro routine è la perdita del loro quinto membro dell'equipaggio, il comandante Powell, rimasto ucciso in un incidente con la capsula di stasi e ora conservato in una teca refrigerata, dove Doolittle intrattiene con lui conversazioni filosofiche. Questo dettaglio surreale evidenzia fin da subito l'assurdità della loro esistenza.
La trama si concentra principalmente su una serie di eventi sfortunati e comici. Pinback è ossessionato dal mantenere l'ordine e la disciplina, ma è costantemente frustrato dalla mancanza di professionalità degli altri. Boiler è apatico e passivo, mentre Talby è un sognatore solitario che passa il tempo ad ammirare le stelle. Doolittle, l'unico ad avere un senso del dovere, cerca di tenere insieme la squadra, spesso con scarso successo.
Il culmine della follia avviene quando una delle bombe intelligenti a bordo, la Bomba No. 20, sviluppa una coscienza e si rifiuta di essere sganciata per distruggere il prossimo pianeta. La bomba inizia a interrogare la sua esistenza e il suo scopo, ingaggiando un dialogo filosofico con Doolittle attraverso l'interfono. In un tentativo disperato di farla detonare, Doolittle deve convincerla che l'essere umano esiste e che la sua missione ha un senso. La scena, un vero e proprio capolavoro di umorismo filosofico, vede Doolittle cercare di insegnare alla bomba il concetto di "fenomenologia" e l'importanza della sua azione nel cosmo.
Nonostante gli sforzi di Doolittle, la Bomba No. 20 si auto-attiva all'interno della nave, minacciando di far esplodere tutto l'equipaggio. Pinback, nel frattempo, è bloccato in un condotto di ventilazione con un alieno peloso (in realtà una palla da spiaggia dipinta), in un'altra sequenza che mescola tensione e comicità slapstick.
Nel tentativo finale di prevenire la catastrofe, Doolittle cerca di raggiungere la bomba per disattivarla, ma il suo sforzo è vano. La Bomba No. 20 detona, distruggendo la Dark Star. Gli astronauti vengono espulsi nello spazio. Doolittle, con un'intuizione finale, riesce a cavalcare un pezzo di detrito spaziale come una tavola da surf, seguendo una cometa in un percorso di "surf cosmico" che lo conduce verso un'altra stella, un finale tanto assurdo quanto poetico. Talby, invece, vaga nello spazio, fondendosi con le stelle e diventando un punto luminoso nell'infinità del cosmo, trovando finalmente la pace.
Dark Star è un testamento della capacità di John Carpenter di fare molto con poco. La regia è essenziale ma efficace, mostrando già la sua propensione per un'estetica cruda e una narrazione serrata, caratteristiche che avrebbero definito la sua futura carriera.
Effetti Speciali "Fai-da-te": Il budget limitato costrinse Carpenter e O'Bannon a essere incredibilmente ingegnosi con gli effetti speciali. La navicella Dark Star, i pianeti e gli effetti di esplosione sono realizzati con modelli rudimentali e trucchi visivi innovativi per l'epoca. Questa estetica "casalinga" conferisce al film un fascino unico, quasi artigianale, che ne esalta l'umorismo e il senso di realismo grezzo della vita spaziale. L'alieno, in particolare, è un esempio lampante di come l'inventiva possa superare le limitazioni di budget, diventando un elemento iconico del film.
Atmosfera e Tono: Carpenter crea un'atmosfera di noia e disillusione, intervallata da momenti di pura follia. Il film è un contrasto tra l'immensità e la bellezza dello spazio e la meschinità e la banalità della vita a bordo della Dark Star. Questo contrasto è fondamentale per l'umorismo nero del film e per la sua critica implicita alle missioni spaziali a lungo termine.
Pacing e Scrittura: Il ritmo è lento e contemplativo, riflettendo la monotonia della vita degli astronauti. Tuttavia, la scrittura è brillante, con dialoghi che spaziano dal filosofico al grottesco, spesso con un umorismo secco e intelligente. La conversazione tra Doolittle e la bomba è un esempio lampante della capacità di Carpenter e O'Bannon di trasformare una situazione assurda in un momento di riflessione profonda.
Musica: Sebbene non sia la colonna sonora sinfonica e riconoscibile dei suoi film futuri, Carpenter compone anche per Dark Star un tema principale minimalista e ipnotico, "Benson, Arizona", che contribuisce a creare un senso di malinconia e isolamento. La musica è utilizzata con parsimonia, ma in modo efficace, per sottolineare i momenti chiave e l'umore generale del film.
Il Genio in Nascita: Si possono già intravedere in Dark Star elementi che diventeranno marchi di fabbrica di Carpenter: l'isolamento dei personaggi, la tensione crescente, la minaccia esterna (anche se qui con un tocco comico), e la musica sintetica. È una sorta di "prova generale" per capolavori futuri come Halloween, The Thing e Fuga da New York.
Il cast, composto in gran parte da attori non professionisti o studenti, riesce a trasmettere efficacemente la stanchezza e la follia dei personaggi.
Dan O'Bannon nel ruolo del sergente Pinback: O'Bannon, co-sceneggiatore e futuro sceneggiatore di Alien, ruba la scena con la sua interpretazione nevrotica e paranoica di Pinback. La sua fisicità e la sua capacità di esprimere frustrazione e ansia sono centrali per l'umorismo del film. Il suo monologo sul diario di bordo è uno dei momenti più divertenti.
Brian Narelle nel ruolo del Capitano Doolittle: Narelle interpreta Doolittle come l'unico membro dell'equipaggio con un barlume di buon senso, sebbene anch'egli sia sull'orlo della pazzia. La sua performance è misurata e la sua "conversazione" con la bomba è gestita con una serietà comica che la rende esilarante.
Dre Pahich nel ruolo del tenente Talby: Pahich rende Talby un personaggio malinconico e contemplativo, un sognatore perso nell'immensità dello spazio, che trova pace solo nella fusione finale con il cosmo.
Carl Kuniholm nel ruolo del tenente Boiler: Kuniholm interpreta Boiler con un'apatia quasi zen, che contribuisce al senso di disfunzione generale dell'equipaggio.
Dark Star è molto più di un semplice film studentesco. È un'opera che ha avuto un impatto duraturo sulla fantascienza e sul cinema indipendente.
Influenza su Alien: L'elemento più noto dell'eredità di Dark Star è il suo legame con Alien. Molte idee concettuali presenti in Dark Star furono sviluppate da Dan O'Bannon nella sceneggiatura di Alien: un equipaggio spaziale isolato, un alieno minaccioso a bordo della nave e l'atmosfera di claustrofobia e terrore. Addirittura, la scena in cui Pinback tenta di catturare l'alieno nei condotti di ventilazione della nave è stata una diretta ispirazione per scene simili in Alien.
Pioniere della Commedia Fantascientifica: Dark Star è considerato uno dei primi esempi di commedia fantascientifica con un approccio realistico (per quanto grottesco) alla vita spaziale, anticipando opere come Red Dwarf o Galaxy Quest. Ha mostrato che la fantascienza non doveva essere solo epica o terrificante, ma poteva anche essere usata per esplorare la noia, l'assurdità e le nevrosi della vita quotidiana in un contesto futuristico.
Critica all'Esplorazione Spaziale: Il film può essere letto come una sottile critica ai programmi spaziali e all'idealismo che li circonda. Mostra il lato meno glamour dell'esplorazione, dove gli eroi sono in realtà persone normali che si annoiano, litigano e impazziscono in un ambiente ostile e monotono. È una decostruzione del mito dell'astronauta, presentandoli come individui imperfetti e spesso incompetenti.
Filosofia dell'Assurdo: Al suo nucleo, Dark Star è una riflessione sull'assurdità dell'esistenza e sulla ricerca di significato in un universo indifferente. La conversazione con la bomba intelligente è il culmine di questa tematica, con l'intelligenza artificiale che cerca un significato alla sua "vita" e alla sua "morte", spingendo l'equipaggio a confrontarsi con le proprie domande esistenziali.
Nonostante il suo status di "film studentesco" e il suo budget irrisorio, Dark Star è un'opera sorprendentemente intelligente e divertente, che ha dimostrato il talento grezzo di John Carpenter e Dan O'Bannon. È un must per i fan della fantascienza e del cinema cult, e un affascinante sguardo alle origini di due delle menti più influenti del genere.
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Tartarughe all'infinito (Turtles All the Way Down) è un film del 2024 diretto da Hannah Marks.
Turtles All the Way Down (in italiano, Tartarughe all'infinito), è un film del 2024 diretto da Hannah Marks, basato sull'omonimo romanzo di John Green. Il film offre uno sguardo intimo e toccante nella vita di Aza Holmes, una ragazza di sedici anni che lotta quotidianamente con il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e l'ansia. Ambientato a Indianapolis, il film cattura le sfide della crescita, dell'amicizia, del primo amore e della ricerca di sé stessi, il tutto filtrato attraverso la lente della complessa condizione mentale di Aza.
La storia si concentra su Aza Holmes (interpretata da Isabela Merced), una studentessa delle superiori la cui vita è dominata da un costante flusso di pensieri intrusivi e paure irrazionali legate ai germi e alle infezioni. La sua mente è una trappola, una "spirale" di ansie che la portano a dubitare della sua stessa realtà e a sentirsi intrappolata nel suo corpo. I suoi tentativi di mantenere il controllo, come il disinfettarsi continuamente le mani e l'aprire vecchie ferite per drenare possibili infezioni, sono spesso disturbanti e isolanti.
La sua migliore amica, la vivace e impulsiva Daisy Ramirez (Cree Cicchino), la spinge a uscire dalla sua zona di comfort. Le due ragazze si ritrovano coinvolte nella ricerca di un miliardario scomparso, Russell Pickett, il padre del loro ex compagno di scuola Davis Pickett (Felix Mallard). La ricompensa di centomila dollari per informazioni sulla sua ubicazione è un forte incentivo per Daisy, ma per Aza è l'opportunità di riconnettersi con Davis, il ragazzo con cui aveva un'infatuazione da bambina.
Man mano che Aza e Davis si riavvicinano, il film esplora la complessità del loro rapporto. Davis è un ragazzo sensibile e intelligente, che si trova anch'egli ad affrontare il peso dell'assenza del padre e le aspettative legate alla sua enorme eredità. La loro relazione è tenera ma anche dolorosamente complicata dal DOC di Aza. Lei desidera la vicinanza, ma le sue paure la tengono costantemente a distanza, creando barriere invisibili ma invalicabili. Il film non romanticizza il DOC, ma mostra in modo crudo e realistico come la condizione influenzi ogni aspetto della vita di Aza, dalle interazioni sociali alla sua capacità di vivere appieno le esperienze.
Parallelamente alla ricerca di Pickett, Aza è costretta a confrontarsi con la propria malattia mentale. I suoi pensieri ossessivi si intensificano, portandola a momenti di crisi e disperazione. Il film non offre soluzioni facili, ma si concentra sul percorso di Aza per imparare a convivere con il suo DOC, accettando che non esiste una "cura" ma un modo per gestirlo. La sua relazione con la dottoressa Singh (J. Smith-Cameron), la sua terapista, è un elemento chiave, mostrando l'importanza del supporto professionale nel suo viaggio. Il climax della trama non è tanto la risoluzione del mistero di Pickett, quanto piuttosto l'accettazione e la comprensione di Aza della sua condizione.
Hannah Marks, nota per la sua capacità di catturare le sfumature delle relazioni giovanili e le complessità emotive, dirige Turtles All the Way Down con una sensibilità notevole. La sua regia si concentra sull'esperienza interna di Aza, utilizzando inquadrature ravvicinate e un'estetica visiva che spesso riflette lo stato mentale della protagonista. La macchina da presa si sofferma sugli sguardi, sui gesti esitanti e sui momenti di profonda introspezione di Aza, permettendo al pubblico di entrare nella sua mente e comprendere il suo tormento.
Marks riesce a bilanciare la serietà dell'argomento con momenti di leggerezza e umorismo, spesso derivanti dall'amicizia tra Aza e Daisy. Nonostante il tema centrale del DOC, il film non è mai eccessivamente cupo; al contrario, infonde speranza e la bellezza della resilienza umana. La regista evita il sensazionalismo, optando invece per un ritratto autentico e compassionevole della malattia mentale. La sua direzione è attenta a non cadere negli stereotipi, presentando il DOC non come una stranezza, ma come una parte integrante e spesso debilitante della vita di Aza. L'uso della musica e del montaggio contribuisce a creare un'atmosfera che accentua sia l'ansia che la bellezza dei momenti di connessione tra i personaggi.
Il successo di Turtles All the Way Down è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del suo cast:
Isabela Merced nel ruolo di Aza Holmes: Merced offre un'interpretazione magistrale e profondamente vulnerabile. Riesce a trasmettere la costante lotta interna di Aza, la sua intelligenza, la sua sensibilità e la sua disperazione, rendendo il personaggio incredibilmente reale e facile da empatizzare. La sua capacità di esprimere l'ansia e il tormento mentale attraverso le espressioni facciali e il linguaggio del corpo è notevole.
Cree Cicchino nel ruolo di Daisy Ramirez: Cicchino è la perfetta controparte di Merced. La sua Daisy è energica, leale e divertente, ma anche capace di mostrare frustrazione e preoccupazione per l'amica. La dinamica tra le due attrici è autentica e costituisce il cuore emotivo del film.
Felix Mallard nel ruolo di Davis Pickett: Mallard porta profondità e malinconia al personaggio di Davis. La sua performance è sottile ma efficace nel mostrare il dolore e la solitudine di un ragazzo che vive sotto il peso di aspettative immense e un'eredità complicata. La chimica tra Mallard e Merced è delicata e credibile, rendendo la loro storia d'amore allo stesso tempo dolce e straziante.
J. Smith-Cameron nel ruolo della Dottoressa Singh: Cameron offre una performance misurata e rassicurante come terapista di Aza. Il suo personaggio è un pilastro di supporto e comprensione, e le loro scene insieme sono fondamentali per la rappresentazione del percorso di Aza.
Turtles All the Way Down non è solo una storia sulla malattia mentale, ma anche un potente commento sull'amicizia, la famiglia e la ricerca di un significato in un mondo spesso caotico. Il film affronta temi universali come la solitudine, la paura dell'ignoto e la lotta per trovare il proprio posto.
Una delle forze del film è la sua capacità di demistificare il DOC, presentandolo non come un difetto di carattere, ma come una condizione medica complessa. John Green, l'autore del romanzo, ha egli stesso il DOC e ha infuso nella storia la sua esperienza personale, garantendo un ritratto autentico e rispettoso. Il film invita il pubblico a una maggiore empatia e comprensione verso coloro che lottano con problemi di salute mentale. Non c'è un lieto fine tradizionale in cui Aza è "curata", ma piuttosto un'accettazione del suo stato e la consapevolezza che è possibile vivere una vita ricca e significativa anche con la malattia.
In definitiva, Turtles All the Way Down è un film importante e necessario, specialmente per il pubblico più giovane. Offre una rappresentazione onesta e toccante di una realtà spesso invisibile, incoraggiando il dialogo sulla salute mentale e sottolineando l'importanza del supporto e della comprensione. È un film che rimane con lo spettatore, invitando alla riflessione e all'empatia.
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Le donne al balcone - The Balconettes(Les Femmes au balcon) è un film del 2024 diretto da Noémie Merlant
Le Donne al Balcone - The Balconettes (Les Femmes au balcon) è un film del 2024 diretto da Noémie Merlant, attrice francese di talento al suo secondo lungometraggio come regista (dopo il drammatico Mi Iubita, Mon Amour). Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2024, il film si distingue per il suo tono audace, mescolando elementi di commedia nera, thriller psicologico e satira sociale, il tutto ambientato in un'estate torrida e claustrofobica a Marsiglia. Merlant crea un'opera che è al tempo stesso divertente e perturbante, offrendo una riflessione acida sul desiderio femminile, la misoginia e i meccanismi di reazione alla violenza.
La storia si svolge in una calda e afosa estate marsigliese, dove la temperatura è insopportabile e la tensione è palpabile. Tre donne, coinquiline e amiche, vivono insieme in un appartamento che affaccia su un cortile interno: Nicole (Souheila Yacoub), un'artista che cerca di sfuggire al suo passato e a un amore tossico; Élise (Noémie Merlant), l'organizzatrice del gruppo, più razionale ma tormentata da insicurezze; e Fatima (Sanda Codreanu), la più sensibile e spirituale, che cerca conforto nella fede e nella natura.
La loro quotidianità, già messa a dura prova dal caldo opprimente e dalla claustrofobia dell'appartamento, viene bruscamente interrotta da un evento scioccante. Mentre si trovano sul balcone, osservando la vita nel cortile sottostante, assistono a un atto di violenza. Un uomo, che vive nell'appartamento di fronte e che le ha tormentate con il suo comportamento invasivo e misogino, commette un atto brutale contro una donna. Senza esitare, e spinte da un mix di rabbia, panico e un'inattesa solidarietà, le tre amiche decidono di agire d'impulso: si sbarazzano dell'aggressore.
Quella che inizia come un atto di autodifesa e giustizia improvvisata, si trasforma rapidamente in un incubo grottesco. Le donne si ritrovano con un cadavere e la necessità di nasconderlo, mentre la polizia inizia a indagare sulla scomparsa dell'uomo. La casa diventa il loro rifugio e la loro prigione, un luogo dove la paranoia cresce di pari passo con la putrefazione del corpo nascosto. Il calore estivo amplifica la situazione, rendendo ogni odore, ogni rumore, ogni sospetto insopportabile.
Man mano che la tensione aumenta, le dinamiche tra le tre donne si complicano. I loro segreti e le loro fragilità vengono a galla. La linea tra vittima e carnefice si assottiglia, e la loro coesione è messa a dura prova dalle paure individuali e dai sensi di colpa. La narrazione prende una piega sempre più surreale e macabra, con elementi che flirtano con l'horror e il body horror. La figura del cadavere, e le conseguenze della sua presenza nascosta, diventano un catalizzatore per l'esplorazione delle pulsioni più oscure e primitive delle protagoniste.
Il film esplora come le donne affrontano il trauma, la colpa e il potere che deriva dalla loro azione estrema. La loro reazione alla violenza subita e vista è un punto focale: non si limitano a essere vittime, ma diventano agenti della loro vendetta, anche se con conseguenze inaspettate e orribili. La trama si snoda attraverso una serie di eventi sempre più assurdi e macabri, culminando in un confronto finale che spinge le protagoniste al limite della loro sanità mentale e della loro umanità.
Noémie Merlant dimostra una visione registica audace e distintiva in The Balconettes. Il suo approccio è coraggioso, mescolando generi e toni con una libertà che a tratti ricorda il cinema di Quentin Tarantino o lo stile viscerale di Julia Ducournau.
Tono Grottesco e Commedia Nera: Merlant non ha paura di spingere i limiti. Il film è intriso di un umorismo nero che emerge dalla situazione assurda e dalle reazioni esasperate delle protagoniste. La regista bilancia momenti di tensione pura con sequenze comiche e a volte quasi slapstick, creando un'esperienza di visione imprevedibile. Questa commistione di generi è una delle forze del film, ma anche una sfida per lo spettatore.
Estetica Claustrofobica e Sensoriale: La regia di Merlant sfrutta al massimo l'ambientazione limitata dell'appartamento e del balcone. Le inquadrature ravvicinate, la luce bruciante e l'uso del suono (il ronzio delle mosche, il caldo opprimente, i rumori del cortile) contribuiscono a creare un'atmosfera soffocante e sensoriale. Il film è visivamente ed emotivamente intenso, mettendo lo spettatore in una situazione di disagio che rispecchia quella delle protagoniste.
Violenza Stilizzata e Implicita: Sebbene il film contenga violenza, Merlant la gestisce spesso in modo implicito o stilizzato, preferendo suggerire l'orrore piuttosto che mostrarlo esplicitamente. L'effetto è spesso più inquietante, lasciando spazio all'immaginazione dello spettatore. La violenza qui è meno uno spettacolo e più una reazione catartica e disturbante.
Direzione degli Attori: Merlant, forte della sua esperienza di attrice, guida il suo cast verso performance intense e credibili. Permette alle attrici di esplorare le complessità dei loro personaggi, dalle loro paure più profonde alle loro reazioni più estreme. La dinamica tra le tre protagoniste è il fulcro emotivo del film, e la regia di Merlant esalta la loro interazione.
Tematiche Femministe: Il film è chiaramente una dichiarazione femminista, che esplora la rabbia e la resilienza delle donne di fronte alla misoginia. La regista rovescia la dinamica di potere tradizionale, trasformando le vittime in carnefici, e invita a riflettere sulla giustizia, la vendetta e le conseguenze delle azioni disperate. È un'esplorazione audace del desiderio femminile e della reazione alla violenza patriarcale.
Le tre attrici protagoniste offrono performance potenti e complementari, che sono il motore emotivo e narrativo del film.
Noémie Merlant nel ruolo di Élise: Merlant non si limita alla regia, ma si ritaglia un ruolo da protagonista, dimostrando una notevole versatilità. La sua Élise è un personaggio complesso, che cerca di mantenere il controllo ma che è ugualmente vulnerabile e spinta all'estremo dagli eventi. Merlant porta al personaggio una fisicità e un'intensità che rendono la sua performance memorabile.
Souheila Yacoub nel ruolo di Nicole: Yacoub è magnetica e porta una carica selvaggia al personaggio di Nicole. È l'incarnazione della ribellione e della rabbia repressa, e la sua performance è piena di energia e vulnerabilità. Il suo personaggio è quello che sembra più a suo agio con le conseguenze estreme delle loro azioni, rendendola affascinante e inquietante.
Sanda Codreanu nel ruolo di Fatima: Codreanu offre un'interpretazione più delicata e sensibile, che contrasta con la forza delle altre due. La sua Fatima è la bussola morale del gruppo, la più turbata dagli eventi, ma anche quella che cerca di trovare un senso o una via d'uscita spirituale dalla situazione. La sua performance aggiunge profondità emotiva al trio.
La chimica tra le tre attrici è eccellente, e il loro lavoro di squadra è evidente, rendendo credibile la loro dinamica da coinquiline e complici.
Le Donne al Balcone è un film che non lascia indifferenti. La sua natura audace e provocatoria lo rende un'opera divisiva, ma anche stimolante.
Il dibattito sulla Vendetta e la Giustizia: Il film solleva questioni complesse sulla giustizia sommaria e sulla legittimità della vendetta. Spinge lo spettatore a confrontarsi con le proprie idee sulla moralità in situazioni estreme, e sul confine tra autodifesa e omicidio.
Simbolismo e Grottesco: Il cadavere che si decompone nella canicola estiva non è solo un elemento della trama, ma un potente simbolo del peso della colpa e delle conseguenze delle azioni. Il film abbraccia il grottesco per esplorare le profondità della psiche umana sotto pressione.
Il Caldo come Personaggio: Il caldo torrido di Marsiglia non è solo uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio che amplifica la claustrofobia, la tensione e la follia. L'afa diventa un catalizzatore per il deterioramento della situazione e della mente delle protagoniste.
Un Film Generazionale: Pur non essendo esplicitamente focalizzato sulla "generazione Z", il film parla a una sensibilità contemporanea, esplorando temi di sorellanza, empowerment femminile e reazione al patriarcato in un modo crudo e senza filtri.
In sintesi, Le Donne al Balcone - The Balconettes è un'opera coraggiosa e provocatoria, che consolida Noémie Merlant come una regista da tenere d'occhio. Non è un film per tutti, ma per chi è disposto ad addentrarsi in un racconto scomodo e viscerale, offre una prospettiva unica e indimenticabile sulla rabbia, la vendetta e la resilienza femminile. È un film che si insinua sotto la pelle e continua a far riflettere a lungo dopo la visione.
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Rusty il selvaggio (Rumble Fish), è un film del 1983 scritto, diretto e prodotto da Francis Ford Coppola.
Rusty il Selvaggio (Rumble Fish) è un film del 1983, un'opera cinematografica che si distingue per la sua estetica audace e la sua profonda esplorazione delle dinamiche giovanili, della famiglia e della ricerca di identità. Scritto, diretto e prodotto dal visionario Francis Ford Coppola, il film è un adattamento del romanzo omonimo di S.E. Hinton, autrice già nota per aver ispirato un'altra pellicola di Coppola, The Outsiders. Sebbene non abbia riscosso un successo commerciale paragonabile a quest'ultimo, Rusty il Selvaggio è diventato un cult movie, apprezzato per la sua originalità stilistica e la sua atmosfera unica.
La storia si svolge in una cittadina dell'Oklahoma e ruota attorno a Rusty James (Matt Dillon), un giovane teppista di strada che idolatra il fratello maggiore, il leggendario Motorcycle Boy (Mickey Rourke). Rusty James è il leader di una piccola banda, ma le sue ambizioni non vanno oltre le risse di strada e il mantenimento di una reputazione da "duro". È impulsivo, irrequieto e desideroso di emulare il fratello, che un tempo era la figura più temuta e rispettata del quartiere.
Motorcycle Boy, il cui vero nome è sconosciuto per gran parte del film, è appena tornato in città dopo un'assenza misteriosa. Contrariamente alle aspettative di Rusty James, non è l'eroe che lui ricordava. Motorcycle Boy è un personaggio enigmatico, malinconico e disilluso, affetto da una parziale sordità che lo isola ulteriormente dal mondo. Nonostante la sua reputazione passata, ha abbandonato la violenza e sembra aver raggiunto una sorta di saggezza amara, spendendo il suo tempo a riflettere sulla condizione umana e sulle futilità delle battaglie di strada.
Il rapporto tra i due fratelli è il fulcro emotivo del film. Rusty James cerca costantemente l'approvazione e la guida di Motorcycle Boy, ma quest'ultimo, pur volendo proteggere il fratello, è incapace di offrirgli le risposte che cerca. La sua filosofia di vita è incentrata sulla consapevolezza che il passato è irrecuperabile e che le ambizioni violente di Rusty James lo condurranno solo alla distruzione. La loro madre li ha abbandonati anni prima, lasciandoli soli con un padre alcolizzato e assente, interpretato magistralmente da Dennis Hopper.
Man mano che la storia procede, Rusty James si trova coinvolto in una serie di eventi violenti, tra cui risse con bande rivali e il desiderio di vendicare la morte di un amico. Ogni scontro lo avvicina sempre più a un bivio: continuare a seguire le orme del fratello come "principe" della strada o trovare una propria strada, al di fuori della spirale di violenza e insensatezza che Motorcycle Boy ha imparato a disprezzare. Il film culmina con una tragica e poetica sequenza che segna un punto di svolta nella vita di Rusty James, costringendolo ad affrontare la realtà della sua esistenza e a prendere una decisione cruciale per il suo futuro.
La regia di Francis Ford Coppola in Rusty il Selvaggio è senza dubbio una delle più audaci e innovative della sua carriera. Il film è un trionfo stilistico, girato quasi interamente in un bianco e nero vibrante e contrastato, che conferisce all'opera un'atmosfera onirica e atemporale. Questa scelta visiva non è casuale: Coppola voleva evocare l'estetica dei film noir e al contempo enfatizzare il senso di prigionia e disillusione che pervade la vita dei personaggi.
L'uso del colore è estremamente limitato e simbolico, apparendo solo in poche sequenze chiave, come i pesci siamesi (i "rumble fish" del titolo originale, ovvero i pesci combattenti) che Motorcycle Boy osserva con fascinazione e malinconia. Questi pesci, incapaci di vivere insieme senza combattersi, diventano una potente metafora della violenza intrinseca nell'ambiente dei protagonisti.
Coppola sperimenta audacemente con tecniche cinematografiche non convenzionali:
Riprese accelerate e rallentate (time-lapse e slow-motion): Utilizzate per enfatizzare il passare del tempo, la frenesia delle risse o la solitudine dei momenti introspettivi.
Musica diegetica e non-diegetica: La colonna sonora, composta da Stewart Copeland dei The Police, è un elemento fondamentale. Le percussioni e i ritmi incalzanti sottolineano l'agitazione interna dei personaggi e l'energia della strada, mentre i silenzi e i suoni ambientali amplificano il senso di vuoto e alienazione.
Angolazioni di ripresa inusuali: Inquadrature dal basso, dall'alto, prospettive distorte che riflettono lo stato d'animo dei personaggi e la loro percezione distorta della realtà.
Montaggio non lineare e frammentato: Contribuisce a creare un'atmosfera quasi surrealista e a riflettere la confusione mentale di Rusty James.
Illuminazione drammatica: Luci e ombre giocano un ruolo cruciale nel definire i personaggi e l'ambiente, creando un'atmosfera cupa e carica di tensione.
Coppola stesso ha descritto Rusty il Selvaggio come un "film d'arte" girato dopo il più commerciale The Outsiders, quasi come un'opportunità per esprimere la sua visione più personale e sperimentale. La pellicola è intrisa di un profondo senso di malinconia e fatalismo, ma al contempo offre lampi di speranza e la possibilità di redenzione.
Il successo di Rusty il Selvaggio è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del suo cast, molti dei quali erano all'inizio della loro carriera o stavano consolidando la loro fama.
Matt Dillon (Rusty James): Dillon, già noto per ruoli simili in altri film giovanili, offre una performance potente e commovente. Il suo Rusty James è un mix di arroganza giovanile, vulnerabilità e un desiderio disperato di riconoscimento. Dillon riesce a trasmettere la sua confusione e la sua lotta interiore con grande autenticità.
Mickey Rourke (Motorcycle Boy): La performance di Rourke è magnetica e iconica. Motorcycle Boy è un personaggio taciturno, enigmatico e profondamente carismatico. Rourke lo interpreta con una calma quasi eterea, i suoi occhi velati da una tristezza profonda e una saggezza acquisita con la sofferenza. La sua presenza scenica è dominante, e il suo approccio al personaggio ha contribuito a renderlo un'icona del cinema.
Diane Lane (Patty): Lane interpreta Patty, la fidanzata di Rusty James, un personaggio che cerca di ancorarlo alla realtà e di fargli vedere oltre il suo mondo di violenza. La sua performance è sensibile e offre un contrappunto di normalità in un universo altrimenti caotico.
Dennis Hopper (Il Padre): La breve ma incisiva apparizione di Hopper nei panni del padre alcolizzato è memorabile. Il suo personaggio è una figura tragica e patetica, che aggiunge un ulteriore strato di disfunzionalità alla famiglia dei protagonisti.
Nicolas Cage (Smokey): In uno dei suoi primi ruoli importanti, Cage interpreta Smokey, un membro della banda di Rusty James. La sua performance, seppur secondaria, mostra già il talento e l'intensità che lo avrebbero caratterizzato in futuro.
Chris Penn (B.J. Jackson): Penn interpreta un altro membro della banda, aggiungendo ulteriore profondità al gruppo di amici.
Laurence Fishburne (Midget): Anche Fishburne, in un ruolo minore, contribuisce al realismo del mondo di strada del film.
Tom Waits (Benny): Waits appare in un cameo come il barista del locale frequentato dai ragazzi, contribuendo con la sua presenza eccentrica e la sua voce inconfondibile all'atmosfera del film.
La chimica tra Dillon e Rourke è particolarmente efficace, rendendo credibile il legame complesso tra i due fratelli e la loro reciproca influenza.
Rusty il Selvaggio è un film ricco di temi e simbolismi:
La ricerca di identità: Rusty James lotta per trovare il suo posto nel mondo, intrappolato tra l'ammirazione per il fratello e il desiderio di essere unico.
Il ciclo della violenza: Il film esplora come la violenza sia un circolo vizioso da cui è difficile sfuggire, ereditato da una generazione all'altra.
Il fatalismo e la disillusione: Motorcycle Boy incarna la consapevolezza che il passato non può essere cambiato e che alcune battaglie sono destinate a essere perse.
La famiglia disfunzionale: L'assenza dei genitori e l'instabilità del nucleo familiare sono elementi chiave che modellano i personaggi.
Il passaggio all'età adulta: Il film può essere letto come una storia di formazione, in cui Rusty James è costretto a confrontarsi con la realtà della vita e a maturare.
I pesci siamesi (Rumble Fish): Come accennato, questi pesci sono una potente metafora della natura umana e della tendenza a combattersi. La loro incapacità di coesistere simboleggia la violenza intrinseca nel mondo dei protagonisti.
Nonostante il successo di critica, Rusty il Selvaggio non fu un campione d'incassi al botteghino, in parte a causa della sua natura sperimentale e del contrasto con il più accessibile The Outsiders. Tuttavia, il film ha guadagnato nel tempo lo status di cult movie, venendo rivalutato per la sua audacia artistica e la sua influenza sul cinema indipendente. È spesso citato come un esempio della versatilità e della visione di Coppola, un regista che non ha mai avuto paura di spingersi oltre i confini convenzionali.
L'eredità di Rusty il Selvaggio risiede nella sua capacità di evocare un'atmosfera unica, nella sua estetica inconfondibile e nelle performance memorabili dei suoi attori. È un film che continua a risuonare con il pubblico per la sua rappresentazione autentica e struggente della gioventù perduta e della ricerca di un senso in un mondo caotico.
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Ennio, (2021) un documentario diretto da Giuseppe Tornatore
Giuseppe Tornatore, con il suo documentario biografico Ennio (2021), ci offre un ritratto intimo e profondo di uno dei più grandi compositori della storia del cinema: Ennio Morricone. L'opera, lunga oltre due ore e mezza, non è un semplice omaggio, ma un'esplorazione dettagliata della vita, del processo creativo e dell'eredità artistica di un genio musicale. Attraverso interviste esclusive, testimonianze di collaboratori, amici e colleghi di fama mondiale, e un'impressionante selezione di materiali d'archivio, Tornatore ci guida in un viaggio emozionante che ripercorre l'intera carriera del Maestro, dai suoi esordi come trombettista e arrangiatore fino alla consacrazione internazionale.
Una delle forze trainanti del documentario è la voce stessa di Morricone. Le sue interviste, registrate nel corso degli anni e abilmente montate, ci permettono di ascoltare il suo pensiero diretto sulla musica, sulla composizione, sulle sue paure e le sue gioie. Emergono la sua meticolosità, la sua costante ricerca della perfezione, ma anche un'umiltà sorprendente per un uomo della sua statura. Morricone si racconta senza filtri, rivelando l'origine di alcune delle sue intuizioni più geniali, le sfide affrontate e la sua inesauribile passione per l'arte.
Il film si arricchisce delle testimonianze di figure di spicco del mondo del cinema e della musica. Registriamo le voci di Clint Eastwood, che con Morricone ha formato un sodalizio indissolubile nei western di Sergio Leone; di Quentin Tarantino, che ha sempre venerato il Maestro e ha finalmente potuto collaborare con lui per The Hateful Eight, vincendo anche un Oscar; e di Terrence Malick, che ha saputo valorizzare la musica di Morricone in film come I giorni del cielo. Ma non solo grandi registi: il documentario include anche interventi di colleghi compositori come Hans Zimmer e John Williams, che esprimono la loro ammirazione e riconoscenza per l'influenza esercitata da Morricone sulla loro musica. Queste diverse prospettive non solo arricchiscono il racconto, ma dimostrano l'universalità e l'impatto trasversale dell'arte del Maestro.
Il documentario dedica ampio spazio alle origini di Morricone, ai suoi studi al Conservatorio di Santa Cecilia con il Maestro Goffredo Petrassi, e ai suoi primi passi nel mondo della musica leggera come arrangiatore per artisti come Gianni Morandi e Rita Pavone. Questo periodo formativo, spesso meno conosciuto dal grande pubblico, è fondamentale per comprendere la versatilità e l'eclettismo che avrebbero poi caratterizzato le sue colonne sonore. Tornatore esplora come l'esperienza nella musica leggera abbia affinato la sua capacità di creare melodie accattivanti e arrangiamenti innovativi, elementi che avrebbe poi trasposto con maestria nel cinema.
Il cuore del film batte naturalmente per le sue celebri collaborazioni con Sergio Leone. Attraverso sequenze iconiche e un'analisi approfondita delle partiture, il documentario svela il processo creativo dietro le colonne sonore che hanno definito il genere spaghetti western: da Per un pugno di dollari a Il buono, il brutto, il cattivo, fino a C'era una volta il West. Viene esplorato il rapporto simbiotico tra immagine e suono, dove la musica di Morricone non è un semplice accompagnamento, ma una narrazione parallela, un personaggio a sé stante che amplifica le emozioni e anticipa gli eventi.
Tuttavia, Ennio non si limita al genere western. Il documentario esplora la vastità e la varietà del suo repertorio, dalle atmosfere drammatiche di Sacco e Vanzetti alla spiritualità di Mission, dalle armonie di Nuovo Cinema Paradiso (che ha segnato la lunga e fortunata collaborazione con lo stesso Tornatore) alla suggestione di C'era una volta in America di Leone. Ogni film è un capitolo che rivela una sfaccettatura diversa del genio di Morricone, dimostrando la sua capacità di adattarsi a generi e stili diversi, mantenendo sempre un'impronta distintiva. La sua musica è stata in grado di evocare paesaggi desolati, tensioni psicologiche, amore, speranza e disperazione, creando un linguaggio universale che ha superato ogni barriera linguistica e culturale.
Ennio è più di un documentario: è un atto d'amore e di profonda gratitudine verso un artista che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema e della musica. Tornatore, con la sua sensibilità e la sua maestria narrativa, riesce a catturare l'essenza di Morricone, non solo come compositore, ma come uomo. Il film ci ricorda che la sua musica non è solo un sottofondo, ma un'emozione, un ricordo, un pezzo della nostra storia collettiva. Al termine della visione, si rimane con la sensazione di aver compreso un po' meglio il mistero e la grandezza di un genio, la cui melodia continua a risuonare nel cuore di milioni di persone. Un documentario imperdibile per gli amanti del cinema, della musica e per chiunque desideri approfondire la conoscenza di una figura leggendaria.
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Gioventù perduta, è un film del 1948 diretto da Pietro Germi.
Gioventù perduta, diretto da Pietro Germi e uscito nelle sale nel 1948, è un film che si inserisce a pieno titolo nel filone neorealista italiano, pur distinguendosi per un'attenzione particolare alla dimensione psicologica dei personaggi e per una vena investigativa quasi da noir. Ambientato nella Roma del dopoguerra, il film affronta con crudezza e realismo il tema della delinquenza giovanile, esplorando le cause e le conseguenze di una generazione smarrita in un'Italia che cerca faticosamente di risollevarsi.
Pietro Germi, al suo secondo lungometraggio dopo l'esordio con Il testimone (1946), dimostra già in "Gioventù perduta" le sue doti di narratore attento e incisivo. Germi è un regista che non teme di affrontare temi scomodi e di rappresentare la realtà sociale con sguardo disincantato. In questo film, la sua regia è caratterizzata da:
Realismo crudo: Germi adotta uno stile asciutto e diretto, tipico del neorealismo, evitando abbellimenti o facili sentimentalismi. Le riprese in esterni, la fotografia in bianco e nero e l'uso di attori non professionisti (o comunque volti poco noti all'epoca) contribuiscono a creare un'atmosfera autentica e verosimile.
Tensione narrativa: Nonostante l'approccio documentaristico, Germi costruisce una trama avvincente, quasi un poliziesco, che tiene lo spettatore incollato allo schermo. L'elemento investigativo è forte, e il ritmo è scandito in modo efficace, alternando momenti di indagine a scene di azione e dramma.
Analisi psicologica: Sebbene il neorealismo si concentrasse spesso sulle condizioni sociali, Germi mostra già qui un interesse per la psicologia dei personaggi, in particolare quella dei giovani protagonisti. Non si limita a descrivere le loro azioni, ma cerca di indagarne le motivazioni, le fragilità e i conflitti interiori. Questo lo distingue da altri registi dell'epoca, anticipando un interesse per la dimensione individuale che avrebbe poi sviluppato pienamente in opere successive.
Impegno sociale: Il film non si limita a raccontare una storia, ma lancia un messaggio sociale forte, ponendo l'attenzione su un problema emergente nell'Italia del dopoguerra: la difficoltà dei giovani di trovare un proprio posto nella società, la tentazione della criminalità e la responsabilità delle istituzioni.
Germi riesce a bilanciare la denuncia sociale con una narrazione cinematografica efficace, dimostrando una maturità stilistica notevole per un regista ancora agli inizi.
La vicenda di "Gioventù perduta" prende il via da un tragico evento: l'omicidio di un professore universitario di chimica, avvenuto in un contesto apparentemente senza movente. Le indagini vengono affidate all'ispettore di polizia Stefano Mauri (interpretato da Massimo Girotti), un uomo integerrimo e metodico, ma anche sensibile e capace di guardare oltre le apparenze.
Mauri si trova di fronte a un caso complesso, che lo porta a infiltrarsi in ambienti giovanili apparentemente rispettabili. La sua indagine lo conduce in un collegio femminile e poi in un pensionato universitario, dove scopre un gruppo di studenti che, sotto una facciata di normalità, conduce una doppia vita. Questi ragazzi, figli di una società in crisi e privi di prospettive concrete per il futuro, si dedicano a furti e rapine per procurarsi denaro e vivere al di sopra delle loro possibilità. Non sono delinquenti "nati", ma giovani smarriti che hanno trovato nella criminalità un'effimera via di fuga dalla disillusione e dalla povertà morale.
Tra questi giovani spicca Anna (Lea Padovani), una ragazza complessa e enigmatica, che sembra avere un ruolo centrale nella vicenda. L'ispettore Mauri sviluppa un interesse particolare per lei, cercando di comprendere le sue motivazioni e il suo coinvolgimento nel crimine. Il rapporto tra Mauri e Anna è uno degli elementi più interessanti del film, un mix di indagine e tensione psicologica.
Man mano che l'indagine prosegue, Mauri scopre una rete di complicità e omertà, e si rende conto che il delitto del professore è solo la punta dell'iceberg di una più vasta attività criminale. La tensione cresce mentre Mauri si avvicina alla verità, fino alla rivelazione dei colpevoli e del movente, che si rivela essere inaspettatamente legato a un dramma personale e alle fragilità dei giovani coinvolti. Il finale è amaro e malinconico, lasciando lo spettatore con un senso di inquietudine e di riflessione sul destino di questa "gioventù perduta".
Il cast di "Gioventù perduta" combina attori già noti al pubblico con volti nuovi, una prassi comune nel neorealismo che mirava a conferire autenticità alle storie.
Massimo Girotti nel ruolo dell'ispettore Stefano Mauri offre una prova convincente. Girotti, già un volto affermato del cinema italiano e icona maschile dell'epoca, interpreta un personaggio sobrio e riflessivo, lontano dagli stereotipi del "poliziotto tutto d'un pezzo". La sua interpretazione conferisce credibilità al ruolo dell'investigatore che cerca non solo di risolvere un caso, ma anche di comprendere la dimensione umana dietro il crimine.
Lea Padovani nel ruolo di Anna è uno dei punti di forza del film. La sua performance è intensa e sfaccettata, rendendo Anna un personaggio ambiguo e affascinante, in bilico tra innocenza e colpevolezza. La sua capacità di esprimere fragilità e determinazione allo stesso tempo è notevole e contribuisce a rendere il personaggio memorabile.
Jacques Sernas interpreta uno dei giovani criminali, contribuendo a dare volto a quella "gioventù perduta" che è il fulcro del film.
Franca Maresa e Vittorio Sanipoli completano il cast con ruoli di supporto, contribuendo a delineare il contesto sociale in cui si svolge la vicenda.
La scelta del cast riflette l'approccio neorealista di Germi, che predilige la recitazione naturale e autentica alla teatralità.
"Gioventù perduta" è un film che va contestualizzato nell'Italia del secondo dopoguerra. Il paese stava uscendo da anni di guerra, distruzione e regime dittatoriale. La povertà era diffusa, le famiglie erano disgregate e il futuro appariva incerto. In questo scenario, molti giovani si sentivano privi di punti di riferimento, disillusi e tentati dalle strade facili per la sopravvivenza o per il desiderio di una vita migliore.
Il film esplora diversi temi importanti:
La crisi dei valori: La guerra ha lasciato un vuoto morale, e i giovani faticano a trovare un sistema di valori su cui basare la propria vita.
La difficoltà di integrazione sociale: Molti giovani, pur avendo un'istruzione, non riescono a trovare lavoro e si sentono ai margini della società. Questo li spinge verso la disperazione e, in alcuni casi, verso la criminalità.
La responsabilità della società: Il film suggerisce che la delinquenza giovanile non è solo il risultato di scelte individuali, ma anche una conseguenza di un contesto sociale problematico che non offre sufficienti opportunità e supporto ai giovani.
Il rapporto tra giustizia e comprensione umana: L'ispettore Mauri non è solo un tutore della legge, ma anche un uomo che cerca di capire le ragioni profonde che spingono al crimine, mostrando una sensibilità non comune.
Pur non essendo uno dei film più celebri di Germi a livello internazionale, "Gioventù perduta" è un'opera importante per comprendere il suo percorso artistico e per la sua capacità di affrontare temi sociali complessi con intelligenza e rigore. È un film che merita di essere riscoperto per la sua attualità e per la sua rappresentazione onesta e sofferta di un'epoca difficile e di una generazione smarrita. La sua eredità si ritrova in opere successive che hanno continuato a esplorare il disagio giovanile e le problematiche sociali.
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The Old Guard 2, è un film del 2025 diretto da Victoria Mahoney
Il primo film, diretto da Gina Prince-Bythewood, aveva ricevuto apprezzamenti per la sua azione ben coreografata e per la profondità emotiva dei personaggi. Per questo sequel, la sedia del regista è stata affidata a Victoria Mahoney. Mahoney è una regista con un curriculum che include la direzione di episodi per serie televisive di alto profilo come Lovecraft Country, Queen Sugar e Grey's Anatomy, e ha anche lavorato come seconda unità di regia in Star Wars: L'ascesa di Skywalker. Il suo coinvolgimento in The Old Guard 2 ha generato aspettative sulla sua capacità di mantenere l'equilibrio tra azione e sviluppo dei personaggi che ha caratterizzato il predecessore.
Le prime recensioni, tuttavia, suggeriscono che il cambio di regia potrebbe aver portato a un film che, pur espandendo la trama, fatica a replicare la profondità emotiva del primo. Alcuni critici hanno notato come la narrazione a volte perda il fuoco, concentrandosi più sulla costruzione di ponti per un potenziale terzo capitolo piuttosto che sullo sviluppo del presente. Nonostante ciò, Mahoney ha espresso il desiderio di realizzare una trilogia, indicando che il finale aperto del film è stato un intento preciso per spianare la strada a futuri sviluppi narrativi.
The Old Guard 2 riprende le fila esattamente da dove il primo film ci aveva lasciato. Andy (Charlize Theron), Nile (KiKi Layne), Joe (Marwan Kenzari), Nicky (Luca Marinelli) e Copley (Chiwetel Ejiofor) continuano la loro missione di proteggere l'umanità, ma con nuove sfide all'orizzonte.
Una delle rivelazioni più significative del primo film era stata la perdita dell'immortalità da parte di Andy, la leader del gruppo. Questa condizione la rende più vulnerabile che mai, ma non per questo meno spericolata, anzi, la spinge a lottare con una determinazione ancora maggiore. Booker (Matthias Schoenaerts), dopo il suo tradimento nel primo film, si trova in esilio a Parigi, ma la sua storia si intreccerà nuovamente con quella della squadra.
Il cuore della nuova trama ruota attorno al ritorno di Quỳnh (Veronica Ngô). Era stata introdotta nel finale del primo film, liberata dalla sua prigione sottomarina durata secoli. Il suo ritorno non è un semplice ricongiungimento; Quỳnh ha trascorso secoli a morire e resuscitare nell'oscurità di una vergine di ferro imprigionata sotto tonnellate d'acqua, e il suo risentimento verso Andy e il resto del gruppo, che l'avevano creduta persa, è palpabile. Il conflitto tra Andy e Quỳnh, ribattezzata in alcune anticipazioni come "Discordia", promette di essere uno scontro sia fisico che psicologico, che scaverà nelle profonde e millenarie dinamie del gruppo.
In questo intricato scenario, un nuovo personaggio fa la sua comparsa: Tuah (Henry Golding), un vecchio amico fidato del gruppo, che potrebbe detenere la chiave per svelare ulteriori misteri sull'esistenza immortale. La sua introduzione suggerisce un'espansione della mitologia degli immortali, portando nuove informazioni sulle loro origini e sul perché alcuni di loro perdano o acquisiscano l'immortalità.
La squadra dovrà affrontare un nuovo e potente nemico, la cui identità e obiettivi restano in parte avvolti nel mistero, ma che minaccia la loro missione di proteggere l'umanità. Si parla di segreti, alleanze instabili e un intreccio che promette di tenere lo spettatore con il fiato sospeso.
Il successo del primo film è stato indubbiamente legato al carisma del suo cast, e The Old Guard 2 vede il ritorno di tutti i membri principali:
Charlize Theron riprende il ruolo di Andy, la guerriera millenaria e leader del gruppo. La sua performance nel primo film è stata elogiata per la sua intensità e vulnerabilità, e il suo personaggio ora affronta la sfida della mortalità, aggiungendo un ulteriore strato di complessità.
KiKi Layne torna nei panni di Nile, la recluta più giovane e l'ultima aggiunta alla squadra. La sua evoluzione da scettica a membro integrante del team è stata uno degli aspetti più apprezzati del primo film.
Marwan Kenzari e Luca Marinelli riprendono i ruoli di Joe e Nicky, la coppia di immortali innamorati che ha conquistato il pubblico con la loro innegabile chimica e il loro legame millenario.
Matthias Schoenaerts torna come Booker, il membro del gruppo che aveva tradito i compagni nel primo film. Il suo percorso di redenzione e le sue motivazioni saranno probabilmente un punto focale.
Veronica Ngô (nota anche come Ngô Thanh Vân) riprende il ruolo di Quỳnh, la cui ricomparsa è un elemento centrale della nuova trama.
Chiwetel Ejiofor torna come James Copley, l'ex agente della CIA che indaga sugli immortali e che alla fine del primo film diventa un loro alleato, fornendo supporto logistico e informazioni preziose.
A questi volti noti si aggiungono due new entry di spicco:
Uma Thurman, la cui presenza nel cast ha generato grande attesa. Il suo ruolo non è stato completamente svelato, ma si vocifera che potrebbe interpretare un nuovo antagonista, Discordia, che si scontrerà direttamente con Andy.
Henry Golding, che interpreta Tuah, l'amico di lunga data del gruppo che potrebbe aiutarli a svelare i segreti della loro esistenza.
Prodotto da Skydance Media, Denver and Delilah Productions e Image Comics, The Old Guard 2 continua a basarsi sulla solida base del fumetto di Greg Rucka, che ha anche contribuito alla sceneggiatura del film insieme a Sarah L. Walker. La durata del film è di circa 107 minuti, un po' più breve rispetto al primo capitolo.
Le aspettative per The Old Guard 2 erano alte, data la popolarità del primo film e l'aggiunta di attori come Uma Thurman e Henry Golding. Tuttavia, le prime reazioni della critica sono state miste, con alcuni che lo hanno definito un "sequel stanco e svogliato" e altri che lo hanno visto come un ponte necessario per una potenziale trilogia. Nonostante ciò, il film è destinato a catturare l'attenzione del vasto pubblico di Netflix e probabilmente raggiungerà rapidamente la Top 10 della piattaforma, data la fedeltà dei fan al franchise e l'attrattiva del suo cast stellare.
In sintesi, The Old Guard 2 promette azione, mistero e un approfondimento delle vite immortali dei suoi protagonisti, pur cercando di bilanciare le esigenze narrative per un futuro capitolo. Sarà interessante vedere come il pubblico accoglierà questo nuovo capitolo e se le basi gettate da Victoria Mahoney porteranno effettivamente alla realizzazione di una trilogia completa.
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Prey è un film del 2022 diretto da Dan Trachtenberg.
Prey, uscito nel 2022 e diretto da Dan Trachtenberg, non è solo un altro capitolo nella saga di Predator, ma un ritorno alle sue radici più viscerali, offrendo una prospettiva fresca e culturalmente ricca su un franchise amato. Il film ha ricevuto ampi elogi per la sua azione mozzafiato, la regia esperta, le interpretazioni convincenti e, in particolare, per il suo approccio innovativo alla narrazione, immergendo lo spettatore in un'epoca e un contesto raramente esplorati. Con una trama avvincente ambientata 100 anni prima del film originale, Prey riesce a essere sia un prequel soddisfacente che un film a sé stante, capace di catturare sia i fan di lunga data che i nuovi spettatori.
La storia di Prey si svolge nel 1719, nella selvaggia e indomita Great Plains settentrionale, tra le tribù Comanche. La protagonista è Naru (interpretata da Amber Midthunder), una giovane donna coraggiosa e determinata, con un innato desiderio di dimostrare il suo valore come cacciatrice, un ruolo tradizionalmente riservato agli uomini nella sua comunità. Nonostante sia abile nella guarigione e nella raccolta, Naru si sente destinata a qualcosa di più, anelando a unirsi ai guerrieri della sua tribù nella caccia grossa. La sua ambizione è spesso derisa o sottovalutata, in particolare da suo fratello, Taabe (interpretato da Dakota Beavers), un cacciatore rispettato e abile, che pur volendole bene, fatica a comprendere le sue aspirazioni.
L'equilibrio della tribù viene sconvolto dall'arrivo di una minaccia invisibile e terrificante: un Predator, un alieno altamente evoluto e tecnologicamente avanzato, giunto sulla Terra per la sua caccia sportiva. A differenza dei film precedenti, in Prey il Predator è una versione meno evoluta e più primordiale, ma non per questo meno letale, rendendo l'incontro con le primitive armi della tribù Comanche ancora più sbilanciato e teso.
Inizialmente, gli indizi della presenza del Predator vengono scambiati per attacchi di animali selvatici, ma Naru, con il suo acuto senso di osservazione e la sua intuizione, percepisce che c'è qualcosa di profondamente sbagliato. La sua tenacia la porta a seguire le tracce, scoprendo la brutalità e la ferocia del Predator, che abbatte senza sforzo orsi, lupi e, infine, anche membri della sua stessa tribù e un gruppo di trafficanti di pelli francesi, mostrando la sua implacabile efficienza come cacciatore supremo.
La trama si sviluppa come una vera e propria caccia, ma con un ribaltamento dei ruoli. Naru, inizialmente la preda, si trasforma lentamente nella cacciatrice. Deve usare non solo la sua forza fisica, ma soprattutto la sua intelligenza, la sua conoscenza del territorio e le sue abilità di osservazione per comprendere i punti deboli e i metodi di caccia del Predator. Il film è un costante gioco del gatto e del topo, con Naru che si adatta, impara e innova, costruendo trappole e usando l'ambiente a suo vantaggio. Il climax è una resa dei conti emozionante e selvaggia, che vede Naru affrontare il Predator in uno scontro finale che mette alla prova ogni sua risorsa, culminando in una vittoria che non è solo personale, ma anche un simbolo del trionfo dell'ingegno umano sulla tecnologia e sulla forza bruta.
Dan Trachtenberg, già apprezzato per il suo lavoro in "10 Cloverfield Lane", dimostra con Prey una profonda comprensione del genere action e horror, ma anche un'abilità nel costruire tensione e suspense. La sua regia è pulita, efficace e priva di fronzoli, concentrandosi sull'essenziale: la minaccia incombente e la resilienza di Naru.
Trachtenberg eccelle nel creare un'atmosfera di costante pericolo. Utilizza ampi e suggestivi paesaggi naturali non solo come sfondo, ma come elementi attivi della narrazione, sfruttando la bellezza selvaggia e la potenziale letalità della natura. Le sequenze d'azione sono coreografate con maestria, con combattimenti brutali e realistici che riflettono la natura primordiale dello scontro. La scelta di ambientare il film nel 1719 permette a Trachtenberg di esplorare un'era meno tecnologica, focalizzandosi sull'ingegno e sulla pura sopravvivenza, amplificando il senso di vulnerabilità dei protagonisti.
Un aspetto distintivo della regia di Trachtenberg è la sua attenzione ai dettagli e la sua capacità di costruire il personaggio di Naru. Il film non si limita a mostrarci le sue abilità, ma ci permette di vedere la sua crescita, i suoi fallimenti e le sue intuizioni. La regia sottolinea il suo percorso da aspirante cacciatrice a guerriera abile, rendendo la sua trasformazione credibile ed emozionante. Inoltre, Trachtenberg ha curato una rappresentazione autentica della cultura Comanche, consultando membri della nazione Comanche e girando anche una versione del film interamente doppiata nella lingua Comanche, un gesto significativo che arricchisce ulteriormente il film.
Il successo di Prey è in gran parte dovuto alle solide interpretazioni del suo cast, in particolare della protagonista.
Amber Midthunder nel ruolo di Naru: Midthunder offre una performance straordinaria, portando sullo schermo un personaggio complesso e multidimensionale. La sua Naru è risoluta, intelligente e vulnerabile, e la sua evoluzione nel corso del film è palpabile. Midthunder trasmette con credibilità la determinazione di Naru di superare le aspettative e di dimostrare il suo valore. La sua fisicità nelle scene d'azione è notevole, e la sua capacità di esprimere una vasta gamma di emozioni, dalla frustrazione al terrore, dalla resilienza alla trionfale determinazione, è ciò che rende Naru un'eroina così avvincente. La sua performance è stata universalmente elogiata come uno dei punti di forza del film.
Dakota Beavers nel ruolo di Taabe: Beavers, al suo debutto cinematografico, è una rivelazione nel ruolo del fratello di Naru. Il suo Taabe è forte, protettivo ma anche a volte scettico nei confronti delle ambizioni di Naru. La dinamica tra i due fratelli è un elemento chiave del film, e Beavers riesce a trasmettere la complessità del loro rapporto, fatto di affetto, rivalità e rispetto reciproco. La sua interpretazione conferisce profondità emotiva alla storia.
Il Predator: Sebbene non sia un attore in carne e ossa, il design e la performance del Predator (interpretato da Dane DiLiegro) sono fondamentali. Trachtenberg ha optato per un design del Predator più primordiale e meno ingombrante rispetto alle iterazioni precedenti, rendendolo più agile e animalesco. La sua presenza è costantemente terrificante, un connubio di forza bruta e astuzia aliena. La CGI e gli effetti pratici si fondono per creare una creatura visivamente imponente e spaventosa.
Il cast di supporto, composto in gran parte da attori nativi americani, contribuisce all'autenticità e alla ricchezza culturale del film, offrendo interpretazioni genuine che arricchiscono il mondo rappresentato.
Prey si distingue per diversi aspetti che vanno oltre la sua trama e il suo cast.
Autenticità Culturale: Uno degli elementi più apprezzati del film è il suo impegno per l'autenticità culturale. Il team di produzione ha lavorato a stretto contatto con membri della nazione Comanche per garantire che la rappresentazione della loro cultura, dei loro costumi, delle loro tradizioni e della loro lingua fosse il più accurata possibile. Questa attenzione ai dettagli non solo rende il film più immersivo, ma offre anche una prospettiva unica e raramente vista nel cinema mainstream, valorizzando un popolo spesso stereotipato. La disponibilità di una versione doppiata interamente in lingua Comanche è un testamento a questo impegno e un passo significativo per la rappresentazione.
Il Design del Predator: Come accennato, il design del Predator in Prey è stato rinnovato. È una versione più "feroce" e meno "futuristica" del cacciatore alieno, con un'armatura e un armamentario che riflettono una tecnologia meno raffinata, ma non meno letale. Questo design più snello e organico si adatta perfettamente all'ambientazione selvaggia e primordiale del film, rendendo il Predator una minaccia più viscerale e meno dipendente dai gadget.
Temi: Il film esplora temi universali come la sopravvivenza, la determinazione, il superamento delle aspettative sociali e la lotta per dimostrare il proprio valore. Il percorso di Naru è un potente messaggio di empowerment, in particolare per le donne, dimostrando che la forza non è solo fisica, ma risiede anche nell'ingegno, nella resilienza e nella capacità di adattarsi.
Successo di Critica e Pubblico: Prey è stato un successo di critica quasi universale, con recensioni che hanno lodato la sua freschezza, la sua tensione e la sua esecuzione. È stato ampiamente considerato il miglior film di Predator dai tempi dell'originale del 1987. Anche il pubblico ha risposto positivamente, rendendolo uno dei film più visti su Hulu (e Disney+ a livello internazionale) al momento della sua uscita, dimostrando che c'è ancora un vasto pubblico per storie ben raccontate all'interno di franchise consolidati.
In sintesi, Prey non è solo un eccellente film d'azione e di fantascienza, ma un esempio di come un franchise possa essere revitalizzato tornando alle sue radici e offrendo al contempo una prospettiva nuova e culturalmente significativa. È un'esperienza cinematografica tesa, coinvolgente e profondamente soddisfacente che lascia il segno.
disney+
Il corridore - The Runner è un film del 1984 diretto da Amir Naderi
Un bambino orfano vive per strada in una città di mare dell’Iran meridionale. Determinato a cambiare le proprie sorti, accetta di fare lavoretti vari, passa il tempo con gli amici, impara a leggere e corre, corre sempre, verso un futuro plasmato da lui.
MUBI
La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter) è un film del 1955 diretto da Charles Laughton
La Morte Corre Sul Fiume (The Night of the Hunter), film del 1955 diretto da Charles Laughton, è molto più di un semplice thriller; è un'opera d'arte cinematografica atipica, disturbante e di una bellezza inquietante, che trascende i generi e rimane impressa nella memoria dello spettatore. È l'unica regia del celebre attore Charles Laughton, un dettaglio che rende il film ancora più affascinante, considerando il suo impatto duraturo sulla storia del cinema. Nonostante il suo insuccesso commerciale iniziale, il tempo lo ha elevato al rango di classico, riconosciuto per la sua estetica visionaria, la sua narrazione potentemente simbolica e l'interpretazione indimenticabile del suo protagonista.
La storia si svolge negli Stati Uniti, durante la Grande Depressione. Inizia con la scena di un predicatore itinerante, Harry Powell (interpretato magistralmente da Robert Mitchum), un uomo carismatico e minaccioso, che crede di essere un messaggero divino con la missione di purificare il mondo dal peccato. Powell è un serial killer che prende di mira le vedove, giustificando i suoi omicidi con una fanatica interpretazione religiosa. Ha le parole "LOVE" e "HATE" tatuate sulle nocche, un simbolo potentissimo del suo conflitto interiore e della sua distorta visione del bene e del male.
Parallelamente, seguiamo le vicende di una famiglia povera: il padre, Ben Harper (Peter Graves), ruba 10.000 dollari da una banca, uccidendo due persone durante la rapina. Poco prima di essere arrestato e condannato all'impiccagione, Ben nasconde il denaro nella bambola della sua giovane figlia, Pearl (Sally Jane Bruce), facendo promettere ai suoi due figli, John (Billy Chapin) e Pearl, di non rivelare a nessuno il nascondiglio. John, il maggiore, sebbene sia molto giovane, è consapevole dell'importanza del segreto e porta il peso di questa conoscenza, sviluppando una profonda diffidenza nei confronti degli adulti e un senso di protezione verso la sua sorellina.
La vita dei bambini viene sconvolta quando Harry Powell, che ha condiviso la cella con Ben in prigione e ha intuito l'esistenza di un bottino nascosto, viene rilasciato. Conosce la famiglia di Ben, seduce e sposa la vedova, Willa Harper (Shelley Winters), con l'intenzione di estorcerle la posizione del denaro. La sua vera natura emerge lentamente: un uomo spietato e manipolatore, la cui devozione religiosa è solo una facciata per la sua brutalità. Willa, inizialmente abbagliata dal suo carisma, scopre la sua vera identità e finisce per essere da lui uccisa, con il suo corpo gettato in acqua in una delle scene più agghiaccianti e simboliche del film.
Con Willa eliminata, Powell rivolge la sua attenzione ai bambini, tormentandoli e cercando di fargli rivelare il nascondiglio. John, però, è ostinato e si rifiuta di cedere, capendo che Powell è una minaccia. La tensione cresce fino a quando i due bambini, spaventati e soli, riescono a fuggire di notte, intraprendendo un viaggio pericoloso lungo il fiume. Questo viaggio è un'odissea picaresca, un volo dall'oscurità e dalla malevolenza del mondo adulto, un'immagine quasi fiabesca ma al contempo terrificante.
Il fiume li conduce alla casa di Rachel Cooper (Lillian Gish), una donna anziana forte e pia che si prende cura di bambini orfani e abbandonati. Rachel, con la sua saggezza e il suo profondo senso morale, rappresenta il polo opposto a Powell: l'amore e la protezione contro l'odio e la distruzione. Quando Powell li raggiunge, lo scontro tra il bene e il male si concretizza, culminando in una notte di terrore in cui Rachel, armata di fucile e con una fede incrollabile, si erge a protettrice dei bambini, affrontando il predicatore in un confronto finale epico e moralmente significativo.
The Night of the Hunter è l'unica prova registica di Charles Laughton, un attore celebre per la sua versatilità e il suo talento. Il fatto che questo sia stato il suo unico film dietro la macchina da presa rende la sua genialità ancora più sorprendente. Laughton non solo dirige, ma forgia un'estetica visiva che è immediatamente riconoscibile e profondamente originale, ispirandosi esplicitamente all'espressionismo tedesco e ai film muti.
La regia di Laughton è caratterizzata da un uso audace della luce e delle ombre, creando atmosfere gotiche e surreali. Le composizioni visive sono spesso stilizzate, quasi teatrali, con inquadrature che sembrano quadri viventi. L'alternarsi di primi piani claustrofobici e ampi campi lunghi, che a volte sembrano cartoline illustrate, contribuisce a un senso di disorientamento e meraviglia. La scena della fuga dei bambini lungo il fiume, con gli animali notturni che li osservano e le stelle che brillano in un cielo ampio, è un esempio di lirismo visivo che mescola bellezza e minaccia.
Laughton utilizza il simbolismo in modo potente: il fiume come metafora del viaggio e della salvezza, le mani di Powell con le parole "LOVE" e "HATE" come incarnazione della dicotomia tra bene e male. La sua regia non teme di essere esplicita nel rappresentare il male assoluto, ma lo fa con una sottigliezza psicologica che evita il sensazionalismo. Il film è anche notevole per il suo ritmo meditativo, che contrasta con le esplosioni di violenza, creando una tensione latente che permea ogni scena. Laughton dimostra una padronanza totale della narrazione cinematografica, usando ogni elemento – dalla scenografia alla colonna sonora – per costruire un'esperienza emotiva profonda. Il suo insuccesso iniziale, attribuito in parte alla sua natura atipica e forse "troppo avanti" per i tempi, è stato ampiamente rivisto dalla critica successiva, che lo ha riconosciuto come un capolavoro innovativo.
Il cast di The Night of the Hunter è eccezionale, con interpretazioni che sono diventate iconiche.
Robert Mitchum nel ruolo di Harry Powell: L'interpretazione di Mitchum è la colonna portante del film. Il suo Harry Powell è una figura di male puro e carismatico, capace di alternare il fascino seducente a una ferocia terrificante. La sua voce profonda e il suo sguardo penetrante creano un personaggio indimenticabile, che incarna la minaccia e la perversione. Le sue mani tatuate e la sua canzone "Leaning on the Everlasting Arms" sono diventate elementi iconici del cinema. È una performance che definisce la sua carriera e lo pone tra i grandi villain del grande schermo.
Lillian Gish nel ruolo di Rachel Cooper: L'icona del cinema muto Lillian Gish offre una performance commovente e potente, che è un faro di speranza nel film. Rachel Cooper è una figura matriarcale, devota e resiliente, che rappresenta la forza del bene e l'amore incondizionato. La scena in cui siede sulla veranda, con il fucile in grembo e il canto di Harry Powell in lontananza, mentre aspetta il confronto, è un momento di pura maestria attoriale, un'immagine di eroica resistenza. La sua presenza è un contrappunto essenziale alla malvagità di Powell.
Shelley Winters nel ruolo di Willa Harper: Winters offre una performance fragile e toccante come la madre dei bambini, una donna vulnerabile che cade vittima del fascino manipolatorio di Powell. La sua disperazione e la sua tragica fine sono fondamentali per il dramma della storia, e Winters le ritrae con autenticità.
Billy Chapin nel ruolo di John Harper: Il giovane Billy Chapin offre una performance notevole per la sua età. John è il cuore emotivo del film, un bambino che è costretto a maturare rapidamente di fronte al male. La sua paura, la sua determinazione e il suo amore per la sorellina sono credibili e toccanti.
Sally Jane Bruce nel ruolo di Pearl Harper: Anche la piccola Sally Jane Bruce, sebbene abbia meno dialoghi, è efficace nel ruolo di Pearl, la cui innocenza è la merce di scambio in questo terrificante incubo.
The Night of the Hunter è molto più di un thriller; è un'opera che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema, influenzando generazioni di registi.
Estetica Visiva Unica: Il suo stile visivo distintivo, con l'uso evocativo di luci e ombre e le inquadrature stilizzate, ha ispirato registi successivi, in particolare nel genere horror e noir. Laughton ha attinto all'espressionismo tedesco e al realismo magico, creando un'atmosfera che è al tempo stesso onirica e terrificante.
Temi Universali: Il film affronta temi profondi e universali come il bene contro il male, la corruzione dell'innocenza, la fede e l'ipocrisia religiosa. La figura di Harry Powell è un'esplorazione del male assoluto, mascherato dalla devozione, rendendolo un personaggio inquietante e attuale.
Colonna Sonora: La colonna sonora, composta da Walter Schumann, è memorabile e gioca un ruolo cruciale nel creare l'atmosfera del film. Le canzoni, in particolare "Leaning on the Everlasting Arms" cantata da Powell, diventano un motivo ricorrente e un simbolo della sua presenza minacciosa.
Status di Cult: Nonostante il suo insuccesso iniziale, il film ha guadagnato uno status di cult nel corso degli anni. È stato rivalutato dalla critica e da altri registi come François Truffaut e Martin Scorsese, che lo hanno elogiato come un capolavoro. È spesso incluso nelle liste dei migliori film di tutti i tempi.
Eredità Duratura: L'influenza del film può essere rintracciata in opere di registi come David Lynch, Terrence Malick e i fratelli Coen, che hanno spesso esplorato temi simili di male rurale e personaggi ambigui con uno stile visivo distintivo.
La Morte Corre Sul Fiume è un film che continua a affascinare e turbare, un'opera d'arte rara e preziosa che dimostra la visione unica e il genio di Charles Laughton. È un'esperienza cinematografica che va ben oltre il puro intrattenimento, offrendo una profonda riflessione sulla natura umana e sulla battaglia eterna tra luce e oscurità.
prime
WAITING. (Entezar). un film del 1984 di Amir Naderi
Nel sud dell’Iran, un ragazzino di 14 anni viene mandato ogni giorno a prendere del ghiaccio a casa dei vicini, dove una ragazza glielo passa da una porta mostrando solo la mano pittata di henné. Presto, il giovane diventa ossessionato dal desiderio di vederla in viso.
MUBI
HARMONICA. (Saz Dahani). Un film del 1974 di Amir Naderi.
Nel soleggiato Iran meridionale, un ragazzino riceve un’armonica giapponese dall’estero. Incantati dallo strumento, i suoi amici sono sempre più invidiosi e tra loro nascono rivalità e lotte di potere per la possibilità di tenere in mano l’armonica, o persino suonare una nota.
Amir Naderi (nato ad Abadan, Iran, il 15 agosto 1946) è una figura fondamentale e atipica del cinema contemporaneo, un regista, sceneggiatore e fotografo la cui opera è profondamente segnata da temi di sfida, sopravvivenza e ossessione. Considerato uno dei registi più influenti del Nuovo Cinema Iraniano, ha poi intrapreso un percorso internazionale, realizzando film negli Stati Uniti, in Giappone e in Italia, mantenendo sempre uno stile unico e una visione indipendente.
La carriera di Naderi inizia negli anni '60 in Iran, dove lavora come fotografo e assistente alla regia. Nei primi anni '70, realizza i suoi primi lungometraggi, spesso drammi urbani e polizieschi che gli valgono una certa notorietà nel suo paese. Tuttavia, il vero riconoscimento internazionale arriva con il suo capolavoro, Il corridore (Davandeh) del 1985. Questo film, che racconta la storia di un giovane orfano che si guadagna da vivere con lavori umili e sogna di correre veloce, è diventato un'icona del cinema iraniano e ha contribuito a portare all'attenzione del mondo la nuova ondata di registi iraniani.
A fine anni '80, Naderi decide di lasciare l'Iran e si trasferisce a New York, una città che diventa lo sfondo e talvolta il vero "personaggio" di molti dei suoi film successivi. Questo trasferimento segna una svolta nel suo stile e nei suoi temi, ma non una rottura con la sua visione artistica. Continua a esplorare le contraddizioni della contemporaneità e la lotta dell'individuo contro un sistema "ingabbiante".
La sua produzione successiva include opere realizzate in diversi contesti culturali, ma sempre con la sua impronta distintiva. Tra queste, la trilogia newyorkese con film come Manhattan in cifre (Manhattan by Numbers) del 1993, A, B, C... Manhattan del 1997 e Marathon – Enigma a Manhattan (Marathon) del 2002, dove i personaggi si spingono ai limiti fisici e mentali per raggiungere un obiettivo. Negli anni successivi, Naderi ha continuato a dirigere, esplorando nuove geografie e linguaggi cinematografici, come dimostrano Cut (2011), girato in Giappone, e Monte (2016), realizzato in Italia.
Il cinema di Amir Naderi è caratterizzato da uno stile visivo intenso e minimalista, spesso sospeso tra realismo e sperimentazione. La sua regia è attenta a catturare la fisicità e la tenacia dei suoi personaggi, spesso attraverso lunghe sequenze di azione e movimento. Naderi è noto per la sua capacità di creare tensione e coinvolgimento empatico, anche quando le sue narrazioni si allontanano dalle convenzioni.
I temi ricorrenti nella sua filmografia sono profondi e universali:
L'ossessione e la sfida al limite: I personaggi di Naderi sono spesso spinti da un'ossessione che li porta a superare i propri limiti fisici e mentali. Che si tratti di correre, risolvere un cruciverba, cercare denaro in un giardino o abbattere una montagna, i protagonisti si sottopongono a prove estreme per affermare la propria identità e le proprie passioni. Questa ostinazione, al limite della follia, è centrale nella sua poetica.
La sopravvivenza e la resilienza: Molti dei suoi film raccontano storie di individui che lottano per sopravvivere in ambienti ostili, siano essi le strade di New York o i paesaggi montani. La loro resilienza di fronte alle avversità è un elemento chiave, che celebra la forza dello spirito umano.
Il rapporto tra individuo e società: Naderi esplora spesso il conflitto tra l'individuo e un sistema sociale che tende a ingabbiarlo e omologarlo. I suoi personaggi sono ribelli, outsider che cercano di ritagliarsi uno spazio e affermare la propria unicità.
La fisicità e il corpo in movimento: Il movimento è un elemento visivo e narrativo ricorrente. La corsa, il cammino incessante, la fatica fisica diventano metafore della lotta interiore e della ricerca di un obiettivo.
Il potere del cinema e della narrazione: In film come Cut e Magic Lantern, Naderi riflette sul potere del cinema stesso, sui suoi meccanismi e sulla sua capacità di influenzare e trasformare la realtà e la percezione.
La sua estetica è spesso caratterizzata da una fotografia cruda ma evocativa, che predilige ambienti urbani desolati o paesaggi naturali imponenti, a seconda dell'ambientazione. L'uso del suono è altrettanto importante, spesso ridotto all'essenziale o utilizzato per creare un'atmosfera di tensione e isolamento.
Tra i suoi film più rappresentativi, oltre a Il corridore:
Tangsir (1973): uno dei suoi primi successi in Iran, un dramma poliziesco.
Waiting (Entezar) (1974): un cortometraggio che già mostra i suoi temi di attesa e desiderio.
Aab, baad, khaak (Acqua, vento, sabbia) (1989): un film che segue il tema del viaggio e della ricerca in un paesaggio desolato.
Marathon – Enigma a Manhattan (2002): una storia di ossessione urbana dove la protagonista cerca di risolvere un cruciverba in 24 ore correndo sulla metropolitana di New York.
Sound Barrier (2005): un film che segue un ragazzo sordomuto che cerca la madre perduta attraverso le frequenze radio, spingendo i limiti percettivi del cinema.
Vegas: Based on a True Story (2008): una black comedy sull'avidità, dove una famiglia cerca freneticamente denaro nascosto nel proprio giardino, distruggendo il loro habitat.
Cut (2011): girato in Giappone, un omaggio al cinema classico giapponese e una riflessione sulla passione per il cinema, raccontando la storia di un regista che affronta la Yakuza per un debito legato ai suoi film.
Monte (2016): realizzato in Italia, racconta la storia di una famiglia medievale che lotta contro un monte che oscura il sole, con il capofamiglia che decide di abbatterlo a martellate. È stato presentato fuori concorso alla 73ª Mostra del Cinema di Venezia, dove Naderi ha ricevuto il premio Jaeger-LeCoultre per il suo contributo originale al cinema.
Amir Naderi è stato uno dei primi importanti registi iraniani a espatriare a metà degli anni '80, stabilendosi tra New York e Tokyo. Ha mantenuto uno spirito fieramente indipendente, spesso girando i suoi film a basso costo e con tecniche digitali, radicalizzando la sua visione delle contraddizioni della contemporaneità.
La sua influenza si estende ben oltre i confini del cinema iraniano. Il suo approccio al racconto, la sua attenzione alla psicologia dei personaggi spinti all'estremo, e il suo stile visivo distintivo lo rendono un regista ammirato e studiato a livello globale. È un cineasta che, attraverso le sue opere, ci invita a riflettere sulla resilienza umana e sulla ricerca incessante di un senso in un mondo spesso ostile.
Rapina a mano armata (The Killing), è un film del 1956 diretto da Stanley Kubrick.
"Rapina a mano armata" (titolo originale: The Killing) è un film noir del 1956 diretto da Stanley Kubrick, che all'epoca aveva solo 28 anni. Questo film, sebbene non sia tra i suoi più celebri come "2001: Odissea nello spazio" o "Arancia meccanica", è fondamentale per comprendere l'evoluzione del suo stile e le tematiche che avrebbe esplorato in seguito. Basato sul romanzo "Clean Break" di Lionel White, il film si distingue per la sua struttura narrativa non lineare, l'atmosfera tesa e l'analisi psicologica dei personaggi, elementi che sarebbero diventati marchi di fabbrica del regista.
La Regia di Stanley Kubrick: Un Segno Distintivo Fin Dagli Inizi
Già in "Rapina a mano armata", Kubrick dimostra una maestria registica sorprendente per la sua età. La sua abilità nel creare tensione e nel manipolare la percezione temporale dello spettatore è evidente fin dalle prime sequenze. Il film non segue una narrazione cronologica lineare; piuttosto, salta avanti e indietro nel tempo, mostrando gli eventi da diverse prospettive e frammentando la storia in modo da rivelare gradualmente i dettagli del piano e le motivazioni dei personaggi. Questa tecnica, all'epoca non così comune, conferisce al film un'aura di mistero e imprevedibilità, mantenendo lo spettatore costantemente sul filo del rasoio.
Kubrick utilizza in modo sapiente l'illuminazione e le inquadrature per accentuare l'atmosfera noir. Le scene sono spesso permeate da ombre profonde e contrasti netti, creando un senso di claustrofobia e fatalismo. La macchina da presa è usata con precisione chirurgica: non ci sono inquadrature superflue o movimenti casuali. Ogni scelta visiva è funzionale alla narrazione e alla creazione di un'estetica visiva che preannuncia il suo stile più maturo. È notevole anche l'attenzione ai dettagli, un aspetto che sarebbe diventato un'ossessione per Kubrick nei suoi lavori successivi. Dalla disposizione degli oggetti sulla scena ai movimenti degli attori, tutto è calcolato per contribuire all'immersione dello spettatore nel mondo del film.
Inoltre, Kubrick dimostra una notevole capacità nel dirigere gli attori, estraendo interpretazioni intense e sfumate anche da un cast relativamente poco conosciuto all'epoca. La sua direzione è misurata, focalizzata sulla reazione e sull'emozione, piuttosto che sull'iperbole, contribuendo a dare credibilità ai personaggi e alle loro disperate situazioni.
La Trama: Un Piano Perfetto che Si Sfilaccia
La storia di "Rapina a mano armata" ruota attorno a Johnny Clay (interpretato da Sterling Hayden), un criminale esperto che, dopo cinque anni trascorsi in prigione, è determinato a portare a termine un ultimo colpo prima di ritirarsi a vita privata con la sua amata Fay (Coleen Gray). Il suo piano è ambizioso e meticolosamente elaborato: rapinare la cassa di un ippodromo durante una corsa affollata.
Per realizzare questo colpo audace, Johnny assembla una squadra eterogenea di individui disperati e con problemi finanziari, ognuno con un ruolo specifico nel piano:
George Peatty (Jay C. Flippen): Un cassiere dell'ippodromo in debito e facilmente manipolabile, la cui moglie, Sherry (Marie Windsor), è una donna astuta e manipolatrice che lo disprezza.
Mike O'Reilly (Joe Sawyer): Un barista alcolizzato che deve creare un diversivo all'interno dell'ippodromo.
Randy Kennan (Ted de Corsia): Un poliziotto corrotto che deve piazzare un falso allarme bomba.
Nikki Arane (Timothy Carey): Un tiratore scelto ingaggiato per uccidere uno dei cavalli preferiti durante la corsa principale, creando caos e distrazione.
Il piano di Johnny è un'opera di precisione svizzera, concepito per sfruttare ogni variabile e coprire ogni imprevisto. Le diverse fasi del colpo sono mostrate in modo non lineare, con lo spettatore che viene introdotto ai personaggi e alle loro motivazioni man mano che il piano si svolge. Questa struttura frammentata non solo genera suspense, ma permette anche di esplorare le psicologie dei singoli membri della banda e le loro interazioni complesse.
Tuttavia, come spesso accade nei film noir, il destino è un elemento implacabile. Nonostante l'apparente infallibilità del piano, le cose iniziano a degenerare a causa di un fattore imprevedibile: l'avidità e la perfidia di Sherry, la moglie di George. Sherry, venuta a conoscenza del colpo, convince il suo amante, Val Cannon (Vince Edwards), a pianificare un proprio furto per impossessarsi del bottino di Johnny. Questa intrusione esterna, unita alle fragilità umane e agli errori commessi sotto pressione, porta a una serie di eventi sfortunati che culminano in un finale tragico e ironico. La rapina si trasforma rapidamente in una spirale di violenza, tradimento e disperazione, dimostrando come anche il piano più ingegnoso possa essere vanificato dalla natura umana e dal capriccio del caso.
Gli Attori e le Loro Interpretazioni
Il cast di "Rapina a mano armata" è composto da attori che, pur non essendo superstar dell'epoca, offrono interpretazioni memorabili che contribuiscono in modo significativo all'atmosfera del film:
Sterling Hayden (Johnny Clay): Hayden, con il suo volto segnato e la sua presenza imponente, incarna perfettamente il ruolo dell'antieroe stanco del mondo. La sua interpretazione di Johnny è quella di un uomo metodico, freddo e determinato, ma anche capace di una certa tenerezza verso Fay. È il cervello dell'operazione, e la sua calma apparente nasconde una profonda disillusione. Hayden era già noto per i suoi ruoli in film noir e la sua presenza aggiunge un peso e una gravità al personaggio di Clay.
Marie Windsor (Sherry Peatty): La Windsor è una delle figure più affascinanti e inquietanti del film. La sua Sherry è una femme fatale archetipica: manipolatrice, spietata e profondamente scontenta della sua vita. È la scintilla che accende il disastro, il catalizzatore di tutte le sventure. La sua interpretazione è sottile ma efficace, rendendo Sherry un personaggio odioso ma allo stesso tempo ipnotico.
Jay C. Flippen (George Peatty): Flippen rende perfettamente la vulnerabilità e la debolezza di George, un uomo patetico e ossessionato dalla moglie che non lo ricambia. La sua disperazione e la sua incapacità di gestire la situazione lo rendono un personaggio tragico.
Timothy Carey (Nikki Arane): Carey offre una performance intensa e leggermente eccentrica come Nikki, il tiratore scelto. Il suo personaggio, con il suo amore per gli animali e la sua instabilità emotiva, aggiunge un elemento di imprevedibilità e pathos alla storia.
Coleen Gray (Fay): Gray interpreta Fay, la fidanzata di Johnny, con una delicatezza che contrasta con la durezza del mondo criminale. È il suo desiderio di una vita normale con Fay che spinge Johnny a rischiare il tutto per tutto.
"Rapina a mano armata" è spesso citato come un film che ha influenzato generazioni di registi, in particolare per la sua struttura narrativa non lineare. Quentin Tarantino, ad esempio, ha spesso dichiarato di essere stato influenzato da Kubrick e dal suo approccio alla narrazione frammentata, e si possono trovare echi di "The Killing" in film come "Le Iene" e "Pulp Fiction".
Il film ha ricevuto critiche positive al momento della sua uscita, anche se non fu un grande successo commerciale. Tuttavia, la sua reputazione è cresciuta nel corso degli anni, ed è ora considerato un classico del genere noir e un'opera fondamentale nella filmografia di Kubrick. È un esempio precoce del suo genio, mostrando la sua capacità di costruire tensione, esplorare temi complessi come il destino e il libero arbitrio, e creare un'estetica visiva distintiva.
La colonna sonora, composta da Gerald Fried, un collaboratore frequente di Kubrick nei suoi primi lavori, contribuisce all'atmosfera cupa e tesa del film, enfatizzando i momenti di suspense e drammaticità.
In sintesi, "Rapina a mano armata" è molto più di un semplice film di rapina. È un'indagine sulla natura umana, sulla fatalità e sulle conseguenze inaspettate dell'avidità e del tradimento. È un film che, nonostante la sua età, rimane fresco e coinvolgente, un testamento precoce all'incredibile talento di uno dei più grandi registi della storia del cinema.
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Jurassic World - La rinascita (Jurassic World Rebirth) è un film del 2025 diretto da Gareth Edwards.
Parliamo di Jurassic World - La rinascita (titolo originale: Jurassic World Rebirth), il settimo capitolo del celebre franchise di Jurassic Park e il quarto della serie Jurassic World, uscito nelle sale il 2 luglio 2025. Diretto da Gareth Edwards, noto per il suo lavoro su Godzilla e Rogue One: A Star Wars Story, il film si propone di esplorare nuove sfide e dilemmi etici legati alla coesistenza tra umani e dinosauri.
Cinque anni dopo gli eventi di Jurassic World Dominion, la Terra è un luogo profondamente cambiato. I dinosauri non sono più una minaccia globale onnipresente, ma popolazioni isolate sopravvivono in ecosistemi remoti e su isole equatoriali, il clima perfetto per loro. Nonostante questo confinamento, la loro presenza continua a causare problemi e pericoli, con occasionali sconfinamenti in aree abitate.
La storia si concentra su una missione di estrazione clandestina guidata da Zora Bennett (Scarlett Johansson), un'esperta di operazioni segrete. Zora è stata reclutata da Martin Krebs (Rupert Friend) della ParkerGenix, una potente azienda farmaceutica. Il loro obiettivo? Recuperare il DNA di dinosauri specifici, in particolare quelli di grandi dimensioni con caratteristiche genetiche uniche, per sviluppare un farmaco rivoluzionario in grado di salvare vite umane. Questo medicinale prodigioso richiede però campioni genetici da creature viventi, rendendo l'impresa estremamente pericolosa.
La squadra di Zora, che include il fidato Duncan Kincaid (Mahershala Ali) e il paleontologo Dr. Henry Loomis (Jonathan Bailey), si dirige verso Ile Saint-Hubert, un'isola remota che un tempo ospitava un laboratorio segreto dell'InGen. Qui, anni prima, una delle creazioni più terrificanti, un Tyrannosaurus rex deforme a sei arti noto come Distortus rex, era sfuggita al contenimento, costringendo all'abbandono dell'isola. Questo luogo dimenticato è diventato il rifugio ideale per le creature più colossali e pericolose.
Durante la loro rischiosa operazione, la squadra di Zora si scontra inaspettatamente con i Delgado, una famiglia di civili il cui viaggio in barca è stato tragicamente interrotto da un attacco di dinosauri marini. Reuben Delgado (Manuel Garcia-Rulfo), le figlie Teresa (Luna Blaise) e Isabella (Audrina Miranda), e il fidanzato di Teresa, Xavier Dobbs (David Iacono), si ritrovano bloccati sull'isola, catapultati in un incubo preistorico.
L'incontro delle due squadre trasforma una missione già complessa in una disperata lotta per la sopravvivenza. Tra dinosauri mutati, minacce nascoste e i pericoli intrinseci dell'isola, Zora deve bilanciare il suo incarico con la protezione di innocenti. La storia culmina in una corsa contro il tempo per fuggire dall'isola, affrontando il temibile Distortus rex e scoprendo un sinistro segreto legato al passato di Jurassic Park, rimasto celato per decenni. La tensione aumenta quando si scopre che il Distortus rex, oltre a essere una macchina da guerra inarrestabile, incarna anche gli avvertimenti di una scienza fuori controllo.
Il film esplora temi ricorrenti della saga, come la responsabilità dell'uomo verso la natura e le conseguenze imprevedibili dell'ingegneria genetica. A differenza dei film precedenti, Rebirth sembra dare maggiore enfasi all'aspetto horror e survival, concentrandosi sulla tensione e la claustrofobia di essere intrappolati con predatori preistorici in un ambiente ostile.
La regia di Jurassic World Rebirth è affidata a Gareth Edwards, una scelta che ha generato molta attesa. Edwards è noto per la sua abilità nel creare atmosfere immersive e nel lavorare con effetti speciali convincenti. Ha dimostrato il suo talento in Monsters (2010), Godzilla (2014) e Rogue One: A Star Wars Story (2016). Il suo ultimo lavoro prima di Rebirth è stato The Creator (2023).
La sua scelta per questo film è stata vista come un tentativo di infondere nuova linfa nel franchise, portando il suo stile visivo distintivo e la sua capacità di costruire tensione. Edwards ha una predilezione per la creazione di scale imponenti e per la messa in scena di sequenze d'azione viscerali, spesso con un senso di minaccia e meraviglia. Ci si aspettava che applicasse queste doti per rendere i dinosauri più terrificanti e reali che mai, trasformando il film in un'esperienza più cupa e intensa.
Edwards ha anche la tendenza a dare priorità alla storia e ai personaggi, cercando di radicare il fantastico in una realtà emotiva. Si è detto che abbia riletto i romanzi originali di Michael Crichton, incorporando elementi e sequenze che erano stati tagliati dalle precedenti trasposizioni cinematografiche, suggerendo un ritorno a toni più vicini all'opera di Crichton. Sebbene le sequenze d'azione siano efficaci, alcune prime recensioni suggeriscono che il film potrebbe mancare di un forte nucleo emotivo o del senso di meraviglia che ha caratterizzato i primi film di Jurassic Park.
Il cast di Jurassic World Rebirth è composto da un mix di attori affermati e volti emergenti:
Scarlett Johansson interpreta Zora Bennett, la protagonista, un'ex operativa segreta con un passato difficile. La sua performance è descritta come quella di una leader risoluta e competente.
Mahershala Ali è Duncan Kincaid, il braccio destro e membro più fidato della squadra di Zora.
Jonathan Bailey veste i panni del Dr. Henry Loomis, il paleontologo del team.
Rupert Friend interpreta Martin Krebs, l'ambiguo rappresentante di ParkerGenix.
Manuel Garcia-Rulfo è Reuben Delgado, il padre della famiglia di civili coinvolta.
Luna Blaise è Teresa Delgado, una delle figlie di Reuben.
David Iacono interpreta Xavier Dobbs, il fidanzato di Teresa.
Audrina Miranda è Isabella Delgado, la figlia più giovane.
Philippine Velge, Bechir Sylvain ed Ed Skrein completano il cast nei ruoli di altri membri delle squadre.
Jurassic World Rebirth si posiziona come il settimo film della saga di Jurassic Park e il quarto della trilogia di Jurassic World. La cronologia completa è:
Jurassic Park (1993)
Il mondo perduto - Jurassic Park (1997)
Jurassic Park III (2001)
Jurassic World (2015)
Jurassic World - Il regno distrutto (2018)
Jurassic World Dominion (2022)
Jurassic World Rebirth (2025)
Il film è stato prodotto da Patrick Crowley e Frank Marshall, veterani del franchise, con Steven Spielberg come produttore esecutivo. La sceneggiatura è stata scritta da David Koepp, che ha già lavorato ai primi film di Jurassic Park e al primo Jurassic World, mantenendo un legame con le radici della saga e con lo stile narrativo di Michael Crichton. La colonna sonora è stata composta da Alexandre Desplat, al suo secondo lavoro con Gareth Edwards dopo Godzilla.
Il film ha avuto la sua anteprima il 17 giugno 2025 a Londra, prima dell'uscita negli Stati Uniti il 2 luglio. Le prime reazioni della critica sono state contrastanti. Alcuni hanno elogiato le sequenze d'azione e la visione di Edwards, definendolo un ritorno a un tono più oscuro e basato sulla sopravvivenza. Altri, tuttavia, hanno criticato la trama per essere a tratti poco coinvolgente e i personaggi per non essere pienamente sviluppati, suggerendo che il film si concentra più sullo spettacolo visivo che sulla profondità narrativa o emotiva. Nonostante le recensioni miste, le previsioni al botteghino indicano un forte incasso, soprattutto nel weekend del 4 luglio, consolidando la posizione del franchise come un gigante commerciale.
In definitiva, Jurassic World Rebirth cerca di rinfrescare la formula del franchise portando una visione più tesa e spaventosa, pur mantenendo i suoi elementi distintivi di avventura e fantascienza, e un legame con il passato della saga.
al cinema
Heat - La sfida (Heat) è un film del 1995, scritto e diretto da Michael Mann
Heat - La sfida (titolo originale: Heat), un capolavoro cinematografico del 1995 scritto e diretto da Michael Mann, è molto più di un semplice thriller poliziesco. È un'epica moderna che esplora i temi della professionalità, della solitudine, del destino e del labile confine tra legge e crimine, ponendo al centro lo scontro titanico tra due giganti del cinema: Al Pacino e Robert De Niro. Il film, con la sua durata considerevole di quasi tre ore, cattura lo spettatore con un ritmo incalzante, un'estetica impeccabile e una profondità psicologica rara nel genere.
La narrazione di "Heat" è costruita attorno a due figure parallele e opposte, due facce della stessa medaglia: Neil McCauley (Robert De Niro), un rapinatore di banche meticoloso e pragmatico, guidato da un codice di condotta ferreo ("Non farti coinvolgere da niente da cui non puoi sganciarti in trenta secondi netti"), e il tenente di polizia di Los Angeles Vincent Hanna (Al Pacino), un detective ossessivo, geniale e tormentato, altrettanto dedito al suo lavoro, ma con una vita personale in frantumi.
