Jackie Brown è un film del 1997 diretto da Quentin Tarantino
Se il cinema di Quentin Tarantino fosse un’antologia di canzoni rock esplosive, Jackie Brown rappresenterebbe quel pezzo soul, lento e profondo, che si ascolta a notte fonda quando le luci della festa si sono spente. Uscito nel 1997, il terzo lungometraggio del regista di Knoxville arrivò in un momento cruciale: dopo lo shock culturale di Pulp Fiction, il mondo si aspettava un altro fuoco d'artificio fatto di cronologia frantumata e violenza iperbolica. Tarantino, invece, spiazzò tutti scegliendo la via della maturità, del ritmo dilatato e di una malinconia umana che non avrebbe più toccato con la stessa purezza nei decenni a venire.
Jackie Brown non è solo un film; è un atto d’amore verso un genere, verso un autore e, soprattutto, verso un’attrice che il tempo rischiava di dimenticare.
Per la prima (e finora unica) volta nella sua carriera, Tarantino non scelse un soggetto originale, ma decise di adattare un romanzo di Elmore Leonard, intitolato Rum Punch. Tuttavia, l'operazione di traduzione dal libro allo schermo fu radicale. Nel romanzo, la protagonista era una donna bianca di nome Jackie Burke; Tarantino, mosso dalla sua ossessione cinefila per la Blaxploitation degli anni '70, trasformò la bionda assistente di volo nella statuaria e fiera Pam Grier, l'icona di film come Coffy e Foxy Brown.
Cambiando il cognome in "Brown", Tarantino non fece solo un casting azzeccato, ma ricollegò il film a un intero immaginario collettivo. Ma attenzione: Jackie Brown non è una parodia o un semplice omaggio ai film d'azione afroamericani degli anni Settanta. È il loro seguito ideale, ambientato vent'anni dopo, quando la rabbia giovanile ha lasciato il posto alla stanchezza e alla necessità di sopravvivere in un mondo che non ti concede seconde occasioni.
La storia ruota attorno a Jackie, una hostess che arrotonda il suo misero stipendio contrabbandando denaro dal Messico per conto di Ordell Robbie, un mercante d'armi carismatico quanto spietato, interpretato da un monumentale Samuel L. Jackson. Quando Jackie viene catturata dagli agenti federali (un Michael Keaton in stato di grazia), si ritrova stretta tra l'incudine e il martello: tradire Ordell e rischiare la vita, o andare in prigione e perdere tutto ciò che le resta.
Entra in scena Max Cherry, un garante di cauzioni la cui vita scorre pigra tra scartoffie e criminali di piccolo cabotaggio. Max, interpretato da Robert Forster, è l'anima del film. Quando vede Jackie uscire di prigione per la prima volta, sulle note di Natural High dei Bloodstone, non è colpo di fulmine da cinema d'azione; è il riconoscimento di due anime solitarie che hanno capito come gira il mondo.
Il cuore pulsante del film non è lo scambio dei 500.000 dollari al centro commerciale Del Amo Mall, ma il modo in cui Jackie e Max costruiscono un'alleanza basata sulla fiducia e su una nascente, delicatissima tensione romantica. È un gioco di scacchi dove la posta in gioco non è solo il denaro, ma la dignità di poter invecchiare alle proprie condizioni.
Ciò che rende Jackie Brown un film "diverso" nella cinematografia tarantiniana è il trattamento del tempo. Se in Pulp Fiction il tempo era un giocattolo da smontare e rimontare, qui è un nemico tangibile. I personaggi parlano della loro età, si guardano allo specchio cercando i segni della decadenza, discutono di pensioni e di cosa significhi ricominciare a cinquant'anni.
La regia si fa più sobria. Tarantino rinuncia alle inquadrature dal bagagliaio troppo invadenti o ai montaggi frenetici, prediligendo piani sequenza eleganti e lunghe scene di conversazione che lasciano respirare gli attori. La celebre sequenza del Del Amo Mall, mostrata da tre punti di vista differenti, è l'unico momento in cui la struttura temporale si frammenta, ma lo fa con una precisione chirurgica che serve a chiarire la dinamica della truffa, non a stordire lo spettatore.
C'è una calma quasi "leonardiana" nel modo in cui la macchina da presa segue i personaggi. Non c'è fretta di arrivare alla sparatoria (che, quando avviene, è rapida, secca e priva di gloria). Il piacere del film risiede nel veder bere un drink a Jackie, nel sentire Ordell che espone la sua filosofia sulle armi, o nell'osservare il declino malinconico di Louis Gara (un inedito, quasi catatonico Robert De Niro) e la noia distruttiva di Melanie (Bridget Fonda).
In nessun altro film di Tarantino la musica è così fusa con l'emozione dei personaggi come in Jackie Brown. Se in altre pellicole la colonna sonora serve a creare contrasto ironico o energia cinetica, qui serve a definire l'interiorità di Jackie.
L'apertura del film sulle note di Across 110th Street di Bobby Womack è una dichiarazione d'intenti: Jackie si muove su un tapis roulant all'aeroporto, il profilo fiero, mentre la musica racconta di una lotta costante per la sopravvivenza urbana.
Il film è intriso di soul, R&B e jazz. I Delfonics non sono solo una musica di sottofondo, ma diventano un punto di connessione tra Max e Jackie. Quando Max compra la cassetta dei Delfonics dopo averla sentita nell'auto di lei, compie un atto di corteggiamento d'altri tempi. La musica diventa il linguaggio dei non detti, la prova che sotto la trama noir batte un cuore melodrammatico.