Il film si apre con un audace colpo a un furgone portavalori, orchestrato dalla banda di McCauley, composta dal braccio destro Chris Shiherlis (Val Kilmer), Michael Cheritto (Tom Sizemore) e Trejo (Danny Trejo), a cui si aggiunge il problematico e violento Waingro (Kevin Gage). L'operazione, inizialmente pianificata per essere pulita, si trasforma in un bagno di sangue a causa della brutalità imprevedibile di Waingro, costringendo la banda a uccidere le guardie. Questo evento innesca l'indagine del tenente Hanna, che si getta a capofitto nella caccia ai responsabili.
Mentre Hanna e la sua squadra di investigatori (tra cui un convincente Wes Studi) cercano di risalire alla banda di McCauley, il film ci immerge nelle vite private di entrambi i protagonisti e dei loro complici. Scopriamo la solitudine di Neil, che cerca di costruire un legame con Eady (Amy Brenneman), una graphic designer, pur mantenendo la sua filosofia di vita distaccata. Parallelamente, assistiamo al deterioramento della vita familiare di Vincent, con il suo matrimonio con Justine (Diane Venora) che si sgretola sotto il peso della sua ossessione per il lavoro, e il suo tentativo di essere una figura paterna per la figliastra Lauren (Natalie Portman), che lotta con la depressione. Anche i membri della banda di Neil hanno le loro problematiche relazionali, in particolare Chris Shiherlis e la sua travagliata relazione con Charlene (Ashley Judd), che lo porta al limite.
La tensione cresce man mano che Hanna si avvicina sempre di più a McCauley. La famosa scena del caffè, in cui i due titani si incontrano per la prima e unica volta faccia a faccia, è un momento di cinema puro. Qui, in un dialogo teso e intriso di rispetto reciproco, esprimono le loro filosofie di vita e riconoscono la loro inevitabile collisione. È una sequenza che, in un film d'azione, si rivela un dialogo filosofico, mettendo in luce le similitudini tra i due uomini, entrambi schiavi della loro professione.
Il climax del film è la rapina in banca, una sequenza d'azione di una brutalità e un realismo mozzafiato, che si trasforma in una sparatoria caotica e devastante per le strade di Los Angeles. Le ripercussioni di questo scontro spingono McCauley e Hanna verso un'ultima, fatale resa dei conti, un duello nel buio dell'aeroporto che sigilla il destino di Neil.
Michael Mann è un regista che non lascia nulla al caso, e in "Heat" il suo stile distintivo raggiunge l'apice:
Realismo Dettagliato: Mann è noto per la sua maniacale attenzione ai dettagli, in particolare nelle procedure criminali e di polizia. Per la scena della rapina in banca, gli attori si sono sottoposti a un addestramento militare intensivo per l'uso delle armi, risultando in uno degli scontri a fuoco più realistici e brutali mai filmati. Il sound design è altrettanto meticoloso, con il rumore dei proiettili che echeggia in modo assordante e autentico.
Estetica Urbana Notturna: Los Angeles è un personaggio a sé stante. Mann la filma con una palette di colori freddi e metallici, sfruttando le luci al neon e l'architettura moderna per creare un'atmosfera urbana solitaria e malinconica, quasi alienante. Le inquadrature ampie e le riprese notturne enfatizzano la grandezza e l'isolamento della città, un perfetto specchio dell'anima dei protagonisti.
Personaggi Complessi e Tridimensionali: Una delle maggiori forze di Mann è la sua capacità di scavare nella psicologia dei suoi personaggi, anche quelli secondari. Non sono semplici eroi o villain, ma individui con motivazioni complesse, debolezze, e desideri di normalità che cozzano con la loro vita di crimine o di ossessiva legalità. Le loro vite private non sono meri intermezzi, ma parti integranti e spesso tragiche della narrazione.
Ritmo Teso e Incalzante: Nonostante la lunga durata, il film non soffre di cali di tensione. Mann alterna sapientemente momenti di azione pura e adrenalina a sequenze più introspettive e dialoghi carichi di significato, mantenendo sempre alta l'attenzione dello spettatore.
Musica e Sound Design: La colonna sonora di Elliot Goldenthal, insieme a brani di artisti come Moby e Brian Eno, contribuisce a creare un'atmosfera unica, a tratti eterea e malinconica, a tratti carica di suspense. Come già accennato, il sound design delle sparatorie è un elemento distintivo, che eleva il realismo a un livello quasi documentaristico.
Il richiamo principale di "Heat" è indubbiamente il primo vero faccia a faccia cinematografico tra Al Pacino e Robert De Niro. Entrambi avevano recitato in "Il Padrino - Parte II", ma non avevano condiviso scene dirette. Qui, la loro interazione è limitata a pochi momenti cruciali, ma è proprio questa scarsità a renderli così potenti e memorabili.
Al Pacino (Vincent Hanna): Pacino offre una performance intensa, quasi febbrile. Il suo Hanna è un uomo sull'orlo del baratro, consumato dal lavoro e incapace di mantenere un equilibrio nella vita personale. La sua recitazione è fatta di tic nervosi, sguardi penetranti e scatti d'ira improvvisi, che rivelano la sua frustrazione e la sua inarrestabile determinazione.
Robert De Niro (Neil McCauley): De Niro è il contraltare perfetto. Il suo Neil McCauley è freddo, calcolatore, quasi zen nella sua professionalità. La sua interpretazione è sottile, fatta di movimenti misurati e uno sguardo che comunica una profonda stanchezza e solitudine. La sua ricerca di una vita "normale" con Eady aggiunge un tocco di malinconia al suo personaggio.
Oltre ai due protagonisti, il cast è un vero e proprio "dream team" di talenti:
Val Kilmer (Chris Shiherlis): Kilmer offre una delle sue migliori performance, mostrando la vulnerabilità e la disperazione di un uomo che cerca di tenere in piedi la sua vita nonostante la sua dipendenza dal gioco e la sua vita criminale.
Tom Sizemore (Michael Cheritto): Un'altra interpretazione solida, che aggiunge profondità al personaggio del criminale leale ma impulsivo.
Jon Voight (Nate): Nel ruolo del ricettatore, Voight è una presenza carismatica e ambigua.
Le Donne del Film: Un aspetto spesso sottovalutato ma cruciale di "Heat" è il modo in cui Mann esplora le vite delle donne attorno a questi uomini. Diane Venora (Justine) e Ashley Judd (Charlene) offrono interpretazioni potenti e strazianti di donne che soffrono a causa delle scelte dei loro uomini, mentre Amy Brenneman (Eady) incarna la speranza di una vita diversa per Neil. Una giovanissima Natalie Portman interpreta Lauren, la figliastra di Hanna, con una performance toccante.
"Heat" è diventato un punto di riferimento per il cinema poliziesco e d'azione. La sua influenza è evidente in molti film e serie TV successivi, in particolare per quanto riguarda la rappresentazione realistica degli scontri a fuoco e la complessità psicologica dei personaggi. La scena della rapina in banca, in particolare, è entrata nell'immaginario collettivo come uno degli scontri a fuoco più iconici e ben coreografati della storia del cinema.
Al di là dell'azione, il film è apprezzato per la sua capacità di essere un profondo studio di caratteri, una riflessione sulla solitudine intrinseca di chi vive ai margini della società o ne è totalmente assorbito dal lavoro. È un film sul sacrificio personale per la propria vocazione, sia essa legale o illegale.
"Heat" è un'opera densa, stratificata e visivamente mozzafiato, che continua a essere ammirata per la sua regia magistrale, le performance indimenticabili e la sua capacità di trascendere i confini del genere per offrire un'epica umana e tragica. È un film da vedere e rivedere, ogni volta scoprendo nuove sfumature e dettagli che ne arricchiscono la complessa tessitura narrativa.
prime
Le iene (Reservoir Dogs) è un film del 1992 scritto e diretto da Quentin Tarantino
Le Iene (titolo originale: Reservoir Dogs), uscito nel 1992, non è solo un film, ma un punto di svolta che ha introdotto il mondo a Quentin Tarantino, uno dei registi più influenti e riconoscibili del cinema moderno. Questa pellicola, acclamata universalmente dalla critica e dal pubblico, è un concentrato di dialoghi taglienti, violenza stilizzata e una struttura narrativa non lineare, elementi che sarebbero diventati il marchio di fabbrica di Tarantino. Ancora oggi, a oltre trent'anni dalla sua uscita, "Le Iene" mantiene il suo status di cult, un'opera essenziale per chiunque voglia esplorare le radici del cinema tarantiniano.
La trama de "Le Iene" si svolge quasi interamente nel post-rapina, evitando di mostrare direttamente il colpo stesso. Questo è uno degli artifici narrativi più brillanti del film. La storia si concentra su un gruppo di criminali che, per mantenere l'anonimato, si identificano solo con nomi di colore: Mr. White, Mr. Orange, Mr. Blonde, Mr. Pink, Mr. Blue e Mr. Brown. Dopo una rapina di gioielli clamorosamente fallita, si ritrovano in un magazzino abbandonato, l'aria densa di sospetto e paranoia.
Il film si apre con Mr. White (Harvey Keitel) e un Mr. Orange (Tim Roth) gravemente ferito che arrivano nel magazzino. La certezza che tra loro ci sia una talpa, un informatore della polizia, genera immediatamente una tensione palpabile. Il nucleo narrativo è la frenetica ricerca di questo traditore, mentre la situazione degenera in un crescendo di accuse e violenza.
Tarantino utilizza una serie di flashback sapientemente posizionati per rivelare gli eventi che hanno portato al disastro. Questi segmenti mostrano la pianificazione del colpo da parte del boss, Joe Cabot (Lawrence Tierney), e di suo figlio Eddie "Nice Guy" Cabot (Chris Penn), l'incontro iniziale tra i membri della banda e le regole imposte. Non sono solo espedienti narrativi, ma servono a delineare le personalità complesse dei personaggi, i loro difetti e le loro manie.
L'arrivo di Mr. Blonde (Michael Madsen), un individuo gelido e psicopatico che ha sequestrato un poliziotto, Marvin Nash (Kirk Baltz), intensifica ulteriormente la tensione. La famigerata scena della tortura di Marvin, accompagnata dalla allegra "Stuck in the Middle with You" dei Stealers Wheel, è uno dei momenti più iconici e disturbanti del film, rivelando la brutalità gratuita di Mr. Blonde e la sua totale assenza di rimorso.
Man mano che la violenza e la paranoia aumentano, la verità sulla talpa emerge in modo drammatico, culminando in un finale sanguinoso e inevitabile. Un regolamento di conti che lascia sul campo quasi tutti i protagonisti, sigillando il destino di un gruppo di criminali condannato all'autodistruzione fin dall'inizio.
"Le Iene" è una vera e propria lezione di regia, un anticipo delle future idiosincrasie di Tarantino. La sua direzione si distingue per diversi elementi chiave:
Narrazione Non Lineare: Questa è forse la caratteristica più distintiva. Tarantino non segue una progressione cronologica degli eventi. Invece, mescola presente e passato, creando suspense e rivelando informazioni a piccole dosi. Questo approccio rende lo spettatore parte attiva nella ricostruzione della storia, intensificando il coinvolgimento. La scelta di non mostrare mai direttamente la rapina, ad esempio, amplifica il mistero e la tensione attorno a ciò che è accaduto.
Dialoghi Iconici e Naturalistici: I dialoghi sono la vera spina dorsale del film. Sono lunghi, brillanti, pieni di riferimenti alla cultura pop e apparentemente fuori tema, ma sempre funzionali allo sviluppo dei personaggi e alla creazione dell'atmosfera. La discussione iniziale sulla canzone "Like a Virgin" di Madonna o quella sulle mance sono esempi perfetti di come Tarantino usi il dialogo per costruire un mondo credibile e per far emergere le personalità dei personaggi, prima ancora che si arrivi all'azione principale.
Violenza Stilizzata e Implicita: La violenza in "Le Iene" è brutale, ma spesso non esplicita. Gran parte della sua forza deriva dalla minaccia implicita e dalle sue conseguenze. Quando la violenza è mostrata, come nella scena dell'orecchio, è scioccante e disturbante, ma mai gratuita. Serve a definire i personaggi e a portare avanti la trama. Tarantino preferisce spesso il "suggerito" all'esplicito, lasciando allo spettatore il compito di immaginare gli orrori.
Uso Maestrante della Musica: La colonna sonora è un elemento fondamentale. Tarantino seleziona brani meno noti degli anni '70 e '80 e li integra in modo diegetico (la musica che sentono anche i personaggi) ed extra-diegetico (la musica di sottofondo per lo spettatore) per commentare l'azione o per creare contrasto. L'esempio più lampante è la già citata "Stuck in the Middle with You" durante la tortura, che amplifica il senso di distacco e follia.
Inquadrature e Movimenti di Macchina Distintivi: Tarantino utilizza spesso riprese dal basso, inquadrature ravvicinate sui volti e movimenti di macchina fluidi che seguono i personaggi. La scena di apertura, in cui i rapinatori camminano in slow motion per strada accompagnati dalla musica, è diventata un'icona cinematografica e un vero e proprio marchio di fabbrica del suo stile.
Riferimenti e Omaggio ad Altri Film: "Le Iene" è intriso di riferimenti al cinema noir, ai film di gangster e ai B-movie. Tarantino non nasconde le sue influenze, ma le rielabora e le fonde in qualcosa di completamente nuovo, un approccio "postmoderno" che sarebbe diventato una costante nella sua filmografia.
Il successo di "Le Iene" è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del suo cast, molti dei quali hanno visto la loro carriera rilanciarsi o decollare grazie a questo film.
Harvey Keitel (Mr. White / Larry Dimmick): Keitel è il cuore emotivo del film. Il suo Mr. White è un criminale di vecchia scuola, con un codice d'onore distorto ma presente. La sua interpretazione è potente, fatta di sguardi intensi e una rabbia contenuta che esplode nei momenti chiave. È lui il mentore di Mr. Orange e il loro legame è il motore della tragedia finale.
Tim Roth (Mr. Orange / Freddy Newandyke): Roth offre una performance commovente e fisicamente provante. Il suo personaggio è la vittima sacrificale, l'elemento vulnerabile che scatena il dramma. Il suo flashback, in cui si esercita per la parte del criminale sotto copertura, è un pezzo di bravura che mostra la sua versatilità.
Michael Madsen (Mr. Blonde / Vic Vega): Madsen è terrificante nella sua calma glaciale. Mr. Blonde è la personificazione del male arbitrario, un uomo che tortura e uccide senza apparente motivo, solo per il gusto di farlo. La sua presenza magnetica e inquietante è uno dei punti di forza del film.
Steve Buscemi (Mr. Pink): Buscemi è esilarante e nevrotico nel ruolo del pragmatico Mr. Pink, l'unico che sembra avere un barlume di buon senso tra il caos. Le sue lamentele sulle mance e la sua preoccupazione per la logistica del piano lo rendono un personaggio memorabile.
Chris Penn (Eddie "Nice Guy" Cabot): Penn porta energia e una certa spavalderia al ruolo del figlio del boss, cercando di tenere insieme la banda in un contesto sempre più disperato.
Lawrence Tierney (Joe Cabot): Tierney, veterano del cinema noir, incarna perfettamente il ruolo del boss spietato e autoritario, la cui sola presenza incute timore.
Quentin Tarantino (Mr. Brown): Seppur in un ruolo minore, Tarantino stesso interpreta Mr. Brown, regalando la memorabile discussione su "Like a Virgin" nel prologo, che subito stabilisce il tono irriverente del film.
"Le Iene" è molto più di un semplice film di gangster; è un'opera che ha ridefinito il genere, dimostrando come una sceneggiatura brillante e una regia audace possano compensare un budget limitato. Il suo impatto sul cinema indipendente è stato enorme, spingendo molti aspiranti registi a concentrarsi sulla qualità della scrittura e sulla creazione di personaggi memorabili.
Il film ha introdotto al mondo il "tarantinismo": un mix riconoscibile di dialoghi serrati e non convenzionali, violenza stilizzata, strutture narrative frammentate e un amore viscerale per la cultura pop e il cinema di genere. Ha preparato il terreno per il successo ancora più grande di Pulp Fiction, consolidando la fama di Tarantino come uno degli autori più originali e innovativi della sua generazione.
Ancora oggi, "Le Iene" è oggetto di studio e ammirazione. La sua capacità di tenere lo spettatore incollato allo schermo, nonostante la quasi totale assenza di azione diretta per gran parte del tempo, affidandosi invece alla tensione psicologica e alla forza dei dialoghi, è un testamento alla sua genialità. È un film che si presta a continue rivisitazioni, rivelando sempre nuove sfumature e dettagli ad ogni visione.
In sintesi, "Le Iene" non è solo un film, ma un'esperienza cinematografica cruda, tagliente e indimenticabile, un vero e proprio "manifesto" del cinema di Quentin Tarantino, che ha lasciato un segno indelebile nella storia della settima arte.
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In viaggio verso un sogno - The Peanut Butter Falcon (The Peanut Butter Falcon) è un film del 2019 scritto e diretto da Tyler Nilson e Michael Schwartz
In Viaggio Verso un Sogno - The Peanut Butter Falcon (titolo originale: The Peanut Butter Falcon), uscito nel 2019 e scritto e diretto dal duo Tyler Nilson e Michael Schwartz, è un piccolo gioiello cinematografico che ha saputo conquistare pubblico e critica con la sua storia commovente, i suoi personaggi autentici e un'atmosfera che mescola dolcezza, avventura e malinconia. Presentato spesso come una moderna favola picaresca, il film è un inno alla libertà, all'amicizia e alla capacità di superare le aspettative, specialmente quelle che la società impone su chi è considerato "diverso".
La storia ruota attorno a Zak (Zack Gottsagen), un giovane uomo con la sindrome di Down, che vive in una casa di riposo per anziani nel North Carolina. Nonostante le amorevoli cure della sua infermiera, Eleanor (Dakota Johnson), Zak è intrappolato in un ambiente che non gli appartiene e che soffoca i suoi sogni. Il suo più grande desiderio è quello di diventare un lottatore professionista di wrestling, ispirato da un vecchio VHS del suo idolo, "The Saltwater Redneck" (Thomas Haden Church). Dopo diversi tentativi, Zak riesce finalmente a fuggire dalla struttura, indossando solo un paio di mutande.
La sua fuga lo porta a incrociare il cammino di Tyler (Shia LaBeouf), un pescatore sfortunato e ribelle che vive di espedienti e sta scappando da due fratelli pescatori violenti, Duncan (John Hawkes) e Ratboy (Yelawolf), a cui ha dato fuoco al rifugio e al materiale da pesca. Inizialmente riluttante a prendersi cura di Zak, Tyler viene presto conquistato dalla sua innocenza, dalla sua determinazione e dal suo spirito indomito. I due formano un'improbabile coppia, intraprendendo un viaggio on the road attraverso i corsi d'acqua e le terre selvagge del North Carolina, con Zak determinato a raggiungere la scuola di wrestling di "The Saltwater Redneck" e Tyler che cerca di sfuggire ai suoi inseguitori.
Durante il loro viaggio, che li vede navigare su una zattera improvvisata, attraversare paludi e affrontare varie peripezie, il loro legame si approfondisce. Tyler insegna a Zak a nuotare e a difendersi, mentre Zak insegna a Tyler l'importanza della speranza e dell'amicizia. A loro si unisce Eleanor, che è partita alla ricerca di Zak, inizialmente con l'intenzione di riportarlo indietro, ma che finisce per essere coinvolta nell'avventura e nel sogno di Zak, ritrovando a sua volta un senso di libertà e scopo che aveva perso.
Il culmine del loro viaggio è l'incontro con "The Saltwater Redneck", che si rivela essere un uomo disilluso e amareggiato, non più il campione che Zak immagina. Tuttavia, grazie alla persistenza e all'ottimismo di Zak, e al supporto di Tyler ed Eleanor, la sua fiamma si riaccende. Il film culmina in un emozionante incontro di wrestling che mette alla prova il coraggio di Zak e la forza del legame tra i tre protagonisti, dimostrando che i sogni, anche quelli più improbabili, possono realizzarsi, non sempre come ci si aspetta, ma a volte in modi persino migliori.
Tyler Nilson e Michael Schwartz, al loro debutto nel lungometraggio, dimostrano una sensibilità e una maturità sorprendente:
Autenticità e Rispetto: La forza maggiore della regia sta nel modo in cui trattano il personaggio di Zak. Non lo presentano come un individuo da compatire, ma come un protagonista a pieno titolo, con desideri, paure e una straordinaria forza d'animo. L'inclusione di Zack Gottsagen, un attore con la sindrome di Down, non è una mossa forzata, ma una scelta che dà al film una genuinità e un'autenticità che difficilmente si sarebbero potute ottenere in altro modo.
Atmosfera da Fiaba Moderna: Il film ha un'atmosfera sognante e quasi fuori dal tempo, pur essendo ambientato nel presente. Le riprese della natura selvaggia del North Carolina, i fiumi, le paludi e i paesaggi bucolici creano uno sfondo suggestivo per questa avventura picaresca. La fotografia è calda e luminosa, enfatizzando il viaggio come una scoperta e una rinascita.
Ritmo Equilibrato: Nonostante la trama sia semplice, il ritmo del film è ben cadenzato. Alterna momenti di leggerezza e umorismo a sequenze di tensione e dramma, mantenendo sempre l'attenzione dello spettatore. Le scene di azione, come quelle degli inseguimenti, sono girate in modo efficace ma non eccessivo, mantenendo il focus sulla relazione tra i personaggi.
Musica Country e Folk: La colonna sonora, ricca di brani folk e country originali e di repertorio, non è solo un accompagnamento, ma un vero e proprio personaggio, che esalta l'atmosfera "americana" e il tono malinconico e allo stesso tempo speranzoso del film.
Il successo emotivo del film è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del cast:
Zack Gottsagen (Zak): La vera rivelazione del film. Zack Gottsagen, un attore con la sindrome di Down, porta sul grande schermo una performance incredibilmente naturale, autentica e carismatica. La sua gioia contagiosa, la sua determinazione incrollabile e la sua vulnerabilità sono il cuore pulsante del film. Il suo rapporto con Shia LaBeouf è il motore emotivo della storia, e la chimica tra i due è palpabile e commovente. La sua interpretazione è stata ampiamente elogiata dalla critica e ha rappresentato un passo importante per l'inclusione nel cinema.
Shia LaBeouf (Tyler): LaBeouf offre una delle sue interpretazioni più intense e sentite. Il suo Tyler è un personaggio complesso, apparentemente burbero e disilluso, ma con un profondo senso di giustizia e una capacità di empatia che si rivela man mano che il suo legame con Zak si consolida. La sua performance è cruda, vulnerabile e profondamente umana, dimostrando ancora una volta la sua versatilità come attore.
Dakota Johnson (Eleanor): Johnson completa il trio con una performance delicata e convincente. La sua Eleanor inizia come una figura protettiva e un po' rigida, ma il viaggio con Zak e Tyler la porta a riscoprire la propria libertà e ad abbracciare il lato avventuroso della vita. La sua chimica con LaBeouf è sottile ma efficace, aggiungendo un tocco romantico senza sovrastare il tema centrale dell'amicizia.
Thomas Haden Church (The Saltwater Redneck): Anche se il suo ruolo è relativamente breve, Church è memorabile nel dare vita all'idolo sbiadito di Zak, un uomo che ha perso la propria strada ma che ritrova un barlume di speranza grazie all'incontro con il giovane.
John Hawkes (Duncan): Hawkes è efficace nel ruolo del minaccioso inseguitore, fornendo la necessaria tensione alla parte "thriller" del film.
"In Viaggio Verso un Sogno - The Peanut Butter Falcon" è un film che ha saputo distinguersi in un panorama cinematografico spesso dominato da grandi produzioni, dimostrando che una storia semplice ma raccontata con cuore e onestà può avere un impatto profondo. È stato accolto con un'ondata di recensioni positive, elogiato per la sua originalità, la sua emotività e, in particolare, per la straordinaria performance di Zack Gottsagen.
Il film è importante non solo per la sua qualità artistica, ma anche per il suo messaggio di inclusione e accettazione. Mostra che le persone con disabilità non devono essere definite dalle loro condizioni, ma dai loro sogni, dalle loro capacità e dalla loro umanità. È una pellicola che celebra la diversità e il potere dell'amicizia nel superare gli ostacoli.
In sintesi, "In Viaggio Verso un Sogno - The Peanut Butter Falcon" è un'avventura commovente e divertente, un inno alla resilienza dello spirito umano e al coraggio di inseguire i propri sogni, non importa quanto possano sembrare improbabili. È un film che lascia una sensazione di calore nel cuore e un sorriso sulle labbra, un vero gioiello che merita di essere scoperto.
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L'ultima carovana (The Last Wagon), è un film del 1956 diretto da Delmer Daves
L'ultima carovana (The Last Wagon), un western del 1956 diretto da Delmer Daves, un regista noto per aver infuso nei suoi western una notevole profondità psicologica e morale, spesso esplorando temi di tolleranza, razzismo e redenzione. Questo film si distingue per la sua narrazione tesa e le performance intense.
L'ultima carovana (The Last Wagon) è un western del 1956 che si inserisce a pieno titolo nel filone del genere, ma con una sensibilità che lo eleva al di sopra della semplice avventura. Diretto da Delmer Daves, un cineasta che ha saputo infondere spessore psicologico nei suoi film di frontiera, la pellicola è un racconto di sopravvivenza, pregiudizio e, infine, di redenzione, ambientato in un'America selvaggia e implacabile. È un film che, pur seguendo le convenzioni del genere, esplora le dinamiche umane sotto estrema pressione, mettendo in discussione le etichette di "buono" e "cattivo".
La storia si svolge nel 1873, in Arizona. Una carovana di coloni sta attraversando il territorio indiano, ignara del pericolo imminente. A guidarli c'è il Colonnello Normand (George Matthews), un uomo arrogante e crudele, la cui crudeltà si manifesta nel trattamento riservato a Todd (Richard Widmark), un misterioso uomo bianco catturato dai suoi uomini e accusato di aver ucciso tre dei suoi fratelli. Todd è un individuo dall'aspetto selvaggio, vestito in modo primitivo e con una conoscenza profonda delle usanze e del linguaggio Apache, il che suggerisce un passato legato a quella cultura. Il Colonnello, accecato dalla vendetta e dal pregiudizio, lo tiene prigioniero, picchiandolo e umiliandolo regolarmente.
La situazione precipita quando la carovana subisce un attacco devastante da parte di una banda di Apache guidati dal temibile capo Comanche. Il massacro è brutale e improvviso: quasi tutti i coloni e i soldati vengono sterminati. Gli unici sopravvissuti sono sei giovani: Jenny (Felicia Farr), Valinda (Stephanie Griffin), Jodie (Tommy Rettig), Angie (Susan Kohner), Dan (Ray Stricklyn) e la piccola Julie (Dawn Bender). Intrappolati e senza speranza, capiscono che l'unica via di salvezza è liberare Todd.
Todd, nonostante il trattamento subito, accetta di guidare i ragazzi attraverso il deserto ostile, poiché è l'unico a conoscere i percorsi segreti, le fonti d'acqua e le tattiche degli Apache. Inizia così un viaggio disperato, una corsa contro il tempo e la natura selvaggia, con gli Apache sulle loro tracce. Durante il percorso, la diffidenza iniziale dei ragazzi verso Todd si trasforma lentamente in rispetto e fiducia, mentre imparano a conoscere la sua vera natura e la sua profonda conoscenza della terra.
Si scopre che Todd non è il "selvaggio assassino" che il Colonnello Normand lo aveva dipinto. Il suo nome vero è Samuel Todd, un uomo che aveva scelto di vivere tra gli Apache, sposando una donna della tribù e avendo dei figli con lei. Il massacro dei suoi familiari da parte dei fratelli di Normand (che erano cacciatori di scalpi e avevano ucciso innocenti Apache) aveva scatenato la sua sete di vendetta, portandolo ad ucciderli. Questa rivelazione capovolge la prospettiva dello spettatore e dei personaggi stessi: il "selvaggio" è in realtà un uomo di giustizia, mentre il "civilizzato" Colonnello era un crudele assassino.
Il film culmina in un confronto finale con gli Apache di Comanche. Todd, utilizzando la sua astuzia e la sua conoscenza delle tattiche indiane, riesce a salvare il gruppo, sacrificando se stesso per deviare gli Apache, o almeno così sembra. La fine vede il gruppo raggiungere la salvezza e Todd venire infine riconosciuto come un eroe, anche se il suo destino finale rimane in parte ambiguo, o si chiude con un lieto fine, a seconda delle versioni o delle interpretazioni, ma sempre con un forte senso di giustizia ripristinata.
Delmer Daves è stato un regista atipico nel panorama western degli anni '50. A differenza di molti suoi contemporanei che privilegiavano l'azione pura o la celebrazione dell'epos americano, Daves era interessato alle dinamiche psicologiche, ai conflitti morali e ai temi della tolleranza e del razzismo. In "L'ultima carovana", la sua regia è caratterizzata da:
Profondità psicologica: Daves scava nei personaggi, mostrando le loro paure, i loro pregiudizi e il loro graduale cambiamento. La relazione tra Todd e i ragazzi è il cuore del film, e Daves la sviluppa con grande sensibilità.
Realismo ambientale: Il film è girato in esterni spettacolari, probabilmente in Arizona o Utah, valorizzando la bellezza aspra e la pericolosità del paesaggio desertico. Questo contribuisce a creare un'atmosfera di autentica minaccia e isolamento.
Regia attenta alle performance: Daves era noto per la sua capacità di ottenere il meglio dai suoi attori, e in questo film le performance sono intense e credibili.
Temi progressisti: Il film affronta apertamente il pregiudizio razziale e la violenza ingiustificata contro i nativi americani, un tema ancora controverso per l'epoca. Todd è l'uomo che ha superato le barriere culturali, vivendo tra due mondi e diventando un ponte tra loro.
La regia di Daves riesce a mantenere una tensione costante, bilanciando l'azione con momenti di quiete e introspezione, permettendo allo spettatore di entrare in empatia con i personaggi e il loro difficile viaggio.
Il cast de "L'ultima carovana" offre performance memorabili che contribuiscono in modo significativo al successo del film:
Richard Widmark nel ruolo di Todd: Widmark offre una delle sue interpretazioni più potenti e iconiche. Il suo Todd è un personaggio enigmatico e animalesco all'inizio, ma lentamente rivela strati di intelligenza, moralità e un profondo senso di giustizia. Widmark comunica molto con gli sguardi e il linguaggio del corpo, rendendo il suo personaggio credibile e affascinante.
Felicia Farr nel ruolo di Jenny: Jenny è la figura femminile più matura e quella che per prima supera la sua paura e diffidenza verso Todd, diventando una figura chiave nel percorso di fiducia e comprensione del gruppo. La Farr offre una performance solida e convincente.
Tommy Rettig nel ruolo di Jodie: Rettig (noto per "Lassie") interpreta il ragazzo che sviluppa un forte legame con Todd, rappresentando l'innocenza e la capacità di vedere oltre il pregiudizio degli adulti. La sua performance è particolarmente toccante.
George Matthews nel ruolo del Colonnello Normand: Sebbene il suo ruolo sia breve, Matthews incarna perfettamente la brutalità e l'arroganza dell'uomo di legge accecato dall'odio e dalla vendetta, fungendo da perfetto contrappunto al personaggio di Todd.
Le giovani attrici Stephanie Griffin (Valinda), Susan Kohner (Angie) e Dawn Bender (Julie) completano il gruppo, contribuendo a rendere credibile la vulnerabilità e la crescita dei personaggi.
"L'ultima carovana" è un film che, pur non essendo stato un blockbuster epocale, è molto apprezzato dalla critica e dagli appassionati di western per diverse ragioni:
Messaggio Anti-Razzista: Per l'epoca, il film era progressista nel suo approccio al tema dei nativi americani e del pregiudizio. Non dipinge gli Apache come semplici "cattivi" senza ragione, ma mostra che la violenza genera violenza e che il vero "selvaggio" può trovarsi anche tra i cosiddetti "civilizzati". La vendetta di Todd è giustificata dagli orrori che ha subito per mano dei fratelli di Normand.
Tema della Redenzione: Il film è anche una storia di redenzione, non solo per Todd, che recupera la sua dignità e il suo posto, ma anche per i ragazzi che superano i loro pregiudizi.
Stile e Atmosfera: La fotografia di Wilfred Cline cattura la vastità e la bellezza minacciosa del paesaggio, rendendolo un personaggio a sé stante. La tensione è palpabile per tutta la durata del film, mantenendo lo spettatore con il fiato sospeso.
Influenza: Il film ha influenzato altri western che hanno esplorato temi simili di sopravvivenza in territori ostili e la dinamica "uomo bianco/uomo rosso".
L'ultima carovana è un western intelligente e avvincente che va oltre il genere, offrendo una riflessione sulla natura umana, la giustizia e la sopravvivenza in circostanze estreme. La regia di Delmer Daves e l'intensa interpretazione di Richard Widmark lo rendono un classico imperdibile per gli amanti del cinema di frontiera con un cuore e un messaggio.
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Il fiume rosso (Red River), è un film del 1948 diretto da Howard Hawks.
Il fiume rosso (Red River), un vero e proprio capolavoro del cinema western, diretto nel 1948 da Howard Hawks. Questo film non è solo un classico del genere, ma un'opera che ha influenzato generazioni di registi e sceneggiatori, distinguendosi per la sua profondità psicologica, la maestosità delle scene e le interpretazioni iconiche.
Il fiume rosso (Red River) è un western epico che trascende i confini del genere, diventando un dramma psicologico intenso sulle relazioni padre-figlio, l'ambizione, la leadership e la resilienza umana. Diretto dal maestro Howard Hawks nel 1948, il film è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi western mai realizzati, un pilastro nella filmografia di John Wayne e Montgomery Clift e un esempio di narrazione cinematografica impeccabile.
La storia inizia nel 1865, subito dopo la Guerra Civile Americana. Thomas Dunson (John Wayne) è un uomo risoluto e ambizioso, che decide di lasciare il Missouri per dirigersi verso il Texas, con l'intento di costruire un impero allevatoristico. Accompagnato dal suo fedele braccio destro, Groot Nadine (Walter Brennan), e dal giovane Matthew "Matt" Garth (interpretato da Mickey Kuhn da bambino), il cui padre è stato ucciso durante il viaggio e la madre da un attacco indiano, Dunson fonda la sua immensa proprietà, segnata dal simbolo del "fiume rosso" (un toro con un fiume stilizzato sul fianco).
Passano quindici anni e il ranch di Dunson è diventato un'impresa colossale, ma la fine della Guerra Civile ha reso il bestiame texano privo di mercato a causa dell'isolamento economico. Per salvare la sua mandria di 10.000 capi e il suo impero dalla rovina, Dunson decide di intraprendere un'impresa colossale: portare l'intera mandria a sedici-diciotto dollari al capo, attraverso un difficile e pericoloso viaggio di mille miglia fino alla stazione ferroviaria di Abilene, Kansas. Questo è il percorso della Chisholm Trail, che stava per essere inaugurata.
Il lungo e estenuante viaggio si rivela un calvario. La fame, la sete, gli att attacchi degli indiani, le liti tra i mandriani e la tensione crescente mettono a dura prova Dunson. Il suo temperamento autoritario e inflessibile lo porta a prendere decisioni sempre più dure, che sfiorano la tirannia. Arriva a minacciare di impiccare gli uomini che cercano di abbandonare la mandria o che infrangono le sue regole ferree. Questa condotta aliena sempre più i suoi uomini e, soprattutto, genera un conflitto insanabile con Matt (ora interpretato da Montgomery Clift), che Dunson ha cresciuto come un figlio.
Matt, pur rispettando Dunson, ha una visione più umana e compassionevole della leadership. Quando Dunson minaccia di giustiziare alcuni uomini per diserzione, Matt, vedendo gli uomini al limite della sopportazione e temendo una rivolta, si ribella. Con il supporto di parte della mandria, Matt prende il controllo della situazione, assume la guida del bestiame e lascia Dunson indietro, con la promessa che, una volta raggiunto Abilene, tornerà a trovarlo per finire i conti.
Il resto del viaggio vede Matt affrontare le stesse difficoltà di Dunson, ma con un approccio più diplomatico e collaborativo. Alla fine, raggiunge Abilene e conclude l'affare, salvando l'impresa. Dunson, consumato dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, lo segue incessantemente. Il film culmina in un confronto epico e teso tra i due uomini nelle strade di Abilene, un duello non di pistole, ma di volontà e orgoglio, interrotto solo dall'intervento di Tess Millay (Joanne Dru), una donna incontrata da Matt durante il viaggio. La risoluzione finale, seppur melodrammatica per alcuni, riafferma il legame profondo e indissolubile tra i due, che, nonostante tutto, si considerano ancora padre e figlio.
Howard Hawks è stato uno dei più versatili e influenti registi di Hollywood, capace di eccellere in ogni genere, dal noir alla commedia screwball, dall'avventura al western. In "Il fiume rosso", la sua maestria è evidente in ogni aspetto della produzione.
Hawks è noto per il suo stile registico sobrio, funzionale e privo di fronzoli, ma estremamente efficace. La sua abilità nel narrare attraverso l'azione e nel lasciare che i personaggi si rivelino attraverso i loro comportamenti è qui al suo apice. La regia è imponente nelle scene del trasferimento della mandria, che furono filmate con un realismo straordinario, senza l'uso di effetti speciali digitali, ma con migliaia di veri capi di bestiame e centinaia di stuntmen. Le sequenze della "stampa" (la fuga del bestiame) e dell'attraversamento del fiume sono tra le più spettacolari mai realizzate.
Hawks eccelle anche nella direzione degli attori, tirando fuori performance memorabili dai suoi protagonisti. È riuscito a catturare la chimica e la tensione tra John Wayne e Montgomery Clift, valorizzando le loro diverse scuole di recitazione. Il suo approccio al ritmo è impeccabile: il film costruisce lentamente la tensione, culminando nel drammatico scontro tra Dunson e Matt. La sua abilità nel gestire un cast numeroso e le complessità logistiche di un film così vasto è un testamento della sua grandezza.
Il successo de "Il fiume rosso" è in gran parte dovuto alle straordinarie performance dei suoi protagonisti:
John Wayne nel ruolo di Thomas Dunson: Questa è considerata una delle migliori interpretazioni della carriera di Wayne. Abbandona il ruolo tipico dell'eroe senza macchia per interpretare un uomo complesso, ostinato, quasi tirannico, ma allo stesso tempo vulnerabile e profondamente legato a Matt. La sua performance è potente e sfumata, mostrando la sua capacità di affrontare personaggi con lati oscuri.
Montgomery Clift nel ruolo di Matthew "Matt" Garth: Nel suo primo ruolo cinematografico di rilievo, Clift porta una sensibilità e una modernità che contrastano con la durezza di Wayne. La sua interpretazione di Matt è sottile, emotiva e intensa, caratterizzata da una calma determinazione e da una profonda onestà. Il suo stile di recitazione "Method", allora nascente, si scontra e si completa perfettamente con l'approccio più tradizionale di Wayne, creando una dinamica sullo schermo elettrizzante.
Walter Brennan nel ruolo di Groot Nadine: Brennan, un attore versatile e vincitore di tre Oscar, offre una performance memorabile come il vecchio, saggio e leale Groot. È la voce della ragione, il confidente di Dunson e spesso il commentatore sarcastico degli eventi, fornendo un tocco di leggerezza e umanità.
Joanne Dru nel ruolo di Tess Millay: Il suo personaggio è l'elemento femminile chiave, che funge da catalizzatore per la riconciliazione finale tra Dunson e Matt. La sua presenza è forte e indipendente, lontana dalla figura femminile passiva di molti western dell'epoca.
Inizialmente girato in segreto: Sebbene fosse un film RKO, Hawks lo finanziò e lo produsse tramite la sua casa di produzione, la Monterey Productions, per mantenere il controllo creativo. Fu distribuito dalla United Artists.
Controversia sul finale: Il finale del film, in cui Tess Millay interrompe lo scontro finale tra Dunson e Matt, non fu ben accolto da tutti, inclusa la critica dell'epoca che lo trovò un po' troppo "femminile" o melodrammatico per un western così ruvido. Tuttavia, Hawks lo difese come necessario per risolvere il conflitto padre-figlio in modo non violento, enfatizzando il legame d'amore che li univa.
L'influenza di "Ammutinamento sul Bounty": Il film è stato spesso paragonato ad "Ammutinamento sul Bounty" per la sua dinamica di conflitto tra un leader autoritario e il suo secondo in comando più umano.
L'uso della voce narrante: La narrazione fuori campo di Walter Brennan all'inizio e alla fine del film contribuisce a dare un tono epico e leggendario alla storia, quasi come una ballata del vecchio West.
Il rapporto Wayne-Clift: La tensione tra Dunson e Matt sullo schermo rispecchiava in parte le differenze personali e di stile recitativo tra John Wayne e Montgomery Clift fuori dal set. Wayne, un attore più "vecchia scuola" e legato ai valori tradizionali, trovava difficile comprendere il metodo di Clift, che era molto introspettivo e basato sull'esperienza emotiva. Nonostante ciò, la loro chimica sullo schermo è innegabile e contribuisce alla potenza del film.
Iconografia del West: "Il fiume rosso" ha contribuito a definire molte delle immagini iconiche del western: le immense mandrie, i cowboy polverosi, la durezza della vita sulla frontiera e il sogno americano di costruire un impero dal nulla.
Riconoscimenti: Il film ricevette due nomination agli Oscar, per la migliore sceneggiatura originale e per il miglior montaggio. È stato anche inserito nel National Film Registry della Library of Congress nel 1990 per la sua importanza culturale, storica ed estetica.
Il fiume rosso è un'opera monumentale che va oltre il semplice racconto di un viaggio con la mandria. È un'esplorazione profonda della leadership, della famiglia e della capacità umana di perseverare di fronte a ostacoli insormontabili. La regia magistrale di Howard Hawks e le interpretazioni leggendarie di John Wayne e Montgomery Clift lo rendono un classico intramontabile che continua a risuonare per la sua potenza drammatica e la sua visione epica.
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Tank Girl, è un film del 1995 diretto da Rachel Talalay.
Tank Girl, il film del 1995 diretto da Rachel Talalay, è molto più di una semplice pellicola d'azione. È un'esplosione di energia punk, un trip visivo e un inno all'individualismo femminile che, nonostante le difficoltà produttive e una tiepida accoglienza iniziale, è riuscito a conquistare un solido status di cult movie. Basato sull'omonimo fumetto britannico, il film cattura lo spirito ribelle e anarchico del materiale originale, pur con le inevitabili sfide dell'adattamento cinematografico.
Siamo nel 2033, e la Terra è stata devastata da un cataclisma che l'ha trasformata in un deserto arido. L'acqua è il bene più prezioso, e il suo controllo è saldamente nelle mani del tirannico Dipartimento delle Acque (Water & Power), guidato dallo spietato e astuto Kesslee (Malcolm McDowell). Kesslee detiene il monopolio assoluto, sfruttando la sete e la disperazione della popolazione per mantenere la sua presa ferrea sul potere.
In questo scenario desolato, fa la sua comparsa Rebecca Buck, conosciuta da tutti come Tank Girl (Lori Petty). Rebecca è un'antieroina a tutti gli effetti: sfrontata, irriverente, con un look punk-rock inconfondibile e un carro armato come mezzo di trasporto e simbolo della sua libertà. Vive in una comune indipendente, cercando di sfuggire al controllo di Kesslee. La sua vita, seppur precaria, viene sconvolta quando le truppe del Dipartimento delle Acque attaccano la comune, uccidono il suo ragazzo, Sam, e la catturano, costringendola a lavorare in una miniera sotto il loro controllo.
Durante la prigionia, Rebecca incontra Jet Girl (Naomi Watts), un'abile meccanica e pilota, anch'essa detenuta. Le due stringono un'alleanza e riescono a fuggire a bordo di un'autocisterna, scoprendo che Sam potrebbe essere ancora vivo e prigioniero di Kesslee. La loro missione personale di salvataggio si trasforma presto in qualcosa di più grande: liberare l'acqua e rovesciare la dittatura del Dipartimento.
Nel loro percorso, Tank Girl e Jet Girl si imbattono nei Ripper, un gruppo di soldati geneticamente modificati, nati da esperimenti di Kesslee che li hanno trasformati in ibridi metà umani e metà canguri. Questi esseri, pur essendo stati creati per servire Kesslee, si sono ribellati al loro creatore. Tra i Ripper spicca Booga (interpretato fisicamente da Jeff Kober, con la voce di Iggy Pop), un personaggio carismatico che sviluppa un legame insolito e affettuoso con Tank Girl. Il film è un susseguirsi di sequenze d'azione frenetiche, esplosioni, inseguimenti e momenti di humor nero, il tutto intervallato da brillanti inserti animati che richiamano lo stile distintivo del fumetto originale, aggiungendo un tocco di surrealismo e coerenza estetica.
Rachel Talalay è una regista con un background solido, avendo ricoperto ruoli di produzione in film importanti prima di passare alla regia. Per "Tank Girl", la sua visione era chiara: trasportare sul grande schermo lo spirito irriverente e l'estetica punk del fumetto. Il suo approccio si manifesta nell'uso audace del colore, nella fotografia vivace e spesso "sporca", e in un montaggio dinamico che cattura l'energia caotica della protagonista. L'integrazione delle sequenze animate, realizzate nello stile di Jamie Hewlett, è una scelta registica innovativa e fondamentale, che non solo funge da ponte narrativo ma amplifica anche l'atmosfera surreale e non convenzionale del film. Talalay ha cercato di bilanciare azione, commedia e un approccio sfacciato che rispecchia perfettamente Tank Girl.
Tuttavia, la produzione di "Tank Girl" fu pesantemente influenzata e ostacolata dalle interferenze di United Artists, lo studio di produzione. Molte scene chiave e sottotrame, ritenute essenziali dalla regista e dallo sceneggiatore (Tedi Sarafian), furono tagliate o modificate. Questo compromesso narrativo è spesso indicato come una delle ragioni principali della mancanza di coerenza percepita nel film e del suo insuccesso al botteghino (incassò solo 6 milioni di dollari contro un budget di 25 milioni). Nonostante queste limitazioni, la visione di Talalay traspare, specialmente nelle scene visivamente più audaci e nell'energia inconfondibile delle performance del cast, riuscendo a lasciare un'impronta distintiva.
"Tank Girl" nasce dalle menti creative di Jamie Hewlett (futuro co-creatore dei Gorillaz) e Alan Martin. La serie a fumetti fece il suo debutto nel 1988 sulla rivista britannica Deadline, diventando rapidamente un fenomeno di culto. Fin dalla sua prima apparizione, Tank Girl si impose come un'icona post-punk: una donna con la testa rasata, che guida un carro armato, indossa abiti succinti e incarna l'anticonformismo più sfrenato.
I fumetti erano celebri per il loro umorismo nero e irriverente, lo stile artistico unico di Hewlett e una narrazione volutamente anarchica e non lineare. Ambientata in un'Australia post-apocalittica popolata da canguri mutanti (che chiaramente ispirarono i Ripper del film), la serie non si preoccupava di avere una trama complessa, ma era piuttosto una sequenza di gag e situazioni folli. Il successo di "Tank Girl" nel Regno Unito la trasformò in un fenomeno culturale, influenzando la moda, la musica e diventando un simbolo di protesta e di forza femminile nella cultura alternativa degli anni '90. Il film del 1995 ha cercato di catturare questo spirito, seppur dovendo adattarsi a una struttura narrativa più convenzionale per il grande schermo.
Il successo e il fascino di "Tank Girl" sono indissolubilmente legati alle performance del suo eclettico cast:
Lori Petty nel ruolo di Rebecca / Tank Girl: Petty è l'anima del film. La sua performance è una scarica di adrenalina pura: esuberante, sarcastica, carismatica e perfettamente calata nel personaggio. La sua energia incontenibile e la sua capacità di rendere credibile un personaggio così sopra le righe l'hanno resa la scelta ideale per il ruolo, tanto da rasarsi metà testa per l'audizione, proprio come il personaggio nel fumetto.
Naomi Watts nel ruolo di Jet Girl: Prima di raggiungere la fama mondiale con film come "Mulholland Drive", Watts interpreta la più sobria e pragmatica Jet Girl. Il suo ruolo, sebbene meno eccentrico di quello di Tank Girl, è fondamentale come spalla e complemento alla protagonista, dimostrando già la sua versatilità.
Malcolm McDowell nel ruolo di Kesslee: L'attore veterano, noto per ruoli complessi e spesso malvagi, porta la sua intensità magnetica e la sua raffinata perfidia al personaggio del villain, rendendo Kesslee un antagonista memorabile e inquietante.
Ice-T nel ruolo di T-Saint: Il rapper e attore conferisce grinta e autorevolezza a uno dei Ripper, contribuendo a dare profondità al gruppo di mutanti ribelli.
Jeff Kober nel ruolo di Booga: Booga è forse il personaggio secondario più iconico e amato del film. La performance fisica di Kober, unita alla voce roca e inconfondibile del leggendario Iggy Pop, crea un personaggio affascinante, insolito e sorprendentemente tenero, che sviluppa una relazione unica con Tank Girl.
All'epoca della sua uscita, "Tank Girl" fu accolto con recensioni contrastanti. Fu spesso etichettato come caotico, frammentato e troppo "di nicchia", con una trama che alcuni trovavano difficile da seguire. Tuttavia, con il passare degli anni, il film ha goduto di una significativa rivalutazione. È stato riscoperto e celebrato come un precursore femminista nel cinema d'azione, con una protagonista femminile forte, indipendente e senza compromessi, in un periodo in cui Hollywood tendeva ancora a relegare le donne a ruoli secondari. Molti hanno notato le sue somiglianze tematiche e stilistiche con film futuri di grande successo, come "Mad Max: Fury Road", evidenziando come "Tank Girl" abbia anticipato certi tropi e tendenze visive.
La sua estetica punk-rock, la straordinaria colonna sonora (che include artisti del calibro di Björk, Hole, L7 e Veruca Salt), e il suo approccio sfrontato all'identità di genere e alla ribellione lo hanno reso un punto di riferimento per un pubblico che cercava qualcosa di audace e diverso dai soliti blockbuster. "Tank Girl" non si prende sul serio, abbraccia pienamente la sua eccentricità e offre un'esperienza cinematografica che è, a tutti gli effetti, unica. Nonostante le sue imperfezioni, rimane un pezzo significativo della cinematografia degli anni '90 e un esempio brillante di come un adattamento da fumetto possa mantenere il suo spirito originale, anche a costo di sfidare le convenzioni.
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Rocky VI, è un corto del 1986 diretto da Aki Kaurismäki
Atterrato a Helsinki, il celebre pugile americano Rocky difende il mondo libero combattendo contro un energumeno siberiano di nome Igor. Sarà riuscito finalmente Rocky a trovare un avversario degno di lui?
The last bet. (Die Letzte Wette) è un corto del 2024, diretto da Meike Wüstenberg
The Last Bet (Die Letzte Wette) è un cortometraggio del 2024 Diretto da Meike Wüstenberg, un nome emergente nel panorama cinematografico indipendente, questo lavoro si inserisce in un filone di cinema breve che non teme di affrontare temi complessi con profondità e originalità.
Gli anziani coniugi Leni e Ernst hanno una tradizione: scommettere l’ultimo pezzetto di cioccolato su chi morirà per primo. Ognuno spera di morire prima dell’altro, ma per motivi molto diversi.
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Sono un disertore (This above All), è un film del 1942 diretto da Anatole Litvak.
Sono un Disertore (This Above All), distribuito in Italia anche con il titolo Questa è la Nostra Vita, è un film del 1942 diretto da Anatole Litvak, una pellicola che si inserisce nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, ma che si distingue per il suo approccio introspettivo e la sua esplorazione delle complesse dinamiche psicologiche e morali dei suoi personaggi. Valutato con un 4/5, il film è un'opera significativa che merita un'analisi approfondita, esplorando la trama, la regia, le interpretazioni degli attori e il suo impatto complessivo.
La storia si svolge in Inghilterra durante i primi, bui anni della Seconda Guerra Mondiale, quando la minaccia di un'invasione tedesca era tangibile e il morale del popolo britannico messo a dura prova. Al centro della vicenda troviamo Clive Briggs (Tyrone Power), un giovane soldato che, dopo essere tornato da Dunkerque, si trova in licenza. Tuttavia, Clive è un uomo tormentato, non per la paura della battaglia in sé, ma per un profondo senso di disillusione e una crescente avversione per quella che percepisce come l'ipocrisia della guerra. Clive non è un codardo; è un idealista che ha combattuto coraggiosamente, ma la sua esperienza in prima linea lo ha portato a mettere in discussione il valore e la giustizia del conflitto.
Questo tumulto interiore lo spinge a disertare, un atto di ribellione non contro la sua nazione, ma contro i principi che sente traditi. Decide di fuggire, cercando di sottrarsi al suo dovere militare, non per vigliaccheria, ma per un'intensa crisi di coscienza. In questo periodo di fuga e incertezza, Clive incontra Prudence Lemp (Joan Fontaine), una giovane donna di estrazione sociale elevata che, per sfuggire alla rigidità della sua famiglia e alla pressione delle aspettative sociali, si è arruolata come infermiera ausiliaria.
Prudence è affascinante e intelligente, e il suo incontro con Clive è immediato e profondo. Tra i due nasce rapidamente una storia d'amore intensa e travagliata. Prudence, inizialmente ignara della vera situazione di Clive, si innamora perdutamente di lui, attratta dalla sua intelligenza, dalla sua sensibilità e dalla sua apparente malinconia. Man mano che la loro relazione si sviluppa, Clive si trova di fronte a un dilemma ancora più grande: rivelare la sua vera identità a Prudence e rischiare di perderla, o continuare a vivere nella menzogna, sapendo che la loro felicità è costruita su un fondamento di segreti.
Quando Prudence scopre la verità sulla diserzione di Clive, la sua reazione è complessa. Inizialmente sconvolta e confusa, è costretta a confrontarsi con i suoi stessi valori e la sua lealtà. Nonostante la gravità della situazione, il suo amore per Clive la spinge a tentare di capire le sue motivazioni, a vedere oltre l'atto di diserzione e a riconoscere la profondità della sua crisi morale. La loro relazione diventa il fulcro emotivo del film, un microcosmo in cui si riflettono le tensioni e le incertezze di un'intera nazione in guerra. Il film non si limita a ritrarre una storia d'amore, ma esplora il potere del legame umano di fronte all'avversità e la capacità di perdonare e di comprendere le scelte difficili degli altri.
La trama culmina in una serie di eventi drammatici che costringono Clive a confrontarsi con le conseguenze delle sue azioni e a prendere una decisione definitiva sul suo futuro. Il film evita facili risoluzioni, ma si conclude con un messaggio che, pur non essendo esplicitamente trionfale, suggerisce una speranza per il futuro e la possibilità di trovare un proprio posto nel mondo, anche in tempi di grande caos.
La regia di Anatole Litvak in Sono un Disertore è un elemento chiave del suo successo e della sua capacità di coinvolgere lo spettatore. Litvak, un regista di origine russa con una solida carriera a Hollywood, dimostra una notevole abilità nel creare un'atmosfera tesa e malinconica, riflettendo il clima di incertezza e pericolo che permeava l'Inghilterra dell'epoca.
Il regista utilizza sapientemente gli elementi visivi per evocare lo stato d'animo dei personaggi e l'oppressione della guerra. Le scene notturne e l'illuminazione contrastata contribuiscono a creare un senso di isolamento e angoscia, mentre le riprese degli interni, spesso claustrofobici, riflettono il senso di intrappolamento di Clive. Litvak è attento ai dettagli, immergendo lo spettatore nella realtà quotidiana di un paese in guerra, con le sue restrizioni, i suoi pericoli e la sua costante minaccia.
Uno degli aspetti più notevoli della regia di Litvak è la sua capacità di scavare nella psicologia dei personaggi. Il film non è un semplice dramma di guerra, ma un'esplorazione delle motivazioni e delle contraddizioni umane. Litvak si concentra sui primi piani, permettendo agli attori di esprimere le loro emozioni più profonde attraverso le espressioni del viso e il linguaggio del corpo. La telecamera segue da vicino Clive e Prudence, catturando i loro momenti di intimità, di dubbio e di disperazione. Questa attenzione ai dettagli emotivi rende i personaggi autentici e relazionabili, nonostante le circostanze straordinarie in cui si trovano.
Litvak gestisce con maestria il ritmo narrativo, alternando momenti di tensione e drammaticità con pause più intime e riflessive. Questo equilibrio permette al pubblico di respirare e di assimilare le complesse tematiche del film. La narrazione procede con un incedere misurato, evitando sensazionalismi e concentrandosi sulla progressione emotiva dei personaggi.
Inoltre, Litvak è bravo a bilanciare la dimensione privata della storia d'amore tra Clive e Prudence con il contesto più ampio della guerra. Non si limita a mostrare gli eventi bellici, ma ne esplora le ripercussioni sulla vita delle persone comuni, sottolineando come la guerra non sia solo un conflitto di armi, ma anche una battaglia interiore per la sopravvivenza, la moralità e l'identità. La sua regia contribuisce a elevare Sono un Disertore oltre il semplice melodramma, trasformandolo in un'opera di riflessione sociale e psicologica.
Il successo di Sono un Disertore è indissolubilmente legato alle straordinarie interpretazioni del suo cast, in particolare ai due protagonisti, Tyrone Power e Joan Fontaine.
Tyrone Power, nel ruolo di Clive Briggs, offre una delle sue performance più intense e sfumate. Conosciuto per il suo carisma e la sua bellezza, Power dimostra in questo film una notevole profondità attoriale. Il suo Clive è un uomo tormentato, la cui disillusione è palpabile in ogni sguardo e gesto. Power riesce a trasmettere la sua lotta interiore, la sua rabbia, la sua vulnerabilità e la sua ostinata ricerca di integrità. Non è un eroe convenzionale, ma un uomo profondamente umano, con le sue fragilità e le sue contraddizioni. La sua interpretazione è convincente e commovente, rendendo Clive un personaggio complesso e memorabile, un disertore che tuttavia riesce a conquistare la simpatia del pubblico grazie alla sua autenticità.
Joan Fontaine, nel ruolo di Prudence Lemp, è altrettanto eccezionale. Reduce dal successo di Rebecca e vincitrice dell'Oscar per Il Sospetto proprio in quello stesso anno, Fontaine porta sul grande schermo una Prudence sofisticata e allo stesso tempo vulnerabile. La sua interpretazione è un perfetto equilibrio di forza e sensibilità. Prudence è una donna che si ribella alle convenzioni sociali della sua classe, cercando un senso e uno scopo nella vita. La sua evoluzione nel corso del film è notevole: da donna apparentemente ingenua a figura di grande forza emotiva, capace di affrontare le difficili verità e di sostenere l'uomo che ama. La chimica tra Power e Fontaine è palpabile, rendendo la loro storia d'amore credibile e coinvolgente, un elemento fondamentale per il successo emotivo del film.
Il cast di supporto, sebbene con ruoli meno estesi, contribuisce in modo significativo all'atmosfera del film. Tra questi, si distinguono attori come Thomas Mitchell nel ruolo del sergente, la cui presenza contribuisce a radicare la storia nella realtà militare, e altri personaggi minori che offrono scorci sulla vita quotidiana dell'Inghilterra in guerra. Le interazioni tra i personaggi sono ben scritte e ben recitate, aggiungendo strati di profondità e complessità alla narrazione.
Sono un Disertore è un film che va oltre la semplice narrazione di una storia di guerra e d'amore, esplorando una serie di temi complessi e universali. Il tema centrale è indubbiamente quello della coscienza individuale contro il dovere collettivo. Clive non diserta per codardia, ma per una profonda convinzione morale, mettendo in discussione la giustizia della guerra e il significato stesso del sacrificio. Il film solleva interrogativi scomodi sulla natura del patriottismo, sulla lealtà e sulla definizione di "eroe" e "traditore" in tempi di conflitto.
Un altro tema importante è quello della disillusione. Clive incarna la frustrazione di molti giovani che, partiti con ideali, si sono trovati di fronte alla brutalità e all'assurdità della guerra. Il film, pur essendo prodotto durante il conflitto, non si limita a una visione propagandistica, ma osa esplorare le ombre e le complessità psicologiche che la guerra porta con sé.
La storia d'amore tra Clive e Prudence funge da ancoraggio emotivo e da metafora della resilienza umana. Il loro legame è una fonte di speranza in un mondo dilaniato dalla violenza, dimostrando come l'amore possa fiorire anche nelle circostanze più avverse e come la comprensione reciproca possa superare le differenze e i pregiudizi.
Il film ottenne un discreto successo di critica e pubblico al momento della sua uscita, ricevendo anche una nomination all'Oscar per la Migliore Fotografia in Bianco e Nero. Questa nomination è un riconoscimento meritato per la capacità del film di utilizzare la luce e l'ombra per creare un'atmosfera suggestiva e per esaltare la profondità emotiva della storia. La fotografia di Arthur Miller è un elemento essenziale che contribuisce alla forza visiva e al tono malinconico del film.
Nonostante non sia tra i film di guerra più celebrati in assoluto, Sono un Disertore rimane un'opera significativa per la sua audacia nel trattare temi complessi e per le sue interpretazioni memorabili. È un film che invita alla riflessione, che spinge il pubblico a interrogarsi sulle proprie convinzioni e a considerare le molteplici sfaccettature della moralità in tempi di crisi. La sua rilevanza persiste ancora oggi, offrendo uno sguardo lucido e toccante sulle conseguenze psicologiche della guerra e sulla ricerca di integrità personale in un mondo in tumulto. È un dramma che, con la sua sensibilità e la sua profondità, merita di essere riscoperto e apprezzato.
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Monicelli/I soliti ignoti è un film del 1958 diretto da Mario Monicelli. YOUTUBE RAIPLAY
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L'oro di Roma, è un film del 1961 diretto da Carlo Lizzani.
L'Oro di Roma, film del 1961 diretto da Carlo Lizzani, è un'opera drammatica e storicamente significativa che ricostruisce un episodio agghiacciante e spesso dimenticato della Seconda Guerra Mondiale: il ricatto e il prelievo dell'oro dalla comunità ebraica di Roma da parte delle forze di occupazione naziste. Sebbene non sia tra i film più celebri sulla Shoah, è un contributo fondamentale per comprendere la barbarie dell'occupazione tedesca in Italia e la sofferenza della popolazione ebraica, anticipando di anni le più ampie narrazioni cinematografiche sull'Olocausto.
Il film si apre a Roma nel settembre del 1943, poche settimane dopo l'armistizio di Cassibile e l'inizio dell'occupazione tedesca della città. L'atmosfera è tesa e carica di paura. La popolazione romana vive sotto la minaccia costante delle retate e della repressione nazista, ma la comunità ebraica è particolarmente vulnerabile.
Il 26 settembre 1943, il film mette in scena un evento realmente accaduto: il comandante delle SS a Roma, il Colonnello Herbert Kappler (interpretato con glaciale efficacia da Gerard Herter), convoca il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ugo Foà (interpretato da Carlo D'Angelo). Kappler comunica a Foà un ultimatum sconvolgente: se la comunità ebraica non consegnerà 50 chilogrammi d'oro puro entro 36 ore, 200 capi famiglia ebraici verranno deportati in Germania.
La notizia si diffonde rapidamente nel ghetto ebraico, gettando l'intera comunità in uno stato di panico e disperazione. Cinquanta chili d'oro sono una quantità immensa per un'intera comunità, molti dei cui membri vivono in condizioni di povertà. Nonostante l'impossibilità apparente dell'impresa, la paura di ciò che i nazisti sono capaci di fare spinge tutti a mobilitarsi. Il rabbino capo e i membri più influenti della comunità si riuniscono per decidere il da farsi. Non c'è alternativa: la raccolta dell'oro deve avvenire.
Il film segue i frenetici tentativi della comunità di raccogliere la somma richiesta. Scene toccanti mostrano la solidarietà e il sacrificio della gente comune: donne che donano le loro fedi nuziali, famiglie che svuotano i loro pochi averi, anziani che consegnano monete d'oro nascoste per generazioni. La tensione è palpabile: il tempo stringe, e ogni grammo d'oro è vitale. Anche molti romani non ebrei, mossi da umanità e solidarietà, contribuiscono alla raccolta, dimostrando come, in quel momento storico, la distinzione tra "ebreo" e "non ebreo" fosse superata dalla comune sofferenza sotto il giogo nazista.
Mentre l'oro viene raccolto, il film esplora anche le discussioni interne alla comunità. Alcuni si chiedono se i tedeschi manterranno la parola data. C'è chi nutre la speranza che, una volta pagato il riscatto, la minaccia di deportazione svanirà. Altri sono più scettici, consapevoli della crudeltà e del doppio gioco dei nazisti. Questo dibattito interno riflette la tragica incertezza di quei giorni, in cui ogni decisione era un salto nel buio.
Nonostante le difficoltà e le crescenti angosce, la comunità riesce a raccogliere l'oro, consegnandolo a Kappler entro il limite stabilito. Sembra che l'incubo sia finito, che il sacrificio abbia dato i suoi frutti e che le 200 vite siano salve. Ma la speranza è destinata a infrangersi in modo brutale.
"L'Oro di Roma" è una cronaca del preludio alla tragedia ben più grande del rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Pochi giorni dopo la consegna dell'oro, nonostante il riscatto pagato, le SS attuano la loro vera intenzione: circondano il Ghetto e deportano oltre mille ebrei romani nei campi di sterminio, in particolare ad Auschwitz-Birkenau, da cui pochissimi faranno ritorno. La consegna dell'oro si rivela quindi un crudele inganno, un mezzo per spogliare la comunità dei suoi beni prima di procedere con lo sterminio.
Il film si conclude con la consapevolezza della tragica beffa, un monito potente sulla perfidia nazista e sull'illusione di poter "negoziare" con la logica della Soluzione Finale.
Carlo Lizzani, regista impegnato e legato al neorealismo, affronta la materia con un approccio sobrio e rispettoso, ma non per questo meno efficace.
Approccio Neorealista: Lizzani, proveniente dalla scuola neorealista, adotta uno stile asciutto e documentaristico. Le riprese sono spesso effettuate in luoghi reali (il Ghetto di Roma, le vie del centro), conferendo al film un'autenticità e una credibilità palpabili. Non ci sono spettacolarizzazioni della violenza, ma piuttosto una focalizzazione sulla tensione psicologica e sulla reazione umana alla minaccia.
Atm sfera di Tensione: Il regista è bravo a costruire e mantenere una costante atmosfera di angoscia e paura. La minaccia incombente di Kappler e la corsa contro il tempo per raccogliere l'oro sono gestite con un crescendo di tensione che tiene lo spettatore con il fiato sospeso.
Sguardo Umano: Lizzani pone l'accento sulla dimensione umana della tragedia. Non si limita a narrare i fatti, ma mostra il dolore, la paura, la solidarietà e la disperazione dei singoli individui e delle famiglie coinvolte. Le scene di vita quotidiana interrotte dalla notizia dell'ultimatum e la disperazione nei volti dei protagonisti sono rese con grande sensibilità.
La Figura di Kappler: Il regista presenta Kappler come una figura fredda, calcolatrice e burocratica del male, priva di qualsiasi emozione. Questo ritratto è in linea con la logica disumana dello sterminio nazista, che trasformava la violenza in un compito amministrativo.
Messaggio Anti-Violenza: Il film è un chiaro messaggio contro la violenza e l'odio razziale. Senza retorica, Lizzani mostra le conseguenze devastanti della persecuzione e la fragilità della vita umana di fronte al potere assoluto e spietato.
"L'Oro di Roma" è un film che merita di essere ricordato e riscoperto per la sua importanza storica e cinematografica.
La Memoria della Shoah a Roma: Il film è uno dei primi a trattare esplicitamente un episodio della Shoah in Italia, contribuendo a mantenere viva la memoria di un evento doloroso e cruciale per la città di Roma. Il rastrellamento del Ghetto e la successiva deportazione furono un trauma profondo per la capitale.
Contributo al Cinema Storico: Lizzani, con questo film, continua il suo percorso nel cinema civile e storico, affrontando temi scomodi e dolorosi della storia italiana. Il film non è solo un dramma personale, ma anche un'importante testimonianza storica che mette in luce la brutalità dell'occupazione nazista in Italia.
La Questione del Riscatto: La storia dell'oro di Roma è un esempio emblematico della strategia nazista di sfruttare la disperazione delle comunità ebraiche. Promettevano salvezza in cambio di denaro o beni preziosi, salvo poi tradire sistematicamente gli accordi, rendendo palese la loro intenzione di sterminio fin dall'inizio. Questo episodio è un simbolo della cinica perfidia del regime.
Rappresentazione della Resistenza Morale: Nonostante la tragedia, il film mostra anche la forza della solidarietà umana e della resistenza morale. La scelta della comunità di donare l'oro, pur nell'incertezza, è un atto di coraggio e speranza, sebbene alla fine si riveli vano contro la macchina dello sterminio.
"L'Oro di Roma" è un film sobrio e commovente, una testimonianza storica essenziale che ricostruisce con dignità e realismo un capitolo oscuro della storia di Roma e dell'Italia. Lizzani riesce a trasformare un evento specifico in un potente monito universale contro l'odio, il razzismo e la barbarie. È un film che merita di essere visto per la sua integrità storica e per la sua capacità di emozionare e far riflettere sulla fragilità della condizione umana di fronte all'orrore.
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Orizzonti di gloria (Paths of Glory) è un film del 1957 diretto da Stanley Kubrick.
Orizzonti di Gloria (titolo originale Paths of Glory), film del 1957 diretto dal geniale Stanley Kubrick, è molto più di un semplice film di guerra; è una straziante e impietosa accusa alla disumanità, alla burocrazia ottusa e alla vanità che spesso si annidano nelle alte sfere del potere militare. Considerato universalmente un capolavoro, è un'opera che, a quasi settant'anni dalla sua uscita, conserva intatta la sua forza dirompente e la sua rilevanza, rimanendo un monito eterno contro l'assurdità della violenza e l'ingiustizia.
Ambientato nel 1916, durante le sanguinose trincee della Prima Guerra Mondiale sul fronte occidentale francese, il film narra la vicenda del Colonnello Dax (interpretato da un magistrale Kirk Douglas), comandante del 701° Reggimento di Fanteria. La storia si apre con una scena che stabilisce immediatamente il tono: il Generale Broulard (Adolphe Menjou), un cinico e aristocratico ufficiale di stato maggiore, incontra il Generale Mireau (George Macready), un uomo ambizioso e spietato, ossessionato dalla propria immagine e dalla possibilità di ottenere una promozione.
Broulard ordina a Mireau di lanciare un attacco contro una posizione tedesca quasi inespugnabile, soprannominata "Il Formicaio". Mireau, nonostante sia consapevole della follia dell'impresa e della quasi certezza di un massacro, accetta l'ordine, convinto che il successo (impossibile) o anche solo il tentativo audace gli garantiranno avanzamenti di carriera. Quando Dax viene informato dell'ordine, tenta invano di far desistere Mireau, argomentando sull'impossibilità di prendere "Il Formicaio" con le forze a disposizione e sulle inevitabili perdite spropositate. La sua protesta è vana; l'attacco viene ordinato.
La sequenza della battaglia è una delle più realistiche e terrificanti mai girate. Kubrick non glorifica la guerra: la mostra nella sua brutale e caotica realtà. Le carrellate nelle trincee, il fischio dei proiettili, le esplosioni e i corpi dilaniati trasmettono un senso di orrore palpabile. I soldati francesi, sotto un fuoco di sbarramento tedesco implacabile, sono falcidiati prima ancora di poter uscire dalle trincee. Molti si rifiutano di avanzare, bloccati dalla paura e dalla consapevolezza di un sacrificio inutile.
Di fronte a questo fallimento annunciato, Mireau, accecato dalla rabbia e dalla necessità di nascondere la propria incompetenza e la sua folle ambizione, ordina all'artiglieria francese di aprire il fuoco sulle proprie trincee per spingere gli uomini ad avanzare. L'ordine, disumano e senza precedenti, viene rifiutato dal capitano dell'artiglieria, un uomo di coscienza.
Il fallimento dell'attacco porta a una decisione ancor più atroce: Mireau, con l'appoggio di Broulard, decide di condannare a morte tre soldati scelti a caso dal reggimento per "codardia di fronte al nemico", come esempio per gli altri. Questa mossa servirebbe a distogliere l'attenzione dal suo fallimento e a ristabilire la "disciplina" con un atto di brutale deterrenza.
I tre sfortunati scelti sono:
Il soldato Ferol (Timothy Carey), un uomo semplice e suggestionabile, quasi infantile, che finisce per crollare psicologicamente sotto la pressione.
Il caporale Paris (Ralph Meeker), un uomo coraggioso che aveva compiuto atti eroici in passato, ma che durante l'attacco era stato costretto a indietreggiare sotto il fuoco nemico.
Il soldato Arnaud (Joe Turkel), un uomo dal carattere forte ma propenso agli eccessi, che viene scelto dopo una rissa in caserma.
Il Colonnello Dax, che prima della guerra era un avvocato penalista, si offre volontario per difendere i tre uomini in una corte marziale farsa. Con grande abilità e passione, Dax smonta le accuse infondate, evidenziando le irregolarità del processo, la mancanza di prove concrete e la palese ingiustizia di condannare uomini che avevano mostrato coraggio in innumerevoli occasioni. La sua arringa è un potente monologo sulla dignità umana e sulla follia di sacrificare vite innocenti per la vanità e l'ambizione di pochi. Tuttavia, la sua eloquenza si scontra contro un muro di pregiudizi e di convenienza militare. Il verdetto è già scritto: i tre soldati vengono condannati a morte per fucilazione.
Le scene finali del film sono di un'intensità devastante. Vengono mostrati i momenti che precedono l'esecuzione: la disperazione di Ferol, la rassegnazione dignitosa di Paris, e la tragica fine di Arnaud, che, ferito a morte da una bottiglia rotta in uno scontro con una guardia, deve essere trasportato su una barella fino al palo d'esecuzione. L'esecuzione all'alba, fredda, silenziosa e spietata, è un momento di puro orrore, che condensa l'intera critica del film alla disumanizzazione della guerra.
Nel finale, Dax tenta ancora una volta di denunciare Mireau per il suo ordine di sparare sulle proprie trincee, ma Broulard, con un cinismo agghiacciante, gli offre la promozione di Mireau. Dax, disgustato, rifiuta e si scontra con l'indifferenza del sistema. Il film si conclude con una scena agrodolce: i soldati sopravvissuti, demoralizzati e turbati dall'esecuzione, vengono fatti entrare in una taverna. Qui ascoltano una giovane cantante tedesca (interpretata da Susanne Christian, che in seguito sarebbe diventata la moglie di Kubrick) intonare una malinconica canzone popolare. Inizialmente rudi e indifferenti, i soldati sono gradualmente commossi dalla sua voce e dalla sua vulnerabilità, mostrando un barlume di quella comune umanità che la guerra aveva cercato di soffocare. Dax si allontana, con un'espressione di profonda tristezza, consapevole dell'ineluttabilità della follia umana e della fragilità della giustizia.
A soli 29 anni, Stanley Kubrick dimostra in "Orizzonti di Gloria" una padronanza della regia che pochi altri registi possedevano alla sua età. La sua visione è lucida, spietata e incredibilmente matura.
Innovazione Visiva: Kubrick utilizza la macchina da presa in modo rivoluzionario per l'epoca. Le lunghe carrellate nelle trincee, che seguono Dax mentre ispeziona le sue linee, immergono lo spettatore nella sporcizia, nel pericolo e nella claustrofobia delle linee del fronte. Queste riprese, realizzate spesso con una camera a mano per dare maggiore dinamismo, conferiscono un senso di immediatezza e realismo brutale.
Composizione e Simbolismo: Ogni inquadratura è studiata. I corridoi formali e decorati dei quartieri generali dei generali contrastano nettamente con i labirintici e fangosi tunnel delle trincee, sottolineando il divario tra il lusso e la disumanità dei piani alti e la cruda realtà del fronte. Le riprese della carica verso "Il Formicaio" sono caotiche e brutali, prive di qualsiasi eroicità, concentrate sulla disperazione e la morte.
Uso del Bianco e Nero: La fotografia in bianco e nero di George Krause è essenziale per l'atmosfera del film. Enfatizza la drammaticità, la disperazione e l'aridità morale della guerra, conferendo un'eleganza austera e un senso di atemporalità alla narrazione. Il contrasto tra luci e ombre è utilizzato per sottolineare le espressioni dei volti e la gravità della situazione.
Ritmo e Montaggio: Il ritmo è serrato e incalzante, specialmente durante le sequenze di battaglia e del processo. Kubrick non concede tregua allo spettatore, mantenendo una tensione costante che culmina nella straziante sequenza dell'esecuzione. Il montaggio è preciso, tagliente, eliminando ogni superfluo per concentrarsi sul nucleo emotivo e narrativo.
La Violenza come Commento Sociale: La violenza non è mai gratuita o spettacolarizzata. È mostrata in tutta la sua crudezza e assurdità, servendo come commento alla follia della guerra e alle conseguenze delle decisioni prese da uomini senza scrupoli. Non ci sono eroi in senso tradizionale, solo vittime e carnefici.
Il cast di "Orizzonti di Gloria" è semplicemente eccezionale, con performance che rimangono impresse nella memoria dello spettatore.
Kirk Douglas (Colonnello Dax): È il pilastro morale del film. Douglas offre una delle sue interpretazioni più potenti e commoventi. Il suo Dax è un uomo di integrità incrollabile, che si batte contro un sistema corrotto nonostante le conseguenze. Il suo carisma e la sua intensità drammatica sono palpabili in ogni scena, in particolare nella sua appassionata arringa di difesa. La sua espressione di dolore e frustrazione nel finale è indimenticabile.
George Macready (Generale Mireau): La sua interpretazione di Mireau è agghiacciante. Macready ritrae un uomo la cui ambizione e vanità superano ogni limite di decenza e umanità. Il suo sorriso sottile e il suo sguardo freddo trasmettono una crudeltà e una disumanità che lo rendono un antagonista perfetto, simbolo dell'ipocrisia del potere.
Adolphe Menjou (Generale Broulard): Menjou incarna il cinismo della vecchia guardia militare. Il suo Broulard è un manipolatore distaccato, che vede la vita umana come una merce di scambio nel gioco della politica e della promozione. La sua calma e la sua apparente ragionevolezza nascondono una totale assenza di empatia.
I Tre Soldati Condannati: Le performance di Timothy Carey (Ferol), Ralph Meeker (Paris) e Joe Turkel (Arnaud) sono strazianti e fondamentali per l'impatto emotivo del film. Ognuno di loro porta sullo schermo la disperazione, la paura e la dignità di uomini innocenti condannati ingiustamente. La loro vulnerabilità rende la tragedia ancora più toccante. Carey, in particolare, è memorabile per la sua interpretazione instabile e patetica, che rende la sua condanna ancora più ingiusta.
"Orizzonti di Gloria" fu un film estremamente controverso al momento della sua uscita e lo rimase per decenni, soprattutto in Europa.
La Censura: Il film fu proibito in Francia per quasi vent'anni (fino al 1975) per le sue critiche all'esercito francese e per la rappresentazione degli ufficiali come codardi e corrotti. Anche in Germania Ovest e in Spagna (sotto il regime di Franco) fu bandito per timore di minare il morale delle truppe o di offendere le forze armate. Questa reazione è la prova più evidente della forza e della verità del messaggio del film.
L'Anti-Militarismo: Il film è uno dei più potenti e diretti manifesti anti-bellici nella storia del cinema. Non si limita a mostrare gli orrori fisici della guerra, ma scava più a fondo nelle sue radici morali e psicologiche, evidenziando come la stessa struttura militare possa generare abusi e ingiustizie.
Temi Universali: Al di là del contesto bellico, "Orizzonti di Gloria" affronta temi universali come la giustizia contro l'ingiustizia, la moralità contro l'immoralità, il coraggio di fronte all'oppressione e la dignità umana di fronte alla disumanizzazione. È un film che parla del potere e della sua corruzione, della burocrazia cieca e della necessità di resistere.
L'Influenza su Kubrick: Questo film è una pietra miliare nella filmografia di Kubrick. Molti dei suoi tratti distintivi stilistici e tematici sono già evidenti qui: la sua ossessione per la perfezione visiva, l'uso di movimenti di macchina complessi, la critica alle istituzioni e l'esplorazione della natura umana in situazioni estreme. Si possono tracciare collegamenti con opere successive come "Il dottor Stranamore" (nella sua satira del potere militare) e "Full Metal Jacket" (nella sua rappresentazione della disumanizzazione dell'addestramento militare).
Riconoscimento Critico: Nonostante la censura iniziale, il film è stato acclamato dalla critica e continua a figurare nelle liste dei migliori film mai realizzati. È un capolavoro che non solo ha resistito alla prova del tempo, ma ha anche guadagnato ulteriore profondità e rilevanza man mano che il mondo continua a confrontarsi con i conflitti e gli abusi di potere.
In definitiva, "Orizzonti di Gloria" è un film essenziale, un'opera d'arte che va vista, studiata e ricordata. È un pugno nello stomaco, una storia di dolore e ingiustizia che, pur essendo ambientata in un lontano passato, risuona con sorprendente forza nel presente, ricordandoci la fragilità della giustizia e l'importanza di non dimenticare mai le lezioni della storia. È un 5/5 senza esitazioni.
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Godland - Nella terra di Dio (Volaða land), un film del 2022 scritto e diretto da Hlynur Pálmason.
Godland - Nella Terra di Dio (titolo originale islandese Volaða land, che significa "Terra Maledetta" o "Terra Disgraziata"), film del 2022 scritto e diretto dal talentuoso regista islandese Hlynur Pálmason, è un'opera cinematografica di straordinaria bellezza visiva e profonda risonanza tematica. È un viaggio contemplativo e brutale al tempo stesso, che esplora il conflitto tra l'uomo e la natura, la fede e il dubbio, la civiltà e la barbarie, il tutto ambientato negli aspri e maestosi paesaggi dell'Islanda del XIX secolo. Con la sua regia audace e le interpretazioni intense, "Godland" si afferma come uno dei film più significativi degli ultimi anni.
La storia di Godland segue il giovane pastore danese Lucas (interpretato da Elliott Crosset Hove), inviato dalla Chiesa danese nella remota Islanda alla fine del XIX secolo. La sua missione è ambiziosa: costruire una chiesa in un villaggio isolato e fotografare la popolazione locale per documentare il loro modo di vivere, portando così la "civiltà" e il "progresso" in una terra considerata selvaggia e incivile. Lucas è un uomo di fede, ma anche di scarsa esperienza pratica e di una certa arroganza intellettuale, convinto della superiorità della sua cultura e della sua missione.
Il viaggio verso il villaggio non è facile. Lucas decide di intraprendere un arduo percorso terrestre attraverso paesaggi vulcanici e inospitali, piuttosto che un più comodo viaggio via mare, per poter fotografare le terre e le persone che incontrerà lungo il cammino. Lo accompagna una piccola spedizione guidata da Ragnar (Ingvar Sigurðsson), un rude e stoico islandese, esperto conoscitore del territorio, che parla a malapena il danese. Fin dall'inizio, tra Lucas e Ragnar si instaura una tensione palpabile, un conflitto latente tra due mondi e due mentalità diametralmente opposte: la spiritualità dogmatica e la sensibilità artistica di Lucas contro la pragmaticità, la resilienza e la profonda connessione con la terra di Ragnar.
Durante il lungo e faticoso viaggio, le difficoltà si accumulano. Il terreno impervio, il clima imprevedibile e gli incidenti mettono a dura prova la spedizione. La macchina fotografica di Lucas, pesante e ingombrante, diventa un simbolo del suo fardello e della sua pretesa di dominare la natura. Man mano che le provviste diminuiscono e le difficoltà aumentano, la fede di Lucas viene messa a dura prova. La sua salute peggiora, la sua pazienza si esaurisce e la sua arroganza si scontra con la dura realtà della sopravvivenza. La tensione con Ragnar cresce, degenerando in ostilità e malintesi che culminano in eventi tragici.
Quando, finalmente, Lucas e i pochi superstiti della spedizione raggiungono il villaggio, la loro meta agognata, il pastore è ormai un uomo cambiato, fisicamente e spiritualmente segnato. Non è più l'uomo idealista partito dalla Danimarca. Viene ospitato dalla famiglia di un contadino, Carl (Hilmar Guðjónsson), che ha una figlia, Anna (Vic Carmen Sonne), una giovane donna vivace e affascinante che lo attira con la sua energia e il suo legame con la terra.
Lucas inizia a costruire la chiesa e a svolgere i suoi compiti pastorali, ma è chiaro che le cicatrici del viaggio e le esperienze vissute hanno alterato profondamente la sua percezione della fede e dell'umanità. Il suo rapporto con Anna si sviluppa in un'ambigua attrazione, che si mescola al suo senso di colpa e alla sua crescente alienazione. Ragnar, che ora vive nel villaggio, rimane una presenza inquietante e un promemoria costante dei fallimenti e delle ipocrisie di Lucas.
Il film prosegue esplorando la vita nel villaggio, i rapporti tra i personaggi e la progressiva disintegrazione psicologica di Lucas. Il suo ideale di "civilizzazione" si scontra con la dura realtà di una comunità che vive in armonia (o in conflitto) con la natura in modi che lui non comprende. La tensione tra Lucas e Ragnar raggiunge il culmine in un confronto finale, che porta a un atto di violenza scaturito dalla rabbia, dalla vendetta e dal senso di ingiustizia.
Il finale del film è potente e ambiguo, lasciando lo spettatore con interrogativi sulla natura della fede, della violenza e del destino. Le immagini della natura, silenziose e imponenti, chiudono il cerchio, ricordandoci la sua indifferenza di fronte alle vicende umane e la sua eterna presenza.
Hlynur Pálmason si conferma con "Godland" uno dei registi più interessanti del panorama contemporaneo, con uno stile visivo distintivo e una profonda sensibilità narrativa.
Fotografia e Formato: Il film è girato in formato 4:3, un'elegante scelta stilistica che evoca le vecchie fotografie e i diari di viaggio dell'epoca, racchiudendo il vasto paesaggio in una cornice quasi pittorica. La fotografia, curata dallo stesso Pálmason e dal suo collaboratore storico, Maria von Hausswolff, è mozzafiato. I paesaggi islandesi – le valli verdi, i fiumi impetuosi, le nere sabbie vulcaniche e i vulcani maestosi – non sono solo sfondi, ma personaggi a tutti gli effetti, che modellano i destini umani. Ogni inquadratura è una composizione meticolosa, degna di un quadro.
Ritmo Contemplativo: Il ritmo del film è lento e meditativo, permettendo allo spettatore di immergersi completamente nell'ambiente e nelle sfumature emotive dei personaggi. Ci sono lunghe sequenze in cui la natura domina, con il vento, la pioggia, la neve e la nebbia che diventano elementi narrativi potenti, riflettendo lo stato d'animo dei personaggi e l'ineluttabilità del destino.
Realismo Crudo: Pálmason non si sottrae alla rappresentazione della brutalità e della sporcizia. La lotta per la sopravvivenza, la fatica fisica, la violenza e la morte sono mostrate con un realismo crudo che non lascia spazio a romanticismi. La caduta del cavallo nel fiume, la stanchezza dei volti, il fango e il sangue contribuiscono a un'esperienza viscerale.
Simbolismo: Il film è ricco di simbolismi. La macchina fotografica di Lucas è un simbolo della sua presunzione di catturare e controllare ciò che è selvaggio e indomito. La chiesa che cerca di costruire rappresenta la sua fede in un ordine e in una civiltà che la natura circostante sembra voler respingere. L'acqua, gli animali (specialmente i cavalli) e le rocce sono elementi ricorrenti che rimarcano la potenza della natura.
Suono e Silenzio: Il design sonoro è eccezionale. Il rumore del vento, lo scroscio dell'acqua, il muggito delle mucche e i suoni della natura selvaggia sono protagonisti quanto le immagini, creando un'esperienza immersiva. Il silenzio è usato con maestria per amplificare la tensione e la solitudine.
Le interpretazioni in Godland sono fondamentali per il suo impatto emotivo e la sua credibilità.
Elliott Crosset Hove (Pastore Lucas): Crosset Hove offre una performance straordinaria. La sua trasformazione da pastore idealista e un po' arrogante a uomo tormentato e disilluso è resa con sfumature e intensità notevoli. La sua fisicità debole e la sua crescente fragilità psicologica sono palpabili, rendendolo un personaggio complesso e profondamente umano nei suoi difetti.
Ingvar Sigurðsson (Ragnar): Sigurðsson, un veterano del cinema islandese, è imponente nel ruolo di Ragnar. Con pochi dialoghi, riesce a trasmettere un'enorme quantità di informazioni sul suo personaggio: la sua forza, la sua saggezza pratica, il suo scetticismo verso lo straniero e la sua profonda connessione con la terra. La sua presenza è carismatica e minacciosa al tempo stesso, rendendo la sua dinamica con Lucas il cuore pulsante del film.
Vic Carmen Sonne (Anna): Vic Carmen Sonne porta freschezza e vitalità nel ruolo di Anna. La sua interpretazione è sottile, capace di esprimere la complessità di una giovane donna che è sia una figura di possibile salvezza per Lucas, sia un richiamo alla sua umanità primordiale.
Godland è un film che continua a risuonare ben oltre la sua visione, grazie alla sua ricchezza tematica.
La Fede e il Dubbio: Il film è una meditazione sulla fede. Lucas, rappresentante della Chiesa, è costretto a confrontarsi con la propria fede di fronte alla brutalità della natura e alla fragilità umana. La "terra di Dio" si rivela un luogo dove Dio è meno evidente nelle dottrine e più presente nella forza primordiale della natura. Il titolo originale "Volaða land" (Terra Maledetta) suggerisce un'interpretazione più amara e disillusa del rapporto tra spiritualità e realtà.
Uomo vs. Natura: Questo è il tema centrale. L'Islanda non è solo uno sfondo, ma una forza attiva che modella e sfida i personaggi. La natura non è né buona né cattiva; è semplicemente indifferente, ma la sua indifferenza può essere devastante per l'uomo che cerca di dominarla o di importarle le proprie regole.
Colonialismo e Cultura: Il film tocca sottilmente il tema del colonialismo danese sull'Islanda. Lucas rappresenta la potenza coloniale che cerca di imporre la propria cultura, lingua e religione su un popolo che ha già le proprie tradizioni e la propria profonda connessione con la terra. Il suo fallimento è anche il fallimento di un'imposizione culturale.
L'Alienazione: Lucas è un alieno in questa terra, e la sua alienazione cresce man mano che perde il contatto con la sua missione e con se stesso. La sua incapacità di adattarsi e comprendere il mondo che lo circonda lo porta alla rovina.
Accoglienza Critica: "Godland" ha ricevuto ampi consensi dalla critica internazionale, venendo acclamato per la sua bellezza visiva, la profondità tematica e le performance degli attori. È stato presentato in importanti festival cinematografici, tra cui Cannes (nella sezione Un Certain Regard), consolidando la reputazione di Pálmason come uno dei registi più interessanti del cinema europeo.
In sintesi, "Godland - Nella Terra di Dio" è un'esperienza cinematografica trascendente e indimenticabile. È un film che si insinua sotto la pelle, lasciando un'impressione duratura grazie alla sua estetica mozzafiato, alla sua narrazione senza compromessi e alla sua esplorazione dei temi più profondi dell'esistenza umana. Un'opera potente e necessaria per chiunque ami il cinema d'autore e le storie che osano esplorare i lati più oscuri e affascinanti della nostra natura.
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I segreti di Twin Peaks (Twin Peaks), è una serie ideata da David Lynch e Mark Frost.
I Segreti di Twin Peaks (Twin Peaks), serie televisiva creata da due menti geniali, David Lynch e Mark Frost, e andata in onda per la prima volta nel 1990, è molto più di un semplice "giallo". È un'esperienza televisiva rivoluzionaria che ha ridefinito il concetto di serie TV, mescolando elementi di mystery, horror, commedia, melodramma e surrealismo in un cocktail unico e indimenticabile. Con le sue atmosfere enigmatiche, i personaggi eccentrici e una trama che si snoda tra il banale e il trascendentale, Twin Peaks ha lasciato un'impronta indelebile nella cultura popolare e continua ad affascinare e confondere generazioni di spettatori.
La serie prende il via con una premessa apparentemente semplice e classica da giallo: il ritrovamento del corpo avvolto nella plastica di Laura Palmer (Sheryl Lee), la reginetta del ballo e ragazza apparentemente perfetta, sulle rive di un lago nella tranquilla e idilliaca cittadina di Twin Peaks, nello stato di Washington. L'omicidio sconvolge la comunità, rivelando ben presto che sotto la superficie di pace e normalità si nascondono segreti oscuri, menzogne e perversioni.
Per indagare sull'omicidio, l'FBI invia l'eccentrico e carismatico Agente Speciale Dale Cooper (interpretato da un iconico Kyle MacLachlan). Cooper non è il solito detective: con il suo amore per il caffè nero forte e le torte di ciliegie, il suo entusiasmo per la vita di provincia e il suo approccio investigativo basato su intuizioni, sogni e pratiche buddiste tibetane, si immerge completamente nella vita della cittadina, stringendo legami con i suoi abitanti.
Man mano che Cooper e lo sceriffo locale Harry S. Truman (Michael Ontkean) conducono le indagini, la rete di segreti di Twin Peaks si allarga a dismisura. Ogni abitante del paese sembra avere qualcosa da nascondere, e Laura Palmer, lungi dall'essere la "brava ragazza" che tutti credevano, si rivela avere una vita segreta complessa e travagliata, fatta di droga, sesso e relazioni clandestine. L'omicidio di Laura diventa un catalizzatore che espone la corruzione, la lussuria, l'avidità e la violenza che serpeggiano sotto il velo di tranquillità della provincia americana.
La prima stagione si concentra sulla scoperta degli strati più sordidi della vita di Laura e sul processo di eliminazione dei sospetti. Le indagini di Cooper lo portano a confrontarsi con personaggi bizzarri e memorabili: dal proprietario della segheria Josie Packard (Joan Chen) con i suoi oscuri segreti, all'enigmatico psichiatra Dr. Jacoby (Russ Tamblyn), dalla sensuale proprietaria del Roadhouse Audrey Horne (Sherilyn Fenn) che sviluppa una cotta per Cooper, al proprietario della segheria Benjamin Horne (Richard Beymer), un uomo d'affari senza scrupoli, e ai membri della famiglia Palmer, distrutti dal dolore ma anche custodi di terribili segreti.
Il punto di svolta arriva a metà della seconda stagione, quando l'identità dell'assassino di Laura Palmer viene finalmente rivelata: è Leland Palmer (Ray Wise), il padre di Laura, posseduto da un'entità demoniaca conosciuta come Bob (Frank Silva), un'entità maligna che si nutre di dolore e sofferenza. Questa rivelazione, se da un lato offre una conclusione al mistero centrale, dall'altro apre le porte a dimensioni narrative completamente nuove e inaspettate, spostando la serie dal giallo convenzionale al regno del sovrannaturale e del metafisico.
Dopo l'identificazione dell'assassino, la serie prende una piega ancora più surreale e complessa. Le indagini di Cooper si concentrano sulle Logge Nera e Bianca, dimensioni parallele abitate da spiriti benevoli e malevoli, e sul fenomeno dei "doppelgängers". La lotta tra bene e male diventa più esplicita, coinvolgendo figure mitologiche e creature da incubo. Nuovi misteri emergono, spesso lasciati irrisolti o con soluzioni ambigue, ampliando l'universo di Twin Peaks e la sua mitologia.
La serie originale si conclude con un cliffhanger agghiacciante nel finale della seconda stagione, lasciando i fan con molte domande irrisolte e un senso di profondo smarrimento. Questo finale ha contribuito al culto della serie, ma ha anche lasciato un desiderio inappagato per decenni, fino all'arrivo del film prequel Fuoco Cammina con Me (1992) e della terza stagione (2017).
La visione artistica di Twin Peaks è il risultato della straordinaria collaborazione tra David Lynch e Mark Frost, sebbene l'impronta di Lynch sia inconfondibile e dominante in molti aspetti.
L'Estetica di Lynch: Lynch porta il suo caratteristico surrealismo, la sua capacità di trasformare il quotidiano in inquietante, il suo amore per i contrasti stridenti (l'idillio rurale vs. l'orrore latente), e un uso magistrale del suono e delle immagini. Le sue sequenze oniriche, i dialoghi bizzarri e le atmosfere sospese sono il marchio di fabbrica della serie. Lynch dirige il pilot, molti degli episodi chiave e il finale, imprimendo la sua visione unica.
La Struttura Narrativa di Frost: Mark Frost, con il suo background da sceneggiatore, ha contribuito a dare alla serie una struttura narrativa più convenzionale (almeno inizialmente), mescolando il giallo classico con elementi da soap opera e dramma psicologico. La sua influenza è visibile nella costruzione dei personaggi complessi e interconnessi e nella gestione delle sottotrame che si dipanano in tutta la cittadina.
L'Equilibrio Tra Generi: La genialità della regia sta nella sua capacità di passare fluidamente da momenti di puro orrore e suspense a scene di commedia assurda, da drammi strazianti a sequenze di puro kitsch. Questo mix eclettico ha disorientato e affascinato il pubblico, creando un genere a sé stante.
L'Uso del Sonoro e della Musica: La colonna sonora iconica di Angelo Badalamenti è parte integrante dell'esperienza Twin Peaks. Le melodie malinconiche, i suoni ambientali inquietanti e le musiche jazz del Roadhouse creano un'atmosfera unica e riconoscibile. Lynch è un maestro nell'usare il suono per generare tensione e inquietudine, spesso con rumori sottili o distorsioni che insinuano un senso di disagio.
L'Estetica Visiva: La fotografia è curatissima, con colori ricchi e una particolare attenzione ai dettagli. Le inquadrature spesso indugiano su oggetti apparentemente insignificanti (una ciambella, una tazza di caffè, una segheria) conferendo loro un'aura misteriosa. L'ambientazione nella natura selvaggia del Nord-Ovest americano è sfruttata al massimo, con la foresta che diventa un personaggio a sé stante, custode di segreti ancestrali.
Il cast di Twin Peaks è una delle sue maggiori forze. Molti attori, alcuni già noti, altri lanciati dalla serie, sono diventati iconici grazie ai loro ruoli.
Kyle MacLachlan (Agente Speciale Dale Cooper): MacLachlan è il volto e l'anima della serie. Il suo Cooper è un'interpretazione brillante, un mix di innocenza, curiosità infantile, acume investigativo e una profonda spiritualità. La sua onestà e il suo ottimismo contagioso lo rendono un faro di normalità in un mondo di follia, anche se la sua sanità mentale verrà messa a dura prova.
Sheryl Lee (Laura Palmer / Maddy Ferguson): Sebbene il suo personaggio sia morto nel primo episodio, Laura Palmer è la forza trainante dell'intera serie. La performance di Sheryl Lee, specialmente nel film Fuoco Cammina con Me, rivela la complessità e la tragicità di Laura, ben oltre l'immagine della "reginetta". La sua interpretazione di Maddy, la cugina di Laura, aggiunge un'ulteriore dimensione al suo talento.
Ray Wise (Leland Palmer): Wise offre una performance straziante e terrificante come Leland, il padre di Laura. La sua transizione da padre addolorato a figura inquietante e posseduta è un capolavoro di recitazione, capace di generare al tempo stesso pietà e orrore.
Sherilyn Fenn (Audrey Horne): Audrey è il simbolo della femme fatale dal cuore d'oro. Sherilyn Fenn la interpreta con un mix di seduzione, ribellione e vulnerabilità, rendendola uno dei personaggi più amati dai fan.
Michael Ontkean (Sceriffo Harry S. Truman): Truman è la spalla solida e onesta di Cooper, il suo ancoraggio alla realtà di Twin Peaks. Ontkean lo interpreta con una calma e una lealtà che bilanciano l'eccentricità di Cooper.
Catherine E. Coulson (La Signora Ceppo): Il suo personaggio enigmatico, che comunica con un ceppo, è diventato un'icona di Twin Peaks, simbolo dell'elemento mistico e assurdo della serie.
Richard Beymer (Benjamin Horne): Beymer interpreta con abilità il magnate spietato e corrotto, ma anche vulnerabile e a tratti ridicolo.
Frank Silva (Bob): La presenza inquietante di Bob, spesso inquadrato in modo casuale o riflesso, è uno degli elementi più terrificanti e inspiegabili della serie, nata da un incidente sul set e trasformata in un simbolo del male puro.
Twin Peaks non è stato solo un successo di critica e pubblico (almeno inizialmente); è stato un fenomeno culturale che ha lasciato un'eredità duratura.
Rivoluzione Televisiva: La serie ha dimostrato che la televisione poteva essere un medium per la sperimentazione artistica, con trame complesse, personaggi sfaccettati e un'estetica cinematografica. Ha aperto la strada a molte serie televisive di qualità che l'hanno seguita, influenzando generi diversi, dai drammi polizieschi con elementi sovrannaturali ai misteri dalle trame intricate.
Il Culto: Nonostante un calo di ascolti nella seconda stagione (forse a causa della complessità crescente e dell'allontanamento dal mystery principale), Twin Peaks ha sviluppato un seguito di culto fedele e appassionato che perdura ancora oggi. Le discussioni sui suoi significati, i simbolismi nascosti e le teorie dei fan sono infinite.
Il Surrealismo nel Mainstream: La serie ha portato il surrealismo e l'estetica onirica di Lynch a un pubblico di massa, dimostrando che c'era spazio per narrazioni non convenzionali e atmosfere perturbanti in televisione.
L'Influenza sulla Cultura Pop: Riferimenti a Twin Peaks sono onnipresenti nella cultura popolare, dai meme alle parodie, dalla moda alla musica. L'immagine del caffè e della torta di ciliegie, le Logge, il "nano ballerino" e la frase "Who killed Laura Palmer?" sono diventati parte del lessico collettivo.
La Terza Stagione (The Return): Nel 2017, quasi 25 anni dopo il finale, Lynch e Frost sono tornati con una terza stagione su Showtime, "Twin Peaks: The Return". Questa serie evento ha ulteriormente approfondito la mitologia del franchise, offrendo una visione ancora più astratta e complessa, riprendendo le fila del cliffhanger e portando la storia a conclusioni (o nuove domande) ancora più criptiche e lynchiane. È stata un'operazione coraggiosa che ha diviso i fan ma è stata universalmente acclamata dalla critica come un'opera d'arte televisiva senza precedenti.
Il Film Prequel (Fuoco Cammina con Me): Uscito nel 1992, questo film ha fornito un prequel cupo e brutale alla serie, esplorando gli ultimi sette giorni della vita di Laura Palmer. Sebbene inizialmente accolto con meno entusiasmo, è stato rivalutato nel tempo e ora è considerato essenziale per comprendere appieno la tragedia di Laura e le origini del male in Twin Peaks.
I Segreti di Twin Peaks è un'opera d'arte audace e innovativa che ha sfidato le convenzioni televisive e ha lasciato un segno indelebile. È un viaggio indimenticabile in un mondo dove la bellezza si mescola all'orrore, il quotidiano al soprannaturale, e dove i segreti di una piccola città riflettono i misteri dell'esistenza umana. Per gli amanti del cinema e della televisione che cercano qualcosa di più di una semplice trama, Twin Peaks rimane un'esperienza da non perdere, un enigma affascinante che continua a rivelarsi ad ogni visione.
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Old Guy è un film del 2025 diretto da Simon West.
"Old Guy" è un film del 2025 che si inserisce nel filone delle commedie d'azione, diretto da Simon West, un regista noto per aver lavorato su blockbuster ad alto tasso di adrenalina come "Con Air", "Lara Croft: Tomb Raider" e "I Mercenari 2". Il film promette di offrire una riflessione, seppur con toni leggeri, sull'invecchiamento nel mondo dei killer a contratto, mettendo in scena un divertente scontro generazionale.
La storia ruota attorno a Danny Dolinski (interpretato da Christoph Waltz), un killer a contratto ormai anziano che, nonostante l'età avanzata e un curriculum decennale nel campo, è fermamente convinto di essere ancora il migliore in circolazione. Danny è in una fase della sua carriera in cui sta pensando al pensionamento, desideroso di godersi una vita più tranquilla e, forse, di conquistare l'amore della vivace direttrice di un night club, Anata.
L'occasione per un ultimo grande colpo, o almeno così crede, si presenta quando la "Compagnia", l'organizzazione per cui ha sempre lavorato, lo richiama in servizio. Danny è elettrizzato all'idea di tornare sul campo, ma la sua euforia si spegne rapidamente quando scopre che il suo compito non è quello di eseguire un'ultima missione da solista, bensì di addestrare un nuovo arrivato.
Il "nuovo arrivato" è Wihlborg (interpretato da Cooper Hoffman), un giovane assassino prodigio appartenente alla Generazione Z. Wihlborg è brillante e letale, ma possiede un carattere sfrontato, un ego smisurato e un approccio al lavoro diametralmente opposto a quello di Danny. Laddove Danny è metodico, esperto e legato a un certo codice di condotta, Wihlborg è impulsivo, tecnologicamente avanzato e non esita a infrangere le regole. La convivenza forzata tra i due è, fin dall'inizio, fonte di attriti e situazioni comiche.
La prima missione che li vede collaborare li porta in Irlanda del Nord, un luogo che Danny ha sempre voluto visitare. Tuttavia, l'incarico si rivela ben più complicato del previsto. Non solo devono affrontare i pericoli intrinseci del loro mestiere, ma iniziano a sospettare che Wihlborg non sia solo un allievo, ma parte di un piano più grande della Compagnia per eliminare la "vecchia guardia" a favore di una nuova generazione di killer più giovani e presumibilmente più efficienti.
Questo sospetto innesca una serie di eventi che li costringono a fidarsi l'uno dell'altro, nonostante le loro differenze e la costante tensione generazionale. La trama si sviluppa tra inseguimenti, sparatorie e momenti di pura commedia, mentre Danny e Wihlborg cercano di sopravvivere e di capire chi stia tirando le fila dietro le quinte. Il film promette azione e risate, con un finale che dovrebbe vedere l'esperienza decennale di Danny e l'improvvisazione brillante del suo giovane allievo unirsi per ribaltare la situazione a loro vantaggio.
La regia di Simon West è un marchio distintivo di "Old Guy". West è un maestro del cinema d'azione, capace di orchestrare sequenze spettacolari e ritmi serrati. In "Old Guy", mette a frutto la sua esperienza per creare un'action-comedy che, pur mantenendo un tono leggero, non rinuncia a momenti di adrenalina. Le critiche suggeriscono che West riesca a valorizzare il talento comico del cast, in particolare di Christoph Waltz, pur non sempre evitando alcuni cliché del genere.
Nonostante il potenziale brillante dell'idea di base e di un cast stellare, alcune recensioni evidenziano che la regia, pur competente, non sempre riesce a elevare la sceneggiatura, che in alcuni punti è stata definita "pigra". Ciò nonostante, la capacità di West di gestire l'azione e di creare un film con un buon ritmo è generalmente riconosciuta, rendendo "Old Guy" un prodotto godibile, soprattutto per gli amanti del genere.
Il successo di "Old Guy" si basa in gran parte sul suo cast, che vede protagonisti nomi di spicco:
Christoph Waltz nel ruolo di Danny Dolinski. Waltz, vincitore di due Premi Oscar per "Bastardi senza gloria" e "Django Unchained", è acclamato per la sua versatilità e la sua capacità di interpretare personaggi complessi e spesso eccentrici. In questo film, il suo talento comico emerge in modo significativo, e la sua interpretazione di un killer attempato che non vuole arrendersi è stata elogiata come il punto di forza del film. La sua chimica con Cooper Hoffman è fondamentale per l'efficacia delle dinamiche tra i personaggi.
Lucy Liu nel ruolo di Anata. Attrice poliedrica e icona del cinema d'azione ("Charlie's Angels", "Kill Bill"), Lucy Liu aggiunge carisma e profondità al personaggio di Anata, la direttrice di night club che cattura l'attenzione di Danny.
Cooper Hoffman nel ruolo di Wihlborg. Figlio del compianto Philip Seymour Hoffman, Cooper Hoffman ha già dimostrato il suo talento in film come "Licorice Pizza". In "Old Guy", interpreta il giovane e presuntuoso assassino della Gen Z, portando freschezza e una buona dose di sfrontatezza al ruolo, creando un interessante contrasto con l'esperienza di Waltz.
Il cast è completato da:
Karishma Navekar come Datta
Desmond Eastwood come Colton
Ryan McParland come Doug
Ann Akinjirin come Opal
Charlie Hamblett come assistente di Opal
Jason Done come Milo
Tony Hirst come William
Kate Katzman come Simone
Conor Mullen come Barbierri
Rory Mullen come Yatzeck
Helen Ryan come Tory Dolinski, la madre di Danny.
"Old Guy" è una produzione statunitense e britannica, con una durata di 94 minuti. Le riprese principali si sono svolte a Belfast, in Irlanda del Nord, con il supporto di Northern Ireland Screen. La sceneggiatura è stata scritta da Greg Johnson.
Il film è stato prodotto da Jib Polhemus, Martin Brennan e Petr Jàkl per West e R.U. Robot Studios, e da Hal Sadoff e Norman Golightly per Dark Castle Entertainment. La Highland Film Group si è occupata delle vendite internazionali.
"Old Guy" ha avuto la sua anteprima al Newport Beach Film Festival il 17 ottobre 2024 e la sua distribuzione negli Stati Uniti è avvenuta il 21 febbraio 2025. In Italia, il film è approdato sulla piattaforma streaming Amazon Prime Video.
Le prime reazioni della critica sono state miste. Se da un lato l'interpretazione di Christoph Waltz è stata quasi universalmente lodata come il vero motore del film, dall'altro alcuni critici hanno rilevato che la sceneggiatura non sempre sfrutta appieno il potenziale dell'idea di base e che le scene d'azione, pur presenti, non sono sempre il punto di forza. Nonostante ciò, il film è stato riconosciuto come una commedia d'azione divertente e godibile, soprattutto grazie alla performance carismatica di Waltz e alla chimica tra i protagonisti.
"Old Guy" cerca di essere più di una semplice commedia d'azione, provando a toccare temi come l'obsolescenza e il conflitto generazionale in un mondo in continua evoluzione. Sebbene non tutte le sue ambizioni siano state pienamente realizzate, il film offre un intrattenimento leggero e brillante, supportato da un cast di alto livello.
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Misteri dal profondo (The Gorge), è un film del 2025 diretto da Scott Derrickson
Il film si svolge in un futuro indefinito e segue le vicende di Levi Kane (interpretato da Miles Teller) e Drasa (interpretata da Anya Taylor-Joy), due agenti altamente addestrati a cui viene assegnato un compito estremamente delicato e solitario: sorvegliare una misteriosa e profonda gola. I due sono posizionati in torri di guardia opposte ai lati di questo crepaccio, il cui scopo è contenere e proteggere il mondo da una minaccia sconosciuta e misteriosa che si cela nelle sue profondità.
Nonostante l'ordine esplicito di non comunicare tra loro, Levi e Drasa, isolati e costretti a una quotidianità monotona e tesa, iniziano a sviluppare una forma di connessione. Utilizzano metodi ingegnosi, come una partita a scacchi a distanza giocata con i binocoli e conversazioni attraverso segnali e cartelli, per superare la barriera dell'isolamento e della proibizione. Questa interazione li porta a formare un legame inaspettato, che evolve da una semplice curiosità reciproca a un'intesa profonda, quasi romantica, pur rimanendo a una distanza fisica imposta.
La loro routine viene però sconvolta quando la minaccia che si annida nella gola inizia a manifestarsi in modo più aggressivo. Creature misteriose e letali emergono dalle profondità, mettendo a rischio non solo la loro vita, ma potenzialmente l'intera umanità. Levi e Drasa si trovano così costretti a collaborare, mettendo alla prova la loro forza fisica e mentale, oltre al legame che hanno costruito, per affrontare questo "male" sconosciuto e mantenere il segreto della gola prima che sia troppo tardi. La tensione del film è mantenuta alta finché il mistero delle creature e della gola rimane celato, con le minacce che vengono mostrate inizialmente solo di sfuggita, aumentando l'atmosfera di suspense.
La regia di Scott Derrickson è un elemento chiave di "Misteri dal Profondo". Derrickson è noto per la sua capacità di mescolare elementi horror con narrazioni più complesse e un focus sui personaggi. In questo film, il regista dimostra ancora una volta la sua abilità nel creare un'atmosfera di suspense e mistero. Le recensioni sottolineano come Derrickson riesca a bilanciare l'azione e l'elemento fantastico con un tocco di romanticismo e introspezione, rendendo il film una "creatura multiforme e indefinibile". La sua esperienza con il genere horror gli permette di gestire efficacemente le scene con le creature, mantenendo il mistero e la tensione, almeno nella prima parte del film. Nonostante alcune critiche sul payoff finale, la direzione di Derrickson è generalmente apprezzata per la sua professionalità e per aver saputo creare un'opera che "sa emozionare e tenere con il fiato sospeso".
Il cast di "Misteri dal Profondo" è guidato da due giovani talenti molto in vista a Hollywood:
Miles Teller nel ruolo di Levi Kane. Teller, noto per le sue performance in film come "Whiplash" e il recente successo "Top Gun: Maverick", porta la sua intensità e capacità espressiva al personaggio di Levi, un agente addestrato costretto all'isolamento.
Anya Taylor-Joy nel ruolo di Drasa. L'attrice, acclamata per i suoi ruoli in "La Regina degli Scacchi" e "Furiosa: A Mad Max Saga", dimostra ancora una volta la sua versatilità e la sua abilità nelle scene d'azione. La chimica tra Teller e Taylor-Joy è stata evidenziata come uno dei punti di forza del film, con i due attori che riescono a costruire un'intesa credibile e coinvolgente nonostante la distanza fisica imposta dalla trama.
Un'aggiunta di prestigio al cast è la presenza di Sigourney Weaver nel ruolo di Bartholomew. Sebbene il suo personaggio sia meno presente rispetto ai due protagonisti, la sua apparizione è significativa e aggiunge un ulteriore strato di ambiguità e mistero alla narrazione. Completano il cast Ṣọpẹ́ Dìrísù come Jasper "J.D." Drake e William Houston come Erikas.
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La strada scarlatta (Scarlet Street), è un film del 1945 diretto da Fritz Lang.
La Strada Scarlatta (titolo originale Scarlet Street), film del 1945 diretto dal maestro del cinema noir Fritz Lang, è un'opera di un'oscurità e complessità psicologica sorprendenti, un vero gioiello del genere che scava nelle profondità della natura umana, rivelando la fragilità dei sogni e la brutalità delle illusioni. Basato sul romanzo francese del 1931 La Chienne di Georges de La Fouchardière (già adattato da Jean Renoir nel 1931 con lo stesso titolo), Lang rielabora la storia con la sua inconfondibile impronta, creando un dramma di manipolazione, ossessione e rovina. Sebbene meno celebrato di altri noir classici, la sua potenza narrativa, la regia impeccabile e le interpretazioni memorabili lo rendono un film degno di analisi e ammirazione.
La storia di La Strada Scarlatta è un'esemplare parabola discendente che segue la vita di Christopher Cross (interpretato da Edward G. Robinson), un uomo timido e mite di mezza età, impiegato contabile da oltre vent'anni. Christopher è un uomo fondamentalmente onesto, ma la sua esistenza è di una desolazione quasi patetica: il suo matrimonio con la petulante e dominante Adele (Rosalind Ivan) è privo di amore e affetto, e la sua unica vera passione è la pittura, un talento che coltiva in segreto, ignorato e sminuito dalla moglie.
Una sera, dopo una festa in onore del suo capo che lo ha pubblicamente elogiato, Christopher si sente per un momento apprezzato. Mentre torna a casa sotto la pioggia, assiste a una scena apparentemente eroica: un uomo sta picchiando violentemente una donna. Spinto da un impulso cavalleresco, interviene per salvare la donna. Questa donna è Kitty March (interpretata dalla seducente e letale Joan Bennett), una giovane e bellissima prostituta, apparentemente indifesa ma in realtà spietata e manipolatrice. L'uomo che la picchiava è il suo amante e protettore, Johnny Prince (Dan Duryea), un criminale squallido e violento che sfrutta Kitty per il denaro.
Christopher, ingenuo e romanticamente idealista, rimane immediatamente infatuato della bellezza e della vulnerabilità di Kitty. Credendo che lei sia una donna perbene e indifesa, si presenta come un ricco pittore di successo, un piccolo inganno innocente per apparire più interessante ai suoi occhi. Kitty, dal canto suo, capisce subito il potenziale economico dell'incontro e, insieme a Johnny, ordisce un piano per sfruttare il povero Christopher. Johnny, geloso ma avido, le suggerisce di spennarlo, incoraggiandola a "catturare" il presunto ricco pittore.
La vita di Christopher prende una piega drammatica. Inizia una relazione segreta con Kitty, trovando in lei l'unica fonte di affetto e comprensione che gli è sempre mancata. Per mantenere le apparenze e comprare il "suo amore", Christopher inizia a spendere più di quanto possieda. La sua ingenuità lo spinge a rubare piccole somme dal suo lavoro e, disperato per trovare una fonte di reddito più consistente, falsifica un assegno. Ma la sua più grande generosità è quando affitta un appartamento per Kitty, spacciandolo per un "atelier" personale. Qui Christopher può finalmente dipingere liberamente, creando opere che, all'insaputa di tutti, sono la sua vera anima.
Il culmine della manipolazione arriva quando Johnny, vedendo i quadri di Christopher nell'appartamento di Kitty, ha un'idea geniale e diabolica: spacciare le opere del mite contabile per i capolavori di Kitty. Kitty, con l'aiuto di Johnny, inizia a presentarsi come la talentuosa artista "Katherine March", e i quadri di Christopher, firmati con il nome di lei, ottengono successo e riconoscimento. Il denaro che arriva dalla vendita delle opere viene intascato interamente da Johnny e Kitty, mentre Christopher, pur felice del successo (anche se a nome altrui), non riceve nulla, accecato dalla convinzione di contribuire alla felicità di Kitty e all'illusione del loro amore.
La spirale discendente si intensifica quando Adele, la moglie di Christopher, scopre che il suo primo marito, che credeva morto da anni, è ancora vivo. Questo la rende legalmente bigama e apre a Christopher la possibilità di un divorzio, permettendogli di sposare Kitty. Christopher, entusiasta, confida la notizia a Kitty, aspettandosi una reazione di gioia. Invece, Kitty lo deride apertamente, rivelando crudelmente la verità: non ha mai provato nulla per lui, lo ha sempre e solo sfruttato, e ora non ha più bisogno di lui. Il velo dell'illusione si strappa in un istante.
Accecato dalla rabbia, dal dolore e dalla totale devastazione emotiva, Christopher afferra un punteruolo e pugnala Kitty a morte. Il suo mondo crolla. In un tentativo disperato di coprire le sue tracce, l'uomo crea una falsa pista che porta le autorità a credere che Johnny Prince sia l'assassino. Johnny viene arrestato, processato e condannato a morte per l'omicidio di Kitty.
Dopo l'esecuzione di Johnny, Christopher vive con il peso della sua coscienza. La sua vita non ha più senso. Perde il lavoro, vive da solo, perseguitato dalle voci di Kitty e Johnny e dal rimorso. Nonostante sia libero dalla legge, è prigioniero della sua stessa mente. Il film si conclude con Christopher che vaga per le strade, un'anima persa, un clochard disperato, torturato dal senso di colpa e dalla follia. I suoi quadri, venduti a caro prezzo sotto il nome di Kitty, continuano a essere esposti nelle gallerie, mentre il vero artista è caduto nell'abisso della miseria e della pazzia, condannato a una prigione mentale ben peggiore di quella fisica.
Fritz Lang, uno dei maestri indiscussi del cinema espressionista tedesco e poi del noir americano, imprime in "La Strada Scarlatta" il suo stile inconfondibile, caratterizzato da un pessimismo radicale e da un'attenzione maniacale alla psicologia dei personaggi e all'ambiente.
Atmosfera Noir: Lang crea un'atmosfera opprimente e fatalista. Le strade notturne, gli interni soffocanti, l'illuminazione chiaroscurale e le ombre lunghe sono elementi distintivi che evocano un senso di disperazione e ineluttabilità. L'ambiente urbano, in particolare New York (sebbene sia ricreata in studio), diventa un labirinto di inganni e pericoli.
Destino Ineluttabile: Il tema del destino è centrale nell'opera di Lang, e in "La Strada Scarlatta" è palpabile fin dall'inizio. Christopher è come una mosca intrappolata in una ragnatela, con ogni sua scelta, per quanto innocente, che lo spinge sempre più verso la rovina. La narrazione è lineare ma inesorabile, senza scampo per il protagonista.
Regia Silenziosa ed Espressiva: Lang è maestro nell'usare il non detto, i primi piani sui volti e gli oggetti significativi. L'espressione di Edward G. Robinson, i gesti di Joan Bennett, i dettagli degli interni rivelano più di mille parole. La sua regia è precisa, quasi meccanica, riflettendo la freddezza con cui il destino si abbatte sui personaggi.
Uso degli Specchi: Gli specchi e le superfici riflettenti sono un motivo ricorrente nel film. Non solo frammentano l'immagine e creano un senso di claustrofobia, ma simboleggiano anche la duplicità dei personaggi, le false apparenze e la scissione della personalità di Christopher.
La Sessualità Pericolosa: Lang esplora la sessualità in modo crudo e disilluso, lontana da ogni romanticismo. Kitty è un'incarnazione della femme fatale noir: una figura seducente che porta alla rovina l'uomo che si innamora di lei. La sua sessualità è uno strumento di manipolazione, non di affetto.
Critica Sociale: Al di là del dramma personale, il film offre una sottile critica alla società americana del dopoguerra, mettendo in luce l'alienazione dell'uomo comune, la superficialità del successo e la corruzione insita nel desiderio di affermazione.
Il successo di "La Strada Scarlatta" è in gran parte dovuto alle performance straordinarie del suo cast principale, che aveva già collaborato con Lang nel precedente noir "La Donna del Ritratto" (The Woman in the Window).
Edward G. Robinson (Christopher Cross): È il cuore pulsante e tragico del film. Robinson, noto per i suoi ruoli da gangster, qui offre un'interpretazione vulnerabile e commovente. La sua trasformazione da uomo timido e speranzoso a individuo distrutto e folle è resa con una profondità psicologica eccezionale. Ogni tic, ogni sguardo, ogni tremito contribuisce a creare un ritratto indimenticabile di un'anima persa. La sua performance è una delle migliori della sua carriera.
Joan Bennett (Kitty March): La Bennett incarna perfettamente la femme fatale del noir. È bella, seducente e spietata. La sua Kitty è una manipolatrice glaciale, priva di rimorsi, che sfrutta senza pietà l'amore di Christopher. La sua capacità di passare da un'apparente dolcezza a una crudeltà sfacciata la rende un personaggio affascinante e terrificante al tempo stesso. La chimica distruttiva tra lei e Robinson è palpabile.
Dan Duryea (Johnny Prince): Duryea è superbo nel ruolo del viscido e violento Johnny. Incarna la quintessenza del "villain" del noir, un parassita senza scrupoli, geloso e spregevole, che vive di espedienti e abusi. La sua risata stridula e i suoi modi sprezzanti contribuiscono a renderlo un personaggio odioso ma essenziale per la progressione drammatica. La sua dinamica con Kitty è un mix di amore malato e pura convenienza.
"La Strada Scarlatta" si distingue nel panorama del cinema noir per diverse ragioni:
Pessimismo Radicale: Rispetto ad altri noir, questo film non offre quasi nessun barlume di speranza o redenzione. Il protagonista è condannato fin dall'inizio, e la sua caduta è totale e irreversibile. Non c'è giustizia, solo la punizione interiore della coscienza.
Assenza di Giustizia Funzionante: A differenza di molti film noir dove un detective o una qualche forma di giustizia ripristina l'ordine (anche se con fatica), qui la giustizia terrena fallisce clamorosamente, condannando un innocente (Johnny) per l'omicidio commesso dal "buono" (Christopher). La punizione di Christopher non viene dalla legge, ma dalla sua stessa mente, una condanna molto più atroce.
L'Artista Incompreso: Il tema dell'arte e dell'artista incompreso è un elemento affascinante. I quadri di Christopher, che sono la sua vera espressione, vengono commercializzati sotto falso nome, mentre lui stesso è condannato all'anonimato e alla follia. Questo aggiunge un ulteriore livello di tragedia e commento sociale sull'ipocrisia del mondo dell'arte e sull'alienazione dell'individuo creativo.
Il Ruolo della Donna: Kitty March è un esempio lampante della femme fatale noir, ma la sua caratterizzazione è particolarmente brutale. Non è solo seducente, è puramente malvagia, calcolatrice e priva di qualsiasi scrupolo morale. Questo ritratto, se da un lato è misogino nel presentare la donna come causa della rovina dell'uomo, dall'altro riflette le paure e le ansie maschili del dopoguerra.
Eredità e Influenza: Sebbene "La Strada Scarlatta" non sia stato un successo di pubblico clamoroso all'epoca (anche a causa della censura che lo trovava "moralmente discutibile" per la sua crudezza e per il fatto che il colpevole non venisse punito dalla legge, un'anomalia per Hollywood di quel periodo), è stato rivalutato nel tempo e oggi è considerato un classico imprescindibile del noir, studiato per la sua maestria narrativa e psicologica. Ha influenzato innumerevoli registi e sceneggiatori per la sua capacità di esplorare gli abissi della psiche umana.
In conclusione, "La Strada Scarlatta" è un'esperienza cinematografica intensa e claustrofobica. È un film che scava nel profondo dell'animo umano, rivelando la disperazione che può nascere dalla solitudine, dalla manipolazione e dalla ricerca di un amore illusorio. La regia di Fritz Lang, unita alle performance memorabili di Edward G. Robinson, Joan Bennett e Dan Duryea, crea un'opera d'arte cupa e affascinante, un vero gioiello del cinema noir che merita un posto di rilievo nella storia del cinema.
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Il mio posto è qui, è un film del 2024 scritto e diretto da Daniela Porto e Cristiano Bortone
"Il mio posto è qui", un film del 2024 scritto e diretto da Daniela Porto e Cristiano Bortone, ci trasporta in un viaggio emozionante e profondo nella Calabria rurale degli anni '40. Non è solo una storia d'amore, ma un affresco sociale che esplora temi universali come la libertà individuale, il superamento dei pregiudizi, l'amicizia e la forza di volontà, il tutto attraverso gli occhi di una giovane donna che lotta per affermare la propria identità in un mondo che le vuole imporre un destino già scritto.
Il cuore pulsante del film è l'intreccio narrativo che segue l'intensa e complessa relazione tra Marta (Ludovica Martino), una ragazza madre forte e ribelle, e Lorenzo (Marco Leonardi), un giovane omosessuale emarginato dalla comunità. La loro storia si svolge in un piccolo borgo della Calabria all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, un periodo di profonde trasformazioni sociali e culturali per l'Italia. Marta, dopo aver dato alla luce un figlio illegittimo, è costretta a vivere ai margini della società, sopportando il peso del giudizio e dello stigma. La sua situazione è ulteriormente complicata dal fatto che il bambino è nato da una relazione con un soldato americano, evento che acuisce la sua condizione di "diversa" in un contesto fortemente tradizionalista.
Lorenzo, d'altra parte, è un "femminiello" o "bardascia" (termini dialettali per indicare un omosessuale in un contesto rurale), costretto a nascondere la propria identità in un'epoca e in un luogo dove l'omosessualità era non solo inaccettabile, ma spesso punita e derisa. Nonostante le difficoltà e l'emarginazione, Lorenzo riesce a mantenere una dignità e una saggezza che lo rendono un punto di riferimento per Marta.
L'incontro tra Marta e Lorenzo, inizialmente dettato dalle circostanze, si trasforma in un legame profondo e autentico. Lorenzo diventa per Marta non solo un amico fidato, ma un confidente, un mentore, un'àncora di salvezza in un mare di ostilità. Insieme, i due protagonisti affrontano le avversità, sfidano le convenzioni sociali e cercano di trovare il loro "posto" in un mondo che sembra non volerli. La loro amicizia evolve in un sostegno reciproco, un patto di solidarietà che li aiuterà a resistere alle pressioni esterne e a trovare la forza di lottare per la propria felicità. La trama si snoda attraverso una serie di eventi che mettono alla prova la loro resilienza: il tentativo di Marta di trovare un lavoro e una sistemazione, la lotta per la custodia del figlio, i pregiudizi e le maldicenze della gente, e le difficoltà di Lorenzo nell'accettare e vivere apertamente la propria sessualità.
Il film esplora anche il tema della maternità in un contesto difficile, mostrando le sfide che Marta deve affrontare per crescere suo figlio in un ambiente ostile e senza un supporto adeguato. La sua determinazione a proteggere il bambino e a offrirgli un futuro migliore è una forza trainante che la spinge a superare ogni ostacolo.
La regia di Daniela Porto e Cristiano Bortone si distingue per la sua autenticità e delicatezza. Entrambi i registi, con le loro rispettive sensibilità, riescono a ricreare l'atmosfera della Calabria degli anni '40 con grande cura per i dettagli. Bortone, con la sua esperienza nella direzione di attori e nella costruzione di storie dal forte impatto emotivo, si fonde perfettamente con la sensibilità di Porto, che porta al progetto una conoscenza approfondita del contesto calabrese e una visione più intima dei personaggi.
La scelta delle location, la fotografia e la ricostruzione degli ambienti rurali contribuiscono a immergere lo spettatore in un'epoca passata, rendendo palpabile il senso di tradizione e la durezza della vita contadina. La regia evita facili pietismi e sensazionalismi, preferendo un approccio più sobrio e realistico che permette allo spettatore di connettersi emotivamente con i personaggi e le loro esperienze. Le inquadrature, spesso fisse o con movimenti lenti, enfatizzano l'introspezione dei personaggi e la bellezza aspra del paesaggio calabrese. La luce naturale gioca un ruolo fondamentale nel creare atmosfere suggestive e nel sottolineare gli stati d'animo dei protagonisti.
Un elemento chiave della regia è la capacità di bilanciare il dramma con momenti di leggerezza e speranza. Nonostante le difficoltà affrontate dai protagonisti, il film non cade mai nella disperazione, ma mantiene sempre un barlume di speranza e resilienza. Questo equilibrio rende la visione del film un'esperienza coinvolgente e commovente, ma mai opprimente.
Il successo di "Il mio posto è qui" è indissolubilmente legato alle straordinarie performance del suo cast, in particolare dei due protagonisti.
Ludovica Martino, nel ruolo di Marta, offre una prova attoriale di grande intensità. La sua interpretazione è complessa e sfaccettata: riesce a rendere la vulnerabilità di una ragazza madre, la sua forza interiore, la sua determinazione e la sua capacità di amare. La Martino incarna perfettamente la resilienza di Marta, la sua capacità di non arrendersi di fronte alle avversità e la sua lotta per un futuro migliore per sé e per suo figlio. La sua espressività, sia nel volto che nel corpo, comunica un'ampia gamma di emozioni, rendendo Marta un personaggio profondamente umano e relazionabile.
Marco Leonardi, nel ruolo di Lorenzo, è altrettanto potente e commovente. La sua interpretazione è un tributo alla dignità e alla sensibilità di un uomo costretto a nascondere la propria vera natura. Leonardi riesce a trasmettere la sofferenza di Lorenzo, ma anche la sua saggezza, la sua gentilezza e la sua profonda umanità. Il suo personaggio è un faro di speranza e accettazione in un mondo di pregiudizi, e Leonardi lo porta in vita con una grazia e una credibilità ammirevoli. La chimica tra Martino e Leonardi è palpabile e costituisce il cuore emotivo del film. La loro amicizia sullo schermo è così autentica che lo spettatore si sente profondamente coinvolto nelle loro gioie e nei loro dolori.
Il cast di supporto, pur non avendo il medesimo spazio dei protagonisti, contribuisce a creare un quadro sociale ricco e variegato. Gli attori che interpretano i personaggi del villaggio, con i loro pregiudizi e le loro paure, offrono ritratti credibili della mentalità dell'epoca, senza cadere nella caricatura.
Ciò che rende "Il mio posto è qui" ancora più interessante è il fatto che trae ispirazione dall'omonimo romanzo di Daniela Porto. La trasposizione cinematografica di un'opera letteraria è sempre una sfida, ma in questo caso la stessa autrice ha contribuito alla sceneggiatura e alla regia, garantendo una fedeltà allo spirito del libro e una comprensione profonda dei personaggi e del contesto.
Il romanzo di Daniela Porto ha ricevuto ampi consensi per la sua capacità di affrontare temi delicati con sensibilità e profondità. La storia di Marta e Lorenzo, già potente sulla pagina scritta, acquista ulteriore forza e impatto visivo sullo schermo. La collaborazione tra Porto e Bortone ha permesso di tradurre le sfumature emotive e le dinamiche relazionali del romanzo in un linguaggio cinematografico efficace, arricchendo la narrazione con immagini evocative e interpretazioni attoriali intense.
L'adattamento cinematografico ha saputo catturare l'essenza del romanzo, mantenendo la sua forza emotiva e la sua capacità di far riflettere su temi come l'emarginazione, la diversità e la ricerca della propria identità. La sceneggiatura ha saputo condensare gli eventi principali del libro, mantenendo il ritmo narrativo e garantendo una fluidità che coinvolge lo spettatore dall'inizio alla fine.
"Il mio posto è qui" è molto più di una semplice storia d'amore o di amicizia. È un film che solleva questioni universali e atemporali.
Il pregiudizio e l'emarginazione: Il film affronta senza mezzi termini il tema del pregiudizio nei confronti di chi è considerato "diverso". Marta e Lorenzo, ognuno a modo suo, sono vittime di una società che non accetta le deviazioni dalla norma. La loro lotta per essere accettati e per trovare il proprio posto è un potente messaggio contro l'intolleranza e l'ignoranza.
La forza femminile: Il personaggio di Marta è un inno alla forza e alla resilienza delle donne, specialmente in contesti storici e sociali difficili. La sua determinazione a non piegarsi alle aspettative della società e a lottare per la propria libertà e per il bene di suo figlio è un esempio di coraggio e autodeterminazione.
L'amicizia come forma di salvezza: Il legame tra Marta e Lorenzo dimostra come l'amicizia possa essere una forza salvifica, un rifugio e un supporto indispensabile di fronte alle avversità. La loro relazione, priva di romanticismo convenzionale ma ricca di affetto e comprensione, è un esempio di amore incondizionato.
La ricerca di identità e libertà: I protagonisti del film sono costantemente alla ricerca del loro "posto", inteso non solo come luogo fisico ma come spazio di riconoscimento e libertà. Il film invita a riflettere sull'importanza di essere autentici e di lottare per la propria felicità, anche quando ciò significa andare controcorrente.
Il contesto storico-sociale: La Calabria rurale del dopoguerra è più di un semplice sfondo; è un personaggio a sé stante che influenza profondamente le vite dei protagonisti. Il film offre uno spaccato interessante di un'epoca di grandi cambiamenti, ma anche di forte conservatorismo e attaccamento alle tradizioni.
In sintesi, "Il mio posto è qui" è un film che commuove, fa riflettere e ispira. Attraverso una narrazione delicata ma incisiva, e grazie a interpretazioni magistrali, ci ricorda l'importanza dell'accettazione, della solidarietà e della lotta per la libertà individuale. È un'opera che lascia un segno, invitando lo spettatore a porsi domande sul proprio "posto" nel mondo e sui valori che davvero contano.
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Solo sotto le stelle (Lonely Are the Brave), è un film del 1962 diretto da David Miller.
Solo sotto le stelle (Lonely Are the Brave), 1962: Un'Elegia della Libertà in Via d'Estinzione
"Solo sotto le stelle" (titolo originale: Lonely Are the Brave) è un western atipico e profondamente malinconico del 1962, diretto da David Miller. Nonostante non sia uno dei film più celebri di Kirk Douglas, ne è considerato da molti uno dei migliori, e lo stesso Douglas lo definì il suo film preferito tra quelli da lui interpretati. È una pellicola che trascende il genere, trasformandosi in una riflessione amara sulla perdita di un'epoca, sulla solitudine e sulla lotta dell'individuo contro l'ineluttabilità del progresso e della modernizzazione. Il voto di 4/5 assegnato riflette la sua intrinseca qualità, la profondità tematica e l'interpretazione magistrale del protagonista.
La Trama: Un Cow-boy Anacronistico in un Mondo che Cambia
Il film si apre introducendo John W. "Jack" Burns (interpretato da un magistrale Kirk Douglas), un cowboy solitario e orgoglioso che vive ai margini della società moderna. La sua è un'esistenza fatta di libertà, di spazi aperti e di un codice morale rigoroso, valori che sembrano sempre più fuori posto nel Nuovo Messico degli anni '60. Jack è un anacronismo vivente, un residuo di un'epoca che sta scomparendo rapidamente.
La sua routine viene interrotta quando decide di andare a trovare il suo vecchio amico, Paul Bondi (Michael Kane), che si trova in prigione. Paul è stato arrestato per aver fornito aiuto a immigrati clandestini, e Jack, fedele ai suoi principi di lealtà e giustizia personale, non esita a mettersi nei guai pur di stargli vicino. Quando scopre che Paul non ha intenzione di evadere – è rassegnato e preoccupato per la sua famiglia – Jack si sente tradito da un mondo che non riconosce più. Tuttavia, la sua impulsività e il suo innato senso di giustizia lo portano a compiere un atto estremo: per dimostrare a Paul che la libertà è ancora possibile, provoca intenzionalmente una rissa con un barista, finendo lui stesso in galera nella stessa prigione di Paul.
Una volta dentro, Jack scopre la dura realtà carceraria, ben diversa dalla libertà selvaggia a cui è abituato. Si scontra con le regole, l'autorità e la burocrazia. Durante la sua permanenza, stringe un bizzarro legame con il capitano di polizia Frank Johnson (Walter Matthau), un uomo scettico ma dotato di un certo senso dell'umorismo e di una sorprendente dose di intuizione. Johnson, pur dovendo fare il suo lavoro, sembra in qualche modo comprendere la natura unica di Jack.
La vera svolta arriva quando Jack decide di evadere. Nonostante i rischi e l'apparente follia del gesto, la sua sete di libertà è insopprimibile. L'evasione è rocambolesca e pericolosa, ma Jack riesce a fuggire, non senza portare con sé la sua fedele cavalla, Whiskey, un'estensione della sua stessa anima e un simbolo di quell'America selvaggia e indomita.
Inizia così una lunga e estenuante fuga attraverso le montagne. Jack è inseguito da un'imponente caccia all'uomo, guidata dal capitano Johnson. La sequenza dell'inseguimento è il cuore pulsante del film, una lotta impari tra l'individuo e le forze schiaccianti della modernità: elicotteri, jeep, radio, una tecnologia che rende la natura selvaggia meno selvaggia e la fuga quasi impossibile. Jack, nonostante le ferite e la stanchezza, resiste con una tenacia quasi sovrumana, relying only on his wits, his horse, and his deep knowledge of the land.
La sua odissea culmina in un finale agrodolce e tragico. Dopo essere riuscito a superare le montagne e a eludere i suoi inseguitori, Jack e Whiskey si imbattono in un'autostrada trafficata, simbolo lampante del mondo che li ha inghiottiti. In un momento di distrazione, o forse di disorientamento, Whiskey viene investita da un camion. La morte della cavalla segna la fine di un'era, la scomparsa definitiva di un modo di vivere. Jack, ferito e moralmente distrutto, viene infine ritrovato e portato via. Il film si chiude con il capitano Johnson che, osservando la scena, commenta con un'amara consapevolezza che non c'è più spazio per uomini come Jack Burns.
La Regia di David Miller: Sottile ed Efficace
David Miller, sebbene non sia un regista universalmente riconosciuto come un autore di prima grandezza, dimostra in "Solo sotto le stelle" una notevole sensibilità e un'ottima padronanza della narrazione. La sua regia è sobria, asciutta e priva di fronzoli, mettendo al centro la performance degli attori e l'atmosfera creata dalla sceneggiatura.
Miller riesce a catturare l'immensità e la solitudine dei paesaggi del Nuovo Messico, utilizzandoli non solo come sfondo, ma come un personaggio a sé stante che riflette lo stato d'animo di Jack. Le riprese sono spesso ampie, enfatizzando la piccolezza dell'uomo di fronte alla vastità della natura e, per contrasto, alla prepotenza del progresso. Le scene d'azione, in particolare l'inseguimento, sono girate con realismo e tensione, senza mai cadere nell'eccesso spettacolare.
Un merito particolare va a Miller per la sua capacità di bilanciare il dramma personale di Jack con il commento sociale più ampio. Non c'è didascalismo, ma un senso di malinconia intrinseca che permea ogni inquadratura. La sua regia permette a Kirk Douglas di brillare, offrendogli lo spazio per una delle sue interpretazioni più sfumate e potenti.
Gli Attori: Un Cast D'Eccellenza
Il successo di "Solo sotto le stelle" è indissolubilmente legato alle performance del suo cast.
Kirk Douglas (Jack Burns): È il cuore e l'anima del film. Douglas offre una delle sue interpretazioni più memorabili e commoventi. Incarna perfettamente l'archetipo del "lone wolf", un uomo testardo, orgoglioso e fieramente indipendente. La sua fisicità è straordinaria, ma è la sua capacità di trasmettere la vulnerabilità e la disperazione di un uomo che sente la sua epoca svanire a rendere la sua performance così toccante. Jack Burns è un personaggio complesso: impulsivo, a volte autodistruttivo, ma animato da un codice etico inossidabile. Douglas lo rende credibile, empatico e, in ultima analisi, tragico. La sua connessione con la cavalla Whiskey è palpabile e contribuisce a rafforzare il messaggio del film.
Walter Matthau (Capitano Frank Johnson): Matthau, qui in un ruolo ancora lontano dalle sue future commedie, è eccezionale nei panni del capitano Johnson. Il suo personaggio è l'antagonista di Jack per necessità professionale, ma è anche l'unico che sembra comprenderne appieno la natura. Matthau porta al ruolo un'intelligenza sottile, un sarcasmo velato e una profonda umanità. Il suo Johnson non è un villain, ma un uomo che svolge il suo lavoro con una crescente consapevolezza della tragedia che si sta svolgendo. La sua recitazione è misurata e di grande impatto.
Gena Rowlands (Jerry Bondi): Anche se il suo ruolo è relativamente breve, Gena Rowlands, nei panni della moglie di Paul, Jerry Bondi, lascia il segno. La sua performance è misurata ma intensa, trasmettendo la stanchezza e la disillusione di una donna che ha visto troppa sofferenza. Il suo dialogo con Jack è cruciale per stabilire il contesto della disperazione di Paul e, per estensione, del fallimento del sogno di libertà di Jack.
Michael Kane (Paul Bondi): Il suo personaggio, pur non avendo molto tempo sullo schermo, è il catalizzatore della trama. Paul rappresenta la resa, l'accettazione della sconfitta da parte di chi non ha più la forza di lottare. La sua decisione di non evadere è uno spartiacque per Jack, che si sente ancora più isolato nella sua battaglia.
Un Western Filosofico
"Solo sotto le stelle" è molto più di un semplice western. È un film profondamente filosofico che esplora temi universali e intramontabili:
La Libertà vs. La Sicurezza: Jack è l'incarnazione della libertà individuale, spesso selvaggia e senza compromessi. La sua scelta di vivere ai margini della società è una dichiarazione di indipendenza. Contrasta con la sicurezza offerta (o imposta) dal sistema, che Paul ha alla fine accettato.
La Solitudine e l'Anacronismo: Jack è un "uomo fuori dal tempo", un cowboy rimasto bloccato in un'era passata. La sua solitudine non è solo fisica, ma esistenziale: è solo perché il suo modo di vivere non ha più posto. Questo rende il personaggio profondamente tragico e riconoscibile per chiunque si senta "diverso" o incompreso.
Il Progresso e la Perdita: Il film è una metafora della distruzione del selvaggio West e della natura in nome del progresso. Le autostrade, gli elicotteri, le città moderne sono simboli della marcia inesorabile della modernizzazione che calpesta ciò che era prima. La morte di Whiskey sull'autostrada è l'epitome di questa perdita irreversibile.
Il Codice d'Onore: Jack vive secondo un codice d'onore personale, basato sulla lealtà, la giustizia e il rispetto per la natura. Questo lo mette in contrasto con le leggi e le convenzioni della società moderna, che spesso appaiono arbitrarie o ingiuste ai suoi occhi.
L'Impossibilità del Ritorno: Il film suggerisce che non si può tornare indietro nel tempo. Per quanto Jack lotti, il suo mondo è condannato. Questa disperata lotta contro l'inevitabile conferisce al film un'aura di profonda malinconia.
La sceneggiatura, scritta da Dalton Trumbo (che all'epoca era ancora sulla lista nera di Hollywood e usò lo pseudonimo di "Robert Rich", sebbene per "Solo sotto le stelle" il suo nome fu ripristinato), è basata sul romanzo The Brave Cowboy di Edward Abbey. Trumbo, con la sua abilità nel creare dialoghi incisivi e personaggi complessi, ha saputo infondere nel film un forte senso di autenticità e risonanza emotiva. La sua scrittura è asciutta, diretta e ricca di significato, contribuendo in modo significativo alla profondità tematica del film.
"Solo sotto le stelle" è un film toccante e potente, un western crepuscolare che trascende il genere per diventare un'elegia per l'individualismo e per un modo di vivere che il progresso ha inevitabilmente condannato. L'interpretazione di Kirk Douglas è monumentale, supportata da un cast eccellente e da una regia misurata. È un film che rimane impresso, lasciando nello spettatore una sensazione di malinconia e una profonda riflessione sulla natura della libertà e sul costo del progresso. Il suo 4/5 è ampiamente meritato per la sua risonanza emotiva e la sua capacità di affrontare temi universali con sensibilità e intelligenza.
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Echo Valley è un thriller del 2025 diretto da Michael Pearce
"Echo Valley", il thriller di Apple TV+ del 2025 diretto da Michael Pearce, ha fatto il suo debutto suscitando reazioni contrastanti tra la critica. Acquistato da Apple Original Films, il film si avvale di un cast di alto profilo guidato da Julianne Moore e Sydney Sweeney, promettendo una narrazione tesa e psicologicamente complessa. Le recensioni, pur riconoscendo la forza delle performance e l'atmosfera creata dal regista, hanno evidenziato alcune criticità nella sceneggiatura.
La storia di "Echo Valley" si svolge in una fattoria isolata e pittoresca in Pennsylvania, nella quale vive Kate Garrett (interpretata da Julianne Moore). Kate è una donna che sta affrontando una tragedia personale (la perdita del marito) e cerca di portare avanti la sua vita e l'allevamento di cavalli, un'attività che sembra essere la sua unica ancora di salvezza. La sua routine tranquilla e solitaria viene bruscamente interrotta quando sua figlia, Claire (interpretata da Sydney Sweeney), arriva inattesa alla fattoria. Claire è in uno stato di panico, tremante e coperta di sangue, confessando di aver ucciso il suo fidanzato violento, Ryan (Edmund Donovan), per autodifesa.
Da questo momento in poi, la vita di Kate precipita in un incubo. Spinta da un istinto materno primordiale e incondizionato, decide di proteggere sua figlia a ogni costo. Ciò la porta a prendere decisioni estreme: occultare le prove del crimine, seppellire il cadavere nel bosco circostante e cercare di mantenere un'apparenza di normalità mentre il peso del segreto la schiaccia. Il film esplora il confine labile tra amore materno e complicità criminale, mettendo in luce fino a che punto una madre è disposta a spingersi per il bene dei propri figli.
La situazione si complica ulteriormente con l'irruzione di Jackie (interpretato da Domhnall Gleeson), uno spacciatore dal quale Claire ha un debito significativo. Jackie diventa una minaccia inaspettata e spietata, che bracca Claire e, di conseguenza, Kate, introducendo un elemento di tensione esterna che si aggiunge al dramma familiare. Questo sposta il fulcro della narrazione, che da un thriller domestico incentrato sulla dinamica madre-figlia, si evolve in una caccia sempre più pericolosa. La presenza di un cadavere e la necessità di nascondere la verità portano Kate e Claire in una spirale di eventi in cui ogni scelta comporta rischi crescenti.
La trama culmina in un "classico spiegone finale", come notato da alcune recensioni, dove vengono svelati i segreti e le macchinazioni dietro gli eventi, inclusa una rivelazione su un piano orchestrato da Kate stessa insieme a un'amica per incastrare lo spacciatore. Questo epilogo ha diviso la critica, alcuni trovandolo un po' eccessivo e inverosimile, altri come la giusta conclusione per una storia che ha esplorato i limiti della moralità.
Michael Pearce, con "Echo Valley", conferma la sua capacità di costruire atmosfere tese e avvincenti, già dimostrata con il suo acclamato debutto "Beast" (2017) e con "Encounter" (2021). La sua regia è caratterizzata da una profonda attenzione alla psicologia dei personaggi e alla creazione di un senso di claustrofobia, nonostante l'ambientazione aperta della fattoria.
Pearce sfrutta al meglio la geografia della Pennsylvania del sud, rendendo i paesaggi rurali un elemento attivo della narrazione. Le inquadrature, spesso suggestive, amplificano il senso di isolamento e di pericolo, trasformando la natura in una complice silenziosa dei segreti di Kate. La sua abilità nel padroneggiare la tensione è evidente, con un climax che, pur essendo considerato "eccessivo" da alcuni, riesce comunque a tenere lo spettatore con il fiato sospeso.
Tuttavia, alcune critiche hanno sottolineato come la regia di Pearce, sebbene efficace nella costruzione dell'atmosfera, non sia sempre riuscita a salvare una sceneggiatura che, a tratti, si perde in troppi colpi di scena e cambi di direzione, inseguendo "un po' troppo l'effetto". Nonostante ciò, la sua capacità di guidare gli attori attraverso performance intense rimane un punto di forza.
Il cast di "Echo Valley" è senza dubbio uno dei suoi punti di forza e ha ricevuto elogi unanimi:
Julianne Moore nel ruolo di Kate Garrett: La performance di Moore è stata ampiamente elogiata, considerata da molti la colonna portante del film. L'attrice premio Oscar offre un'interpretazione magistrale di una madre tormentata che lotta per proteggere sua figlia, mostrando sia una forza inarrestabile che una profonda vulnerabilità. Il suo personaggio, pur non esente da scelte discutibili, è reso con una tale intensità e credibilità che trascina lo spettatore nel suo dramma. Moore riesce a trasmettere il dolore, la determinazione e la disperazione di Kate, rendendo il suo sacrificio credibile anche nei momenti più inverosimili della trama.
Sydney Sweeney nel ruolo di Claire: Sweeney, la star di "Euphoria" e "The White Lotus", offre una performance convincente come figlia problematica e spaventata. Il suo ruolo è cruciale per la dinamica madre-figlia, e Sweeney riesce a trasmettere la fragilità e l'instabilità di Claire. Alcune recensioni hanno suggerito che la sua interpretazione, pur buona, sia stata "meno ispirata del solito" o che il suo personaggio esca di scena temporaneamente perdendo parte del suo impatto, ma il suo contributo alla tensione iniziale del film è innegabile.
Domhnall Gleeson nel ruolo di Jackie: Gleeson interpreta lo spacciatore Jackie con una spietata efficacia. Il suo personaggio, che irrompe a sconvolgere gli equilibri della storia, è descritto come "spregevole" ma interpretato con grande intensità. Gleeson porta al ruolo una presenza minacciosa e una credibilità che lo rende un antagonista memorabile, spostando il focus della narrazione e contribuendo all'escalation della tensione.
Michael Stuhlbarg: Pur non essendo il ruolo principale, la presenza di Michael Stuhlbarg (di cui il ruolo specifico non è stato ampiamente dettagliato nelle recensioni pubbliche, ma è comunque un attore di grande calibro) assicura una qualità attoriale elevata anche nei personaggi di supporto, contribuendo alla profondità complessiva del film.
Kyle MacLachlan e Fiona Shaw: Anche se i loro ruoli non sono stati al centro delle discussioni critiche iniziali, la loro presenza nel cast aggiunge ulteriore prestigio e profondità, suggerendo che anche i personaggi secondari sono interpretati da attori di esperienza.
"Echo Valley" è stato scritto da Brad Ingelsby, acclamato sceneggiatore della serie HBO "Omicidio a Easttown" (Mare of Easttown). La sua firma è evidente nella capacità di creare drammi realistici e personaggi complessi. Ingelsby è noto per esplorare le dinamiche familiari e comunitarie in contesti di crimine e mistero, e "Echo Valley" non fa eccezione. La sceneggiatura, tuttavia, ha ricevuto alcune critiche per la sua tendenza a un eccesso di colpi di scena e per una certa inverosimiglianza nella seconda metà del film. Alcuni hanno trovato che il film, nonostante un ottimo materiale di partenza, si perda in una "selva nera di tropes affastellati senza criterio", finendo per risultare "eccessivo" e perdendo parte della sua potenza iniziale.
Il film è stato distribuito con un'uscita limitata nelle sale cinematografiche negli Stati Uniti e in Canada il 6 giugno 2025, prima di essere reso disponibile su Apple TV+ il 13 giugno 2025. Questa strategia di distribuzione "ibrida" è comune per i film di alto profilo di Apple Original Films.
La produzione è stata affidata a Scott Free Productions (la casa di produzione di Ridley Scott) e The Walsh Company, con Ridley Scott, Michael Pruss, Brad Ingelsby e Kevin J. Walsh tra i produttori. Le riprese principali si sono svolte in New Jersey nel maggio e giugno 2023, anche sotto il titolo provvisorio di "Wildvale", con alcune scene girate anche presso il Pinewood Studios nel Regno Unito, in particolare per le riprese subacquee.
Nonostante le critiche sulla sceneggiatura, la maggior parte delle recensioni concorda sul fatto che le performance, in particolare quella di Julianne Moore, e la regia atmosferica di Michael Pearce rendono "Echo Valley" un thriller godibile e avvincente, sebbene con qualche riserva sulla sua coerenza narrativa complessiva. È un film che esplora la profondità dell'amore materno e i sacrifici che si è disposti a fare, anche quando ciò significa navigare in un territorio moralmente ambiguo.
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L'ultima vendetta (In the Land of Saints and Sinners)
"L'ultima vendetta" (titolo originale: "In the Land of Saints and Sinners") è un thriller d'azione del 2023 diretto da Robert Lorenz, che vede protagonista l'iconico Liam Neeson. Il film si inserisce nel filone di opere in cui Neeson interpreta un personaggio dal passato burrascoso, costretto a tornare in azione per difendere persone innocenti o fare giustizia. Tuttavia, "L'ultima vendetta" cerca di distinguersi per l'ambientazione e le tematiche, immergendosi nel contesto storico e sociale dell'Irlanda degli anni '70, segnata dai "Troubles".
Trama
La storia si svolge nell'Irlanda rurale, precisamente nella remota cittadina costiera di Glencolmcille, nella Contea di Donegal, nel 1974. Qui vive Finbar Murphy (interpretato da Liam Neeson), un uomo apparentemente tranquillo che conduce una vita ritirata. Finbar è un vedovo, un uomo silenzioso che sembra voler lasciarsi alle spalle un passato oscuro. Solo in un secondo momento si scopre che Finbar non è un uomo qualunque: è un ex sicario, un assassino professionista che, dopo aver servito nell'esercito, è stato reclutato da un boss locale, Robert McQue (Colm Meaney), per eliminare persone scomode. In un momento di svolta della sua vita, dopo aver compiuto un ultimo omicidio su commissione, Finbar decide di abbandonare quella vita e ritirarsi a Glencolmcille, cercando una sorta di redenzione.
La tranquillità del villaggio viene però sconvolta dall'arrivo di un gruppo di terroristi dell'IRA, guidati dalla spietata e determinata Doirean McCann (Kerry Condon). Il gruppo è in fuga dopo aver commesso un attentato dinamitardo a Belfast, causando la morte di diverse persone, tra cui accidentalmente anche una madre e i suoi bambini. Si rifugiano a Glencolmcille per nascondersi dalle autorità e riorganizzarsi.
La scintilla che riaccende il "vecchio" Finbar si accende quando scopre che uno dei membri del gruppo terroristico, il giovane e instabile Curtis (Desmond Eastwood), sta abusando di una bambina del posto, Moya, la figlia della barista locale Sinéad. Questa scoperta riaccende in Finbar un senso di giustizia e protezione che pensava di aver sopito. Nonostante la sua volontà di non tornare alla violenza, la brutalità e l'ingiustizia subite dalla bambina lo spingono a intervenire.
Inizia così un pericoloso gioco del gatto e del topo tra Finbar e i terroristi. Finbar, usando le sue vecchie abilità, elimina uno dopo l'altro i membri del gruppo che hanno perpetrato l'abuso, cercando di non rivelare la sua vera identità. Doirean, la leader del gruppo, capisce che qualcuno li sta braccando dall'interno della comunità, e inizia una caccia spietata per scoprire chi sia il loro misterioso avversario. La tensione cresce man mano che Finbar è costretto a prendere decisioni sempre più difficili per proteggere i suoi vicini e amici, rischiando di rivelare il suo passato di killer. Il confronto finale è inevitabile e sanguinoso, portando Finbar a fare i conti con la sua coscienza e con il prezzo della giustizia.
Regia
La regia di "L'ultima vendetta" è affidata a Robert Lorenz. Lorenz è noto per la sua lunga collaborazione con Clint Eastwood, per il quale ha lavorato come assistente alla regia, produttore e regista di seconda unità in numerosi film. Ha anche diretto diversi film in cui Liam Neeson è il protagonista, come "L'uomo dei ghiacci - The Marksman" (2021).
La sua direzione in "L'ultima vendetta" è descritta come solida e capace di mantenere un ritmo avvincente. Lorenz riesce a sfruttare efficacemente i suggestivi e aspri paesaggi costieri dell'Irlanda del Nord, che fanno da sfondo perfetto a una storia di vendetta e redenzione. La fotografia, curata da Tom Stern (anche lui collaboratore di Eastwood), contribuisce a creare un'atmosfera cupa e realistica. Sebbene il film sia essenzialmente un thriller d'azione, Lorenz cerca di infondere una certa autenticità e realismo, sia nella messa in scena che nella caratterizzazione dei personaggi, anche se alcune critiche sottolineano una possibile mancanza di approfondimento psicologico. Nonostante ciò, la sua esperienza nel genere d'azione è evidente nella gestione delle sequenze più concitate.
Attori
Il cast di "L'ultima vendetta" è composto da un gruppo di attori irlandesi di talento, che contribuiscono a dare credibilità ai personaggi e all'ambientazione:
Liam Neeson nel ruolo di Finbar Murphy: Neeson porta al personaggio la sua consueta intensità e la sua capacità di incarnare uomini complessi e tormentati. Finbar è un personaggio che lotta con il suo passato violento, ma che non può rimanere indifferente di fronte a un'ingiustizia. Neeson, ormai specializzato in ruoli da "giustiziere sul viale del tramonto", offre un'interpretazione convincente e sfumata, rendendo Finbar un eroe riluttante ma determinato.
Kerry Condon nel ruolo di Doirean McCann: Condon, candidata all'Oscar per "Gli spiriti dell'isola", interpreta la spietata leader dell'IRA. La sua performance è stata particolarmente apprezzata, riuscendo a rendere Doirean una villain complessa e credibile, determinata e brutale, capace di rubare la scena anche al protagonista. Il suo personaggio è un degno antagonista per Finbar.
Jack Gleeson nel ruolo di Kevin Lynch: Conosciuto principalmente per il suo ruolo di Joffrey Baratheon ne "Il Trono di Spade", Gleeson dimostra qui la sua versatilità interpretando Kevin, un giovane problematico e vulnerabile che ha un legame con il passato di Finbar. Il suo personaggio aggiunge un elemento di tragedia e un tocco di umanità alla narrazione.
Colm Meaney nel ruolo di Robert McQue: Un veterano del cinema irlandese, Meaney interpreta il boss criminale che ha avviato Finbar alla sua "carriera" di sicario. Il suo ruolo, seppur non centrale, è importante per delineare il passato del protagonista.
Ciarán Hinds nel ruolo di Vincent O'Shea: Hinds, altro volto noto del cinema irlandese, offre una performance solida, anche se alcuni critici hanno notato che il suo talento potrebbe essere stato sottoutilizzato.
Completano il cast Sarah Greene (Sinéad Dougan), Desmond Eastwood (Curtis June), Niamh Cusack (Rita Quinn), Conor MacNeill (Conan McGrath) e Seamus O'Hara (Séamus McKenna), tutti attori che contribuiscono a creare un'atmosfera autentica e a popolare il piccolo villaggio irlandese con personaggi credibili.
"L'ultima vendetta" è un film che, pur non ambendo a essere un'opera rivoluzionaria, offre un intrattenimento solido e avvincente per gli amanti del thriller d'azione. La forza del film risiede principalmente nelle interpretazioni del suo cast, in particolare quella di Liam Neeson, che continua a dimostrare la sua efficacia in questi ruoli, e di Kerry Condon, che si impone come un'antagonista memorabile.
L'ambientazione nell'Irlanda degli anni '70, durante i "Troubles", aggiunge un contesto storico interessante, anche se il film non si concentra in modo approfondito sugli aspetti politici del conflitto. La violenza dell'IRA e le tensioni sociali servono più come sfondo per la vicenda personale di Finbar che come tema centrale. Alcune recensioni hanno infatti notato che, per chi si aspetta una ricostruzione storica e politica dettagliata, il film potrebbe risultare deludente, in quanto si concentra maggiormente sul dramma individuale e sull'azione.
Nonostante qualche critica sulla profondità psicologica di alcuni personaggi o su un ritmo che a tratti può risultare leggermente rallentato nella parte centrale, il film è generalmente ben accolto per la sua regia efficace, le performance convincenti e l'atmosfera tesa. I paesaggi mozzafiato dell'Irlanda, con le loro scogliere imponenti e l'ambiente rurale, sono un elemento visivo di grande impatto che arricchisce la narrazione.
In sintesi, "L'ultima vendetta" è un revenge movie ben costruito che si distingue per il suo cast di alto livello e l'ambientazione suggestiva, offrendo una storia di giustizia personale e redenzione in un periodo storico turbolento. È un film che, pur seguendo schemi narrativi già noti nel genere, riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo grazie alla tensione crescente e alla bravura dei suoi interpreti.
prime
Una vita difficile, film del 1961 diretto dal maestro della commedia all'italiana Dino Risi, è molto più di una semplice pellicola: è un affresco vivido e malinconico dell'Italia che si ricostruisce dopo la Seconda Guerra Mondiale, un'analisi acuta delle speranze, delle disillusioni e delle trasformazioni sociali di un'epoca cruciale. Con un equilibrio perfetto tra comicità e amarezza, il film dipinge il ritratto di un uomo, Silvio Magnozzi, la cui parabola personale si intreccia indissolubilmente con la storia del Paese, offrendo spunti di riflessione ancora oggi attuali.
Il film si apre nel 1944, durante gli ultimi, convulsi giorni della Seconda Guerra Mondiale. Silvio Magnozzi (interpretato da un magistrale Alberto Sordi), un giovane studente romano di idee antifasciste, si rifugia in un paesino montano nel viterbese per sfuggire ai rastrellamenti. Qui, trova riparo in casa di Elena (interpretata da Lea Massari), una giovane e bella contadina. Tra i due nasce una passione travolgente, un amore viscerale che sfida le difficoltà della guerra e le differenze sociali. Silvio, fervente partigiano, partecipa attivamente alla Resistenza, sognando un'Italia nuova, libera e giusta.
Con la fine della guerra, Silvio e Elena si trasferiscono a Roma, portando con sé il bagaglio di promesse e disillusioni del dopoguerra. Silvio, animato da un idealismo incrollabile, fatica a trovare un impiego stabile che non vada contro i suoi principi. La sua onestà intellettuale e la sua intransigenza lo rendono un insofferente a qualsiasi compromesso con il sistema. Tenta diverse strade: giornalista in un modesto quotidiano, poi sceneggiatore, sempre con scarso successo e spesso in contrasto con i potenti di turno. Le sue idee politiche, un tempo motivo di orgoglio e lotta, si scontrano con la dura realtà di un'Italia che, seppur libera dal fascismo, si avvia verso il boom economico, ma con nuove forme di conformismo e opportunismo.
Il rapporto con Elena è il cuore pulsante del film. Lei, più pragmatica e concreta, rappresenta la spina dorsale della famiglia, la donna che lavora sodo per mandare avanti la casa, mentre Silvio continua a inseguire i suoi sogni, spesso utopici. La loro relazione è un susseguirsi di alti e bassi, di litigi furiosi e riappacificazioni appassionate. Elena ama profondamente Silvio, ma non tollera la sua incapacità di adattarsi e di scendere a compromessi per il bene della famiglia. Le difficoltà economiche, le delusioni professionali di lui e le frequenti assenze per motivi politici o lavorativi mettono a dura prova il loro legame, portandoli anche a una separazione temporanea.
Il film segue Silvio attraverso diversi anni, dagli entusiasmi della Liberazione alla disillusione degli anni del "miracolo economico". Attraverso i suoi occhi, Risi ci mostra una galleria di personaggi e situazioni che riflettono i vizi e le virtù dell'Italia del tempo: l'ipocrisia dei nuovi ricchi, l'opportunismo dei politici, la rassegnazione della gente comune. Silvio, con la sua ostinata ricerca di un senso e di una dignità, appare come un Don Chisciotte moderno, sempre pronto a combattere contro i mulini a vento della società che lo circonda.
Il finale del film è amaro, ma non privo di speranza. Dopo una lunga serie di fallimenti e sacrifici, Silvio sembra aver trovato una sua dimensione, seppur modesta. La scena finale, con lui e Elena che si ricongiungono dopo l'ennesima crisi, lascia intravedere una luce di resilienza e un profondo, inossidabile amore che ha resistito a tutte le intemperie. La "vita difficile" di Silvio è anche la vita di un'Italia che, tra mille contraddizioni, ha saputo ricostruirsi, non senza lasciare dietro di sé un senso di malinconia per le promesse non mantenute.
Dino Risi si conferma con Una vita difficile uno dei maestri indiscussi della commedia all'italiana. La sua regia è caratterizzata da uno sguardo cinico e disincantato, ma al contempo profondamente umano. Risi non giudica i suoi personaggi, li osserva con un misto di ironia e partecipazione, lasciando allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni. La sua capacità di miscelare sapientemente elementi comici con momenti di profonda riflessione e drammaticità è la cifra stilistica che lo ha reso celebre.
In Una vita difficile, Risi utilizza un ritmo narrativo fluido e incalzante, che permette di seguire l'evoluzione di Silvio e del Paese senza appesantimenti. La scelta delle location, dalla campagna viterbese alla Roma post-bellica, contribuisce a creare un'atmosfera autentica e credibile. La fotografia, spesso cruda e realistica, riflette l'austera bellezza e le difficoltà del periodo.
Risi è un maestro nel creare personaggi complessi e sfaccettati, che non sono mai completamente buoni o cattivi, ma che riflettono le contraddizioni della natura umana. La sua direzione degli attori è impeccabile, riuscendo a tirar fuori il meglio da un cast eccezionale, in particolare da Alberto Sordi, che qui offre una delle sue interpretazioni più intense e memorabili.
Il successo di Una vita difficile è indissolubilmente legato alla straordinaria performance di Alberto Sordi nei panni di Silvio Magnozzi. Sordi, attore simbolo della commedia all'italiana, qui si supera, offrendo un'interpretazione che va oltre la semplice comicità. Il suo Silvio è un personaggio tragico e comico al tempo stesso, un eroe imperfetto che incarna le speranze e le delusioni di un'intera generazione. Sordi riesce a rendere tangibile l'idealismo, la tenacia, ma anche la goffaggine e l'ingenuità di Silvio, con una gamma espressiva che spazia dalla risata amara al silenzio pensieroso. La sua mimica facciale, i suoi gesti, la sua voce, contribuiscono a creare un personaggio indimenticabile, uno dei più riusciti della sua carriera.
Accanto a Sordi, brilla Lea Massari nel ruolo di Elena. La sua interpretazione è altrettanto potente e commovente. Elena è la controparte femminile di Silvio, la sua ancora di salvezza, ma anche colei che lo spinge a confrontarsi con la realtà. La Massari restituisce un personaggio forte, resiliente, capace di grande amore e grande frustrazione, una donna che incarna la dignità e la forza delle donne italiane del dopoguerra.
Il cast di supporto è ricco di volti noti del cinema italiano, che contribuiscono a rendere il film un affresco corale:
Franco Fabrizi interpreta un personaggio opportunista che si adatta ai tempi.
Lina Volonghi è la madre di Elena, una figura rassicurante e tradizionale.
Claudio Gora è il commendatore che assume Silvio, rappresentante del potere economico.
Antonio Centa è l'editore del giornale per cui lavora Silvio.
Alessandro Blasetti fa un cameo interpretando se stesso.
Dante Maggio offre una performance memorabile nel ruolo del contadino ubriaco
Una vita difficile è un film ricco di temi che lo rendono ancora oggi attuale e significativo:
Il Dopoguerra e la Ricostruzione: Il film offre uno spaccato realistico dell'Italia del dopoguerra, un Paese che si rialza dalle macerie fisiche e morali della guerra, affrontando nuove sfide economiche e sociali.
L'Idealismo e la Disillusione: Silvio incarna l'idealismo antifascista e le speranze di un cambiamento radicale che, con il tempo, si scontrano con la realtà dei fatti e le disillusioni politiche. Il film indaga il difficile passaggio dalla lotta partigiana alla vita civile, spesso fatta di compromessi e disillusioni.
La Critica Sociale: Risi non risparmia critiche alla società italiana del boom economico, mettendo in luce l'emergere di nuove forme di opportunismo, materialismo e conformismo, in contrapposizione ai valori di onestà e integrità.
L'Amore e il Sacrificio: Il rapporto tra Silvio ed Elena è il fulcro emotivo del film. Rappresenta un amore che resiste alle difficoltà, fatto di passione, litigi, ma anche di profondo rispetto e sacrificio reciproco. È la dimostrazione che, nonostante le avversità esterne, il legame umano può rimanere un punto fermo.
La Dignità dell'Uomo Comune: Nonostante i suoi fallimenti, Silvio mantiene sempre una sua dignità, una coerenza di fondo che lo rende un personaggio ammirevole. Il film celebra la resilienza dell'uomo comune di fronte alle avversità della vita.
Una vita difficile è un capolavoro della commedia all'italiana che, pur facendo sorridere, lascia un retrogusto amaro. È un film che invita a riflettere sulla complessità della storia italiana, sui sacrifici di chi ha lottato per un Paese migliore e sulla difficoltà di mantenere integri i propri ideali in un mondo che cambia velocemente. La sua attualità risiede nella capacità di parlare ancora oggi di temi universali come la ricerca della felicità, il compromesso e la perseveranza, rendendolo un'opera intramontabile del cinema italiano.
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Predator: Killer of Killers è un film del 2025 diretto da Dan Trachtenberg co-diretto da Joshua Wassung
"Predator: Killer of Killers" è un film d'animazione americano di fantascienza, azione e horror uscito il 6 giugno 2025 su Hulu negli Stati Uniti e a livello internazionale su Disney+. È diretto da Dan Trachtenberg, già regista dell'acclamato "Prey" (2022), e co-diretto da Joshua Wassung. La sceneggiatura è di Micho Robert Rutare, basata su una storia di Trachtenberg e Rutare.
Il film è una raccolta di storie antologiche ambientate in diverse epoche storiche, ciascuna presentando un temibile guerriero umano che diventa preda di un Yautja, la specie aliena conosciuta come Predator. La narrazione è divisa in quattro segmenti principali, che convergono in un epilogo.
"Lo Scudo" (The Shield) segue le vicende di Ursa, una vichinga razziatrice che guida il giovane figlio in una sanguinosa ricerca di vendetta contro un tiranno che ha ucciso il suo consorte. Questo segmento si distingue per il suo approccio brutale al combattimento corpo a corpo, con scene d'azione intense che ricordano lo stile di "The Northman". Ursa è presentata come una guerriera formidabile, che utilizza un paio di scudi affilati per farsi strada tra i nemici.
"La Spada" (The Sword) ci trasporta nel Giappone feudale, dove un ninja di nome Kenji si scontra con il fratello samurai Kiyoshi, in una brutale battaglia per la successione. Questo capitolo esplora le dinamiche complesse tra fratelli e le tradizioni marziali dell'epoca, offrendo sequenze di combattimento agili e coreografate. Louis Ozawa, che aveva già interpretato Hanzo Kamakami in "Predators" (2010), torna nel franchise prestando la voce a entrambi i fratelli.
"Il Proiettile" (The Bullet) è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale e segue un pilota di nome Torres che si lancia nei cieli per indagare su una minaccia ultraterrena. Questo segmento introduce un tono più avventuroso e permette di esplorare nuove armi e tecnologie Yautja che si evolvono con il passare del tempo. La prospettiva del pilota offre un punto di vista unico sulla caccia, con combattimenti aerei e incontri inaspettati.
L'Epilogo (Epilogue) vede le tre linee narrative convergere, con i protagonisti delle diverse epoche che si ritrovano a dover affrontare una minaccia comune, il "Killer dei Killer" definitivo. Sebbene alcuni critici abbiano trovato la convergenza un po' disordinata, il concetto di guerrieri di epoche diverse che si uniscono contro un Predator è stato accolto con entusiasmo.
Ogni segmento offre stili di combattimento unici e ambienti distinti, permettendo al film di esplorare varie sfaccettature della caccia del Predator. Il film introduce anche diversi tipi di Yautja, ognuno con le proprie armi spaziali, dai cannoni sonici montati sul braccio ai missili a gancio e ritrazione sparati da un caccia Predator.
Dan Trachtenberg, dopo il successo di "Prey", dimostra ancora una volta la sua capacità di rivitalizzare il franchise di "Predator". La sua direzione in "Killer of Killers" è stata lodata per la sua gestione delle sequenze d'azione, la scrittura e la capacità di mantenere l'intensità della serie pur esplorando nuove strade. La scelta dell'animazione, co-diretta con Joshua Wassung di The Third Floor, ha permesso una maggiore libertà creativa che sarebbe stata difficile da raggiungere nel live-action, come l'introduzione di una scena di combattimento subacqueo. Trachtenberg ha voluto abbracciare sia la violenza stilizzata che lo spettacolo visivo in modi che riteneva meno efficaci nel live-action.
L'animazione è uno degli aspetti più elogiati del film. "Predator: Killer of Killers" è stato realizzato utilizzando l'Unreal Engine, rendendolo uno dei primi lungometraggi a impiegare questa tecnologia. Lo stile visivo del film è stato influenzato da opere come "Akira" (1988) di Katsuhiro Otomo e la serie Netflix "Arcane" (2021-2024). Nonostante alcuni critici abbiano notato una "movimento a bassa frequenza di fotogrammi" in alcune scene, il design dei personaggi, la coreografia d'azione e la capacità di rappresentare in modo vivido la violenza e il caos hanno compensato queste piccole imperfezioni. L'uso dell'animazione ha permesso di rappresentare scene di combattimento più elaborate e l'evoluzione tecnologica dei Predator in modo più dinamico. Il film ha ricevuto recensioni positive, con elogi per la sua animazione, la direzione di Trachtenberg, la scrittura, le sequenze d'azione, la colonna sonora e il cast vocale.
Il cast vocale di "Predator: Killer of Killers" include:
Lindsay LaVanchy nel ruolo di Ursa (anche Cherami Leigh come Ursa da giovane)
Louis Ozawa nel ruolo di Kenji e Kiyoshi Kamakami
Rick Gonzalez nel ruolo di Torres
Michael Biehn nel ruolo del Comandante Vandy
Doug Cockle nel ruolo di Einar
Damien Haas nel ruolo di Anders
Lauren Holt nel ruolo di Freya
Jeff Leach nel ruolo di Ivar
Piotr Michael nel ruolo di Gunnar
Andrew Morgado nel ruolo del Capo Zoran
Felix Solis nel ruolo del padre di Torres
Britton Watkins nel ruolo del Warlord Predator
Molti dei doppiatori hanno contribuito a dare vita ai personaggi con performance vocali che hanno arricchito la profondità emotiva delle storie.
Il film è prodotto da 20th Century Studios, Davis Entertainment, The Third Floor, Inc. e Lawrence Gordon Productions. La musica è stata composta da Benjamin Wallfisch. "Predator: Killer of Killers" ha una durata di 90 minuti ed è stato rilasciato il 6 giugno 2025.
Il successo di "Prey" ha aperto la strada a nuove sperimentazioni per il franchise, e "Killer of Killers" ne è un chiaro esempio, dimostrando come l'animazione possa offrire una prospettiva fresca e dinamica al mondo dei Predator, espandendo la lore e presentando nuove, avvincenti cacce attraverso le epoche. Il film è stato sviluppato mentre Trachtenberg e Micho Robert Rutare stavano già lavorando al prequel live-action, "Predator: Badlands", previsto per il futuro, indicando una pianificazione strategica per l'espansione del franchise.
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Moonrise (La luna sorge), è un film del 1948 diretto da Frank Borzage.
Moonrise (La luna sorge), un film del 1948 diretto da Frank Borzage, un regista la cui carriera, sebbene non sempre sotto i riflettori come quella di alcuni suoi contemporanei, è costellata di opere di notevole sensibilità e profondità psicologica. Moonrise è un noir atipico, un dramma criminale con forti venature melodrammatiche, che si distingue per la sua attenzione alla psicologia del personaggio principale e per la sua atmosfera onirica e inquietante.
Moonrise, uscito nel 1948, si discosta dai canoni più rigidi del film noir classico, pur incorporandone elementi distintivi come la notte, il crimine e la lotta interiore del protagonista. La regia di Frank Borzage infonde al film una delicatezza e un'empatia che lo rendono unico nel suo genere. Borzage, noto per la sua capacità di esplorare le profondità dell'animo umano e di infondere speranza anche nelle situazioni più disperate, crea qui un'opera che è allo stesso tempo un thriller psicologico e un commovente racconto di redenzione.
La storia è incentrata su Danny Hawkins (Dane Clark), un giovane tormentato fin dall'infanzia da un'ombra oscura: la sua nascita in una famiglia in cui il padre è stato giustiziato per omicidio. Questo stigma sociale ha marchiato Danny come un emarginato, costringendolo a vivere una vita difficile, fatta di bullismo e isolamento, che lo ha reso introverso e insicuro. La sua percezione di sé è quella di un condannato, predestinato a seguire le orme paterne.
Una notte, durante una rissa in un luna park locale, Danny, in un impeto di rabbia e frustrazione, uccide accidentalmente Jerry Sykes (Phil Brown), un bullo che lo ha perseguitato per tutta la vita. Questo evento scatenante lo precipita in una spirale di paura e paranoia. Credendosi condannato e temendo di essere scoperto e linciato come suo padre, Danny fugge dalla scena del crimine, nascondendo il corpo e cercando di sfuggire alla giustizia.
La sua fuga lo porta a intrecciare il suo destino con quello di Gilly Johnson (Gail Russell), una giovane e sensibile insegnante cieca (o quasi cieca, la sua cecità è presentata in modo ambiguo e più metaforico in alcune letture). Gilly è una figura luminosa e compassionevole che, nonostante la sua condizione, vede oltre le apparenze e percepisce la bontà intrinseca in Danny, che è nascosta sotto strati di dolore e disperazione. Il loro incontro è un punto di svolta per Danny, poiché Gilly diventa per lui una fonte di conforto e, per la prima volta nella sua vita, una persona che lo accetta e crede in lui.
Nel frattempo, lo sceriffo locale, Bill Scroop (Ethel Barrymore), un uomo saggio e empatico che conosceva il padre di Danny e ha sempre avuto a cuore il ragazzo, inizia le indagini sull'omicidio. Scroop è un personaggio chiave, non è il classico sceriffo inflessibile, ma piuttosto una figura quasi paterna che cerca di capire la vera natura del crimine e le motivazioni di Danny, intuendo il suo tormento.
Mentre Danny e Gilly si avvicinano, la pressione su Danny aumenta. La paura della scoperta e il senso di colpa lo perseguitano, alimentando la sua paranoia. Ci sono momenti di grande tensione mentre cerca di mantenere il suo segreto, affrontando il rischio di essere smascherato da un detective testardo, Mose (Harry Morgan), e dal suo stesso senso di colpa che lo sta divorando dall'interno.
Il climax del film si svolge in una sequenza drammatica in un luna park, un luogo simbolico che richiama l'inizio della tragedia. Qui, Danny è costretto a confrontarsi con la verità e con se stesso. La sua disperazione lo porta quasi a un secondo atto di violenza, ma l'intervento di Gilly e la sua fede in lui, uniti alla comprensione dello sceriffo Scroop, lo spingono a fare i conti con le sue azioni. Danny finalmente confessa l'omicidio, non per paura, ma spinto dal desiderio di liberarsi del peso che lo opprime e di accettare le conseguenze per il suo errore. Il film si conclude con una nota di speranza, suggerendo che Danny, pur dovendo affrontare la giustizia, avrà la possibilità di redimersi e di trovare pace grazie all'amore e alla comprensione che ha trovato in Gilly e nello sceriffo.
La regia di Frank Borzage in Moonrise è un esempio lampante della sua distintiva combinazione di umanismo, lirismo e un tocco di onirismo. Borzage non è interessato tanto al "chi ha fatto cosa", quanto al "perché" e alle conseguenze emotive del crimine sulla psiche del protagonista.
Una delle caratteristiche più evidenti della sua regia è l'uso suggestivo della fotografia e delle luci. Molte scene si svolgono di notte o in ambienti scarsamente illuminati, creando un'atmosfera di mistero e oppressione che riflette lo stato d'animo di Danny. L'uso contrastato di luci e ombre, tipico del noir, è qui impiegato per esprimere il conflitto interiore del personaggio, le sue paure e le sue speranze. I momenti di luce, spesso associati a Gilly, simboleggiano la possibilità di redenzione e la speranza che irrompe nell'oscurità.
Borzage utilizza anche un linguaggio visivo molto poetico. Le inquadrature sono spesso evocative, con un'attenzione particolare agli ambienti rurali e ai luna park, che diventano quasi personaggi a sé stanti, riflettendo la natura turbolenta o magica degli eventi. I movimenti di macchina sono fluidi e spesso seguono i personaggi in modo intimo, mettendo lo spettatore in stretta relazione con le loro emozioni.
La sua direzione degli attori è un'altra forza. Borzage è noto per la sua capacità di ottenere interpretazioni sincere e profonde, e in Moonrise spinge i suoi interpreti a esplorare le sfumature più delicate dei loro personaggi, in particolare Dane Clark, la cui performance è il cuore pulsante del film. Il regista si concentra sui volti, sugli sguardi, sui gesti, per rivelare ciò che le parole non possono esprimere, mostrando il tormento interiore e la lotta per la salvezza.
Infine, Borzage infonde nel film un senso di fatalismo e al tempo stesso di speranza. Il destino sembra incombere su Danny, ma l'amore e la comprensione offrono una via d'uscita. Questa tensione tra predestinazione e libero arbitrio è un tema ricorrente nella filmografia di Borzage, e in Moonrise trova una delle sue espressioni più toccanti.
Il successo di Moonrise è in gran parte dovuto alle intense e sensibili interpretazioni del suo cast.
Dane Clark nel ruolo di Danny Hawkins offre una performance di notevole profondità. Clark riesce a trasmettere con credibilità il tormento di un uomo perseguitato dal passato e dalla paura di sé stesso. La sua interpretazione è ricca di sfumature, mostrando la vulnerabilità, la rabbia, la disperazione e, infine, la speranza di Danny. Non è un protagonista facile da amare, ma Clark riesce a renderlo empaticamente comprensibile, guadagnandosi la simpatia dello spettatore.
Gail Russell è semplicemente luminosa nel ruolo di Gilly Johnson. La sua presenza eterea e la sua recitazione misurata le permettono di creare un personaggio di grande forza interiore e compassione. Gilly non è solo un "interesse amoroso"; è la catalizzatrice della redenzione di Danny, la sua "luce guida". La Russell riesce a trasmettere la sua bontà d'animo e la sua incrollabile fede in Danny, rendendo credibile il loro legame.
Ethel Barrymore nel ruolo dello sceriffo Bill Scroop è una presenza imponente e commovente. La sua performance le valse una nomination all'Oscar come miglior attrice non protagonista. La Barrymore conferisce al personaggio una saggezza e un'umanità straordinarie, distinguendosi dal tipico sceriffo del genere noir. Il suo Scroop è un uomo che cerca la verità con empatia e che riconosce il dolore dietro le azioni di Danny, offrendo una prospettiva di giustizia che va oltre la semplice punizione.
Altri membri del cast, come Harry Morgan (accreditato come Henry Morgan) nel ruolo del detective Mose, contribuiscono a creare un cast di supporto solido e ben caratterizzato. Mose è l'antagonista più diretto di Danny, il cui scetticismo e la sua ostinazione alimentano la paranoia del protagonista.
Moonrise è un film che sfugge a facili classificazioni. Sebbene contenga elementi tipici del noir – il crimine, la fuga, la suspense, l'atmosfera notturna – la sua anima è profondamente melodrammatica e psicologica. Borzage è meno interessato agli intrighi della trama e più concentrato sul viaggio interiore del protagonista.
Il film esplora temi potenti come il peso del passato, il pregiudizio sociale, la colpa, la redenzione e la forza dell'amore e della comprensione. La figura del padre di Danny è un'ombra costante, un simbolo della predestinazione che Danny deve combattere per affermare la propria identità e il proprio valore. La relazione con Gilly è il fulcro emotivo del film, rappresentando la possibilità di spezzare il ciclo di violenza e disperazione.
Moonrise non fu un enorme successo commerciale al momento della sua uscita, ma ha guadagnato nel tempo un'alta considerazione da parte della critica e degli appassionati di cinema, che ne hanno riconosciuto la sua originalità e la sua profondità. Viene spesso citato come uno dei film più significativi di Borzage e come un esempio di come il genere noir possa essere utilizzato per esplorare complesse questioni morali ed emotive. È un film da riscoprire per chi apprezza un cinema che privilegia l'anima dei personaggi e la bellezza della narrazione visiva.
Un film come Moonrise ci ricorda che anche nell'oscurità più profonda, la luce dell'amore e della comprensione può offrire una via verso la redenzione.
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A Real Pain, è un film del 2024 scritto, diretto e interpretato da Jesse Eisenberg.
"A Real Pain" è un film del 2024 che segna un'importante tappa nella carriera di Jesse Eisenberg, che non solo ne è l'autore della sceneggiatura e il regista, ma anche uno dei due protagonisti. Il film, presentato con successo al Sundance Film Festival dove ha vinto il Waldo Salt Screenwriting Award, si è guadagnato un punteggio di 3,5/5 da parte della critica, segno di un'opera che, pur con le sue sfumature, ha saputo colpire nel segno per la sua originalità e profondità.
Il cuore di "A Real Pain" pulsa attorno a un viaggio tanto fisico quanto emotivo, intrapreso da due cugini americani, David (interpretato da Jesse Eisenberg) e Benji (interpretato da Kieran Culkin). Dopo la morte della loro amata nonna, i due si ritrovano a dover affrontare un'esperienza inaspettata e profondamente significativa: un tour in Polonia per visitare i luoghi dove la loro famiglia ha vissuto prima di emigrare. Questo non è un semplice viaggio turistico, ma un pellegrinaggio alle radici ebraiche della loro stirpe, un confronto diretto con la storia dell'Olocausto che ha segnato profondamente le generazioni precedenti.
David è un personaggio che incarna la tipica nevrosi intellettuale, un po' ansioso e riflessivo, con una tendenza a sovra-analizzare ogni situazione. Benji, al contrario, è l'esatto opposto: un uomo impulsivo, spesso caotico, con un'energia imprevedibile che lo porta a dire e fare cose senza filtri. Questa dinamica di opposti crea una tensione costante ma anche un'irresistibile chimica comica tra i due. Il loro rapporto è fatto di vecchie ruggini familiari, incomprensioni e affetto profondo, il tutto amplificato dalla vicinanza forzata e dalle circostanze dolorose del viaggio.
Il tour non è privato, ma si svolge con un piccolo gruppo di altri ebrei americani e israeliani, ognuno con le proprie motivazioni e le proprie storie legate al genocidio. Questo permette al film di esplorare diverse reazioni al trauma storico: c'è chi cerca la connessione spirituale, chi la rielaborazione psicologica, chi il semplice ricordo. Le guide turistiche, figure cruciali, cercano di bilanciare il dolore delle atrocità passate con momenti di normalità e, a volte, di lieve umorismo.