Il cast di Jackie Brown è una lezione di storia del cinema. Tarantino ha sempre avuto il talento di resuscitare carriere, ma qui l'operazione è più profonda. Dare il ruolo principale a Pam Grier e Robert Forster significava premiare due attori che avevano lavorato duramente ai margini dell'industria per decenni.
Pam Grier regala una performance misurata, intelligente. La sua Jackie è una donna che usa la sua bellezza come scudo e la sua intelligenza come arma. È costantemente più avanti di tutti gli altri uomini nel film, che la sottovalutano perché è "solo" una hostess di mezza età.
Robert Forster (che ottenne una nomination all'Oscar per questo ruolo) è la vera sorpresa. Con il suo volto segnato e la sua calma stoica, incarna una virilità vulnerabile che raramente si vede nel cinema di genere. La sua chimica con la Grier è una delle più autentiche mai catturate dal regista.
Dall'altro lato abbiamo i "cattivi" o, meglio, gli inetti. L'Ordell di Samuel L. Jackson è un uomo che vive di apparenze e violenza verbale, ma che sotto la superficie è terrorizzato dall'idea di perdere il controllo. Il Louis Gara di De Niro è una maschera di fallimento: un uomo che è stato in prigione troppo a lungo e ha perso il ritmo del mondo, capace di esplosioni di violenza nate dalla pura frustrazione comunicativa.
A quasi trent'anni dalla sua uscita, Jackie Brown ha guadagnato una statura che all'epoca molti critici non gli avevano riconosciuto. Mentre i film successivi di Tarantino sono diventati sempre più grandi, barocchi e iper-referenziali, Jackie Brown rimane la sua opera più umana e meno autoreferenziale.
È un film sulla perdita della giovinezza e sulla scoperta che la vera vittoria non è necessariamente fare il "grande colpo", ma riuscire a guardarsi allo specchio con rispetto. Il finale, dolceamaro e struggente, non si chiude con un'esplosione, ma con una canzone che sfuma e un primo piano che dice più di mille dialoghi. È la dimostrazione che Tarantino, prima di diventare il demiurgo del cinema postmoderno, è stato un regista capace di filmare l'anima delle persone comuni che cercano solo di non affogare.
In un certo senso, Jackie Brown siamo tutti noi: incastrati in un lavoro che non ci piace, inseguiti da errori del passato, ma pronti a giocarci tutto per un po' di libertà e, magari, per un ultimo, inaspettato amore.
Fritz il gatto (Fritz the Cat) è un film del 1972 diretto da Ralph Bakshi.
Quando si parla di Fritz il Gatto (Fritz the Cat), non si sta discutendo semplicemente di un film d'animazione, ma di un vero e proprio atto di guerriglia culturale che, nel 1972, ha infranto il soffitto di cristallo del perbenismo cinematografico. Diretto da un giovane e rabbioso Ralph Bakshi, il film rappresenta il momento esatto in cui il cartone animato ha smesso di essere un babysitter colorato per diventare uno specchio sporco, graffiato e brutalmente onesto della società americana.
Per capire Fritz, bisogna prima comprendere il terreno su cui è nato. Siamo alla fine degli anni '60, l'epoca della controcultura, delle droghe psichedeliche e delle proteste contro la guerra in Vietnam. Robert Crumb, il messia del fumetto underground (l’underground comix), aveva creato Fritz sulle pagine delle sue fanzine. Il suo Fritz era un gatto antropomorfo, un bugiardo patologico, un edonista e un sedicente intellettuale che vagava per una New York vibrante e degradata.
Ralph Bakshi, che veniva dal mondo dell'animazione commerciale ma ne era profondamente disgustato, vide in Fritz il veicolo perfetto per portare la realtà della strada sul grande schermo. Bakshi voleva distruggere l'egemonia della Disney, che con il suo stile "pulito" e rassicurante aveva convinto il mondo che l'animazione fosse un genere destinato esclusivamente ai bambini. Con Fritz il Gatto, Bakshi rispose con un ruggito: l'animazione può essere sporca, politica, sessuale e nichilista.
Uno degli aspetti più affascinanti del film è la sua estetica. Bakshi non cercava la perfezione del tratto; cercava l'autenticità. Molti degli sfondi del film sono basati su fotografie reali di New York, talvolta ricalcate o modificate con acquerelli cupi per trasmettere quel senso di oppressione urbana. La città in Fritz il Gatto non è una scenografia, è un personaggio a sé stante: ci sono i vicoli di Harlem, i parchi dove i poliziotti (rappresentati graficamente come maiali) pattugliano con ferocia, e gli appartamenti disordinati del Village.
La colonna sonora, un mix esplosivo di jazz e blues con contributi di artisti del calibro di Charles Mingus, avvolge il film in un'atmosfera fumosa. Non ci sono canzoncine allegre qui; c'è il ritmo sincopato di una metropoli che non dorme mai e che sembra sempre sull'orlo di un'esplosione nervosa.
La trama segue le peripezie di Fritz, uno studente universitario che abbandona i libri per cercare "la vita vera". Il problema, però, è che Fritz è la quintessenza dell'ipocrisia. Si dichiara un poeta, un cercatore di verità, ma in realtà è mosso solo dal desiderio di soddisfare i suoi impulsi primari: sesso e droga.