Mentre i cugini attraversano le città polacche, visitano sinagoghe, memoriali e i tristemente noti campi di concentramento, la narrazione si dipana tra momenti di profonda introspezione e inaspettate esplosioni di umorismo. Il dolore dell'Olocausto è sempre presente, una presenza tangibile e silenziosa, ma il film non si abbandona al puro melodramma. Invece, permette ai personaggi di reagire a questo peso storico con le loro personalità uniche. Benji, in particolare, con la sua inopportuna schiettezza e la sua incapacità di conformarsi alle aspettative, diventa un veicolo per un tipo di commedia che emerge dal disagio, ma che allo stesso tempo permette un'elaborazione del lutto e del trauma.
Il viaggio diventa un catalizzatore per David e Benji per confrontarsi non solo con la loro eredità ebraica, ma anche con le loro paure, le loro imperfezioni e il loro stesso rapporto. Le loro interazioni sono spesso tese, ricche di battibecchi e frecciate, ma al di sotto di questa superficie si percepisce un amore profondo e una complicità che solo i legami familiari più stretti possono offrire. Il film esplora il concetto di dolore, non solo quello storico e generazionale, ma anche quello personale che ognuno dei personaggi si porta dentro. Alla fine del viaggio, i due cugini non saranno solo più consapevoli della loro storia familiare, ma avranno anche riconsiderato il loro legame e, forse, trovato una nuova comprensione di sé stessi.
La regia di Jesse Eisenberg in "A Real Pain" è caratterizzata da un approccio intimo e personale, che riflette la sua sensibilità autoriale. Essendo lui stesso l'autore della sceneggiatura e uno dei protagonisti, Eisenberg ha una visione chiara e coesa della storia che vuole raccontare. La sua direzione è attenta alle sfumature dei personaggi e alla dinamica complessa tra David e Benji. Nonostante la gravità del tema, Eisenberg riesce a bilanciare il dramma con momenti di commedia, spesso scomoda ma autentica, che alleggeriscono la tensione senza sminuire il peso degli eventi storici.
Eisenberg mostra una notevole capacità di gestire gli spazi e le atmosfere, utilizzando i paesaggi polacchi non solo come sfondo, ma come elementi attivi della narrazione. Le inquadrature spesso indugiano sui volti dei personaggi, catturando le loro reazioni e i loro pensieri non detti. La regia è sobria, ma efficace, evitando virtuosismi eccessivi per concentrarsi sulla narrazione e sull'evoluzione emotiva dei personaggi. Questo approccio minimalista si rivela vincente, permettendo al film di affrontare temi complessi con una delicatezza che non scade mai nel patetico.
Il successo di "A Real Pain" è indubbiamente legato alle performance eccezionali dei suoi due protagonisti:
Jesse Eisenberg nel ruolo di David: Eisenberg porta sul grande schermo il suo tipico mix di vulnerabilità e intelligenza. La sua interpretazione di David è ricca di ansie e riflessioni interne, un personaggio con cui molti spettatori potranno identificarsi. La sua chimica con Kieran Culkin è palpabile e costituisce il fulcro emotivo e comico del film. È evidente il suo impegno nel ruolo, non solo come attore ma come figura che ha plasmato l'intero progetto.
Kieran Culkin nel ruolo di Benji: Culkin è stato universalmente elogiato per la sua performance in "A Real Pain", al punto da essere considerato un potenziale candidato per vari premi. La sua interpretazione di Benji è un tour de force: riesce a rendere il personaggio simultaneamente irritante, esilarante, commovente e profondamente umano. Benji è il caos incarnato, ma è anche il catalizzatore di molte delle rivelazioni e dei momenti più toccanti del film. La sua capacità di passare dalla commedia al dramma in un istante è straordinaria e dimostra la sua maestria attoriale.
Il cast di supporto, sebbene non con ruoli altrettanto centrali, contribuisce a creare un'atmosfera autentica e a popolare il gruppo del tour con figure riconoscibili e credibili. Tra questi, spicca la performance di Will Sharpe nel ruolo di Erez, una delle guide turistiche, che porta un tocco di sensibilità e pragmatismo al gruppo.
"A Real Pain" si distingue per la sua capacità di affrontare un tema storicamente così doloroso come l'Olocausto con un tono inaspettato e stratificato. Non è un film didattico sulla Shoah, ma piuttosto un'esplorazione di come il trauma storico e generazionale si manifesti nelle vite delle persone oggi, e di come il legame familiare possa aiutare a elaborarlo. Il film è intriso di un umorismo agrodolce che non banalizza la tragedia, ma piuttosto la contestualizza nell'esperienza umana, fatta anche di momenti di leggerezza e di incomprensione.
La scelta della Polonia come ambientazione è cruciale e ben sfruttata. I luoghi storici, i paesaggi urbani e rurali, diventano quasi un personaggio a sé stante, testimone silenzioso di un passato doloroso ma anche di una vita che continua. La fotografia contribuisce a creare un'atmosfera che è allo stesso tempo cupa e piena di speranza.
Il titolo stesso, "A Real Pain", è un gioco di parole che riflette la dualità del film: si riferisce al "dolore reale" dell'Olocausto e del trauma ebraico, ma anche al "vero fastidio" che i due cugini, in particolare Benji, possono rappresentare l'uno per l'altro. Questa ambivalenza è la chiave del suo successo.
In sintesi, "A Real Pain" è un film toccante e divertente, capace di far riflettere e di emozionare. La sceneggiatura intelligente di Eisenberg, unita alla sua regia sensibile e alle performance straordinarie del duo Eisenberg-Culkin, lo rende un'opera che merita di essere vista. È una storia che parla di identità, di eredità, di come affrontare il dolore e di come, alla fine, il legame umano possa essere la forza più grande.
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Il caso Paradine (The Paradine Case), è un film del 1947 diretto da Alfred Hitchcock.
Il caso Paradine (The Paradine Case), del 1947, è un film diretto da Alfred Hitchcock, un thriller giudiziario che, pur non essendo tra i suoi lavori più celebri, offre spunti di grande interesse per la sua complessità psicologica, le sfumature della regia e le interpretazioni attoriali. Con una durata di 114 minuti, il film si distingue per la sua atmosfera tesa e claustrofobica, tipica del maestro del suspense, che esplora temi come la passione, l'ossessione, la lealtà e il senso di colpa all'interno di un contesto processuale. Sebbene possa apparire meno dinamico rispetto ad altri suoi film più noti, Il caso Paradine è un'opera che merita un'attenta disamina per le sue sottigliezze e il suo approccio all'animo umano.
La storia è basata sull'omonimo romanzo di Robert Hichens e si concentra su Anthony Keane (Gregory Peck), un brillante avvocato londinese specializzato in casi di omicidio. La sua vita tranquilla e il suo matrimonio sereno con Gay Keane (Ann Todd) vengono sconvolti quando accetta di difendere Anna Paradine (Alida Valli), una donna affascinante e misteriosa accusata di aver avvelenato il marito, il ricco e anziano colonnello Paradine.
Fin dal primo incontro, Keane rimane profondamente affascinato da Anna. Questo fascino si trasforma rapidamente in un'ossessione travolgente, mettendo a dura prova la sua professionalità e la sua etica. Nonostante le prove contro Anna siano schiaccianti, Keane si convince della sua innocenza, guidato più dal suo crescente amore per lei che dalla logica forense. La sua determinazione a salvarla lo porta a compiere azioni discutibili e a trascurare la sua stessa moglie, che assiste impotente al deterioramento del loro rapporto.
Nel tentativo di scagionare Anna, Keane decide di puntare il dito contro il valletto della vittima, André Latour (Louis Jourdan), un uomo dall'aspetto enigmatico e dal passato torbido. L'avvocato spera di dimostrare che Latour era l'amante segreto di Anna e il vero assassino del colonnello. Durante il processo, che si svolge in un'aula di tribunale che diventa quasi un personaggio a sé stante, il dramma si intensifica. Le testimonianze si susseguono, le verità si intrecciano con le menzogne e la tensione emotiva cresce di pari passo con la posta in gioco.
La svolta decisiva avviene quando Keane, accecato dalla sua ossessione, interroga Latour in modo così aggressivo e inquisitorio da spingerlo al suicidio in tribunale. Questo evento drammatico non solo condanna definitivamente Anna, che confessa in un impeto di dolore e rimorso di aver avvelenato il marito per amore di Latour, ma distrugge anche la reputazione di Keane e la sua integrità morale. Il finale vede un Keane sconfitto e umiliato, che deve affrontare le conseguenze delle sue scelte e cercare di ricostruire la sua vita con Gay, che, nonostante tutto, rimane al suo fianco.
La regia di Alfred Hitchcock in Il caso Paradine è un esempio magistrale della sua capacità di creare suspense non solo attraverso l'azione, ma soprattutto attraverso la tensione psicologica e l'esplorazione delle dinamiche umane. Nonostante il film sia ambientato principalmente in ambienti chiusi, come studi legali e aule di tribunale, Hitchcock riesce a mantenere un'atmosfera vibrante e claustrofobica.
Il regista utilizza sapientemente inquadrature ravvicinate e primi piani per cogliere le espressioni facciali e gli stati d'animo dei personaggi, rivelando le loro ansie, le loro paure e le loro passioni nascoste. L'illuminazione gioca un ruolo cruciale nel definire l'umore delle scene, spesso cupa e drammatica, accentuando il senso di oppressione e di inevitabilità.
Hitchcock è noto per la sua maestria nel montaggio, e in questo film si manifesta attraverso la costruzione lenta ma inesorabile della tensione. Ogni dialogo, ogni sguardo, ogni pausa è calcolata per accrescere il senso di mistero e per guidare lo spettatore attraverso il labirinto delle emozioni dei personaggi. La sua capacità di far emergere la complessità delle relazioni umane e le conseguenze devastanti dell'ossessione è evidente in ogni scena. Il processo in particolare è un tour de force di regia, con Hitchcock che orchestra i movimenti della macchina da presa e le posizioni degli attori per massimizzare l'impatto emotivo delle testimonianze e dei colpi di scena. Il suo tocco si percepisce anche nella scelta di mostrare il mondo esterno solo attraverso frammenti, suggerendo che il vero dramma si svolge negli spazi ristretti e nelle menti tormentate dei protagonisti.
Il cast di Il caso Paradine è composto da attori di grande talento che offrono interpretazioni memorabili, contribuendo in modo significativo al successo del film.
Gregory Peck nel ruolo di Anthony Keane è straordinario nel rappresentare la trasformazione di un uomo integerrimo in preda a una passione distruttiva. La sua interpretazione è ricca di sfumature, mostrando sia la sua brillantezza intellettuale che la sua vulnerabilità emotiva. Peck trasmette efficacemente il tormento interiore di Keane, diviso tra il dovere professionale, la lealtà coniugale e l'attrazione irresistibile per Anna.
Alida Valli, nel ruolo di Anna Paradine, è magnetica e misteriosa. La sua bellezza eterea e il suo sguardo enigmatico la rendono perfetta per il personaggio di una donna che, nonostante la sua apparente fragilità, nasconde segreti profondi e una volontà ferrea. La Valli riesce a mantenere un'aura di ambiguità fino alla fine, lasciando lo spettatore incerto sulla sua innocenza o colpevolezza.
Ann Todd interpreta Gay Keane, la moglie di Anthony, con una delicatezza e una dignità commoventi. Il suo personaggio è l'incarnazione della lealtà e della sofferenza silenziosa. La Todd riesce a rendere palpabile il dolore della moglie che vede il proprio matrimonio sgretolarsi a causa dell'ossessione del marito.
Louis Jourdan nel ruolo di André Latour, il valletto, è affascinante e ambiguo. Nonostante il suo ruolo sia relativamente breve, Jourdan lascia un'impressione duratura con la sua presenza scenica e la sua capacità di suggerire un passato complesso e turbolento, rendendo credibile la sua potenziale colpevolezza.
Tra gli altri interpreti, spiccano anche Charles Laughton nel ruolo del giudice Lord Thomas Horfield, che offre una performance imponente e autoritaria, e Ethel Barrymore come Lady Sophie Horfield, la moglie del giudice, che con la sua saggezza e la sua ironia offre momenti di alleggerimento in un contesto altrimenti cupo.
Il caso Paradine è un film che, nonostante la sua apparente semplicità di trama, affronta temi complessi e universali. Il tema dell'ossessione amorosa è centrale, esplorando come una passione travolgente possa corrompere l'integrità e portare alla rovina. Il film indaga anche la natura della giustizia e la sua imperfezione, mostrando come le emozioni umane possano influenzare il corso di un processo e distorcere la verità.
Un altro aspetto interessante è l'analisi delle dinamiche di potere all'interno del matrimonio e delle relazioni. Il rapporto tra Anthony e Gay è un esempio di come la fiducia e la lealtà possano essere messe a dura prova da forze esterne e interne. Il film suggerisce anche una critica al sistema giudiziario, dove le apparenze e le abilità retoriche possono a volte prevalere sulla ricerca della verità.
Nonostante il cast stellare e la regia di Hitchcock, Il caso Paradine ricevette critiche miste al momento della sua uscita. Alcuni lo considerarono un'opera minore nella filmografia del regista, criticandone il ritmo lento e la mancanza di azione. Tuttavia, nel corso degli anni, il film ha guadagnato una rivalutazione, con molti critici che ne hanno apprezzato la profondità psicologica, le sfumature delle interpretazioni e la maestria di Hitchcock nel creare suspense attraverso la tensione emotiva piuttosto che attraverso colpi di scena convenzionali.
In sintesi, Il caso Paradine è un film che, pur non essendo il più celebre di Hitchcock, è un'opera di grande valore che offre uno sguardo penetrante nelle complessità della psiche umana e nelle intricate dinamiche della giustizia. È un film che, seppur a suo modo, conferma la grandezza del maestro del suspense e la sua capacità di esplorare le più oscure pieghe dell'animo umano.
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F1 - Il film (F1: The Movie) è un film del 2025 di Joseph Kosinski
"F1 - Il Film" è uscito ieri, 25 giugno 2025, sono già disponibili le prime recensioni da parte della critica e dei media internazionali e italiani.
In generale, il consenso sembra essere ampiamente positivo, con un'enfasi particolare su alcuni aspetti chiave:
Punti di Forza Evidenziati dalle Recensioni:
Realismo e Spettacolo Visivo delle Corse: Questo è il punto in cui il film eccelle. I critici lodano all'unanimità l'incredibile autenticità e l'adrenalina delle scene in pista. Molti lo paragonano a Top Gun: Maverick (non a caso, stesso regista e gran parte dello stesso team tecnico), sottolineando come Joseph Kosinski e il direttore della fotografia Claudio Miranda abbiano superato ogni aspettativa nel far sentire lo spettatore dentro la monoposto. L'uso di telecamere speciali, le riprese sui circuiti reali durante i weekend di gara e la minimizzazione della CGI per le scene di azione sono stati un successo. "Una macchina cinematografica perfetta, che nelle scene in pista sfiora la bellezza assoluta," ha scritto Associated Press. Empire ha parlato di "Accesso al mondo della F1 senza precedenti, regia impeccabile."
Immersione Totale: Le recensioni sottolineano come il film riesca a trasmettere la velocità, il rumore, la vibrazione e persino l'odore dell'asfalto bruciato. L'esperienza è descritta come viscerale, soprattutto se vista in formati come IMAX.
Performance di Brad Pitt: Brad Pitt riceve elogi per la sua interpretazione di Sonny Hayes. Nonostante la prevedibilità dell'arco narrativo del "vecchio leone che torna", Pitt riesce a dare profondità e carisma al personaggio, rendendolo credibile e coinvolgente. Viene descritto come un "cowboy dal cuore d'oro" e una delle "ultime grandi star di Hollywood" capace di reggere l'intero film.
Dinamiche Interpersonali e Mentoring: Molti critici apprezzano la chimica tra Brad Pitt e Damson Idris (Joshua Pearce). La relazione mentore-allievo, con le sue sfide e momenti di tensione, viene considerata ben sviluppata e contribuisce al cuore emotivo del film.
Contributo di Lewis Hamilton: La presenza di Lewis Hamilton come produttore esecutivo e consulente è stata fondamentale per l'autenticità. Le recensioni riconoscono che il suo input ha garantito che le dinamiche interne della F1, le sfide strategiche e persino certi dialoghi fossero fedeli alla realtà dello sport.
Aspetti che Hanno Diviso o Sono Stati Criticati (in misura minore):
Trama "Convenzionale" o "Prevedibile": Alcuni critici hanno notato che la trama di base (il riscatto dell'eroe in declino, la rivalità tra generazioni) è piuttosto classica per un "sport movie". Nonostante l'originalità delle riprese, la narrazione segue un percorso abbastanza consolidato, che per alcuni potrebbe risultare prevedibile. Tuttavia, anche chi lo critica su questo punto spesso aggiunge che il divertimento e l'adrenalina delle scene d'azione compensano ampiamente questa mancanza.
Durata: Con una durata di circa due ore e mezza, alcuni hanno suggerito che il film potrebbe risultare un po' lungo, anche se la maggior parte concorda sul fatto che il ritmo è sostenuto e l'azione non manca.
Profondità dei Personaggi Secondari: Sebbene la dinamica Pitt-Idris sia apprezzata, alcuni hanno sentito che altri personaggi, pur se interpretati da attori di talento come Javier Bardem e Kerry Condon, non abbiano avuto lo stesso livello di sviluppo.
Le prime recensioni di "F1 - Il Film" dipingono un quadro di un blockbuster altamente spettacolare e tecnicamente impressionante. È un film che punta sull'esperienza cinematografica, sulle scene di corsa mozzafiato e su performance solide, in particolare quella di Brad Pitt. Sebbene la trama non reinventi la ruota, è efficace e sufficientemente coinvolgente per sostenere l'azione.
Molti critici lo definiscono un "blockbuster come si faceva una volta" o un "western su circuito", elogiandone la capacità di unire spettacolo puro e un cuore emotivo. Per gli appassionati di Formula 1, sembra essere un'esperienza imperdibile per il livello di realismo mai raggiunto prima. Per il pubblico più ampio, è un'occasione per godersi un film d'azione di altissimo livello.
in sala
Le occasioni dell'amore (Hors-saison) è un film del 2023 diretto da Stéphane Brizé
Le occasioni dell'amore (titolo originale Hors-saison, letteralmente "fuori stagione") è un film del 2023 diretto dal regista francese Stéphane Brizé, noto per le sue opere incentrate sulle dinamiche umane e sociali, spesso caratterizzate da un approccio realistico e intimista. Con questo film, Brizé continua la sua esplorazione delle complessità delle relazioni umane, concentrandosi questa volta sull'incontro inaspettato tra due individui in un momento particolare della loro vita. Il film, presentato in concorso all'80ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, ha ricevuto ampi consensi dalla critica per la sua delicatezza, l'interpretazione degli attori e la profonda riflessione sui temi dell'amore, della solitudine e del tempo che passa.
La trama di Le occasioni dell'amore si sviluppa attorno a Mathieu, un attore famoso che sta attraversando un periodo di crisi personale e professionale. Si ritira in un lussuoso centro termale sulla costa atlantica, un luogo fuori stagione, quasi deserto, che riflette il suo stato d'animo. Qui, inaspettatamente, incontra Alice, una donna che non vede da quindici anni e con la quale ha avuto una relazione sentimentale in passato. L'incontro è casuale e inizialmente goffo, ma rapidamente si trasforma in un'occasione per riesaminare il loro passato comune e per confrontarsi con le scelte che hanno fatto.
Alice, che ha una vita più stabile e apparentemente serena, gestisce una piccola attività e vive in una quotidianità ordinata. L'arrivo di Mathieu nel suo mondo riapre ferite sopite e risveglia emozioni che sembravano dimenticate. Il film si concentra sui dialoghi tra i due protagonisti, sulle loro passeggiate lungo la spiaggia deserta e sulle loro riflessioni sui rimpianti, sulle opportunità mancate e sul significato dell'amore e della felicità. Non c'è una trama ricca di eventi drammatici o colpi di scena, ma piuttosto un'attenta osservazione delle dinamiche psicologiche dei personaggi e del lento disvelarsi delle loro vulnerabilità. Il "fuori stagione" del titolo non si riferisce solo al periodo dell'anno in cui si svolge la storia, ma anche a un momento della vita dei personaggi in cui si sentono in qualche modo fuori sincrono con le aspettative o con il flusso generale delle cose. È un periodo di pausa, di riflessione, in cui le convenzioni sociali e le routine quotidiane lasciano spazio a un'introspezione più profonda.
La regia di Stéphane Brizé è, come sempre, caratterizzata da un approccio sobrio e misurato. Il regista predilige inquadrature fisse e piani sequenza che permettono agli attori di esprimersi pienamente, catturando le sfumature delle loro espressioni e dei loro gesti. Non ci sono artifici stilistici eccessivi, ma una grande attenzione alla composizione dell'immagine e alla gestione dello spazio. Brizé utilizza il paesaggio marino, spesso grigio e spazzato dal vento, come metafora dello stato d'animo dei protagonisti: un senso di malinconia e sospensione, ma anche di possibilità e rinascita.
Il ritmo del film è lento, quasi contemplativo, permettendo allo spettatore di immergersi completamente nelle conversazioni e nelle atmosfere. Questa lentezza non è mai noiosa, ma al contrario, contribuisce a creare un'atmosfera di profonda intimità e riflessione. La capacità di Brizé di creare un forte legame empatico tra lo spettatore e i personaggi è evidente nella sua attenzione ai dettagli e nella sua sensibilità nel rappresentare le fragilità umane. Il regista lascia spazio al non detto, ai silenzi, che spesso sono più eloquenti delle parole. La macchina da presa è un osservatore discreto, che si avvicina ai personaggi senza mai invadere la loro sfera più intima, ma permettendo allo stesso tempo di cogliere la loro essenza. La scelta di girare in un periodo "fuori stagione" amplifica il senso di isolamento e di introspezione, permettendo ai personaggi di confrontarsi con se stessi senza le distrazioni della vita quotidiana.
Il successo di Le occasioni dell'amore è in gran parte dovuto alle straordinarie interpretazioni dei suoi due protagonisti.
Guillaume Canet nel ruolo di Mathieu offre una performance sfaccettata e toccante. Riesce a trasmettere la stanchezza e la vulnerabilità del suo personaggio, un uomo che ha raggiunto il successo ma che si sente vuoto e insoddisfatto. La sua interpretazione è ricca di sfumature, passando dalla rassegnazione a lampi di speranza, dalla chiusura alla ricerca di un contatto. Canet riesce a rendere credibile il tormento interiore di Mathieu, facendolo percepire come un individuo complesso e autentico, ben oltre la sua immagine pubblica di attore di successo.
Alba Rohrwacher nel ruolo di Alice è altrettanto magistrale. La sua Alice è una donna apparentemente più forte e risoluta, ma che nasconde anch'essa delle insicurezze e dei rimpianti. La sua capacità di esprimere un'intera gamma di emozioni con sguardi e piccoli gesti è notevole. La chimica tra i due attori è palpabile, rendendo il loro incontro sullo schermo autentico e commovente. La Rohrwacher porta in scena una donna pratica ma anche profondamente emotiva, che si trova a fare i conti con un amore passato che non ha mai completamente dimenticato.
Il cast di supporto è minimale, il che contribuisce a mantenere il focus sui due protagonisti e sulla loro dinamica. Le interazioni sono ridotte all'essenziale, evidenziando il loro isolamento e la centralità del loro rapporto.
Le occasioni dell'amore è un film che invita alla riflessione profonda su diversi temi universali:
L'amore e le sue occasioni mancate: Il film esplora l'idea che l'amore non sempre si manifesta nel momento giusto o nella forma giusta. I personaggi si confrontano con il passato e con le decisioni prese, chiedendosi cosa sarebbe potuto accadere se le cose fossero andate diversamente. Non è un film sull'amore romantico nel senso più tradizionale, ma piuttosto sulla complessità delle connessioni umane e sulle cicatrici che lasciano.
La solitudine e l'isolamento: Sia Mathieu che Alice, a loro modo, affrontano un senso di solitudine. Il centro termale fuori stagione diventa un simbolo di questo isolamento, un luogo dove è possibile confrontarsi con i propri fantasmi senza le distrazioni del mondo esterno.
Il tempo che passa e i rimpianti: Il passare del tempo è un tema centrale. I personaggi sono consapevoli di non essere più giovani e che le occasioni potrebbero non presentarsi più. Questo genera un senso di urgenza e di malinconia, ma anche la possibilità di una nuova consapevolezza. Il film suggerisce che non è mai troppo tardi per fare i conti con il proprio passato e, forse, per trovare una forma di redenzione o di accettazione.
L'autenticità vs. la facciata: Mathieu, in particolare, è un personaggio che vive di apparenze nel suo lavoro di attore. Il suo ritiro nel centro termale rappresenta un tentativo di spogliarsi delle maschere e di confrontarsi con la sua vera identità. Il film esplora la difficoltà di essere autentici in un mondo che spesso richiede di recitare un ruolo.
In conclusione, Le occasioni dell'amore è un film delicato e potente, che conferma Stéphane Brizé come uno dei registi più sensibili e attenti alle dinamiche umane nel panorama cinematografico contemporaneo. Grazie alle straordinarie interpretazioni di Guillaume Canet e Alba Rohrwacher, il film riesce a toccare corde profonde, offrendo uno sguardo commovente e realistico sulle complessità dell'amore, della perdita e della ricerca di un senso nella vita. È un'opera che rimane impressa, invitando lo spettatore a riflettere sulle proprie occasioni, mancate o colte, e sul valore del tempo e delle connessioni umane.
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Riso amaro, è un film del 1949 diretto da Giuseppe De Santis.
Riso Amaro, film drammatico del 1949 diretto da Giuseppe De Santis, è una delle pellicole più rappresentative e incisive del Neorealismo italiano. Non solo offre uno spaccato crudo e realistico delle condizioni di vita e lavoro delle mondine nella Valle Padana del dopoguerra, ma intreccia sapientemente temi come l'emancipazione femminile, la lotta di classe, la passione, la gelosia e il crimine. Il film si distingue per la sua capacità di coniugare il dramma sociale con elementi di noir e melodramma, creando un'opera potente e visivamente affascinante. Fu un successo internazionale, ricevendo anche una nomination agli Oscar per il miglior soggetto e sceneggiatura.
La vicenda si svolge nelle risaie della Valle Padana nell'immediato dopoguerra. Migliaia di donne, le mondine, provenienti da diverse regioni d'Italia, si riversano in queste terre per la stagione della monda del riso, un lavoro estenuante e malpagato, ma che rappresenta un'opportunità di sostentamento in un'Italia povera e in via di ricostruzione.
La storia prende il via con l'arrivo di due figure centrali: Silvana (Silvana Mangano), una giovane mondina sensuale e spensierata, desiderosa di divertimento e di riscatto sociale, e Francesca (Doris Dowling), una donna colta e raffinata, in fuga con il suo amante, Walter (Vittorio Gassman), un ladro abile e senza scrupoli, dopo aver commesso un furto di gioielli. Walter, per sfuggire alla polizia e per recuperare il bottino, convince Francesca a nascondersi tra le mondine, mescolandosi alla massa delle lavoratrici.
Nelle risaie, Francesca si trova a confrontarsi con la dura realtà del lavoro agricolo e con la solidarietà, ma anche con le rivalità, delle mondine. Silvana, attratta dal fascino di Walter e dal suo stile di vita "americano" (ama il boogie-woogie e ha ambizioni di una vita più agiata), se ne innamora perdutamente. Questo crea un pericoloso triangolo amoroso con Francesca, ignara della vera natura del rapporto tra Walter e Silvana, e un'escalation di gelosia e tensione.
Un'altra figura chiave è il sergente dell'esercito Marco (Raf Vallone), un uomo onesto e di sani principi, che si innamora sinceramente di Silvana. Marco cerca di metterla in guardia da Walter, percependo la sua pericolosità e la sua natura manipolatrice, ma Silvana, accecata dalla passione e dal miraggio di una vita migliore, ignora i suoi avvertimenti.
Walter, intanto, trama per recuperare i gioielli rubati, che aveva nascosto. Sfruttando la complicità di Silvana e la confusione generale, tenta un colpo, coinvolgendo anche alcuni complici esterni. La situazione precipita durante un'alluvione che minaccia le risaie, un evento che mette a dura prova la comunità e le strutture precarie dei campi.
La tensione culmina in una serie di tradimenti e tragedie. Silvana, accecata dalla gelosia e dalla disillusione nei confronti di Walter, che la usa e la abbandona, si trova intrappolata in un vortice di eventi che la porteranno alla disperazione. Il suo desiderio di riscatto e di felicità si scontra con la realtà brutale del crimine e della povertà.
Nel finale drammatico, Silvana, sconvolta dal tradimento di Walter e dalla consapevolezza di essere stata solo uno strumento nelle sue mani, e incapace di accettare la sconfitta e la perdita della dignità, compie un gesto estremo. Prima spara a Walter, uccidendolo, e poi si suicida. La sua morte è un atto di disperazione e al tempo stesso di ribellione.
Il film si conclude con le mondine che, in un gesto di profonda solidarietà e lutto, rendono omaggio a Silvana, cospargendo il suo corpo con chicchi di riso, un simbolo del loro lavoro e della loro vita, in un momento di grande impatto emotivo che sottolinea il legame tra la protagonista e la sua gente. Francesca e Marco rimangono a raccogliere i pezzi di un dramma che ha coinvolto tutti.
Giuseppe De Santis, con Riso Amaro, dimostra una regia matura e incisiva, capace di combinare la precisione documentaristica del Neorealismo con una sensibilità visiva quasi pittorica. La sua estetica è caratterizzata da una profonda attenzione per l'ambiente e per le figure umane che lo popolano, non solo come individui ma come rappresentanti di una collettività.
Una delle scelte registiche più evidenti è l'uso di ampi campi lunghi e piani sequenza per catturare la vastità delle risaie e la fatica fisica del lavoro delle mondine. Le riprese sono spesso a livello del campo, quasi a voler immergere lo spettatore nella realtà fangosa e sfibrante del lavoro. Questo conferisce al film un'autenticità e una crudezza che sono la cifra stilistica del Neorealismo.
De Santis è abile nel gestire un gran numero di comparse (spesso vere mondine), rendendole parte integrante della narrazione e non solo sfondo. Le scene di massa sono orchestrate con maestria, trasmettendo il senso di comunità, ma anche di isolamento e lotta individuale. La macchina da presa si muove agilmente tra i volti stanchi, i canti di lavoro e i momenti di svago, creando un affresco vivido della vita nelle risaie.
Parallelamente alla descrizione sociale, De Santis non rinuncia a un'estetica più sensuale e drammatica, soprattutto nel delineare il personaggio di Silvana. La sua regia è capace di mettere in risalto la bellezza selvaggia e la sensualità della Mangano, con inquadrature che ne esaltano la fisicità, soprattutto quando si muove nelle acque delle risaie. Questo aspetto, unito al lato più "noir" della trama, conferisce al film una dimensione melodrammatica e un'intensità emotiva che lo distinguono da altri film neorealisti più puramente sociali.
L'uso della musica (con brani popolari e il boogie-woogie che simboleggia l'influenza americana) e degli elementi sonori contribuisce a creare un'atmosfera immersiva. I canti delle mondine, il rumore dell'acqua e l'eco delle feste notturne sono parte integrante della narrazione, sottolineando i contrasti tra fatica e svago, tra speranza e disillusione.
Il successo di Riso Amaro è in gran parte dovuto alle performance intense e carismatiche del suo cast, che ha contribuito a creare alcune delle figure più memorabili del cinema italiano.
Silvana Mangano nel ruolo di Silvana è l'emblema del film e la sua interpretazione è iconica. La Mangano, con la sua bellezza prorompente e la sua presenza magnetica, incarna perfettamente la mondina sensuale, ambiziosa e disillusa. La sua performance è un equilibrio perfetto tra sensualità, vulnerabilità e ribellione. Il suo personaggio è un simbolo dell'Italia che cerca di rinascere, ma che è ancora divisa tra la povertà tradizionale e le nuove lusinghe di un benessere effimero. Fu la sua performance a lanciarla come star internazionale.
Vittorio Gassman nel ruolo di Walter è straordinario nel dare vita a un personaggio complesso e moralmente ambiguo. Gassman conferisce a Walter un fascino pericoloso e una totale assenza di scrupoli, rendendolo un perfetto "cattivo" del noir. La sua recitazione è misurata ma incisiva, capace di esprimere la sua astuzia e la sua fredda determinazione.
Raf Vallone interpreta Marco, il sergente onesto e idealista, con grande dignità e un senso di profonda umanità. Vallone rappresenta la rettitudine e la speranza di un'Italia che vuole ricostruirsi su valori sani. La sua presenza, forte e rassicurante, contrasta con la fragilità di Silvana e la perfidia di Walter.
Doris Dowling, attrice americana, nel ruolo di Francesca, offre una performance misurata e convincente. Il suo personaggio è il punto di vista attraverso cui lo spettatore entra nel mondo delle mondine. La Dowling riesce a trasmettere il suo senso di spaesamento, ma anche la sua crescente empatia e solidarietà verso le altre donne, e la sua sofferenza per il tradimento di Walter.
Il film beneficia anche di un solido cast di supporto, molte delle quali vere mondine o attrici non professioniste, che contribuiscono all'autenticità delle scene corali e all'impressione di un'Italia vera e vissuta.
Riso Amaro è un film che va oltre la semplice etichetta di "neorealismo", pur essendone un pilastro. De Santis riesce a fondere il dramma sociale con elementi del noir (il furto, la fuga, il tradimento, la violenza) e del melodramma (le passioni amorose, la gelosia, la tragedia personale). Questa fusione di generi lo rende un'opera ricca e complessa, capace di catturare un pubblico vasto sia in Italia che all'estero.
Temi centrali del film sono:
La condizione femminile: Il film è un ritratto potente delle donne italiane nel dopoguerra, costrette a lavori massacranti per sopravvivere. Mostra la loro forza, la loro solidarietà, ma anche le loro fragilità e le loro aspirazioni. Silvana è emblematica di una donna che cerca di fuggire dalla povertà attraverso la bellezza e la seduzione, ma che finisce per rimanere intrappolata.
La lotta di classe e il lavoro: Riso Amaro è una denuncia delle condizioni di sfruttamento delle mondine, ma anche un inno alla loro dignità e alla loro capacità di organizzazione (le mondine spesso scioperavano per ottenere migliori condizioni di lavoro). Il film mette in luce le disuguaglianze sociali e la dura realtà economica dell'Italia post-bellica.
L'influenza americana: Il personaggio di Silvana, con la sua passione per il boogie-woogie, le calze di nylon e il desiderio di una vita glamour, simboleggia l'impatto della cultura americana sull'Italia del dopoguerra, vista sia come una promessa di modernità e benessere, sia come un'illusione che può portare alla rovina.
Moralità e redenzione: La storia di Francesca, che si integra nel mondo delle mondine e trova una forma di redenzione attraverso la solidarietà e l'amore per Marco, offre un contrasto con la tragica fine di Silvana.
Accoglienza e impatto: Riso Amaro fu un grande successo di pubblico e critica in Italia e fu presentato al Festival di Cannes, dove ricevette elogi per la sua audacia e la sua forza espressiva. La performance di Silvana Mangano, in particolare la celebre scena del ballo in risaia con le gambe scoperte, divenne un'icona e contribuì a cementare il suo status di diva. Il film fu anche oggetto di discussioni e critiche per la sua sensualità esplicita, considerata audace per l'epoca.
Giuseppe De Santis, pur essendo un esponente del Neorealismo, fu tra i registi che cercarono di espandere i confini del movimento, incorporando elementi di genere e un maggiore focus sulle psicologie individuali, senza però perdere di vista la dimensione sociale. Riso Amaro è un perfetto esempio di questa sintesi, un film che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema italiano e internazionale, rimanendo un'opera attuale per la sua profonda analisi delle dinamiche umane e sociali.
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Rebecca - La prima moglie (Rebecca) è un film del 1940 diretto da Alfred Hitchcock
Rebecca - La prima moglie (Rebecca), del 1940, è un film diretto da Alfred Hitchcock, basato sull'omonimo romanzo best-seller del 1938 di Daphne du Maurier. Questo fu il primo film americano di Hitchcock, prodotto da David O. Selznick, e segnò un punto di svolta nella sua carriera, introducendolo a Hollywood con un successo clamoroso. Il film è un thriller psicologico e gotico che esplora temi come l'ossessione, l'identità, la gelosia, il passato che incombe sul presente e la lotta per trovare il proprio posto in un mondo dominato dalle ombre. Nonostante l'assenza di un vero e proprio "omicidio" (o meglio, la sua ambiguità), Hitchcock riesce a costruire una tensione palpabile e un'atmosfera inquietante che lo rendono un classico senza tempo.
La storia inizia con la voce narrante della "seconda signora de Winter" (Joan Fontaine), una giovane e ingenua dama di compagnia americana in vacanza a Monte Carlo con la sua ricca ma opprimente datrice di lavoro. Qui incontra il misterioso e affascinante aristocratico inglese Maxim de Winter (Laurence Olivier), proprietario della sontuosa tenuta di Manderley in Cornovaglia. Maxim è un uomo afflitto da un dolore invisibile, avendo perso la sua prima moglie, Rebecca, in un tragico incidente in mare solo un anno prima. Nonostante la differenza di età e di status sociale, tra i due nasce un'intensa, seppur complessa, relazione che culmina in un matrimonio affrettato.
La neo-sposa si trova catapultata in un mondo di lusso e raffinatezza a Manderley, una dimora maestosa ma carica di un'atmosfera opprimente. Fin dal suo arrivo, la presenza di Rebecca è onnipresente. La casa è mantenuta esattamente come lei l'aveva lasciata, i suoi oggetti personali sono intoccabili e il suo ricordo è venerato da tutti, in particolare dalla sinistra e dispotica governante, Mrs. Danvers (Judith Anderson). Mrs. Danvers era devotamente legata a Rebecca e la idolatrava, nutrendo un profondo disprezzo per la nuova signora de Winter, che considera un'usurpatrice.
La giovane sposa, priva di nome proprio nel film (è sempre la "signora de Winter" o "la nuova signora de Winter"), si sente sempre più inadeguata e schiacciata dal confronto con l'immagine perfetta e leggendaria di Rebecca. La bellezza, l'intelligenza, lo charme e il talento di Rebecca sono costantemente esaltati da tutti, e la nuova signora de Winter si convince di non poter mai essere all'altezza della sua predecessora. La sua insicurezza cresce a dismisura, alimentata dalle manipolazioni psicologiche di Mrs. Danvers, che cerca in ogni modo di sabotare il suo matrimonio e la sua felicità, arrivando a tentare di spingerla al suicidio.
Il punto di svolta arriva durante un ballo in maschera organizzato a Manderley, in cui Mrs. Danvers convince la protagonista a indossare un abito identico a quello che Rebecca aveva indossato a un ballo precedente. Questo gesto, apparentemente innocente, scatena l'ira di Maxim, che vede in quel vestito il simbolo di un passato che non può dimenticare. Questo episodio, unito alla crescente pressione e all'ossessione per Rebecca, spinge la nuova signora de Winter sull'orlo di un esaurimento nervoso.
La situazione precipita quando, a causa di una tempesta, viene ritrovato il relitto della barca di Rebecca e, al suo interno, il corpo della donna. Questo ritrovamento svela una verità sconvolgente: Rebecca non era morta accidentalmente per annegamento, ma era stata uccisa da Maxim. Quest'ultimo confessa alla moglie di aver odiato Rebecca, rivelando che la sua prima moglie era una donna crudele, manipolatrice e promiscua, che lo aveva umiliato e torturato psicologicamente. Maxim ammette di averla uccisa in un impeto di rabbia e di aver inscenato l'incidente.
Invece di esserne inorridita, la nuova signora de Winter prova un senso di sollievo e amore per Maxim, capendo finalmente la sua sofferenza e liberandosi dal fantasma della donna perfetta. Decide di stargli accanto e di aiutarlo a sfuggire alle accuse di omicidio, che vengono mosse in seguito al ritrovamento del corpo.
Si apre un'inchiesta. L'indagine è condotta dal gelido Colonnello Julyan (C. Aubrey Smith). Il cugino di Rebecca, Jack Favell (George Sanders), un uomo dissoluto e opportunista, tenta di ricattare Maxim, sostenendo di avere le prove che Rebecca fosse incinta di un altro uomo e che Maxim l'avesse uccisa per questo motivo. Si scopre però che Rebecca era malata terminale, affetta da un cancro incurabile, e che aveva manipolato Maxim affinché la uccidesse, non sopportando l'idea di una morte lenta e dolorosa.
Alla fine, la morte di Rebecca viene dichiarata un suicidio. Maxim è scagionato, ma il ritorno a Manderley riserva un'ultima, tragica sorpresa. Mrs. Danvers, impazzita dal dolore e dal rancore per la scomparsa della sua adorata Rebecca, incendia la villa, distruggendo tutto ciò che le era caro. Il film si conclude con Maxim e la sua nuova moglie che osservano da lontano le fiamme che divorano Manderley, simboleggiando la liberazione dal passato e la possibilità di un nuovo inizio, seppur su rovine.
La regia di Alfred Hitchcock in Rebecca è un esempio sublime della sua maestria nel creare suspense e un'atmosfera inquietante senza ricorrere a violenza esplicita o a veri e propri "mostri". Il vero mostro è il passato, la memoria e l'influenza di un'assente che è più presente di qualsiasi altra cosa.
Hitchcock utilizza sapientemente gli elementi visivi e sonori per costruire la tensione psicologica. Manderley stessa diventa un personaggio, una prigione dorata, maestosa ma opprimente, con i suoi lunghi corridoi, le sue stanze vuote e i suoi giardini labirintici. Le ombre lunghe e i chiaroscuri sono usati in modo espressivo per riflettere lo stato d'animo della protagonista e il senso di minaccia che la circonda.
L'uso della profondità di campo è notevole, permettendo a Hitchcock di mostrare la protagonista che si perde nella vastità della casa, enfatizzando la sua piccolezza e la sua insignificanza percepita. Le inquadrature spesso isolano la seconda signora de Winter, sottolineando la sua solitudine e la sua alienazione.
La figura di Mrs. Danvers è un veicolo perfetto per la suspense. Hitchcock la inquadra spesso dall'alto, rendendola un'entità dominante e minacciosa. I suoi dialoghi sono carichi di sottintesi e di velate minacce, e la sua presenza è costante, quasi un'estensione del fantasma di Rebecca.
Il regista è un maestro nel creare tensione attraverso il non detto e il suggerimento. La bellezza, la vitalità e la malizia di Rebecca sono costantemente evocate, ma mai mostrate direttamente, rendendo il suo "fantasma" ancora più potente e spaventoso. La sua assenza è la sua presenza più forte. La colonna sonora di Franz Waxman contribuisce in modo significativo all'atmosfera, con motivi ricorrenti che evocano il mistero e la tragedia.
Il cast di Rebecca è eccezionale, con interpretazioni che sono diventate iconiche.
Joan Fontaine nel ruolo della "seconda signora de Winter" offre una performance commovente e vulnerabile. La sua trasformazione da ragazza timida e insicura a donna forte e determinata è il cuore emotivo del film. Fontaine riesce a trasmettere la sua angoscia, la sua ansia e la sua paura con grande intensità, rendendo lo spettatore partecipe della sua lotta interiore. La sua interpretazione le valse una nomination all'Oscar come Miglior Attrice.
Laurence Olivier è perfetto nel ruolo di Maxim de Winter, un uomo tormentato e complesso. Olivier cattura la sua aristocratica arroganza, il suo fascino, ma anche il suo dolore profondo e il suo senso di colpa. La sua performance è ricca di sfumature, mostrando un uomo intrappolato dal suo passato e incapace di esprimere liberamente le sue emozioni. Anche Olivier ricevette una nomination all'Oscar come Miglior Attore.
Judith Anderson è indimenticabile come Mrs. Danvers. La sua interpretazione è inquietante e glaciale, senza un sorriso o un barlume di calore. Anderson incarna la devozione ossessiva e il rancore, rendendo Mrs. Danvers una delle figure più spaventose e iconiche della storia del cinema. La sua presenza è così dominante che ruba la scena ogni volta che appare. Anche a lei valse una nomination all'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista.
George Sanders nel ruolo di Jack Favell è eccellente come il cugino dissoluto e opportunista, portando un tocco di cinismo e ambiguita al film. Il suo personaggio è un catalizzatore per la risoluzione del mistero.
Il primo film americano di Hitchcock: Rebecca segnò l'inizio della carriera hollywoodiana di Hitchcock. Trasferirsi dall'Inghilterra agli Stati Uniti fu un grande passo, e Selznick gli diede l'opportunità di lavorare con un budget maggiore e attori di fama internazionale. Nonostante le frequenti tensioni tra il regista e il produttore (Selznick era noto per il suo controllo ferreo), il risultato fu un successo strepitoso.
L'unico Oscar per il Miglior Film per Hitchcock: Sorprendentemente, Rebecca è l'unico film di Alfred Hitchcock ad aver vinto il premio Oscar come Miglior Film. Lui stesso non vinse mai un Oscar come Miglior Regista competitivo, nonostante le sue numerose nomination.
La fedeltà al romanzo: Hitchcock si attenne molto fedelmente al romanzo di Daphne du Maurier, una scelta insolita per lui che spesso adattava liberamente le fonti. L'unica deviazione significativa fu il finale. Nel romanzo, Maxim uccide Rebecca accidentalmente. A causa del Codice Hays (il codice di censura di Hollywood all'epoca), Hitchcock non poté mostrare un omicidio premeditato impunito, quindi la causa della morte di Rebecca fu modificata in un suicidio.
La "seconda signora de Winter" senza nome: Un elemento distintivo sia del romanzo che del film è che la protagonista non ha mai un nome proprio. Viene sempre chiamata "la signora de Winter" o "la nuova signora de Winter". Questo enfatizza il suo senso di identità rubata e il fatto che sia sempre all'ombra di Rebecca.
Manderley come personaggio: La tenuta di Manderley è quasi un personaggio a sé stante. Gli esterni furono girati in parte in California e in parte ricostruiti, mentre gli interni furono ricreati con grande attenzione ai dettagli per trasmettere il senso di grandezza e oppressione. La casa riflette lo stato d'animo dei suoi abitanti e la presenza opprimente di Rebecca.
Influenza e eredità: Rebecca ha avuto un'enorme influenza sul genere thriller psicologico e sui film gotici. La figura della governante minacciosa (Mrs. Danvers) è diventata un archetipo cinematografico, e il tema del passato che infesta il presente è stato ripreso in innumerevoli opere. Molti elementi visivi e narrativi del film sono stati studiati e replicati da altri registi.
La censura e il "suicidio": Come accennato, il finale fu modificato a causa della censura dell'epoca. Nel romanzo, Rebecca rivela a Maxim di essere incinta di un altro uomo e lo provoca a ucciderla, cosa che lui fa involontariamente in un impeto di rabbia. Nel film, per aggirare il Codice Hays che non permetteva che un assassino rimanesse impunito, Rebecca rivela di essere malata terminale e lo provoca a spararle, in modo che la sua morte possa essere scambiata per un suicidio accidentale. Questo piccolo cambiamento di trama fu necessario per la produzione a Hollywood.
La statuetta dell'Oscar: Il film vinse l'Oscar per il Miglior Film e la Migliore Fotografia in bianco e nero. Questo fu un grande riconoscimento per Hitchcock, che non aveva mai ricevuto il massimo premio in Inghilterra.
Il cast e le tensioni sul set: Nonostante il successo finale, le riprese furono notoriamente difficili a causa delle tensioni tra Selznick, Hitchcock e alcuni attori. Selznick era un produttore molto interventista e spesso si scontrava con Hitchcock sulle decisioni creative. Inoltre, si dice che Olivier e Fontaine non andassero d'accordo sul set, il che paradossalmente contribuì alla tensione palpabile tra i loro personaggi.
Rebecca - La prima moglie è un classico intramontabile che dimostra la capacità di Alfred Hitchcock di creare suspense psicologica e un'atmosfera indimenticabile, trasformando un romanzo gotico in un'opera cinematografica di grande impatto emotivo e visivo. È un film che continua a essere studiato e ammirato per la sua maestria narrativa e la sua profonda analisi della psiche umana.
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L'avventura è un film del 1960, diretto da Michelangelo Antonioni
L'avventura è un capolavoro del cinema italiano del 1960, diretto da Michelangelo Antonioni. Questo film è spesso considerato una pietra miliare della modernità cinematografica e la prima parte della sua celebre "trilogia dell'incomunicabilità", seguita da La notte (1961) e L'eclisse (1962).
Il film inizia con un gruppo di amici della ricca borghesia romana in gita in barca alle Isole Eolie. Durante una sosta su un'isola deserta, Anna (Lea Massari), la fidanzata di Sandro (Gabriele Ferzetti), scompare misteriosamente. Le ricerche non portano a nulla di concreto e, mentre si cerca Anna, Sandro e la sua amica Claudia (Monica Vitti), cominciano a sentirsi attratti l'uno dall'altra. Il film segue la loro ricerca di Anna, che diventa sempre più un viaggio nella loro stessa alienazione e nella loro incapacità di comunicare e di stabilire legami profondi. La scomparsa di Anna resta irrisolta, e la trama si concentra sempre più sul rapporto tra Sandro e Claudia, un rapporto fatto di attrazione, indifferenza e profonda solitudine, culminando in un finale enigmatico e malinconico.
Michelangelo Antonioni è stato un regista, sceneggiatore e montatore italiano, riconosciuto come uno dei maggiori cineasti della storia del cinema. La sua regia in L'avventura è caratterizzata da:
Enfasi sulla narrazione visiva: Antonioni spesso lascia che siano le immagini a parlare, con inquadrature attentamente composte che trasmettono emozioni e significati che vanno oltre il dialogo. Paesaggi, architetture e l'ambiente circostante diventano estensioni della psiche dei personaggi.
Temi di alienazione ed esistenzialismo: Il film esplora la crisi esistenziale e l'alienazione dei personaggi, che si sentono persi e disorientati in una società che ha perso i suoi punti di riferimento tradizionali.
Ritmo lento e contemplativo: Antonioni privilegia inquadrature lunghe e un ritmo dilatato, permettendo agli spettatori di immergersi nell'ambiente e di osservare le sfumature dei comportamenti dei personaggi.
Narrazione enigmatica e aperta: Le trame di Antonioni spesso presentano finali irrisolti e lasciano aperte molte domande, sfidando le convenzioni narrative tradizionali. La scomparsa di Anna in L'avventura ne è l'esempio più lampante.
Uso del paesaggio: Il paesaggio, in particolare quello siciliano e leoliche, non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo che riflette lo stato d'animo e le crisi interiori dei personaggi.
Il cast di L'avventura è stato fondamentale per la sua riuscita, in particolare i tre attori principali:
Monica Vitti nel ruolo di Claudia: La Vitti, musa di Antonioni, interpreta magnificamente la complessità emotiva di Claudia, divisa tra la lealtà verso l'amica scomparsa e l'attrazione per Sandro. La sua performance è stata molto apprezzata e ha segnato l'inizio della sua collaborazione con Antonioni.
Gabriele Ferzetti nel ruolo di Sandro: Ferzetti incarna l'uomo borghese tormentato, disilluso e incapace di trovare un vero significato nei suoi rapporti o nella sua vita.
Lea Massari nel ruolo di Anna: Nonostante il suo personaggio scompaia relativamente presto nel film, la sua presenza è fondamentale per l'innesco della trama e per il mistero che permea l'intera narrazione.
Accoglienza e impatto: Al momento della sua uscita al Festival di Cannes nel 1960, L'avventura fu accolto con polemiche e fischi, ma anche con grande entusiasmo da parte di critici e registi illuminati. Alla fine, vinse il Premio della Giuria e fu riconosciuto come un'opera innovativa che avrebbe influenzato profondamente il cinema successivo. È stato incluso più volte nelle liste dei migliori film di tutti i tempi.
Tematiche: Il film affronta temi come l'alienazione, l'incomunicabilità, la crisi dei valori borghesi, la ricerca di significato in un mondo moderno disorientante e la fragilità dei legami umani.
Stile e significato: L'avventura si allontana dalle convenzioni narrative per esplorare le sottili sfumature psicologiche dei personaggi e il vuoto esistenziale che li circonda. La "scomparsa" non è solo fisica, ma anche emotiva e spirituale, rappresentando una metafora della perdita di identità e scopo nella società contemporanea.
L'avventura è un film che invita alla riflessione, lasciando allo spettatore il compito di interpretare i silenzi, i gesti e le atmosfere, più che le azioni concrete. È un'esperienza cinematografica profonda e indimenticabile.
Miss Sloane - Giochi di potere (Miss Sloane) è un film del 2016 diretto da John Madden
"Miss Sloane - Giochi di potere" (titolo originale: Miss Sloane) è un thriller politico del 2016 diretto da John Madden e scritto da Jonathan Perera, al suo debutto come sceneggiatore. Il film offre uno sguardo intenso e spesso inquietante sul mondo spietato e moralmente ambiguo delle lobby a Washington D.C., con una straordinaria interpretazione di Jessica Chastain nel ruolo della protagonista.
Il film ruota attorno a Elizabeth Sloane (Jessica Chastain), una lobbista di successo, cinica e incredibilmente astuta, che lavora per una delle più prestigiose agenzie di lobbying di Washington. La sua reputazione la precede: è nota per la sua capacità di prevedere le mosse degli avversari, di manipolare le situazioni e di vincere a ogni costo, spesso superando i limiti dell'etica e della moralità. La sua vita personale è quasi inesistente, interamente dedicata al suo lavoro e alla costante ricerca della vittoria.
La storia inizia con Elizabeth che testimonia davanti a una commissione del Congresso, presieduta dal senatore Ron M. Sperling (John Lithgow), che la accusa di violazioni delle regole etiche del Senato durante la sua attività. La narrazione si sviluppa attraverso una serie di flashback che ci mostrano gli eventi che l'hanno portata a questa situazione.
Il punto di svolta arriva quando le viene chiesto di lavorare per un potente gruppo pro-armi, che vuole mobilitare le donne contro una proposta di legge che introdurrebbe controlli più stringenti sulle armi da fuoco. Con sorpresa di tutti, Elizabeth rifiuta l'offerta. Invece, decide di lasciare la sua agenzia di alto profilo e di unirsi a una piccola "boutique" di lobbying guidata da Rodolfo Schmidt (Mark Strong), un'azienda che supporta apertamente la legislazione sul controllo delle armi. Questo trasferimento non è privo di conseguenze: la sua assistente più fidata, Jane Molloy (Alison Pill), si sente tradita e rimane con la vecchia agenzia.
Da questo momento, Elizabeth si lancia in una battaglia senza esclusione di colpi per far approvare la legge sul controllo delle armi. Utilizza ogni mezzo a sua disposizione: ricatti, intercettazioni, manipolazioni mediatiche e sotterfugi di ogni genere. Il suo approccio è spietato e mette a dura prova anche il suo nuovo team, che include Esme Manucharian (Gugu Mbatha-Raw), una giovane e idealista membro del suo staff con un passato traumatico legato alla violenza armata.
Man mano che la battaglia si intensifica, le tattiche di Elizabeth diventano sempre più aggressive e controverse. Si creano tensioni all'interno del suo stesso team e con i suoi avversari, che cercano disperatamente di smascherare i suoi metodi. L'indagine del Congresso prosegue in parallelo, rivelando le complesse reti di intrighi e il prezzo che Elizabeth è disposta a pagare per la vittoria.
Il film raggiunge il suo culmine con una serie di colpi di scena inaspettati, rivelando che l'intera audizione al Congresso fa parte di un piano ancora più grande e complesso ideato da Elizabeth stessa. Il suo obiettivo non è solo vincere la battaglia sulla legge delle armi, ma anche esporre la corruzione e l'ipocrisia del sistema di lobbying e del Congresso stesso. Il finale è sorprendente e dimostra l'estrema intelligenza e la lungimiranza della protagonista, che sacrifica la propria libertà per un fine più grande.
John Madden, regista britannico noto per film come "Shakespeare in Love" (che gli valse una nomination all'Oscar per la miglior regia), "Il debito" e "Marigold Hotel", dimostra in "Miss Sloane" una padronanza eccezionale del genere thriller politico. La sua regia è caratterizzata da un ritmo serrato e incalzante, che riflette la frenesia e l'intensità del mondo delle lobby. Madden riesce a mantenere alta la tensione per tutta la durata del film, nonostante la narrazione sia prevalentemente basata su dialoghi complessi e rapidi scambi di battute, piuttosto che su scene d'azione.
La cinepresa di Madden si concentra spesso sui volti degli attori, catturando le espressioni sottili e le sfumature emotive che aggiungono profondità ai personaggi. L'uso di flashback è ben gestito e contribuisce a costruire gradualmente il puzzle degli eventi che portano Elizabeth Sloane davanti al Congresso. Il regista riesce a rendere avvincente un argomento intrinsecamente "parlato" come il lobbying, trasformandolo in una sorta di partita a scacchi ad alta posta in gioco, dove ogni mossa conta.
Il cast di "Miss Sloane" è eccezionale, con una Jessica Chastain che domina la scena con una performance magnetica e pluripremiata.
Jessica Chastain nel ruolo di Elizabeth Sloane: La Chastain è il cuore pulsante del film. La sua interpretazione di Elizabeth Sloane è stata ampiamente elogiata dalla critica, ottenendo anche una nomination ai Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico. Riesce a rendere il suo personaggio complesso e sfaccettato: una donna brillante, glaciale, calcolatrice e spesso spietata, ma allo stesso tempo vulnerabile e profondamente sola. La sua Elizabeth è una forza della natura, che irradia intelligenza e determinazione, e la sua capacità di tenere testa a tutti i suoi avversari, sia uomini che donne, la rende una figura femminile potente e anticonvenzionale nel panorama cinematografico. Il suo modo di pronunciare i dialoghi rapidi e densi di informazioni è impeccabile, e la sua presenza scenica è innegabile.
Mark Strong nel ruolo di Rodolfo Schmidt: Strong offre una solida interpretazione come il capo della nuova agenzia di lobbying di Elizabeth. È la sua controparte morale, che cerca di bilanciare l'efficacia con l'etica, pur dovendo fare i conti con i metodi estremi di Sloane. Il suo personaggio funge da bussola morale, seppur spesso messa alla prova, e il suo scontro dialettico con Elizabeth aggiunge dinamismo.
Gugu Mbatha-Raw nel ruolo di Esme Manucharian: Il personaggio di Esme rappresenta la "coscienza" del film. Mbatha-Raw porta sullo schermo un'interpretazione toccante di una donna idealista che crede fermamente nella causa che sta difendendo, e che viene messa a dura prova dalle tattiche manipolatrici di Sloane. Il suo arco narrativo è cruciale per comprendere le ripercussioni personali delle battaglie politiche.
John Lithgow nel ruolo del Senatore Ronald Sperling: Lithgow interpreta il senatore che conduce l'indagine contro Elizabeth. È un avversario formidabile, che cerca di smascherare le irregolarità di Sloane, ma che si ritrova anch'egli parte di un gioco più grande. La sua interpretazione è misurata e autorevole.
Altri attori di rilievo includono Alison Pill come Jane Molloy, l'ex assistente di Elizabeth, e Michael Stuhlbarg come Pat Connors, un altro lobbista avversario.
"Miss Sloane" è molto più di un semplice thriller politico; è una profonda analisi del potere, della moralità e della corruzione che permeano il sistema politico americano, in particolare il mondo delle lobby. Il film espone la natura spietata del lobbying, dove l'obiettivo è vincere a tutti i costi, e dove i confini tra giusto e sbagliato si fanno sempre più labili.
Una delle tematiche centrali è la manipolazione dell'opinione pubblica e l'uso dei media come strumenti di pressione. Elizabeth Sloane è una maestra in questo, capace di sfruttare le notizie, di creare eventi mediatici e di orchestrare campagne di pubbliche relazioni per influenzare l'esito di una legge.
Il film solleva anche interrogativi sulla vera natura del potere e su chi lo detenga realmente. Spesso, non sono i politici eletti, ma le figure dietro le quinte – i lobbisti – a dettare l'agenda e a influenzare le decisioni cruciali che riguardano milioni di persone.
Nonostante il tema del controllo delle armi sia centrale nella trama, il film non è un'opera di propaganda politica in senso stretto. Piuttosto, utilizza la questione delle armi come un caso di studio per esplorare le dinamiche del potere e la moralità dei personaggi. Non prende una posizione netta sulla questione in sé, ma si concentra su come le battaglie legislative vengono combattute e vinte a Washington.
Infine, "Miss Sloane" è anche un ritratto femminile forte e complesso. Elizabeth Sloane è un personaggio femminile che non si conforma agli stereotipi, una donna che si muove in un ambiente dominato dagli uomini, superandoli in astuzia e determinazione. La sua ambizione e la sua intelligenza sono i suoi punti di forza, ma anche la sua condanna, portandola a sacrificare quasi tutto per il suo credo nella vittoria.
Il film ha ricevuto recensioni generalmente positive dalla critica, con particolare encomio per la performance di Jessica Chastain. Rotten Tomatoes riporta un indice di gradimento del 76%, con il consenso critico che afferma: "Miss Sloane poggia saldamente sulle spalle della performance di Jessica Chastain – e lei risponde con un lavoro degno di premi che eleva da sola il film." Su Metacritic, ha ottenuto un punteggio medio ponderato di 64 su 100.
Nonostante l'apprezzamento della critica, "Miss Sloane" è stato un flop al botteghino. A fronte di un budget stimato tra i 13 e i 18 milioni di dollari, il film ha incassato solo circa 9,1 milioni di dollari a livello mondiale. In Italia, l'incasso è stato ancora più modesto, circa 73,4 mila euro. Le ragioni di questo scarso successo commerciale sono state oggetto di discussione, con alcuni che hanno ipotizzato che il tema politico complesso e la sua uscita a ridosso delle elezioni presidenziali americane del 2016 possano aver influenzato il pubblico.
"Miss Sloane - Giochi di potere" è un film che, pur non avendo brillato al botteghino, offre un'analisi acuta e tesa del mondo del lobbying e del potere politico, sostenuta da una sceneggiatura intelligente e, soprattutto, da una performance straordinaria di Jessica Chastain. È un'opera che invita alla riflessione sulle dinamiche nascoste che modellano le leggi e le vite delle persone.
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Medicine for Melancholy, è un film del 2008 , di Barry Jenkins
Medicine for Melancholy, un film del 2008 segna il folgorante esordio alla regia di Barry Jenkins, regista che in seguito avrebbe conquistato fama mondiale con opere come Moonlight (vincitore dell'Oscar come Miglior Film) e Se la strada potesse parlare. Già in questa sua opera prima, Jenkins dimostra una sensibilità e una profondità narrativa che lo avrebbero contraddistinto, esplorando temi complessi con una delicatezza e un realismo sorprendenti.
La trama di Medicine for Melancholy è apparentemente semplice ma ricca di sfumature. Il film segue le vicende di Jo (Tracey Heggins) e Micah (Wyatt Cenac), due giovani afroamericani che si svegliano nello stesso letto a San Francisco dopo un incontro casuale in un bar la sera precedente. Inveto di separarsi immediatamente, i due decidono di trascorrere la giornata insieme, esplorando la città e, soprattutto, esplorando se stessi e la loro relazione nascente.
La giornata è costellata di conversazioni intime e momenti di silenzio significativi. Attraverso le loro interazioni, emergono le differenze nelle loro prospettive sulla vita, sull'amore e, in particolare, sull'identità razziale in una San Francisco che sta vivendo profondi cambiamenti demografici e sociali. Jo, artista e indipendente, è più disillusa e cinica riguardo alle dinamiche razziali e sociali della città. Micah, al contrario, è un idealista che lavora nel settore no-profit e nutre una maggiore speranza per il futuro della comunità afroamericana in città.
Il film non presenta una trama ricca di eventi drammatici, ma si concentra invece sull'evoluzione della loro connessione, dalle incertezze iniziali alla possibilità di un legame più profondo. È un viaggio non solo fisico attraverso San Francisco, ma anche emotivo e introspettivo per i due protagonisti. La città stessa diventa un personaggio, con le sue strade, i suoi parchi e i suoi quartieri che fanno da sfondo alle loro riflessioni.
Già in Medicine for Melancholy, Jenkins sfoggia uno stile registico che diventerà la sua firma. La sua regia è caratterizzata da una profonda intimità e da una capacità unica di catturare le sfumature delle emozioni umane.
Estetica Visiva: Il film è girato con una fotografia calda e luminosa, che esalta i colori di San Francisco e crea un'atmosfera sognante. Jenkins utilizza spesso inquadrature ravvicinate sui volti dei protagonisti, sottolineando le loro espressioni e le loro reazioni più sottili. Questa scelta amplifica la sensazione di essere partecipi delle loro conversazioni più intime.
Ritmo Meditativo: Il ritmo narrativo è lento e contemplativo, permettendo agli spettatori di immergersi completamente nelle conversazioni e nei silenzi dei personaggi. Non c'è fretta, ma un'esplorazione attenta di ogni momento, che contribuisce a rendere il film un'esperienza quasi terapeutica.
Dialoghi Autentici: I dialoghi sono naturali e spontanei, spesso improvvisati o basati su strutture aperte che consentono agli attori di esprimersi liberamente. Questo conferisce al film una sensazione di realismo e autenticità, rendendo le interazioni tra Jo e Micah incredibilmente credibili.
Uso della Musica: La colonna sonora, che spazia dal jazz al soul, è utilizzata in modo magistrale per amplificare le emozioni delle scene, senza mai essere invadente. La musica non è solo un accompagnamento, ma un elemento narrativo a tutti gli effetti, che contribuisce a definire l'atmosfera e a riflettere lo stato d'animo dei personaggi.
La forza di Medicine for Melancholy risiede in gran parte nelle eccezionali interpretazioni di Tracey Heggins e Wyatt Cenac. I due attori riescono a creare una chimica autentica e palpabile sullo schermo, portando in vita i loro personaggi con sensibilità e profondità.
Tracey Heggins nel ruolo di Jo: Heggins interpreta Jo con una miscela di vulnerabilità e risolutezza. Il suo personaggio è complesso, con un cinismo che nasconde una profonda riflessione sulle questioni razziali e sociali. La sua performance è sottile ma potente, capace di trasmettere un mondo di emozioni con uno sguardo o un gesto.
Wyatt Cenac nel ruolo di Micah: Cenac, noto anche per il suo lavoro come comico e scrittore, porta al personaggio di Micah un'intelligenza e un'idealismo contagiosi. La sua capacità di passare da momenti di leggerezza a momenti di profonda introspezione è notevole. La sua performance è fondamentale per equilibrare il cinismo di Jo e per creare una dinamica credibile tra i due protagonisti.
La scelta di attori relativamente sconosciuti al grande pubblico ha contribuito a conferire al film un'ulteriore autenticità e a rafforzare la sensazione di stare osservando un frammento di vita reale.
Come opera prima, Medicine for Melancholy è un biglietto da visita impressionante per Barry Jenkins. Già qui si possono intravedere i temi e le preoccupazioni che avrebbe esplorato con maggiore ampiezza nei suoi lavori successivi.
Identità Afroamericana: Il film affronta apertamente la questione dell'identità afroamericana e la sua percezione in una città come San Francisco, che, pur essendo progressista, presenta ancora sfide per le sue minoranze. Jo e Micah rappresentano due diverse prospettive su come navigare questa identità in un contesto urbano in rapida evoluzione. Il film non offre risposte facili, ma pone domande importanti sulla gentrificazione, sulla scomparsa delle comunità nere e sul senso di appartenenza.
Relazioni Umane: Al di là delle questioni razziali, il film è una profonda meditazione sulle relazioni umane, sulla fragilità delle connessioni e sulla possibilità di trovare intimità in incontri inaspettati. Esplora le dinamiche del corteggiamento, le aspettative e le paure che accompagnano la nascita di un legame.
San Francisco come Contesto: La città di San Francisco non è solo uno sfondo, ma un elemento cruciale della narrazione. I luoghi iconici e meno noti della città sono utilizzati per riflettere lo stato d'animo dei personaggi e per commentare le trasformazioni sociali in atto. La bellezza della città contrasta a volte con le amare verità che i personaggi discutono.
Malinconia e Speranza: Il titolo stesso, Medicine for Melancholy, suggerisce la natura agrodolce del film. C'è una malinconia di fondo, un senso di perdita per ciò che sta svanendo nella comunità afroamericana di San Francisco, ma anche una speranza nelle possibilità di connessione umana e di cambiamento. La "medicina" non è una cura definitiva, ma forse la compagnia, la comprensione e l'accettazione che i due personaggi trovano l'uno nell'altra.
Sebbene non abbia avuto la stessa risonanza commerciale di Moonlight, Medicine for Melancholy è un film fondamentale per comprendere l'evoluzione artistica di Barry Jenkins. Ha ricevuto elogi dalla critica per la sua originalità, la sua sensibilità e la sua capacità di affrontare temi complessi in modo intimo e personale. È un film che, pur essendo ambientato in un contesto specifico, parla a un'esperienza universale di ricerca di connessione e di identità.
È un'opera che invita alla riflessione, che non offre risposte preconfezionate ma stimola il dialogo e l'introspezione. Per gli amanti del cinema d'autore e per chi è interessato a esplorare le radici del talento di Barry Jenkins, Medicine for Melancholy è una visione essenziale. Un film che, nonostante il suo basso budget e la sua produzione indipendente, brilla per la sua intelligenza emotiva e la sua audacia narrativa.
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Nella tana dei lupi 2 - Pantera (Den of Thieves 2: Pantera), è un film del 2025 di Christian Gudegast.
Nella tana dei lupi 2 - Pantera (Den of Thieves 2: Pantera) è l'attesissimo sequel del fortunato Nella tana dei lupi (2018), un action thriller che ha saputo conquistare il pubblico grazie alla sua atmosfera cupa, ai personaggi complessi e alle intense sequenze d'azione. Questa nuova incursione nel mondo del crimine e della giustizia promette di alzare ulteriormente la posta in gioco, portando il detective "Big Nick" O'Brien in un'arena internazionale.
La trama di Den of Thieves 2: Pantera si sposta dai polverosi sobborghi di Los Angeles alle affascinanti ma pericolose strade d'Europa. Il detective Nicholas "Big Nick" O'Brien (Gerard Butler), protagonista del primo capitolo, si ritrova ancora una volta sulle tracce di Donnie Wilson (O'Shea Jackson Jr.), l'astuto rapinatore di banche che nel film precedente era riuscito a sfuggire alla sua cattura. Tuttavia, la loro relazione è ora più complessa, quasi un gioco tra gatto e topo in cui i ruoli si confondono.
Donnie è ora coinvolto in un'organizzazione criminale internazionale, il cui obiettivo è una delle più grandi rapine nel mercato dei diamanti in Europa. Questa volta, l'operazione non si limita a un colpo, ma è parte di una più ampia rete di riciclaggio di denaro sporco che coinvolge diverse organizzazioni malavitose, tra cui la temibile "Pantera", un gruppo di ladri di diamanti che opera con una precisione chirurgica e una brutalità inaudita.
Big Nick, dopo gli eventi del primo film che lo hanno lasciato in una posizione professionale precaria e con una reputazione compromessa, è costretto a viaggiare per l'Europa, inseguendo indizi e infiltrandosi nel sottobosco criminale. Il suo obiettivo non è solo catturare Donnie, ma anche smantellare l'intera organizzazione della Pantera. La sua caccia lo porterà attraverso le città più iconiche del continente, dalle strade illuminate di Marsiglia ai vicoli bui di Belgrado, passando per le raffinatezze di Londra, ognuna con le sue sfide e i suoi pericoli.
Il film promette di approfondire la psicologia dei personaggi, esplorando la linea sottile che separa il bene dal male, la giustizia dalla vendetta. Big Nick è un personaggio tormentato, ossessionato dal suo lavoro e disposto a infrangere le regole per raggiungere i suoi scopi. Donnie, d'altra parte, è un uomo intrappolato tra il suo passato criminale e il desiderio di una vita normale, ma costretto a mettere alla prova le sue abilità per sopravvivere in un mondo spietato. Il loro confronto sarà il fulcro emotivo e narrativo del film.
Christian Gudegast torna alla regia di Den of Thieves 2: Pantera, mantenendo la sua visione oscura e viscerale che ha caratterizzato il primo film. Gudegast, che ha anche scritto la sceneggiatura, è noto per il suo approccio pragmatico e realistico all'azione, lontano dalle acrobazie esagerate tipiche di molti blockbuster.
Stile Visivo: Ci si aspetta una regia dinamica e immersiva, con una fotografia cruda e intensa che esalta l'atmosfera grintosa del film. Gudegast predilige inquadrature ravvicinate e carrelli frenetici durante le sequenze d'azione, ponendo lo spettatore al centro dell'adrenalina. La scelta di location europee offrirà nuove opportunità per una resa visiva più varia e suggestiva, pur mantenendo l'estetica urban e noir del predecessore.
Azione Realistica: Il regista è un sostenitore dell'azione "tattica" e credibile. Le sparatorie e gli scontri saranno coreografati con un'attenzione ai dettagli che le rende brutali e realistiche, evitando effetti speciali eccessivi in favore di un approccio più "sporco" e veritiero. Ci si aspetta meno esplosioni esagerate e più tensioni palpabili.
Sviluppo dei Personaggi: Nonostante l'enfasi sull'azione, Gudegast è attento allo sviluppo dei personaggi. In Den of Thieves, ha saputo creare figure complesse, con motivazioni ambigue e una moralità grigia. Si prevede che questo approccio venga mantenuto anche nel sequel, approfondendo le sfumature psicologiche di Big Nick e Donnie, così come dei nuovi personaggi che incontreranno.
Tensione e Ritmo: Gudegast è un maestro nel creare suspense. Il film dovrebbe mantenere un ritmo incalzante, alternando momenti di pura adrenalina a fasi di indagine e pianificazione meticolosa, tenendo lo spettatore con il fiato sospeso fino all'ultimo.
Il cast di Den of Thieves 2: Pantera vede il ritorno di due pilastri fondamentali e l'introduzione di nuovi talenti che arricchiranno la narrazione.
Gerard Butler come Nicholas "Big Nick" O'Brien: Butler torna nel ruolo del burbero ma efficace detective Big Nick. La sua performance nel primo film è stata elogiata per la sua intensità e la sua capacità di incarnare un personaggio al limite tra la legge e l'illegalità. Ci si aspetta che Butler porti ancora una volta il suo carisma ruvido e la sua fisicità al ruolo, esplorando ulteriormente le complessità di Big Nick e le ripercussioni delle sue scelte passate.
O'Shea Jackson Jr. come Donnie Wilson: Jackson Jr. riprende il ruolo di Donnie, il cervello dietro le rapine, il cui rapporto con Big Nick è al tempo stesso di antagonismo e rispetto reciproco. La sua interpretazione nel primo film ha mostrato una sorprendente profondità e versatilità. In questo sequel, Donnie sarà probabilmente messo alla prova in modi nuovi, costretto a usare non solo la sua intelligenza ma anche le sue abilità di sopravvivenza in un ambiente più pericoloso.
Nuovi Membri del Cast: Il film introdurrà nuovi personaggi che saranno cruciali per la trama, inclusi membri della "Pantera" e figure misteriose del mondo criminale europeo. Sebbene i nomi specifici non siano ancora stati ampiamente divulgati, la presenza di attori europei e la ricerca di volti freschi promette di arricchire il cast con nuove dinamiche e sfide per i protagonisti.
Nella tana dei lupi (2018) è stato un successo a sorpresa, guadagnando un culto di seguaci grazie alla sua atmosfera grintosa che ricordava i thriller polizieschi degli anni '90 come Heat o Point Break, ma con un tocco più contemporaneo. Ha incassato oltre 80 milioni di dollari a livello globale con un budget relativamente modesto, dimostrando che c'era un forte interesse per questo tipo di storie.
Le aspettative per Den of Thieves 2: Pantera sono alte. I fan si aspettano:
Azioni ancora più esplosive: Con un budget presumibilmente maggiore e l'ambientazione internazionale, ci si aspetta sequenze d'azione più elaborate e spettacolari.
Sviluppo della relazione tra Big Nick e Donnie: Il punto di forza del primo film è stata la complessa dinamica tra i due protagonisti. I fan sono curiosi di vedere come evolverà il loro rapporto di odio-amore, di inseguimento e rispetto reciproco.
Espansione del "Universo" di Den of Thieves: Il film ha l'opportunità di costruire un vero e proprio franchising, introducendo nuove minacce e personaggi che potrebbero portare a ulteriori sequel o spin-off. L'esplorazione del crimine internazionale apre nuove e interessanti direzioni narrative.
Un'analisi più profonda delle motivazioni: La moralità ambigua dei personaggi è un tratto distintivo. Ci si aspetta che il sequel continui a esplorare le zone grigie della giustizia e del crimine, mettendo in discussione i confini tra eroe e antieroe.
In definitiva, Nella tana dei lupi 2 - Pantera è un film che non deluderà gli amanti del genere action-thriller. Con un regista che sa il fatto suo, un cast collaudato e una trama che promette adrenalina e complessità, il sequel è pronto a lasciare il segno e a consolidare la saga di Big Nick come una delle più avvincenti nel panorama contemporaneo del cinema d'azione.
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The Royal Hotel, è un film del 2023 diretto da Kitty Green
The Royal Hotel, film del 2023 diretto da Kitty Green, si immerge nelle profondità dell'entroterra australiano per raccontare una storia di sopravvivenza, paura e dinamiche di genere complesse. Con la sua atmosfera tesa e le performance avvincenti, il film si distingue come un thriller psicologico che mette a nudo le vulnerabilità di due giovani donne in un ambiente ostile.
Il film segue Hanna (Julia Garner) e Liv (Jessica Henwick), due amiche americane che, durante il loro viaggio zaino in spalla in Australia, si ritrovano a corto di soldi. Per racimolare un po' di denaro e continuare la loro avventura verso Bali, accettano un lavoro temporaneo come bariste in un pub remoto chiamato "The Royal Hotel", situato in una sperduta e polverosa città mineraria dell'Outback.
Fin dal loro arrivo, l'ambiente si rivela meno accogliente di quanto sperato. Il pub è frequentato da una clientela prevalentemente maschile e spesso ubriaca, composta da minatori e abitanti del luogo. Il proprietario, Billy (Hugo Weaving), è un uomo burbero e enigmatico, e la sua assistente, Carol (Ursula Yovich), sembra l'unica a volerle proteggere, pur essendo anch'essa parte di quel mondo.
Inizialmente, Hanna e Liv cercano di adattarsi e di vedere il lato positivo della situazione. Liv, più estroversa e avventurosa, si integra più facilmente, mentre Hanna, più riservata e cauta, percepisce subito una tensione sottostante. Le attenzioni maschili, sebbene all'inizio possano sembrare innocue, diventano via via più invadenti, inappropriate e minacciose. L'alcol scorre a fiumi, e con esso crescono le molestie e le situazioni di potenziale pericolo.
Le due amiche si ritrovano intrappolate in un isolamento crescente, lontano da qualsiasi aiuto esterno. La comunicazione con il mondo esterno è quasi inesistente e l'autobus che dovrebbe portarle via tarderà ad arrivare. La situazione degenera lentamente ma inesorabilmente, trasformando il pub in una gabbia dalla quale sembra impossibile fuggire. Hanna e Liv devono fare affidamento l'una sull'altra per navigare in questo ambiente ostile, mentre la paura e la tensione aumentano, portandole a temere per la loro sicurezza e integrità. Il film esplora il confine labile tra la convivialità australiana e una cultura machista e aggressiva che può trasformarsi rapidamente in una vera e propria minaccia.
Kitty Green si conferma una regista con una voce autoriale ben definita, capace di creare atmosfere cariche di tensione e di esplorare tematiche sociali complesse con sensibilità. Dopo il suo acclamato documentario Casting JonBenét e il dramma The Assistant, che analizzava le dinamiche di potere e le molestie sul posto di lavoro, Green prosegue la sua indagine sulle intricate dinamiche della cultura maschile e sulle vulnerabilità femminili.
Tensione Implicita: Il marchio di fabbrica di Green è la sua capacità di costruire una tensione palpabile senza ricorrere a jump scare o a scene d'azione esagerate. La minaccia in The Royal Hotel è spesso implicita, suggerita dagli sguardi, dai silenzi, dai commenti ambigui e dalle inquadrature che amplificano il senso di claustrofobia e isolamento. La paura non deriva tanto da eventi espliciti, quanto dalla costante sensazione di essere osservate e alla mercé di un ambiente potenzialmente ostile.
Realismo e Immersione: Green adotta uno stile quasi documentaristico, immergendo lo spettatore nella realtà cruda dell'Outback e nella routine delle due ragazze. La fotografia è naturalistica, spesso illuminata dalla luce del sole implacabile o dalle luci fioche del pub. Questo approccio contribuisce a rendere la situazione più credibile e inquietante.
Esplorazione delle Dinamiche di Genere: La regista è maestra nel mettere in discussione le dinamiche di genere e nel mostrare come il patriarcato e la cultura tossica dell'alcol possano influenzare le interazioni sociali, specialmente in contesti isolati. Il film non giudica, ma osserva attentamente le reazioni delle due protagoniste, le loro strategie di coping e il modo in cui cercano di mantenere il controllo in una situazione sempre più precaria.
Ritmo Meditato: Il ritmo del film è lento e contemplativo, permettendo alla tensione di accumularsi gradualmente. Questa scelta stilistica rafforza il senso di intrappolamento e l'inevitabilità della situazione, rendendo il crescendo di ansia ancora più efficace. Green dà spazio ai personaggi di respirare e agli spettatori di riflettere sulle implicazioni di ciò che sta accadendo.
Il successo di The Royal Hotel è in gran parte dovuto alle intense e credibili performance delle sue due attrici principali e al solido cast di supporto.
Julia Garner nel ruolo di Hanna: Garner offre una performance straordinaria, portando in vita Hanna con una vulnerabilità e una resilienza commoventi. Il suo personaggio è quello più sensibile e preoccupato, la sua ansia è palpabile e contagiosa. Garner è maestra nell'esprimere emozioni complesse attraverso sguardi e piccole reazioni, rendendo il suo arco narrativo particolarmente coinvolgente. La sua capacità di trasmettere il crescente disagio di Hanna è fondamentale per la tensione del film.
Jessica Henwick nel ruolo di Liv: Henwick interpreta Liv, la più spensierata e avventurosa delle due. Inizialmente più aperta e meno propensa a vedere il pericolo, Liv rappresenta un contrasto interessante con Hanna. Henwick bilancia bene l'iniziale leggerezza del personaggio con la crescente consapevolezza e paura che la situazione le impone. La sua dinamica con Garner è cruciale per la credibilità della loro amicizia e della loro lotta.
Hugo Weaving nel ruolo di Billy: Weaving è impeccabile nel ruolo del proprietario del pub, Billy. Il suo personaggio è ambiguo, a tratti paterno, a tratti minaccioso, incarnando la complessità e le contraddizioni dell'ambiente maschile del pub. La sua presenza è intimidatoria e contribuisce a creare l'atmospeciale di disagio che permea il film.
Ursula Yovich nel ruolo di Carol: Yovich interpreta Carol, una figura di riferimento femminile all'interno del pub. Il suo personaggio è una guida silenziosa, che offre un senso di protezione ma è anche testimone delle dinamiche problematiche del luogo. La sua performance aggiunge un ulteriore strato di complessità al quadro sociale rappresentato.
The Royal Hotel è ispirato al documentario del 2016 Hotel Coolgardie di Pete Gleeson, che raccontava esperienze reali di backpacker in pub remoti dell'Australia. Questa base di autenticità conferisce al film una risonanza particolare, sottolineando come le situazioni rappresentate non siano mere finzioni, ma riflettano problematiche reali legate alla sicurezza delle donne in contesti isolati e alla persistenza di culture maschiliste.
Il film è un'esplorazione incisiva della cultura tossica alimentata dall'alcol e delle dinamiche di potere che ne derivano. Non è solo un thriller sulla sopravvivenza, ma un commento sociale sul senso di impunità che può generarsi in ambienti remoti e sulla forza e la resilienza femminile di fronte all'avversità. Kitty Green continua a consolidare la sua posizione come voce femminista di rilievo nel panorama cinematografico contemporaneo, offrendo uno sguardo acuto e senza compromessi su realtà scomode.
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Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive) è un film del 2013 di Jim Jarmusch.
"Solo gli amanti sopravvivono" (Only Lovers Left Alive) è un film del 2013 scritto e diretto dal visionario Jim Jarmusch, un'opera che trascende i generi per offrire una meditazione profonda sull'amore, l'arte, l'immortalità e la decadenza del mondo moderno, il tutto filtrato attraverso la lente malinconica e stilosa del vampirismo. Lontano dalle convenzioni horror del genere, Jarmusch crea un'esperienza cinematografica unica, intima e ricca di atmosfera, un vero e proprio inno agli spiriti liberi e alla bellezza della conoscenza accumulata attraverso i secoli.
Al centro di "Solo gli amanti sopravvivono" c'è la storia d'amore millenaria tra Adam (Tom Hiddleston) e Eve (Tilda Swinton), due vampiri raffinati, colti e profondamente innamorati, che hanno vissuto per secoli, assistendo all'ascesa e alla caduta delle civiltà umane, accumulando conoscenza, arte e una profonda disillusione verso l'attuale stato del mondo.
Adam è un musicista solitario, un artista tormentato che vive recluso in una villa fatiscente nella desolata e affascinante Detroit. Circondato da strumenti musicali vintage e dischi in vinile, Adam compone musica sperimentale, riflettendo sulla miseria dell'umanità, che egli chiama con disprezzo "zombie". La sua depressione è tangibile; è stanco dell'esistenza, del degrado ambientale e intellettuale che percepisce negli umani, e considera persino il suicidio (attraverso una pallottola di legno artigianale) come una via d'uscita dalla sua immortale malinconia. Il suo unico conforto è la sua arte e il contatto con il suo fidato fornitore di sangue, Dr. Watson (Jeffrey Wright), che gli procura sacche di "sangue puro" da fonti mediche controllate, evitando così il rischio di contaminazione dalle malattie umane.
Dall'altra parte del mondo, nella vivace ma labirintica Tangeri, vive Eve. Al contrario di Adam, Eve è luminosa, resilienti e profondamente ottimista. Trascorre il suo tempo immersa nella letteratura, parlando diverse lingue antiche e godendosi la compagnia del suo vecchio amico, il vampiro anziano Christopher Marlowe (John Hurt), che ha vissuto così a lungo da aver probabilmente scritto le opere attribuite a Shakespeare. Eve è l'antidoto alla malinconia di Adam; è la sua ragione di vita, la sua compagna intellettuale e la sua amante. È lei a fornirgli la prospettiva, a ricordargli la bellezza che ancora esiste nel mondo e l'importanza del loro legame. Anche lei si procura sangue da fonti affidabili, in questo caso da un vampiro locale di nome Bilal.
Percependo la profonda tristezza di Adam, Eve decide di raggiungerlo a Detroit. Il loro ricongiungimento è il cuore pulsante del film. La loro routine quotidiana è fatta di momenti intimi: si scambiano doni (dischi rari, libri antichi), bevono il loro prezioso sangue in bicchieri da liquore di cristallo, parlano di storia, scienza, arte e letteratura, e danzano lentamente al ritmo della musica di Adam. La loro casa a Detroit, nonostante la sua desolazione esterna, è un santuario di bellezza e cultura, un riflesso del loro amore eterno e del loro rifiuto del caos esterno. Jarmusch esalta questi momenti, permettendo al pubblico di immergersi nella loro esistenza contemplativa.
L'equilibrio della loro quieta esistenza viene però bruscamente interrotto dall'arrivo inaspettato di Ava (Mia Wasikowska), la sorella minore di Eve. Ava è giovane, impulsiva e, a differenza di Adam e Eve, non ha imparato a controllare i suoi istinti più primordiali. La sua presenza porta scompiglio e pericolo. Dopo una notte di eccessi e un incontro fatale con uno "zombie" umano, Ava crea una situazione disastrosa, costringendo Adam e Eve a liberarsi del corpo e a fuggire da Detroit per evitare di essere scoperti e di attirare l'attenzione degli umani.
Costretti a lasciare il loro rifugio, Adam e Eve tornano a Tangeri, sperando di trovare conforto e riparo presso Christopher Marlowe. Tuttavia, la tragedia li colpisce nuovamente: scoprono che Marlowe è gravemente malato a causa del sangue contaminato che ha dovuto bere, e la sua morte imminente è un colpo devastante per i due amanti, che perdono un amico prezioso e un'altra connessione con un passato glorioso.
Senza più una fonte sicura di sangue e con il rischio di morire di sete o di cedere agli istinti più bassi, Adam e Eve si ritrovano in una situazione disperata. La loro immortalità, una volta una benedizione, ora sembra una condanna. Il film si conclude con un momento di disperata necessità: pur di sopravvivere, sono costretti a prendere il sangue da due giovani amanti che ballano in un locale di Tangeri. È un atto di sopravvivenza, ma anche un momento che sottolinea il ciclo eterno della vita e della morte, e la continua lotta per mantenere la propria integrità in un mondo in cambiamento. Nonostante la loro disillusione, il loro amore e la loro sete di conoscenza li spingono a continuare, a sopravvivere, costi quel che costi, perché, in fondo, "solo gli amanti sopravvivono".
Jim Jarmusch è un regista la cui estetica è immediatamente riconoscibile, e "Solo gli amanti sopravvivono" ne è un esempio lampante. Il suo stile è caratterizzato da un ritmo lento e contemplativo, che permette allo spettatore di immergersi completamente nell'atmosfera e nei personaggi. Non ci sono grandi colpi di scena o sequenze d'azione frenetiche; Jarmusch si concentra invece sui dettagli, sulle conversazioni, sui volti e sugli ambienti, creando un senso di malinconia e atemporalità.
Un elemento distintivo della regia di Jarmusch è l'uso evocativo della fotografia. Le immagini del film sono sontuose, con una palette di colori ricca e scura che evoca un senso di mistero e decadenza. Le riprese notturne di Detroit e Tangeri sono particolarmente suggestive, trasformando queste città in personaggi a sé stanti. Detroit, con i suoi edifici abbandonati e le sue strade silenziose, diventa un simbolo della rovina della civiltà industriale, mentre Tangeri, con i suoi vicoli tortuosi e i suoi mercati affollati, rappresenta un'antica bellezza e un rifugio per esseri fuori dal tempo. La macchina da presa si muove spesso lentamente, indugiando sui volti dei protagonisti, sui dettagli delle loro case e sugli oggetti che li circondano, invitando lo spettatore a cogliere ogni sfumatura.
La colonna sonora gioca un ruolo cruciale nella creazione dell'atmosfera del film. Jarmusch, egli stesso musicista, infonde il film con un mix ipnotico di rock psichedelico, musica araba tradizionale e brani originali composti dalla sua band, Sqürl. La musica non è solo un accompagnamento, ma una parte integrante della narrazione, riflettendo lo stato d'animo dei personaggi e amplificando il senso di atemporalità e mistero. La musica di Adam, in particolare, è un'espressione della sua anima tormentata e della sua arte che trascende le epoche.
Jarmusch è anche un maestro nel creare dialoghi acuti e intelligenti. Le conversazioni tra Adam e Eve sono piene di riferimenti letterari, storici, scientifici e artistici, rivelando la loro immensa conoscenza accumulata nei secoli. Questi dialoghi non sono mai pedanti, ma piuttosto un modo per esplorare i temi del film e per mostrare la profondità intellettuale dei personaggi. Il regista lascia anche molto spazio al non detto, ai silenzi significativi e agli sguardi, permettendo al pubblico di interpretare le emozioni e le motivazioni dei personaggi.
Infine, la regia di Jarmusch è intrisa di un profondo senso di estetica e di dettaglio. Ogni inquadratura è attentamente composta, ogni oggetto in scena ha un significato. Dagli abiti vintage dei vampiri ai libri polverosi, dagli strumenti musicali antichi ai bicchieri di cristallo per il sangue, ogni elemento contribuisce a costruire il mondo unico e affascinante di Adam ed Eve.
Il successo di "Solo gli amanti sopravvivono" dipende in larga parte dalle performance impeccabili e dalla chimica perfetta del suo cast principale.
Tilda Swinton (Eve): Swinton è semplicemente magnetica nel ruolo di Eve. La sua interpretazione è eterea, elegante e profondamente carismatica. Eve è l'incarnazione della saggezza e della resilienza, e Swinton la porta in vita con una grazia e un'intelligenza straordinarie. I suoi occhi penetranti e il suo portamento regale la rendono credibile come una creatura che ha vissuto millenni. È la luce che bilancia l'oscurità di Adam, e la sua presenza sullo schermo è affascinante in ogni momento. La sua capacità di trasmettere sia la sua fragilità che la sua forza è notevole.
Tom Hiddleston (Adam): Hiddleston offre una performance introspettiva e commovente nei panni di Adam. Il suo Adam è un essere tormentato, un artista malinconico e disilluso, ma anche profondamente sensibile e capace di un amore immenso. Hiddleston riesce a rendere tangibile la sua depressione e la sua stanchezza millenaria, senza però farlo cadere nel cliché del vampiro lamentoso. La sua chimica con Swinton è eccezionale; le loro interazioni sono piene di affetto, comprensione e un profondo senso di intimità che rende la loro relazione il cuore pulsante del film. Il suo aspetto trasandato ma elegantemente decadente si sposa perfettamente con il personaggio.
Mia Wasikowska (Ava): Wasikowska, nel ruolo della sorella di Eve, Ava, è un'esplosione di energia caotica e incontrollabile. La sua interpretazione è volutamente fastidiosa e impulsiva, fornendo un contrasto necessario alla calma e alla raffinatezza di Adam ed Eve. Ava rappresenta la gioventù sfrenata, la mancanza di disciplina e il pericolo insito nell'immortalità quando non è accompagnata dalla saggezza. La sua breve ma incisiva apparizione serve a sconvolgere l'equilibrio dei protagonisti e a mettere in moto gli eventi.
John Hurt (Christopher Marlowe): John Hurt, pur con un ruolo relativamente piccolo, lascia un'impressione indelebile come Christopher Marlowe. La sua interpretazione è ricca di dignità, stanchezza e un tocco di ironia. La sua presenza aggiunge un ulteriore strato di storia e leggenda al mondo dei vampiri di Jarmusch, e la sua scomparsa è un momento di autentica tristezza per i protagonisti e per lo spettatore. Il suo carisma e la sua esperienza attoriale brillano anche nei pochi minuti in cui è in scena.
"Solo gli amanti sopravvivono" è un film ricco di temi e simbolismi.
L'Amore Eterno: Il tema centrale è ovviamente l'amore incondizionato e duraturo tra Adam ed Eve. Il loro legame trascende il tempo, le difficoltà e la disillusione. La loro relazione è un modello di partnership intellettuale ed emotiva, dove l'uno completa l'altro e fornisce forza nei momenti di debolezza. È un amore che non si nutre di drammi, ma di condivisione, comprensione e reciproco apprezzamento.
La Decadenza della Civiltà Umana: Jarmusch dipinge un quadro malinconico e critico dell'umanità moderna. Gli "zombie", come li chiamano i vampiri, sono visti come creature ignoranti, distruttive e autodistruttive, che stanno rovinando il pianeta e la cultura. La scelta di Detroit come location principale non è casuale; la città, con la sua storia di grandezza industriale seguita dal declino, simboleggia la caduta della civiltà umana.
L'Arte e la Conoscenza come Rifugio: L'arte (musica, letteratura, pittura) e la conoscenza sono presentate come le uniche vere consolazioni e fonti di bellezza in un mondo altrimenti in declino. Adam ed Eve sono custodi della cultura, apprezzando i capolavori del passato e creando nuova arte. Il film celebra la bellezza dei libri antichi, degli strumenti musicali vintage e del vinile, in contrasto con la superficialità della cultura di massa. La loro casa è un vero e proprio archivio vivente di conoscenza.
L'Immortalità e le sue Implicazioni: A differenza di molti film sui vampiri, l'immortalità non è presentata solo come un potere, ma come una condizione che porta sia benedizioni che fardelli. Da un lato, permette l'accumulo di una conoscenza e di un'esperienza immense; dall'altro, può portare a noia, disillusione e una profonda solitudine, come si vede in Adam. La difficoltà di trovare sangue puro è una metafora della sfida di mantenere la propria purezza e integrità in un mondo "contaminato".
Il Glamour Gotico: Jarmusch infonde il film con un'estetica glamour e gotica, ma in modo sottile e raffinato. I vampiri sono creature eleganti, vestite con abiti sontuosi ma malandati, che riflettono la loro età e il loro status di outsider. Le loro case sono piene di oggetti antichi e curiosità, creando un'atmosfera di bellezza decadente. Il film esalta la figura del vampiro come essere colto e sofisticato, lontano dalle rappresentazioni più violente o romantiche.
"Solo gli amanti sopravvivono" è un film che si rivolge a un pubblico che apprezza il cinema d'autore, le atmosfere rarefatte e le storie introspettive. Non è un film per chi cerca azione o adrenalina, ma per chi è disposto a immergersi in un'esperienza contemplativa che lascia un'impressione duratura. È un'opera unica nel panorama cinematografico, un inno all'amore eterno, alla bellezza dell'arte e alla resistenza dello spirito in un mondo sempre più disilluso.
PRIME
Il bacio della morte (Kiss of Death), è un film del 1947 diretto da Henry Hathaway.
"Il bacio della morte" (Kiss of Death) è un film noir del 1947 diretto dal magistrale Henry Hathaway, una pellicola che si distingue per la sua cruda atmosfera realistica, le interpretazioni memorabili e una trama avvincente che esplora i temi della redenzione, della vendetta e della difficoltà di sfuggire al proprio passato criminale. Considerato un classico del genere, il film ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema, non solo per la sua qualità intrinseca, ma anche per aver lanciato la carriera di uno dei più iconici "cattivi" di Hollywood: Richard Widmark nel ruolo di Tommy Udo.
La storia si concentra su Nick Bianco (Victor Mature), un ladro di gioielli di New York che, dopo una rapina andata storta, si ritrova a dover affrontare le conseguenze delle sue azioni. Durante il colpo, Nick viene ferito e, per evitare di coinvolgere i suoi complici e proteggere la sua famiglia, decide di non fare i nomi e finisce in prigione. La sua speranza è quella di scontare la pena, tornare alla sua famiglia e condurre una vita onesta, lontano dal crimine. Questa decisione è dettata non solo dalla lealtà verso i suoi compagni di sventura, ma soprattutto dall'amore per la moglie, Maria, e i suoi due figli piccoli.
Mentre Nick è in carcere, la sua vita prende una piega drammatica. La moglie Maria, disperata e senza mezzi di sussistenza, è costretta a chiedere aiuto a Vince, uno dei complici di Nick. Purtroppo, la tragedia si abbatte sulla famiglia: Maria, sopraffatta dalla disperazione e dalla malattia, si suicida, lasciando i figli soli. Questa notizia sconvolgente arriva a Nick in prigione e lo getta in un abisso di dolore e rabbia. La promessa di redenzione che si era fatto sembra allontanarsi sempre di più, sostituita da un crescente desiderio di vendetta.
Deciso a scoprire la verità sulla morte della moglie e a vendicarsi di coloro che l'hanno tradita, Nick accetta di collaborare con l'assistente procuratore distrettuale D'Angelo (Brian Donlevy). Diventa un informatore, fornendo nomi e dettagli sui suoi ex complici in cambio della libertà vigilata e della possibilità di ritrovare i suoi figli, che nel frattempo sono stati affidati a un orfanotrofio. Il suo obiettivo primario è quello di smascherare Vince, il complice che ritiene responsabile indiretto della morte di Maria.
La sua collaborazione con la giustizia lo porta a confrontarsi con una figura temibile e psicopatica: Tommy Udo (Richard Widmark). Udo è un assassino a sangue freddo, un sociopatico senza scrupoli che gode nel terrorizzare le sue vittime. La sua crudeltà è palese fin dalla sua prima apparizione in scena, dove tortura un uomo paralizzato sulla sedia a rotelle spingendolo giù per una rampa di scale, una scena che ha scioccato il pubblico dell'epoca e che rimane ancora oggi un momento iconico del cinema noir.
Il rapporto tra Nick e D'Angelo è complesso. Nick è motivato dalla vendetta e dal desiderio di proteggere i suoi figli, mentre D'Angelo è un uomo di legge che cerca di smantellare le organizzazioni criminali. Nonostante le loro diverse motivazioni, si crea una sorta di alleanza forzata. Nick, ormai fuori dal carcere, cerca di ricostruire la sua vita. Si innamora di Nettie (Coleen Gray), la babysitter che si prendeva cura dei suoi figli prima della tragedia. Nettie rappresenta per Nick la speranza di un futuro migliore, un'ancora di salvezza in un mondo che sembra volerlo risucchiare nuovamente nell'oscurità.
La tensione aumenta quando Nick deve testimoniare contro Udo. La sua vita e quella di Nettie sono costantemente in pericolo. Udo, con la sua aura minacciosa e la sua imprevedibilità, è una costante minaccia. La paura che Udo possa vendicarsi su di lui e su chiunque gli stia a cuore è palpabile. Il climax del film vede Nick e Udo scontrarsi in un confronto finale, dove il destino di Nick e la sua possibilità di una vita onesta dipendono dall'esito di questo scontro mortale.
Henry Hathaway era un regista noto per la sua versatilità e per la sua abilità nel creare film avvincenti e visivamente potenti in una vasta gamma di generi. Con "Il bacio della morte", Hathaway dimostra una profonda comprensione delle convenzioni del noir, utilizzandole per creare un'atmosfera di suspense e fatalismo.
Uno degli elementi più distintivi della regia di Hathaway è l'uso sapiente delle location autentiche di New York. Il film è stato girato in gran parte in esterni, nelle strade e nei vicoli della città, conferendo alla pellicola un realismo crudo e tangibile. Questa scelta di riprendere le vere strade, i ponti, i commissariati e gli appartamenti malconci, piuttosto che affidarsi a set ricostruiti in studio, contribuisce in modo significativo a creare l'atmosfera oppressiva e grintosa del film. Le riprese notturne, illuminate dai lampioni e dalle insegne al neon, accentuano il senso di isolamento e di pericolo che permea la narrazione. Le ombre lunghe e i contrasti netti, tipici del genere noir, sono utilizzati in modo eccellente per riflettere lo stato d'animo dei personaggi e per aumentare la tensione.
Hathaway è anche abile nel creare ritmo e tensione. Il film si muove a un passo costante, con momenti di calma apparente interrotti da esplosioni di violenza e dramma. Le sequenze d'azione sono girate con precisione, e il regista sa come dosare le informazioni per mantenere lo spettatore con il fiato sospeso. La sua direzione degli attori è impeccabile, riuscendo a tirare fuori il meglio da un cast eterogeneo. Hathaway non si limita a inquadrare le scene; costruisce un mondo credibile e pericoloso, dove le scelte dei personaggi hanno conseguenze reali e spesso devastanti. La sua capacità di mescolare la brutalità della strada con i drammi personali dei protagonisti è una delle chiavi del successo del film.
Il successo di "Il bacio della morte" è in gran parte dovuto alle performance eccezionali del suo cast.
Victor Mature (Nick Bianco): Mature offre un'interpretazione sorprendentemente complessa di Nick Bianco. Spesso etichettato come un attore limitato ai ruoli di "macho", qui dimostra una profondità emotiva notevole. Il suo Nick è un uomo tormentato, diviso tra il suo desiderio di redenzione e la sua sete di vendetta. Mature riesce a trasmettere la vulnerabilità e la disperazione del personaggio, rendendolo credibile e suscitando l'empatia del pubblico. Il suo fisico imponente contrasta con la sua espressione spesso sofferente, rendendo il personaggio ancora più tragico e realistico.
Richard Widmark (Tommy Udo): È Widmark, tuttavia, a rubare la scena con una performance che lo ha catapultato nell'olimpo dei "cattivi" del cinema. Il suo Tommy Udo è una figura iconica, un concentrato di pura malvagità e follia. Widmark interpreta Udo con un sorriso maniacale e una risata isterica che gelano il sangue. La sua interpretazione è così memorabile che gli valse una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista. Udo non è solo un criminale, è una forza della natura distruttiva, un nichilista che trova piacere nella sofferenza altrui. La scena in cui spinge la donna paralizzata giù dalle scale è diventata leggendaria e ha consolidato l'immagine di Widmark come un villain indimenticabile. È un personaggio che incarna la parte più oscura e imprevedibile della natura umana, un elemento di caos che scombussola la vita di Nick.
Coleen Gray (Nettie): Coleen Gray offre una performance sensibile e misurata nel ruolo di Nettie, la babysitter che diventa l'interesse amoroso di Nick. Nettie è la personificazione della speranza e della normalità, un contrasto netto con il mondo oscuro e violento in cui Nick è immerso. La sua presenza nel film è fondamentale, poiché offre a Nick un motivo per lottare per una vita migliore, un faro di luce in mezzo all'oscurità. Gray riesce a rendere il suo personaggio autentico e credibile, senza cadere nello stereotipo della "damigella in pericolo".
Brian Donlevy (D'Angelo): Donlevy interpreta l'assistente procuratore distrettuale D'Angelo con la giusta dose di cinismo e pragmatismo. Nonostante il suo ruolo di "legge", D'Angelo non è un eroe senza macchia; è un uomo che opera in un mondo grigio, dove i compromessi sono spesso necessari per raggiungere la giustizia. La sua interazione con Nick è caratterizzata da una tensione sottile, ma anche da un rispetto reciproco che si sviluppa man mano che la storia procede.
"Il bacio della morte" non è solo un film noir ben diretto e interpretato, ma anche un'opera che ha avuto un impatto significativo sul genere e sulla cultura popolare.
La sceneggiatura, scritta da Ben Hecht e Charles Lederer (non accreditati, con la sceneggiatura attribuita a Philip Dunne e Fred F. Finklehoffe), è solida e ricca di dialoghi taglienti e memorabili. La storia è ben costruita, con colpi di scena che mantengono alta l'attenzione dello spettatore. La caratterizzazione dei personaggi è profonda, e le loro motivazioni sono chiare, anche quando le loro azioni sono moralmente ambigue.
La fotografia di Norbert Brodine contribuisce in modo determinante all'atmosfera del film. Brodine utilizza abilmente l'illuminazione a basso contrasto e le ombre profonde, caratteristiche del noir, per creare un mondo visivamente suggestivo e minaccioso. Le scene notturne sono particolarmente efficaci, immergendo lo spettatore in un'atmosfera di paranoia e pericolo.
Il film affronta temi universali come la vendetta, la redenzione, il destino e la difficoltà di sfuggire al proprio passato. Nick Bianco è un uomo che cerca disperatamente di cambiare, ma il mondo del crimine continua a perseguitarlo. Questo senso di inevitabilità è un elemento centrale del genere noir e "Il bacio della morte" lo esplora con grande efficacia. La domanda che permea l'intero film è: è possibile per un uomo come Nick, macchiato dal suo passato criminale, trovare veramente la redenzione e una vita normale?
L'eredità di "Il bacio della morte" è significativa. Ha contribuito a definire il genere noir, influenzando numerosi registi e sceneggiatori successivi. La performance di Richard Widmark come Tommy Udo è diventata un punto di riferimento per l'interpretazione dei "cattivi" psicopatici al cinema, e il personaggio stesso è entrato nell'immaginario collettivo come uno dei villain più iconici. La scena della sedia a rotelle, in particolare, è un esempio lampante della capacità del film di scioccare e coinvolgere lo spettatore.
Il successo del film ha portato anche a un remake nel 1995, diretto da Barbet Schroeder e interpretato da David Caruso, Nicolas Cage e Samuel L. Jackson. Sebbene il remake abbia i suoi meriti, non è riuscito a catturare la stessa potenza e la stessa risonanza emotiva dell'originale, confermando la superiorità della versione del 1947.
In sintesi, "Il bacio della morte" è un capolavoro del cinema noir che continua a risuonare con il pubblico anche a distanza di decenni. La sua trama avvincente, la regia ispirata di Henry Hathaway, le interpretazioni indimenticabili del cast (in particolare quella di Richard Widmark) e la sua atmosfera cruda e realistica lo rendono un film imperdibile per gli amanti del genere e per chiunque apprezzi il grande cinema. È una storia che parla della lotta dell'uomo contro le sue circostanze, delle scelte che definiscono il nostro destino e della ricerca, spesso disperata, di una seconda possibilità.
YOUTUBE V.I.
Dead Man, è un film del 1995 scritto e diretto da Jim Jarmusch
Dead Man (1995): Un Viaggio Lisergico nel Selvaggio West
Dead Man è un film del 1995 scritto e diretto da Jim Jarmusch, interpretato da Johnny Depp. È un'opera che trascende i generi, fondendo elementi del western, del road movie, del dramma filosofico e della poesia visiva. Con la sua estetica in bianco e nero, la colonna sonora minimalista di Neil Young e la sua narrazione onirica e allucinatoria, Dead Man si distingue come uno dei film più originali e affascinanti degli anni '90, un'ode alla morte, alla natura e alla ricerca di un significato in un mondo brutale e spesso incomprensibile.
La Trama: Un Funerale Vivente nel Vecchio West
La storia segue le vicende di William Blake (Johnny Depp), un contabile di Cleveland timido e ingenuo che, dopo aver perso i genitori, si reca nella piccola e isolata città di Machine, nel profondo West, per iniziare un nuovo lavoro in una fonderia. L'atmosfera della città è fin da subito ostile e minacciosa, un groviglio di fumo, fango e personaggi rozzi e violenti. Blake scopre presto che il posto è già occupato e, dopo una disperata ricerca di un alloggio, si ritrova in un saloon dove incontra Thel Russell (Mili Avital), una giovane donna che vende fiori di carta e che lo invita a casa sua.
Quella notte, la loro breve relazione viene brutalmente interrotta dall'arrivo dell'ex fidanzato di Thel, Charlie Dickinson (Gabriel Byrne), il figlio del proprietario della fonderia. Nello scontro che ne segue, Charlie uccide Thel. William, nel tentativo di difendersi, spara e uccide accidentalmente Charlie. Ferito al petto, Blake fugge a cavallo, inseguito da tre cacciatori di taglie assoldati dal padre di Charlie, John Dickinson (Robert Mitchum), che giura vendetta.
Il viaggio di Blake attraverso il selvaggio West diventa una fuga disperata e surreale. Ferito e disorientato, incontra Nobody (Gary Farmer), un nativo americano Cree che ha studiato in Inghilterra e ha una profonda conoscenza della poesia di William Blake, il poeta inglese. Nobody, credendo che William sia la reincarnazione del suo omonimo poeta, decide di aiutarlo a raggiungere il Pacifico, un luogo che Nobody considera il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti.
Durante il loro viaggio, Blake e Nobody incontrano una galleria di personaggi bizzarri e spesso pericolosi: predatori, mercanti di pellicce, missionari fanatici e figure enigmatiche. Ogni incontro è un passo in più nel declino fisico e spirituale di William. La ferita al petto si aggrava progressivamente, diventando un simbolo della sua mortalità incombente. Il film si trasforma in un'odissea verso la morte, una lenta discesa verso l'ignoto, con Nobody che funge da guida spirituale e da psicopompo. Man mano che Blake si avvicina alla morte, il suo spirito si libera dalle convenzioni sociali e dalla paura, acquisendo una sorta di consapevolezza trascendente. Il suo sguardo, inizialmente innocente e spaventato, diventa via via più distaccato e consapevole della sua sorte.
Il culmine del viaggio è l'arrivo di Blake sulla costa del Pacifico, dove Nobody lo adagia in una canoa e lo spinge verso l'oceano, completando il suo viaggio verso l'aldilà. La scena finale, con Blake che si allontana lentamente nell'immensa distesa d'acqua, è di una bellezza malinconica e suggestiva, lasciando allo spettatore un senso di quiete e di accettazione
La Regia di Jim Jarmusch: Minimalismo e Visione Onirica
Jim Jarmusch è un regista noto per il suo stile distintivo, caratterizzato da ritmi lenti, dialoghi minimalisti, atmosfere rarefatte e un approccio contemplativo alla narrazione. In Dead Man, queste caratteristiche sono elevate a un livello superiore. La sua regia è volutamente anti-spettacolare, focalizzandosi sui dettagli, sui silenzi e sulle espressioni dei volti.
La scelta del bianco e nero non è solo una scelta stilistica, ma un elemento narrativo fondamentale. Conferisce al film un'atmosfera senza tempo, quasi mitologica, e accentua il senso di isolamento e di malinconia. Il contrasto tra il bianco e nero enfatizza le texture del paesaggio, i volti segnati dal tempo e le architetture primitive del West. Sembra di assistere a una fotografia d'epoca che prende vita.
Jarmusch evita i cliché del western tradizionale. Non ci sono sparatorie spettacolari, inseguimenti adrenalinici o eroi gloriosi. Invece, il film è intriso di un realismo sporco e di una violenza cruda e improvvisa. La sua attenzione è rivolta all'interiorità dei personaggi e alla loro relazione con un ambiente ostile e indifferente.
La colonna sonora, interamente composta e improvvisata da Neil Young con la sua chitarra elettrica, è un altro elemento cruciale della regia di Jarmusch. Non è una colonna sonora tradizionale con melodie definite, ma piuttosto un accompagnamento sonoro ipnotico e inquietante, fatto di distorsioni, riverberi e note solitarie. Si fonde perfettamente con l'atmosfera allucinatoria del film, amplificando il senso di straniamento e di viaggio interiore. Young ha visto il film solo due volte prima di registrarla, improvvisando le sue musiche davanti allo schermo, come se stesse accompagnando un film muto. Questo processo ha dato vita a una colonna sonora organica, quasi una voce narrante parallela che sottolinea l'umore e le sensazioni dei personaggi.
Gli Attori: Un Cast Iconico al Servizio della Visione
Dead Man vanta un cast eccezionale, che contribuisce in modo significativo alla profondità e all'impatto del film.
Johnny Depp nel ruolo di William Blake offre una delle sue performance più memorabili. Il suo Blake è inizialmente un uomo timido, quasi inetto, con un'aria smarrita e innocente. Man mano che il film progredisce, e Blake si confronta con la sua imminente morte, Depp riesce a trasmettere una trasformazione sottile ma profonda. Il suo personaggio diventa più calmo, più distaccato, quasi etereo, come se la sua anima stesse già lasciando il corpo. La sua interpretazione è un capolavoro di sottrazione, in cui il non detto e gli sguardi assumono un peso enorme.
Gary Farmer nei panni di Nobody è la vera rivelazione del film. Nobody è un personaggio complesso e affascinante: un nativo americano colto e filosofo, che ha subito le atrocità della colonizzazione ma che mantiene una profonda connessione con la spiritualità della sua gente. Farmer infonde al personaggio una gravitas e una saggezza che lo rendono una guida spirituale credibile e toccante. Il suo rapporto con Blake è il cuore emotivo del film, un legame basato sulla comprensione reciproca e sulla condivisione di un destino.
Il cast di supporto è un'autentica parata di volti noti e caratteristi indimenticabili, che arricchiscono il mondo bizzarro e pericoloso del film. Tra questi spiccano:
Robert Mitchum (nella sua ultima apparizione cinematografica) nel ruolo di John Dickinson, il brutale e spietato proprietario della fonderia, un simbolo del capitalismo selvaggio e della vendetta. La sua presenza è imponente e minacciosa.
Lance Henriksen, Michael Wincott e Eugene Byrd come i tre cacciatori di taglie, figure sinistre e implacabili che rappresentano la costante minaccia di morte per Blake. Ogni cacciatore ha una sua peculiarità, rendendoli più che semplici antagonisti.
Crispin Glover in un cammeo indimenticabile come il macchinista del treno, un personaggio eccentrico e disturbato che introduce Blake al mondo allucinatorio di Machine.
Iggy Pop come Sally, un trapper travestito da donna, in un'altra delle apparizioni iconiche di musicisti nei film di Jarmusch. La sua performance è volutamente esagerata e inquietante.
Billy Bob Thornton in un piccolo ma significativo ruolo come Bill Blake, un uomo rozzo che si confronta con William al suo arrivo a Machine.
Dead Man è un film denso di significati e allegorie. Uno dei temi centrali è il viaggio iniziatico o viaggio sciamanico. William Blake intraprende un percorso non solo geografico ma anche spirituale, un rito di passaggio che lo porta ad affrontare la morte e a raggiungere una forma di illuminazione. Nobody funge da guida in questo viaggio, un mentore che lo introduce a una diversa percezione della vita e della morte, tipica delle culture native americane.
Il film esplora anche il tema dell'identità e del nome. William Blake è costantemente scambiato per il poeta, e questa confusione di identità lo costringe a confrontarsi con un destino che sembra predeterminato. La poesia di William Blake, in particolare le sue opere sul contrasto tra innocenza ed esperienza, risuona profondamente con il percorso del protagonista, che passa da uno stato di ingenuità a una consapevolezza più profonda e dolorosa della realtà.
La natura è un altro elemento fondamentale. Il selvaggio West di Jarmusch non è romanticizzato; è un luogo ostile, indifferente alla sofferenza umana, ma allo stesso tempo di una bellezza selvaggia e primordiale. Il viaggio di Blake attraverso foreste, montagne e fiumi lo riconnette a questa natura, che diventa sia una minaccia che un santuario.
Dead Man può essere letto anche come una critica alla civiltà occidentale e al suo impatto distruttivo sulla natura e sulle culture indigene. La città di Machine è un simbolo della modernità industriale, brutale e inquinante, in netto contrasto con la spiritualità e il rispetto per la terra dei nativi americani. Il massacro dei bufali, spesso menzionato da Nobody, è un doloroso promemoria della distruzione ecologica e culturale perpetrata dai colonizzatori.
Il film è stato girato in diverse località del Nord America, tra cui l'Oregon, l'Arizona e il Nevada, per catturare l'autenticità dei paesaggi del selvaggio West. Nonostante il suo approccio artistico e non convenzionale, Dead Man ha ottenuto un notevole successo di critica, diventando un'opera di culto e consolidando la reputazione di Jarmusch come uno dei registi più originali della sua generazione. È stato presentato in concorso al Festival di Cannes del 1995, dove ha ricevuto un'accoglienza entusiasta dalla critica, anche se non ha vinto premi.
Un viaggio meditativo e onirico che continua a risuonare con il pubblico per la sua profondità filosofica, la sua estetica inconfondibile e la sua capacità di affrontare temi universali come la morte, la spiritualità e la ricerca di significato in un mondo spesso caotico e violento. È un film che si insinua lentamente nella mente dello spettatore, lasciando un'impronta duratura e invitando a molteplici rivisitazioni.
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Farewell Amor è un film drammatico americano del 2020 scritto e diretto da Ekwa Msangi
Farewell Amor: Un Ritratto Intimo di Riconciliazione e Riscoperta
"Farewell Amor" è un film drammatico americano del 2020, scritto e diretto con sensibilità da Ekwa Msangi. L'opera si distingue per la sua capacità di esplorare le complesse dinamiche familiari e le sfide dell'integrazione culturale attraverso una narrazione intima e profondamente umana. Il film, che ha ottenuto un notevole successo di critica, specialmente al Sundance Film Festival, offre uno sguardo autentico sulle difficoltà che una famiglia deve affrontare nel ricongiungersi dopo anni di separazione.
Trama: Un Ricongiungimento Carico di Silenzi e Segreti
Il cuore pulsante di "Farewell Amor" è la storia di Walter (interpretato da Gbenga Akinnagbe), un tassista angolano-americano che vive a New York da 17 anni, e del ricongiungimento con sua moglie Esther (Naoi Tsuruta) e sua figlia Sylvia (Jayme Lawson), che finalmente riescono a raggiungerlo dagli anni di guerra in Angola. Quella che dovrebbe essere una gioiosa riunione si rivela rapidamente un terreno minato di silenzi, incomprensioni e aspettative deluse.
Gli anni di separazione hanno creato un abisso tra loro. Walter ha costruito una nuova vita, con le sue abitudini e persino una relazione segreta, mentre Esther e Sylvia hanno affrontato un percorso di sopravvivenza e adattamento in Angola, sviluppando identità e prospettive che ora si scontrano con la realtà americana. Il film è sapientemente strutturato in tre capitoli, ognuno dei quali offre la prospettiva di un membro diverso della famiglia: prima Walter, poi Esther e infine Sylvia. Questa scelta narrativa permette allo spettatore di comprendere le motivazioni, i desideri e le paure di ciascuno, svelando gradualmente i non detti e le ferite emotive che la famiglia porta con sé.
Walter si trova diviso tra il desiderio di riallacciare i legami con la sua famiglia e il bisogno di mantenere la sua autonomia e i segreti che ha custodito. Esther, profondamente religiosa e legata alle sue radici culturali, lotta per adattarsi alla vita americana e per riconnettersi con un marito che le sembra un estraneo. La sua fede, che un tempo era un punto di forza condiviso con Walter, ora sembra allontanarli. Sylvia, adolescente perspicace e silenziosa, si trova a navigare un nuovo mondo, una nuova scuola e una famiglia che non riconosce. La sua passione per la danza, inizialmente un modo per esprimere la sua frustrazione e il suo senso di isolamento, diventa un ponte verso l'autonomia e la comprensione del suo posto nel mondo.
Il film esplora con delicatezza temi come l'immigrazione, l'adattamento culturale, la fede, il matrimonio e il complesso processo di perdono e riconciliazione. Le difficoltà di comunicazione, le barriere linguistiche (metaforiche e reali), e le diverse aspettative di genere e culturali sono messe in luce con autenticità, mostrando come il ricongiungimento non sia una soluzione magica, ma piuttosto l'inizio di un lungo e difficile percorso.
Regia: La Sensibilità di Ekwa Msangi
Ekwa Msangi, al suo debutto alla regia di un lungometraggio di finzione, dimostra una straordinaria sensibilità e maturità narrativa. La sua direzione è sottile e attenta ai dettagli, permettendo ai personaggi di esprimersi attraverso silenzi, sguardi e gesti tanto quanto attraverso i dialoghi. Msangi utilizza una regia naturalistica, quasi documentaristica, che immerge lo spettatore nella quotidianità della famiglia.
La scelta di raccontare la storia da più punti di vista è un punto di forza notevole. Questo approccio a segmenti, simile a un trittico, non solo arricchisce la profondità psicologica dei personaggi, ma permette anche di esplorare le sfumature della verità e le diverse percezioni della stessa situazione. La Msangi evita giudizi o moralismi, offrendo invece un ritratto sfaccettato e compassionevole di persone che cercano di ricostruire una vita insieme dopo anni di separazione forzata. La sua capacità di bilanciare momenti di tensione con sprazzi di speranza e autentica emozione rende il film estremamente coinvolgente e toccante.
Attori: Interpretazioni Straordinarie
Il successo di "Farewell Amor" è indissolubilmente legato alle straordinarie performance del suo cast.
Gbenga Akinnagbe (Walter) offre un'interpretazione magistrale, conferendo al suo personaggio una complessità e una vulnerabilità notevoli. Walter è un uomo in bilico, che cerca di bilanciare il suo passato con il suo presente, e Akinnagbe trasmette con efficacia la sua lotta interiore, le sue paure e il suo desiderio, seppur goffo, di riconnettersi con la sua famiglia.
Naoi Tsuruta (Esther) è altrettanto potente. La sua Esther è una donna di fede incrollabile, ma anche profondamente ferita e disorientata. Tsuruta cattura la sua resilienza, la sua dignità e il suo dolore con una performance commovente che permette al pubblico di comprendere appieno le sue difficoltà di adattamento e il suo desiderio di ritrovare l'amore perduto.
Jayme Lawson (Sylvia) è una rivelazione. Nel suo debutto cinematografico, Lawson porta in scena una Sylvia autentica e toccante. La sua performance, specialmente attraverso il linguaggio del corpo e l'espressione della danza, comunica l'isolamento, la rabbia e la speranza della sua giovane età. La sua evoluzione nel corso del film è particolarmente ben rappresentata, mostrando come l'arte possa essere un veicolo di espressione e di guarigione.
La chimica tra gli attori è palpabile e contribuisce in modo significativo alla credibilità e all'impatto emotivo della storia.
Sundance Film Festival: Il Riconoscimento Internazionale
"Farewell Amor" ha avuto la sua anteprima mondiale al prestigioso Sundance Film Festival del 2020, dove è stato accolto con grande entusiasmo dalla critica. Il film è stato elogiato per la sua scrittura intelligente, la regia sensibile e le interpretazioni autentiche. La sua presenza al Sundance ha non solo garantito al film una visibilità internazionale, ma ha anche consolidato la reputazione di Ekwa Msangi come una voce nuova e importante nel cinema indipendente. Il successo al festival ha aperto la strada alla sua distribuzione e ha permesso a un pubblico più vasto di apprezzare questa storia universale di famiglia, perdita e speranza.
In sintesi, "Farewell Amor" è un film toccante e profondamente umano che invita alla riflessione sulle sfide dell'immigrazione e della ricomposizione familiare. Grazie alla regia misurata di Ekwa Msangi e alle performance eccezionali del suo cast, il film offre un'esperienza cinematografica ricca di empatia e autenticità, lasciando un'impressione duratura sullo spettatore.
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Eye On Juliet (2017), un film di Kim Nguyen
Eye on Juliet (2017): L'Amore ai Tempi dei Droni
Eye on Juliet è un dramma romantico canadese del 2017, scritto e diretto da Kim Nguyen. Il film si distingue per la sua premessa insolita e la sua esecuzione contemplativa, raccontando una storia d'amore "a distanza" che sfida le convenzioni narrative e i limiti geografici e culturali. Con un cast minimale e una focalizzazione quasi esclusiva sui due protagonisti, il film invita a riflettere sulla natura della sorveglianza, sull'etica della tecnologia e sulla possibilità di una vera connessione umana in un mondo sempre più mediato.
La Trama: Un Cupido Digitale nel Deserto
La storia di Eye on Juliet si sviluppa attorno a Gordon (Joe Cole), un giovane operatore di droni che lavora per una compagnia di sicurezza americana, monitorando un oleodotto in una regione desertica non specificata, probabilmente in Nord Africa o Medio Oriente. Il suo lavoro si svolge in un centro di controllo a migliaia di chilometri di distanza, dove manovra droni esapodi (con sei zampe, simili a ragni robotici) dotati di telecamere e, in alcuni casi, di capacità di sparo. Gordon è un uomo solitario, reduce da una recente rottura sentimentale, e la sua vita personale è tanto piatta quanto il paesaggio che monitora attraverso i suoi schermi.
Un giorno, durante il suo turno, Gordon nota sul monitor una giovane donna, Ayusha (Lina El Arabi), che si aggira vicino all'oleodotto. Inizialmente, la sua osservazione è puramente professionale, ma la curiosità si trasforma presto in fascinazione e, inaspettatamente, innamoramento. Ayusha vive in un villaggio tradizionale ed è promessa in sposa a un uomo molto più anziano che non ama. Il suo cuore appartiene a Karim (Faycal Zeglat), un giovane del villaggio, e i due stanno segretamente pianificando una fuga per costruirsi una vita insieme.
Gordon, mosso da un impulso romantico e forse dalla propria solitudine, decide di intervenire. Contravvenendo a tutte le regole del suo lavoro e mettendo a rischio la sua posizione, inizia a usare i droni non solo per monitorare Ayusha e Karim, ma anche per aiutarli. Inietta un sedativo nel caffè del suo collega, Peter (Brent Skagford), per operare indisturbato. Attraverso i droni, Gordon diventa un osservatore silenzioso e un angelo custode inaspettato, inviando messaggi criptici e persino denaro per facilitare la fuga della coppia.
Tuttavia, il piano prende una piega tragica. Karim e un suo complice tentano di manomettere l'oleodotto, forse per finanziare la fuga, ma l'operazione va storta e l'oleodotto prende fuoco, causando la morte di Karim. Gordon è testimone di tutto ciò attraverso le sue telecamere. Per proteggere Ayusha e per mantenere viva la speranza, decide di mentirle sulla morte di Karim, raccontandole una versione edulcorata degli ultimi momenti del suo amato e spronandola a trovare il denaro che lui le ha inviato per fuggire da sola.
La situazione si complica quando Peter, il collega di Gordon, inizia a insospettirsi del suo comportamento anomalo. Gordon riesce a convincerlo a rischiare il proprio lavoro per permettergli di portare a termine il suo piano di salvataggio. Ma quando Ayusha torna a casa per prendere i soldi e scappare, la sua famiglia, che ha notato il suo comportamento sospetto, la rinchiude. Con un atto disperato, Gordon usa un drone per sfondare la finestra di Ayusha, permettendole di fuggire. La ragazza segue il drone verso il punto di raccolta, un luogo sicuro.
La scena finale vede Ayusha che si avvicina alla telecamera del drone, mentre Gordon, attraverso il microfono del robot, le parla. Le dice che è felice di averla osservata, che persone come lei, capaci di un amore così puro, lo hanno reso felice, e le suggerisce che si può avere più di un'anima gemella. Il film si conclude con Ayusha che lo guarda attraverso la lente del drone, lasciando un interrogativo aperto sul loro futuro e sulla natura della loro insolita connessione.
La Regia di Kim Nguyen: Intimità e Distanza Digitale
Kim Nguyen, un regista canadese noto per il suo stile contemplativo e per film che spesso esplorano temi complessi come la spiritualità, la sopravvivenza e la condizione umana (come nel suo acclamato Rebelle del 2012), porta in Eye on Juliet una visione unica. La sua regia è caratterizzata da:
Contrasto tra Vicinanza e Lontananza: Nguyen utilizza magistralmente il divario spaziale e culturale tra Gordon e Ayusha per esplorare le dinamiche dell'intimità a distanza. Le scene di Gordon sono spesso ambientate in spazi freddi e tecnologici, dominati dagli schermi e dai controlli, mentre quelle di Ayusha mostrano la vita quotidiana e il calore della sua comunità, seppur con le sue restrizioni. Il drone diventa il ponte, ma anche il simbolo di questa distanza incolmabile.
Minimalismo Visivo e Sonoro: Il film adotta un approccio visivo e sonoro che valorizza i dettagli e le atmosfere. I movimenti del drone sono spesso lenti e precisi, sottolineando la natura di sorveglianza della tecnologia. La colonna sonora, composta dai Timber Timbre, contribuisce a creare un'atmosfera malinconica e sognante, riflettendo lo stato d'animo dei personaggi.
Indagine Etica sulla Tecnologia: Nguyen non si limita a raccontare una storia d'amore, ma solleva questioni etiche importanti sull'uso dei droni e sulla sorveglianza. Gordon, pur agendo per amore, compie atti che violano la privacy e alterano il destino di persone che non conosce direttamente. Il film ci spinge a chiederci quanto sia lecito l'intervento, anche se mosso da buone intenzioni, in vite altrui osservate a distanza.
Focus sull'Interiorità dei Personaggi: Nonostante la distanza fisica, Nguyen riesce a creare una profonda connessione emotiva con i personaggi. Attraverso primi piani e silenzi significativi, ci permette di cogliere le loro paure, le loro speranze e la loro solitudine, rendendo credibile la loro strana relazione.
Gli Attori: Due Performance Chiave
Il successo di Eye on Juliet dipende in gran parte dalle intense performance dei suoi due attori principali, che devono comunicare una gamma complessa di emozioni nonostante non condividano quasi nessuna scena fisica.
Joe Cole nel ruolo di Gordon è straordinario nel trasmettere la solitudine, la vulnerabilità e la crescente ossessione del suo personaggio. Gran parte della sua performance si svolge davanti a uno schermo, e Cole riesce a rendere palpabile il suo tumulto interiore attraverso espressioni sottili e la sua dedizione nel manipolare il drone. Il suo Gordon è un mix di innocenza e ingenuità, ma anche di determinazione e di una certa imprudenza.
Lina El Arabi interpreta Ayusha con grazia e forza. La sua Ayusha è una giovane donna intrappolata tra tradizione e desiderio di libertà. La El Arabi esprime efficacemente la sua disperazione, la sua speranza e la sua capacità di amare, anche di fronte alle avversità più grandi. Il suo volto, spesso inquadrato dalle telecamere del drone, diventa un elemento centrale della narrazione.
Il cast di supporto, pur con ruoli minori, contribuisce a definire il contesto in cui si muovono i protagonisti. Brent Skagford nei panni di Peter, il collega di Gordon, funge da contrappunto pragmatico e da voce della ragione, mentre Faycal Zeglat interpreta Karim, il primo amore di Ayusha, in modo da renderlo credibile e da giustificare il sacrificio di Gordon.
Eye on Juliet è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017, nella sezione Giornate degli Autori, dove ha ricevuto un'accoglienza mista dalla critica. Alcuni hanno elogiato la sua originalità e la sua profondità tematica, mentre altri hanno trovato la premessa un po' troppo artificiosa o la narrazione troppo lenta. Nonostante ciò, il film ha consolidato la reputazione di Kim Nguyen come regista coraggioso e innovativo.
Tra i temi principali esplorati dal film, oltre alla già citata connessione a distanza nell'era digitale, troviamo:
La natura dell'amore: Il film sfida le definizioni convenzionali dell'amore, suggerendo che una connessione profonda possa nascere anche senza interazione fisica o conoscenza diretta, basata solo sull'osservazione e sull'empatia.
La libertà individuale vs. le aspettative sociali: Ayusha incarna la lotta per l'autodeterminazione in un contesto culturale che le impone un matrimonio combinato. Il suo desiderio di fuga è un desiderio universale di libertà.
La solitudine nell'era della connessione: Gordon, pur essendo costantemente "connesso" attraverso la tecnologia, è profondamente solo. Il film suggerisce che la tecnologia, pur offrendo mezzi di comunicazione, non sempre colma il vuoto emotivo.
Il destino e la casualità: Gli eventi che portano Gordon a incontrare Ayusha sono il frutto di una serie di coincidenze e di decisioni impulsive. Il film esplora come le vite delle persone possano intrecciarsi in modi imprevedibili.
La produzione del film ha comportato sfide logistiche, data la necessità di girare le scene di Gordon in Canada (probabilmente a Montreal) e quelle di Ayusha in una località del Medio Oriente o Nord Africa (probabilmente in Marocco, come suggerito da alcune interviste agli attori), con i due attori che di fatto non hanno interagito fisicamente durante le riprese. Questo ha richiesto una regia attenta e una grande fiducia reciproca tra il regista e gli interpreti per costruire la credibilità della loro "relazione" sullo schermo.
Un film audace e stimolante che, pur presentando una premessa quasi fantascientifica, si immerge profondamente in questioni umane universali. È un'opera che invita alla riflessione sulla direzione in cui ci sta portando la tecnologia e su cosa significhi realmente connettersi in un mondo sempre più globalizzato e digitalizzato.
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I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract), è un film del 1982 diretto da Peter Greenaway.
"I misteri del giardino di Compton House" (titolo originale: The Draughtsman's Contract), un film del 1982 diretto dal visionario Peter Greenaway.È un'opera che ha segnato profondamente la carriera del regista e ha lasciato un'impronta distintiva nel panorama cinematografico.
Contesto e Trama Ambientato nell'estate del 1694, durante il periodo della Restaurazione inglese, il film si svolge nella sfarzosa tenuta di Compton House. Nicholas Talmann (interpretato da Anthony Higgins) è un arrogante e talentuoso artista specializzato in disegni paesaggistici, che viene ingaggiato dalla signora Virginia Herbert (Janet Suzman), la moglie dell'ambiguo proprietario della tenuta, Mr. Herbert. Il contratto stipulato tra i due è insolito: Talmann dovrà realizzare dodici disegni della tenuta e del giardino da diverse angolazioni, con la promessa di un compenso generoso, vitto, alloggio e, implicitamente, i favori sessuali della signora Herbert.
La clausola cruciale del contratto stabilisce che i disegni devono essere "esattamente come sono", senza aggiunte o omissioni. Tuttavia, man mano che Talmann procede con il suo lavoro meticoloso, inizia a notare oggetti e dettagli insoliti nei suoi disegni: stivali abbandonati, un mucchio di vestiti, un'ascia. Questi elementi suggeriscono che qualcosa di sinistro sta accadendo nella tenuta e che i disegni potrebbero nascondere indizi o, peggio, prove di un crimine. La sparizione di Mr. Herbert aggiunge un ulteriore strato di mistero, e Talmann si ritrova sempre più intrappolato in una rete di intrighi, seduzione e omicidio, dove l'arte e la percezione della realtà si fondono in modo inquietante.
Stile e Temi di Peter Greenaway "I misteri del giardino di Compton House" è un manifesto dello stile di Greenaway, che qui si manifesta in tutta la sua complessità e originalità:
Estetica e Composizione Visiva: Il film è una vera e propria opera d'arte visiva. Greenaway, con la sua formazione da pittore, cura ogni inquadratura come un quadro rinascimentale o barocco. Le composizioni sono spesso geometriche, simmetriche e meticolosamente dettagliate, enfatizzando il concetto di "messa in scena" e l'artificiosità della bellezza. La luce, i costumi e le scenografie sono sontuosi e contribuiscono a creare un'atmosfera opulenta ma inquietante.
Arte e Reale: Il tema centrale è il rapporto tra l'arte e la realtà, e come la percezione possa alterare la verità. I disegni di Talmann, che dovrebbero essere fedeli alla realtà, diventano invece strumenti di indagine e rivelazione, ma anche trappole per l'artista stesso. Il film gioca con l'idea che ciò che è "visibile" non è necessariamente "vero" e che la rappresentazione può nascondere più di quanto mostri.
Enigmi e Giochi Intellettuali: Greenaway ama gli enigmi, le liste e le strutture narrative complesse. La trama si sviluppa come un complesso gioco di scacchi, dove ogni personaggio ha un ruolo prestabilito e ogni indizio può essere letto su più livelli. Lo spettatore è invitato a decifrare i simboli e a partecipare attivamente alla risoluzione del mistero.
Sesso, Potere e Manipolazione: Le relazioni tra i personaggi sono intessute di seduzione, manipolazione e giochi di potere. La signora Herbert e sua figlia (interpretata da Anne-Louise Lambert) usano la loro femminilità e il loro status per controllare Talmann, trasformando il contratto artistico in un contratto di sottomissione e dipendenza.
Musica di Michael Nyman: La colonna sonora, composta da Michael Nyman, è un elemento fondamentale e distintivo del film. Ispirata alla musica barocca di Henry Purcell, la partitura di Nyman è ripetitiva, ipnotica e carica di tensione, con temi che si sviluppano e si trasformano, accompagnando perfettamente l'evolversi del mistero e l'eleganza formale del film. La musica non è solo un accompagnamento, ma un personaggio a sé stante, che contribuisce a creare l'atmosfera oppressiva e raffinata.
Impatto e Accoglienza "I misteri del giardino di Compton House" è stato un successo di critica e ha proiettato Peter Greenaway sulla scena internazionale come una delle voci più originali e riconoscibili del cinema britannico. Ha stabilito il suo marchio di fabbrica: un cinema colto, enigmatico, visivamente sontuoso e intellettualmente stimolante. Non è un film per tutti i palati, richiede attenzione e disponibilità ad immergersi in un universo stilizzato e cerebrale, ma per chi lo apprezza, offre un'esperienza cinematografica ricca e indimenticabile.
La sua estetica unica e la sua narrativa non convenzionale lo rendono un film di culto, amato da cinefili e appassionati di arte.
Peter Greenaway: L'Architetto del Cinema, Pittore di Visioni
Peter Greenaway, nato a Newport, Galles, nel 1942, è una delle figure più singolari e riconoscibili del cinema contemporaneo. Regista, sceneggiatore, artista visivo e, in tempi più recenti, teorico e critico pungente dello stato attuale del cinema, Greenaway ha costruito una carriera basata su un'estetica inconfondibile, che fonde la sua profonda conoscenza della pittura e dell'architettura con una passione per il gioco, la tassonomia e l'enigma. Il suo cinema non è un semplice racconto, ma un'esperienza sensoriale e intellettuale, un'architettura di immagini, suoni e concetti.
Le Radici Artistiche e l'Influenza sulla Sua Opera La formazione di Greenaway non è quella tipica del cineasta. Ha studiato pittura all'art school di Walthamstow e ha esposto le sue opere in gallerie. Questa sua origine artistica è la chiave per comprendere la sua visione cinematografica. Ogni inquadratura di un film di Greenaway è una composizione meticolosa, spesso ispirata ai maestri del Rinascimento, del Barocco o del periodo vittoriano. La sua è una regia che predilige i tableaux vivants, le simmetrie rigorose, le prospettive accentuate e l'uso drammatico della luce e del colore. I suoi set sono spesso elaborati e dettagliati, trasformando gli ambienti in veri e propri personaggi.
Uno Stile Inconfondibile: Estetica, Struttura e Temi Il cinema di Greenaway si distingue per diversi elementi ricorrenti:
L'Estetica Visiva: Come già accennato, l'immagine è sovrana. I suoi film sono sontuosi, a volte eccessivi, nel loro sfarzo visivo. La profondità di campo, la simmetria compositiva e l'attenzione ai dettagli architettonici e scenografici creano mondi autonomi e spesso claustrofobici, che invitano lo spettatore a un'osservazione quasi pittorica.
La Struttura Narrativa Non Convenzionale: Greenaway rifiuta spesso la linearità narrativa a favore di strutture più complesse, basate su liste, numeri, giochi di parole, cataloghi o schemi geometrici. Le trame sono spesso enigmi da decifrare, con regole interne che lo spettatore deve intuire. Questa metodologia si riflette in titoli come "Drowning by Numbers" (Annegare per numeri) o nella creazione di universi fittizi dettagliatissimi, come quello del personaggio ricorrente Tulse Luper.
Temi Ricorrenti: I suoi film esplorano ossessivamente alcune tematiche fondamentali:
Vita, Morte e Decadenza: La mortalità e la decomposizione sono presenze costanti. I corpi, sia umani che animali, sono spesso mostrati in stati di putrefazione o manipolazione. La bellezza è spesso accostata alla corruzione.
L'Ordine e il Caos: Greenaway è affascinato dal tentativo umano di imporre ordine su un mondo caotico, sia attraverso la tassonomia, la misurazione, l'architettura o le regole sociali, e dal fallimento intrinseco di tale tentativo.
Arte, Perfezione e Realtà: Il confine tra rappresentazione artistica e verità è labile. I personaggi sono spesso artisti o ossessionati dall'arte, e il film stesso è una riflessione sulla natura dell'atto creativo e della percezione (come in "I misteri del giardino di Compton House").
Sesso, Desiderio e Potere: La sessualità è spesso esplicita, cruda e legata a dinamiche di potere, manipolazione e trasgressione.
Linguaggio e Conoscenza: L'importanza della parola scritta, della classificazione e dell'accumulo di conoscenza è un altro filo conduttore.
La Musica di Michael Nyman: La collaborazione con il compositore Michael Nyman è stata fondamentale per definire il "suono" del cinema di Greenaway. Le partiture di Nyman, spesso ispirate alla musica barocca e caratterizzate da ripetizioni ipnotiche e un'energia frenetica, si fondono perfettamente con le immagini, creando un'esperienza audiovisiva coesa e indimenticabile.
Filmografia e Evoluzione La carriera di Greenaway inizia con cortometraggi sperimentali negli anni '60 e '70, che già mostrano il suo interesse per la catalogazione e la documentazione.
La sua svolta arriva con:
"I misteri del giardino di Compton House" (The Draughtsman's Contract, 1982): Un capolavoro che condensa tutti gli elementi del suo stile nascente: un mistero barocco, composizioni pittoriche, la musica di Nyman e un intrigo di sesso e potere. È il film che lo proietta sulla scena internazionale.
Seguono opere che consolidano la sua fama e affinano il suo stile:
"Z – Orologi a perdere" (A Zed & Two Noughts, 1985): Un'esplorazione simmetrica della morte, della decadenza e della ricerca ossessiva di conoscenza.
"Il ventre dell'architetto" (The Belly of an Architect, 1987): Un'indagine sull'ossessione, l'architettura e la mortalità, ambientato a Roma.
"Giochi nell'acqua" (Drowning by Numbers, 1988): Una fiaba nera costruita attorno a una struttura numerica di annegamenti.
"Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante" (The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover, 1989): Probabilmente il suo film più noto e controverso, una feroce satira della società, del consumo e della vendetta, visivamente sbalorditivo e brutalmente esplicito.
Negli anni '90 e 2000, Greenaway continua a sperimentare, talvolta con un uso più marcato della tecnologia digitale:
"Prospero's Books" (1991): Una rilettura visivamente sontuosa de La tempesta di Shakespeare, precursore nell'uso del chroma key.
"The Pillow Book" (1996): Un film sensuale e calligrafico che esplora il corpo, la scrittura e la narrazione.
"8 donne e ½" (8½ Women, 1999) e la saga di Tulse Luper (The Tulse Luper Suitcases, 2003-2004), un progetto multimediale ambizioso.
La Critica al Cinema e l'Eredità Negli ultimi anni, Greenaway è diventato un forte critico di quello che definisce il "cinema letterario", ovvero il cinema dominato dalla narrativa lineare e dal testo, a scapito dell'immagine. Sostiene che il cinema tradizionale è "morto" o "morente" e che sia necessario reinventarlo come forma d'arte visiva pura, liberandola dal primato della storia. Le sue recenti installazioni e performance multimediali riflettono questa filosofia.
Peter Greenaway è un vero auteur, un regista che ha plasmato un universo cinematografico unico e inconfondibile. Le sue opere sono sfidanti, a volte criptiche, ma sempre visivamente magnifiche e intellettualmente stimolanti. Non tutti i suoi film sono stati successi commerciali, ma la sua influenza sull'estetica cinematografica e il suo coraggio nell'esplorare nuove forme narrative e visive lo rendono una figura di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere le infinite possibilità del mezzo cinematografico.
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OCCUPIED è un documentario del 2020 diretto da Pingle Pranav Reddy
Il film, della durata di 121 minuti, è un documentario prodotto in India che esplora la vita di giovani artisti disillusi nella Cisgiordania, in Palestina. Attraverso interviste intime, il documentario racconta le loro scelte creative come risposta all'ambiente circostante, celebrando la vita, l'amore e la speranza nonostante le persecuzioni e la marginalizzazione che affrontano.
"OCCUPIED" è stato girato in Palestina tra il 2016 e il 2017 ed è stato presentato in vari festival cinematografici, tra cui l'Athens International Film and Video Festival nel 2021. Originariamente concepito come una serie web in cinque parti rilasciata episodicamente tra il 2020 e il 2022. Rilevanza e Proiezioni Recenti: Nonostante sia stato rilasciato nel 2020, il documentario mantiene una forte attualità. È stato recentemente proiettato a Bengaluru (intorno a febbraio 2025) come parte di un'iniziativa cittadina volta a promuovere il dialogo sulla crisi israelo-palestinese. La sua risonanza è cresciuta, specialmente dopo gli eventi recenti a Gaza, rendendolo "più rilevante che mai" secondo il regista.
La Visione del Regista e le Sfide: Pingle Pranav Reddy ha condiviso le difficoltà incontrate durante le riprese in una "zona di guerra mediorientale", sottolineando come il film sia una "chiamata urgente a documentare questi atti di violenza" e una "testimonianza vivente di un popolo che si rifiuta di scomparire". Ha anche rivelato che il progetto è stato autofinanziato e ha richiesto sei anni per essere completato, con le riprese effettive durate 35 giorni in varie città palestinesi. Per entrare nell'area, il team di Reddy è passato per Israele, presentandosi come fotografi paesaggisti.
Censura e Ostacoli: La proiezione a Bengaluru ha richiesto un permesso speciale dalla polizia, che ha anche ispezionato il luogo. Reddy ha raccontato che diversi network televisivi avevano apprezzato il film, ma temevano ripercussioni se lo avessero trasmesso, a causa della sua esposizione delle "realtà nascoste dell'occupazione" e della sua sfida a una "narrazione ampiamente controllata dai sionisti israeliani".
Temi e Messaggio Approfonditi: Le recensioni evidenziano che il documentario si discosta dal sensazionalismo, concentrandosi invece su "momenti tranquilli e quotidiani di resilienza" e sul "costo psicologico" dell'occupazione. Il film traccia parallelismi con le lotte globali contro il colonialismo e l'oppressione sistemica. Sottolinea come gli artisti palestinesi usino la loro arte come "atti di sfida" e come "celebrazione della vita, dell'amore e della speranza" in un contesto di persecuzione e marginalizzazione.
Riconoscimenti: "OCCUPIED" ha ricevuto il premio come "Miglior Documentario (Cortometraggio)" al New York Indian Film Festival (NYIFF).
Formato Originale: Inizialmente, il documentario è stato concepito come una web-serie in cinque parti, rilasciata episodicamente tra il 2020 e il 2022, prima di essere reso disponibile come lungometraggio su MUBI.
In sintesi, "OCCUPIED" non è solo un documentario da guardare, ma un'opera che continua a stimolare dibattiti e a far luce su questioni cruciali, affrontando le sfide e la resilienza del popolo palestinese attraverso l'arte.
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Duello al sole (Duel in the Sun), è un film del 1946 diretto da King Vidor.
"Duello al sole" (titolo originale: Duel in the Sun), un film western epico e melodrammatico del 1946, diretto ufficialmente da King Vidor ma profondamente segnato dall'ingombrante figura del produttore David O. Selznick. Questa pellicola, che all'epoca fece scalpore per la sua opulenza e i suoi contenuti audaci, rimane un esempio emblematico dell'ambizione e, a volte, dell'eccesso dell'età d'oro di Hollywood.
Contesto e Produzione (La Mano di Selznick) Dopo il trionfo di "Via col vento" (1939), David O. Selznick era all'apice del suo potere. Animato da un desiderio di replicare quel successo e di lanciare la carriera della moglie, l'attrice Jennifer Jones, si imbarcò nella produzione di "Duello al sole", basato sul romanzo omonimo di Niven Busch. Il film fu concepito come un western grandioso, una sorta di "Via col vento" ambientato nel selvaggio West, ma si trasformò in una delle produzioni più travagliate e costose della storia del cinema fino a quel momento.
Sebbene King Vidor sia accreditato come regista, Selznick esercitò un controllo quasi totale sul set, riscrivendo continuamente la sceneggiatura, dirigendo personalmente alcune scene e licenziando o richiamando diversi registi e membri della troupe. Tra i registi non accreditati che misero mano al film figurano nomi del calibro di William Dieterle, Josef von Sternberg, William Cameron Menzies e persino Otto Brower e B. Reeves Eason per alcune sequenze d'azione. Questa "follia" produttiva portò il budget a livelli stratosferici (circa 8 milioni di dollari, una cifra enorme per l'epoca), facendogli guadagnare il soprannome ironico di "Lussuria nella polvere" (Lust in the Dust) a causa dei suoi contenuti scabrosi e della sua produzione interminabile.
Trama: Passioni e Tradimenti nella Frontiera La storia si svolge in Texas alla fine del XIX secolo e segue le vicende di Pearl Chavez (interpretata da Jennifer Jones), una "mezzosangue" orfana, figlia di un padre bianco assassino e di una madre nativa americana. Dopo che il padre viene condannato a morte, Pearl viene affidata alla famiglia McCanles, potenti proprietari terrieri del vasto ranch Bar B.
Qui, Pearl si trova divisa tra due fratellastri con personalità diametralmente opposte:
Jesse McCanles (Joseph Cotten), il figlio maggiore, è un uomo di legge, onesto, studioso e moralmente retto, che nutre per Pearl un affetto sincero e protettivo.
Lewt McCanles (Gregory Peck), il figlio minore, è l'incarnazione del selvaggio West: impulsivo, violento, rozzo, profondamente passionale e attratto da Pearl in modo quasi animale.
Pearl, con il suo carattere ribelle e la sua natura impulsiva ereditata dai genitori, si trova presto al centro di un turbolento triangolo amoroso. Sebbene la sua razionalità la spinga verso il buono e affidabile Jesse, la sua passione indomabile la lega irrimediabilmente al pericoloso e affascinante Lewt.
Intorno a loro si muove la complessa dinamica familiare dei McCanles:
Il patriarca, il Senatore Jackson McCanles (Lionel Barrymore), un uomo autoritario e spietato, paralizzato e costretto su una sedia a rotelle, che incarna la tirannia e l'ipocrisia morale. Odia Pearl per le sue origini e tenta di imporle la sua volontà.
La fragile e pia Laura Belle McCanles (Lillian Gish), la madre dei ragazzi, una donna sofferente ma dignitosa, che tenta invano di portare un po' di pace e moralità nella turbolenta famiglia.
Il carismatico e severo "Sin Killer" (Walter Huston), un predicatore itinerante che cerca di redimere Pearl dai suoi "peccati", aggiungendo un elemento di fanatismo religioso alla già esplosiva miscela.
La trama si sviluppa tra intrighi, tradimenti, violenze familiari e un'irrefrenabile attrazione, culminando in un finale epico e tragico sulle montagne, dove Pearl e Lewt si confrontano in un duello mortale, segnato da una passione autodistruttiva.
Regia (e Le Sue Complessità) La regia ufficiale di King Vidor, purtroppo sottovalutata a causa dell'ingerenza di Selznick, riesce comunque a dare al film una portata epica e una profonda intensità emotiva. Vidor, maestro nel gestire grandi masse e sequenze spettacolari, conferisce a "Duello al sole" un respiro visivo imponente, valorizzato da uno splendido Technicolor a tre strisce, che cattura la vivida bellezza dei paesaggi desertici del West e i colori accesi delle passioni umane. Le inquadrature sono spesso ampie, enfatizzando l'isolamento e la vastità della frontiera, ma Vidor non esita a utilizzare primi piani drammatici per cogliere la tormentata interiorità dei personaggi. Nonostante il caos dietro le quinte, il film mantiene una coerenza stilistica sorprendente, merito anche della visione, per quanto ossessiva, di Selznick, e dell'abilità dei vari registi che contribuirono.
Attori e Interpretazioni Il cast è stellare e offre interpretazioni memorabili:
Jennifer Jones (Pearl Chavez): Selznick la volle a tutti i costi nel ruolo principale, e lei offrì una performance audace e fisicamente impegnativa. La sua Pearl è una donna primordiale, selvaggia, divisa tra la sua indole passionale e il desiderio di rispettabilità. La Jones non teme di mostrare la fragilità, la rabbia e la sessualità del personaggio, rendendola una figura complessa e tragica.
Gregory Peck (Lewt McCanles): Questo fu un ruolo atipico per Peck, noto per i suoi personaggi onesti e nobili. Qui interpreta un antieroe violento, carismatico e crudelmente seducente, dimostrando una versatilità notevole. La sua chimica con la Jones è palpabile e contribuisce al fuoco del film.
Joseph Cotten (Jesse McCanles): Cotten incarna perfettamente l'uomo perbene, la "voce della coscienza", in netto contrasto con Lewt. La sua interpretazione è sottile e misurata, pur esprimendo un profondo senso di frustrazione e disperazione.
Lillian Gish (Laura Belle McCanles): Un ritorno alle scene per la leggendaria star del cinema muto. La sua Laura Belle è una figura di dignità e sofferenza, che evoca pietà e rispetto. La sua interpretazione è misurata ed estremamente toccante.
Lionel Barrymore (Senatore Jackson McCanles): Barrymore domina la scena con la sua presenza imponente e la sua voce tonante, creando un patriarca tirannico e moralmente corrotto, il cui odio e le cui pretese alimentano gran parte del conflitto.
Walter Huston (The Sin Killer): Un'interpretazione vivace e memorabile del predicatore fanatico, che aggiunge un elemento di commento sociale e religioso al dramma.
Altri Aspetti e Controversie "Duello al sole" è famoso anche per le sue controversie. Il film fu duramente attaccato da gruppi religiosi, in particolare dalla Legione Cattolica della Decenza, che lo classificò come "Condannato" (C), una condanna severa a causa della sua rappresentazione esplicita di sessualità (per l'epoca), violenza e del tema della mescolanza razziale. Le pressioni censoree portarono a numerosi tagli e rimontaggi voluti dal Codice Hays, ma Selznick lottò strenuamente per preservare il più possibile della sua visione originale. Questa battaglia con la censura contribuì paradossalmente alla sua enorme pubblicità e al suo successo al botteghino.
La colonna sonora di Dimitri Tiomkin è un'altra componente fondamentale, con le sue melodie epiche e drammatiche che sottolineano perfettamente l'ampiezza emotiva e l'azione del film.
Eredità e Significato Nonostante le critiche miste all'epoca (alcuni lo definirono un "eccesso pomposo", altri ne lodarono l'ambizione), "Duello al sole" fu un successo commerciale fenomenale, diventando il film con il maggiore incasso del 1947. Il suo impatto va oltre il mero risultato economico: è considerato un "western psicologico", che si concentra più sulle turbolenze interiori dei personaggi e sulle loro passioni distruttive che sulle classiche avventure all'aria aperta. Ha aperto la strada a una maggiore complessità tematica nel genere western e ha dimostrato come Hollywood fosse pronta a spingere i limiti della narrazione per adulti, pur rimanendo confinata dalle rigide regole morali dell'epoca.
"Duello al sole" rimane un'opera complessa, imperfetta ma affascinante, un testimone del gigantismo hollywoodiano e della forza delle passioni umane, un classico che continua a dividere ma che non può essere ignorato nella storia del cinema.
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Il nibbio, è un film del 2025 diretto da Alessandro Tonda
Il nibbio (2025) - Un film di Alessandro Tonda
"Il nibbio" è un film drammatico e biografico, diretto da Alessandro Tonda, che porta sul grande schermo una delle pagine più delicate e tragiche della storia italiana recente.
Trama: Il film ripercorre i 28 giorni precedenti al fatidico 4 marzo 2005, data in cui Nicola Calipari, funzionario dei servizi segreti militari italiani (SISMI), perse la vita a Baghdad, in Iraq, per salvare la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata dopo un mese di prigionia. La narrazione si concentra sull'eroismo silenzioso di Calipari, soprannominato appunto "Il Nibbio", che per ventotto giorni si muove tra l'Iraq e gli alti vertici dei Servizi Segreti italiani, in una corsa contro il tempo per liberare la giornalista. L'obiettivo primario di Calipari è evitare che si ripeta la tragedia dell'anno precedente, con l'uccisione del giornalista Enzo Baldoni. Il film non si limita a una ricostruzione cronachistica, ma cerca di esplorare la dimensione più intima e umana di Calipari, un uomo le cui azioni sono sempre state guidate dal valore della vita umana e dalla ricerca della pace. La pellicola, pur raccontando fatti storici noti, si addentra anche nel mistero della morte di Calipari, lasciando alcune domande senza risposta e sottolineando il sacrificio di un eroe che ha dedicato la sua carriera a proteggere vite.
Regia: Alessandro Tonda conferma il suo talento nel genere del thriller e del dramma teso. In "Il nibbio", Tonda dimostra una regia solida e attenta, capace di ricreare un'atmosfera di costante tensione e urgenza. La sua mano è visibile nella capacità di gestire sequenze complesse, mescolando elementi da spy story con un dramma umano profondo. Il regista, come nei suoi precedenti lavori ("The Nest - Il Nido", "Chiara"), presta grande attenzione alla costruzione visiva e all'impiego della luce e degli ambienti per riflettere lo stato d'animo dei personaggi e l'inquietudine della situazione. Si nota un approccio che evita il didascalismo, preferendo immergere lo spettatore nella vicenda attraverso la prospettiva dei protagonisti.
Attori Principali: Il cast è di alto livello e contribuisce in modo significativo alla potenza emotiva del film:
Claudio Santamaria interpreta Nicola Calipari. La sua performance è stata molto acclamata per la capacità di rendere la complessità, il coraggio e l'umanità di un personaggio così cruciale e sfaccettato.
Sonia Bergamasco veste i panni di Giuliana Sgrena.
Anna Ferzetti interpreta Rosa Maria Villecco, la moglie di Nicola Calipari.
Il cast include anche Lorenzo Pozzan, Davy Eduard King e altri attori italiani e internazionali.
Altro:
Genere: Drammatico, Biografico, Thriller.
Durata: 109 minuti.
Produzione: Il film è una coproduzione italo-belga che ha coinvolto Notorious Pictures con Rai Cinema e Tarantula (in collaborazione anche con Netflix e Alkon Communication Srl). Ha ricevuto il supporto del Ministero della Cultura, della Regione Lazio e di diverse entità belghe (Shelter Prod, Taxshelter.be, ING, Tax Shelter du Gouvernement Fédéral Belge, Wallimage).
Sceneggiatura: La sceneggiatura è stata curata da Sandro Petraglia, con il contributo di Lorenzo Bagnatori, e si basa su un soggetto di Davide Cosco, Sandro Petraglia, Lorenzo Bagnatori. Sandro Petraglia è noto per aver scritto importanti opere di "cinema civile" italiano.
Riconoscimenti: "Il nibbio" ha già ricevuto il Nastro della Legalità 2025, premio con cui i giornalisti cinematografici del Sindacato Nazionale SNGCI sottolineano il valore del cinema capace di unire la tensione narrativa alla riflessione su pagine di cronaca diventate Storia contemporanea.
Contesto Storico e Significato: Il film arriva a vent'anni di distanza dagli eventi del 2005 e si propone di offrire al pubblico un ritratto intimo e toccante di Nicola Calipari, una figura di enorme spessore umano e professionale. È un'opera che, attraverso il cinema, cerca di restituire al Paese una pagina importante della sua storia recente, spesso dibattuta e non del tutto chiarita.
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Il seme del fico sacro (دانهی انجیر معابد, Dāne-ye anjīr-e ma'ābed) è un film del 2024 diretto da Mohammad Rasoulof.
Il Seme del Fico Sacro: Un Grido di Libertà dall'Iran
"Il seme del fico sacro" (in persiano: دانهی انجیر معابد, Dāne-ye anjīr-e ma'ābed, lett. "Il seme del fico dei templi") è il potente e commovente film del 2024 diretto da Mohammad Rasoulof, un'opera che trascende la semplice narrazione cinematografica per diventare un atto di resistenza, un monito e una profonda riflessione sulla condizione umana sotto un regime autoritario. Presentato in concorso al 77º Festival di Cannes, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria, il film ha catturato l'attenzione globale non solo per la sua intrinseca qualità artistica, ma anche per le drammatiche vicende personali del suo regista.
La Trama: Un Microscosmo di Tensione e Repressione
Il film ci introduce in un contesto di crescente fermento sociale in Iran, un periodo segnato da proteste diffuse e da una repressione governativa sempre più brutale. La storia si concentra su Iman, un giudice istruttore in carriera che opera all'interno del sistema giudiziario iraniano. La sua vita, apparentemente normale e borghese, è in realtà un labirinto di compromessi e silenzi. Iman, la moglie Najmeh e le figlie Rezvan e Sana vivono in un appartamento modesto, cercando di mantenere una parvenza di normalità in un paese sull'orlo del collasso.
Man mano che le proteste si intensificano, la pressione sul sistema giudiziario e sui suoi operatori aumenta. Iman si trova di fronte a un dilemma morale sempre più stringente: obbedire ciecamente alle direttive del regime o ascoltare la propria coscienza. Il film esplora le dinamiche familiari, mostrando come la repressione politica si insinui anche nelle pieghe più intime delle relazioni umane. Le figlie di Iman, in particolare Rezvan, iniziano a interrogarsi sulla natura della giustizia e della verità, mettendo in discussione l'autorità paterna e le narrazioni ufficiali.
Un elemento centrale della trama è la pistola di Iman, che misteriosamente scompare. Questa sparizione non è un mero espediente narrativo, ma diventa un potente simbolo. La pistola rappresenta il potere coercitivo dello Stato, la violenza latente che permea la società e, in ultima analisi, il peso della responsabilità che grava sulle spalle di Iman. La sua ricerca ossessiva della pistola si trasforma in una metafora della sua disperata ricerca di controllo in un mondo che sta sfuggendo al suo controllo.
Man mano che la naranoia e la sfiducia crescono all'interno della famiglia, le dinamiche si deteriorano. La moglie di Iman è costretta a confrontarsi con la verità sulla professione del marito e sulle implicazioni morali delle sue scelte. Le figlie, con la loro ingenuità e il loro desiderio di verità, agiscono come specchi che riflettono la crescente disillusione e la crisi di coscienza del padre. Il film culmina in un climax di tensione e rivelazioni, mettendo a nudo le cicatrici profonde che il regime ha lasciato sulle vite dei suoi cittadini.
La Regia: Un Atto di Coraggio e Maestria
Mohammad Rasoulof è un regista iraniano di fama internazionale, noto per le sue opere che criticano apertamente il regime del suo paese. La sua carriera è stata costellata di arresti, condanne e divieti di lasciare l'Iran. "Il seme del fico sacro" è stato girato in clandestinità, un'impresa resa ancora più rischiosa dalla sorveglianza costante delle autorità.
La regia di Rasoulof è caratterizzata da un realismo crudo e da una profonda sensibilità. Utilizza primi piani e inquadrature claustrofobiche per trasmettere il senso di oppressione e la tensione psicologica che pervade le vite dei personaggi. La sua capacità di estrarre performance autentiche dai suoi attori, spesso non professionisti, contribuisce a creare un senso di immediatezza e verità.
Il film è un testamento alla sua resilienza e al suo impegno incrollabile per la libertà di espressione. Nonostante le minacce e le persecuzioni, Rasoulof continua a usare il cinema come uno strumento per denunciare le ingiustizie e dare voce a coloro che non possono parlare. La sua stessa fuga rocambolesca dall'Iran poco prima del Festival di Cannes ha aggiunto un'ulteriore dimensione di drammaticità alla presentazione del film, rendendolo non solo un'opera d'arte, ma un simbolo vivente della lotta contro l'oppressione.
Gli Attori: Volti di un Popolo in Lotta
Il cast de "Il seme del fico sacro" è composto da un ensemble di attori talentuosi, molti dei quali hanno lavorato in condizioni di estrema difficoltà e rischio. Sebbene i nomi specifici degli attori non siano sempre ampiamente divulgati, data la natura clandestina della produzione e le potenziali ritorsioni, la loro performance è unanimemente acclamata.
Iman (l'attore che lo interpreta è ancora da confermare in fonti pubbliche, ma la sua interpretazione è stata molto apprezzata): L'attore che interpreta Iman riesce a incarnare la complessità di un uomo intrappolato tra l'obbedienza al sistema e la crescente consapevolezza delle sue implicazioni morali. La sua performance è un ritratto sfumato di paura, vulnerabilità e, in ultima analisi, di una lotta interiore per la propria coscienza.
Najmeh (la moglie): L'attrice che interpreta Najmeh offre una performance toccante, mostrando la forza e la fragilità di una donna che cerca di proteggere la sua famiglia mentre il mondo intorno a lei crolla.
Rezvan e Sana (le figlie): Le giovani attrici che interpretano le figlie portano una prospettiva cruciale al film, rappresentando la generazione più giovane che sta crescendo in un clima di repressione e che inizia a mettere in discussione le verità stabilite. La loro innocenza e la loro sete di giustizia contrastano nettamente con il cinismo del mondo adulto.
La scelta di Rasoulof di lavorare con un cast che potrebbe essere esposto a rischi testimonia la sua dedizione alla verità e la sua fiducia nella capacità degli attori di dare vita a personaggi complessi e autentici.
Il Titolo Simbolico: Il "fico sacro" o "fico dei templi" (Ficus religiosa) è un albero venerato in diverse culture orientali, spesso associato alla saggezza e all'illuminazione. Il "seme" del fico può simboleggiare la nascita di una nuova consapevolezza, la diffusione di idee di libertà, o forse la piccola, ma persistente, speranza di cambiamento che germoglia anche in un terreno ostile. Potrebbe anche alludere alla "religione" di Stato e al modo in cui il regime si serve di essa per giustificare le proprie azioni, ma anche a come questo "seme" possa portare a una crescita inaspettata di opposizione.
La Repressione delle Proteste in Iran: Il film è un'eco diretta delle proteste in Iran, in particolare quelle scaturite dalla morte di Mahsa Amini nel settembre 2022. Rasoulof utilizza la sua arte per documentare e criticare la brutale repressione di queste manifestazioni, la violenza dello Stato e la negazione delle libertà fondamentali.
La Crisi della Giustizia: Al centro del film c'è una profonda critica al sistema giudiziario iraniano, dipinto come uno strumento al servizio del regime piuttosto che della giustizia. Il personaggio di Iman incarna la crisi morale di coloro che sono costretti a operare all'interno di un sistema corrotto.
Il Ruolo delle Donne: Le donne sono figure centrali nel film, rappresentando la forza motrice delle proteste e la resilienza di fronte all'oppressione. La loro lotta per la libertà e l'uguaglianza è un tema ricorrente nel cinema di Rasoulof.
La Clamorosa Fuga di Rasoulof: La notizia della fuga di Mohammad Rasoulof dall'Iran, dopo essere stato condannato a otto anni di prigione, frustate e confisca dei beni, ha reso la presentazione del film a Cannes ancora più significativa. Questo atto di sfida ha trasformato il film non solo in un'opera d'arte, ma in un simbolo di resistenza personale e collettiva. La sua presenza al festival, seppur fuggevole, ha amplificato il messaggio del film e ha richiamato l'attenzione sulla situazione dei diritti umani in Iran.
Riconoscimenti e Impatto: Il Premio speciale della giuria a Cannes 2024 è un riconoscimento significativo non solo per la qualità cinematografica del film, ma anche per il suo coraggioso messaggio politico. Il film ha generato un ampio dibattito internazionale, contribuendo a mantenere alta l'attenzione sulla situazione in Iran e a sostenere la causa dei diritti umani.
In sintesi, "Il seme del fico sacro" è un film che va oltre il mero intrattenimento. È un'opera necessaria, un atto di accusa contro l'oppressione e un inno alla libertà. Attraverso una trama avvincente e una regia coraggiosa, Mohammad Rasoulof ci offre uno sguardo intimo e straziante sulla vita sotto un regime autoritario, lasciando nello spettatore un'impronta indelebile e un profondo desiderio di giustizia.
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Chiamate Nord 777 (Call Northside 777) è un film del 1948 diretto dal regista Henry Hathaway.
Chiamate Nord 777 (titolo originale: Call Northside 777) è un film del 1948 diretto da Henry Hathaway, una figura versatile di Hollywood che ha spaziato dai western ai film noir, dai drammi ai film d'avventura. Questo lungometraggio si distingue nel panorama cinematografico dell'epoca per il suo approccio innovativo, fondendo gli elementi del film noir con il documentario, creando un genere che sarebbe poi stato definito "docu-drama" o "procedural". Basato su eventi realmente accaduti, il film celebra il potere investigativo del giornalismo nel correggere un'ingiustizia giudiziaria, un tema che ancora oggi risuona profondamente.
La storia di Chiamate Nord 777 prende le mosse da un fatto di cronaca nera avvenuto a Chicago dodici anni prima degli eventi narrati nel film: l'omicidio di un poliziotto. Due uomini, Frank Wiecek (interpretato da Richard Conte) e Toni Marcinek, erano stati accusati del crimine e condannati all'ergastolo, nonostante avessero sempre proclamato la loro innocenza.
La vicenda vera inizia a muoversi nel 1944, quando la madre di Frank Wiecek, una donna anziana e coraggiosa di nome Tillie Wiecek (interpretata da Kasia Orzazewski), pubblica un annuncio su un giornale di Chicago, il Chicago Times, offrendo una ricompensa di 5.000 dollari (una somma considerevole per l'epoca) a chiunque potesse fornire informazioni che portassero a scagionare suo figlio. L'annuncio recita il famoso numero telefonico del titolo: "Call Northside 777" (il prefisso telefonico per il quartiere di riferimento).
L'annuncio cattura l'attenzione di P.J. McNeal (interpretato da James Stewart), un cinico e disilluso giornalista di cronaca nera del Chicago Times. Inizialmente scettico e convinto che si tratti dell'ennesimo tentativo disperato di una madre ingenua, McNeal viene incaricato dal suo editore di indagare sulla storia, più per curiosità e per una possibile "storia di colore" che per una reale convinzione nell'innocenza di Wiecek.
McNeal inizia la sua indagine con un atteggiamento sprezzante, ma man mano che approfondisce il caso, si trova di fronte a una serie di incongruenze e domande irrisolte. Inizia a intervistare persone coinvolte nell'evento dodici anni prima: testimoni che hanno ritrattato le loro dichiarazioni originali, altri che sembrano avere ricordi vaghi o contraddittori. Ogni piccolo dettaglio, ogni indizio, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a instillare in McNeal il dubbio sulla colpevolezza di Wiecek.
Il film segue passo dopo passo l'indagine di McNeal, mostrando il duro lavoro di un giornalista investigativo: si reca in quartieri malfamati, scava negli archivi della polizia, interroga testimoni recalcitranti, ricostruisce gli eventi attraverso foto d'epoca e documenti. Ogni passo avanti è una sfida, ostacolata dalla burocrazia, dalla reticenza delle persone e dal tempo trascorso, che ha offuscato i ricordi. McNeal incontra la signora Wiecek, la cui incrollabile fede nel figlio lo commuove e rafforza la sua determinazione. Visita Frank Wiecek in prigione, e il confronto con l'uomo condannato, la sua dignità e la sua fermezza nel sostenere la sua innocenza, convincono ulteriormente il giornalista.
La svolta decisiva avviene quando McNeal, attraverso una combinazione di intuito giornalistico e un uso innovativo della tecnologia dell'epoca (come l'identificazione fotografica attraverso le nuove tecniche forensi e la riproduzione di fotografie sfuocate), riesce a smascherare un testimone chiave che aveva mentito sotto giuramento. La fotografia, in particolare, diventa una prova cruciale che dimostra come la testimonianza principale contro Wiecek fosse basata su un errore o su una manipolazione.
La ricerca di McNeal culmina in una drammatica sessione della Commissione per la Libertà Condizionale dell'Illinois, dove le nuove prove raccolte dal giornalista vengono presentate. Il film, pur prendendosi alcune libertà narrative, rimane fedele allo spirito della vera storia, sottolineando come la tenacia di un singolo giornalista possa fare la differenza tra l'ingiustizia e la libertà. L'indagine di McNeal non solo porta alla riapertura del caso, ma mette anche in discussione il sistema giudiziario, la validità delle testimonianze oculari e il concetto stesso di "verità" in un processo. Alla fine, Frank Wiecek viene scagionato e rilasciato, grazie all'impegno instancabile del giornalista e alla fede incrollabile di sua madre.
Henry Hathaway, con Chiamate Nord 777, ha dimostrato una notevole maestria nel fondere diversi generi cinematografici. Il film è spesso citato come un esempio precoce e influente del "docu-drama", un genere che mescola la narrazione drammatica con elementi documentaristici per raccontare storie basate su fatti reali.
Le caratteristiche stilistiche che rendono unico questo film includono:
Approccio semi-documentaristico: Hathaway ha utilizzato location reali a Chicago, un'inusuale scelta per l'epoca, che contribuì a dare al film un'autenticità visiva rara. Il film fu girato in parte con cineprese portatili, una tecnica che conferiva un senso di immediatezza e veridicità alle scene. Numerose sequenze sono state girate per le strade di Chicago, nei veri uffici del Chicago Times e persino all'interno del vero carcere di Stato, rendendo l'ambiente un personaggio a sé stante.
Bianco e nero noir: Nonostante l'approccio realistico, Hathaway non rinuncia agli elementi visivi del cinema noir. L'uso suggestivo del bianco e nero, con i suoi forti contrasti di luci e ombre, crea un'atmosfera di mistero e tensione, sottolineando la grigia realtà del crimine e della giustizia. Le scene notturne e quelle all'interno degli edifici bui sono particolarmente efficaci nel trasmettere questo senso di inquietudine.
Ritmo investigativo: La regia è meticolosa nel seguire l'indagine di McNeal passo dopo passo, quasi come un resoconto giornalistico visivo. Il ritmo è cadenzato, ma non lento, mantenendo un senso di urgenza man mano che nuove prove emergono. Hathaway costruisce la suspense non attraverso l'azione spettacolare, ma attraverso la scoperta graduale della verità.
Voce narrante fuori campo: L'uso di una voce narrante (che a volte è quella di McNeal, a volte quella di un narratore esterno) conferisce al film un'ulteriore patina documentaristica, come se si trattasse di un reportage televisivo o radiofonico. Questa tecnica aiuta a guidare lo spettatore attraverso le complesse fasi dell'indagine.
Tecnologia come chiave di volta: Hathaway mette in evidenza l'importanza delle tecnologie dell'epoca – in particolare le tecniche di identificazione fotografica e le prime forme di poligrafo – come strumenti cruciali per la risoluzione del caso. Questo non solo aggiunge un tocco futuristico al film, ma sottolinea anche la fiducia crescente nella scienza forense.
Il successo di Hathaway nel bilanciare la narrazione drammatica con l'accuratezza documentaristica lo rese un pioniere per molti film futuri basati su fatti reali, influenzando generazioni di registi interessati al cinema di denuncia sociale.
Il cast di Chiamate Nord 777 è uno dei suoi punti di forza, con interpretazioni che conferiscono autenticità e profondità ai personaggi.
James Stewart nel ruolo di P.J. McNeal è il cuore pulsante del film. Stewart, noto per la sua capacità di incarnare l'uomo comune con integrità e determinazione, qui interpreta un personaggio inizialmente scettico e disilluso. La sua trasformazione da cinico giornalista a un crusader della giustizia è graduale e convincente. Stewart riesce a trasmettere la sua frustrazione, la sua crescente empatia per Wiecek e la sua caparbietà nel perseguire la verità, rendendo il pubblico partecipe del suo viaggio emotivo e intellettuale. La sua performance è misurata ma potente, e contribuisce a rendere il film un classico.
Richard Conte nel ruolo di Frank Wiecek offre una performance commovente e dignitosa. Conte interpreta un uomo innocente ingiustamente condannato, la cui lunga detenzione lo ha segnato ma non distrutto. La sua disperazione silenziosa e la sua determinazione nel mantenere viva la speranza di giustizia sono palpabili. Sebbene il suo tempo sullo schermo sia limitato rispetto a Stewart, Conte riesce a lasciare un'impressione duratura, incarnando il dramma dell'ingiustizia.
Lee J. Cobb interpreta l'editore di McNeal, un uomo pragmatico che, nonostante l'iniziale scetticismo, riconosce il valore della storia e dà a McNeal il via libera per proseguire l'indagine. La sua presenza autoritaria ma supportiva è fondamentale per la narrazione.
Kasia Orzazewski nel ruolo di Tillie Wiecek, la madre di Frank, è la figura che dà il via all'intera vicenda. La sua interpretazione è toccante e credibile, rappresentando la forza incrollabile dell'amore materno di fronte all'avversità. Sebbene non sia un'attrice di fama, la sua performance autentica aggiunge un forte senso di realismo al film.
Il resto del cast di supporto è altrettanto efficace nel contribuire all'atmosfera realistica del film, con attori che popolano il mondo di Chicago, dai poliziotti ai testimoni, dai criminali agli avvocati, ognuno con un ruolo ben definito e interpretato con credibilità.
Chiamate Nord 777 è basato sul caso reale di Joseph Majczek, un uomo polacco-americano condannato nel 1932 per l'omicidio di un poliziotto. La sua vicenda fu scoperta e portata alla luce dal giornalista del Chicago Times James P. McGuire, che nel 1944 iniziò a indagare sull'annuncio della madre di Majczek, Tillie Majczek. McGuire, come McNeal nel film, riuscì a trovare prove che scagionarono Majczek, portando alla sua scarcerazione nel 1945 dopo 12 anni di prigione. Il film celebra non solo la storia di Majczek, ma anche il ruolo cruciale del giornalismo investigativo come "quarto potere" in grado di correggere gli errori della giustizia.
Il film è stato girato in un'epoca in cui il cinema americano stava iniziando a esplorare temi sociali più complessi e a utilizzare tecniche narrative più realistiche. Si inserisce perfettamente nel filone del cinema noir, pur distinguendosi per la sua enfasi sulla realtà documentata piuttosto che sulla stilizzazione del genere.
Alla sua uscita, Chiamate Nord 777 fu un successo sia di critica che di pubblico, venendo elogiato per la sua tensione narrativa, le performance degli attori e la sua innovativa integrazione di elementi documentaristici. È stato un film influente per il suo approccio realistico ai drammi giudiziari e per la sua capacità di trasformare un fatto di cronaca in una storia avvincente e moralmente significativa. Oggi è considerato un classico del cinema americano, studiato per il suo impatto sul genere del docu-drama e per la sua rappresentazione del giornalismo come forza motrice per la giustizia. Chiamate Nord 777 non è solo un avvincente thriller investigativo, ma anche un omaggio al potere della verità e alla tenacia di chi la cerca, incarnato da un giornalista che, superando il proprio cinismo, si fa paladino di una giustizia negata. Un film che, a distanza di decenni, conserva intatta la sua forza e la sua rilevanza.
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La bambina segreta (تا فردا, Tā fardā) è un film del 2022 diretto da Ali Asgari.
Il cinema iraniano, spesso costretto a navigare le complesse acque della censura e delle restrizioni sociali, continua a produrre opere di profonda risonanza, capaci di svelare le realtà più intime e spesso dolorose della società. La bambina segreta (titolo originale persiano: تا فردا, Tā fardā, che significa "fino a domani"), diretto da Ali Asgari e presentato nel 2022, è uno di questi film. Non solo offre uno sguardo crudo e urgente sulle sfide affrontate dalle giovani donne in Iran, ma si impone anche come un potente commento sulle ipocrisie e le pressioni di una società conservatrice.
La trama di La bambina segreta si svolge nell'arco di una singola giornata, una scelta narrativa che intensifica la tensione e l'urgenza della situazione. Al centro della storia c'è Fereshteh (interpretata da Sadaf Asgari, sorella del regista), una giovane donna iraniana che vive a Teheran e che, come molte sue coetanee, nasconde un segreto scomodo alla sua famiglia conservatrice: ha avuto un figlio fuori dal matrimonio. Questa circostanza, nella rigida società iraniana, non è solo una trasgressione sociale, ma anche un reato grave che può portare a conseguenze devastanti per la donna e la sua famiglia, inclusa la reclusione e l'ostracismo.
La narrazione prende il via quando Fereshteh scopre che i suoi genitori, dai quali ha tenuto nascosta la nascita della bambina, stanno per farle visita inaspettatamente da fuori città. La notizia precipita Fereshteh in una crisi disperata. Non ha alternative: deve nascondere la neonata prima dell'arrivo dei genitori. Inizia così una frenetica e angosciante ricerca di un luogo sicuro dove lasciare la bambina, anche solo per poche ore.
Fereshteh si rivolge alla sua amica più fidata, Atefeh (interpretata da Ghazal Shojaei), che diventa la sua unica complice in questa corsa contro il tempo. Insieme, le due giovani donne intraprendono un'odissea attraverso le strade di Teheran, cercando aiuto da parenti, amici e persino conoscenti. Ogni porta a cui bussano, tuttavia, si rivela chiusa. Alcuni si rifiutano di aiutarle per paura delle ripercussioni sociali e legali; altri offrono scuse pietose; altri ancora mostrano una totale indifferenza. Ogni rifiuto non fa che amplificare la disperazione di Fereshteh e sottolineare l'isolamento in cui si trova, intrappolata tra le aspettative della famiglia e le dure realtà sociali.
La ricerca si trasforma in un viaggio allucinante attraverso le contraddizioni della società iraniana: la facciata di rispettabilità e moralità si scontra con la cruda realtà di giovani donne abbandonate a sé stesse di fronte a gravidanze indesiderate o non riconosciute. Il film espone le difficoltà delle madri single e la mancanza di supporto sociale per chi si trova in situazioni non conformi alle rigide norme tradizionali. La bambina, simbolo di innocenza e vulnerabilità, diventa il catalizzatore che svela l'ipocrisia di un sistema che preferisce ignorare o condannare piuttosto che offrire comprensione e aiuto.
Mentre il tempo stringe e l'arrivo dei genitori si avvicina inesorabile, Fereshteh si trova di fronte a scelte estreme. La sua determinazione a proteggere la figlia è palpabile, ma la pressione esterna è quasi insostenibile. Il film culmina in un finale teso e ambiguo, che lascia lo spettatore con un senso di profonda inquietudine e riflessione sulle sorti di Fereshteh e della sua bambina, sottolineando la fragilità delle speranze in un contesto così restrittivo.
Ali Asgari, già noto per i suoi cortometraggi che affrontano temi sociali sensibili (come More Than Two Hours e Silence), con La bambina segreta conferma il suo stile distintivo: un realismo crudo e senza compromessi. La regia di Asgari è caratterizzata da una narrativa essenziale, focalizzata sui dettagli e sulle micro-espressioni dei personaggi, che rivelano più delle parole. Il film è girato con una cameramane a mano, spesso inquadrando i personaggi in primi piani e piani stretti, il che crea un senso di claustrofobia e immediatezza, immergendo lo spettatore nella disperazione di Fereshteh. L'uso di un numero limitato di ambientazioni e la progressione temporale compressa in un giorno accentuano l'urgenza e l'ansia.
Asgari evita ogni forma di melodramma, preferendo un approccio sobrio che lascia spazio alla riflessione. Le inquadrature sono spesso lunghe, permettendo al pubblico di assorbire l'atmosfera e di percepire il peso delle decisioni che Fereshteh deve prendere. Non ci sono effetti speciali o musiche invasive; il suono ambientale di Teheran – il traffico, le voci, il rumore della vita quotidiana – diventa parte integrante della colonna sonora, amplificando la sensazione di realismo. Questa scelta stilistica rafforza il senso di isolamento della protagonista, che pur circondata dalla frenesia della città, si sente sola nella sua battaglia.
La bravura di Asgari sta nel riuscire a costruire una suspense palpabile non attraverso l'azione, ma attraverso la tensione psicologica e l'imminenza della scoperta. Ogni telefonata, ogni bussare alla porta, ogni sguardo furtivo contribuisce a un'escalation di ansia che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Il regista non fornisce risposte facili né giudizi, lasciando al pubblico il compito di confrontarsi con la complessità morale della situazione.
Il successo di La bambina segreta è indissolubilmente legato alle performance dei suoi attori, in particolare quelle delle due protagoniste.
Sadaf Asgari, nel ruolo di Fereshteh, offre una performance di straordinaria intensità e autenticità. La sua interpretazione è un capolavoro di contenimento emotivo; attraverso il suo volto, i suoi occhi e i suoi gesti, riesce a comunicare una gamma complessa di emozioni: la paura, la disperazione, la rabbia repressa, la determinazione e un amore incondizionato per la sua bambina. Sadaf Asgari porta sullo schermo la vulnerabilità e la forza di una giovane donna che lotta per la sua sopravvivenza e quella di sua figlia in un ambiente ostile. È lei il fulcro emotivo del film, e la sua performance è così convincente da rendere quasi tangibile il peso che porta sulle spalle. La chimica con Ghazal Shojaei è un altro punto di forza, rendendo credibile il loro legame di amicizia.
Ghazal Shojaei, che interpreta Atefeh, la fedele amica di Fereshteh, fornisce un supporto essenziale alla narrazione. Il suo personaggio è la voce della razionalità e della solidarietà in un mondo che sembra aver abbandonato Fereshteh. Shojaei interpreta Atefeh con una miscela di pragmatismo e compassione, dimostrando la complessità dell'amicizia e il coraggio di chi è disposto a rischiare per aiutare una persona cara. La sua performance, meno appariscente ma altrettanto cruciale, bilancia la disperazione di Fereshteh, offrendo momenti di respiro e speranza, seppur flebile.
Gli attori di supporto, sebbene abbiano ruoli minori, contribuiscono a dipingere un quadro sfaccettato della società iraniana, con le sue diverse reazioni alla situazione di Fereshteh: dalla freddezza all'ipocrisia, dalla paura alla timida compassione. Le loro interazioni con Fereshteh e Atefeh sono brevi ma incisive, rivelando le sfide che le donne affrontano quotidianamente.
La bambina segreta è molto più di un semplice racconto di suspense. È un potente commento sociale che affronta diverse tematiche cruciali e spesso tabù nella società iraniana:
Le gravidanze fuori dal matrimonio e le madri single: Il film illumina impietosamente le conseguenze devastanti di una gravidanza al di fuori del matrimonio in un contesto dove tali relazioni sono non solo proibite ma severamente condannate. Le donne si trovano in una situazione impossibile, senza alcun sostegno legale o sociale, costrette a scelte disperate per proteggere se stesse e i loro figli.
L'ipocrisia sociale e religiosa: Asgari espone le contraddizioni di una società che predica la moralità ma poi abbandona chi non si conforma alle sue regole. Molti personaggi che potrebbero aiutare Fereshteh si tirano indietro per paura di compromettere la loro reputazione, rivelando una profonda ipocrisia.
La condizione della donna in Iran: Il film è un urlo silenzioso sulle restrizioni e le pressioni subite dalle donne in Iran, costrette a vivere una doppia vita per sfuggire al giudizio e alla condanna sociale. La mancanza di autonomia, la dipendenza dalla famiglia e l'assenza di diritti legali per le donne in determinate situazioni sono temi centrali.
Il sistema di valori e la moralità: La bambina segreta invita a una riflessione critica sul significato di moralità e sul peso delle tradizioni. Solleva domande scomode su chi definisce cosa sia "giusto" e quali siano le vere conseguenze di tali definizioni sulla vita degli individui.
La solidarietà femminile: Nonostante la dura realtà, il film evidenzia anche il potere della solidarietà femminile. L'amicizia tra Fereshteh e Atefeh è un faro di speranza, mostrando come in contesti repressivi le donne si sostengano a vicenda, rischiando in prima persona per aiutare le proprie compagne.