Il film è strutturato come una serie di episodi che mettono a nudo i fallimenti della rivoluzione culturale degli anni '60. Fritz si muove tra orgie in vasche da bagno condivise, fughe rocambolesche dai "maiali" della polizia e incontri con figure marginali. Uno dei segmenti più potenti e controversi è quello ambientato ad Harlem. Fritz, nel suo delirio di onnipotenza liberale, cerca di solidarizzare con la comunità nera, rappresentata da corvi (un riferimento visivo ai "Jim Crow laws" e alla segregazione).
In questa sequenza, Bakshi mette alla berlina il tipico "bianco radicale" dell'epoca: Fritz parla di rivoluzione e sofferenza mentre beve gin in un bar malfamato, ignaro della reale tensione sociale che lo circonda. Il risultato è una rivolta violenta che Fritz scatena involontariamente, per poi fuggire non appena le cose si fanno serie. È una critica feroce alla superficialità di certi movimenti studenteschi, che giocavano alla rivoluzione senza averne mai pagato il prezzo.
Fritz the Cat è passato alla storia per essere stato il primo film d'animazione a ricevere il Rating X (vietato ai minori di 18 anni) negli Stati Uniti. Se oggi siamo abituati a serie come South Park o BoJack Horseman, all'epoca l'idea di un cartone animato con scene di sesso esplicito, uso di droghe e un linguaggio infarcito di imprecazioni era considerata quasi illegale.
La distribuzione del film fu una sfida senza precedenti. Molte sale si rifiutarono di proiettarlo, eppure questo divieto divenne il suo miglior strumento di marketing. Il poster recitava: "È X-rated e animato!". Il pubblico accorse in massa, rendendo il film un successo commerciale incredibile (incassò oltre 90 milioni di dollari a fronte di un budget di meno di un milione). Il successo di Fritz dimostrò che esisteva un mercato adulto desideroso di storie che parlassero la lingua della strada.
Nonostante il successo, la storia del film è segnata dal profondo conflitto tra il creatore originale e il regista. Robert Crumb detestò il film. Sentiva che Bakshi avesse tradito lo spirito del suo personaggio, trasformando una satira sottile e personale in un'opera urlata e volgare. Crumb arrivò a un punto di rottura tale che, in una storia a fumetti successiva, decise di "uccidere" Fritz: una vecchia fiamma lo colpisce alla testa con uno stiletto da ghiaccio, mettendo fine alla sua vita editoriale per evitare che il cinema continuasse a usarlo.
Questa disputa è emblematica dell'eterna lotta tra l'autore "puro" e l'adattatore cinematografico. Tuttavia, guardando il film oggi, è difficile negare che Bakshi abbia iniettato in Fritz una vitalità visiva e un'urgenza politica che il fumetto, nella sua staticità, non poteva avere. Bakshi non voleva solo adattare Crumb; voleva documentare il collasso del sogno americano.
Rivisto con gli occhi del XXI secolo, Fritz il Gatto rimane un oggetto contundente. Alcune delle sue rappresentazioni razziali e di genere sono, per usare un eufemismo, problematiche. Bakshi usa stereotipi estremi per criticare il razzismo, ma il confine tra satira e offesa è spesso sottile come un foglio di acetato. Tuttavia, è proprio questa sua natura "politicamente scorretta" ante litteram a renderlo un documento storico prezioso.
Fritz non cerca di compiacere lo spettatore. Non c'è redenzione per il protagonista. Anche nel finale, dopo aver rischiato la vita in un attentato terroristico organizzato da un gruppo di motociclisti nazisti (un'altra critica al nichilismo distruttivo delle frange estremiste), Fritz non impara nulla. Lo ritroviamo in un ospedale, circondato da donne, mentre continua a recitare la sua parte di poeta tormentato per ottenere ciò che vuole.
Senza il coraggio di Ralph Bakshi e la sfrontatezza di Fritz, il panorama dell'animazione moderna sarebbe molto diverso. Fritz ha aperto la strada a film come Heavy Metal, alle opere di Bill Plympton e, più recentemente, alla rinascita dell'animazione adulta sulle piattaforme streaming. Ha dimostrato che il disegno non è solo un mezzo per creare mondi fantastici, ma uno strumento affilato per sezionare la realtà.
Il film è un'esplosione di energia creativa grezza. C'è una scena in cui Fritz fugge dai poliziotti attraverso una sinagoga, mescolando sacro e profano in un modo che ancora oggi farebbe sobbalzare molti. È questo spirito iconoclasta che definisce l'opera. Bakshi non stava cercando di fare un "buon" film nel senso tradizionale del termine; stava cercando di fare un film che non potesse essere ignorato.
In conclusione, Fritz il Gatto è un viaggio allucinante nel cuore di tenebra della cultura hippy. È un film caotico, a tratti sgradevole, spesso geniale e profondamente cinico. Ci ricorda che, dietro le promesse di "pace e amore", c'erano spesso egoismo, confusione e una disperata ricerca di identità. Fritz, con il suo pelo arruffato e il suo sorriso sornione, rimane il simbolo di un'epoca che ha cercato di cambiare il mondo e si è ritrovata, invece, a guardarsi allo specchio con un forte mal di testa.