Presentato alla 72ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino (Berlinale), nella sezione Panorama, La bambina segreta ha ricevuto elogi dalla critica internazionale per la sua schiettezza e il suo impatto emotivo. Il film non è solo un'opera cinematografica, ma un documento sociale importante che contribuisce a far luce su realtà spesso nascoste e a promuovere un dialogo essenziale su temi di rilevanza universale, pur essendo radicato in un contesto culturale specifico. La sua potenza risiede nella capacità di toccare corde universali sull'amore materno, la sopravvivenza e la resilienza umana di fronte all'avversità.
La bambina segreta di Ali Asgari è un film necessario e coraggioso. Con la sua narrazione intensa, le interpretazioni autentiche e la regia senza fronzoli, offre uno sguardo penetrante sulle sfide che le donne affrontano in Iran. Nonostante la sua specificità culturale, il film risuona universalmente, toccando temi come la maternità, l'emancipazione femminile e la lotta per la libertà individuale. È un promemoria potente di quanto il cinema possa essere uno strumento vitale per dare voce a chi non ce l'ha e per stimolare la riflessione su questioni sociali e umane profonde. Un'opera che resta impressa nella mente dello spettatore ben oltre la visione, invitando a una maggiore empatia e comprensione.
prime
Il corpo è un film del 2024 diretto da Vincenzo Alfieri.
Il corpo (2024) - Un Thriller Psicologico Intenso
"Il corpo" è un film thriller psicologico italiano del 2024 diretto da Vincenzo Alfieri, un remake del celebre thriller spagnolo "El Cuerpo" (2012) di Oriol Paulo. Alfieri riesce a infondere una nuova vitalità e un'atmosfera unica in questa storia già collaudata, creando un'opera che tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino all'ultimo minuto. Il film è stato presentato in anteprima fuori concorso al Torino Film Festival 2024 prima di approdare sulla piattaforma di streaming.
La Trama: La Scomparsa di un Cadavere e un Intricato Mistero
La storia si apre con un evento sconvolgente: il cadavere di Rebecca Zuin (interpretata da una magnetica Claudia Gerini), una ricca e potente imprenditrice nel settore farmaceutico, scompare misteriosamente dall'obitorio. Rebecca era una donna temuta e rispettata, dalla personalità forte e manipolatrice, che aveva costruito un impero e che gestiva la sua vita e le sue relazioni con un controllo ferreo.
Le indagini sulla sparizione del corpo vengono affidate all'ispettore capo Cosser (Giuseppe Battiston), un uomo dal carattere burbero ma dalla mente acuta, che si ritrova a navigare in un mare di bugie, segreti e rancori. Il primo sospettato è ovviamente il giovane marito di Rebecca, Bruno Forlan (Andrea Di Luigi), un accademico apparentemente schivo e di umili origini, che ha sposato la donna per amore, o forse per interesse, e che ora si trova in una posizione estremamente compromettente.
Man mano che Cosser interroga Bruno e gli altri personaggi coinvolti, emergono dettagli inquietanti sulla vita di Rebecca e sulle complesse relazioni che aveva intessuto. Tutti sembrano avere un movente, un segreto da nascondere, e il thriller si trasforma in un labirinto di inganni. La notte della scomparsa diventa il fulcro dell'indagine, con flashback e testimonianze che si intrecciano per ricostruire gli eventi e svelare la verità. Il film gioca costantemente con la percezione dello spettatore, seminando dubbi e ribaltando le certezze, fino a un finale a sorpresa che ridefinisce completamente la narrazione.
La Regia
Vincenzo Alfieri dimostra con "Il corpo" una maturità registica notevole e una grande padronanza del genere thriller. La sua regia è serratissima, con un ritmo incalzante che non lascia respiro allo spettatore. Alfieri utilizza un montaggio efficace e una colonna sonora avvolgente che contribuiscono a creare un'atmosfera di suspense e paranoia.
Il film è intriso di un'estetica noir, con una fotografia curata (firmata da Andrea Reitano) che esalta i chiaroscuri e le ombre, elementi fondamentali per un thriller di questo tipo. Alfieri si concentra sui volti degli attori, sulle loro espressioni, sui piccoli gesti che rivelano ansia e paura, portando lo spettatore a dubitare di ogni personaggio e di ogni affermazione. La capacità del regista di mantenere la tensione alta e di disorientare il pubblico è uno dei punti di forza del film.
Gli Attori:
Il successo di un thriller psicologico dipende in gran parte dalla credibilità e dall'intensità delle performance attoriali, e "Il corpo" può contare su un cast di alto livello:
Giuseppe Battiston (Ispettore Cosser): Battiston offre una performance solida e convincente. Il suo Cosser è un personaggio stratificato, con un'aria stanca ma una determinazione inossidabile. La sua capacità di veicolare sia l'intelligenza investigativa che un certo scetticismo lo rende un ispettore credibile e affascinante.
Claudia Gerini (Rebecca Zuin): Sebbene il suo personaggio sia morto all'inizio del film, Rebecca è costantemente presente attraverso i flashback e le testimonianze degli altri personaggi. Claudia Gerini riesce a delineare una figura forte, complessa e ambigua, che continua a influenzare gli eventi anche da morta. La sua professionalità è stata sottolineata anche da un aneddoto sul set, dove ha girato una scena in piscina in pieno ottobre dimostrando grande dedizione.
Andrea Di Luigi (Bruno Forlan): L'attore che interpreta il giovane vedovo Bruno riesce a trasmettere la sua vulnerabilità, la sua angoscia e la crescente disperazione, mantenendo al tempo stesso un'aura di mistero che rende difficile per lo spettatore capire se sia una vittima o un carnefice.
Andrea Sartoretti e Amanda Campana: Completano il cast con ruoli chiave, contribuendo a tessere la complessa ragnatela di relazioni e sospetti che caratterizza il film.
Remake di Successo: Come detto, "Il corpo" è il remake di "El Cuerpo" di Oriol Paulo, un film che ha ottenuto un grande successo e che è diventato un cult nel genere thriller. La sfida per Alfieri era quella di riproporre la storia mantenendone l'efficacia ma aggiungendo una propria impronta, e sembra esserci riuscito con successo.
Costruzione Narrativa: Il film è un esempio eccellente di come si possa costruire una trama basata su un mistero centrale (la scomparsa del cadavere) per poi esplorare le fragilità umane, i segreti nascosti e la psicologia dei personaggi. La narrazione procede per indizi e depistaggi, tenendo lo spettatore costantemente sul filo del rasoio.
Il Ruolo della Verità e della Percezione: Un tema ricorrente nel film è la difficoltà di distinguere la verità dalla menzogna, e quanto la percezione degli eventi possa essere influenzata dai pregiudizi o dalle paure personali. Ogni personaggio ha la sua versione della storia, e l'ispettore deve districarsi in questo groviglio per arrivare al cuore del mistero.
"Il corpo" di Vincenzo Alfieri è un thriller ben confezionato, capace di coinvolgere e sorprendere. Con una regia serrata, un cast affiatato e una trama ricca di colpi di scena, è un'ottima proposta per gli amanti del genere che cercano un'esperienza cinematografica avvincente e piena di suspense.
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I peccatori (Sinners) è un film del 2025 di Ryan Coogler.
"I peccatori (Sinners)": Il Trionfo Soprannaturale e Profondo di Ryan Coogler
Con la sua uscita nelle sale italiane il 17 aprile 2025 e in quelle nordamericane il giorno seguente, "I peccatori (Sinners)" di Ryan Coogler si è rapidamente affermato come uno dei film più significativi dell'anno, arrivando anche sul fronte dello streaming digitale il 3 giugno 2025. Scritto, diretto e co-prodotto dallo stesso Coogler, il film segna un'audace incursione nel genere horror soprannaturale, dimostrando ancora una volta la capacità del regista di mescolare intrattenimento ad alta tensione con commenti sociali profondi. Il successo è stato immediato, con un incasso globale di 362 milioni di dollari, posizionandosi come l'ottavo film con il maggiore incasso del 2025 e guadagnandosi l'acclamo universale della critica.
Ambientato nel suggestivo e carico di storia Delta del Mississippi nel 1932, durante l'epoca di Jim Crow, "I peccatori" segue la complessa vicenda dei fratelli gemelli criminali Smoke e Stack Moore, entrambi interpretati magistralmente da Michael B. Jordan in un doppio ruolo convincente. Dopo anni trascorsi a lavorare per la Chicago Outfit, i due tornano nella loro città natale con l'intenzione di ricominciare una nuova vita. Acquistano una segheria da un proprietario terriero razzista con l'obiettivo di trasformarla in un "juke joint" – un locale di ritrovo e musica – per la comunità afroamericana locale.
Tuttavia, il loro ritorno non è segnato solo dalla speranza di redenzione. I fratelli si ritrovano ben presto a fronteggiare una minaccia ben più antica e oscura: un male soprannaturale che si rivela essere di natura vampiresca. Il film non si limita a esplorare il terrore fisico, ma si addentra nelle profondità dei "peccati" umani – non solo le trasgressioni palesi dei gemelli, ma anche le complessità morali, le ingiustizie sociali e i compromessi che definiscono la loro esistenza e quella della comunità che li circonda. La narrazione è intrisa di elementi di orrore, thriller e dramma, offrendo un'esperienza cinematografica ricca e sfaccettata.
Un elemento distintivo della pellicola è la sua celebrazione della musica Delta blues, che non è solo una colonna sonora, ma una parte integrante della narrazione, riflettendo le lotte e la resilienza della comunità nera nel sud degli Stati Uniti.
Ryan Coogler, già acclamato per la sua capacità di infondere profondità e realismo nei suoi film, porta la sua cifra stilistica a un nuovo livello in "I peccatori". La regia è caratterizzata da un realismo crudo ma profondamente empatico, che non si sottrae a mostrare la brutalità e le ingiustizie dell'epoca, ma al contempo evidenzia la forza e la dignità dei personaggi.
Coogler utilizza la sua ormai celebre tecnica registica immersiva, con riprese dinamiche che trasportano lo spettatore direttamente nel cuore dell'azione e primi piani intensi che catturano ogni sfumatura emotiva dei personaggi. La fotografia, curata da Autumn Durald Arkapaw (già collaboratrice in "Black Panther"), contribuisce a creare un'atmosfera unica, con contrasti marcati tra luci e ombre che sottolineano i dilemmi morali e la natura duale del bene e del male.
Il film è notevole anche per la sua innovazione tecnica: è il primo a essere girato sia in Ultra Panavision 2.76:1 che in IMAX 1:43:1, offrendo un'esperienza visiva straordinariamente ampia e dettagliata. Questa scelta tecnica non è un mero esercizio di stile, ma serve a immergere ulteriormente il pubblico nel mondo viscerale e a tratti claustrofobico del film. Coogler dimostra ancora una volta la sua maestria nel bilanciare sequenze di terrore con momenti di profonda riflessione umana, rendendo "I peccatori" non solo un film di genere ma un'opera d'arte a tutto tondo.
Il successo del film è in gran parte dovuto anche al suo cast stellare, che ha dato vita a personaggi complessi e memorabili. Michael B. Jordan si distingue in un'interpretazione eccezionale, gestendo il difficile compito di interpretare due fratelli gemelli con personalità distinte e credibili, ognuno con il proprio arco narrativo e le proprie motivazioni. La sua chimica con Coogler, consolidata in precedenti collaborazioni come "Creed" e "Black Panther", brilla ancora una volta, elevando la performance a nuove vette.
Al suo fianco, un ensemble di talenti che include Hailee Steinfeld, Jack O'Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Miller, Miles Caton e l'immenso Delroy Lindo (nel ruolo di Delta Slim). Ogni attore contribuisce a tessere un ricco tessuto narrativo, con interpretazioni che aggiungono strati di complessità ai dilemmi morali del film. La scelta del cast riflette la cura di Coogler nel selezionare attori capaci di affrontare ruoli profondamente umani e a volte tormentati.
"I peccatori" ha ricevuto un'accoglienza entusiastica da parte della critica, che lo ha elogiato per la sua sceneggiatura originale, la regia audace e le interpretazioni potenti. Molti critici lo hanno definito un "capolavoro" e uno dei migliori film di Ryan Coogler fino ad oggi, apprezzando la sua capacità di trascendere i confini del genere horror per offrire una riflessione significativa su temi di giustizia sociale, famiglia e la natura del male.
Il successo al botteghino e l'ampio consenso della critica hanno già portato alla notizia che un sequel è in fase di sviluppo, a testimonianza dell'impatto e del potenziale duraturo di questa nuova saga.
Alla fine del film "I Peccatori" (Sinners), nella scena post-crediti, suona un anziano Sammy (interpretato da Buddy Guy), che è diventato un musicista di successo. Questa scena funge da epilogo, mostrando il personaggio di Sammy in un momento di trionfo musicale. Inoltre, appare anche una scena in cui Stack e Mary, vampiri, si rivelano e offrono a Sammy la vita eterna.
In sintesi, "I peccatori" è un'opera cinematografica imperdibile che unisce il brivido dell'horror soprannaturale con una narrazione emotivamente risonante e socialmente consapevole. Ryan Coogler dimostra ancora una volta di essere un regista visionario, capace di creare film che non solo intrattengono, ma che spingono il pubblico a riflettere su questioni complesse e universali.
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Breve incontro (Brief Encounter) è un film del 1945 diretto da David Lean
Breve Incontro (Brief Encounter): L'Intensità Silenziosa di un Amore Proibito
"Breve Incontro" (titolo originale: "Brief Encounter") è un capolavoro cinematografico del 1945 diretto da David Lean, basato sull'atto unico teatrale "Still Life" di Noël Coward. Considerato uno dei film romantici più commoventi e influenti della storia del cinema britannico, la pellicola esplora con delicatezza e profonda umanità la fragilità e l'intensità di un amore platonico e proibito, ambientato in un'Inghilterra post-bellica, dove il rigore morale e le convenzioni sociali sono ancora estremamente forti.
La Trama: Due Anime Solitarie e un Destino Condiviso
La narrazione di "Breve Incontro" è strutturata come un lungo flashback, evocato dalla prospettiva della protagonista femminile, Laura Jesson. Il film si apre con Laura e suo marito Fred seduti tranquillamente nel loro salotto, un'immagine di quotidianità che nasconde un tumulto interiore. È qui che Laura inizia a rievocare, in una voce fuori campo che funge da confessione intima e straziante, gli eventi che hanno sconvolto la sua vita ordinaria.
Laura è una casalinga di classe media, sposata e madre di due figli, la cui esistenza è scandita dalla routine settimanale: il giovedì prende il treno per la città vicina per fare acquisti, prendere in prestito libri dalla biblioteca e assistere a un matinée cinematografico. È proprio nella sala d'aspetto della stazione ferroviaria di Milford Junction, un luogo di transito e attesa, che il destino la porta a incontrare il Dottor Alec Harvey.
Alec è un medico, anch'egli sposato e padre. Il loro primo incontro è casuale e banale: un po' di fuliggine nell'occhio di Laura, e l'aiuto premuroso di Alec. Da quel momento, i loro incontri settimanali diventano una consuetudine. Iniziano con una tazza di tè, poi un pranzo, una passeggiata al parco, una visita al cinema. Quella che inizia come un'amicizia innocente e un piacevole diversivo dalla monotonia delle loro vite, si trasforma gradualmente in un profondo e travolgente innamoramento.
La chimica tra Laura e Alec è palpabile, ma è un'attrazione che va ben oltre la fisicità; è una connessione emotiva e intellettuale, un'intesa che nessuno dei due sembra aver mai sperimentato nelle rispettive vite coniugali, seppur tranquille e affettuose. Si trovano a desiderare l'uno la compagnia dell'altro con un'intensità crescente, a vivere per quei brevi momenti rubati alla routine, nella paura costante di essere scoperti e nel senso di colpa per l'inganno che stanno perpetrando verso le proprie famiglie.
La tensione cresce man mano che i loro sentimenti diventano più espliciti e meno controllabili. La voce narrante di Laura, ricca di rimpianto e di un'amara consapevolezza, ci guida attraverso i loro dilemmi morali, le loro tentazioni e i loro sforzi per resistere a un amore che sanno non poter fiorire. La scena più iconica è quella in cui, dopo aver cercato invano un posto dove stare soli, si rendono conto che la loro relazione è impraticabile e destinata a un epilogo doloroso.
Il climax emotivo del film si ha alla stazione, il luogo del loro primo incontro e anche quello del loro addio. Mentre Alec si prepara a partire per un nuovo lavoro in Sudafrica, i due si concedono un ultimo, silenzioso momento. L'arrivo inaspettato di un'amica pettegola di Laura impedisce loro un addio intimo e un ultimo abbraccio, costringendoli a mantenere una distanza formale e a soffocare le lacrime e il dolore, rendendo l'addio ancora più straziante. Laura torna a casa, dove suo marito Fred, con una delicatezza commovente, sembra percepire il suo travaglio interiore e le offre un abbraccio confortante, senza fare domande, suggellando la consapevolezza di Laura che la sua vita, seppur segnata da quel "breve incontro", deve continuare nella sua normalità apparente.
La Regia: La Maestria di David Lean nell'Anatomia dei Sentimenti
David Lean, che in seguito avrebbe diretto epici kolossal come "Lawrence d'Arabia" e "Il Ponte sul fiume Kwai", in "Breve Incontro" dimostra una padronanza eccezionale del dramma psicologico e dell'intimità emotiva. La sua regia è caratterizzata da:
Sottigliezza e Non Detto: Lean è un maestro nel suggerire piuttosto che nel mostrare esplicitamente. Molto del dramma si svolge negli sguardi, nei gesti trattenuti, nei silenzi e, soprattutto, nella voce fuori campo di Laura.
Uso del Flashback: La struttura narrativa a flashback non è solo un espediente stilistico, ma permette allo spettatore di accedere direttamente ai pensieri più intimi e ai rimorsi di Laura, creando un senso di immediatezza e profondità psicologica.
Ambientazione e Atmosfera: La stazione ferroviaria e i suoi dintorni non sono solo sfondi, ma diventano personaggi a sé stanti. Il fumo dei treni, il fischio delle locomotive, il viavai delle persone, il rumore dei treni che passano velocemente: tutto contribuisce a creare un'atmosfera di malinconia, transitorietà e un senso di urgenza per quei momenti rubati.
Musica di Rachmaninov: La scelta del Concerto per pianoforte n. 2 di Sergej Rachmaninov come tema musicale è geniale. Le sue melodie struggenti e passionali riflettono perfettamente l'intensità emotiva e il tumulto interiore dei protagonisti, elevando il dramma a livelli quasi operistici.
Gli Attori: Interpretazioni Indimenticabili
Le performance degli attori sono il cuore pulsante del film, e David Lean ha saputo estrarre da loro interpretazioni di rara autenticità:
Celia Johnson (Laura Jesson): La sua performance è una delle più celebrate del cinema britannico. Johnson incarna Laura con una vulnerabilità e una dignità incredibili. La sua recitazione è contenuta, ma ogni emozione – dalla gioia iniziale al senso di colpa, dalla passione all'angoscia – è palpabile nei suoi occhi, nei suoi gesti nervosi, nella sua voce narrante. Fu nominata all'Oscar come Migliore Attrice.
Trevor Howard (Dottor Alec Harvey): Howard è perfettamente bilanciato rispetto alla Johnson. Alec è un uomo gentile, onesto, che si innamora sinceramente e che condivide il dilemma morale di Laura. La sua recitazione sobria ma intensa rende il suo personaggio profondamente credibile e empatico.
Stanley Holloway (Albert Godby) e Joyce Carey (Myrtle Bagot): Interpretano rispettivamente il capostazione e la proprietaria del buffet della stazione. I loro personaggi secondari, con le loro dinamiche quotidiane e a tratti comiche, servono da contrasto alla gravità del dramma principale, e rappresentano la normalità da cui Laura e Alec cercano, invano, di sfuggire.
L'Amore Platonico e il Sacrificio: "Breve Incontro" è un inno all'amore non consumato e al sacrificio personale. I protagonisti scelgono di non tradire i loro matrimoni e le loro famiglie, optando per un addio che, sebbene doloroso, preserva la loro integrità morale. Questo rende il film incredibilmente potente e atemporale, esplorando il costo emotivo delle scelte difficili.
Le Convenzioni Sociali: Il film è un ritratto acuto delle rigide convenzioni sociali dell'Inghilterra degli anni '40. L'adulterio era un tabù e il peso del giudizio sociale è una presenza costante che influenza le decisioni dei personaggi.
Oscar e Cannes: "Breve Incontro" ricevette tre nomination agli Oscar (Miglior Regista per David Lean, Miglior Attrice per Celia Johnson e Miglior Sceneggiatura Non Originale). Vinse anche il Grand Prix (l'equivalente della Palma d'Oro) al primo Festival di Cannes nel 1946, ex aequo con altri film.
Eredità Culturale: Il film ha influenzato innumerevoli opere successive ed è regolarmente citato nelle liste dei migliori film britannici di tutti i tempi. La sua capacità di toccare corde universali sull'amore, il desiderio, il dovere e il rimpianto assicura la sua rilevanza anche per le nuove generazioni di spettatori.
"Breve Incontro" non è solo una storia d'amore, ma un'esplorazione profonda dell'animo umano, della lotta tra desiderio e dovere, e della malinconia che accompagna le scelte difficili. David Lean, con la sua regia raffinata e le interpretazioni magistrali, ha creato un classico intramontabile che continua a commuovere e a far riflettere sul significato dell'amore e del sacrificio.
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28 giorni dopo (28 Days Later),è un film del 2002 diretto da Danny Boyle.
"28 giorni dopo" (28 Days Later), il film del 2002 diretto da Danny Boyle, ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel genere horror e, più specificamente, in quello degli "zombie", sebbene i suoi "infetti" siano tecnicamente molto diversi dai non-morti tradizionali. Con un budget relativamente contenuto (circa 8 milioni di dollari), il film ha incassato oltre 82 milioni di dollari in tutto il mondo, ottenendo un'accoglienza critica entusiasta e un impatto culturale duraturo. La sua capacità di mescolare orrore viscerale con una profonda riflessione sulla natura umana e sulla società lo ha reso un classico moderno.
La storia di "28 giorni dopo" si apre in modo inquietante e memorabile. Il protagonista, Jim (interpretato da Cillian Murphy), un ciclista, si risveglia dal coma in un letto d'ospedale a Londra. La scena che lo accoglie è di un silenzio assordante e una desolazione agghiacciante: l'ospedale è completamente vuoto, le strade di Londra sono deserte, un'immagine iconica che ha colpito molti spettatori per la sua forza emotiva, specialmente nell'era post-11 settembre.
Jim scopre rapidamente che il mondo come lo conosceva è finito. Un virus altamente contagioso, la "Rabbia", è stato accidentalmente rilasciato da un laboratorio di ricerca, trasformando gli esseri umani in creature feroci e aggressive, guidate da una violenza incontrollabile e scattante. Queste creature non sono i lenti e barcollanti zombie di Romero, ma predatori rapidissimi e inarrestabili.
Mentre cerca di capire cosa sia successo, Jim si imbatte in alcuni sopravvissuti: Selena (Naomie Harris), una paramedico pragmatica e spietata, e Mark (Noah Huntley), un altro uomo sopravvissuto. Insieme, navigano le strade infestate di una Londra spettrale, cercando rifugio e risposte. Mark, purtroppo, viene presto contagiato e brutalmente ucciso da Selena, dimostrando la dura realtà di un mondo in cui la sopravvivenza richiede decisioni estreme.
Il trio (ormai duo) trova rifugio in un condominio dove incontrano Frank (Brendan Gleeson), un tassista dal cuore buono, e sua figlia Hannah (Megan Burns). Formano così un improbabile gruppo di sopravvissuti, uniti dalla necessità di trovare un posto sicuro. Ricevono un messaggio radio da un gruppo di soldati che promettono salvezza in un avamposto fortificato a Manchester. Con la speranza di una vita migliore, i cinque intraprendono un pericoloso viaggio attraverso un'Inghilterra devastata.
Il viaggio è irto di pericoli, sia dagli infetti che dalla disperazione di una società allo sbando. Arrivano finalmente all'avamposto militare, comandato dal Maggiore Henry West (Christopher Eccleston). Qui, scoprono che la "salvezza" offerta dai soldati ha un prezzo altissimo: in assenza di donne con cui ripopolare il mondo, West e i suoi uomini hanno intenzione di usare Selena e Hannah come schiave sessuali. Questa rivelazione sposta il vero orrore del film dagli infetti agli stessi esseri umani, mostrando come, in una situazione di collasso sociale, la brutalità possa emergere anche tra i "non infetti".
Jim, sconvolto dalla malvagità dei soldati, orchestra una fuga e una sanguinosa vendetta. In una sequenza intensa e brutale, Jim si trasforma egli stesso in una figura quasi animalesca, guidato da una rabbia controllata ma devastante, per proteggere Selena e Hannah. Dopo un confronto violento e letale con West e i suoi uomini, i tre riescono a fuggire e trovare un'abitazione isolata in campagna.
Il finale del film offre due possibilità. La versione cinematografica vede Jim, Selena e Hannah salvi, con un jet da combattimento che vola sopra la loro testa, segnalando che il mondo esterno potrebbe non essere del tutto perduto e che ci sia ancora una possibilità di salvezza. Un finale alternativo (presente negli extra del DVD) è molto più cupo, con Jim che muore per le ferite e Selena e Hannah che lo portano in ospedale nella speranza di un intervento medico che non arriva, lasciando un senso di totale disperazione. La scelta del finale più speranzoso per la distribuzione ha contribuito a rendere il film più digeribile per un pubblico più ampio, pur mantenendo intatta la sua natura cruda.
La regia di Danny Boyle è uno degli elementi chiave che ha reso "28 giorni dopo" così innovativo e influente. Boyle, già noto per opere come "Trainspotting", ha adottato uno stile visivo crudo e iper-realistico, sfruttando al massimo le potenzialità della fotografia digitale a bassa risoluzione (girato con videocamere Canon XL1). Questa scelta, all'epoca non convenzionale per un film di tale portata, ha conferito alla pellicola un'estetica quasi documentaristica, sporca e granulosa, che ha amplificato il senso di urgenza e desolazione. Le immagini di una Londra deserta, ottenute filmando all'alba in aree solitamente affollate, sono diventate iconiche e hanno contribuito a creare un'atmosfera di isolamento e vuoto terrificante.
Boyle ha utilizzato una regia frenetica e dinamica, specialmente nelle scene d'azione con gli infetti. I movimenti rapidi della macchina da presa, il montaggio serrato e l'uso di jump cuts contribuiscono a creare un senso di panico e claustrofobia. Le corse sfrenate degli infetti sono state un elemento rivoluzionario, distinguendosi dai lenti e zoppicanti zombie del passato e inaugurando una nuova era di "non-morti" veloci e implacabili, che da allora sono diventati un archetipo comune nel genere.
Oltre all'azione, Boyle ha dimostrato una notevole sensibilità nel gestire i momenti di silenzio e introspezione, permettendo ai personaggi e al pubblico di elaborare l'orrore della situazione. La colonna sonora di John Murphy, con brani come "In the House - In a Heartbeat", è diventata un elemento distintivo del film, sottolineando l'angoscia, la tensione e, a tratti, un barlume di speranza. Il contrasto tra le sequenze di puro terrore e i rari momenti di calma e umanità è gestito magistralmente, rafforzando il messaggio che il vero pericolo non risiede solo nel virus, ma anche nella disintegrazione della moralità umana.
Il cast di "28 giorni dopo" è composto da attori che, all'epoca, non erano ancora nomi affermati a livello globale, ma le cui performance hanno contribuito in modo significativo al successo del film.
Cillian Murphy nel ruolo di Jim: Murphy offre un'interpretazione straordinaria di un uomo comune gettato in una situazione straordinaria. Inizialmente vulnerabile e confuso, Jim subisce una trasformazione psicologica profonda, passando dalla passività alla determinazione e, infine, a una rabbia vendicativa quando le persone a cui tiene vengono minacciate. La sua performance è il cuore pulsante del film, rendendo il suo percorso da vittima a guerriero credibile e avvincente.
Naomie Harris nel ruolo di Selena: Selena è la personificazione della sopravvivenza in un mondo brutale. La Harris la interpreta con una durezza e una praticità che la rendono immediatamente credibile come figura che ha già affrontato e accettato la nuova realtà. La sua evoluzione, da figura fredda e distaccata a qualcuno che inizia a riporre fiducia e affetto nel gruppo, è sottile ma efficace, mostrando la complessità di mantenere l'umanità in circostanze disumane.
Brendan Gleeson nel ruolo di Frank: Gleeson porta calore e umanità nel personaggio di Frank. È il padre protettivo e la voce della ragione, un uomo che cerca di mantenere la speranza e la dignità nonostante tutto. La sua presenza è fondamentale per il bilanciamento emotivo del film, rendendo ancora più tragica la sua inevitabile dipartita.
Megan Burns nel ruolo di Hannah: La giovane Hannah rappresenta l'innocenza perduta e la vulnerabilità dei bambini in un mondo post-apocalittico. Nonostante la sua età, dimostra una sorprendente resilienza e capacità di adattamento, diventando un simbolo della speranza per il futuro.
Christopher Eccleston nel ruolo del Maggiore Henry West: Eccleston offre una performance inquietante come l'antagonista principale. West è l'incarnazione del lato oscuro dell'umanità, un uomo che, di fronte alla fine della civiltà, decide di imporre una nuova forma di barbarie e controllo. La sua logica contorta e la sua crudeltà rendono i soldati più terrificanti degli stessi infetti.
"28 giorni dopo" è molto più di un semplice film horror. È una profonda esplorazione di temi complessi che risuonano ancora oggi:
La natura della mostruosità: Il film solleva la domanda fondamentale su chi siano i veri mostri. Sebbene gli infetti siano una minaccia costante e viscerale, la depravazione e la disumanizzazione mostrate dai soldati del Maggiore West rivelano che la crudeltà umana può essere ben più terrificante di qualsiasi virus. Questa riflessione sulla "rabbia" insita nell'uomo, al di là dell'infezione, è uno dei messaggi più potenti del film.
La perdita della civiltà e delle istituzioni: Il film dipinge un quadro desolante di una società che si è completamente disgregata. Le istituzioni governative e militari, che dovrebbero proteggere i cittadini, si rivelano impotenti o, peggio, corrotte. L'idea che non ci sia nessuno a salvare l'umanità se non l'umanità stessa (o la sua disperazione) è un tema ricorrente.
Sopravvivenza e speranza: Nonostante l'oscurità, il film offre barlumi di speranza. I legami che si formano tra i sopravvissuti, il desiderio di proteggere i propri cari e la lotta per un futuro, anche se incerto, dimostrano la resilienza dello spirito umano. Il finale, pur con le sue ambiguità, è un inno alla possibilità di ricostruzione.
Influenza sul genere "zombie": Sebbene, come detto, gli "infetti" non siano tecnicamente zombie (sono vivi, solo malati), "28 giorni dopo" ha rivitalizzato e ridefinito il genere. L'introduzione degli infetti veloci e aggressivi ha aperto la strada a una nuova ondata di film e serie TV post-apocalittiche, come il remake di "L'alba dei morti viventi" (Dawn of the Dead) del 2004 e, in seguito, "The Walking Dead", che hanno adottato e spesso accelerato i loro non-morti. Ha dimostrato che il genere poteva essere sia terrificante che intellettualmente stimolante.
Curiosità sulla produzione: Il film è stato girato in gran parte con videocamere digitali Canon XL1, che all'epoca erano considerate amatoriali. Questa scelta ha permesso a Boyle e al direttore della fotografia Anthony Dod Mantle una maggiore libertà e agilità nelle riprese, contribuendo all'estetica grezza e immediata del film. Molte delle scene di Londra deserta sono state girate all'alba, con troupe ridotte e bloccando il traffico solo per pochi minuti alla volta, per catturare l'immagine autentica di una città abbandonata. Il budget limitato ha portato a soluzioni creative, come l'uso di comparse per i cadaveri nella chiesa che sono state pagate con una tazza di tè.
In conclusione, "28 giorni dopo" è un film che va ben oltre la sua etichetta di horror. È un'opera potente e viscerale che ha saputo interrogarsi sulla natura umana di fronte al collasso, regalandoci sequenze indimenticabili e un impatto duraturo sul cinema di genere e non solo. La sua capacità di farci riflettere su cosa significhi essere umani quando la civiltà crolla lo rende un film che continua a essere rilevante e discusso, anche a distanza di oltre vent'anni.
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28 settimane dopo (28 Weeks Later) è un film del 2007 diretto da Juan Carlos Fresnadillo.
"28 settimane dopo" (28 Weeks Later), il sequel del cult "28 giorni dopo", è un film del 2007 diretto da Juan Carlos Fresnadillo. Pur mantenendo l'atmosfera claustrofobica e brutale del suo predecessore, "28 settimane dopo" espande l'universo narrativo, concentrandosi sui tentativi (fallimentari) di ricostruzione della società e sulle conseguenze inaspettate di un nuovo scoppio del virus della Rabbia. Il film è stato un successo commerciale e di critica, consolidando ulteriormente il franchise.
Il film si apre con un prologo che ci riporta al culmine dell'epidemia originale. Don Harris (Robert Carlyle) e sua moglie Alice (Catherine McCormack) si trovano, insieme ad altri sopravvissuti, in una casa isolata in campagna, assediati dagli infetti. In una sequenza ad alta tensione che stabilisce immediatamente il tono spietato del film, Don è costretto ad abbandonare Alice per salvarsi, un atto di codardia che lo perseguiterà per tutto il resto della storia.
Ventotto settimane dopo, la situazione sembra essersi stabilizzata. Grazie all'intervento della NATO, la Gran Bretagna è stata dichiarata "sicura". La popolazione infetta è morta di fame o è stata debellata, e un'area di Londra, la Isle of Dogs, è stata bonificata e trasformata in una zona verde protetta, dove i sopravvissuti possono fare ritorno. Sotto la supervisione dell'esercito americano, capeggiato dal Generale Stone (Idris Elba) e con il supporto del medico militare Scarlet Ross (Rose Byrne) e del sergente Doyle (Jeremy Renner), inizia il processo di ripopolamento.
Tra i primi a tornare ci sono i figli di Don e Alice, Tammy (Imogen Poots) e Andy (Mackintosh Muggleton), che erano stati fuori dal paese al momento dell'epidemia. Riuniti con il padre Don, i ragazzi scoprono che la madre non è sopravvissuta. Tuttavia, Andy, tormentato dal senso di colpa per averla abbandonata, decide di avventurarsi con Tammy nel loro quartiere d'origine, violando le regole di sicurezza, per recuperare alcuni oggetti personali. Con loro grande sorpresa, trovano Alice ancora viva.
Alice viene portata nella zona sicura e sottoposta a esami. Si scopre che è immune al virus, pur essendo una portatrice sana: il virus è presente nel suo sangue, ma non le provoca i sintomi della Rabbia. Questa scoperta la rende un soggetto di studio cruciale per la ricerca di una cura. Tuttavia, la sua presenza ha conseguenze disastrose. Don, tormentato dal senso di colpa per averla abbandonata, si intrufola nella sua stanza per scusarsi. Durante un bacio, il virus di Alice passa a Don, che si trasforma istantaneamente in un infetto.
La trasformazione di Don innesca una nuova, devastante ondata di infezione all'interno della zona protetta. La sua furia scatenata e la contagiosità della Rabbia portano rapidamente al caos. L'esercito americano tenta di contenere l'epidemia, ma la situazione sfugge di mano. Le direttive del Generale Stone di "neutralizzare" tutti i civili infetti e non infetti per impedire la diffusione del virus portano a scene di orrore, con i soldati costretti a sparare indiscriminatamente, anche contro la popolazione civile in fuga.
Tammy e Andy, insieme al Dr. Ross e al sergente Doyle, tentano disperatamente di fuggire dalla città. Attraversano una Londra nuovamente infestata da migliaia di infetti e segnata dalle azioni brutali dell'esercito. Scarlet Ross vede in Andy la stessa immunità della madre e capisce che il suo sangue potrebbe essere la chiave per un vaccino.
Il loro percorso è segnato da perdite e momenti di estrema violenza. Doyle, pur mettendo a rischio la propria vita, aiuta i ragazzi a fuggire, sacrificandosi per permettere loro di raggiungere una via di fuga. In un confronto finale, Don, ancora infetto, attacca i suoi figli, e sarà Andy a doverlo uccidere per salvarsi.
Scarlet, Tammy e Andy riescono a raggiungere un elicottero in attesa di portarli via. Tuttavia, un infetto salta sull'elicottero e Scarlet viene infettata. Con un gesto disperato, si getta fuori per salvare i ragazzi. Tammy e Andy riescono a fuggire in elicottero.
Il film si conclude con la voce di un pilota francese che, 28 giorni dopo, segnala la presenza di infetti a Parigi, indicando che la minaccia si è ormai diffusa oltre i confini del Regno Unito, probabilmente a causa della fuga di Tammy e Andy (essendo Andy portatore sano). Questo finale apre la porta a un'ulteriore espansione della pandemia a livello globale.
Juan Carlos Fresnadillo prende le redini della regia da Danny Boyle e riesce a mantenere l'estetica cruda e la violenza viscerale del primo film, pur introducendo la propria visione. Fresnadillo continua a usare uno stile visivo aggressivo, con molte riprese a mano, montaggio serrato e una fotografia che esalta il senso di caos e disperazione. Le sequenze d'azione sono ancora più frenetiche e caotiche, amplificando il senso di panico quando l'epidemia si scatena nuovamente.
Fresnadillo eccelle nel creare atmosfere tese e claustrofobiche, anche in ambienti aperti, specialmente durante la fase del contenimento militare. La decisione di riutilizzare i rapidissimi infetti, marchio di fabbrica del primo film, è vincente e le scene di massa con migliaia di infetti che corrono all'impazzata sono visivamente impressionanti e terrificanti.
Un elemento distintivo della regia di Fresnadillo è la sua capacità di mostrare la brutalità delle decisioni militari, che si rivelano spesso più distruttive degli infetti stessi. Le scene in cui i soldati uccidono indiscriminatamente civili per ordine superiore sono particolarmente scioccanti e mettono in discussione la moralità della risposta umana a una catastrofe di questa portata. Questo approccio aggiunge un ulteriore strato di orrore, spostando la tensione non solo dalla paura dell'infetto, ma anche dalla paura di chi dovrebbe proteggere.
Il cast di "28 settimane dopo" presenta una serie di attori di talento, molti dei quali all'epoca non erano ancora celebrità mondiali ma che hanno poi raggiunto fama internazionale.
Robert Carlyle nel ruolo di Don Harris: Carlyle offre una performance potente e straziante. Il suo personaggio è l'incarnazione del senso di colpa e della disperazione. Il suo atto di codardia iniziale e la sua successiva trasformazione in infetto lo rendono un antieroe tragico, e la sua furia è tra le più spaventose del film.
Rose Byrne nel ruolo della Dottoressa Scarlet Ross: Byrne interpreta il medico militare con una combinazione di competenza professionale e crescente orrore. Il suo personaggio rappresenta la voce della ragione e l'unica speranza per una cura, ma è anche testimone impotente della disumanizzazione che la circonda.
Jeremy Renner nel ruolo del Sergente Doyle: Renner, prima di diventare una star con il ruolo di Hawkeye, offre una performance memorabile come un soldato che lotta con la propria coscienza. Doyle è un personaggio che cerca di fare la cosa giusta in una situazione impossibile, e la sua evoluzione da rigido esecutore di ordini a protettore dei bambini lo rende una figura eroica e tragica.
Imogen Poots nel ruolo di Tammy: La Poots interpreta la figlia adolescente con un misto di paura, rabbia e resilienza. Il suo legame con il fratello Andy è il fulcro emotivo del film.
Mackintosh Muggleton nel ruolo di Andy: Il giovane Mackintosh Muggleton interpreta Andy, il portatore sano, con una notevole intensità per la sua età. Il suo personaggio è il catalizzatore della nuova epidemia e, allo stesso tempo, la chiave per la sopravvivenza dell'umanità.
Idris Elba nel ruolo del Generale Stone: Elba incarna l'autorità militare con una freddezza che nasconde una brutale pragmatica. Il suo personaggio è disposto a prendere decisioni estreme per "contenere" il virus, anche a costo di sacrificare vite innocenti, evidenziando il lato oscuro del potere in crisi.
"28 settimane dopo" non è solo un sequel che capitalizza sul successo del predecessore, ma è un'opera che approfondisce e amplifica i temi già presenti:
La fragilità della civiltà: Il film dimostra quanto sia precaria la ricostruzione di una società dopo un collasso totale. Il tentativo di "normalità" nella Isle of Dogs si rivela una falsa speranza, facilmente infrangibile dalla natura imprevedibile del virus e dalla fallibilità umana.
La natura del virus e l'immunità: L'introduzione del concetto di portatore sano e di immunità aggiunge un interessante elemento scientifico e narrativo, trasformando il virus da semplice minaccia esterna a qualcosa che può risiedere all'interno, rendendo i legami familiari una potenziale fonte di distruzione.
La militarizzazione della risposta e le sue conseguenze: Il film è una critica feroce alla risposta militare a una crisi sanitaria. Mostra come la "soluzione" basata sulla forza e sulla repressione possa portare a una violenza indiscriminata e controproducente, superando in orrore l'epidemia stessa. Le scene di bombardamento e l'ordine di sparare ai civili sono tra le più perturbanti del film.
L'orrore del tradimento familiare: Il tradimento di Don nei confronti di Alice e la sua successiva trasformazione che lo porta a minacciare i suoi stessi figli, aggiungono un livello di orrore psicologico. La famiglia, simbolo di sicurezza, diventa il veicolo della minaccia.
Espansione globale della minaccia: Il finale a Parigi è un colpo di scena che amplifica la portata della pandemia, suggerendo che la speranza di contenimento sia vana e che il virus abbia ormai il potenziale per diffondersi in tutto il mondo, lasciando gli spettatori con un senso di ineluttabilità.
In sintesi, "28 settimane dopo" è un sequel che onora l'eredità del suo predecessore pur stando in piedi autonomamente. Intensifica l'azione, approfondisce i temi di sopravvivenza e moralità, e offre una prospettiva ancora più cinica e spietata sulla capacità dell'umanità di autodistruggersi. È un'esperienza cinematografica cruda, violenta e profondamente inquietante.
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Senza tetto né legge (Sans toit ni loi) è un film del 1985 diretto da Agnès Varda.
"Senza tetto né legge" (titolo originale "Sans toit ni loi"), capolavoro del 1985 diretto da Agnès Varda, è molto più di un semplice film; è un'indagine cruda, poetica e profondamente umana sulla libertà, l'emarginazione e il difficile confine tra indipendenza e solitudine. Premiato con il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, il film si distingue per il suo stile documentaristico e la sua struttura narrativa non convenzionale, che lo rendono un'opera fondamentale nella storia del cinema francese e internazionale. Varda, figura di spicco della Nouvelle Vague, esplora qui la vita di una giovane donna che sceglie di vivere ai margini della società, offrendo uno sguardo impietoso ma empatico su una realtà spesso ignorata.
Il film si apre con una scena sconvolgente: il ritrovamento del corpo assiderato di una giovane donna in un fossato. Si tratta di Mona Bergeron, interpretata da un'indimenticabile Sandrine Bonnaire, che all'epoca aveva solo 18 anni e che per questa interpretazione ottenne il Premio César per la migliore attrice. La narrazione procede a ritroso, attraverso una serie di flashback e testimonianze di persone che Mona ha incontrato durante le sue ultime settimane di vita. Questo approccio non lineare non cerca di risolvere un mistero, ma piuttosto di costruire un ritratto frammentato e complesso della protagonista.
Mona è una vagabonda, una senzatetto per scelta. La sua vita è un'erranza costante, priva di radici, beni materiali e legami convenzionali. Attraversa la campagna francese, da una regione all'altra, dormendo all'aperto, chiedendo passaggi e svolgendo lavoretti saltuari. Incontra una varietà di personaggi: un filosofo ex-insegnante di agraria, una donna che si prende cura degli ulivi e la assume temporaneamente, un contadino che le offre ospitalità in cambio di sesso, un camionista, altri senzatetto, e una giovane donna tunisina che lavora stagionalmente nei campi. Ognuno di loro offre una prospettiva diversa su Mona, spesso proiettando su di lei le proprie aspettative, paure o ideali. C'è chi la ammira per la sua libertà, chi la giudica per la sua "pigrizia", chi cerca di aiutarla, chi la sfrutta.
Man mano che il film procede, emergescono dettagli della sua personalità: la sua ostinata indipendenza, il suo rifiuto di ogni forma di compromesso o autorità, la sua resistenza a qualsiasi tentativo di legame o di "salvezza". Mona è in perenne movimento, un nomade per eccellenza, e il suo cammino è segnato da un progressivo isolamento. Il suo corpo diventa sempre più fragile, il suo spirito sempre più indurito, finché il freddo e la privazione non la consumano, portandola a quel tragico epilogo iniziale. La trama non offre risposte facili, ma piuttosto invita lo spettatore a riflettere sulla complessità della scelta di vita di Mona e sulle reazioni del mondo a questa scelta.
Agnès Varda, figura iconica e innovatrice della Nouvelle Vague, ha sempre sfidato le convenzioni narrative e stilistiche. In "Senza tetto né legge", la sua regia è un magistrale esempio di fusione tra la finzione cinematografica e l'estetica documentaristica. Varda adotta un approccio quasi antropologico, osservando Mona e le sue interazioni con un distacco che paradoxalmente ne accentua l'intimità.
Lo stile "cinéma vérité": Il film è girato con una telecamera a mano, spesso in esterni, conferendo un senso di immediatezza e autenticità. Le riprese sono sporche, a tratti sgranate, quasi a voler eliminare ogni filtro tra lo spettatore e la realtà rappresentata. Questo stile contribuisce a creare l'impressione che stiamo assistendo a eventi reali, piuttosto che a una narrazione costruita. Le interviste "finte" ai testimoni, che si rivolgono direttamente alla macchina da presa, rafforzano ulteriormente questo senso di documentario.
La struttura narrativa frammentata: Come già detto, la narrazione non è lineare. I flashback si susseguono senza un ordine cronologico rigido, e le testimonianze si intersecano, creando un mosaico di percezioni su Mona. Questo approccio riflette la natura elusiva e misteriosa della protagonista, impossibile da incasellare in una definizione univoca. Varda non ci fornisce un'unica verità, ma una molteplicità di punti di vista.
L'uso dello spazio e del paesaggio: La campagna francese diventa un personaggio a sé stante. I campi, le vigne, le strade deserte, i fossati sono parte integrante del viaggio di Mona. Il paesaggio è allo stesso tempo uno sfondo bellissimo e un ambiente ostile, che riflette la solitudine e la vulnerabilità della protagonista. La natura, indifferente al destino umano, è un costante promemoria della fragilità dell'esistenza.
Il tema della libertà e dell'emarginazione: Varda esplora con grande sensibilità il desiderio di libertà assoluta di Mona e le conseguenze estreme di questa scelta. Il film non idealizza la vita da senzatetto, ma mostra la sua cruda realtà: la fame, il freddo, la violenza, l'isolamento. Al contempo, il film critica implicitamente la società che non riesce a integrare o anche solo a comprendere chi sceglie o è costretto a vivere ai margini.
La musica e il suono: L'uso parsimonioso della musica e la forte enfasi sui suoni ambientali contribuiscono all'atmosfera realistica e desolata del film. I rumori del vento, del traffico, delle voci isolate creano un paesaggio sonoro che amplifica il senso di solitudine di Mona.
Il cuore pulsante di "Senza tetto né legge" è l'interpretazione magnetica di Sandrine Bonnaire nel ruolo di Mona. La sua performance è di una forza disarmante, capace di trasmettere la ribellione, la fragilità e l'indomita ostinazione del personaggio con una presenza scenica straordinaria. La sua recitazione è minimalista ma potentissima, e riesce a rendere credibile una figura così enigmatica. È difficile immaginare il film senza la sua Mona.
Accanto a lei, Varda ha scelto un cast eclettico, che mescola attori professionisti con numerosi non-attori o attori poco conosciuti. Questa scelta rafforza ulteriormente l'impressione di autenticità documentaristica. Tra i volti più noti che compaiono nel film, sebbene in ruoli minori, troviamo:
Macha Méril (Madame Landier, la ricercatrice di alberi), che tenta di dare un senso alla vita di Mona attraverso una lente intellettuale.
Stéphane Freiss (Jean-Pierre, lo studente che cerca di aiutarla).
Yolande Moreau (Therese, la domestica), in una delle sue prime apparizioni cinematografiche.
Marthe Jarnias (la vecchia donna nei bagni pubblici), un cameo toccante.
Ogni personaggio che Mona incontra è un tassello fondamentale per costruire il suo ritratto, e le interazioni, spesso brevi ma intense, rivelano non solo Mona ma anche le persone che la circondano.
"Senza tetto né legge" è un film denso di significato, che si presta a molteplici letture:
La libertà come condanna: Mona cerca la libertà assoluta, ma questa libertà si traduce in un isolamento sempre più profondo e, alla fine, nella morte. Il film suggerisce che una libertà senza responsabilità o senza legami umani può essere autodistruttiva.
La critica sociale: Varda non fa un sermone, ma il film è una potente denuncia dell'indifferenza sociale verso i senzatetto e i marginali. Le reazioni dei vari personaggi a Mona riflettono le diverse attitudini della società: dalla curiosità benevola all'opportunismo, dal giudizio moralistico all'empatia superficiale. Nessuno sembra davvero in grado di penetrare il guscio di Mona o di offrirle un aiuto significativo che lei accetterebbe.
La natura elusiva della verità: La struttura narrativa frammentata e l'uso di testimonianze contrastanti sottolineano come la "verità" su una persona sia sempre soggettiva e parziale. Mona rimane un enigma fino alla fine, un personaggio che sfida ogni tentativo di categorizzazione.
Il corpo e il paesaggio: Il corpo di Mona è centrale: si consuma lentamente, è esposto alle intemperie e alla violenza. Diventa un simbolo della sua resistenza e della sua caduta. Il paesaggio rurale, a volte idilliaco, a volte minaccioso, è il suo unico rifugio e, infine, la sua tomba.
"Senza tetto né legge" non è solo un classico del cinema, ma un film la cui risonanza rimane forte ancora oggi. La questione dei senzatetto e dell'emarginazione è purtroppo ancora attuale, e il film di Varda continua a stimolare la riflessione su come la società interagisce con coloro che vivono ai margini. La sua influenza è visibile in molti film successivi che hanno adottato uno stile realistico e una narrazione incentrata su personaggi marginali.
Agnès Varda ha creato un'opera che è allo stesso tempo un ritratto intimo di una donna e un'ampia meditazione sulla condizione umana. Con la sua maestria nel mescolare finzione e documentario, ha lasciato un segno indelebile, regalandoci un film che è doloroso, bello e indimenticabile, proprio come la Mona che vaga "senza tetto né legge" attraverso la memoria e la campagna francese. È un film che, pur non offrendo risposte, solleva domande fondamentali sulla libertà, la società e il prezzo dell'indipendenza.
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Senso è un film storico del 1954 diretto da Luchino Visconti,
Senso è un capolavoro del cinema italiano, un film storico del 1954 diretto da Luchino Visconti che si distingue per la sua profondità psicologica, la sontuosa messa in scena e la magistrale fusione tra dramma personale e contesto storico. Ambientato nel turbolento periodo del Risorgimento, precisamente durante le ultime fasi dell'occupazione austriaca nel Veneto nel 1866, il film esplora il declino di un'aristocratica veneziana e la sua ossessiva e autodistruttiva relazione con un ufficiale austriaco. Con una durata di 120 minuti, Senso è un'opera che affascina e turba, lasciando un'impronta indelebile nella storia del cinema.
La storia prende avvio nel maestoso Teatro La Fenice di Venezia, durante una rappresentazione de Il Trovatore di Verdi. L'atmosfera è tesa, carica di un palpabile fermento patriottico anti-austriaco. La contessa Livia Serpieri (Alida Valli), una donna affascinante ma emotivamente fragile, è sposata con un anziano nobile veneziano e, pur condividendo gli ideali risorgimentali del cugino Roberto (Massimo Girotti), ne è disillusa. È proprio a teatro che Livia incontra il tenente Franz Mahler (Farley Granger), un giovane e affascinante ufficiale dell'esercito austriaco. L'incontro è casuale ma significativo, un preludio a un legame che sconvolgerà le vite di entrambi.
Nonostante l'iniziale avversione e il forte contrasto ideologico tra i due (lei patriota, lui occupante), Livia si ritrova irresistibilmente attratta da Franz. Il loro rapporto evolve rapidamente in una relazione clandestina e appassionata, che Livia vive con un'intensità quasi febbrile. La contessa, abituata a una vita di agi e apparenze, scopre in Franz una passione che le era stata negata, ma anche un lato oscuro e manipolatorio che la consumerà.
Franz, da parte sua, si rivela essere un personaggio cinico e opportunista. Nonostante la sua bellezza e il fascino seducente, è interessato più ai vantaggi materiali e alla posizione sociale che l'amante può offrirgli che a un amore sincero. La sua superficialità e la sua codardia emergono con il progredire della guerra e con il precipitare degli eventi. La guerra austro-prussiana, che vede l'Italia alleata con la Prussia contro l'Austria, diventa lo sfondo in cui si consuma il dramma personale dei due amanti. Franz, temendo di essere inviato al fronte, chiede a Livia ingenti somme di denaro, che lei, accecata dall'amore, gli fornisce attingendo al patrimonio del marito e persino vendendo beni preziosi di famiglia.
La relazione raggiunge il suo apice e, contemporaneamente, il suo punto di rottura, a Verona. Livia, seguendo Franz, scopre la sua vera natura: lo trova in compagnia di un'altra donna, intento a sperperare il denaro che lei gli aveva dato per corrompere i medici e farsi riformare dal servizio militare. La scoperta della sua infedeltà e del suo opportunismo spietato annienta Livia. La sua passione si trasforma in un odio viscerale e in una sete di vendetta implacabile.
Accecata dal dolore e dalla rabbia, Livia denuncia Franz alle autorità militari austriache, rivelando la sua diserzione e la corruzione. Le conseguenze sono immediate e fatali: Franz viene arrestato e, in un tragico epilogo, fucilato all'alba in un vicolo di Verona. Livia assiste all'esecuzione da lontano, in un misto di trionfo amaro e disperazione. La sua vendetta è compiuta, ma a un costo altissimo: la sua anima è ormai irrimediabilmente corrotta, e il suo futuro è segnato da un vuoto incolmabile. Il film si conclude con l'immagine di una Livia distrutta, che ha sacrificato tutto per un amore malato e per una vendetta che non le ha portato pace.
La regia di Luchino Visconti in Senso è un trionfo di estetismo e realismo, una combinazione che diventerà la sua cifra stilistica distintiva. Visconti, influenzato dal neorealismo ma desideroso di esplorare nuove vie narrative, utilizza Senso per creare un'opera sontuosa e drammatica, dove la bellezza visiva si fonde con la cruda realtà dei sentimenti umani e della storia.
Una delle caratteristiche più evidenti della regia è l'uso del colore. Senso è il primo film a colori di Visconti e il regista sfrutta appieno questa novità per creare atmosfere intense e suggestive. I costumi sontuosi, le scenografie ricche e dettagliate, i paesaggi veneti e le ville nobiliari sono restituiti con una palette cromatica vibrante, che enfatizza il lusso e la decadenza dell'epoca. Il colore non è solo un elemento decorativo, ma un veicolo di significato: il rosso, ad esempio, è spesso associato alla passione, al tradimento e alla violenza.
Visconti è un maestro nella creazione di immagini potenti e evocative. Le scene di massa, come quella iniziale al Teatro La Fenice o le sequenze belliche, sono gestite con grande maestria, conferendo al film un respiro epico. Al contempo, il regista è capace di concentrarsi sui dettagli più intimi e psicologici dei personaggi, utilizzando primi piani e movimenti di macchina che scavano nell'animo di Livia e Franz.
Il ritmo narrativo è spesso lento e contemplativo, permettendo allo spettatore di immergersi completamente nell'atmosfera e di percepire la tensione emotiva dei personaggi. Tuttavia, ci sono anche momenti di grande dinamismo, soprattutto nelle scene di battaglia o nelle esplosioni di passione tra i due amanti.
Visconti, attraverso Senso, offre una riflessione acuta sul Risorgimento. Lungi dall'idealizzare il periodo, il film ne mostra le contraddizioni e le delusioni, focalizzandosi sull'impotenza e la corruzione di una certa aristocrazia italiana. La critica al potere e alla nobiltà decadente è un tema ricorrente nella filmografia di Visconti, e in Senso trova una delle sue espressioni più mature. La disillusione di Livia, la sua alienazione dagli ideali patriottici e la sua caduta morale riflettono la crisi di un'intera classe sociale.
Il successo di Senso è indissolubilmente legato alle straordinarie interpretazioni dei suoi protagonisti.
Alida Valli nel ruolo di Livia Serpieri offre una performance indimenticabile, considerata una delle migliori della sua carriera. La Valli incarna perfettamente la complessità del personaggio: una donna inizialmente orgogliosa e raffinata, che si trasforma progressivamente in un'amante ossessiva, vulnerabile e infine distrutta dalla passione e dal tradimento. La sua interpretazione è ricca di sfumature, capace di esprimere la fragilità e la forza interiore di Livia, la sua disperazione e la sua lucida follia. La Valli rende credibile il percorso di autodistruzione della contessa, portando lo spettatore a empatizzare con il suo tormento, nonostante le sue scelte moralmente discutibili.
Farley Granger, nei panni di Franz Mahler, è altrettanto efficace nel ritrarre un personaggio ambiguo e affascinante. Granger conferisce a Franz un'eleganza superficiale e un'innocenza apparente che nascondono una profonda meschinità e codardia. La sua bellezza eterea e il suo sguardo spesso sfuggente contribuiscono a delineare un uomo incapace di vero amore, mosso solo dal proprio tornaconto. La chimica tra Valli e Granger è palpabile, rendendo credibile l'intensità della loro relazione, nonostante la sua natura distruttiva.
Il cast di supporto è ugualmente notevole. Massimo Girotti interpreta Roberto, il cugino di Livia, simbolo degli ideali risorgimentali e contrappunto morale alla decadenza della contessa. Sebbene il suo ruolo sia più contenuto, Girotti conferisce dignità e integrità al suo personaggio. Altri attori, anche in ruoli minori, contribuiscono a creare un affresco vivido e realistico della società dell'epoca.
Senso è un film che ha avuto un impatto significativo sulla storia del cinema. È considerato un punto di svolta nella carriera di Visconti, che con quest'opera si allontana definitivamente dal neorealismo più puro per esplorare un cinema più sontuoso e melodrammatico, pur mantenendo un forte radicamento nella realtà storica e sociale. Il film ha influenzato numerosi registi successivi, diventando un modello per il cinema storico d'autore.
La produzione del film non fu priva di difficoltà. Le riprese furono complesse e costose, e ci furono tensioni tra Visconti e la produzione per le scelte artistiche del regista. Originariamente, il ruolo di Franz Mahler era stato pensato per Marlon Brando, ma alla fine fu assegnato a Farley Granger.
La colonna sonora, curata da Giuseppe Verdi con l'adattamento musicale di Vincenzo Bellini, gioca un ruolo cruciale nel film. Le arie de Il Trovatore risuonano in momenti chiave della narrazione, amplificando il dramma e commentando le emozioni dei personaggi. La musica non è un semplice accompagnamento, ma un elemento narrativo a tutti gli effetti, che contribuisce a creare l'atmosfera e a sottolineare i temi del film.
Senso è un'opera stratificata che può essere letta su più livelli: come un dramma sentimentale, come un affresco storico e come una critica sociale. La sua bellezza formale e la sua profondità tematica lo rendono un film intramontabile, capace di catturare l'attenzione dello spettatore e di farlo riflettere sulle complessità dell'amore, del tradimento e del destino umano sullo sfondo di grandi eventi storici. Un vero gioiello del cinema italiano che merita di essere riscoperto e apprezzato.
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La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo ) è un film del 1985 scritto e diretto da Woody Allen
"La rosa purpurea del Cairo" (titolo originale "The Purple Rose of Cairo") è un film del 1985 scritto e diretto da Woody Allen. Considerato uno dei suoi lavori più poetici, malinconici e originali, il film è un'ode al potere salvifico del cinema e una toccante riflessione sulla disillusione della vita reale, ambientata nel contesto della Grande Depressione americana. Con un mix unico di fantasia, romanticismo e profonda tristezza, Allen crea una fiaba moderna che esplora i temi dell'evasione, dell'amore ideale e della cruda realtà che spesso ci schiaccia. Il film ha ricevuto ampi elogi dalla critica, ottenendo una nomination all'Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale e vincendo il BAFTA Award per il Miglior Film.
La Regia: Woody Allen, Il Narratore di Illusioni e Sogni Infranti
Federico Allen, noto per la sua scrittura acuta, i dialoghi brillanti e la sua capacità di esplorare le nevrosi e le complessità delle relazioni umane, con "La rosa purpurea del Cairo" si allontana in parte dalla commedia nevrotica e autoironica che lo aveva reso celebre per abbracciare un tono più agrodolce e favolistico. Tuttavia, la sua impronta autoriale è inconfondibile.
La regia di Allen è misurata e sottile, al servizio di una storia che è essa stessa un omaggio al cinema classico. Utilizza una fotografia che evoca l'estetica dei film degli anni '30, con un bianco e nero pulito per le sequenze del film nel film, che contrasta con i colori più spenti e realistici della realtà di Cecilia. Questa scelta stilistica rafforza il divario tra il mondo idealizzato dello schermo e la dura quotidianità.
Allen dimostra la sua maestria nel bilanciare il fantastico con il realismo. La premessa surreale – un personaggio cinematografico che prende vita – è gestita con una logica interna impeccabile, rendendo credibile l'incredibile. Il suo tocco è delicato ma fermo nel guidare le performance degli attori, in particolare quella di Mia Farrow, che riesce a trasmettere la fragilità e il sogno del suo personaggio. La sua sceneggiatura è un gioiello di inventiva, con dialoghi che passano dalla comicità all'amara verità con disinvoltura. Allen è un regista che crede nel potere delle idee e nella forza della parola, e questo film ne è una testimonianza. Egli riesce a creare un'atmosfera di sogno e malinconia, dove il cinema non è solo intrattenimento, ma un rifugio, una consolazione e, in ultima analisi, uno specchio delle nostre aspirazioni e delusioni.
La Trama: Quando la Fantasia Incontra la Cruda Realtà
La storia di "La rosa purpurea del Cairo" è ambientata nell'America degli anni '30, durante la Grande Depressione, un periodo di profonda crisi economica e disoccupazione, in cui la gente cercava rifugio e consolazione nel mondo patinato del cinema.
La protagonista è Cecilia (interpretata da Mia Farrow), una giovane cameriera goffa e sfortunata, intrappolata in una vita di miseria e infelicità. Il suo matrimonio con il pigro e volgare Monk (Danny Aiello) è un disastro, segnato da litigi, tradimenti e violenze. Cecilia non ha amici, non ha prospettive e la sua unica via di fuga dalla dura realtà è il cinema. Va al cinema ogni volta che può permetterselo, sedendosi in prima fila e immergendosi completamente nelle storie romantiche e glamour che vengono proiettate sullo schermo.
Il suo film preferito è un'avventura esotica intitolata "La rosa purpurea del Cairo", che racconta le avventure di un eroico esploratore, Tom Baxter (Jeff Daniels), e della sua compagna, che scoprono antichi tesori in Egitto. Cecilia lo ha visto decine di volte, conoscendo a memoria ogni battuta.
Una notte, mentre sta guardando il film per l'ennesima volta, accade l'impensabile. Tom Baxter, il protagonista del film, si rende conto della sua presenza, della sua devozione, e, rompendo la quarta parete, la guarda, le sorride e, con stupore degli altri personaggi sul grande schermo e degli spettatori in sala, esce dallo schermo, scendendo dalla pellicola e presentandosi a Cecilia.
Tom, ora nel mondo reale, è esattamente come lo è nel film: coraggioso, romantico, idealista e privo di difetti, ma anche ingenuo e totalmente impreparato alla crudezza della realtà. È un personaggio di finzione, e non capisce concetti come il denaro, il lavoro, la morte o la complessità delle emozioni umane.
La sua uscita dallo schermo provoca il caos. Gli altri personaggi del film, rimasti sulla pellicola, sono bloccati e non sanno come continuare la storia senza il loro protagonista. Il pubblico del cinema è confuso e irritato, e la notizia del fenomeno straordinario si diffonde, attirando l'attenzione dei media e dei produttori di Hollywood.
Nel frattempo, Cecilia e Tom tentano di vivere una sorta di storia d'amore nella vita reale. Cecilia è estasiata all'idea di un amore perfetto, di un uomo che è tutto ciò che il suo marito non è. Tuttavia, le differenze tra il mondo ideale di Tom e la realtà desolante di Cecilia si fanno presto sentire. Tom non riesce a capire la povertà, la fame, la disoccupazione, e non è in grado di provvedere a sé stesso o a lei. La sua perfezione fittizia non lo rende adatto alla vita vera.
A complicare ulteriormente le cose, giunge in città l'attore che interpreta Tom Baxter nel film: Gil Shepherd (interpretato anch'esso da Jeff Daniels), un attore di Hollywood che, preoccupato per la sua carriera e per il destino del film, viene a riprendersi il suo personaggio e a risolvere il problema. Gil è affascinante e umano, con tutti i difetti e le incertezze di una persona reale. Si innamora anche lui di Cecilia, offrendole la possibilità di un amore vero, con un uomo reale, seppur imperfetto.
Cecilia si trova così di fronte a una scelta impossibile: l'amore idealizzato e perfetto (ma irrealizzabile) di Tom Baxter, il personaggio, o l'amore umano e imperfetto di Gil Shepherd, l'attore. La sua decisione, sofferta e carica di speranza, la riporterà però bruscamente alla dura realtà, in un finale che è un pugno nello stomaco per la sua malinconia e per l'inevitabile sconfitta dell'illusione di fronte alla crudezza della vita. Il film si conclude con Cecilia che si rifugia di nuovo nel buio della sala cinematografica, trovando conforto nella fantasia, l'unica dimensione in cui il sogno può ancora esistere intatto.
Gli Attori: Perfette Incarnazioni di Sogno e Realtà
Il cast de "La rosa purpurea del Cairo" è impeccabile, con attori che riescono a dare vita ai personaggi con grande sensibilità e intelligenza.
Mia Farrow come Cecilia: Mia Farrow, musa di Allen in quel periodo, offre una delle sue performance più memorabili. Il suo ritratto di Cecilia è di una donna fragile, sognatrice, con un'innocenza quasi infantile e una disperazione palpabile. La sua capacità di passare dalla gioia all'amarezza, dall'ingenuità alla consapevolezza, è straordinaria. È il cuore emotivo del film.
Jeff Daniels come Tom Baxter / Gil Shepherd: Daniels affronta una doppia sfida e la vince magistralmente. Come Tom Baxter, è l'incarnazione del cliché romantico, un eroe senza macchia che vive le avventure con una grazia e un'ingenuità esilaranti. Come Gil Shepherd, è l'attore umano, con le sue insicurezze, il suo ego e la sua capacità di mostrare una vulnerabilità reale. La sua distinzione tra i due personaggi è sottile ma efficace, rendendo credibili entrambi gli amanti di Cecilia.
Danny Aiello come Monk: Aiello interpreta il marito grezzo e indifferente di Cecilia. La sua performance, seppur di un personaggio sgradevole, è fondamentale per stabilire il contrasto tra la realtà miserabile di Cecilia e il sogno romantico che cerca.
Irving Metzman come l'uomo al cinema: Un ruolo minore ma iconico, l'uomo che, incredulo, tenta di dissuadere Tom Baxter dall'uscire dallo schermo.
Stephanie Farrow (sorella di Mia) come la sorella di Cecilia: Un altro ruolo di supporto che contribuisce a delineare il contesto familiare e sociale di Cecilia.
Van Johnson, Zoe Caldwell, Eugene Gordon e John Wood: Interpreti degli altri personaggi del film "La rosa purpurea del Cairo" all'interno del film, che rimangono bloccati sullo schermo e creano situazioni comiche e surreali.
L'Omaggio al Cinema e all'Evasione: Il film è un inno al potere salvifico del cinema, specialmente in tempi di crisi. Per Cecilia, come per milioni di persone durante la Depressione, il cinema non era solo intrattenimento, ma una fuga dalla realtà, un luogo dove i sogni potevano essere vissuti e dove la vita aveva un senso e una bellezza che la quotidianità non offriva.
Il Conflitto tra Realtà e Illusione: Questo è il tema centrale del film. Allen esplora la dolorosa verità che l'ideale e la perfezione (incarnati da Tom Baxter) non possono sopravvivere nella crudezza e nella complessità della vita reale. La fantasia è un rifugio, ma non una soluzione. Il film è profondamente malinconico proprio per questa disillusione.
Il Contesto della Grande Depressione: L'ambientazione negli anni '30 non è casuale. La povertà, la disoccupazione e la disperazione del periodo amplificano il bisogno di evasione e rendono più acuto il contrasto tra la vita reale e la finzione cinematografica.
Metafora del Pubblico: Cecilia è una metafora dello spettatore medio, che si identifica con i personaggi e le storie sullo schermo, cercando in esse un significato o una fuga. Il film interroga il confine tra arte e vita, e il potere dell'illusione.
Influenze e Ispirazioni: Si possono trovare echi di opere come "Sherlock Jr." di Buster Keaton (dove un proiezionista entra nel film) o "Zero in condotta" di Jean Vigo per l'aspetto surreale e la ribellione.
Accoglienza e Premi: Il film è stato un successo di critica, ottenendo ampi elogi per la sua originalità, la sceneggiatura, la regia e le performance degli attori. Ha vinto il BAFTA Award per il Miglior Film e il Nastro d'Argento per il Miglior Film Straniero, ed è stato nominato all'Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale. È spesso citato come uno dei migliori film di Woody Allen.
La Scena Finale: Il finale, con Cecilia che si siede di nuovo in sala e si immerge nell'illusione dello schermo, sulle note della canzone "Cheek to Cheek", è uno dei momenti più toccanti e iconici della filmografia di Allen, un'immagine potentissima di accettazione della solitudine e di rinnovata dipendenza dalla fantasia.
"La rosa purpurea del Cairo" è un capolavoro di Woody Allen, un film che incanta e commuove con la sua originale miscela di commedia, dramma e fantasia. È un'opera senza tempo che ci ricorda il potere magico del cinema di trasportarci in mondi lontani, ma anche la cruda verità che la realtà, per quanto dura, alla fine ci richiama sempre a sé, lasciandoci, a volte, con la sola consolazione dell'illusione.
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"Poker Face" è un film thriller del 2022 che ha suscitato curiosità principalmente per la sua natura di opera "a tutto tondo" di Russell Crowe, il celebre attore premio Oscar che qui debutta sia come regista che come protagonista. Con un rating di 3/5, il film si posiziona come un prodotto di intrattenimento solido, pur non raggiungendo forse vette di eccellenza critica, ma offrendo una storia intrigante e un cast riconoscibile. Uscito in Italia nel novembre 2022, il film si propone come una miscela di suspense, dramma psicologico e azione.
La Regia: Russell Crowe, Il Suo Esordio dietro la Macchina da Presa
"Poker Face" segna il debutto di Russell Crowe alla regia di un lungometraggio di finzione, dopo aver diretto alcuni documentari ("Cinderella Man: The Braddock Story" e "The Water Diviner", quest'ultimo in realtà è il suo debutto come regista anche se è un film a tutti gli effetti, non un documentario puro). La sua esperienza di decenni come attore, lavorando con alcuni dei più grandi registi di Hollywood, gli ha sicuramente fornito una base solida per affrontare questa nuova sfida.
La regia di Crowe in "Poker Face" è competente e funzionale alla storia. Non ci sono particolari virtuosismi stilistici, ma un approccio diretto e narrativo che si concentra sullo sviluppo della trama e sulla tensione tra i personaggi. Crowe dimostra di sapere come gestire le scene di dialogo e come costruire una certa atmosfera di mistero e sospetto. Si affida molto ai primi piani e ai campi medi per catturare le espressioni e le reazioni dei suoi attori, che conosce bene essendo lui stesso un interprete di primissimo piano.
L'impronta di Crowe come attore è visibile nella cura delle performance e nella predilezione per personaggi complessi e con un lato oscuro. La sua direzione è attenta a bilanciare il dramma personale del protagonista con gli elementi più tipici del thriller, come i segreti svelati e i colpi di scena. Tuttavia, in alcune recensioni, è stato notato come la regia possa a volte risultare un po' scolastica o mancare di quella scintilla creativa che eleva un film di genere. Ciononostante, per un esordio in un ruolo così complesso (regista e attore protagonista), Crowe ha dimostrato di avere un controllo sul mezzo e di essere in grado di raccontare una storia in modo efficace.
La Trama: Una Partita di Poker Ad Alto Rischio tra Vecchi Amici
La trama di "Poker Face" ruota attorno a un'esclusiva e misteriosa partita di poker che si trasforma in una resa dei conti ad alto rischio, mettendo a nudo segreti e rancori sepolti da tempo.
Il protagonista è Jake Foley (interpretato da Russell Crowe), un miliardario del settore tecnologico, esperto giocatore di poker e uomo di grande successo, ma tormentato da un segreto profondo e da una condizione medica terminale. Jake sa di avere poco tempo da vivere. Prima di morire, decide di organizzare un'ultima, cruciale partita di poker nella sua lussuosa residenza ultra-moderna e isolata.
A questa partita invita i suoi amici d'infanzia, un gruppo di persone che hanno condiviso con lui esperienze significative nel passato e che, a loro insaputa, nascondono ognuno un proprio segreto inconfessabile o un torto commesso. L'invito è allettante, con la promessa di vincite ingenti e una serata tra vecchi compagni.
Tuttavia, la partita si rivela essere molto più di un semplice gioco. Jake ha un piano ben preciso: non vuole solo vincere denaro, ma intende usare la partita come un pretesto per costringere i suoi amici a confrontarsi con i loro segreti più oscuri e a rivelare le loro vere nature. La posta in gioco non è solo il denaro, ma la verità, il perdono o la vendetta. Jake, nel suo ruolo di "burattinaio", manipola la situazione per spingere ognuno dei presenti a confessare le proprie colpe o a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni passate.
La tensione aumenta man mano che la serata procede, con rivelazioni scioccanti che emergono e che mettono a repentaglio non solo le loro amicizie, ma anche le loro vite. Ad aggravare la situazione, durante la partita, la villa viene invasa da un gruppo di ladri professionisti che hanno intenzione di derubare Jake, non sapendo di essersi intrufolati in un gioco molto più pericoloso di quanto immaginassero. Questa irruzione aggiunge un ulteriore strato di suspense e violenza al film, trasformando la partita di poker in un vero e proprio gioco di sopravvivenza.
Jake e i suoi amici si ritrovano bloccati all'interno della villa, costretti a difendersi dai ladri e, allo stesso tempo, a fare i conti con i rancori e le verità che sono venute alla luce. La trama esplora i temi del tradimento, della lealtà, della moralità e della ricerca di una chiusura prima della fine. La "Poker Face" del titolo non è solo quella dei giocatori al tavolo verde, ma anche la maschera che ognuno di loro indossa per nascondere le proprie verità.
Gli Attori: Un Cast Sostenuto dalla Presenza di Crowe
Il cast di "Poker Face" è composto da un mix di attori noti e volti emergenti, con Russell Crowe che naturalmente domina la scena come protagonista e figura centrale.
Russell Crowe come Jake Foley: Oltre a dirigere, Crowe è il fulcro del film. La sua performance è intensa e controllata. Jake è un uomo potente ma vulnerabile, che cerca di imporre la sua volontà sul destino e sugli altri. Crowe porta sul personaggio la sua consueta gravitas e carisma, rendendo credibile il suo ruolo di "mente" dietro il gioco perverso.
Liam Hemsworth: Interpreta uno degli amici di Jake, e la sua presenza aggiunge un volto riconoscibile al gruppo.
Elsa Pataky: Anch'ella nel ruolo di uno degli invitati, contribuisce al dramma e alla tensione della partita.
RZA (Robert Fitzgerald Diggs): Il membro del Wu-Tang Clan, che ha già lavorato con Crowe in altri progetti ("L'uomo con i pugni di ferro"), qui interpreta un altro degli amici al tavolo da poker. La sua presenza aggiunge un tocco di eccentricità.
Jack Thompson: Un attore australiano veterano, che interpreta un ruolo di supporto significativo.
Addison Brown, Steve Bastoni, Daniel MacPherson, Brooke Satchwell: Completano il cast come gli altri amici e i membri della banda di ladri, contribuendo alle dinamiche di gruppo e agli scontri.
Esordio alla Regia di Crowe: Questo film è significativo per segnare il debutto ufficiale di Russell Crowe come regista di un lungometraggio di finzione (il suo film precedente, "The Water Diviner", pur essendo narrativo, è stato spesso classificato come drammatico o storico, ma è in realtà la sua opera prima alla regia). Questo ha creato aspettative e ha attirato l'attenzione della critica sul suo nuovo ruolo.
Location e Atmosfera: Il film è stato girato in Australia, e la lussuosa villa di Jake, con il suo design moderno e isolato, contribuisce a creare un'atmosfera claustrofobica e tesa, perfetta per un thriller in cui i personaggi sono intrappolati in un gioco di gatto e topo.
Il Gioco del Poker come Metafora: Il poker non è solo lo sfondo della storia, ma una potente metafora. Il bluff, la lettura dell'avversario, la gestione del rischio e la capacità di nascondere le proprie carte diventano simboli delle dinamiche tra i personaggi e dei segreti che ognuno di loro custodisce.
Temi di Vita e Morte: Dato che il protagonista è malato terminale, il film esplora temi di mortalità, eredità e la ricerca di una chiusura. La partita di poker diventa un ultimo atto per Jake, un modo per sistemare i conti prima che sia troppo tardi.
Ricezione Critica Mista: "Poker Face" ha ricevuto recensioni miste. La critica ha spesso elogiato la performance di Russell Crowe come attore e la premessa intrigante, ma ha talvolta rilevato un'esecuzione che non sempre ha sfruttato appieno il potenziale della trama o ha mostrato alcune lacune nella sceneggiatura. Il voto di 3/5 riflette questa percezione di un film godibile ma non eccezionale.
Budget e Incassi: Il film è stato prodotto con un budget relativamente modesto per un thriller con un cast riconoscibile, contribuendo a renderlo un progetto personale per Crowe.
In sintesi, "Poker Face" è un thriller che intrattiene grazie alla sua premessa avvincente e alla solida performance di Russell Crowe, sia davanti che dietro la macchina da presa. Nonostante alcune imperfezioni, offre una storia tesa di segreti, tradimenti e vendetta, ambientata in un contesto di lusso e gioco d'azzardo, che terrà gli spettatori con il fiato sospeso fino all'ultima mano.
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Beetlejuice Beetlejuice è un film del 2024 diretto da Tim Burton
Dopo oltre tre decenni di attesa, speculazioni e numerosi tentativi di sviluppo, l'attesissimo sequel di uno dei film più amati e iconici di Tim Burton, "Beetlejuice" (1988), ha finalmente fatto il suo debutto. Intitolato ufficialmente "Beetlejuice Beetlejuice", questo nuovo capitolo ha riportato sul grande schermo l'eccentrico, spettrale e irresistibilmente volgare bio-esorcista, interpretato ancora una volta da un ineguagliabile Michael Keaton, affiancato da un cast che mescola volti noti e nuove, brillanti aggiunte. Il film, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia il 28 agosto 2024, è uscito nelle sale italiane il 5 settembre 2024 e, come giustamente sottolineato, è già approdato sulle piattaforme streaming come Sky e NOW dal 16 giugno 2025.
La Regia: Il Maestro Burton al Timone, Un Ritorno alle Radici
La notizia che ha rassicurato maggiormente i puristi e i fan di lunga data è stata la conferma di Tim Burton alla regia. La sua impronta artistica è indissolubilmente legata all'universo di Beetlejuice; il film originale, con il suo mix unico di horror, commedia dark, scenografie gotiche e personaggi stravaganti, è considerato un pilastro della sua filmografia e un cult generazionale. Il ritorno di Burton ha garantito che il sequel mantenesse l'estetica distintiva e l'atmosfera surreale che hanno reso il primo film un capolavoro.
Burton è noto per la sua capacità di creare mondi visivamente ricchi e personaggi memorabili, spesso emarginati o "diversi", che si muovono al confine tra il fantastico e il macabro. La sua sensibilità per l'insolito e il fantastico si sposa perfettamente con la natura del bio-esorcista e del mondo dell'aldilà che ha creato. Dopo alcuni progetti che avevano diviso la critica e il pubblico, il ritorno a una delle sue creazioni più amate è stato visto come un segno di buon auspicio, un ritorno alle radici per il regista. La sua direzione in "Beetlejuice Beetlejuice" ha saputo bilanciare la nostalgia con l'introduzione di nuovi elementi e generazioni di personaggi, dimostrando che il suo tocco è ancora inconfondibile e vitale. Ha sapientemente utilizzato effetti speciali pratici e design di creature che richiamano l'originale, rafforzando il senso di continuità e autenticità.
La Trama: Nuove Generazioni, Vecchie Abitudini e Imprevisti Spettrali
La storia di "Beetlejuice Beetlejuice" riprende la narrazione diversi anni dopo gli eventi del primo film, concentrandosi sulla famiglia Deetz, ora cresciuta e con nuove dinamiche. Al centro della trama troviamo una Lydia Deetz (Winona Ryder) ormai adulta, ancora profondamente legata al suo passato e forse un po' bloccata in esso. Lydia è diventata una madre e il suo rapporto con la figlia adolescente, Astrid Deetz (Jenna Ortega), è uno dei pilastri emotivi del film. Astrid è una ragazza introversa e sensibile, che si sente spesso incompresa e che, come la madre alla sua età, mostra una certa affinità con l'insolito.
La narrazione prende il via in un momento di lutto per la famiglia Deetz: la morte di Charles Deetz (il personaggio di Jeffrey Jones, assente nel sequel, viene giustificato con un decesso avvenuto fuori scena, permettendo alla trama di procedere senza l'attore). Questo tragico evento costringe Lydia, Astrid e la stravagante matrigna Delia Deetz (Catherine O'Hara) a tornare a Winter River, nella vecchia e ormai iconica casa che fu teatro delle loro prime disavventure soprannaturali.
Il ritorno alla casa, carica di ricordi e di una sottile, latente energia spettrale, innesca una serie di eventi. È proprio Astrid, la giovane e curiosa figlia di Lydia, che in un momento di solitudine o di ricerca di risposte, finisce per scoprire il modellino della città e pronunciare il nome di Beetlejuice per ben tre volte, risvegliando involontariamente il bio-esorcista dal suo lungo letargo. Il ritorno di Beetlejuice porta con sé il solito caos, la sua natura imprevedibile e una serie di esilaranti e terrificanti situazioni. Lydia si trova così a confrontarsi nuovamente con il suo vecchio "amico" non-morto e con il mondo soprannaturale, dovendo proteggere sua figlia da un pericolo che conosce fin troppo bene, e al contempo affrontare i suoi demoni personali e il suo legame irrisolto con il mondo dell'aldilà. La trama esplora temi di genitorialità, lutto, accettazione della diversità e il confronto con il passato, il tutto avvolto nell'inconfondibile stile gotico-comico di Burton.
Il Cast: Un Incontro tra Leggende e Nuove Stelle
Il successo di "Beetlejuice Beetlejuice" è stato consolidato dalla magistrale performance del suo cast, che vede il ritorno di icone amate e l'introduzione di nuovi talenti che si sono integrati perfettamente nell'universo del film.
Michael Keaton come Beetlejuice: Semplicemente insostituibile. Keaton ha ripreso il ruolo con la stessa energia frenetica, la sua improvvisazione geniale e la sua comicità fisica che lo hanno reso leggendario. Il suo Beetlejuice è ancora volgare, sfacciato, ma con un tocco di malinconia e disperazione che aggiunge profondità al personaggio. La sua performance è stata unanimemente elogiata come il cuore pulsante del film.
Winona Ryder come Lydia Deetz: Ryder ha saputo dare spessore a una Lydia adulta, che pur mantenendo la sua estetica dark, ora è una madre che cerca di mantenere un equilibrio tra la normalità e il suo passato soprannaturale. La sua interpretazione è sottile e potente, mostrando le cicatrici del tempo e la forza del suo legame con la figlia.
Catherine O'Hara come Delia Deetz: La matrigna eccentrica e ossessionata dall'arte, Delia, interpretata da una brillante Catherine O'Hara, continua a fornire gran parte del sollievo comico. Le sue interazioni con Beetlejuice e la sua tendenza a essere esagerata e fuori luogo sono ancora fonte di risate, dimostrando il suo impeccabile tempismo comico.
Le Nuove Entrate che Brillano:
Jenna Ortega come Astrid Deetz: Ortega, già acclamata per il suo ruolo in "Wednesday" (prodotta anch'essa da Tim Burton), porta con sé un'aura gotica e un'abilità nel recitare personaggi complessi e dark che la rendono perfetta per il ruolo di Astrid. La sua presenza è stata cruciale per attrarre un pubblico più giovane e per aggiungere nuove dinamiche alla famiglia Deetz, stabilendo un forte legame con il personaggio di Lydia.
Justin Theroux come Rory: Il suo ruolo, inizialmente avvolto nel mistero, si rivela essere quello di Rory, un personaggio che si intreccia con le vicende della famiglia Deetz, aggiungendo elementi di tensione e ulteriore mistero alla trama. La sua versatilità e la sua capacità di passare dal dramma alla commedia si sono dimostrate preziose.
Monica Bellucci come Delores: L'attrice italiana Monica Bellucci interpreta Delores, la ex moglie di Beetlejuice, una figura seducente e vendicativa che aggiunge un ulteriore strato di complessità e pericolo alla vita del bio-esorcista. La sua presenza magnetica e la sua capacità di interpretare personaggi misteriosi e sensuali sono state pienamente sfruttate.
Willem Dafoe come Wolf Jackson: Un'altra aggiunta di peso al cast, Dafoe interpreta Wolf Jackson, un fantasma ex-star del cinema di serie B che nel mondo dei morti è diventato un detective. Questo ruolo sembra fatto apposta per la sua peculiarità e la sua abilità nel rendere memorabili personaggi bizzarri, fornendo momenti di divertimento e una prospettiva unica sul funzionamento dell'aldilà.
Curiosità, Produzione e Ricezione
Lunga Gestazione e Ostacoli: Il sequel è stato in sviluppo per oltre trent'anni, con vari script e idee che sono stati scartati. Il fatto che sia finalmente arrivato al cinema con il cast originale e Burton alla regia è un sogno che si è avverato per molti fan. La produzione ha subito interruzioni a causa dello sciopero degli attori e degli sceneggiatori di Hollywood nel 2023, ma questo non ha compromesso l'uscita finale.
Il Titolo Enigmatico: "Beetlejuice Beetlejuice" è un titolo particolare che ha incuriosito molti. Ripetere il nome del personaggio due volte richiama la famosa regola dei "tre nomi" per evocarlo, ma fermandosi a due, quasi a suggerire che il richiamo non è completo o che c'è ancora un passo da fare, o semplicemente un vezzo stilistico che ne enfatizza la natura iconica.
Effetti Speciali Pratici: Tim Burton ha mantenuto la sua predilezione per gli effetti speciali pratici (trucco, modelli, animatronics) piuttosto che per la CGI eccessiva. Questo ha contribuito a mantenere quell'estetica artigianale e leggermente "rozza" che ha caratterizzato il primo film, rendendo le creature e gli ambienti del mondo dei morti ancora più tangibili e affascinanti.
La Musica di Danny Elfman: Danny Elfman, il compositore di fiducia di Tim Burton, è tornato per la colonna sonora. La sua musica è parte integrante dell'atmosfera burtoniana e l'iconico tema di "Beetlejuice" è uno dei suoi più riconoscibili. La nuova colonna sonora ha saputo riprendere i temi originali aggiungendo nuove sfumature.
Eredità e Nuove Generazioni: Il film ha avuto il compito di presentare l'universo di Beetlejuice a una nuova generazione di spettatori, mantenendo al contempo i fan di lunga data. La presenza di Jenna Ortega è stata strategica in questo senso, dato il suo enorme seguito tra i giovani, e la sua performance ha saputo conquistare sia i nuovi che i vecchi ammiratori.
Accoglienza Critica e Pubblico: "Beetlejuice Beetlejuice" ha ricevuto generalmente recensioni positive da critica e pubblico. È stato lodato per il ritorno alla forma di Burton, per le performance del cast (in particolare Keaton, Ryder e Ortega), per il suo umorismo dark e per la sua capacità di catturare lo spirito dell'originale pur introducendo elementi nuovi. Molti hanno apprezzato il modo in cui il film ha esplorato i temi del lutto e della famiglia in un contesto soprannaturale, senza perdere la sua irriverenza.
"Beetlejuice Beetlejuice" si è dimostrato non solo un sequel atteso, ma un evento cinematografico che ha saputo riportare la magia, l'umorismo macabro e la visione unica di Tim Burton sul grande schermo, conquistando una nuova generazione di fan e deliziando quelli di vecchia data.
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Caddo Lake è un thriller del 2024 scritto e diretto da Celine Held e Logan
"Caddo Lake" è un thriller del 2024 che ha suscitato interesse nel panorama cinematografico indipendente, grazie alla sua atmosfera inquietante e alla regia visionaria di Celine Held e Logan George. Il film, presentato in anteprima al South by Southwest (SXSW) Film Festival nel marzo 2024, si distingue per l'uso suggestivo del paesaggio e per una narrazione che fonde elementi di mistero, dramma familiare e orrore sottile. Prodotto da M. Night Shyamalan e Ashwin Rajan sotto la loro etichetta Blinding Edge Pictures, il film ha beneficiato di un supporto significativo, permettendo ai due registi di portare sul grande schermo la loro visione unica.
La Regia: Celine Held e Logan George, Un Duo Visionario
Celine Held e Logan George sono un duo di registi e sceneggiatori emergenti, noti per il loro approccio intimo e spesso malinconico alla narrazione. Prima di "Caddo Lake", si erano fatti notare con il loro acclamato lungometraggio d'esordio, "Topside" (2020), un dramma crudo e potente che raccontava la storia di una bambina cresciuta nei tunnel sotterranei di New York. Questo precedente lavoro aveva già dimostrato la loro capacità di creare mondi immersivi e di esplorare le fragilità umane in contesti estremi, spesso con un'estetica quasi documentaristica.
In "Caddo Lake", Held e George portano questa sensibilità nel genere thriller. La loro regia è caratterizzata da una profonda attenzione all'atmosfera e al paesaggio. Il Caddo Lake, con i suoi cipressi secolari che emergono dall'acqua, le nebbie mattutine e la fauna selvatica, diventa un personaggio a sé stante, un luogo di bellezza inquietante e di segreti sepolti. I registi utilizzano riprese suggestive e un montaggio ritmato per costruire la suspense in modo graduale, affidandosi più all'inquietudine visiva e sonora che ai jumpscare. Hanno una mano delicata ma ferma nel guidare le performance degli attori, estrapolando da loro sfumature emotive che arricchiscono la trama. La loro direzione è precisa nel creare un senso di isolamento e di oppressione, fondamentale per l'efficacia del thriller. Si percepisce la loro volontà di esplorare temi complessi come il lutto, il senso di colpa e il peso dei segreti familiari attraverso una lente di genere. La loro estetica visiva, pur essendo adatta a un thriller, mantiene un tocco artistico e quasi poetico, distinguendoli da molti altri registi contemporanei del genere.
La Trama: Segreti, Sparizioni e il Fantasma di un Lago
La trama di "Caddo Lake" si dipana attorno a una serie di eventi misteriosi e tragici che colpiscono due famiglie strettamente legate, le cui vite si intersecano sulle sponde del suggestivo e labirintico Caddo Lake, al confine tra Texas e Louisiana. Il lago stesso è un elemento centrale, un luogo di rara bellezza naturale ma anche un custode di segreti profondi e talvolta oscuri.
La storia prende il via con la scomparsa inspiegabile di una bambina di otto anni, Emily (Dylan Schattman), che svanisce nel nulla durante un'uscita in barca sul lago. Questo evento traumatico getta un'ombra scura sulle due famiglie coinvolte: quella di Emily, e quella dei suoi amici e vicini di casa, i cui destini si legano indissolubilmente a questa tragedia. La polizia avvia le indagini, ma il lago, con le sue acque torbide e la sua fitta vegetazione, sembra non voler restituire risposte. La tensione e il dolore per la perdita si fanno sentire, mettendo a dura prova i legami familiari e le relazioni tra i personaggi.
Mentre le ricerche continuano senza successo, il film fa un salto temporale di sei anni. Le vite dei personaggi principali sono ancora segnate dalla scomparsa di Emily. La sorella maggiore di Emily, Ellie (interpretata da Sophia Di Martino), ora è un'adolescente tormentata, ossessionata dal ricordo della sorella e dalla necessità di trovare delle risposte. La sua famiglia è frammentata dal lutto e dal senso di colpa. Dall'altra parte, c'è la famiglia vicina, e in particolare il figlio, P.J. (interpretato da Dylan O'Brien), che da bambino era presente il giorno della scomparsa. Anche lui è cresciuto con il peso di quell'evento e i suoi ricordi sono confusi e carichi di rimorso.
La trama si infittisce quando, improvvisamente, un altro bambino scompare, in circostanze misteriosamente simili a quelle di Emily. Questo nuovo evento riaccende l'angoscia e i sospetti nella comunità, e riapre ferite mai del tutto rimarginate. Ellie e P.J., ora giovani adulti con i loro fantasmi personali, si trovano costretti a collaborare, a scavare nel passato e a confrontarsi con i segreti che il Caddo Lake sembra voler custodire. La loro ricerca della verità li porta a esplorare non solo gli angoli più remoti del lago, ma anche le pieghe più oscure delle loro stesse famiglie, scoprendo bugie, tradimenti e verità scomode che erano state sepolte per anni. Il lago, silenzioso e imponente, funge da testimone e, in un certo senso, da motore degli eventi, con la sua presenza costante che evoca un senso di mistero e di pericolo latente.
Gli Attori: Un Cast Intenso per Performance Coinvolgenti
Il film si affida a un cast talentuoso che offre performance intense e sfumate, contribuendo in modo significativo all'atmosfera emotiva e tesa del film.