Quando si parla di John Carter, il film del 2012 diretto da Andrew Stanton, ci si trova davanti a uno dei casi più affascinanti, controversi e, per certi versi, malinconici della storia recente del cinema di Hollywood. Non è solo un kolossal di fantascienza; è il culmine di un sogno durato un secolo, un esperimento produttivo colossale e, purtroppo, uno dei fallimenti commerciali più celebri che ha però saputo trasformarsi, nel tempo, in un vero e proprio oggetto di culto per gli appassionati del genere.
Per capire appieno la portata di quest’opera, è necessario scavare nelle sue radici, analizzare la sua complessa narrazione e comprendere perché, nonostante le premesse, il pubblico dell'epoca non riuscì a coglierne il valore.
Le fondamenta di John Carter poggiano sull'opera di Edgar Rice Burroughs, l'autore che creò anche Tarzan. Nel 1912, Burroughs pubblicò a puntate Sotto le lune di Marte (poi diventato il romanzo Una principessa di Marte), introducendo il mondo di Barsoom. Questa storia ha influenzato praticamente tutta la fantascienza moderna: senza John Carter non avremmo avuto Flash Gordon, Star Wars di George Lucas o l'Avatar di James Cameron.
Il paradosso del film di Andrew Stanton è proprio questo: pur essendo il "nonno" di tutto il genere, è arrivato sul grande schermo per ultimo. Nel 2012, il pubblico aveva già visto decine di mondi alieni ispirati a Barsoom, e molti spettatori meno esperti scambiarono l'originale per una copia di ciò che lo aveva preceduto. Stanton, un veterano della Pixar (regista di capolavori come Alla ricerca di Nemo e WALL-E), affrontò il progetto con un amore reverenziale, cercando di restituire fedeltà assoluta al materiale originale.
La narrazione del film si apre con una struttura a scatole cinesi. Il giovane Edgar Rice Burroughs viene chiamato nello studio del suo defunto zio, John Carter, un misterioso veterano della Guerra Civile americana. Leggendo il diario dello zio, Edgar scopre l'incredibile verità: Carter non è morto, ma ha passato anni su Marte, pianeta che gli indigeni chiamano Barsoom.
John Carter ci viene presentato come un uomo spezzato, un ex capitano della cavalleria confederata che, dopo aver perso la famiglia, ha rinunciato alla guerra per cercare l'oro nelle grotte dell'Arizona. È un antieroe cinico e disilluso. Durante un conflitto con i nativi americani e la cavalleria dell'Unione, Carter si rifugia in una grotta dove incontra un essere misterioso (un Thern). Attivando accidentalmente un medaglione magico, viene trasportato istantaneamente su Marte.
A causa della minore gravità marziana, Carter scopre di possedere capacità straordinarie: una forza sovrumana e la capacità di compiere balzi enormi. Questa "superiorità fisica" lo rende immediatamente una pedina preziosa nelle guerre fratricide del pianeta rosso. Viene catturato dai Tharks, giganti verdi a quattro braccia che vivono secondo un rigido codice guerriero basato sulla sopravvivenza del più forte. Qui stringe un legame con Tars Tarkas (interpretato in motion capture da Willem Dafoe), un leader insolitamente empatico per la sua specie.
Il cuore del film batte però nell'incontro con Dejah Thoris, la Principessa di Helium. Dejah non è la classica fanciulla in pericolo: è una scienziata e una guerriera che cerca disperatamente un modo per salvare la sua città dalla distruzione causata da Zodanga, una nazione predatrice guidata dal crudele Sab Than. Quest'ultimo è manipolato dai Therns, esseri quasi divini e immortali guidati da Matai Shang (Mark Strong), che orchestrano la caduta delle civiltà per i propri oscuri scopi energetici.
Il tema centrale di John Carter è la redenzione. Carter inizia il film come un uomo che "non vuole più combattere per nessuna causa". La sua missione su Marte lo costringe però a confrontarsi con le proprie ferite emotive. Attraverso il legame con Dejah Thoris e la responsabilità verso i Tharks, riscopre il valore del sacrificio e dell'appartenenza.
Il film esplora anche il concetto di colonialismo e ambientalismo. Barsoom è un pianeta morente, dove le risorse scarseggiano e le macchine di Zodanga consumano la vita stessa del territorio. La lotta tra Helium (che rappresenta la luce, la conoscenza e la stabilità) e Zodanga (che rappresenta il progresso distruttivo e il consumo) è un riflesso delle ansie ecologiche moderne, avvolte in un'estetica steampunk e fantasy.
Dal punto di vista visivo, il film è una meraviglia di "world-building". Stanton ha voluto che Barsoom sembrasse un luogo reale, antico e vissuto. Invece di optare per una CGI totale in stile Avatar, il regista ha girato gran parte del film in esterni nello Utah, dando alle rocce rosse e ai deserti una consistenza tangibile.
I Tharks rappresentano uno dei migliori esempi di creature digitali del periodo. Grazie all'uso della motion capture e alla straordinaria performance di attori come Willem Dafoe e Samantha Morton, queste creature trasmettono una gamma di emozioni profonda e umana, nonostante le loro proporzioni aliene e le quattro braccia.
La colonna sonora di Michael Giacchino merita una menzione speciale. Giacchino crea un tema eroico e travolgente che richiama le grandi avventure classiche di Hollywood, conferendo al film un'anima epica che oggi si trova raramente nei cinecomic moderni.
Taylor Kitsch, nel ruolo di John Carter, offre una performance fisica notevole. Sebbene all'epoca fosse stato criticato per un'eccessiva rigidità, a una visione più attenta il suo Carter appare esattamente come dovrebbe essere: un uomo traumatizzato che impara lentamente a riaprirsi al mondo.
La vera rivelazione è però Lynn Collins nel ruolo di Dejah Thoris. La sua interpretazione è vibrante e potente. Collins trasforma la principessa in una figura magnetica, capace di guidare eserciti e risolvere equazioni scientifiche complesse, diventando il vero motore morale della storia. La chimica tra i due protagonisti è palpabile e dà sostanza a una storia d'amore che, sulla carta, poteva apparire banale.
Se il film è un'opera di valore, perché è passato alla storia come un flop? La risposta risiede in una serie di errori catastrofici da parte di Disney.
In primo luogo, il titolo. Il film avrebbe dovuto chiamarsi John Carter of Mars, ma la Disney, temendo che la parola "Marte" allontanasse il pubblico femminile (dopo il fallimento del film d'animazione Milo su Marte), lo accorciò in un anonimo John Carter. Questo rese il film indistinguibile e privo di identità per chi non conosceva i libri.
In secondo luogo, la campagna promozionale non riuscì a spiegare la trama o l'importanza storica del personaggio. I trailer erano confusi e non mostravano l'anima emotiva del film, limitandosi a sequenze d'azione che sembravano derivate da altri film. Con un budget di produzione di circa 250 milioni di dollari e spese di marketing enormi, il film avrebbe dovuto incassare cifre da record solo per andare in pareggio. Purtroppo, gli incassi mondiali si fermarono a circa 284 milioni di dollari, portando a una perdita stimata di oltre 200 milioni per la Disney.
Negli anni successivi, John Carter ha vissuto una seconda giovinezza grazie all'home video e alle piattaforme di streaming. Molti spettatori, liberi dal pregiudizio del marketing sbagliato, hanno scoperto un film d'avventura solido, emozionante e visivamente splendido.
C'è una sorta di purezza nel film di Stanton che manca in molte produzioni contemporanee. Non cerca di essere ironico a tutti i costi, non rompe la quarta parete e non si perde in complessi universi condivisi. È una storia completa, un "viaggio dell'eroe" classico che rispetta l'intelligenza dello spettatore.
Oggi, John Carter viene citato spesso come un esempio di come la qualità di un film non sia sempre legata al suo successo economico. È un’opera ricca di immaginazione, che trasporta chi guarda in un mondo dove la sabbia è rossa, gli eroi saltano tra i canyon e l’onore conta ancora qualcosa. È il testamento di un regista che ha osato sognare in grande, rendendo omaggio alle radici stesse della nostra fantasia moderna.
In definitiva, guardare John Carter oggi significa fare un viaggio nel tempo: non solo verso il 1912 di Burroughs o verso il 2012 di Stanton, ma verso un tipo di cinema che crede ancora nel potere del mito e della meraviglia visiva.
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I gemelli (Twins), uscito nel 1988, non è solo una commedia di enorme successo commerciale; rappresenta un punto di svolta fondamentale nella storia del cinema hollywoodiano degli anni Ottanta, un esperimento sociologico e industriale che ha cambiato per sempre la percezione di una delle più grandi icone d'azione di tutti i tempi: Arnold Schwarzenegger.
Diretto da Ivan Reitman, il regista che aveva già conquistato il mondo con Ghostbusters, il film gioca su un concetto tanto semplice quanto visivamente dirompente: cosa succederebbe se i due gemelli più diversi del pianeta scoprissero di essere fratelli? La risposta sta nella giustapposizione fisica tra il colossale Schwarzenegger e il minuto, irriverente Danny DeVito.
La storia affonda le sue radici in un esperimento scientifico segreto condotto dal governo degli Stati Uniti anni prima. L'obiettivo era creare l'essere umano perfetto combinando il DNA di sei uomini straordinari (atleti, scienziati, artisti) per fecondare una donna altrettanto eccezionale, Mary Ann Benedict. Il risultato, tuttavia, non fu quello sperato, o meglio, fu duplice.
Da un lato nacque Julius Benedict (Schwarzenegger), il "successo" dell'esperimento: un uomo fisicamente statuario, dotatissimo intellettualmente, poliglotta, colto e incredibilmente ingenuo, cresciuto in isolamento su un'isola paradisiaca del Pacifico sotto la guida di uno dei professori che lo avevano creato. Dall'altro lato, a insaputa di tutti tranne che degli scienziati, nacque Vincent Benedict (DeVito), definito crudelmente come "lo scarto" genetico, colui nel quale si erano concentrate tutte le "impurità" e le debolezze che la scienza voleva estirpare.
Mentre Julius cresceva come un moderno illuminista, Vincent veniva abbandonato in un orfanotrofio e diventava un imbroglione di bassa lega a Los Angeles, un uomo che vive di espedienti, ruba auto, deve soldi agli strozzini e ha un rapporto decisamente elastico con la legge.