Dylan O'Brien come P.J.: O'Brien, noto per ruoli in franchise come "Maze Runner" e serie TV come "Teen Wolf", dimostra ancora una volta la sua versatilità in un ruolo più drammatico e psicologicamente complesso. La sua interpretazione di P.J. cattura la lotta interiore del personaggio, il suo senso di colpa e il suo desiderio di redenzione.
Sophia Di Martino come Ellie: Di Martino, celebre per il suo ruolo di Sylvie nella serie Marvel "Loki", offre una performance toccante e sfaccettata come Ellie. La sua Ellie è determinata ma vulnerabile, ossessionata dalla ricerca della verità e dal desiderio di pace per la sua famiglia. La sua chimica con O'Brien è fondamentale per la dinamica del duo investigativo.
Eric Lange: Lange, attore caratterista di grande esperienza con ruoli in serie come "Narcos" e "Lost", interpreta una figura adulta significativa nel film, probabilmente un genitore o una figura di autorità, aggiungendo gravitas alla narrazione.
Diana Hopper: Anche lei porta la sua presenza in un ruolo chiave, contribuendo al dramma familiare e ai misteri che si svelano.
Blake Sheldon e Emily Cerami: Completano il cast in ruoli secondari ma importanti, contribuendo a tessere la complessa rete di relazioni e segreti che costituiscono la spina dorsale della trama.
Altro: Contesto, Temi e Curiosità
L'Influenza di M. Night Shyamalan: La presenza di M. Night Shyamalan come produttore è un indicatore significativo dello stile del film. Shyamalan è noto per i suoi thriller psicologici con colpi di scena e atmosfere cariche di tensione. Sebbene Held e George abbiano la loro voce distintiva, è probabile che l'influenza di Shyamalan si sia tradotta in una maggiore enfasi sul mistero, sulle rivelazioni graduali e sulla creazione di un'inquietudine che va oltre il semplice jumpscare.
Il Caddo Lake Reale: Il Caddo Lake è un luogo reale, un labirinto di corsi d'acqua, paludi e fitte foreste di cipressi nel nord-est del Texas e nord-ovest della Louisiana. La sua bellezza selvaggia e la sua storia ricca di leggende (alcune legate a Bigfoot) lo rendono una location perfetta per un thriller misterioso. I registi hanno saputo sfruttare appieno il potenziale visivo ed evocativo di questo ambiente naturale, rendendolo quasi un personaggio vivente che cela i suoi segreti.
Temi Profondi: Oltre a essere un thriller, "Caddo Lake" esplora temi profondi come il lutto irrisolto, il trauma, la verità e la menzogna all'interno delle famiglie, e il peso dei segreti. La scomparsa dei bambini non è solo un motore per la suspense, ma anche una lente attraverso cui esaminare le dinamiche psicologiche dei personaggi e le conseguenze a lungo termine del dolore.
Approccio Indipendente: Nonostante il supporto di una figura come Shyamalan, "Caddo Lake" mantiene un'impronta da film indipendente, con un'attenzione alla characterizzazione e all'atmosfera che lo distingue da blockbuster più convenzionali. Questo permette ai registi di esplorare sfumature e di prendersi il tempo necessario per costruire la tensione.
Ricezione del Pubblico: Al momento della sua prima al SXSW, "Caddo Lake" ha generato un buon passaparola, con elogi per la regia, le performance e l'atmosfera. La sua distribuzione al di fuori dei festival è stata gestita per capitalizzare su questa ricezione positiva.
In definitiva, "Caddo Lake" si presenta come un thriller psicologico avvincente, che utilizza un ambiente naturale suggestivo per amplificare una storia di mistero familiare e trauma irrisolto. Grazie alla regia attenta di Celine Held e Logan George e alle intense performance del cast, il film promette di tenere gli spettatori con il fiato sospeso, invitandoli a immergersi nelle acque torbide del Caddo Lake e a scoprire la verità nascosta sotto la sua superficie.
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Whitney - Una voce diventata leggenda (Whitney Houston: I Wanna Dance with Somebody) è un film del 2022 diretto da Kasi Lemmons
"Whitney - Una voce diventata leggenda" (titolo originale "Whitney Houston: I Wanna Dance with Somebody") è un film biografico drammatico del 2022 diretto da Kasi Lemmons, basato sulla vita e sulla straordinaria carriera di Whitney Houston, una delle artiste più acclamate e influenti di tutti i tempi. Il film si propone di offrire un ritratto senza censure della complessa e sfaccettata donna dietro la voce di una generazione, celebrandone i trionfi ma anche esplorandone le profonde difficoltà personali. Uscito negli Stati Uniti il 23 dicembre 2022 e in Italia il 22 dicembre 2022, il film ha cercato di dare giustizia a un'eredità musicale immensa e a una vita tormentata.
La Regia: Kasi Lemmons e la Sfida del Biopic Musicale
Kasi Lemmons, regista, sceneggiatrice e attrice, è nota per il suo approccio intimo e spesso emotivo alla narrazione. Tra i suoi lavori più celebri, "Eve's Bayou" (1997) è un dramma gotico acclamato dalla critica, e "Harriet" (2019) un biopic sulla vita di Harriet Tubman. Con "Whitney - Una voce diventata leggenda", Lemmons si è trovata di fronte alla sfida di raccontare la vita di una figura iconica e complessa come Whitney Houston, senza cadere nel melodramma eccessivo o nella glorificazione acritica.
La regia di Lemmons in questo film mira a essere un "ritratto a tutto tondo", come descritto in alcune recensioni. Si concentra sulla narrazione lineare degli eventi chiave della vita di Whitney, dalla sua ascesa fulminante nel mondo della musica fino alle sue lotte personali. Lemmons utilizza una regia che cerca di far sentire lo spettatore "sul palco con Whitney", con un'enfasi sulle performance musicali, ricreate con attenzione e energia. Le scene musicali sono centrali, e la regista si impegna a mostrare il potere e la magia della voce di Whitney.
Tuttavia, la critica ha spesso notato come la regia, pur competente, rimanga in alcuni punti ancorata alle convenzioni del biopic musicale. Lemmons ha lavorato per dare al film un tono autorizzato dalla famiglia Houston, il che ha permesso l'uso della musica originale, ma ha forse limitato la possibilità di approfondire certi aspetti più controversi con una prospettiva più "cruda" o critica. Nonostante ciò, la sua direzione è onesta nel mostrare le dipendenze e le difficoltà della Houston, sebbene senza soffermarsi eccessivamente sui lati più cupi. L'intento di Lemmons sembra essere stato quello di celebrare il talento e la resilienza di Whitney, offrendo uno sguardo dietro le quinte della sua fama.
La Trama: Dai Cori di Chiesa all'Olimpo della Musica, con Luci e Ombre
La trama del film ripercorre l'intera vita di Whitney Houston, dal suo esordio fino alla sua tragica scomparsa.
La storia inizia nel 1983, nel New Jersey, dove una giovane Whitney Houston (interpretata da Naomi Ackie) canta nel coro della chiesa, sotto l'occhio attento e severo della madre, Cissy Houston (Tamara Tunie), una cantante professionista che la spinge costantemente a migliorare. Fin da subito, emerge il talento vocale straordinario di Whitney.
Il film esplora la nascita della sua relazione con Robyn Crawford (Nafessa Williams), la sua migliore amica e successivamente assistente creativa, con cui sviluppa un profondo legame, descritto nel film come una relazione romantica. Questa relazione, per molti anni tenuta segreta e spesso oggetto di speculazioni, viene qui presentata come un pilastro fondamentale nella vita di Whitney, un rifugio e una fonte di forza.
La sua carriera decolla quando viene scoperta dal leggendario produttore discografico Clive Davis (Stanley Tucci), che riconosce immediatamente il suo talento unico e la firma per la Arista Records. Il film segue la sua rapida ascesa alla fama mondiale negli anni '80: i successi discografici ("I Wanna Dance with Somebody", "Greatest Love of All", "Saving All My Love for You"), le esibizioni iconiche (come il Super Bowl del 1991), e il suo status di megastar globale, che rompe le barriere razziali e diventa un'icona pop senza precedenti.
Il film non evita di mostrare le crescenti pressioni che la fama le impone, così come le complesse dinamiche familiari e professionali. Viene esplorato il suo matrimonio turbolento con il cantante Bobby Brown (Ashton Sanders), un rapporto passionale ma distruttivo, segnato da tradimenti, alti e bassi emotivi e, purtroppo, dall'abuso di sostanze. Viene anche mostrato il difficile rapporto con il padre, John Houston (Clarke Peters), che in un certo periodo della sua vita fu anche il suo manager, e le tensioni economiche che ne derivarono.
La seconda metà del film si concentra sul declino di Whitney, segnato dalla dipendenza dalla droga, dai problemi legali e dalle difficoltà personali che iniziano a erodere la sua carriera e la sua salute. Vengono mostrati i tentativi di recupero, le ricadute e la lotta per mantenere la sua identità e la sua voce in mezzo al caos.
Il film culmina con la sua tragica morte nel 2012, quando il suo corpo viene ritrovato nella vasca da bagno, a causa di un annegamento accidentale attribuito agli effetti di malattie cardiache e all'uso di cocaina. La narrazione si conclude con un omaggio alla sua eredità musicale e al suo impatto duraturo.
Gli Attori: Naomi Ackie e un Cast di Supporto Efficace
Il successo di un biopic musicale dipende fortemente dalla performance del suo protagonista, e in "Whitney - Una voce diventata leggenda", Naomi Ackie ha affrontato un compito monumentale.
Naomi Ackie come Whitney Houston: La performance di Ackie è stata ampiamente elogiata dalla critica. Sebbene non canti lei stessa (le performance vocali sono quelle originali di Whitney Houston), Ackie riesce a catturare la fisicità, i manierismi e l'essenza di Whitney con una sorprendente fedeltà. Riesce a trasmettere la sua vulnerabilità, la sua forza e la sua disperazione in modo convincente, rendendo credibile la sua trasformazione da giovane ingenua a superstar fragile. La sua capacità di mimare il labiale e di incorporare l'energia delle performance di Whitney è stata particolarmente apprezzata.
Stanley Tucci come Clive Davis: Tucci offre una performance solida e misurata nel ruolo del leggendario Clive Davis, il mentore e amico di Whitney. La sua interpretazione trasmette il rispetto e l'affetto che Davis provava per Houston, presentandolo come una figura di supporto e stabilità nella vita della cantante.
Ashton Sanders come Bobby Brown: Sanders interpreta Bobby Brown, il marito di Whitney, con un mix di carisma e instabilità. Il suo ritratto cerca di andare oltre la semplice demonizzazione, esplorando la complessità della relazione e le reciproche influenze.
Tamara Tunie come Cissy Houston: Tunie porta gravitas e intensità nel ruolo di Cissy, la madre di Whitney. La sua performance evidenzia l'amore, la severità e le aspettative che Cissy aveva nei confronti della figlia.
Nafessa Williams come Robyn Crawford: Williams dà vita a Robyn Crawford, un personaggio cruciale che rappresenta un legame profondo e intimo nella vita di Whitney. La sua performance è emotiva e autentica, esplorando una relazione che è stata fondamentale per l'artista.
Clarke Peters come John Houston: Peters interpreta John Houston, il padre di Whitney, mostrando le complessità del loro rapporto, inclusi gli aspetti finanziari e le tensioni familiari.
Film Autorizzato: A differenza di altri documentari o biografie non autorizzate, "Whitney - Una voce diventata leggenda" ha avuto il supporto della Houston Estate (la proprietà di Whitney Houston), il che ha consentito l'uso delle registrazioni vocali originali della cantante, un elemento fondamentale per l'autenticità del film. Pat Houston, cognata ed ex manager di Whitney, è tra i produttori.
Sceneggiatura di Anthony McCarten: La sceneggiatura è stata scritta da Anthony McCarten, un nome noto nel mondo dei biopic musicali, avendo già firmato "Bohemian Rhapsody" (sui Queen e Freddie Mercury) e "Elvis". Questo ha portato a discussioni sulla sua tendenza a seguire certe convenzioni narrative del genere.
Performance Vocali Originali: Una decisione chiave e molto apprezzata è stata quella di utilizzare le registrazioni vocali originali di Whitney Houston per tutte le performance musicali nel film. Naomi Ackie ha sincronizzato le labbra e ha studiato meticolosamente i movimenti e le espressioni di Whitney per rendere le scene il più autentiche possibile.
Budget e Box Office: Il film è stato prodotto con un budget stimato di 45 milioni di dollari. Ha incassato circa 59.8 milioni di dollari a livello mondiale, il che lo ha reso un parziale insuccesso al botteghino, non riuscendo a coprire completamente i costi di produzione e marketing.
Ricezione Critica: La critica ha avuto reazioni miste. Se da un lato è stata quasi unanimemente elogiata la performance di Naomi Ackie, dall'altro il film è stato criticato per la sua aderenza alle "convenzioni del biopic musicale", per la sua lunghezza e per un montaggio che a volte sembrava correre attraverso gli eventi senza approfondire a sufficienza. Alcuni hanno trovato che il film, pur essendo onesto, non riuscisse a scavare a fondo nelle complessità psicologiche di Whitney o a offrire nuove prospettive sulla sua storia già ampiamente documentata dai media.
Un Omaggio alla Musica: Nonostante le critiche sulla narrazione, il film è stato riconosciuto come un potente omaggio al catalogo musicale di Whitney Houston. La possibilità di ascoltare le sue iconiche canzoni sul grande schermo ha rappresentato un grande richiamo per i fan.
In conclusione, "Whitney - Una voce diventata leggenda" è un film che celebra il talento incommensurabile di Whitney Houston e la sua voce ineguagliabile. Pur seguendo un percorso narrativo relativamente convenzionale per i biopic, riesce a offrire uno sguardo intimo sulla sua vita, le sue relazioni e le sue battaglie, grazie soprattutto all'eccezionale interpretazione di Naomi Ackie e al supporto di un cast solido. È un tributo commovente a un'artista che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica.
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The Art of Joy By Goliarda Sapienza, un documentario del 2023 regia di Coralie Martin
La Regia: Coralie Martin, Uno Sguardo Attento alla Ribellione e al Desiderio
Coralie Martin si distingue per una regia sensibile e ricercata, che va oltre la semplice narrazione biografica. Il suo approccio è quello di creare un "ritratto" che evochi non solo i fatti, ma anche lo spirito e la complessità dell'artista. In questo documentario, Martin mescola sapientemente diversi tipi di materiali per costruire un affresco completo e coinvolgente:
Materiali d'archivio: Fotografie private, filmati d'epoca e registrazioni audio della stessa Goliarda Sapienza permettono di entrare in contatto diretto con la sua personalità, il suo passato di attrice (ha lavorato anche nel cinema e teatro italiano) e il contesto storico-politico in cui ha vissuto.
Testimonianze: Il documentario include interviste con studiosi, critici letterari, e figure che hanno conosciuto Sapienza o che hanno avuto un ruolo fondamentale nella riscoperta del suo romanzo. Tra queste, spicca la presenza di Valeria Golino, che racconta il suo personale legame con l'autrice e l'opera, e che, come sappiamo, ha poi portato il romanzo sullo schermo con la sua serie TV. Altre voci autorevoli come Alberica Bazzoni, Monica Farnetti, Nathalie Castagné, Frederic Martin e Angelo Pellegrino (il marito e custode dell'eredità di Sapienza) arricchiscono il racconto.
Letture evocative: Vengono proposti brani significativi tratti da "L'arte della gioia" e da altri scritti di Sapienza, spesso accompagnati da immagini suggestive che, pur non essendo drammatizzazioni in senso stretto, evocano le atmosfere e le tematiche del romanzo: la Sicilia rurale, le dimore aristocratiche, le passioni e le rivoluzioni personali e politiche.
Narrazione poetica: La regia di Martin non è didascalica; piuttosto, guida lo spettatore attraverso il pensiero di Sapienza e le idee rivoluzionarie incarnate da Modesta, la protagonista de "L'arte della gioia". Il film esplora il concetto di "gioia" inteso come piena affermazione di sé, del proprio desiderio e della propria libertà, valori che Goliarda Sapienza ha perseguito ostinatamente nella sua vita e nella sua scrittura.
Martin riesce a trasmettere la carica sovversiva e la lungimiranza di Sapienza, sottolineando come la sua opera fosse in anticipo sui tempi, toccando temi di sessualità, potere e ribellione femminile in un modo che all'epoca era considerato inaccettabile. La sua abilità sta nel rendere accessibile e affascinante un percorso letterario complesso e spesso osteggiato, celebrando l'audacia di una donna che ha sempre rifiutato di conformarsi.
La "Trama" (Del Documentario): La Storia di un Capolavoro Incompreso
Il documentario si struttura come un'indagine sulla vita di Goliarda Sapienza e sul destino del suo romanzo più importante. Non c'è una trama "finzionale" nel senso di personaggi che seguono un arco narrativo inventato, ma piuttosto la storia vera della creazione e della travagliata ricezione di "L'arte della gioia".
Il film ci introduce a Goliarda Sapienza, nata nel 1924 in Sicilia da genitori anarchici e socialisti, un ambiente che ha plasmato il suo spirito ribelle e anticonformista. Viene esplorata la sua giovinezza, la sua carriera di attrice e il suo passaggio alla scrittura, un'attività che ha intrapreso con una dedizione quasi maniacale, riversando nelle sue opere le sue esperienze di vita, le sue passioni e le sue battaglie.
Il cuore del documentario è dedicato alla genesi e al rifiuto de "L'arte della gioia". Scritto tra il 1976 e il 1979, il romanzo narra la vita di Modesta, una donna che, nata povera nella Sicilia dei primi del '900, si eleva socialmente e intellettualmente attraverso la sua volontà, il suo desiderio e la sua determinazione a vivere secondo le proprie regole, rompendo ogni tabù di genere, sessualità e morale. Il documentario evidenzia come questa figura, così potente e "scomoda", abbia rappresentato un ostacolo insormontabile per gli editori italiani dell'epoca, che rifiutarono il manoscritto per anni, lasciando Sapienza in povertà e quasi nell'anonimato.
Il film segue il percorso del romanzo, dalla sua incredibile odissea di rifiuti editoriali in Italia, fino alla sua riscoperta postuma. Si racconta come, dopo la morte dell'autrice nel 1996, sia stato il marito, Angelo Maria Pellegrino, a lottare per la sua pubblicazione integrale, che avvenne solo nel 1998 per Stampa Alternativa. Ma il vero successo e il riconoscimento internazionale arrivarono anni dopo, prima in Germania e poi soprattutto in Francia, dove "L'arte della gioia" fu salutato come un capolavoro. Il documentario esplora le ragioni di questo ritardo e di questa incomprensione iniziale in Italia, spesso attribuite alla carica sovversiva del romanzo e alla sua protagonista "amorale", troppo lontana dalle figure femminili convenzionali.
Il documentario funge da celebrazione di Goliarda Sapienza, una scrittrice che ha osato dire la verità sul desiderio, sul potere e sulla libertà, anticipando di decenni dibattiti che sarebbero diventati centrali nella società e nella cultura contemporanea. È un'ode alla perseveranza artistica e alla forza di una visione che, sebbene incompresa per lungo tempo, ha finito per trionfare.
Gli "Attori" e le Voci che Danno Vita al Racconto
Come già detto, non ci sono attori che interpretano personaggi in senso fictionale. I protagonisti del documentario sono la stessa Goliarda Sapienza (attraverso materiali d'archivio) e le voci di chi l'ha conosciuta, studiata o amata.
Goliarda Sapienza: La sua figura centrale è evocata attraverso video d'archivio, fotografie e, cruciale, estratti dei suoi scritti o registrazioni della sua voce, che permettono di percepirne la forza e la personalità.
Valeria Golino: È una delle voci più significative del documentario. La sua testimonianza è particolarmente interessante perché non solo parla della grandezza del romanzo, ma rivela anche il suo incontro personale con Goliarda Sapienza (che l'aiutò a perdere l'accento napoletano) e la sua successiva decisione di portare "L'arte della gioia" sul piccolo schermo con una serie televisiva.
Esperti e studiosi: Il documentario si avvale dei contributi di importanti studiosi di Sapienza come Alberica Bazzoni, Monica Farnetti e Nathalie Castagné, che offrono analisi critiche e interpretazioni sul significato dell'opera e sul suo impatto culturale.
Angelo Maria Pellegrino: Il marito di Goliarda Sapienza è una figura chiave nella testimonianza, essendo stato il custode della sua memoria e colui che ha lottato per la pubblicazione del romanzo dopo la sua morte.
Contesto, Rilevanza Attuale e Curiosità
Un Caso Editoriale Unico: Il percorso de "L'arte della gioia" è un esempio lampante di come un'opera possa essere troppo in anticipo sui tempi per essere accettata e come il riconoscimento possa arrivare decenni dopo. Questo rende la storia di Sapienza e del suo romanzo ancora più affascinante e rilevante.
Temi Attuali: I temi trattati nel romanzo e analizzati nel documentario – libertà sessuale, emancipazione femminile, critica alle istituzioni, autodeterminazione – sono estremamente attuali nel dibattito contemporaneo, rendendo il film non solo un'opera storica ma anche una riflessione pertinente sul presente.
Il "Mistero" di Modesta: Il documentario aiuta a svelare il fascino e la complessità di Modesta, una protagonista femminile che rompe ogni stereotipo e che rappresenta un modello di forza e indipendenza, pur nella sua ambiguità morale.
Cannes e Oltre: Il film è stato proiettato al FIFIB (Festival International du Film Indépendant de Bordeaux) nel 2023, dove ha ricevuto un'ottima accoglienza, e al Sicilian Queer Festival di Palermo nel 2024, a testimonianza della sua rilevanza culturale e tematica.
Complementarità con la Serie TV: L'uscita del documentario è particolarmente opportuna in concomitanza con la serie TV di Valeria Golino, poiché offre un contesto essenziale e approfondisce la figura dell'autrice e la genesi dell'opera, fornendo agli spettatori della serie una comprensione più completa del materiale di partenza.
In conclusione, "The Art of Joy by Goliarda Sapienza" di Coralie Martin è un documentario imprescindibile per gli amanti della letteratura e del cinema d'autore. È un'opera che celebra il genio di una scrittrice anticonformista e la potenza di un romanzo che ha sfidato le convenzioni, per finalmente ottenere il riconoscimento che meritava. La sua disponibilità in streaming su MYmovies ONE lo rende facilmente accessibile a chiunque voglia approfondire questa straordinaria storia di arte, ribellione e, appunto, gioia.
"Vi presento Toni Erdmann" (titolo originale "Toni Erdmann") è un film del 2016 scritto e diretto dalla regista tedesca Maren Ade. È un'opera che ha catturato l'attenzione della critica e del pubblico internazionale per la sua audacia, la sua durata considerevole (162 minuti) e la sua capacità di oscillare tra momenti di comicità esilarante e un profondo, quasi doloroso, dramma umano. Presentato in concorso al 69º Festival di Cannes, dove ha ricevuto un'accoglienza entusiastica, il film ha poi ottenuto una nomination all'Oscar come Miglior Film Straniero e ha vinto numerosi premi, tra cui il European Film Award per il Miglior Film. È una pellicola che sfida le convenzioni narrative e si impone come una riflessione acuta sulle relazioni familiari, l'identità nel mondo del lavoro e la ricerca della felicità autentica.
La Regia: Maren Ade, Una Voce Originale del Cinema Europeo
Maren Ade si è affermata come una delle registe e sceneggiatrici più interessanti e innovative del panorama cinematografico europeo. Con "Toni Erdmann", ha consolidato la sua reputazione di autrice capace di esplorare le complessità delle relazioni umane con uno sguardo acuto, realistico e spesso scomodo. La sua regia è caratterizzata da una meticolosa attenzione ai dettagli, una predilezione per riprese lunghe e un approccio quasi documentaristico che permette agli attori di esprimersi pienamente. Ade evita i cliché e le scorciatoie narrative, preferendo lasciare che la tensione e l'emozione si accumulino in modo organico.
Ciò che colpisce nella direzione di Ade è la sua capacità di bilanciare toni molto diversi. Il film è una commedia, ma con sfumature di malinconia e tragedia che emergono progressivamente. I momenti più esilaranti sono spesso seguiti da scene di profonda vulnerabilità o imbarazzo, creando un effetto di disagio voluto che riflette la natura della relazione tra i due protagonisti. Ade è maestra nel costruire situazioni imbarazzanti e nel far sì che lo spettatore si senta parte di quel disagio, rendendo l'esperienza cinematografica immersiva e a tratti catartica. La sua sceneggiatura è un gioiello di scrittura, con dialoghi taglienti e situazioni che rivelano gradualmente la psicologia dei personaggi, senza mai essere didascalica. È una regia che non teme di prendersi i suoi tempi, permettendo al pubblico di immergersi completamente nel mondo dei personaggi e di riflettere sulle loro scelte e motivazioni.
La Trama: Il "Prankster" e la Career Woman, Uno Scontro Generazionale e Ideologico
La trama di "Vi presento Toni Erdmann" ruota attorno al rapporto disfunzionale, ma profondamente amorevole, tra un padre anziano e la sua ambiziosa figlia.
Il protagonista è Winfried Conradi (interpretato da Peter Simonischek), un insegnante di musica in pensione, un eterno burlone e un uomo dallo spirito libero e anticonformista. Winfried vive in Germania e la sua vita è permeata da scherzi, spesso inappropriati o bizzarri, che usa per affrontare la realtà e per connettersi con le persone. È un uomo che sembra aver perso il contatto con la figlia e che percepisce un vuoto nella sua vita.
Sua figlia, Ines Conradi (interpretata da Sandra Hüller), è l'esatto opposto. Una consulente aziendale ambiziosa e di successo, Ines si è trasferita a Bucarest, in Romania, per perseguire una carriera frenetica e spietata. La sua vita è scandita da riunioni, voli aerei, competizione e un costante bisogno di apparire forte e impeccabile. È una donna che ha sacrificato gran parte della sua vita personale e affettiva in nome del successo professionale. Il suo rapporto con il padre è teso: Ines lo trova spesso imbarazzante e inadeguato, mentre Winfried vede la figlia intrappolata in una vita che la sta svuotando.
Dopo la morte del suo cane, e sentendo la distanza emotiva dalla figlia, Winfried decide di fare una visita a sorpresa a Ines a Bucarest. Inizialmente, la sua presenza è solo un fastidio per Ines, che è troppo impegnata con i suoi affari per dedicargli tempo. Winfried cerca di riconnettersi con lei attraverso i suoi soliti scherzi, ma Ines è troppo rigida e concentrata sulla sua carriera per apprezzarli.
Quando Winfried si rende conto che i suoi tentativi di comunicazione diretta falliscono, decide di adottare una strategia più radicale. Si trasforma in "Toni Erdmann", un alter ego fittizio: un eccentrico "coach di vita" o "consulente aziendale" tedesco, con una parrucca stravagante, denti finti e un atteggiamento bizzarro. Con questa nuova identità, Winfried inizia a intrufolarsi nella vita professionale e sociale di Ines, presentandosi come un personaggio casuale ma insistente.
L'apparizione di Toni Erdmann crea situazioni di estrema imbarazzo per Ines, che si trova costretta a gestire la presenza inopportuna e surreale del padre tra clienti importanti, colleghi e eventi mondani. Attraverso questo stratagemma, Winfried/Toni cerca di spingere Ines a riconsiderare le sue priorità, a riscoprire la sua umanità, la sua capacità di gioire e di ridere, e a liberarsi dalla gabbia dorata della sua ambizione aziendale. I suoi scherzi, apparentemente fini a sé stessi, diventano un modo per rompere la facciata di Ines e per farle affrontare le sue repressioni e la sua solitudine.
La trama culmina in una serie di eventi sempre più surreali e catartici, che spingono Ines al limite, ma che, in un modo strano e inaspettato, la portano anche a una forma di liberazione e a una ri-connessione con il padre e con sé stessa. Il film non offre soluzioni facili, ma invita a riflettere sul significato del successo, della felicità e del legame familiare.
Gli Attori: Due Performance Straordinarie al Centro della Scena
Il successo e la risonanza emotiva di "Vi presento Toni Erdmann" sono in gran parte dovuti alle eccezionali interpretazioni dei due protagonisti, che portano sullo schermo una chimica complessa e credibile.
Peter Simonischek come Winfried Conradi / Toni Erdmann: La performance di Simonischek è semplicemente magistrale. Riesce a incarnare Winfried con un mix di ingenuità, astuzia e una profonda malinconia. Come Toni Erdmann, è irresistibilmente esilarante e disturbante al tempo stesso, creando un personaggio che rimane impresso nella memoria. La sua capacità di passare da un'identità all'altra e di mantenere la coerenza emotiva è straordinaria. La sua mimica facciale e il suo linguaggio corporeo contribuiscono enormemente alla comicità e al dramma.
Sandra Hüller come Ines Conradi: Hüller offre una performance altrettanto potente, interpretando Ines con una precisione chirurgica. Mostra la rigidità, la vulnerabilità e la disperazione di una donna intrappolata nel proprio ruolo. La sua capacità di reagire in modo credibile alle stranezze del padre, oscillando tra imbarazzo, rabbia e un'inaspettata capacità di lasciarsi andare, è ciò che rende il personaggio così autentico e commovente. La scena in cui canta "The Greatest Love of All" è diventata iconica per la sua cruda emotività e vulnerabilità.
Il film è fondamentalmente un duetto tra questi due attori, e la loro interazione è il motore di tutta la narrazione. Il resto del cast ricopre ruoli di supporto, ma contribuisce a creare l'ambiente in cui si svolge questa bizzarra terapia familiare.
Altro: Contesto, Temi e Curiosità
I Temi Centrali: "Vi presento Toni Erdmann" è una profonda esplorazione di vari temi:
Il conflitto generazionale: Il divario tra un padre che valorizza la libertà e la gioia di vivere e una figlia che incarna la moderna cultura aziendale, ossessionata dalla produttività e dal successo.
La solitudine nella modernità: Ines, nonostante il suo successo, è profondamente sola, e il film indaga la difficoltà di connettersi autenticamente in un mondo sempre più competitivo e individualista.
L'identità e la maschera: Il film gioca costantemente con il concetto di identità, sia quella personale che quella professionale, e su come le persone indossino maschere per affrontare il mondo. La figura di Toni Erdmann è l'incarnazione di questa idea.
L'umorismo come meccanismo di coping: Gli scherzi di Winfried sono un modo per affrontare la vita, per rompere la monotonia e per cercare una connessione, anche se spesso sono ricevuti con imbarazzo.
L'alienazione dal lavoro: Il film critica implicitamente il mondo aziendale moderno, che spinge gli individui ai limiti, sacrificando la vita personale e la felicità in nome del profitto.
L'Improvvisazione e l'Autenticità: Maren Ade ha incoraggiato un certo grado di improvvisazione sul set, il che ha contribuito a rendere le interazioni tra i personaggi ancora più autentiche e spontanee. Questo approccio si sposa perfettamente con la natura realistica del film.
Il successo di Cannes e gli Oscar: Il film ha avuto un impatto enorme al Festival di Cannes, dove è stato acclamato dalla critica. La sua nomination all'Oscar come Miglior Film Straniero ha consolidato il suo status di opera importante a livello mondiale, nonostante non abbia vinto. Ha trionfato ai European Film Awards, vincendo i premi principali tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura, Miglior Attore e Migliore Attrice.
La Scena del Nudo Party: Una delle scene più audaci e memorabili del film è il "nudo party", un momento di liberazione e imbarazzo estremo che è diventato un punto di riferimento nella discussione sul film e che esemplifica la capacità di Maren Ade di spingere i confini della commedia e del dramma.
Influenza e Eredità: "Vi presento Toni Erdmann" è stato ampiamente elogiato per la sua originalità e per aver offerto una prospettiva fresca sul dramma familiare. Ha influenzato altri registi e ha contribuito a mettere in luce il talento di Maren Ade e dei suoi attori protagonisti. Il suo impatto è tale che è stato annunciato un possibile remake americano, anche se la sua realizzazione è incerta.
In conclusione, "Vi presento Toni Erdmann" è molto più di una semplice commedia. È un'esperienza cinematografica ricca, stimolante e a tratti scomoda, che invita lo spettatore a riflettere sulla propria vita, sulle proprie relazioni e sul significato di essere veramente sé stessi. Un film che, nonostante la sua durata, si imprime nella mente e nel cuore per la sua profonda umanità e la sua coraggiosa esplorazione dei lati più intimi e spesso irrazionali delle relazioni familiari.
MUBI
La strada,è un film drammatico del 1954 diretto da Federico Fellini.
"La Strada" è un film drammatico italiano del 1954, scritto e diretto da Federico Fellini. Considerato uno dei vertici del Neorealismo rosa e un'opera spartiacque nella filmografia del regista, il film ha segnato una svolta stilistica per Fellini, allontanandosi dalle atmosfere più puramente neorealiste dei suoi primi lavori per abbracciare un approccio più poetico e simbolico. La pellicola ha conquistato un riconoscimento internazionale immediato, vincendo il Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1954 e, soprattutto, l'Oscar per il Miglior Film Straniero nel 1957, il primo Oscar per l'Italia in quella categoria e per Fellini stesso. "La Strada" non è solo un film, ma un'esperienza emotiva profonda, un'allegoria sulla condizione umana, sulla ricerca di un senso nella vita e sulla complessità delle relazioni.
La Regia: Federico Fellini, Il Poeta dell'Anima Umana
"La Strada" rappresenta un momento cruciale nell'evoluzione registica di Federico Fellini. Dopo opere come "Luci del varietà" (co-diretto con Alberto Lattuada) e "I vitelloni", che già mostravano il suo sguardo acuto sulla provincia italiana e sui suoi personaggi, Fellini con "La Strada" compie un passo decisivo verso quello che diventerà il suo stile distintivo, un connubio tra realismo e surrealismo, tra la concretezza della vita e la dimensione onirica e spirituale.
In "La Strada", la regia di Fellini è intrisa di un'empatia profonda per i suoi personaggi, in particolare per i "reietti" e i "diversi". Il suo sguardo non è mai giudicante, ma permeato da una compassione quasi francescana. Utilizza il paesaggio italiano, spesso brullo e malinconico, come un riflesso dello stato d'animo dei protagonisti. La macchina da presa di Fellini si muove con una fluidità che cattura la desolazione delle strade di campagna, la caoticità dei mercati e la malinconia dei piccoli borghi, ma anche la grandezza del circo itinerante, simbolo di libertà e marginalità.
La direzione degli attori è magistrale. Fellini riesce a estrapolare performance indimenticabili dai suoi protagonisti, in particolare da Giulietta Masina e Anthony Quinn. La loro fisicità, i loro sguardi, i loro silenzi diventano veicoli potenti per esprimere emozioni complesse. Fellini orchestra sequenze che sono al contempo semplici e incredibilmente evocative, come la scena in cui Gelsomina cerca di imparare a suonare la tromba o quella della processione religiosa. La sua capacità di mescolare umorismo, tragedia e poesia in un unico affresco è qui già pienamente dispiegata.
Con "La Strada", Fellini abbandona in parte le tematiche sociali più dirette del neorealismo classico per esplorare dimensioni esistenziali e spirituali. Il film è una riflessione sull'amore, sulla solitudine, sulla fede e sulla possibilità di trovare la salvezza (o meno) in un mondo indifferente. La sua regia non solo racconta una storia, ma evoca sensazioni, interrogativi e un senso di profonda malinconia che si radica nell'anima dello spettatore. È il film in cui il "tocco felliniano" inizia a manifestarsi in tutta la sua potenza.
La Trama: Un Vagabondaggio Tra Circo e Anima
La storia di "La Strada" è un viaggio struggente che segue le vicende di tre personaggi principali, legati da un destino comune e da un'impossibile ricerca di affetto e comprensione.
La protagonista è Gelsomina (interpretata da Giulietta Masina), una giovane donna semplice, ingenua e dall'animo puro, che vive in un povero paesino di pescatori. La sua famiglia, in condizioni di estrema povertà, la vende per diecimila lire a Zampanò (interpretato da Anthony Quinn), un rude e brutale artista di strada, un "mangiafuoco" e forzuto che si esibisce nelle piazze. Gelsomina diventa la sua assistente e compagna di viaggio, relegata a un ruolo di sottomissione e maltrattamento.
Zampanò è un uomo primitivo, egoista e violento. La tratta con disprezzo, la sfrutta nelle esibizioni, la picchia e la tradisce con altre donne. Non riconosce la sensibilità e la dolcezza di Gelsomina, vedendola solo come una proprietà. Gelsomina, nonostante i maltrattamenti, è profondamente sola e cerca disperatamente un legame, un barlume di affetto in Zampanò. Si aggrappa a lui con una devozione quasi infantile, pur soffrendo enormemente per la sua crudeltà.
Durante il loro vagabondare per le polverose strade d'Italia, esibendosi in villaggi e mercati, il loro destino si incrocia con quello di altri personaggi, tra cui il Matto (interpretato da Richard Basehart), un acrobata e violinista di circo itinerante, intellettuale e malinconico. Il Matto è l'esatto opposto di Zampanò: sensibile, spiritoso e capace di comprendere la sofferenza di Gelsomina. Tra Gelsomina e il Matto si crea un legame speciale, quasi di affinità spirituale. Il Matto, con la sua filosofia esistenziale (celebre la sua riflessione sulla necessità di "essere utili" anche a un sasso), cerca di infondere in Gelsomina un senso di scopo e valore, facendole intravedere la possibilità di una vita diversa e di una dignità che Zampanò le nega.
La presenza del Matto accende la gelosia e la rabbia di Zampanò, che vede in lui una minaccia al suo possesso su Gelsomina. La tensione tra i due uomini culmina in una tragedia inattesa e brutale: Zampanò uccide il Matto in un impeto di rabbia e frustrazione. Gelsomina assiste all'omicidio e ne rimane profondamente traumatizzata. La sua innocenza e la sua fragile psiche sono distrutte da questo evento.
Dopo l'omicidio, Zampanò cerca di continuare la loro vita itinerante, ma Gelsomina è irrimediabilmente cambiata. È caduta in uno stato di catatonia, tormentata dal trauma e incapace di reagire. Nonostante i tentativi di Zampanò di scuoterla, la sua condizione peggiora. Alla fine, incapace di sopportare il peso della sua presenza e del suo dolore, Zampanò la abbandona lungo la strada, sotto la pioggia, lasciandole una coperta e i suoi pochi averi.
Anni dopo, Zampanò, ancora vagabondo, si ritrova in un piccolo paese costiero. Sente una donna canticchiare la melodia che il Matto suonava con il suo violino, la stessa melodia che Gelsomina aveva cercato di imparare alla tromba. Scopre che la donna conosceva Gelsomina e che l'aveva trovata sulla strada, in fin di vita, anni prima, e che era morta sola e dimenticata. Questa rivelazione colpisce Zampanò come un fulmine. Il peso delle sue azioni, la consapevolezza di aver distrutto un'anima pura e di averla abbandonata, lo travolge. La sua rudezza si sgretola e, per la prima volta, l'uomo primitivo e insensibile manifesta un dolore profondo e lacerante, piangendo disperatamente sulla spiaggia sotto un cielo stellato. La sua "strada" lo ha portato a confrontarsi con la sua stessa solitudine e con il rimpianto di un amore che non ha saputo riconoscere e apprezzare.
Gli Attori: Prestazioni Iconiche e Simboliche
Il successo e l'impatto emotivo de "La Strada" sono indissolubilmente legati alle performance leggendarie dei suoi tre attori principali.
Giulietta Masina come Gelsomina: La moglie di Fellini, Giulietta Masina, offre una delle interpretazioni più iconiche della storia del cinema. Gelsomina è un personaggio indimenticabile, con il suo volto da clown triste, i suoi occhi grandi e innocenti e il suo sorriso ingenuo. La Masina riesce a trasmettere la purezza, la fragilità, la resilienza e l'indicibile sofferenza di Gelsomina con una fisicità e un'espressività che vanno oltre il dialogo. La sua performance è un misto di comicità e tragedia, un'anima persa alla ricerca di un posto nel mondo. È un'interpretazione di straordinaria intensità emotiva che le valse ampi riconoscimenti.
Anthony Quinn come Zampanò: Quinn, con la sua fisicità imponente e il suo volto rude, incarna perfettamente il personaggio di Zampanò, un uomo primitivo, violento e incapace di esprimere sentimenti. La sua performance è potente e intimidatoria, ma verso la fine del film, Quinn riesce a rivelare la disperazione e il rimpianto nascosti sotto la corazza del personaggio, culminando nella celebre scena sulla spiaggia che resta impressa nella memoria. Zampanò è un anti-eroe che rappresenta la brutalità e l'ignoranza, ma anche la potenziale redenzione.
Richard Basehart come Il Matto: Basehart interpreta Il Matto con una leggerezza e una malinconia che contrastano con la pesantezza di Zampanò. Il Matto è la voce della coscienza e della filosofia del film, il catalizzatore che spinge Gelsomina a riflettere sul suo valore e Zampanò a confrontarsi con la sua violenza. La sua performance è misurata ma incisiva, fornendo un contrasto necessario e un barlume di speranza per Gelsomina.
Difficoltà di Produzione: La produzione de "La Strada" fu estremamente travagliata. Il budget era limitato, la troupe e il cast erano spesso affamati e le riprese furono interrotte più volte. Fellini stesso attraversò un periodo di profonda crisi personale durante la lavorazione, mettendo a dura prova la sua fede nel progetto. Si dice che fu l'insistenza di Giulietta Masina a non abbandonare il film che permise di portarlo a termine.
Il Contesto del Neorealismo: "La Strada" emerge nel periodo in cui il neorealismo italiano stava evolvendo. Sebbene mantenga l'attenzione sui "poveri" e la realtà del dopoguerra, si distacca dal neorealismo più puro per abbracciare un approccio più spirituale e psicologico, spesso definito "neorealismo dell'anima" o "neorealismo rosa" per le sue sfumature poetiche e meno cruente.
Simbolismo e Allegoria: Il film è ricco di simbolismo. La strada stessa è una metafora del viaggio della vita, della solitudine e della ricerca di un significato. Gelsomina rappresenta l'innocenza, la bontà pura e la capacità di amore incondizionato. Zampanò simboleggia la forza bruta, l'ignoranza e l'incapacità di amare. Il Matto è la coscienza, la saggezza e la spiritualità.
La Musica di Nino Rota: La colonna sonora di Nino Rota è indimenticabile e iconica. Il tema principale, una melodia malinconica e ricorrente suonata alla tromba, diventa un leitmotiv che accompagna Gelsomina e amplifica il tono elegiaco del film. È una delle collaborazioni più celebri tra Fellini e Rota.
Critica e Accoglienza: Inizialmente, il film divise la critica italiana, con alcuni che lo considerarono un tradimento del neorealismo e altri che ne riconobbero il genio poetico. Tuttavia, il suo successo internazionale, culminato con l'Oscar, ne sancì la grandezza.
Eredità e Influenza: "La Strada" ha avuto un'enorme influenza sul cinema mondiale, ispirando registi di generazioni successive. Ha contribuito a consolidare la fama di Fellini come uno dei più grandi autori cinematografici e a mettere in risalto il talento di Giulietta Masina. Molti critici lo considerano un'opera fondamentale per comprendere la transizione dal neorealismo al cinema d'autore felliniano.
La Scena Finale: La scena finale di Zampanò che piange sulla spiaggia è una delle più potenti e commoventi della storia del cinema. Rappresenta la presa di coscienza tardiva di un uomo brutale, un momento di pura catarsi che eleva il film a una dimensione universale di riflessione sul pentimento e sul valore delle relazioni umane.
In sintesi, "La Strada" è un film che trascende la sua trama semplice per diventare un profondo commento sulla condizione umana. È un'opera d'arte che, attraverso personaggi indimenticabili e una regia visionaria, esplora la solitudine, la brutalità, la gentilezza e l'eterna ricerca di amore e significato in un mondo che può essere indifferente o crudele. Un capolavoro senza tempo che continua a commuovere e a far riflettere.
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La truffa dei Logan (Logan Lucky) è un film del 2017 diretto da Steven Soderbergh.
"La truffa dei Logan" (titolo originale "Logan Lucky") è un film del 2017 diretto da Steven Soderbergh, un regista che ha sempre dimostrato una sorprendente versatilità e una predilezione per storie di rapine e crimine con un tocco unico. Dopo aver annunciato un (breve) ritiro dalla regia cinematografica nel 2013, Soderbergh è tornato con questa pellicola, che è stata spesso definita il "cugino della provincia" o il "fratello povero" della sua celebre trilogia di "Ocean's Eleven". Tuttavia, "La truffa dei Logan" si distingue per il suo umorismo sottile, i suoi personaggi affascinanti e un'atmosfera che mescola ironia e un profondo senso di appartenenza a un'America rurale spesso trascurata.
La Regia: Steven Soderbergh, Il Maestro dell'Eleganza e della Discrezione
Steven Soderbergh è un cineasta eclettico e prolifico, noto per la sua capacità di muoversi agilmente tra blockbuster e cinema indipendente, film d'autore e prodotti di genere. La sua filmografia spazia da drammi intensi come "Traffic" e "Erin Brockovich" a commedie brillanti come "Ocean's Eleven" e thriller psicologici. In "La truffa dei Logan", Soderbergh ripropone molte delle sue cifre stilistiche distintive, ma con una prospettiva nuova e un'atmosfera più terrena e "blue collar".
La regia di Soderbergh è, come sempre, elegante e precisa. Utilizza una fotografia pulita, spesso con tonalità calde e naturali, che ben si adattano all'ambientazione rurale e polverosa del film. Il ritmo è cadenzato, ma mai lento, e la narrazione procede con una fluidità che tiene lo spettatore incollato allo schermo, anche grazie a un montaggio sapiente che alterna tensione e momenti di pura commedia. Soderbergh è un maestro nel costruire scene di rapina complesse, e qui dimostra ancora una volta la sua abilità nell'orchestrare un piano intricato, rendendolo credibile e divertente.
Ciò che rende la sua direzione in "Logan Lucky" particolarmente interessante è la sua capacità di infondere umanità e simpatia nei personaggi. Non sono criminali sofisticati o glamourosi, ma gente comune, un po' sfortunata, che cerca un colpo grosso per risollevare le proprie vite. Soderbergh evita qualsiasi stereotipo caricaturale, dando dignità anche ai personaggi più bizzarri. La sua regia è discreta ma incisiva, permettendo al cast di brillare e alla storia di svilupparsi con un umorismo che non è mai volgare, ma deriva dalle situazioni e dalla personalità dei personaggi. È un esempio perfetto di come Soderbergh riesca a elevare un film di genere con intelligenza e stile.
La Trama: Il "Colpo del Secolo" con Accento del Sud
La trama de "La truffa dei Logan" ruota attorno alla famiglia Logan, originaria della Virginia Occidentale, afflitta da quella che viene definita una "maledizione" che li perseguita, portando sfortuna e insuccesso.
Il protagonista è Jimmy Logan (interpretato da Channing Tatum), un ex-giocatore di football americano la cui carriera è stata stroncata da un infortunio al ginocchio. Ora lavora come operaio, ma viene licenziato ingiustamente. A peggiorare le cose, la sua ex moglie (Katie Holmes) minaccia di trasferirsi in un altro stato con la loro figlia, rendendo più difficile per Jimmy vederla. Sentendosi intrappolato nella sfortuna e nella povertà, Jimmy decide che è ora di ribaltare il destino della sua famiglia con un colpo grosso.
Coinvolge suo fratello, Clyde Logan (Adam Driver), un veterano della guerra in Iraq che ha perso una mano e ora lavora come barista. Clyde è più cinico e riluttante, ma alla fine si lascia convincere dall'incrollabile ottimismo di Jimmy. Il loro piano è audace e apparentemente folle: rapinare il caveau della pista automobilistica di Charlotte Motor Speedway in Nord Carolina, un evento che coincide con la prestigiosa gara di NASCAR Coca-Cola 600, durante la quale il denaro degli incassi viene trasferito.
Per realizzare un colpo così complesso, i fratelli Logan hanno bisogno di aiuto. Si rivolgono a Joe Bang (Daniel Craig), un esperto di esplosivi eccentrico e imprevedibile, che è però in prigione. Per farlo uscire di prigione e poi rimetterlo dentro senza destare sospetti, i fratelli escogitano un piano ancora più rischioso e bizzarro, che coinvolge anche i due fratelli pasticcioni di Joe, Mellie (Riley Keough), la sorella dei Logan che è un'abile parrucchiera, e i due disorganizzati fratelli di Joe, Fish e Sam Bang (Jack Quaid e Brian Gleeson).
Il piano della rapina è incredibilmente elaborato e pieno di imprevisti. Sfruttano la fitta rete di tubature sotterranee del circuito, le interruzioni di corrente e una serie di diversivi ben orchestrati. Il film gioca sul contrasto tra la loro apparente ingenuità e la brillantezza nascosta del piano, che si rivela essere incredibilmente ingegnoso e basato su una profonda conoscenza delle infrastrutture del circuito. Le complicazioni non mancano, e la banda deve affrontare ostacoli inaspettati, inclusa una detective dell'FBI determinata, Sarah Grayson (Hilary Swank), che si insospettisce per l'insolito numero di reati minori avvenuti attorno al circuito.
La trama si snoda tra momenti di tensione e gag comiche, mostrando il lato umano e a tratti tenero di questi criminali improvvisati. Il finale rivela un colpo di scena che mette in discussione la semplicità apparente dei Logan, suggerendo che forse la loro "maledizione" era solo una copertura per una mente più acuta di quanto si pensasse.
Gli Attori: Un Cast Eccellente e Sorprendente
"La truffa dei Logan" vanta un cast eccezionale, con attori che si calano perfettamente nei loro ruoli, alcuni sorprendendo il pubblico con interpretazioni fuori dagli schemi.
Channing Tatum come Jimmy Logan: Tatum offre una performance solida e misurata, incarnando il carisma tranquillo e la determinazione silenziosa di Jimmy. Riesce a rendere il personaggio simpatico e credibile, un "colletto blu" con un'intelligenza inaspettata.
Adam Driver come Clyde Logan: Driver è eccezionale nel ruolo di Clyde, il fratello malinconico e con un braccio solo. La sua performance è sottile e piena di umorismo, spesso derivante dalla sua espressione stoica e dalla sua capacità di creare comicità attraverso la reazione ai personaggi più eccentrici. La sua chimica con Tatum è un punto di forza.
Daniel Craig come Joe Bang: Probabilmente la performance più sorprendente e divertente del film. Craig si libera completamente del suo ruolo di James Bond per interpretare un dinamitardo albino, tatuato e isterico con un accento del Sud. La sua energia, il suo tempismo comico e la sua fisicità lo rendono irresistibile e indimenticabile. È un vero "show stealer".
Riley Keough come Mellie Logan: Keough (nipote di Elvis Presley) è fantastica nel ruolo della sorella più sveglia e con i piedi per terra, Mellie. Aggiunge un tocco di glamour e intelligenza alla banda, dimostrandosi essenziale nel piano.
Hilary Swank come Agente Sarah Grayson: Swank, in un ruolo secondario ma incisivo, interpreta la determinata agente dell'FBI che cerca di risolvere il caso. Aggiunge un elemento di minaccia e tensione alla trama.
Katie Holmes come Bobbie Jo Chapman: L'ex moglie di Jimmy, un personaggio che spinge la sua motivazione principale.
Sebastian Stan come Max Chilblain: Un eccentrico pilota di NASCAR, aggiunge un tocco di colore al mondo delle corse.
Seth MacFarlane come Max Chilblain: La presenza di MacFarlane (con un ruolo minore) aggiunge un ulteriore strato di comicità.
Il Ritorno di Soderbergh: Il film ha segnato il ritorno di Steven Soderbergh alla regia di lungometraggi dopo un breve periodo di "semi-ritiro" dal cinema, durante il quale si era dedicato principalmente alla televisione ("The Knick"). Questo ritorno è stato accolto con entusiasmo.
Lo Pseudonimo di Soderbergh: Soderbergh ha anche diretto il film sotto lo pseudonimo di Peter Andrews (per la fotografia) e Mary Ann Bernard (per il montaggio). Questo è un suo tratto distintivo, un modo per separare l'opera dal "nome del regista" e per mantenere un controllo creativo più completo, o semplicemente per divertimento.
Il "Non-Remake" di Ocean's Eleven: Sebbene sia stato spesso paragonato alla trilogia di "Ocean's", il film non è un remake o uno spin-off diretto. È una storia originale che condivide però l'eleganza, l'ingegno e l'umorismo dei film di rapine di Soderbergh, trasferendoli in un contesto meno scintillante ma ugualmente affascinante.
L'Ambientazione e l'Autenticità: Il film è ambientato nel mondo delle corse NASCAR e nella cultura del "Deep South" americano, e Soderbergh si impegna a ritrarre questi ambienti con un certo grado di autenticità e rispetto, evitando stereotipi eccessivi.
Produzione Indipendente e Distribuzione Innovativa: Soderbergh ha gestito la produzione e la distribuzione del film in modo indipendente, finanziandolo da sé e poi vendendo i diritti a vari distributori, un modello che gli ha permesso un maggiore controllo creativo e finanziario. Questo approccio è un esempio della sua costante innovazione nel panorama cinematografico.
Accoglienza Critica e Pubblico: "La truffa dei Logan" ha ricevuto recensioni generalmente positive dalla critica, che ha elogiato la regia di Soderbergh, la sceneggiatura intelligente e, in particolare, le performance del cast (soprattutto Daniel Craig). È stato considerato un intrattenimento intelligente e un ritorno in grande stile per il regista. Al botteghino, ha incassato circa 48.5 milioni di dollari a fronte di un budget di 29 milioni.
In sintesi, "La truffa dei Logan" è un heist movie divertente e intelligente, che conferma la maestria di Steven Soderbergh nel genere. Con un cast brillante e un umorismo che nasce dalle sue radici rurali, il film offre un'alternativa fresca e originale alle più gloriose rapine hollywoodiane, dimostrando che anche i "perdenti" possono avere un piano da veri geni.
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Angeli con la pistola (Pocketful of Miracles) è un film del 1961, diretto da Frank Capra,
"Angeli con la Pistola" (titolo originale "Pocketful of Miracles") è un film del 1961 che segna un capitolo significativo nella carriera del leggendario regista Frank Capra. È l'ultimo lungometraggio diretto da Capra, un'opera che, sebbene non sempre considerata alla pari dei suoi classici più celebri come "È accaduto una notte" o "La vita è meravigliosa", è un testamento al suo inconfondibile stile e al suo ottimismo incrollabile. Il film è un remake di "Signora per un giorno" (Lady for a Day), un altro successo di Capra del 1933, e mostra come, anche a distanza di quasi trent'anni, il regista fosse ancora in grado di infondere magia e speranza in una storia di riscatto e finzione.
La Regia: Il Tocco Inconfondibile di Frank Capra
Frank Capra è stato uno dei registi più influenti dell'età d'oro di Hollywood, noto per i suoi "Capra-corn", film che celebravano l'onestà, la resilienza dell'uomo comune e la capacità di trovare la bontà anche nelle situazioni più disperate. Il suo stile è caratterizzato da una narrazione chiara e coinvolgente, personaggi ben delineati e un messaggio di speranza che permea ogni scena. In "Angeli con la Pistola", Capra torna a esplorare temi a lui cari: la dignità dei poveri, l'illusione come via di fuga dalla realtà, e la sorprendente solidarietà che può emergere tra individui di mondi diversi.
Nonostante il film sia un remake, Capra non si limita a riproporre la sua opera precedente. Egli adatta la storia ai tempi, con un uso più lussuoso del Technicolor e un'attenzione ai dettagli scenografici che riflettono il budget più consistente. La regia di Capra è meticolosa, ma sempre al servizio della storia e dei personaggi. Riesce a dirigere un cast stellare, permettendo agli attori di brillare nelle loro interpretazioni, ma mantenendo saldamente le redini della narrazione. Il suo genio risiede nella capacità di creare un'atmosfera che è al contempo comica e profondamente toccante, dove la finzione diventa un catalizzatore per un cambiamento reale. "Angeli con la Pistola" è una dimostrazione della sua maestria nel gestire scene complesse con un gran numero di personaggi, orchestrando un balletto di bugie e buone intenzioni che culmina in un finale edificante, tipico del suo stile.
La Trama: Una Bugia Benevola per un Miracolo Natalizio
La storia si svolge a New York, alla vigilia di Natale del 1933, nel pieno della Grande Depressione. La protagonista è Apple Annie (interpretata da Bette Davis), una vecchia mendicante alcolizzata che vende mele per strada. La sua vita misera è illuminata da un unico grande amore: sua figlia Louise (Ann-Margret), che vive in Europa in un convento spagnolo e crede che sua madre sia una ricca signora dell'alta società newyorkese, che vive in un lussuoso palazzo.
L'equilibrio precario di Annie viene sconvolto quando riceve una lettera da Louise, che annuncia il suo imminente arrivo a New York con il suo fidanzato, un nobile spagnolo, Carlos Romero (Peter Mann), e suo padre, il Conte Alfonso Romero (Arthur O'Connell). Louise vuole presentare la sua "elegante" madre alla famiglia del futuro sposo. Per Annie, questa è una catastrofe: la sua vera identità rovinerebbe il matrimonio della figlia e il suo futuro.
Disperata, Annie si rivolge al "Duca" (Glenn Ford), un gangster superstizioso e di buon cuore che crede che le mele di Annie portino fortuna. Se Annie non vende le sue mele, il Duca teme che la sua fortuna finirà. Per questo motivo, e spinto anche da una profonda, seppur nascosta, generosità, il Duca decide di aiutarla. Inizia così una complessa e affascinante messa in scena.
Il Duca e la sua compagna, Queenie Martin (Hope Lange), insieme a tutta la loro banda di malviventi e a un manipolo di eccentrici personaggi di strada, ordiscono un piano elaborato: trasformare Apple Annie in una rispettabile signora dell'alta società. Trovano una sontuosa villa in prestito, un finto maggiordomo (Edward Everett Horton) e camerieri, e insegnano ad Annie le maniere dell'alta società. Anche la loro parlata viene "ripulita" per l'occasione.
La finzione si estende a tutti coloro che gravitano attorno al Duca, compreso il capo della polizia (Thomas Mitchell), che, pur sospettando qualcosa, si lascia coinvolgere, forse mosso anche lui dallo spirito natalizio o dalla simpatia per la causa di Annie. La sfida più grande è mantenere l'inganno di fronte al Conte Romero e al suo seguito, che sono venuti a New York per il matrimonio.
Il climax del film si raggiunge quando la finzione rischia di crollare. La banda del Duca deve affrontare non solo i sospetti dei nobili spagnoli, ma anche l'intrusione di un giornalista ficcanaso che potrebbe svelare la verità. Sarà la solidarietà inaspettata di tutta la città, inclusi i poliziotti e persino il governatore, che si uniranno alla farsa per amore di Annie e di sua figlia, a salvare la situazione e a trasformare una semplice bugia in un vero e proprio miracolo di Natale.
Gli Attori: Un Cast Stellare e Performance Memorabili
Il cast di "Angeli con la Pistola" è un vero punto di forza, con interpretazioni che elevano la storia.
Bette Davis come Apple Annie: Una performance straordinaria. La Davis, celebre per i suoi ruoli di donne forti e drammatiche, qui si trasforma in una figura dimessa e vulnerabile, ma con una dignità e un amore materno che trapelano. La sua interpretazione di Annie è commovente e realistica, catturando sia la sua disperazione che la sua speranza. Il suo arco di trasformazione, sia fisica che emotiva, è al centro del film.
Glenn Ford come Dave "Il Duca" Boyard: Ford offre una performance carismatica e sfumata come il gangster dal cuore d'oro. Il Duca è un personaggio complesso: rude e pragmatico, ma profondamente devoto alle sue superstizioni e in grado di mostrare una sorprendente tenerezza. La sua chimica con Bette Davis è palpabile e le loro interazioni sono tra le più riuscite del film.
Hope Lange come Queenie Martin: La compagna del Duca, Queenie, è interpretata con un mix di eleganza e arguzia da Hope Lange. È una figura forte e indipendente, che inizialmente è scettica sul piano, ma poi si impegna totalmente per il bene di Annie. La sua relazione con il Duca aggiunge un tocco romantico e comico alla storia.
Ann-Margret come Louise: Al suo debutto cinematografico, Ann-Margret interpreta la dolce e ingenua figlia di Annie, Louise. La sua bellezza e la sua innocenza rendono credibile la sua fede nella madre "aristocratica". È il catalizzatore di tutti gli eventi, e la sua felicità è la posta in gioco per tutti i personaggi.
Peter Mann come Carlos Romero: Il giovane e innamorato nobile spagnolo, fidanzato di Louise, è interpretato con convinzione da Peter Mann.
Arthur O'Connell come Conte Alfonso Romero: Il padre di Carlos, il Conte, porta un tocco di nobiltà e, inizialmente, di scetticismo, ma anche lui sarà toccato dal "miracolo" finale.
Thomas Mitchell come il Maggiore Blake: Mitchell, un volto familiare nei film di Capra (e vincitore di un Oscar per "Ombre Rosse"), interpreta il capo della polizia che, pur essendo consapevole della farsa, decide di chiudere un occhio e partecipare al bene comune. La sua presenza è un ponte tra l'ordine costituito e il caos benevolo del Duca.
Edward Everett Horton come Butler Hutchins: Il maggiordomo fittizio, interpretato dal veterano Horton, aggiunge una dimensione di comicità raffinata con le sue maniere impeccabili e i suoi tentativi di mantenere la finzione.
Un Remake di Successo: Come accennato, "Angeli con la Pistola" è un remake di "Signora per un giorno" (Lady for a Day) del 1933, anch'esso diretto da Capra. Il film del 1933 fu un successo di critica e pubblico e ottenne ben quattro nomination all'Oscar, inclusa quella per il Miglior Film e Miglior Regia. Il remake del 1961 cercava di replicare quel successo, aggiornando la storia per una nuova generazione.
Problemi in Produzione: La produzione di "Angeli con la Pistola" non fu priva di difficoltà. Frank Capra ebbe numerosi screzi con Bette Davis, che era notoriamente esigente e aveva idee molto precise sul suo personaggio. Si dice che le tensioni sul set fossero elevate, e Capra stesso in seguito dichiarò di aver avuto problemi con Davis. Nonostante ciò, il risultato finale fu una performance memorabile.
L'Ultimo Film di Capra: Il fatto che questo sia l'ultimo film di Frank Capra aggiunge un velo di malinconia e significato storico. Sebbene non abbia raggiunto il successo critico e commerciale di alcuni dei suoi precedenti capolavori, rimane un degno addio a una carriera leggendaria, ribadendo i valori e i messaggi che lo hanno reso famoso.
Nominations ai Golden Globe: Il film ricevette tre nomination ai Golden Globe: Miglior Film Musicale o Commedia, Migliore Attrice in un Film Musicale o Commedia per Bette Davis, e Miglior Attore in un Film Musicale o Commedia per Glenn Ford.
Colonna Sonora: La colonna sonora, composta da Dimitri Tiomkin, contribuisce a creare l'atmosfera natalizia e drammatica del film, con melodie che sottolineano sia i momenti di commedia che quelli più toccanti.
Temi Capraeschi: Il film è un compendio dei temi cari a Capra: la celebrazione dell'uomo comune, la critica velata all'ipocrisia sociale, il potere della solidarietà e della comunità, e la fede nei miracoli, anche quelli apparentemente più piccoli o nati da una bugia. È un'ode all'altruismo e alla capacità umana di fare del bene, anche quando si è al margine della società.
Contesto della Grande Depressione: Ambientato durante la Grande Depressione, il film usa questo contesto non solo come sfondo, ma come un elemento che amplifica la disperazione di Apple Annie e la generosità (a volte ruvida) dei personaggi che la circondano. In un periodo di difficoltà economiche, un "miracolo" diventa ancora più significativo.
In sintesi, "Angeli con la Pistola" è un film che, pur con le sue imperfezioni, brilla per la sua umanità, il suo calore e il suo messaggio intramontabile. È un omaggio al potere della speranza e alla magia che può nascere quando le persone si uniscono per un bene comune, rendendolo un classico natalizio nel suo genere e un degno epilogo per la carriera di un maestro come Frank Capra.
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I motorizzati, è un film del 1962 diretto da Camillo Mastrocinque.
"I motorizzati" è un film del 1962 diretto da Camillo Mastrocinque, una commedia all'italiana che, pur non essendo tra le più celebrate, offre uno spaccato divertente e a tratti nostalgico della società italiana agli albori del boom economico. Con un tono leggero e scanzonato, il film esplora le manie, le ambizioni e le ingenuità di vari personaggi legati al mondo dei motori, in un'Italia che sta cambiando rapidamente. Il voto di 3.8/5 suggerisce un'accoglienza positiva, evidenziando il suo valore come tipico prodotto del genere commedia di quegli anni.
La Regia: Camillo Mastrocinque, Il Mestiere al Servizio della Commedia
Camillo Mastrocinque (1901-1969) è stato un regista prolifico e versatile del cinema italiano, attivo fin dagli anni '30. La sua carriera abbraccia diversi generi, ma è forse ricordato soprattutto per le sue commedie e i suoi film di genere (horror, avventura, thriller). Pur non essendo considerato un "autore" nel senso più stretto come un Fellini o un Antonioni, Mastrocinque era un abilissimo artigiano del cinema, un regista di mestiere capace di confezionare prodotti solidi, divertenti e ben ritmati, con un occhio attento alle dinamiche comiche e alle performance degli attori.
In "I motorizzati", la regia di Mastrocinque è funzionale alla commedia a episodi, un formato molto popolare in quegli anni in Italia. Il suo stile è diretto e senza fronzoli, focalizzato sull'efficacia delle gag e sulla caratterizzazione dei personaggi attraverso le loro azioni e i loro dialoghi. La macchina da presa è sempre al servizio della battuta o della situazione comica. Mastrocinque si dimostra abile nel gestire un cast corale e nel passare da un episodio all'altro mantenendo un filo conduttore tematico, quello appunto del "motorizzato" e delle sue implicazioni sociali e personali. Non ci sono particolari virtuosismi stilistici, ma una solida professionalità che garantisce il ritmo giusto e il divertimento del pubblico. La sua capacità di cogliere le piccole manie e le aspirazioni dell'italiano medio, in un'epoca di crescente benessere e motorizzazione, è uno dei punti di forza del film.
La Trama: Vizi e Virtù dell'Italia Motorizzata in Tre Episodi
"I motorizzati" è una commedia a episodi, un genere molto in voga nel cinema italiano degli anni '60, che permetteva di esplorare diverse situazioni e personaggi sotto un tema comune. In questo caso, il filo conduttore è l'automobile (o il motorino) e il suo impatto sulla vita degli italiani.
Il film si compone di tre episodi principali, ognuno con protagonisti e situazioni diverse, ma tutti incentrati sul rapporto uomo-motore:
L'episodio di Sophia Loren e Totò (con Nino Taranto): Questo episodio vede protagonista una coppia (interpretata da Sophia Loren e Totò) che decide di comprare un'auto nuova di zecca, simbolo di status e progresso. La scena comica si sviluppa attorno alla processione benedizione delle automobili, un evento folcloristico e religioso in cui le auto vengono benedette per scongiurare incidenti. L'ansia della coppia per la loro nuova auto, l'eccessiva prudenza e la loro interazione con il prete che benedice i veicoli, offrono momenti di grande ilarità. Totò, con la sua mimica inconfondibile, e Sophia Loren, con la sua spontanea bellezza e ironia, creano un duetto comico memorabile, che mette in luce la venerazione quasi superstiziosa degli italiani per il loro nuovo mezzo di trasporto. L'episodio è una satira gentile sulla mania per l'auto e sulla sua integrazione (a volte buffa) nella quotidianità e nella spiritualità popolare.
L'episodio di Walter Chiari e Franca Valeri: Questo segmento si concentra su un'aspirazione molto comune in quel periodo: il desiderio di avere l'auto a tutti i costi, anche senza saper guidare. Il personaggio di Walter Chiari interpreta un uomo che vuole impressionare la sua fidanzata (Franca Valeri) con l'acquisto di una lussuosa automobile sportiva, nonostante non abbia la patente. Le situazioni comiche nascono dalle sue tragicomiche difficoltà nel tentare di imparare a guidare senza farsi scoprire, e dalla goffaggine con cui cerca di mantenere la facciata di automobilista esperto. Franca Valeri, con il suo umorismo sottile e la sua capacità di incarnare personaggi di donne borghesi sofisticate e leggermente snob, aggiunge un tocco di classe alla commedia. L'episodio ironizza sull'ostentazione sociale e sulle bugie che si è disposti a raccontare per apparire all'altezza delle aspettative.
L'episodio di Vittorio Gassman e la sua auto sportiva: L'ultimo episodio vede Vittorio Gassman nel ruolo di un uomo d'affari o un seduttore che è ossessionato dalla sua costosa e potente auto sportiva. L'auto non è solo un mezzo di trasporto, ma un'estensione della sua personalità, un simbolo del suo successo e del suo potere di seduzione. Le situazioni comiche derivano dal suo attaccamento quasi maniacale al veicolo, dalla sua arroganza alla guida e dalle sue interazioni con gli altri personaggi (inclusi personaggi femminili con cui cerca di fare colpo). Gassman, con la sua maschera da "mattatore", si destreggia tra la spavalderia e momenti di inaspettata vulnerabilità legati alla sua macchina. L'episodio esplora l'ossessione per la velocità, la modernità e l'immagine che l'auto sportiva proiettava nell'immaginario collettivo dell'epoca.
Gli Attori: Un Gala di Stelle della Commedia Italiana
Il punto di forza de "I motorizzati" è senza dubbio il suo cast stellare, un vero e proprio "chi è chi" della commedia all'italiana di quegli anni.
Sophia Loren: Icona del cinema italiano e mondiale, qui offre una performance di grande naturalezza e comicità, mostrando un lato più leggero e ironico del suo talento. La sua capacità di interagire con la comicità di Totò è esemplare.
Totò: Il Principe della Risata, con la sua mimica inconfondibile e il suo genio comico, è il fulcro dell'episodio d'apertura. La sua presenza eleva il segmento a un livello di comicità pura e intramontabile.
Vittorio Gassman: Il "Mattatore", con la sua energia e la sua capacità di trasformarsi, domina il suo episodio con una performance brillante, che mescola arroganza e un certo patetismo. La sua versatilità comica è pienamente espressa.
Walter Chiari: Con il suo umorismo raffinato e la sua aria da bonaccione un po' sfortunato, Chiari crea un personaggio simpatico e goffo che si destreggia tra le sue bugie e i suoi desideri.
Franca Valeri: La "Signorina Snob", con il suo stile unico e la sua capacità di delineare personaggi femminili arguti e spesso un po' altezzosi, fornisce la controparte ideale a Walter Chiari, contribuendo a gag di sottile umorismo.
Nino Taranto: Affianca Totò nel primo episodio, aggiungendo un ulteriore tocco di comicità partenopea.
Mac Ronay, Alberto Bonucci, Annie Gorassini, Lia Zoppelli: Un nutrito cast di caratteristi e attori secondari che completano il quadro, contribuendo all'atmosfera variegata e vivace del film.
Altro: Contesto Sociale, Temi e Curiosità
Il Boom Economico: "I motorizzati" è un film figlio del suo tempo, il pieno boom economico italiano. L'automobile non era più solo un lusso, ma stava diventando un bene di consumo accessibile a un numero crescente di persone, simbolo di modernità, libertà e status sociale. Il film cattura perfettamente questa transizione.
La Commedia a Episodi: Questo formato era estremamente popolare in Italia negli anni '60, permettendo di riunire grandi star e di trattare diversi temi in un'unica pellicola, offrendo un'ampia varietà di situazioni comiche. Altri esempi celebri includono "I mostri" o "La parmigiana".
Satira Sociale Leggera: Il film non ha la cattiveria o la profondità di satira sociale di alcuni capolavori della commedia all'italiana (come i film di Monicelli o Risi), ma offre un'osservazione divertente e ironica delle manie e delle aspirazioni della classe media italiana in rapida evoluzione. Si ride delle goffaggini, dell'ostentazione e delle piccole ipocrisie.
Musica e Colonna Sonora: La colonna sonora, come tipico delle commedie dell'epoca, è leggera e allegra, con temi che accompagnano le diverse situazioni comiche e riflettono l'ottimismo generale del periodo.
Valore Storico: Al di là del suo valore comico, "I motorizzati" è anche un documento interessante per capire come l'Italia stesse percependo l'impatto della motorizzazione di massa sulla vita quotidiana, sul costume e sulle relazioni sociali. Le auto non erano solo mezzi di trasporto, ma veicoli di sogni, ambizioni e talvolta frustrazioni.
"3.8/5": Questo punteggio, sebbene non altissimo, indica una valutazione positiva, suggerendo che il film è ben accolto dal pubblico per il suo intrattenimento leggero e le brillanti performance degli attori.
In sintesi, "I motorizzati" è una commedia piacevole e ben realizzata, un divertente affresco dell'Italia del boom economico, vista attraverso la lente ironica del suo rapporto con le quattro (o due) ruote. Non sarà il capolavoro più celebre di quegli anni, ma offre un cast strepitoso e una serie di gag che resistono al tempo, rendendolo un'operetta godibile per chiunque voglia fare un tuffo nella commedia all'italiana più classica e spensierata.
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Mr. Nobody Against Putin è un documentario del 2025 diretto da David Borenstein.
Regia: David Borenstein e Pavel Ilyich Talankin
Paese, Anno: Danimarca, Repubblica Ceca, 2025
Durata: 90 minuti
Lingue: Audio originale (VO) con sottotitoli in italiano e inglese.
Piattaforma: Disponibile su MYmovies ONE.
Trama
"Mr. Nobody Against Putin" racconta la potente e coraggiosa storia di Pavel "Pasha" Talankin, un insegnante di scuola primaria in una piccola città russa. Conosciuto per la sua empatia e il suo approccio innovativo all'insegnamento, Pasha crea un ambiente sicuro e stimolante per i suoi studenti, lontano dalla rigidità di molti suoi colleghi.
Tuttavia, con l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, il sistema scolastico russo subisce una trasformazione radicale. Le scuole primarie vengono convertite in "zone di reclutamento", dove l'ideologia di stato e la militarizzazione diventano parte integrante del curriculum. Il pensiero critico e indipendente viene soppresso, e i bambini vengono indottrinati e reclutati per la guerra.
Incapace di accettare di lavorare in un sistema di propaganda, Pasha decide di agire clandestinamente nel suo stesso posto di lavoro. Utilizzando la sua posizione di videomaker della scuola, documenta segretamente come la propaganda e la guerra stiano influenzando la vita scolastica. I suoi filmati offrono una visione cruda e impietosa della politica educativa patriottica imposta dallo stato.
Man mano che il suo lavoro di denuncia procede, Pasha si rende conto di essere in pericolo. Con altri attivisti incarcerati e la sua opposizione al regime che inizia a essere scoperta, la sua sicurezza in Russia è minacciata, portandolo a pianificare una pericolosa fuga dal paese. Il documentario è un'indagine audace e brillante sulla libertà e la democrazia, filmata in segreto nell'arco di due anni.
Regia e Contesto
Il documentario è una co-produzione tra Danimarca e Repubblica Ceca, e vede la collaborazione di David Borenstein e Pavel Talankin alla regia. David Borenstein è un regista noto per i suoi documentari che esplorano dinamiche sociali e politiche complesse, spesso concentrandosi su temi di libertà di espressione e resistenza.
"Mr. Nobody Against Putin" è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2025, dove ha ricevuto il World Cinema Documentary Special Jury Award, e ha suscitato notevole interesse e apprezzamento da parte della critica internazionale. È stato inoltre proiettato in festival come CPH:DOX e Biografilm Festival 2025.
Il documentario è stato lodato per il suo coraggio e la sua capacità di mostrare l'impatto della propaganda di regime sulla vita quotidiana delle persone, in particolare sui bambini. Le recensioni sottolineano l'importanza di questa opera come testimonianza di resistenza in un sistema che punisce il dissenso.
La scelta del titolo "Mr. Nobody" è significativa, suggerendo che la storia si concentra su un individuo apparentemente comune che trova la forza e il coraggio di sfidare un potere imponente, diventando un informatore internazionale e un simbolo di resistenza silenziosa.
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Simone Veil - La donna del secolo (Simone, le voyage du siècle) è un film del 2022 diretto da Olivier Dahan.
Simone Veil - La donna del secolo (Simone, le voyage du siècle)
"Simone Veil - La donna del secolo" è un film biografico francese del 2022 che si immerge nella vita straordinaria di Simone Veil (1927-2017), una delle figure più influenti e rispettate della storia francese e europea del XX secolo. Il film, diretto da Olivier Dahan, è un viaggio emotivo e storico che esplora le sfide, le tragedie e i trionfi di una donna che ha lasciato un'impronta indelebile nella lotta per i diritti umani e l'uguaglianza.
Trama: Un Mosaico di Vita e Resilienza
La trama del film non segue un andamento lineare, ma è piuttosto un intreccio complesso di epoche e ricordi che si sovrappongono per costruire un ritratto completo di Simone Veil. La narrazione salta continuamente tra il passato e il presente, permettendo allo spettatore di comprendere come le esperienze formative di Veil abbiano plasmato il suo impegno politico e sociale.
Il fulcro emotivo della pellicola risiede nella narriera di Simone Veil come sopravvissuta all'Olocausto. Il film non risparmia al pubblico la brutalità della sua deportazione ad Auschwitz-Birkenau insieme alla sua famiglia. Queste scene, sebbene dolorose, sono essenziali per comprendere la sua incrollabile resilienza e la sua determinazione a combattere l'ingiustizia e l'odio in ogni forma. La perdita della madre, del padre e del fratello nei campi di sterminio ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando la sua "resistenza" non solo come atto di sopravvivenza fisica, ma come filosofia di vita contro il male.
Parallelamente alle sue esperienze di guerra, il film illumina la sua ascesa politica e il suo impegno in Francia. Viene mostrato il suo lavoro come magistrato e la sua graduale affermazione nel panorama politico francese, culminata nella sua nomina a Ministro della Sanità nel 1974. Il momento più significativo e drammatico della sua carriera politica, e uno dei punti salienti del film, è la battaglia per la depenalizzazione dell'aborto in Francia. Il film ritrae con forza le difficoltà e le ostilità che Simone Veil dovette affrontare in Parlamento, subendo attacchi personali e insulti sessisti. Nonostante l'opposizione feroce, la sua determinazione, la sua lucidità e la sua integrità morale le permisero di portare avanti la legge, che divenne nota come "Legge Veil" e rappresenta una pietra miliare per i diritti delle donne in Francia.
Oltre alle sue battaglie nazionali, il film esplora anche il suo ruolo cruciale a livello europeo. Simone Veil fu la prima presidente eletta del Parlamento europeo nel 1979, un altro momento storico che testimonia il suo impegno per la costruzione di un'Europa unita e pacifica, basata sui valori democratici e sui diritti umani. Il film intreccia anche momenti della sua vita privata, mostrando il suo rapporto con il marito Antoine Veil, una figura di grande sostegno e comprensione, e i suoi figli, fornendo uno sguardo più intimo sulla donna dietro la figura pubblica.
La trama è un inno alla dignità umana e all'importanza di non dimenticare le atrocità del passato per costruire un futuro migliore. È un viaggio attraverso la memoria, la sofferenza, la speranza e la lotta per la giustizia, che culmina nel riconoscimento di Simone Veil come una delle figure più nobili e coraggiose della storia contemporanea.
Regia: Il Pennello di Olivier Dahan
Olivier Dahan, già acclamato per il suo biopic "La Vie en Rose" (2007) su Edith Piaf, dimostra ancora una volta la sua maestria nel raccontare vite straordinarie. La sua regia in "Simone Veil - La donna del secolo" è audace e non convenzionale, scegliendo una struttura narrativa non lineare. Questo approccio, che alterna continuamente flashback e flashforward, può inizialmente disorientare, ma è una scelta stilistica deliberata che mira a creare una tessitura complessa e stratificata della vita di Veil.
Dahan utilizza questa frammentazione temporale per stabilire "rime emotive" e collegamenti inaspettati tra le diverse fasi della vita di Simone. Una sofferenza infantile può rispecchiarsi in una battaglia politica decenni dopo, evidenziando la coerenza profonda del suo percorso. La fotografia è curata nei minimi dettagli, con un uso suggestivo della luce e dell'ombra per evocare atmosfere diverse e per enfatizzare il dramma delle scene. Le sequenze ambientate ad Auschwitz sono girate con una sobrietà rispettosa ma implacabile, mentre le scene politiche sono dinamiche e cariche di tensione.
Il ritmo del film è incalzante, nonostante la complessità della trama. Dahan riesce a mantenere viva l'attenzione dello spettatore attraverso un montaggio intelligente e una colonna sonora evocativa che amplifica l'impatto emotivo delle scene. Il suo stile è quello di un narratore che non si limita a raccontare una storia, ma cerca di far immergere lo spettatore nell'esperienza emotiva del personaggio, rendendo la sua resilienza palpabile.
Attori: Due Volti per un'Icona
Il successo di un biopic dipende in gran parte dalla capacità degli attori di incarnare il personaggio, e in questo film il cast è eccezionale.
Elsa Zylberstein interpreta Simone Veil nella maturità e negli anni più avanzati. La sua performance è stata ampiamente elogiata per la sua intensità e la sua capacità di catturare la dignità, la forza e la vulnerabilità di Veil. Zylberstein ha affrontato un'imponente trasformazione fisica per il ruolo, utilizzando un trucco prostetico per invecchiare e assomigliare il più possibile a Simone Veil nelle diverse età. Sebbene questo aspetto abbia generato qualche discussione critica (alcuni lo hanno trovato un po' pesante), la sua interpretazione emotiva e la sua presenza scenica sono indiscutibili. È riuscita a trasmettere la risolutezza di Veil nel dibattito politico e la sua profonda sofferenza interiore.
Rebecca Marder presta il volto a Simone Veil nella giovinezza. La sua interpretazione è altrettanto potente, specialmente nelle scene ambientate ad Auschwitz. Marder riesce a rendere con efficacia la paura, la disperazione e la forza d'animo della giovane Simone, che affronta l'orrore dei campi di concentramento. La sua performance giovanile getta le basi per la donna che Veil sarebbe diventata, mostrando il germe della sua resilienza.
Il cast di supporto è anch'esso di alto livello:
Élodie Bouchez è Yvonne Jacob, la madre di Simone Veil, una figura centrale nella sua infanzia e nella sua formazione.
Judith Chemla interpreta Milou, la sorella di Simone, con cui ha condiviso la prigionia ad Auschwitz.
Olivier Gourmet e Mathieu Spinosi interpretano il marito di Simone, Antoine Veil, in diverse fasi della sua vita, mostrando il suo ruolo di pilastro nella vita di Simone.
Altro: Impatto e Riconoscimenti
"Simone Veil - La donna del secolo" è stato un enorme successo di pubblico in Francia, diventando il film francese più visto del 2022 con oltre 2 milioni di spettatori. Questo dimostra il profondo rispetto e l'affetto che il pubblico francese nutre per la figura di Simone Veil. La sua uscita in Italia il 27 gennaio 2025, in occasione della Giornata della Memoria, è stata un gesto significativo, sottolineando il legame indissolubile tra la sua storia personale e la memoria collettiva dell'Olocausto.
Il film è stato accolto con recensioni generalmente positive dalla critica. È stato elogiato per la sua ambizione nel raccontare una vita così ricca e complessa, per la qualità delle performance attoriali e per la sua capacità di far riflettere su temi universali come la dignità umana, la giustizia e la memoria. Alcune critiche hanno riguardato la frammentazione narrativa, che per alcuni spettatori potrebbe risultare impegnativa, o l'eccessivo utilizzo del trucco prostetico. Tuttavia, il consenso generale è che il film sia un tributo commovente e potente a una delle donne più importanti del Novecento, un'opera che invita a riflettere sulla sua eredità e sull'importanza di combattere per i propri valori, anche di fronte alle avversità più estreme. Il film non è solo un biopic, ma un'opera che celebra la forza dello spirito umano e l'importanza di non dimenticare mai le lezioni del passato.
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Taxi Monamour un film del 2024 regia di Ciro De Caro
"Taxi Monamour" è un film drammatico italiano del 2024 diretto da Ciro De Caro, con Rosa Palasciano e Yeva Sai come protagoniste. Il film è disponibile in streaming su MUBI.
Trama
"Taxi Monamour" è un'esplorazione intima e toccante dell'incontro tra due solitudini femminili nella Roma contemporanea. Le protagoniste sono Anna (interpretata da Rosa Palasciano) e Cristi (interpretata da Yeva Sai), due giovani donne che, pur provenienti da contesti diversi, condividono un profondo senso di precarietà e alienazione.
Anna è una donna in conflitto con se stessa e la sua famiglia, costretta ad affrontare in solitudine una malattia che la rende fragile. Le viene consigliato di seguire il suo compagno in un viaggio di lavoro, un'opzione che potrebbe rappresentare una fuga o una nuova sfida.
Cristi, invece, è una giovane ucraina fuggita da un paese in guerra, costretta a vivere lontano dalla sua casa e a cercare di ricostruirsi una vita in Italia. Nonostante le raccomandazioni di rimanere al sicuro in Italia, Cristi desidera tornare a Kiev, nonostante la minaccia delle bombe.
L'incontro tra Anna e Cristi, che avviene in una Roma notturna, "opaca e afosa", è casuale ma significativo. Le due donne, all'apparenza diverse, scoprono di assomigliarsi profondamente nelle loro fragilità e incertezze sul futuro. Questo breve ma intenso incontro si trasforma in un "tuffo nella libertà", un momento di gioia e connessione che le aiuta ad affrontare le loro angosce quotidiane. Il film narra il processo di scoperta reciproca e il modo in cui questa inaspettata amicizia le aiuta a restare in piedi in mezzo a una "tempesta che non accenna a placarsi".
Regia di Ciro De Caro
Ciro De Caro, al suo quarto lungometraggio, prosegue con "Taxi Monamour" il suo percorso cinematografico incentrato sulla rappresentazione dell'umanità e della quotidianità. La sua regia è caratterizzata da uno stile intimo, realistico e non giudicante, che si pone come un "testimone silenzioso" delle vicende dei suoi personaggi. De Caro è noto per la sua capacità di esplorare con sensibilità le relazioni umane e le fragilità interiori.
Il regista ha dichiarato di aver cercato di catturare qualcosa di intimo e reale in un modo crudo e personale, senza orpelli o giri a vuoto. Le sue scelte stilistiche riflettono una ricerca di "verità e sostanza", spesso attraverso l'uso di attori non professionisti o di attori professionisti come Rosa Palasciano, che sono in grado di portare sullo schermo una spontaneità e autenticità notevoli. Le riprese tendono a essere discrete, con la macchina da presa che osserva le emozioni e le reazioni dei personaggi senza invadenza.
"Taxi Monamour" è stato presentato in concorso alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2024, ricevendo un'accoglienza positiva per la sua capacità di toccare temi universali come la solitudine, la ricerca di identità, la malattia e le conseguenze della guerra, attraverso le vicende personali delle due protagoniste. La pellicola è stata definita un cinema "libero e indipendente, aperto all'improvvisazione e alle derive di spostamenti continui".
Attori Principali
Il film si affida alle performance di due attrici principali:
Rosa Palasciano (Anna): Co-sceneggiatrice del film, Rosa Palasciano è un volto noto del cinema indipendente italiano, già protagonista del precedente film di De Caro, "Giulia". La sua interpretazione di Anna è stata elogiata per la sua autenticità, spontaneità ed empatia, capace di esprimere le "tenere nevrosi" e le "dolci cocciutaggini" del personaggio. La sua presenza scenica è considerata fondamentale per la "luminosità" emotiva del film.
Yeva Sai (Cristi): Interpreta Cristi, la giovane donna ucraina che cerca di trovare un suo posto in Italia pur essendo divisa dal desiderio di tornare a casa. La sua performance contribuisce a dare profondità al tema della solitudine e della ricerca di libertà.
Il cast include anche:
Valerio Di Benedetto (Angelo)
Ivan Castiglione (Leo)
Matteo Quinzi (Antonio)
Taras Synyshyn
Halyna Havryliv
Laurentina Guidotti (Anita)
Il film è prodotto da Kimerafilm, MFF, Adler Entertainment e Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura. "Taxi Monamour" è uscito nelle sale italiane il 4 settembre 2024 prima di essere reso disponibile in streaming su MUBI.
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Ladri di biciclette è un film del 1948 diretto, prodotto e co-scritto da Vittorio De Sica.
"Ladri di biciclette" (1948) di Vittorio De Sica è un pilastro del Neorealismo italiano, un film che non solo ha segnato la storia del cinema, ma ha anche offerto uno sguardo crudo e commovente sull'Italia del dopoguerra. La sua semplicità apparente cela una profondità tematica e una maestria registica che lo rendono un'opera intramontabile.
Trama
La storia si svolge a Roma, in un'Italia ancora martoriata dalla guerra e dalla povertà. Antonio Ricci (interpretato da Lamberto Maggiorani), un uomo onesto e padre di famiglia, è disoccupato da due anni. La sua famiglia, composta dalla moglie Maria (Lianella Carell) e dal figlioletto Bruno (Enzo Staiola), vive in condizioni di estrema indigenza, in un piccolo appartamento in borgata.
Finalmente, Antonio trova un lavoro come attacchino municipale, un'opportunità agognata che promette una parvenza di stabilità. L'unico requisito indispensabile per svolgere la mansione è possedere una bicicletta, mezzo fondamentale per spostarsi e affiggere i manifesti. La famiglia Ricci, pur di permettere ad Antonio di accettare il lavoro, compie un sacrificio enorme: Maria impegna le lenzuola del corredo nuziale al Monte di Pietà per riscattare la bicicletta di Antonio.
Il primo giorno di lavoro di Antonio inizia con una flebile speranza. Mentre sta affiggendo un manifesto del film "Gilda" in una strada affollata, la sua bicicletta gli viene rubata. Antonio tenta di rincorrere il ladro, ma invano. La bicicletta, simbolo di dignità e sopravvivenza, è svanita, e con essa la possibilità di mantenere il nuovo impiego.
Disperato e senza alcuna speranza di aiuto dalle autorità, Antonio decide di intraprendere una ricerca personale, accompagnato dal fedele figlioletto Bruno. Padre e figlio vagano per le strade di Roma, da Porta Portese (dove si tiene il mercato delle pulci, potenziale luogo di vendita per oggetti rubati) ai quartieri periferici, interrogando chiunque possa aver visto qualcosa. La loro odissea li porta a confrontarsi con una realtà spietata, fatta di indifferenza, piccole truffe e una burocrazia impersonale.
In un momento di parziale illusione, Antonio e Bruno avvistano un giovane che sembra essere il ladro. Lo seguono in un bordello, poi in una chiesa dove il ragazzo, colto da un malore, viene assistito da un gruppo di anziane donne. Antonio lo accusa, ma il giovane si difende con veemenza, supportato dalla sua famiglia e dai vicini, che negano ogni responsabilità e minacciano Antonio. Senza prove concrete e di fronte a una folla ostile, Antonio è costretto a rinunciare e ad allontanarsi con Bruno.
La disperazione raggiunge il culmine. Antonio, sconfitto e umiliato, si ritrova in una condizione ancora peggiore di prima. Vedendo le biciclette parcheggiate fuori da uno stadio di calcio, in un gesto di profonda e autodistruttiva disperazione, decide di rubarne una a sua volta. È un tentativo goffo e maldestro: Antonio non è un ladro, e viene subito scoperto e accerchiato dalla folla inferocita. Solo l'intervento del piccolo Bruno, che piange disperato, riesce a commuovere la gente e a evitare che Antonio venga consegnato alla polizia.
Nel finale, Antonio e Bruno si allontanano mestamente, confusi nella folla anonima di Roma. Le lacrime silenziose di Antonio, il cui volto è ora segnato dalla vergogna e dalla sconfitta, e la mano che Bruno gli stringe, esprimono tutta la tragica e amara realtà di un uomo onesto spinto alla disperazione e alla criminalità dalla durezza della vita. La bicicletta non è stata recuperata, il lavoro è perso, e la speranza è infranta.
Regia e Contesto Neorealista
Vittorio De Sica, con la collaborazione in fase di sceneggiatura di Cesare Zavattini (il vero ideatore della storia, basata su un romanzo di Luigi Bartolini), realizza un capolavoro del Neorealismo. Questo movimento cinematografico, nato in Italia nel dopoguerra, si caratterizza per una serie di elementi distintivi, tutti presenti in "Ladri di biciclette":
Attori non professionisti: De Sica scelse Lamberto Maggiorani, un operaio disoccupato, per il ruolo di Antonio, e Enzo Staiola, un bambino trovato per strada, per il ruolo di Bruno. Questa scelta conferiva ai personaggi un'autenticità e una spontaneità che attori professionisti avrebbero faticato a eguagliare. Le loro performance sono straordinariamente genuine, capaci di esprimere con forza la miseria e la disperazione senza cadere nel melodramma.
Riprese in esterni: Il film è girato interamente per le strade di Roma, documentando la vita quotidiana della città nel dopoguerra. Non ci sono scenografie elaborate o studi di posa; le vie, i mercati, i palazzi fatiscenti, le borgate popolari diventano essi stessi personaggi del film, testimoni muti della tragedia. Questo conferisce al film un realismo documentaristico, quasi un "film-verità".
Storie di gente comune: Il Neorealismo abbandona le trame eroiche o romanzesche per concentrarsi sulle vicende di persone semplici, alle prese con problemi quotidiani e la lotta per la sopravvivenza. Antonio è l'emblema dell'uomo comune, schiacciato da un sistema ingiusto e indifferente.
Focus sulla realtà sociale: Il film è una potente denuncia della miseria, della disoccupazione e dell'alienazione sociale che affliggevano l'Italia post-bellica. La bicicletta, più che un oggetto, diventa un simbolo della dignità, della speranza e della capacità di una famiglia di sopravvivere. Il suo furto non è solo un atto criminale, ma un atto che distrugge la possibilità di una vita decente.
Assenza di giudizio morale esplicito: De Sica non giudica Antonio quando quest'ultimo tenta di rubare una bicicletta. Al contrario, mostra la sua disperazione e la sua umanità, suggerendo che le circostanze estreme possono spingere anche l'uomo più onesto a compiere azioni disperate. Il film non offre soluzioni facili o messaggi consolatori; si limita a mostrare la realtà, lasciando allo spettatore la riflessione.
La regia di De Sica è sobria ed essenziale, priva di virtuosismi stilistici, ma incredibilmente efficace. Le inquadrature spesso seguono i personaggi da vicino, catturandone le espressioni e le reazioni, ma senza forzare l'emozione. La macchina da presa è un osservatore attento e partecipante, che si immerge nella vita dei protagonisti senza mai essere invadente. L'uso della luce naturale e l'assenza di musica diegetica contribuiscono a creare un'atmosfera di crudo realismo.