Compiuti i trentacinque anni, Julius scopre la verità sulla sua origine e sul fatto di avere un fratello. Decide quindi di lasciare la sua isola incontaminata per avventurarsi nella giungla urbana di Los Angeles e ricomporre la propria famiglia. L'incontro tra i due è uno scontro di mondi: Julius trova Vincent in una cella di prigione, intento a discutere per multe non pagate. Nonostante lo scetticismo iniziale di Vincent, che vede nel gigante solo un potenziale bersaglio da truffare o una guardia del corpo gratuita, i due iniziano un viaggio on the road alla ricerca della loro madre, che entrambi credevano morta.
Lungo il percorso, la trama si tinge di sfumature da "road movie" e thriller d'azione: Vincent è infatti perseguitato da sicari a causa di un debito e, inconsapevolmente, entra in possesso di un prototipo di motore rubato dal valore inestimabile. Tra sparatorie, momenti di tenerezza familiare e gag basate sull'incredibile diversità dei due, Julius e Vincent scopriranno che, nonostante il DNA, ciò che li rende davvero fratelli è il legame affettivo che riescono a costruire.
Ivan Reitman è stato un maestro nel maneggiare il concetto di "High Concept", ovvero film basati su una premessa talmente chiara e accattivante da poter essere riassunta in una sola frase. In questo caso: "Schwarzenegger e DeVito sono gemelli".
La regia di Reitman non cerca mai il virtuosismo tecnico fine a se stesso; il suo obiettivo è servire la chimica tra i protagonisti. Reitman ebbe l'intuizione geniale di trattare Schwarzenegger non come una macchina da guerra, ma come un bambino nel corpo di un gigante. La sua direzione punta molto sui tempi comici, permettendo a DeVito di essere la spalla cinica e veloce, mentre Arnold gioca di rimessa con la sua fisicità imponente messa al servizio dell'ingenuità.
Reitman riesce a bilanciare tre anime diverse:
La commedia degli equivoci: basata sul contrasto fisico e caratteriale.
Il dramma familiare: la ricerca della madre e il bisogno di appartenenza di due uomini che non hanno mai avuto radici.
L'azione urbana: tipica degli anni '80, con cattivi un po' fumettistici ma pericolosi, che serve a mantenere alto il ritmo del film.
Nel 1988, Schwarzenegger era la star di Terminator, Commando e Predator. Nessuno immaginava che potesse far ridere intenzionalmente. I gemelli fu una scommessa enorme per lui. Arnold accettò di recitare per una quota dei profitti anziché per un salario fisso (una mossa finanziaria che si rivelò incredibilmente redditizia, portandolo a guadagnare più che con i suoi film d'azione). La sua interpretazione è sorprendente: Julius è dolce, disciplinato, quasi casto. Vedere Arnold che canta "Yakety Yak" o che prova a sorridere in modo goffo fu una rivelazione per il pubblico dell'epoca. Fu questo film a spianargli la strada per altre commedie di successo come Un poliziotto alle elementari.
DeVito è il motore energetico del film. Il suo Vincent è un personaggio moralmente ambiguo ma irresistibile. È un uomo che ha imparato a sopravvivere in un mondo che lo ha sempre scartato, e la sua diffidenza iniziale verso Julius è recitata con una sfumatura di tristezza che rende il personaggio umano e non solo una macchietta comica. La capacità di DeVito di passare dall'essere un truffatore irritante a un fratello protettivo è il cuore emotivo della pellicola.
Il film beneficia anche di ottime interpretazioni secondarie. Kelly Preston (Marnie) e Chloe Webb (Linda) interpretano le due sorelle che diventano gli interessi amorosi dei gemelli. Il loro ruolo non è solo decorativo; servono a sottolineare come la purezza di Julius e la sfrontatezza di Vincent possano influenzare le persone intorno a loro. Bonnie Bartlett nel ruolo della madre Mary Ann e Tony Jay in quello del Professor Werner completano un cast solido che dà credibilità a una premessa assurda.
Sotto la superficie della commedia commerciale, I gemelli esplora il classico dibattito "Nature vs. Nurture" (Natura contro Educazione). Il film suggerisce che, sebbene Julius abbia ricevuto tutti i vantaggi genetici, è la sua educazione morale e intellettuale a renderlo un uomo nobile. Al contrario, Vincent è diventato un delinquente non a causa dei suoi geni "scadenti", ma a causa del rifiuto sociale e della mancanza di amore.
C'è anche una satira sottile verso l'eugenetica e il desiderio di perfezione della società moderna. Gli scienziati che hanno creato i gemelli vedono in loro solo dati e risultati, ignorando l'umanità dei soggetti. Il film ribalta questa visione: il "fallimento" (Vincent) e il "successo" (Julius) si completano a vicenda. Julius ha bisogno della scaltrezza di Vincent per sopravvivere nel mondo reale, mentre Vincent ha bisogno della bussola morale di Julius per dare un senso alla sua vita.
I gemelli è famoso nella storia di Hollywood anche per il suo modello di business. Schwarzenegger, DeVito e Reitman, consapevoli del rischio di presentare Arnold in una veste comica, decisero di non percepire stipendio anticipato in cambio del 37,5% degli incassi lordi. Il film costò circa 15-18 milioni di dollari e ne incassò oltre 216 milioni in tutto il mondo. Fu uno dei "colpi" finanziari più riusciti per degli attori, dimostrando che il potere delle star poteva essere superiore a quello degli studios.
Questo successo cementò anche la formula della "commedia d'azione con la strana coppia", un sottogenere che avrebbe dominato i botteghini per anni.
Ancora oggi, a quasi quarant'anni dall'uscita, I gemelli rimane un film amatissimo. La sequenza dei due che camminano in modo sincronizzato con i completi estivi coordinati è diventata un'immagine iconica. Il film ha dimostrato che la mascolinità degli anni '80 poteva essere autoironica e che un attore identificato con la forza bruta poteva mostrare vulnerabilità e gentilezza.
Per anni si è parlato di un sequel intitolato Triplets (I fratelli tre), che avrebbe dovuto vedere l'aggiunta di un terzo gemello (si era fatto il nome di Eddie Murphy o Tracy Morgan). Nonostante la sceneggiatura fosse stata scritta e il progetto fosse vicino alla produzione, la scomparsa di Ivan Reitman nel 2022 ha messo in pausa definitiva il progetto, lasciando I gemelli come un pezzo unico e irripetibile di una stagione cinematografica magica.
I gemelli è molto più di una barzelletta visiva lunga cento minuti. È un film che parla di connessione umana, del superamento dei pregiudizi estetici e della forza della fratellanza. La chimica tra Schwarzenegger e DeVito è reale e palpabile (i due sono rimasti grandi amici nella vita reale), e questa autenticità traspare in ogni scena.
Rivederlo oggi significa fare un tuffo in un cinema che sapeva essere ottimista senza essere banale, un cinema che credeva nel potere delle storie semplici raccontate con grande cuore e professionalità. È il testamento di un'epoca in cui bastava un'idea folle e due attori straordinari per creare un classico intramontabile.
"WeirdAl"Yankovic
Weird - La storia di Al Yankovic (Weird: The Al Yankovic Story) è un film del 2022 diretto da Eric Appel.
Weird - La storia di Al Yankovic (titolo originale Weird: The Al Yankovic Story) non è semplicemente un film biografico; è l'atto finale, coerente e assolutamente esilarante, di una carriera costruita interamente sulla parodia. Distribuito nel 2022 e diretto da Eric Appel, che ne ha curato la sceneggiatura insieme allo stesso "Weird Al" Yankovic, il film si presenta come una satira feroce e brillante del genere "biopic" hollywoodiano, ricalcando e distorcendo i tropi visti in pellicole come Bohemian Rhapsody, Walk the Line o The Dirt.
Scegliere di raccontare la vita di Al Yankovic attraverso una serie di bugie clamorose e situazioni iperboliche è l'unico modo possibile per rendere omaggio a un artista che ha passato cinquant'anni a riscrivere la cultura pop. Se ti aspetti di imparare la vera cronologia della sua vita, rimarrai deluso; se invece vuoi capire l'essenza del suo spirito creativo, questo film è un capolavoro.
La storia del film è essa stessa una sorta di meta-parodia. Tutto iniziò nel 2010, quando Eric Appel creò un finto trailer per Funny Or Die. In quel breve video, Aaron Paul (fresco del successo di Breaking Bad) interpretava un Weird Al tormentato, alcolizzato e violento, seguendo lo schema classico dell'ascesa e caduta di una rockstar. Il trailer divenne un cult immediato tra i fan.
Per anni, Yankovic ha proiettato quel trailer durante i suoi concerti, finché non ha deciso che i tempi erano maturi per trasformare quella barzelletta in un lungometraggio. Il risultato è una produzione che mantiene l'estetica patinata dei grandi film da Oscar, ma la riempie di contenuti assurdi, elevando il concetto di "fake news" a forma d'arte cinematografica.
Il film segue (molto liberamente) la vita di Al, partendo dalla sua infanzia in una famiglia dove la musica rock è vista come il peccato originale e la fisarmonica è uno strumento proibito, quasi un oggetto di contrabbando. Vediamo un giovane Al costretto a nascondere la sua passione per i polka-medley sotto il letto, come se fosse materiale pornografico. La scena in cui il padre scopre la sua fisarmonica e reagisce con una violenza drammaticamente esagerata stabilisce immediatamente il tono del film: qui nulla va preso sul serio.
La narrazione esplode quando Al si trasferisce in una casa condivisa con amici e ha l'illuminazione divina: cambiare le parole di canzoni famose per parlare di cibo. La nascita di "My Bologna" (parodia di My Sharona) viene presentata come un momento di genio assoluto, paragonabile alla scoperta della relatività di Einstein. Da lì, l'ascesa è fulminea. Sotto l'ala protettiva di Dr. Demento, Al diventa una superstar globale.
Tuttavia, il film prende una deviazione selvaggia rispetto alla realtà quando entra in scena Madonna. Nella finzione del film, la "Material Girl" non è solo una collega, ma una femme fatale manipolatrice che seduce Al solo per convincerlo a scrivere una parodia di "Like a Virgin", sperando che l'effetto Yankovic (il cosiddetto "Yankovic Bump") faccia schizzare le sue vendite. Questa sottotrama trasforma il film in una sorta di thriller d'azione poliziesco, culminando in una missione di salvataggio in cui Al deve affrontare nientemeno che Pablo Escobar. Sì, nel mondo di questo film, Weird Al Yankovic è un esperto di arti marziali e un giustiziere che stermina un cartello della droga colombiano per amore.
Il finale, che non svelerò nei dettagli per non rovinare la sorpresa, è un crescendo di assurdità che riscrive completamente la storia della musica degli anni '80, portando il concetto di "biografia romanzata" a livelli parossistici.