Attori e Personaggi
Il successo e l'impatto emotivo di "Ladri di biciclette" sono indissolubilmente legati alle straordinarie interpretazioni dei suoi attori non professionisti:
Lamberto Maggiorani (Antonio Ricci): Il volto di Maggiorani è un'espressione perfetta della sofferenza muta e della dignità ferita. Il suo Antonio è un uomo semplice, onesto, che si aggrappa alla speranza di un lavoro per sfamare la sua famiglia. La sua disperazione cresce in modo palpabile, culminando nel gesto disperato di rubare. La sua performance è commovente per la sua autenticità e per l'assenza di qualsiasi artificio attoriale.
Enzo Staiola (Bruno Ricci): Il piccolo Bruno è il cuore emotivo del film. I suoi grandi occhi osservano il mondo con una curiosità innocente ma anche con una precoce consapevolezza della durezza della vita. La sua presenza è costante al fianco del padre, un sostegno silenzioso e commovente. La scena in cui Bruno assiste al fallito tentativo di furto del padre e gli prende la mano nel finale è uno dei momenti più iconici e toccanti della storia del cinema. Staiola riesce a comunicare una gamma di emozioni che va dalla tenerezza infantile alla tristezza, senza mai sembrare forzato.
Lianella Carell (Maria Ricci): Sebbene il suo ruolo sia più contenuto rispetto a quello di Antonio e Bruno, Maria è la roccia della famiglia, la donna che compie l'estremo sacrificio delle lenzuola e che infonde speranza al marito. La sua determinazione e il suo amore sono un punto di riferimento in un mondo instabile.
Altri attori, anch'essi perlopiù non professionisti, contribuiscono a popolare l'affresco di una Roma post-bellica: dal ladro (Vittorio Antonucci) al "santone" (Ida Bracci Dorati) che Antonio consulta nella speranza di un aiuto sovrannaturale, fino ai passanti e alla folla che assiste agli eventi. Tutti questi personaggi, anche se secondari, sono essenziali per costruire l'immagine di una società complessa e a tratti spietata.
"Ladri di biciclette" va oltre la semplice trama per esplorare temi universali:
La dignità umana e la lotta per la sopravvivenza: Il film evidenzia come la povertà estrema possa intaccare la dignità di un uomo onesto, spingendolo ai limiti della legalità e della morale. La bicicletta diventa il simbolo concreto di questa dignità.
Il rapporto padre-figlio: Il legame tra Antonio e Bruno è il cuore pulsante del film. È un rapporto fatto di silenzi, sguardi e gesti di affetto che trascendono la miseria. Bruno è l'unico che comprende la disperazione del padre e che lo difende, offrendo una scintilla di umanità in un finale amaro.
L'ingiustizia sociale e l'indifferenza delle istituzioni: Il film critica implicitamente una società incapace di offrire protezione e giustizia ai più deboli. La polizia è inefficace, la burocrazia è sorda, e la comunità è spesso indifferente o ostile.
La circolarità della povertà e della disperazione: Il finale, con Antonio che si ritrova nella stessa condizione di disoccupato e senza bicicletta, ma con l'aggiunta della vergogna e della disillusione, sottolinea la natura ciclica della povertà e la difficoltà di spezzare il circolo vizioso della miseria. Il gesto di Antonio di rubare una bicicletta, seppur condannabile, è comprensibile nella sua disperazione e mostra come la vittima possa diventare, a sua volta, carnefice.
"Ladri di biciclette" ha avuto un impatto enorme sulla critica e sul pubblico internazionale. Inizialmente, in Italia, la reazione non fu unanimemente positiva, con alcuni spettatori che chiedevano il rimborso del biglietto, forse perché il film non offriva una visione edulcorata o eroica dell'Italia. Tuttavia, all'estero, il film fu accolto con grande entusiasmo e acclamato come un capolavoro. Vinse un Oscar onorario nel 1949 (all'epoca non esisteva ancora la categoria per il miglior film straniero) e numerosi altri premi in festival internazionali (Locarno, New York Film Critics Circle Awards, BAFTA).
È regolarmente citato nelle liste dei migliori film di tutti i tempi e ha influenzato generazioni di registi in tutto il mondo, diventando un punto di riferimento per il cinema sociale e per la rappresentazione autentica della condizione umana. La sua capacità di raccontare una storia semplice ma profondamente universale, con un realismo toccante e una sensibilità straordinaria, assicura a "Ladri di biciclette" un posto eterno nella storia del cinema.
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Deep Cover è un film del 2025 diretto da Tom Kingsley
"Deep Cover" è una commedia d'azione che promette di mescolare risate e suspense in egual misura, con una premessa piuttosto originale. La storia segue Kat (interpretata da Bryce Dallas Howard), un'insegnante di improvvisazione teatrale che sta mettendo in discussione la sua grande occasione nella vita. Sembra aver perso la sua possibilità di successo, finché un sergente di polizia burbero (Sean Bean) le offre il ruolo della vita: infiltrarsi nel sottobosco criminale di Londra.
Per questa operazione sotto copertura, Kat recluta due dei suoi studenti di improvvisazione, Marlon (Orlando Bloom) e Hugh (Nick Mohammed). Il trio, armato delle loro abilità di "sì, e...", viene incaricato di fingersi pericolosi criminali per sventare le operazioni di un trafficante di droga convinto che siano assassini spietati. L'idea è che la loro naturale propensione a "dire sempre di sì, senza mai uscire dal ruolo" li aiuti a mantenere la copertura.
Tuttavia, le cose prendono una piega inaspettatamente caotica quando uno di loro decide di deviare dal copione. Si ritrovano rapidamente invischiati in una crescente guerra tra gang londinesi, dove le loro tecniche di improvvisazione finiscono per causare più danni che benefici. Mentre lottano per mantenere la loro copertura di criminali incalliti, le loro vite reali iniziano pericolosamente a fondersi con le loro persone nell'underworld. Il team improbabile è costretto ad affrontare le proprie vite individuali in un modo completamente nuovo, chiedendosi cosa succederà dopo... se riusciranno a uscirne vivi. Il film promette un mix di satira, suspense e momenti esilaranti di puro caos.
La regia di Tom Kingsley in "Deep Cover" è un aspetto particolarmente interessante del film. Kingsley è noto principalmente per il suo lavoro nella commedia televisiva britannica, avendo diretto serie di successo e acclamate come "Stath Lets Flats" (vincitrice di un BAFTA) e "Ghosts". Questa sua esperienza nel campo della commedia si traduce in un approccio unico al genere action-comedy.
In un'intervista, Kingsley ha rivelato di aver cercato di emulare lo stile di Tony Scott in "Deep Cover", il che suggerisce un'estetica visiva dinamica e ricca di azione, pur mantenendo il suo distintivo senso dell'umorismo. Il suo obiettivo era combinare sequenze d'azione ben orchestrate con un tono comico che nasce dalla tensione di personaggi incompetenti che si trovano in situazioni realmente pericolose.
Un elemento sorprendente della sua direzione è stato l'improvvisazione della colonna sonora: il compositore Daniel Pemberton ha assemblato un team di musicisti che hanno improvvisato la maggior parte dello score in due sessioni. Per quanto riguarda l'ambientazione, Kingsley ha insistito per rappresentare una Londra autentica e reale, non una versione stilizzata o da cartolina. Questo per mantenere la credibilità delle situazioni, nonostante la loro assurdità. Ha collaborato strettamente con il suo Direttore della Fotografia per pianificare attentamente tutte le sequenze d'azione. "Deep Cover" dimostra la capacità di Kingsley di orchestrare una produzione più "slick" e orientata all'azione, pur infondendo il suo caratteristico umorismo e il focus sui personaggi.
Il cast di "Deep Cover" è ricco di talenti britannici e internazionali, contribuendo al fascino del film:
Bryce Dallas Howard interpreta Kat, l'insegnante di improvvisazione che si ritrova in una missione sotto copertura. La Howard è nota per ruoli in franchise come "Jurassic World" e per le sue doti drammatiche e comiche.
Orlando Bloom è Marlon, uno degli studenti di improvvisazione di Kat. Bloom, celebre per "Il Signore degli Anelli" e "Pirati dei Caraibi", qui si cimenta in un ruolo che gli permette di esplorare il suo lato più comico. Le recensioni suggeriscono che la sua performance è sorprendentemente divertente.
Nick Mohammed veste i panni di Hugh, l'altro studente coinvolto nell'operazione. Mohammed è un comico e attore britannico acclamato, noto per "Ted Lasso" e per la sua brillantezza nell'improvvisazione.
Sean Bean interpreta il burbero sergente di polizia. Bean, famoso per i suoi ruoli drammatici in "Il Signore degli Anelli" e "Game of Thrones", porta la sua gravitas al film, anche se alcune recensioni hanno notato che il suo accento forte a volte rende i dialoghi difficili da capire.
Ian McShane è presente nel cast, un attore veterano noto per "Deadwood" e "John Wick".
Paddy Considine, un altro attore britannico di grande talento, conosciuto per "House of the Dragon" e "Dead Man's Shoes".
Sonoya Mizuno, vista in "Ex Machina" e "La La Land".
Completano il cast Omid Djalili e Ben Ashenden.
Le recensioni hanno elogiato la chimica tra Bryce Dallas Howard e i suoi co-protagonisti, sottolineando come l'interazione tra i personaggi sia un punto di forza del film."Deep Cover" è stato prodotto da Colin Trevorrow (regista di "Jurassic World") attraverso la sua Metronome Film Co., insieme a Walter Parkes e Laurie MacDonald (noti per "Men in Black" e "Galaxy Quest"). Questo mix di talenti produttivi e registici suggerisce un film con ambizioni sia commerciali che artistiche.
Il film è stato distribuito da Prime Video a partire dal 12 giugno 2025. Essendo un film d'azione-commedia britannico, è una delle aggiunte recenti al catalogo di Prime Video che cerca di offrire intrattenimento leggero e coinvolgente.
La sceneggiatura è stata scritta da Derek Connolly, Colin Trevorrow, Ben Ashenden e Alexander Owen. Questo team di scrittori promette un mix di esperienza nel genere d'azione e nella commedia.
Le prime recensioni hanno evidenziato come il film, nonostante la sua natura "silly" e le sue gag, riesca a essere un'avventura divertente e con un cuore, esplorando temi come lo sviluppo di amicizie adulte in fasi della vita in cui si potrebbe pensare che tali opportunità siano svanite.
Sebbene sia un film destinato allo streaming, alcuni critici hanno suggerito che "Deep Cover" si presterebbe bene a essere visto con un pubblico in sala, data la sua natura di commedia vivace e caotica.
Tom Kingsley ha già diretto episodi di serie TV molto apprezzate come "Doctor Who" (l'episodio "Wild Blue Yonder" per il 60° anniversario), dimostrando la sua versatilità oltre il genere della commedia pura. Questo background lo rende un regista interessante per un film che fonde azione e risate.
In sintesi, "Deep Cover" si preannuncia come una commedia d'azione energica e spassosa, che sfrutta al meglio un cast talentuoso e una premessa intrigante, il tutto sotto la guida di un regista con un occhio affinato per l'umorismo e il ritmo.
prime
Il tesoro dell'Africa (Beat the Devil) è un film del 1953 diretto da John Huston
La storia ruota attorno a un gruppo eterogeneo di individui sfortunati e ambiziosi bloccati in un piccolo porto italiano, in attesa di imbarcarsi per l'Africa, dove sperano di accaparrarsi dei giacimenti di uranio. Al centro della vicenda c'è Billy Dannreuther (Humphrey Bogart), un americano sposato con l'affascinante e sensuale Maria (Gina Lollobrigida). Billy è un uomo affascinante ma disilluso, coinvolto senza troppo entusiasmo nelle losche attività di un gruppo di criminali internazionali: Petersen (Robert Morley), Major Ross (Ivor Barnard), O'Hara (Peter Lorre) e Ahmed (Bernard Lee). Questi personaggi sono un campionario di eccentricità e inettitudine, il che li rende più ridicoli che minacciosi.
L'attesa per la nave che li porterà in Africa è interrotta dall'arrivo di una stravagante coppia britannica: Harry Chelm (Edward Underdown) e sua moglie, la volitiva e fantasiosa Gwendolen (Jennifer Jones). Gwendolen è una donna con una mente fertile e una propensione a romanzare la realtà, che finisce per intrecciare le sue fantasie con la vita di Billy, complicando ulteriormente la situazione. Si sviluppa una relazione ambigua tra Gwendolen e Billy, alimentata da incomprensioni e giochi di seduzione intellettuale.
La trama si snoda attraverso una serie di disavventure, tradimenti mancati, inseguimenti goffi e malintesi. La nave su cui dovrebbero viaggiare subisce un'avaria, i protagonisti si ritrovano bloccati, vengono arrestati e poi rilasciati, e la loro missione di accaparrarsi l'uranio si rivela un susseguirsi di goffaggini. Man mano che la storia procede, diventa chiaro che nessuno dei personaggi è particolarmente competente o minaccioso come vorrebbe apparire. Il "tesoro dell'Africa" è quasi un pretesto narrativo, un MacGuffin che serve a riunire questi personaggi eccentrici e a far emergere le loro buffe interazioni.
Il film è meno interessato a una progressione drammatica lineare e più a esplorare le dinamiche tra i personaggi, i loro dialoghi spiritosi e le loro manie. Il finale è volutamente anti-climatico, con un'ulteriore beffa del destino che sottolinea la futilità di tutte le loro macchinazioni. È un film che si crogiola nell'assurdità della condizione umana, dove i cattivi sono patetici e gli eroi sono involontari.
La regia di John Huston in "Il tesoro dell'Africa" è un elemento cruciale che ne definisce l'unicità. Huston, un maestro nella direzione di film d'avventura e noir, qui sovverte le aspettative del pubblico. Inizialmente, il film era stato concepito come un thriller drammatico sulla scia di "Il mistero del falco" o "Il tesoro della Sierra Madre" (due dei suoi grandi successi con Bogart). Tuttavia, durante la produzione, Huston e Truman Capote (che riscrisse gran parte della sceneggiatura sul set) decisero di trasformarlo in una parodia sofisticata e una commedia nera.
Huston gestisce un tono molto particolare: è un film che si prende gioco del genere avventuroso stesso. La sua direzione è misurata, permettendo ai dialoghi brillanti e alle performance degli attori di brillare. Nonostante le situazioni assurde, Huston mantiene una certa compostezza visiva, il che rende l'umorismo ancora più efficace. Non c'è la frenesia tipica delle commedie slapstick; l'umorismo deriva dalle personalità e dalle interazioni dei personaggi.
Il regista sfrutta splendidamente gli scenari italiani (il film fu girato ad Amalfi e a Ravello), sebbene la loro bellezza sia spesso in contrasto con le azioni goffe dei personaggi. C'è un senso di fatalismo giocoso che permea il film, una caratteristica che Huston aveva già esplorato in altre sue opere, ma qui è amplificata dall'elemento comico. La sua capacità di estrarre performance memorabili da un cast così vario è evidente, permettendo a ciascun attore di dare il meglio di sé nei rispettivi ruoli eccentrici. Huston non ha paura di rendere i suoi personaggi imperfetti e ridicoli, il che li rende umanamente affascinanti.
Il cast di "Il tesoro dell'Africa" è uno dei suoi punti di forza, un ensemble di talenti che si complementano perfettamente:
Humphrey Bogart nel ruolo di Billy Dannreuther: Nonostante sia stato un produttore del film e abbia sperato in un altro successo drammatico, Bogart si adattò al tono comico che emerse durante le riprese. La sua performance è quella di un uomo stanco del mondo, cinico ma con un sottofondo di onestà, che si trova a suo malgrado coinvolto in situazioni assurde. È la sua stoica reazione al caos che genera gran parte della comicità. Fu il suo ultimo film con John Huston.
Gina Lollobrigida nel ruolo di Maria Dannreuther: Lollobrigida porta una bellezza e una sensualità esotiche al ruolo di Maria. Il suo personaggio è più concreto e diretto rispetto agli altri, spesso incredula di fronte alle follie del marito e del gruppo. La sua presenza aggiunge un tocco di glamour e una certa stabilità al circo di personaggi eccentrici.
Jennifer Jones nel ruolo di Gwendolen Chelm: Jones è magnetica e assolutamente deliziosa nel ruolo di Gwendolen. Il suo personaggio è una sognatrice e una bugiarda patologica, che crea le proprie realtà parallele con risultati esilaranti. La sua capacità di passare da un'espressione di innocenza a una di malizia è notevole e contribuisce significativamente al tono del film.
Robert Morley nel ruolo di Petersen: Morley ruba spesso la scena con la sua interpretazione di Petersen, il leader pomposo e incompetente della gang. Il suo Britishness esagerato e la sua aria di auto-importanza, nonostante la sua evidente inettitudine, lo rendono un personaggio memorabile e comicamente minaccioso.
Peter Lorre nel ruolo di O'Hara: Lorre, famoso per i suoi ruoli di "cattivo" e per la sua presenza inquietante, qui offre una performance più contenuta e comica. Il suo O'Hara è un uomo che cerca di essere minaccioso ma è costantemente frustrato dalla goffaggine dei suoi compagni e dalla sua stessa sfortuna. La sua espressione di rassegnata disperazione è impagabile.
La Sceneggiatura e Truman Capote: Un aspetto leggendario della produzione fu la riscrittura quasi completa della sceneggiatura sul set. Inizialmente, la sceneggiatura era basata sul romanzo omonimo di James Helvick (pseudonimo di Claud Cockburn) e fu scritta da Anthony Veiller. Tuttavia, John Huston e, in particolare, Truman Capote, che fu chiamato per le riscritture, cambiarono radicalmente il tono del film. Capote, noto per la sua brillantezza letteraria e il suo spirito caustico, trasformò il dramma in una commedia camp, improvvisando gran parte dei dialoghi sul momento. Gli attori ricevevano le pagine con le loro battute solo il giorno delle riprese, il che contribuì al tono fresco e spontaneo del film.
Contrasti e Reazioni Iniziali: "Il tesoro dell'Africa" fu un flop commerciale alla sua uscita. Il pubblico e i critici dell'epoca si aspettavano un thriller più convenzionale, dato il pedigree di Huston e Bogart, e furono disorientati dal tono satirico e anti-climatico. Bogart stesso si dice fosse scontento del risultato finale, sentendosi tradito rispetto all'idea originale del film. Tuttavia, con il tempo, il film ha acquisito lo status di cult classic, apprezzato per la sua intelligenza, il suo spirito e la sua unicità nel panorama cinematografico.
Stile e Influenza: Il film è spesso paragonato a opere di meta-cinema o a commedie d'autore che giocano con le aspettative del pubblico. La sua influenza si può ritrovare in commedie d'avventura successive che non si prendono troppo sul serio.
Location: Le riprese si svolsero principalmente ad Amalfi e Ravello, in Italia, offrendo uno sfondo pittoresco e autentico che contrasta comicamente con le azioni dei personaggi.
Colonna Sonora: La musica, composta da Franco Mannino, contribuisce all'atmosfera leggera e avventurosa del film, sottolineando i momenti comici senza appesantirli.
"Il tesoro dell'Africa" è un film che va apprezzato per la sua originalità e il suo coraggio di sovvertire le convenzioni. Non è un'avventura tradizionale, ma piuttosto un'esilarante riflessione sulla fallibilità umana e sull'assurdità del destino, un vero gioiello di umorismo sofisticato.
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Civil War è un film del 2024 scritto e diretto da Alex Garland.
"Civil War" è un film del 2024 scritto e diretto da Alex Garland, che si propone di esplorare uno scenario distopico di una seconda guerra civile negli Stati Uniti d'America. Il film è prodotto da A24, ed è diventato il più costoso della casa di produzione al momento della sua uscita, con un budget di $50 milioni, riuscendo comunque ad incassare oltre $127.3 milioni a livello globale.
La trama di "Civil War" si svolge in un futuro prossimo non troppo distante, in cui gli Stati Uniti sono dilaniati da un conflitto interno. Il film non si preoccupa di spiegare le cause precise di questa guerra civile, né di definire chiaramente le fazioni in lotta, se non per accennare a un Presidente (interpretato da Nick Offerman) giunto al suo terzo mandato incostituzionale, che ha sciolto l'FBI e ha assunto poteri dittatoriali. In risposta a questa escalation, alcuni stati si sono separati dall'Unione, formando alleanze come le "Forze Occidentali" composte da Texas e California, e le "Forze della Florida".
Al centro della narrazione vi è un gruppo di giornalisti e fotografi di guerra che decidono di intraprendere un pericoloso viaggio attraverso un'America devastata. La protagonista è Lee (Kirsten Dunst), una fotoreporter di guerra esperta e ormai indurita dalle atrocità a cui ha assistito, la cui etica professionale è quella di documentare la realtà senza intervenire. Con lei ci sono Joel (Wagner Moura), un giornalista disilluso e cinico, il veterano Sammy (Stephen McKinley Henderson), e Jessie (Cailee Spaeny), una giovane e inesperta aspirante fotografa che idolatra Lee.
Il loro obiettivo è raggiungere Washington D.C., la capitale ormai assediata, per ottenere un'intervista con il Presidente prima della sua imminente caduta per mano delle Forze Occidentali. Il viaggio si trasforma in un road movie brutale e senza filtri, dove il gruppo si imbatte in scene di devastazione, fosse comuni, esecuzioni sommarie, imboscate e scontri armati tra milizie di ogni tipo. Non ci sono "buoni" o "cattivi" chiaramente definiti; la violenza è onnipresente e arbitraria, mettendo costantemente alla prova la loro capacità di mantenere la professionalità e la propria umanità.
Attraverso gli occhi dei protagonisti, in particolare Lee e Jessie, il film esplora il ruolo e la responsabilità dei media in un contesto di conflitto estremo. Lee, pur mantenendo una facciata di freddezza, mostra segni di un profondo trauma e una stanchezza esistenziale. Jessie, al contrario, inizia il viaggio con una certa ingenuità, ma è costretta a confrontarsi con l'orrore in prima persona, sviluppando una resilienza e una freddezza che la portano a emulare, e forse superare, la sua mentore. Il climax del film culmina nell'assalto a Washington D.C., dove i giornalisti si ritrovano nel mezzo di uno scontro finale brutale e caotico per documentare gli ultimi istanti del regime presidenziale.
Alex Garland, noto per opere come "Ex Machina", "Annientamento" e "Men", si conferma un regista con una visione distintiva e spesso provocatoria. In "Civil War", Garland adotta un approccio volutamente decontestualizzato. Non c'è una spiegazione approfondita delle origini del conflitto, né una chiara presa di posizione politica. Questa scelta è stata oggetto di dibattito, con alcuni che l'hanno apprezzata come un modo per concentrarsi sulle conseguenze della guerra e sulla condizione umana, e altri che l'hanno criticata per la mancanza di profondità tematica e di personaggi ben sviluppati.
Il film è caratterizzato da una regia cruda e realistica, che immerge lo spettatore nella brutalità della guerra. Le sequenze di combattimento sono intense e viscerali, e l'uso di silenzi improvvisi seguiti da esplosioni di violenza contribuisce a creare un'atmosfera di tensione costante. La fotografia, curata da Rob Hardy, gioca un ruolo fondamentale, alternando immagini a colori di paesaggi americani apparentemente idilliaci con scatti in bianco e nero che richiamano la fotografia di guerra classica, accentuando il contrasto tra la normalità e l'orrore. Garland utilizza anche un "giallo tenue" come colore dominante in alcune scene, per illuminare ambienti sociali e dare un'illusione di normalità o di un calore umano perduto.
Il film si presenta come un road movie post-apocalittico, un genere che permette di esplorare diversi aspetti del paese dilaniato e di incontrare una varietà di personaggi che incarnano le diverse sfaccettature della guerra. L'accento è posto non tanto sulle motivazioni politiche, quanto sulla disumanizzazione che il conflitto porta con sé e sulla sopravvivenza in un mondo dove ogni equilibrio è saltato.
Il cast di "Civil War" è composto da attori di alto livello, che offrono interpretazioni intense e credibili:
Kirsten Dunst interpreta Lee, la protagonista, una fotoreporter di guerra consumata che ha visto troppe atrocità. La sua performance è stata ampiamente elogiata per la sua capacità di trasmettere il peso emotivo e la stanchezza di un personaggio che cerca di mantenere la propria professionalità in un contesto di caos. Dunst riesce a rendere palpabile il trauma e la freddezza di Lee, che solo occasionalmente lasciano spazio a lampi di vulnerabilità. È stata nominata per il Best Actress agli AACTA International Awards.
Wagner Moura è Joel, un giornalista scanzonato ma disilluso, partner di Lee nel loro pericoloso viaggio. Moura conferisce al personaggio un mix di cinismo e determinazione, mostrando come la guerra possa alterare la percezione della realtà.
Cailee Spaeny veste i panni di Jessie, la giovane e ambiziosa fotografa che si unisce al gruppo. La sua evoluzione nel corso del film è centrale, poiché passa dall'ingenuità e dalla paura a una crescente freddezza e spietatezza, quasi un passaggio di testimone da Lee. La sua performance è stata notata per la sua capacità di mostrare la trasformazione di un'anima innocente in un testimone impassibile della brutalità.
Stephen McKinley Henderson interpreta Sammy, un giornalista più anziano e saggio, che funge da bussola morale (seppur fragile) per il gruppo. La sua presenza aggiunge un elemento di umanità e saggezza, ma anche la dolorosa consapevolezza della fragilità della vita in guerra.
Nick Offerman appare nel ruolo del Presidente degli Stati Uniti. Sebbene il suo tempo sullo schermo sia limitato, la sua presenza è cruciale per la premessa del film e per la meta finale dei protagonisti.
Nel cast sono presenti anche Jesse Plemons (marito di Kirsten Dunst nella vita reale) in un ruolo cameo che ha suscitato particolare attenzione per la sua inquietante e brutale interpretazione di un soldato xenofobo, e Sonoya Mizuno, già presente in altre opere di Garland come "Ex Machina" e "Devs".
"Civil War" è stato presentato in anteprima al South by Southwest (SXSW) il 14 marzo 2024 ed è stato distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi e britanniche il 12 aprile 2024, arrivando in Italia il 18 aprile 2024.
La ricezione critica del film è stata generalmente positiva, sebbene con alcune riserve. Molti critici hanno elogiato la capacità di Garland di creare un'atmosfera di tensione e terrore, la sua direzione visiva e le interpretazioni del cast, in particolare quella di Kirsten Dunst. Il film è stato descritto come "spaventoso ed esaltante" e una "critica potente del nostro mondo". L'assenza di un contesto politico chiaro e la scelta di non schierarsi sono state interpretate da alcuni come un punto di forza, in quanto permettono al film di concentrarsi sull'orrore universale della guerra e sulla disumanizzazione che ne deriva, piuttosto che su un messaggio politico specifico. Per altri, invece, questa ambiguità ha reso il film superficiale o meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere, mancando di una riflessione più profonda sulle cause e il significato del conflitto.
Il film è stato lodato per la sua brutalità realistica e per il modo in cui porta la guerra direttamente sul suolo americano, sfidando lo spettatore a confrontarsi con una realtà spesso percepita come distante. L'aspetto del giornalismo di guerra è un tema centrale, con il film che solleva interrogativi sulla responsabilità dello sguardo, tra testimonianza e partecipazione, e sulla necessità di documentare la verità anche di fronte all'orrore. Il film è stato visto da alcuni come un monito sulla polarizzazione politica e sociale, e sul rischio di una disintegrazione della democrazia.
In sintesi, "Civil War" di Alex Garland è un'opera cinematografica audace e viscerale, che offre un'esperienza immersiva e inquietante di un'America in preda al caos. Sebbene non approfondisca le ragioni del conflitto, si concentra sulle sue devastanti conseguenze umane e sul ruolo cruciale dei media nel documentarle, lasciando allo spettatore il compito di riflettere sulle implicazioni di uno scenario così terrificante.
prime
Niente baci sulla bocca (J'embrasse pas) è un film del 1991 diretto da André Téchiné.
"Niente baci sulla bocca" (titolo originale "J'embrasse pas"), film del 1991 diretto da André Téchiné, è un'opera drammatica che scava a fondo nelle dinamiche della sopravvivenza e della ricerca di identità nella metropoli. Con la sua atmosfera cruda e priva di fronzoli, il film offre uno sguardo intimo e spesso spietato sulle periferie esistenziali di Parigi, attraverso gli occhi di un giovane protagonista ingenuo e vulnerabile.
La storia segue Pierre Lacaze (interpretato da Manuel Blanc), un giovane proveniente dai Pirenei che, stanco della vita provinciale e sognando di fare l'attore, decide di trasferirsi a Parigi. Le sue aspirazioni artistiche lo portano a iscriversi a un corso di recitazione, ma la realtà della capitale si rivela ben presto più dura e implacabile di quanto avesse immaginato. Incapace di trovare un lavoro onesto che gli permetta di sbarcare il lunario, Pierre si trova a navigare in un ambiente ostile e disincantato.
Inizialmente, trova un impiego come lavapiatti in un ospedale, grazie all'aiuto di Evelyne (Hélène Vincent), un'infermiera zitella che gli affitta anche una stanza e che, nonostante la sua natura pruriginosa, si sente attratta dal giovane. Tuttavia, il desiderio di Pierre di elevarsi socialmente e di perseguire il suo sogno lo spinge altrove. Entra in contatto con Romain (Philippe Noiret), un uomo ricco e omosessuale che gli offre una sorta di "mantenimento" in cambio di compagnia. Pierre, pur riconoscendo l'opportunità, si rifiuta di assecondare completamente le sue richieste, mantenendo una certa dignità e un limite invalicabile nei "baci sulla bocca", da cui il titolo del film.
La sua ingenuità e il bisogno di denaro lo spingono a prostituirsi. Inizia ad avere incontri occasionali, prima con donne più anziane, poi lungo i viali frequentati da altri gigolò. In questo mondo sotterraneo e precario, Pierre incontra Ingrid (Emmanuelle Béart), una bellissima prostituta. Tra i due nasce una relazione intensa, fatta di complicità e un'innocente ricerca di affetto reciproco, ma anche segnata dalla dura realtà del loro "mestiere" e dalla violenza del protettore di Ingrid.
La relazione con Ingrid porta Pierre a scontrarsi con la brutalità di quel mondo. Dopo un'umiliante e violenta esperienza subita dal magnaccia di Ingrid, Pierre, ferito nell'anima e nel corpo, decide di dare una svolta alla sua vita. Il finale lo vede arruolarsi nell'esercito, in particolare nei paracadutisti, come un tentativo di trovare una nuova identità e una via di fuga dalla strada, pur portando con sé le tracce psicologiche delle violenze subite. La sua irriducibile sfida alla vita, nonostante le cicatrici, lo rende un personaggio complesso e non facilmente etichettabile.
André Téchiné è un regista francese noto per il suo stile intimo e la capacità di esplorare le complessità psicologiche dei suoi personaggi, spesso giovani in transizione o alla ricerca di un posto nel mondo. In "Niente baci sulla bocca", Téchiné adotta una regia asciutta, quasi documentaristica, che si immerge senza giudizio nel cuore della vita sotterranea di Parigi. La macchina da presa è discreta ma presente, seguendo Pierre nel suo percorso di scoperta e di caduta, senza indulgere in moralismi o sensazionalismi.
Téchiné è maestro nel raccontare le sfumature delle relazioni umane e le ambiguità della sessualità. Il suo approccio non si limita a ritrarre la prostituzione in maniera esplicita, ma si concentra sulla vulnerabilità e sulla ricerca di connessione autentica dei protagonisti. Il rifiuto di Pierre di "baciare sulla bocca" è un simbolo della sua resistenza a cedere completamente il proprio intimo, a prostituire non solo il corpo ma anche l'anima. La regia di Téchiné riesce a creare un'atmosfera fredda e distaccata, che riflette la durezza del mondo in cui Pierre si muove, ma al contempo riesce a suscitare empatia per i suoi personaggi. La sua capacità di "catturare l'attenzione per due ore, ma insieme respingere fuori dalla sua storia" (come notato da Roberto Escobar de "Il Sole-24 Ore") è un segno distintivo del suo stile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una realtà scomoda senza facili consolazioni.
Il successo del film è fortemente legato alle straordinarie interpretazioni del suo cast.
Manuel Blanc nel ruolo di Pierre Lacaze offre una prova magistrale. La sua interpretazione è sottile e potente, catturando l'innocenza iniziale di Pierre e la sua progressiva disillusione, senza mai renderlo una vittima passiva. Blanc riesce a trasmettere la sua vulnerabilità, la sua rabbia contenuta e la sua irriducibile dignità, rendendo il personaggio memorabile e complesso. Questo ruolo gli valse il Premio César come migliore promessa maschile.
Philippe Noiret interpreta Romain, il ricco omosessuale. Noiret, attore di enorme calibro, offre una performance misurata e toccante. Il suo personaggio è un uomo solo e disilluso, che cerca compagnia e affetto, e Noiret riesce a renderlo profondamente umano, lontano da stereotipi. La sua presenza scenica e la sua capacità di esprimere un mondo di emozioni con uno sguardo rendono Romain uno dei personaggi più empatici del film.
Emmanuelle Béart nel ruolo di Ingrid è altrettanto convincente. La sua bellezza eterea si contrappone alla durezza della sua vita come prostituta. Béart porta sullo schermo una combinazione di fragilità e forza, rendendo Ingrid una figura complessa e credibile, capace di innamorarsi e di sognare una vita migliore, nonostante le circostanze. La chimica tra lei e Manuel Blanc è palpabile e contribuisce a rendere credibile la loro intensa relazione.
Hélène Vincent interpreta Evelyne, l'infermiera che accoglie Pierre. La sua performance è notevole nel mostrare la solitudine e il desiderio di affetto di una donna di mezza età, con tutte le sue contraddizioni e la sua ingenuità.
Il titolo originale, "J'embrasse pas", che significa "Non bacio", si riferisce al rifiuto di Pierre di baciare sulla bocca i suoi clienti, un modo per mantenere una parte di sé intatta, un limite alla degradazione fisica ed emotiva. Questo dettaglio simbolico è centrale per la comprensione del personaggio e del tema del film.
Il film è stato co-prodotto tra Francia e Italia.
"Niente baci sulla bocca" è stato presentato in concorso al Festival di Cannes nel 1991, dove ha ricevuto un'ottima accoglienza critica. Manuel Blanc vinse il Premio César come migliore promessa maschile nel 1992 per la sua interpretazione in questo film.
Il soggetto del film è stato scritto da Jacques Nolot, un attore e sceneggiatore che ha spesso esplorato temi legati alla sessualità e alla marginalità. La sua collaborazione con Téchiné ha dato vita a un'opera di grande impatto.
Nonostante la durezza degli argomenti trattati, il film è stato elogiato per la sua delicatezza nel trattare temi come l'omosessualità e la prostituzione, evitando stereotipi e offrendo una visione più umana e complessa di questi mondi.
La pellicola offre uno spaccato della Parigi meno patinata, quella dei sobborghi e delle strade notturne, lontana dall'immagine turistica della città. Questa ambientazione contribuisce a creare un senso di realismo e di cruda verità.
André Téchiné è un regista molto apprezzato dalla critica ma, come spesso accade con i registi più autoriali, è meno conosciuto al grande pubblico, soprattutto al di fuori della Francia. "Niente baci sulla bocca" è considerato uno dei suoi lavori più significativi e rappresentativi del suo stile.
In sintesi, "Niente baci sulla bocca" è un film potente e commovente, che attraverso la storia di Pierre, esplora temi universali come la ricerca di identità, la solitudine, la vulnerabilità e la resistenza dell'individuo di fronte alle avversità della vita. La regia sensibile di André Téchiné e le memorabili interpretazioni del cast lo rendono un'opera cinematografica di grande valore.
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Quinto potere (Network) è un film del 1976 diretto da Sidney Lumet
"Quinto Potere" (Network), un capolavoro cinematografico del 1976 diretto da Sidney Lumet, che rimane incredibilmente attuale nonostante siano trascorsi quasi cinquant'anni dalla sua uscita. Il film è una satira feroce e profetica del mondo dei mass media, in particolare della televisione, e della loro crescente influenza sulla società.
La storia di "Quinto Potere" si svolge nel mondo spietato della televisione di New York e si concentra sul destino di Howard Beale (interpretato da Peter Finch), un navigato e ormai anziano conduttore di telegiornale dell'UBS (Union Broadcasting System). Dopo decenni di onorata carriera, Howard viene informato dal suo amico e capo, Max Schumacher (William Holden), direttore della divisione notizie, che la rete ha deciso di licenziarlo a causa degli ascolti in calo.
Profondamente colpito dalla notizia e da una crisi esistenziale, Howard, durante la sua ultima trasmissione in diretta, annuncia inaspettatamente che si suiciderà in onda la settimana successiva. Questo gesto disperato e provocatorio sconvolge il pubblico e i dirigenti della rete. Inizialmente, l'emittente è intenzionata a licenziarlo immediatamente per l'accaduto. Tuttavia, Diana Christensen (Faye Dunaway), una giovane e ambiziosa dirigente della programmazione, intravede in questo scandalo un'opportunità unica per aumentare gli ascolti.
Contro il parere di Max, che è preoccupato per la salute mentale di Howard e per l'etica professionale, Diana sfrutta la situazione. Permette a Howard di continuare a condurre il telegiornale, trasformandolo in una sorta di profeta folle. La settimana successiva, Howard non si suicida, ma in un'altra iconica sequenza, urla in diretta: "Sono incazzato nero e non ne posso più!" (I'm mad as hell, and I'm not going to take this anymore!). Questo sfogo spontaneo e catartico colpisce nel segno l'umore di un'America stanca e disillusa, trasformando Howard in un fenomeno nazionale e gli ascolti dell'UBS in un successo clamoroso.
Howard diventa "il profeta pazzo del palinsesto", un conduttore che si libera dalle convenzioni giornalistiche per inveire contro il sistema, la corruzione, le multinazionali e la disumanizzazione della società moderna. I suoi deliri attirano un pubblico enorme, e Diana decide di sfruttare al massimo questo successo, creando un vero e proprio "show" attorno a lui, che mescola notizie, intrattenimento e puro sensazionalismo. La sua figura diventa sempre più surreale, venerata quasi come una divinità dal pubblico che lo segue con fanatismo.
Nel frattempo, la relazione tra Max Schumacher e Diana Christensen si sviluppa. Max, divorziato e provato dalla situazione, si innamora di Diana, attratto dalla sua intelligenza e dalla sua energia, ma allo stesso tempo è respinto dal suo cinismo e dalla sua totale mancanza di empatia. Diana è presentata come l'incarnazione del freddo pragmatismo aziendale: la sua vita è completamente assorbita dal lavoro, e le relazioni umane sono per lei subordinate al successo professionale. La loro storia d'amore è destinata a fallire a causa delle loro visioni del mondo inconciliabili.
Il successo di Howard porta all'introduzione di altri programmi sensazionalistici, tra cui "The Mao Tse-Tung Hour", uno show condotto da un gruppo terroristico militante che mette in scena rapimenti e violenze in diretta. Questo elemento, un'altra premonizione agghiacciante della reality TV estrema, sottolinea la discesa della rete in un abisso di immoralità per inseguire gli ascolti.
La situazione precipita quando Howard Beale, nella sua follia profetica, inizia a inveire contro l'affare che vede la multinazionale CCA (Communications Corporation of America), proprietaria dell'UBS, acquisita da un conglomerato arabo. Il suo messaggio, che invita il pubblico a non tollerare l'ingerenza straniera, minaccia gli interessi economici della rete. Arthur Jensen (Ned Beatty), il potente presidente della CCA, convoca Howard e, in una scena memorabile e terrificante, lo illumina sulla vera natura del "quinto potere": non sono le notizie, non è il governo, ma il potere incontrollabile del denaro e delle multinazionali globali. Jensen spiega a Howard che il mondo è una grande macchina finanziaria e che lui è solo un ingranaggio. Questo incontro segna la fine della "follia" di Howard, che si trasforma in un nuovo profeta, questa volta portavoce degli interessi aziendali, spingendo il pubblico a conformarsi al sistema.
Il pubblico, tuttavia, si stanca rapidamente del nuovo Howard, che non è più il ribelle che urlava contro il sistema. Gli ascolti crollano. Di fronte a questa nuova crisi, Diana e i dirigenti della rete prendono la decisione più estrema e agghiacciante: per salvare gli ascolti, decidono di far assassinare Howard Beale in diretta televisiva, trasformando la sua morte in un evento di punta della programmazione. Il film si conclude con l'omicidio di Howard per mano dei terroristi dello show di Mao, con la voce narrante che cinicamente sottolinea come la sua morte abbia garantito un picco di ascolti.
Sidney Lumet, con "Quinto Potere", dimostra ancora una volta la sua maestria nel dirigere drammi sociali incisivi e densi di significato. La sua regia è energica, nervosa, e riflette perfettamente la frenesia e la superficialità del mondo televisivo. Lumet utilizza un approccio quasi documentaristico in alcune scene, conferendo realismo alla narrazione, ma allo stesso tempo non esita a spingere sui toni grotteschi e satirici per evidenziare l'assurdità della situazione.
La sua abilità nel gestire un cast di prim'ordine è evidente: Lumet riesce a ottenere performance intense e memorabili da tutti gli attori. La sua direzione è incisiva nel delineare i personaggi, rendendoli complessi e, sebbene a volte caricaturali, profondamente credibili nelle loro motivazioni. Il ritmo del film è incalzante, alternando momenti di dramma intenso a sequenze di satira tagliente. Lumet è bravo a creare un senso di claustrofobia e alienazione, tipico degli ambienti televisivi e corporativi, ma allo stesso tempo cattura l'attenzione del pubblico con dialoghi brillanti e situazioni estreme.
La regia di Lumet è caratterizzata anche da un uso intelligente del montaggio, che contribuisce a creare l'atmosfera frenetica e frammentata del mondo televisivo. La sua capacità di mantenere la tensione e di guidare lo spettatore attraverso i numerosi colpi di scena della trama è un segno della sua grande esperienza e del suo talento.
Il successo di "Quinto Potere" è indiscutibilmente legato alle performance stellari del suo cast, che gli valsero ben quattro Premi Oscar, tra cui tre per le interpretazioni.
Peter Finch nel ruolo di Howard Beale: Finch offre una performance leggendaria che gli valse l'Oscar postumo come Miglior Attore Protagonista (morì prima della cerimonia). La sua trasformazione da anziano giornalista disilluso a "profeta pazzo" è magistrale. Finch cattura la fragilità, la rabbia, la follia e la vulnerabilità di Howard con un'intensità che è allo stesso tempo terrificante e commovente. La sua interpretazione è il cuore pulsante del film e definisce il tono satirico e tragico.
Faye Dunaway nel ruolo di Diana Christensen: La Dunaway, che vinse l'Oscar come Miglior Attrice Protagonista, è l'incarnazione del cinismo e dell'ambizione sfrenata. La sua Diana è una donna brillante, glaciale, ossessionata dagli ascolti e dalla sua carriera, incapace di provare emozioni genuine. La sua performance è una rappresentazione agghiacciante di un tipo di personaggio che sarebbe diventato sempre più comune nel mondo dei media e degli affari.
William Holden nel ruolo di Max Schumacher: Holden offre una performance sottile e commovente nei panni del direttore delle notizie. Il suo Max è la voce della ragione e dell'etica in un mondo impazzito. Holden riesce a trasmettere la sua frustrazione, la sua disillusione e il suo amore per il giornalismo, contrastando efficacemente il cinismo di Diana. È l'unico personaggio che tenta di mantenere un barlume di moralità. Fu nominato all'Oscar come Miglior Attore Protagonista.
Ned Beatty nel ruolo di Arthur Jensen: Anche se appare solo in una scena, la sua performance è così potente da valergli una nomination all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. Il monologo di Jensen, in cui rivela la vera natura del potere globale e del controllo aziendale, è uno dei momenti più memorabili e profetici del film. Beatty incarna perfettamente la figura del potere corporativo inarrestabile e senza volto.
Robert Duvall nel ruolo di Frank Hackett: Duvall interpreta il capo della rete UBS con una freddezza e una cattiveria che lo rendono un personaggio indimenticabile, simbolo del potere esecutivo spietato.
"Quinto Potere" è ben più di un semplice dramma cinematografico; è un'opera di una preveggenza sconcertante.
Rilevanza Attuale: Il film, concepito negli anni '70, anticipa in modo impressionante molti dei fenomeni che caratterizzano il panorama mediatico odierno: la fusione tra informazione e intrattenimento (infotainment), l'ossessione per gli ascolti a discapito della qualità e dell'etica giornalistica, la nascita dei reality show e la spettacolarizzazione del dolore e della violenza. La figura di Howard Beale può essere vista come un precursore degli "influencer" e delle personalità televisive che prosperano sul sensazionalismo e sulle "performance" estreme. L'idea di un pubblico che si schiera dietro un profeta folle che urla la propria rabbia è incredibilmente risonante nell'era delle echo chamber e delle bolle social.
Critica Sociale: Il film è una dura critica non solo al mondo della televisione, ma all'intera società americana degli anni '70, e per estensione, alla società capitalistica moderna. Esplora temi come la disillusione, l'alienazione, la manipolazione delle masse, la perdita di valori etici e il potere schiacciante delle multinazionali. Il monologo di Arthur Jensen sulla globalizzazione del potere è un momento chiave che svela il vero "quinto potere": non i media, ma le grandi corporazioni e il denaro.
Sceneggiatura di Paddy Chayefsky: La sceneggiatura, vincitrice di un Oscar, è un capolavoro di intelligenza e acume. I dialoghi sono taglienti, brillanti e spesso profetici. Chayefsky, che aveva lavorato in televisione, conosceva bene il mondo che stava satirizzando e ha saputo infondere nella sua scrittura un senso di urgenza e di rabbia. La sua capacità di mescolare umorismo nero, satira e dramma è straordinaria.
Iconografia e Citazioni: Diverse scene e battute del film sono diventate iconiche. La frase "Sono incazzato nero e non ne posso più!" (I'm mad as hell, and I'm not going to take this anymore!) è entrata nell'immaginario collettivo ed è stata citata e parodiata innumerevoli volte. Anche il "monologo di Jensen" è spesso ripreso come esempio di denuncia del potere economico.
Colonna Sonora: Sebbene il film sia dominato dai dialoghi e dalle interpretazioni, la colonna sonora, composta da Elliot Lawrence, contribuisce a creare l'atmosfera tesa e drammatica, pur non essendo invadente.
In definitiva, "Quinto Potere" non è solo un film, ma un monito. È un'opera che, a quasi mezzo secolo dalla sua realizzazione, continua a far riflettere sulla relazione tra media, pubblico e potere, rivelando una sorprendente e inquietante attualità. La sua audacia nel criticare il sistema da cui proviene, la sua visione premonitrice e le sue straordinarie interpretazioni lo rendono un classico imprescindibile della storia del cinema.
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Straw - senza uscita un film del 2025 di Tyler Perry
Trama "Straw - Senza Uscita" è un thriller drammatico che segue la storia di Janiyah (interpretata da Taraji P. Henson), una madre single instancabile che sta affrontando una giornata incredibilmente difficile. Janiyah è una donna che lotta quotidianamente per sbarcare il lunario, prendendosi cura della figlia malata e cercando di coprire tutte le spese essenziali come medicine, affitto e cibo. Ogni piccolo ostacolo si trasforma in una montagna da scalare, e quel giorno, in particolare, è l'unico in cui non può assolutamente permettersi che qualcosa vada storto.
Purtroppo, una serie di sfortunati eventi e disavventure si abbattono su di lei, spingendola progressivamente al limite. La sua disperazione raggiunge un punto di rottura, culminando in un gesto scioccante e disperato: Janiyah finisce per rapinare (in)volontariamente una banca. Da questo momento in poi, la sua vita prende una piega inaspettata, e la sua sopravvivenza dipenderà dalla sua capacità di affrontare le conseguenze delle sue azioni e di fidarsi (o meno) delle persone intorno a lei, un aspetto che lei ha sempre trovato difficile. Il film esplora il costo umano dell'indifferenza e la resilienza di una madre che, schiacciata da un sistema che non perdona la fragilità, cerca una via d'uscita da un incubo che sembra non avere fine.
Regia di Tyler Perry Tyler Perry, in "Straw - Senza Uscita", torna a collaborare con Netflix e dimostra ancora una volta la sua capacità di affrontare temi sociali e drammatici con una narrazione diretta e spesso cruda. La sua regia in questo film è descritta come incisiva e senza compromessi, con un ritmo sostenuto che tiene lo spettatore incollato allo schermo.
Perry è noto per il suo stile di regia che predilige un approccio emotivo e diretto, spesso puntando a toccare le corde più profonde degli spettatori attraverso storie che riflettono le difficoltà e le sfide della vita quotidiana, in particolare quelle affrontate dalla comunità afroamericana. In "Straw", si concentra sulla disperazione di una madre, esplorando il dolore, la rabbia, l'impotenza e la tenacia. Sebbene alcuni critici abbiano talvolta sollevato questioni sulla sua "finezza" registica, il pubblico spesso apprezza la sua capacità di creare storie potenti e personaggi in cui è facile identificarsi.
La sua regia in "Straw" è orientata a mostrare come una "brutta giornata" possa spingere una persona al punto di non ritorno, esplorando le conseguenze di decisioni estreme dettate dalla disperazione. Perry riesce a creare un senso di claustrofobia e isolamento attorno alla protagonista, Janiyah, amplificando la sua sensazione di essere intrappolata e senza speranza.
Attori Il cast di "Straw - Senza Uscita" è un punto di forza del film, con performance che hanno già conquistato il pubblico:
Taraji P. Henson nel ruolo di Janiyah: La Henson offre una performance intensa e drammatica che è stata ampiamente elogiata. È il fulcro emotivo del film, e la sua interpretazione veicola una vasta gamma di sentimenti: dall'amore materno alla rabbia, dall'impotenza alla determinazione. La sua capacità di rendere credibile la disperazione di Janiyah è fondamentale per il successo del film. È la quarta volta che la Henson collabora con Tyler Perry in un progetto cinematografico.
Sherri Shepherd: Appare nel film in un ruolo di supporto, aggiungendo ulteriore spessore al cast.
Teyana Taylor: Anche lei presente nel cast, contribuisce a completare il quadro dei personaggi che interagiscono con Janiyah.
Glynn Turman, Sinbad, e Rockmond Dunbar: Questi attori di talento arricchiscono il cast corale, portando esperienza e profondità ai loro rispettivi ruoli.
Altro
Genere: "Straw - Senza Uscita" è classificato principalmente come un thriller drammatico. Mescola elementi di suspense con una profonda esplorazione psicologica e sociale.
Tematiche Sociali: Il film si inserisce nella tradizione di Tyler Perry di affrontare tematiche sociali rilevanti. In questo caso, il focus è sulla precarietà economica, le difficoltà delle madri single, le lacune del sistema sociale e l'indifferenza umana che può spingere le persone a gesti estremi. È un "grido" contro le ingiustizie e la fragilità umana di fronte a un sistema implacabile.
Accoglienza del Pubblico: Nonostante le recensioni della critica possano essere state miste (ad esempio, un 46% su Rotten Tomatoes per i critici), il film ha avuto un enorme successo di pubblico su Netflix, diventando il film numero 1 a livello globale nella settimana del suo debutto (2-8 giugno 2025), con 25.3 milioni di visualizzazioni e 45.5 milioni di ore guardate. Questo successo testimonia la risonanza che le storie di Perry hanno con una vasta audience, indipendentemente dal parere critico. L'audience score su Rotten Tomatoes era significativamente più alto, intorno all'80%, indicando che il pubblico lo ha accolto molto positivamente.
Impatto Emotivo: Molti spettatori hanno dichiarato che il film li ha "fatti piangere e arrabbiare", sottolineando l'intensità emotiva della narrazione e la capacità di Tyler Perry di coinvolgere profondamente il pubblico.
Rappresentazione: Il film continua la tradizione di Perry di dare voce e rappresentazione a storie di vita della comunità afroamericana, spesso esplorando le sfide e le resilienze all'interno di questo contesto.
In conclusione, "Straw - Senza Uscita" è un'aggiunta significativa alla filmografia di Tyler Perry e al catalogo di Netflix. È un film che, pur potendo dividere la critica, ha chiaramente toccato il cuore di milioni di spettatori in tutto il mondo con la sua storia cruda e commovente di una madre disperata.
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Occidental un film del 2017, regia di Neil Beloufa
"Occidental" è un film francese del 2017 diretto da Neil Beloufa. Non è un film mainstream ampiamente conosciuto, ma rientra piuttosto nel cinema sperimentale o d'autore. Beloufa è noto per le sue opere che spesso sfumano i confini tra documentario e finzione, e "Occidental" prosegue questa tendenza.
La trama di "Occidental" è volutamente ambigua e si sviluppa in modo alquanto surreale. Il film è ambientato in un hotel, dove una serie di eventi apparentemente non correlati iniziano a svolgersi. Un elemento chiave ruota attorno a un gruppo di individui, tra ospiti e personale, e alle loro interazioni, che spesso sembrano messe in scena o performative. C'è un senso di disagio e un motivo ricorrente di sospetto, in particolare riguardo all'identità e alle intenzioni di due uomini, Romy e Antonio, che affermano di essere una coppia. La loro presenza sembra suscitare ansie e domande tra gli altri personaggi e, per estensione, nel pubblico. La narrazione gioca con temi come la paranoia, l'identità, l'inganno e la costruzione della realtà, lasciando agli spettatori il compito di ricomporre la verità, o di chiedersi se ne esista una definitiva. Il film spesso sembra un esperimento sociale o un dramma psicologico, con i personaggi che si osservano e si giudicano costantemente.
La regia di Neil Beloufa in "Occidental" è molto distintiva. Adotta uno stile che spesso appare distaccato e osservativo, utilizzando angolazioni fisse della telecamera e lunghe riprese che permettono allo spettatore di assorbire le dinamiche spesso scomode tra i personaggi. C'è un'artificialità deliberata nel design del set e nelle performance, che accresce ulteriormente l'esplorazione del film sulle realtà costruite. Beloufa gioca con le convenzioni cinematografiche, incorporando elementi che sembrano tratti da un reality show o da un nastro di sorveglianza, il che contribuisce alla sensazione pervasiva di essere osservati. Il suo background artistico – è principalmente un artista visivo – è evidente nell'estetica del film, che è meticolosamente composta ma spesso sembra leggermente sbilanciata, creando un senso di disagio. Utilizza l'hotel come una sorta di microcosmo, un ambiente controllato per osservare il comportamento umano sotto pressione o sospetto.
Il cast di "Occidental" è relativamente piccolo e le performance contribuiscono all'atmosfera complessiva inquietante del film. Gli attori includono:
Idir Chender nel ruolo di Romy
Paul Hamy nel ruolo di Antonio
Anna Björk
Louise Chen
Martin Beloufa
Le interpretazioni sono spesso sottili e misurate, eppure trasmettono efficacemente le tensioni e le ansie latenti dei loro personaggi. Chender e Hamy, nel ruolo del duo centrale, sono particolarmente efficaci nel mantenere una presenza enigmatica che tiene il pubblico in sospeso sulla loro vera natura.
"Occidental" ha debuttato al Locarno Film Festival nel 2017. Come accennato, non è un film per il grande pubblico, ma piuttosto per coloro interessati al cinema sperimentale, alle installazioni artistiche e ai film che sfidano le strutture narrative tradizionali. È un'opera che richiede un impegno attivo da parte dello spettatore, invitando alla riflessione su temi come la percezione, la fiducia e la costruzione sociale dell'identità. La ricezione critica del film è stata varia: alcuni ne hanno elogiato la visione unica e la profondità intellettuale, mentre altri hanno trovato la sua voluta impenetrabilità alienante. È un lavoro che provoca pensiero e discussione, rendendolo un'opera degna di nota nel cinema d'arte contemporaneo.
Una donna chiamata Maixabel (Maixabel) è un film del 2021 diretto da Icíar Bollaín.
Una donna chiamata Maixabel (Maixabel): Un Profondo Viaggio nella Memoria, il Dolore e la Riconciliazione
Una donna chiamata Maixabel (titolo originale Maixabel) è un film del 2021 diretto da Icíar Bollaín che esplora con delicatezza e profondità temi complessi come il lutto, il perdono e la difficile strada della riconciliazione. Basato su eventi reali, il film racconta la storia di Maixabel Lasa, vedova di Juan María Jáuregui, un politico basco assassinato dall'organizzazione terroristica ETA nel 2000. Dodici anni dopo l'omicidio, Maixabel accetta di incontrare due dei membri dell'ETA responsabili della morte di suo marito, nell'ambito di un programma di giustizia riparativa promosso dal governo spagnolo. Questo incontro, apparentemente impossibile, è il cuore pulsante del film e offre uno sguardo intimo e commovente sulle conseguenze della violenza e sulla capacità umana di superare l'odio.
La Trama: Un Ponte tra Passato e Presente
Il film si apre nel 2000, mostrandoci la vita idilliaca di Maixabel Lasa e di suo marito, Juan María Jáuregui. La loro quotidianità è interrotta bruscamente dall'omicidio di Juan María per mano dell'ETA. Le scene iniziali stabiliscono il tono della perdita e del dolore che permeerà gran parte della pellicola. Maixabel si ritrova a dover affrontare un lutto inimmaginabile, circondata dall'affetto della figlia María e degli amici, ma allo stesso tempo schiacciata dal peso della tragedia.
Saltiamo avanti dodici anni. Maixabel, pur avendo ricostruito una parvenza di normalità, porta ancora le cicatrici del passato. È attiva nel campo della memoria e della riconciliazione, dedicandosi alla sensibilizzazione sul terrorismo e sulle sue vittime. È proprio in questo contesto che riceve una proposta inaspettata: incontrare Ibon Etxezarreta e Luis Carrasco, due degli uomini che hanno partecipato all'assassinio di suo marito. I due, detenuti in carcere, hanno intrapreso un percorso di dissociazione dall'ETA e di pentimento, chiedendo di incontrare alcune delle loro vittime.
Inizialmente, Maixabel è scettica e turbata dall'idea. Il pensiero di trovarsi faccia a faccia con gli assassini di suo marito è quasi insostenibile. Tuttavia, spinta da una profonda esigenza di comprendere e forse di trovare una qualche forma di pace, accetta l'incontro. Questi incontri si svolgono in un ambiente controllato, mediato da funzionari penitenziari e psicologi. Le conversazioni sono tese, cariche di emozione e di silenzi significativi. Maixabel non cerca vendetta, ma risposte. Vuole capire il "perché", anche se sa che nessuna spiegazione potrà mai giustificare l'atto commesso.
Il film alterna le scene degli incontri con flashback che ricostruiscono la vita di Maixabel e Juan María prima dell'omicidio, e frammenti della vita in carcere degli assassini, mostrando il loro percorso di presa di coscienza e di pentimento. Vediamo la difficoltà di Ibon e Luis nell'affrontare la gravità delle loro azioni e nel confrontarsi con il dolore che hanno causato. Il loro pentimento è graduale e non privo di complessità, sottolineando che il perdono, se arriva, non è mai facile o scontato.
Gli incontri sono un catalizzatore per tutti i personaggi. Maixabel, attraverso il dialogo, inizia a sgretolare il muro di odio e risentimento che l'ha avvolta per anni. Non si tratta di dimenticare, ma di trovare un modo per convivere con il dolore senza essere consumata dall'amarezza. Per Ibon e Luis, questi confronti rappresentano un passo fondamentale nel loro percorso di riabilitazione e di accettazione della responsabilità. Il film non offre soluzioni facili o un lieto fine convenzionale, ma piuttosto un ritratto realistico e sfumato di come la giustizia riparativa possa offrire un sentiero verso la comprensione e, in alcuni casi, verso una forma di perdono.
Icíar Bollaín dirige Una donna chiamata Maixabel con una sensibilità e una sobrietà ammirevoli. La sua regia è attenta a non cadere nel melodramma, mantenendo un tono misurato anche nelle scene più intense. Bollaín predilige i primi piani sui volti degli attori, catturando le sfumature delle loro emozioni e permettendo al pubblico di connettersi profondamente con i personaggi. La fotografia è spesso sobria, con tonalità che riflettono il dramma interiore dei protagonisti, ma anche momenti di luce che suggeriscono la speranza e la possibilità di una rinascita.
La regista è abile nel gestire il ritmo narrativo, alternando momenti di silenzio carico di tensione a dialoghi densi di significato. Non c'è fretta nel raccontare la storia, permettendo ai personaggi di elaborare le proprie emozioni e al pubblico di riflettere sulla complessità delle situazioni. Bollaín evita di giudicare i personaggi, sia le vittime che i carnefici, presentando le loro vicende con una profonda umanità. Questo approccio empatico è fondamentale per la riuscita del film, poiché permette di esplorare la possibilità della riconciliazione senza minimizzare il dolore delle vittime o giustificare le azioni dei terroristi. La scelta di non mostrare esplicitamente l'omicidio di Juan María Jáuregui, ma di farne intuire la brutalità attraverso le reazioni dei personaggi, è un esempio della delicatezza con cui Bollaín affronta la violenza.
Il successo di Una donna chiamata Maixabel è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del suo cast. Blanca Portillo nel ruolo di Maixabel Lasa offre un'interpretazione toccante e potente. La sua Maixabel è una donna forte e fragile allo stesso tempo, che porta il peso di un dolore immenso ma che è anche capace di una resilienza e di una dignità ammirevoli. La Portillo riesce a comunicare la complessità emotiva del personaggio attraverso sguardi, silenzi e gesti, rendendo credibile il suo percorso di elaborazione del lutto e la sua apertura al dialogo. La sua performance è stata ampiamente elogiata e le ha valso numerosi riconoscimenti.
Accanto a lei, Luis Tosar interpreta Ibon Etxezarreta, uno degli assassini di Juan María. Tosar offre una performance intensa e sfaccettata, riuscendo a trasmettere il tormento interiore e il percorso di pentimento del suo personaggio senza renderlo un villain bidimensionale. La sua interpretazione è sottile, capace di mostrare la fragilità e il peso della colpa che affliggono Ibon. Il suo confronto con Maixabel è tra i momenti più potenti del film.
Urko Olazabal nel ruolo di Luis Carrasco, l'altro membro dell'ETA, completa il trio principale con una performance altrettanto convincente. Il suo personaggio è forse quello che fa più fatica ad affrontare il suo passato, rendendo il suo percorso di pentimento ancora più significativo. L'alchimia tra i tre attori è palpabile e contribuisce a rendere gli incontri tra vittima e carnefici così carichi di tensione e di emozione.
Una donna chiamata Maixabel non è solo un film sulla memoria storica della Spagna e sul conflitto basco, ma è anche una riflessione universale sulla natura del perdono e sulla possibilità di superare l'odio. In un mondo spesso polarizzato e segnato dalla violenza, il film offre un messaggio di speranza, dimostrando che anche nelle situazioni più estreme è possibile trovare un terreno comune e avviare un processo di guarigione.
Il film è stato molto apprezzato dalla critica e dal pubblico, ricevendo numerosi premi e candidature, tra cui otto Premi Goya, i più importanti riconoscimenti cinematografici spagnoli. Questo successo testimonia l'importanza del tema trattato e la qualità della sua realizzazione. Una donna chiamata Maixabel è un'opera cinematografica che invita alla riflessione, al dialogo e all'empatia, ricordandoci che la strada verso la riconciliazione, seppur ardua, è sempre possibile. È un film che rimane con lo spettatore a lungo dopo i titoli di coda, spingendolo a interrogarsi sulla complessità delle relazioni umane e sulla capacità di resistenza dello spirito umano.
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Il Gattopardo è un film del 1963 diretto da Luchino Visconti.
Il Gattopardo, capolavoro cinematografico del 1963 diretto da Luchino Visconti, non è solo un film, ma un'opera d'arte che trascende il tempo, offrendo uno sguardo profondo e malinconico su un'epoca di transizione cruciale per l'Italia: il Risorgimento. Tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il film cattura l'essenza della Sicilia aristocratica di metà Ottocento, dilaniata tra l'ineluttabile avanzata del progresso e la disperata resistenza di un mondo che sta scomparendo. Attraverso una regia magistrale, interpretazioni indimenticabili e una sontuosa ricostruzione storica, Visconti crea un affresco vivido e struggente della fine di un'epoca, consegnando al pubblico un'opera di inestimabile valore storico, culturale ed estetico.
La narrazione de Il Gattopardo si concentra sul Principe Fabrizio Salina (interpretato da un magnifico Burt Lancaster), figura emblematica di un'aristocrazia morente. Siamo nel 1860, anno dello sbarco di Garibaldi in Sicilia e dell'annessione dell'isola al neonato Regno d'Italia. Il Principe, un uomo colto, intelligente e consapevole del proprio declino, osserva con lucida malinconia il mutare del mondo intorno a lui. La sua vita, scandita da rituali secolari e da una profonda connessione con la terra e la tradizione, viene scossa dall'irrompere della modernità.
La villa di Donnafugata, dove la famiglia Salina si trasferisce per sfuggire al tumulto di Palermo, diventa il palcoscenico di questi cambiamenti. Qui, l'equilibrio precario dell'aristocrazia si confronta con l'ascesa della nuova borghesia, rappresentata da Don Calogero Sedàra (interpretato da Paolo Stoppa), il sindaco arricchito di Donnafugata. Don Calogero, uomo rozzo ma astuto e pragmatico, incarna il nuovo potere economico e sociale che sta emergendo dalle ceneri dell'antico regime.
Il motore narrativo principale si innesca quando il nipote prediletto del Principe, il giovane e affascinante Tancredi Falconeri (un carismatico Alain Delon), decide di unirsi alle truppe garibaldine. Questa scelta, apparentemente rivoluzionaria, è in realtà un gesto opportunistico e strategico, riassunto nella celebre frase: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi." Tancredi, seppur idealista, comprende l'importanza di adattarsi ai tempi per preservare la propria posizione sociale e quella della sua famiglia.
La vera rottura con il passato si manifesta nella relazione tra Tancredi e Angelica Sedàra (una splendida e sensuale Claudia Cardinale), la figlia di Don Calogero. L'amore tra il nobile e la borghese, inizialmente osteggiato dal Principe, diventa un simbolo dell'inevitabile fusione tra vecchio e nuovo, una fusione che, se da un lato garantisce la sopravvivenza del lignaggio, dall'altro ne mina le fondamenta aristocratiche. Il Principe, sebbene dolorosamente consapevole del significato di questo matrimonio, acconsente, comprendendo che è l'unica via per preservare una parvenza di continuità per la sua famiglia.
Il film culmina nella leggendaria scena del ballo a Palazzo Ponteleone, una sequenza di oltre 40 minuti che rappresenta il cuore pulsante e il culmine emotivo dell'opera. In questa lunga e sontuosa sequenza, il mondo aristocratico si esibisce per l'ultima volta in tutto il suo splendore e nella sua intrinseca decadenza. Il Principe, stanco e disilluso, osserva con distacco e malinconia la frenesia del ballo, mentre intorno a lui si consuma la definitiva dissoluzione di un'epoca. La sua figura solitaria e contemplativa in mezzo alla folla festante è un'immagine potente della sua solitudine esistenziale e della sua consapevolezza della fine imminente. La scena del valzer, in particolare, con il Principe che balla con Angelica, è carica di simbolismo, rappresentando il suo ultimo, disperato tentativo di afferrare una bellezza e una vitalità che gli stanno sfuggendo.
Alla fine, il Principe Salina è un uomo che, pur avendo compreso l'inevitabilità del cambiamento, non riesce a parteciparvi pienamente. La sua accettazione è passiva, rassegnata. La sua nobiltà d'animo si manifesta nella dignità con cui affronta la fine del suo mondo, una dignità che lo rende un personaggio tragico e profondamente umano.
La regia di Luchino Visconti ne Il Gattopardo è un esempio sublime di come il cinema possa elevarsi a forma d'arte. Visconti, egli stesso discendente da un'antica famiglia aristocratica, infuse nella pellicola una profonda comprensione e un'intima sensibilità per il mondo che stava rappresentando. La sua regia è caratterizzata da una meticolosa attenzione ai dettagli, da una sontuosa ricostruzione storica e da una straordinaria capacità di cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi.
Visconti utilizza ampi campi lunghi e movimenti di macchina lenti e fluidi, che conferiscono al film un respiro epico e una maestosità senza pari. Le inquadrature sono spesso fisse, quasi pittoriche, permettendo allo spettatore di immergersi completamente nell'atmosfera dell'epoca. Ogni elemento scenografico, ogni costume, ogni oggetto è curato con una precisione maniacale, contribuendo a creare un'autenticità visiva straordinaria.
La fotografia di Giuseppe Rotunno è un altro elemento chiave del successo del film. I colori sono caldi e ricchi, con una predilezione per i toni dell'oro, del rosso e del marrone, che evocano la ricchezza e la gravità del tempo che sta passando. La luce, spesso soffusa e naturale, contribuisce a creare un'atmosfera di malinconia e nostalgia. Le scene all'aperto, illuminate dal sole siciliano, contrastano con l'oscurità e la gravità degli interni aristocratici, sottolineando la dicotomia tra il mondo esterno che cambia e il mondo interno che resiste.
Visconti è un maestro nel creare contrasti visivi e narrativi. L'opulenza dei saloni nobiliari e la raffinatezza dei vestiti si scontrano con la polvere e il sudore delle strade siciliane, con la violenza degli scontri garibaldini e con la rozzezza della nuova classe borghese. Questa giustapposizione di elementi crea un senso di disorientamento e di inevitabilità, riflettendo la confusione e l'incertezza del periodo storico.
La scena del ballo, in particolare, è un tour de force registico. Visconti riesce a gestire una moltitudine di personaggi e un'azione complessa con una fluidità e una coesione ammirevoli. I movimenti di macchina seguono i personaggi attraverso i saloni, rivelando le loro interazioni, i loro sguardi, i loro pensieri. La musica, composta da Nino Rota, accompagna e amplifica le emozioni, trasformando il ballo in una sorta di requiem per un mondo che sta scomparendo. La stanchezza del Principe, la sua insonnia e la sua solitudine sono palpabili, grazie anche alla magistrale recitazione di Lancaster e alla capacità di Visconti di cogliere e trasmettere le più sottili sfumature psicologiche.
Il successo de Il Gattopardo è in gran parte dovuto alle straordinarie interpretazioni del suo cast, un mix perfetto di star internazionali e talenti italiani.
Burt Lancaster nel ruolo del Principe Fabrizio Salina è una scelta di casting inizialmente controversa (molti avrebbero preferito un attore italiano), ma che si rivelò un colpo di genio. Lancaster, con la sua presenza imponente, la sua nobiltà intrinseca e la sua capacità di esprimere una profonda malinconia con la sola espressione, incarna perfettamente la figura del Principe. La sua interpretazione è sottile, misurata, ma di grande impatto emotivo. Riesce a trasmettere la dignità, la stanchezza e la consapevolezza della fine di un mondo con una profondità che pochi altri attori avrebbero potuto raggiungere.
Alain Delon nei panni di Tancredi Falconeri è l'incarnazione della gioventù, della bellezza e dell'opportunismo. Delon conferisce al personaggio un'aura di fascino e ambiguità, rendendo Tancredi non solo un volto bello, ma anche un simbolo della nuova generazione che è disposta a tutto pur di mantenere il proprio status. La sua chimica con Claudia Cardinale è palpabile e contribuisce a rendere credibile la loro storia d'amore.
Claudia Cardinale è una Angelica Sedàra vibrante e sensuale, simbolo della bellezza prorompente e della forza della nuova borghesia. La Cardinale porta sullo schermo una vitalità e un'energia che contrastano con la malinconia del Principe, rappresentando la vita che continua, seppur in forme diverse. La sua bellezza è innegabile, ma è anche la sua determinazione e la sua sicurezza a renderla un personaggio memorabile.
Accanto a questi tre pilastri, un'ampia schiera di attori di supporto contribuisce a creare un affresco corale di grande impatto. Paolo Stoppa nel ruolo di Don Calogero Sedàra è eccezionale nel ritrarre la grettezza e l'opportunismo della nuova classe dirigente, mentre Rina Morelli nel ruolo di Maria Stella, la moglie del Principe, e Romolo Valli in quello del Padre Pirrone, offrono interpretazioni misurate e significative.
Il Gattopardo è un film ricco di simbolismo. Il gattopardo stesso, animale elegante e solitario, rappresenta il Principe Salina e, per estensione, l'intera aristocrazia siciliana: fiera, indipendente, ma condannata all'estinzione. Il crollo delle stelle cadenti, osservato dal Principe, è un presagio della fine del suo mondo. La villa di Donnafugata, maestosa ma in declino, simboleggia la magnificenza e la fragilità di un'epoca che sta per tramontare.
I temi affrontati dal film sono molteplici e di grande rilevanza:
Il declino dell'aristocrazia e l'ascesa della borghesia: Questo è il tema centrale, esplorato con grande profondità e senza giudizi morali. Visconti mostra la dignità e la cultura dell'antica nobiltà, ma anche la sua incapacità di adattarsi ai nuovi tempi, e contemporaneamente l'opportunismo e la forza della nuova classe emergente.
L'immobilismo siciliano: La famosa frase "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" è un'espressione della rassegnazione e dell'immobilismo di una società che, pur desiderando il progresso, sembra incapace di liberarsi delle sue catene storiche e culturali.
La malinconia e la rassegnazione: Il Principe Salina è un personaggio profondamente malinconico, consapevole del proprio destino e di quello della sua classe. La sua rassegnazione non è debolezza, ma la lucida accettazione di un destino inevitabile.
La morte e la decadenza: Il film è pervaso da un senso di fine, di decadenza. La morte è un tema ricorrente, sia in senso letterale (il soldato morto nel giardino del Principe) che metaforico (la morte di un'epoca).
La bellezza effimera: La bellezza di Angelica, la sontuosità dei balli, la magnificenza delle ville sono tutte manifestazioni di una bellezza effimera, destinata a svanire o a trasformarsi in qualcosa di diverso.
Il Gattopardo ricevette la Palma d'Oro al Festival di Cannes del 1963, un riconoscimento che ne consacrò immediatamente lo status di capolavoro. Fu un successo di critica e di pubblico, contribuendo a consolidare la fama internazionale di Visconti e a inserire il film nella storia del cinema mondiale. Ancora oggi, a più di sessant'anni dalla sua uscita, Il Gattopardo continua a essere studiato, ammirato e amato, testimonianza della sua intramontabile potenza evocativa e della sua profonda risonanza storica e umana.
Il Gattopardo è un'esperienza cinematografica totalizzante, un viaggio in un'epoca di profonde trasformazioni, narrato con una maestria e una sensibilità uniche. È un film che, pur parlando del passato, ci interroga sul presente e sulla natura del cambiamento, sulla perdita e sulla capacità (o incapacità) di accettare l'inevitabile. Un'opera che resta impressa nell'anima e che continua a risuonare con la sua eterna bellezza e la sua malinconica verità.
YOUTUBE e RAIPLAY
Zabriskie Point è un film del 1970 diretto da Michelangelo Antonioni.
"Zabriskie Point" è un film del 1970 diretto dal celebre regista italiano Michelangelo Antonioni. Considerato una delle opere più enigmatiche e controverse della sua filmografia, è un'icona del cinema della contestazione giovanile e un'espressione visiva della disillusione americana di fine anni '60. Il film, pur non essendo stato un successo commerciale al momento della sua uscita, ha acquisito nel tempo lo status di cult movie, grazie alla sua estetica unica, alla sua colonna sonora indimenticabile e al suo messaggio critico nei confronti della società dei consumi e della cultura statunitense.
Trama
La trama di "Zabriskie Point" si sviluppa intorno a due giovani protagonisti che rappresentano emblematicamente lo spirito di ribellione e alienazione della controcultura americana.
Il primo protagonista è Mark (interpretato da Mark Frechette), uno studente ribelle e militante politico coinvolto in una manifestazione studentesca in California che degenera in scontri con la polizia. Frustrato dalla violenza e dalla repressione, e sentendosi estraneo al sistema, Mark decide di prendere un'iniziativa radicale. Durante un'occupazione universitaria, quando un poliziotto viene ucciso (anche se non è chiaro se sia stato Mark a sparare o se sia stato un altro manifestante), Mark fugge, rubando un piccolo aereo da turismo, un Cessna 182, da un piccolo aeroporto. La sua fuga è un atto di sfida, un tentativo di sottrarsi alla realtà che lo opprime e di cercare una libertà altrove, lontano dalle dinamiche di protesta e repressione.
La seconda protagonista è Daria (interpretata da Daria Halprin), una giovane e affascinante ragazza che lavora come segretaria per Lee Allen (Rod Taylor), un ricco e spregiudicato immobiliarista che sta sviluppando un gigantesco progetto di costruzione di un resort nel deserto. Daria, seppur immersa in un ambiente capitalistico, è anch'essa insoddisfatta e in cerca di un significato più autentico nella vita. Sta guidando la sua macchina attraverso il deserto della California per raggiungere la sede di Lee, ma la sua mente è altrove, sognando una fuga dalla sua routine e dalle aspettative borghesi.
Le traiettorie di Mark e Daria si incrociano in modo casuale nel cuore del deserto. Mark, dopo aver volato sopra paesaggi vastissimi e desolati, atterra con il suo aereo in un punto isolato e arido. Qui incontra Daria, ferma con la sua auto. Inizialmente, il loro incontro è caratterizzato da una certa diffidenza, ma presto tra i due si sviluppa un'intesa profonda e spontanea. Lontani dalla civiltà e dalle sue restrizioni, Mark e Daria vivono una breve ma intensa parentesi di libertà e intimità. Il momento culminante della loro relazione è una sequenza iconica e surreale in cui i due si uniscono sessualmente in mezzo al deserto, mentre intorno a loro, in una sorta di visione onirica, appaiono e scompaiono altre coppie che si uniscono in atti d'amore, quasi a simboleggiare una liberazione universale dai tabù e dalle convenzioni. Il luogo scelto per questa scena è la celebre Zabriskie Point, nella Death Valley, un paesaggio lunare di formazioni rocciose erose, che diventa lo sfondo perfetto per la loro effimera ribellione.
Tuttavia, la loro utopia nel deserto è destinata a finire. Mark decide di riportare l'aereo rubato all'aeroporto di Las Vegas. Una volta lì, però, la polizia lo sta aspettando. Mark viene ucciso in uno scontro a fuoco, un epilogo tragico che sottolinea l'impossibilità di sfuggire al sistema e la violenza intrinseca alla società che tenta di ribellarsi.
Daria, che nel frattempo ha raggiunto la lussuosa villa di Lee Allen, viene a sapere della morte di Mark attraverso la radio. La notizia la sconvolge profondamente. In un atto di rabbia e disperazione, un gesto estremo di protesta contro il materialismo e la distruzione ambientale che la circondano, Daria immagina un'esplosione catartica della villa. La sequenza finale del film è una delle più memorabili e visivamente potenti: una serie di esplosioni al rallentatore che disintegrano la lussuosa dimora, con mobili, vestiti, cibi e oggetti di consumo che volano in aria in un'orgia di distruzione simbolica. Questa sequenza è un'allegoria della distruzione del capitalismo e del materialismo,
Regia di Michelangelo Antonioni
Michelangelo Antonioni, maestro dell'incomunicabilità e dell'alienazione moderna, approccia "Zabriskie Point" con il suo stile distintivo, ma calandolo in un contesto visivo e tematico completamente nuovo per lui: l'America. Dopo aver esplorato le nevrosi della borghesia europea ("L'avventura", "La notte", "L'eclisse", "Blow-Up"), Antonioni si confronta con il paesaggio e la cultura americana, trovandovi un'altra forma di vuoto esistenziale e alienazione.
La regia di Antonioni è caratterizzata da:
Estetica visiva potente: Il deserto californiano, con le sue distese desolate e le sue formazioni rocciose surreali, diventa un personaggio a sé stante. Antonioni sfrutta appieno la vastità e la bellezza desolata di questi paesaggi per riflettere lo stato d'animo dei personaggi e per creare un contrasto stridente con la civiltà urbana e il consumismo. La fotografia di Alfio Contini è magnifica, catturando la luce e le texture del deserto in modo straordinario.
Temi dell'alienazione e dell'incomunicabilità: Anche in un film sulla controcultura, Antonioni mantiene il suo interesse per l'incapacità dei personaggi di connettersi veramente tra loro e con il mondo circostante. Mark e Daria, pur trovando un'effimera connessione, rimangono fondamentalmente soli nelle loro ribellioni.
Critica sociale e politica: Il film è una chiara critica alla società americana del tempo, al suo materialismo, alla sua violenza intrinseca e alla disillusione di una generazione. Antonioni non si limita a ritrarre la contestazione, ma ne mostra anche le contraddizioni e la tragica impotenza di fronte a un sistema apparentemente invincibile.
Sequenze oniriche e simboliche: La scena dell'orgia nel deserto e l'esplosione finale della villa sono esempi lampanti della capacità di Antonioni di creare immagini potenti e cariche di significato simbolico, che vanno oltre la mera narrazione per esprimere concetti più ampi e complessi. Queste sequenze, spesso interpretate come allegorie, sono diventate i tratti distintivi del film.
Ritmo contemplativo: Il ritmo del film è spesso lento, con lunghi momenti di silenzio e osservazione, che permettono allo spettatore di immergersi nell'atmosfera e di riflettere sui temi proposti, piuttosto che essere trascinato da una trama serrata.
Attori
Uno degli aspetti più noti e a volte discussi di "Zabriskie Point" è la scelta di attori non professionisti per i ruoli principali, una pratica che Antonioni aveva già adottato in passato per conferire maggiore autenticità ai suoi personaggi.
Mark Frechette nel ruolo di Mark: Frechette era un attore non professionista, con un passato da attivista e un'attitudine ribelle che sembrava rispecchiare il suo personaggio. La sua performance, sebbene talvolta grezza, è stata considerata autentica e in linea con lo spirito del film. La sua vita post-Zabriskie Point è stata tragica: coinvolto in una rapina, è morto in prigione nel 1975.
Daria Halprin nel ruolo di Daria: Anche Daria Halprin era un'attrice non professionista all'epoca del film. La sua bellezza eterea e la sua sensibilità hanno contribuito a rendere il personaggio di Daria una figura iconica. Dopo il film, ha avuto una breve carriera cinematografica e ha sposato Dennis Hopper.
Accanto a loro, troviamo alcuni attori professionisti in ruoli secondari:
Rod Taylor nel ruolo di Lee Allen: Taylor interpreta l'immobiliarista con una fredda efficienza, rappresentando il lato più spietato e disumano del capitalismo.
Harrison Ford appare in un cameo non accreditato come uno dei manifestanti, una delle sue prime apparizioni cinematografiche.
La scelta di attori non professionisti ha conferito al film una particolare immediatezza e un senso di realismo documentaristico, ma ha anche diviso la critica, con alcuni che hanno elogiato la loro spontaneità e altri che ne hanno criticato la mancanza di esperienza.
Colonna Sonora
La colonna sonora di "Zabriskie Point" è una delle più celebri e influenti nella storia del cinema, un vero e proprio "chi è chi" della musica rock e psichedelica di fine anni '60. Antonioni, con la sua intuizione, ha utilizzato la musica non solo come accompagnamento, ma come elemento narrativo e atmosferico fondamentale, capace di amplificare le emozioni e i messaggi del film.
La soundtrack include brani di artisti del calibro di:
Pink Floyd: Sono i contributori più significativi, con brani originali e inediti come "Careful with That Axe, Eugene" (utilizzato nella scena dell'esplosione, ma in una versione diversa da quella nota dell'album "Ummagumma"), "Crumbling Land", "Come in Number 51, Your Time Is Up" (una rielaborazione di "Careful with That Axe, Eugene" per la scena dell'esplosione), e brani scartati che appariranno poi in altre pubblicazioni come "Us and Them" (originariamente intitolata "The Violent Sequence"). La collaborazione con i Pink Floyd ha prodotto alcune delle musiche più evocative del film.
The Grateful Dead: "Dark Star" (versione live).
The Rolling Stones: "You Got the Silver" (cantata da Keith Richards) e "Brown Sugar" (anche se la versione usata nel film è una demo, e la canzone sarà pubblicata solo l'anno successivo su "Sticky Fingers").
Jerry Garcia (dei Grateful Dead): Brani strumentali originali.
John Fahey: Brani acustici che evocano il paesaggio del deserto.
Patti Page: "Tennessee Waltz", un brano dal sapore più tradizionale americano, usato in modo ironico.
The Youngbloods: "Sugar Babe".
Roy Orbison: "So Young".
La colonna sonora, che spazia dal rock psichedelico al folk, dal blues al pop, non è semplicemente una raccolta di successi, ma un collage sonoro che cattura perfettamente lo spirito dell'epoca, le speranze e le disillusioni di una generazione. La musica spesso anticipa o commenta le immagini, diventando parte integrante dell'esperienza cinematografica.
Altre notizie sul film
Contesto storico e culturale: "Zabriskie Point" è intrinsecamente legato al clima politico e sociale degli Stati Uniti di fine anni '60. Il film è stato girato in un'epoca di profonde trasformazioni, segnata dalle proteste contro la Guerra del Vietnam, dai movimenti per i diritti civili, dalla controcultura hippy e dalla crescente disillusione verso il "sogno americano". Antonioni, pur essendo uno straniero, è riuscito a cogliere le tensioni e le contraddizioni di quel periodo, offrendo una prospettiva critica e spesso pessimistica.
Accoglienza e critica: Al momento della sua uscita, "Zabriskie Point" fu accolto con reazioni contrastanti. Molti critici americani lo trovarono distante, pretenzioso e forse non del tutto compreso del contesto culturale che intendeva ritrarre. In Europa, pur essendoci più apertura, il film non fu un successo universale. Tuttavia, nel corso degli anni, la sua reputazione è cresciuta, ed è stato rivalutato come un'opera audace, profetica e visivamente affascinante. Oggi è considerato un film di culto e un esempio significativo del cinema d'autore degli anni '70.
Produzione: Il film fu prodotto dalla MGM, un'importante major di Hollywood. Questa fu una delle incursioni di Antonioni nel cinema americano, e la produzione fu caratterizzata da tensioni e difficoltà, in parte dovute alle differenze culturali e alle aspettative artistiche tra il regista e lo studio.
Location: Oltre a Zabriskie Point nella Death Valley, le riprese si sono svolte in diverse località della California e dell'Arizona, inclusi i paesaggi desertici che Antonioni ha saputo trasformare in veri e propri personaggi del film. Le riprese all'interno dell'università e le scene di protesta sono state girate con grande realismo.
L'esplosione finale: La sequenza dell'esplosione della villa è stata realizzata con grande cura e ingegneria cinematografica. Sono state utilizzate molteplici telecamere e tecniche di ripresa al rallentatore per catturare ogni singolo dettaglio della distruzione, creando un effetto visivo ipnotico e quasi coreografico. L'idea di Antonioni era di non mostrare un'esplosione distruttiva, ma quasi una "creazione di bellezza" dalla distruzione stessa, con gli oggetti che "danzano" nell'aria.
In definitiva, "Zabriskie Point" è un film che continua a suscitare dibattiti e interpretazioni. Non è un film di facile consumo, ma la sua audacia stilistica, la sua colonna sonora leggendaria e il suo messaggio di ribellione e disillusione lo rendono un'opera imprescindibile per comprendere il cinema di Michelangelo Antonioni e il clima di un'epoca. È un manifesto visivo contro il conformismo e il materialismo, un urlo silenzioso in un deserto di cemento e consumismo.
YOUTUBE film completo in V.O.S.I.
Memory è un film del 2023 di Michel Franco.
"Memory" è un film drammatico del 2023 scritto e diretto dal regista messicano Michel Franco, noto per il suo stile crudo e spesso provocatorio nel mettere a nudo le dinamiche umane e sociali. Il film ha suscitato interesse e apprezzamento, in particolare alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove Peter Sarsgaard ha ricevuto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Trama
La storia ruota attorno a Sylvia (interpretata da Jessica Chastain), un'assistente sociale con una vita apparentemente semplice e strutturata. La sua routine è scandita dal lavoro, dall'educazione della figlia adolescente Anna (Brooke Timber) e dalla partecipazione alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, un segno evidente di un passato travagliato che lei cerca di tenere sotto controllo. Nonostante la facciata di normalità, Sylvia è tormentata da traumi e una certa paranoia, alimentata anche dal rapporto difficile con la madre, che la accusa di essere una "bugiarda seriale" e mette in dubbio la sua memoria.
La sua fragile stabilità viene sconvolta da un evento inaspettato dopo una riunione di ex compagni di liceo. Saul (Peter Sarsgaard), un suo vecchio conoscente, la segue fino a casa e si addormenta sulla soglia del suo appartamento. Saul soffre di demenza precoce e ha gravi problemi di memoria a breve termine, il che lo rende confuso e disorientato. Inizialmente, Sylvia è spaventata e irritata dalla sua presenza. Tuttavia, l'incontro con Saul risveglia in lei ricordi di un passato burrascoso, in particolare il trauma di una violenza sessuale subita in età adolescenziale.
Il film gioca abilmente con il tema della memoria e della sua fallibilità. Sylvia, confusa e angosciata, inizia a credere che Saul possa essere il responsabile della violenza subita. Questa convinzione la spinge a indagare, a rimettere in discussione la sua stessa memoria e a confrontarsi con i fantasmi del passato. Tuttavia, man mano che interagisce con Saul e osserva la sua condizione, Sylvia si rende conto della sua innocenza e della sua incapacità di ricordare gli eventi. L'iniziale ostilità di Sylvia si trasforma gradualmente in compassione e, sorprendentemente, in un legame inaspettato. Nonostante le difficoltà di Saul, tra i due nasce una relazione delicata e profonda, quasi un rifugio reciproco dalle rispettive solitudini e dai traumi che li affliggono. Sylvia si offre di prendersi cura di Saul, offrendogli un aiuto pratico e un inaspettato senso di connessione, mentre la presenza di Saul, nella sua vulnerabilità, le permette di confrontarsi con le proprie ferite in un modo nuovo.
Il film esplora come le dinamie di potere, la fragilità emotiva e la ricerca di verità possano intrecciarsi in modi complessi. La relazione tra Sylvia e Saul diventa un microcosmo di queste tematiche, offrendo uno sguardo intimo su due individui che, pur partendo da condizioni estreme e opposte legate alla memoria (chi vuole dimenticare e chi non riesce a ricordare), trovano un terreno comune nella loro umanità e vulnerabilità.
Regia di Michel Franco
Michel Franco è un regista messicano noto per il suo approccio rigoroso e spesso minimalista alla narrazione. Nei suoi film, Franco tende a osservare i personaggi con una certa distanza, utilizzando spesso inquadrature fisse, piani lunghi e un montaggio essenziale che permette agli attori di esprimersi appieno. Questo stile, che può risultare "algido e distaccato" per alcuni, è in realtà una scelta precisa che invita lo spettatore a una riflessione più profonda, senza ricorrere a facili sentimentalismi o a soluzioni narrative scontate.
In "Memory", Franco continua a indagare i rapporti umani e le loro complessità, un tema ricorrente nella sua filmografia (si pensi a film come "Nuevo Orden" o "Sundown"). La sua regia in "Memory" è attenta ai dettagli e alle sfumature emotive, permettendo alla tensione e all'intimità di emergere attraverso le performance degli attori. Nonostante le tematiche delicate e spesso dolorose che affronta, Franco in "Memory" sembra essere più "misericordioso" rispetto ad alcuni dei suoi lavori precedenti, offrendo uno spiraglio di speranza e connessione umana anche nelle situazioni più difficili. Il film si concentra sulle solitudini dei due protagonisti e sulla scintilla che si accende tra loro, trasformando il dramma psicologico in un'analisi delle possibilità di cura e accettazione.
Attori
Il successo e la profondità emotiva di "Memory" sono in gran parte dovuti alle straordinarie interpretazioni dei due protagonisti.
Jessica Chastain nel ruolo di Sylvia offre una performance intensa e sfaccettata. Sylvia è un personaggio complesso, tormentato e paranoico, e Chastain riesce a rendere la sua fragilità e la sua forza in modo autentico. La sua interpretazione cattura la lotta interiore di una donna che cerca di ricostruire la propria vita dopo un trauma, confrontandosi con i dubbi sulla sua stessa memoria e con la difficoltà di fidarsi degli altri. La sua recitazione è stata elogiata per la sua capacità di esplorare le profondità psicologiche del personaggio.
Peter Sarsgaard interpreta Saul, l'uomo affetto da demenza precoce. La sua performance è stata unanimemente acclamata dalla critica e ha meritato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Venezia. Sarsgaard riesce a dare vita a un personaggio che, nonostante la sua condizione di smemoratezza, trasmette una profonda umanità, una dolcezza e una vulnerabilità disarmante. La sua capacità di esprimere la confusione, la gentilezza e l'innocente smarrimento di Saul è un pilastro del film, rendendo credibile il legame che si instaura tra lui e Sylvia.
Il cast include anche:
Brooke Timber nel ruolo di Anna, la figlia di Sylvia, che aggiunge un ulteriore strato alla dinamica familiare e al peso delle responsabilità di Sylvia.
Merritt Wever nel ruolo di Olivia, la sorella di Sylvia, che le offre un supporto cauteloso ma sincero.
Elsie Fisher nel ruolo di Sara.
Jessica Harper nel ruolo di Samantha, la madre di Sylvia, figura centrale nel tormento di Sylvia.
Josh Charles nel ruolo di Isaac, il fratello di Saul.
"Memory" è una coproduzione tra Messico e Stati Uniti, con una durata di circa 100 minuti. È stato distribuito in Italia da Academy Two.
Il film è stato presentato in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2023, dove ha ricevuto un'ottima accoglienza, in particolare per la performance di Peter Sarsgaard. Ha anche ricevuto la candidatura per la miglior interpretazione protagonista a Jessica Chastain agli Independent Spirit Awards.
La fotografia del film, curata da Yves Cape, contribuisce all'atmosfera cupa ma intimista. Spesso si avvale di una palette di colori grigi, che evocano il tema della memoria che svanisce e si annebbia. Le riprese si sono svolte a New York, e la città stessa, con le sue strade e i suoi palazzi, diventa quasi un personaggio silenzioso che racchiude le vite dei protagonisti.
"Memory" si distingue per la sua capacità di affrontare temi complessi come il trauma, la memoria, la malattia mentale e la violenza in modo delicato ma incisivo. Michel Franco, pur mantenendo il suo stile distintivo, sembra aver trovato in questo film un equilibrio tra la sua consueta critica sociale e una maggiore empatia per i suoi personaggi. Il film non offre risposte facili, ma invita lo spettatore a riflettere sulla natura della memoria, sulla possibilità di guarigione e sulla forza inaspettata dei legami umani che possono nascere anche dalle circostanze più difficili.
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