Eric Appel compie un lavoro straordinario nel mantenere un tono visivo serio e drammatico. La forza comica di Weird deriva dal contrasto: la fotografia è calda, i movimenti di camera sono eleganti, la recitazione è intensa e sofferta, ma le parole che escono dalle bocche degli attori sono ridicole.
Appel utilizza sapientemente tutti i cliché del genere:
Il trauma infantile: Il rapporto conflittuale con il padre viene trattato con una gravità degna di un dramma shakespeariano.
Il montaggio del successo: Le sequenze che mostrano Al che scrive successi in pochi secondi sono montate con un ritmo frenetico che imita i grandi classici del cinema musicale.
La spirale autodistruttiva: Al viene mostrato come un divo arrogante e dedito all'alcol (mentre nella realtà è noto per essere una delle persone più gentili e sobrie dello show business).
Questa direzione permette al film di non sembrare mai uno sketch lungo di Saturday Night Live, ma un'opera cinematografica completa che ha un'anima e una coerenza interna, per quanto folle.
Il cuore pulsante del film è Daniel Radcliffe. L'attore britannico continua la sua carriera post-Harry Potter scegliendo ruoli sempre più eccentrici e coraggiosi, e la sua interpretazione di Weird Al è forse la vetta di questo percorso. Radcliffe non cerca l'imitazione perfetta (non prova nemmeno a nascondere del tutto il suo fisico muscoloso, che gioca a favore dell'assurdità del personaggio), ma cattura l'energia maniacale e la passione sincera di Yankovic.
Radcliffe interpreta Al con una "faccia di bronzo" ammirevole. Non ammicca mai alla telecamera, non fa capire di sapere che ciò che sta facendo è ridicolo. È totalmente calato nella parte della rockstar tormentata che crede sinceramente che "mangiare un panino alla mortadella" sia il tema più profondo che la musica possa affrontare.
Accanto a lui, Evan Rachel Wood offre una performance magistrale nel ruolo di Madonna. La sua versione della cantante è una caricatura brillante: ambiziosa, calcolatrice e deliziosamente malvagia. La chimica tra lei e Radcliffe è uno dei motori principali del film, trasformando una possibile storia d'amore in una lotta per il potere mediatico.
Menzione d'onore a Rainn Wilson (celebre per The Office) nel ruolo di Dr. Demento. Wilson interpreta il mentore di Al con un mix di eccentricità e saggezza paterna che funge da ancoraggio (per quanto instabile) in tutta la prima parte del film. Inoltre, il film è disseminato di cameo di lusso: da Jack Black (che appare in una scena di sfida tra fisarmonicisti) a Conan O'Brien nei panni di Andy Warhol, fino allo stesso vero Weird Al Yankovic, che interpreta un cinico dirigente discografico che non crede nel talento del "finto" se stesso.
Perché Weird è un film importante nel panorama contemporaneo? Perché viviamo in un'epoca di saturazione di biopic musicali. Dopo il successo di Bohemian Rhapsody, ogni grande artista ha ricevuto un trattamento cinematografico che spesso tende a santificare la figura della star, seguendo una formula pigra e ripetitiva.
Yankovic e Appel smontano questa formula pezzo per pezzo. Il film ci dice che la verità non è importante quanto la leggenda, specialmente se la leggenda include sparatorie nella giungla. È un atto di ribellione creativa contro la narrazione standardizzata.
Un altro tema interessante è quello della creatività. Sebbene il film sia una farsa, tocca un punto reale della carriera di Yankovic: la lotta per essere preso sul serio come artista "originale" nonostante il suo lavoro consista nel copiare gli altri. Nel film, Al insiste rabbiosamente sul fatto che le sue canzoni siano "completamente originali", invertendo la realtà in cui Michael Jackson avrebbe copiato "Eat It" da lui (e non viceversa). È un gioco metatestuale che fa riflettere sulla natura dell'ispirazione e sul diritto d'autore.
Ovviamente, la colonna sonora è fondamentale. Le canzoni di Weird Al sono ri-registrate per il film, con Radcliffe che esegue il lip-sync sulla voce originale di Yankovic (che, nonostante l'età, mantiene una freschezza vocale incredibile). Sentire questi classici inseriti in un contesto così drammatico conferisce loro una nuova vita. La canzone originale scritta per i titoli di coda, "Now You Know", è un riassunto perfetto dello spirito del film: una ballata frenetica che prende in giro lo spettatore per aver creduto a qualsiasi cosa abbia appena visto.
Nonostante sia stato rilasciato direttamente in streaming (su The Roku Channel negli USA), il film ha ottenuto un successo critico strepitoso, vincendo diversi premi, tra cui due Emmy Awards. È stato lodato per il suo coraggio e per la sua capacità di far ridere dall'inizio alla fine senza mai perdere il ritmo.
Weird - La storia di Al Yankovic è un regalo per i fan di lunga data, ma è anche un film d'azione e commedia perfettamente godibile da chiunque non abbia mai sentito parlare di polke o parodie. È un inno all'essere "strani" (weird, appunto), al rifiuto del conformismo e alla celebrazione della stupidità consapevole come forma superiore di intelligenza.
In un mondo cinematografico spesso troppo serio e preoccupato della propria immagine, Weird Al ci ricorda che la parodia è la forma più sincera di adulazione e che, a volte, inventarsi una vita completamente assurda è molto più onesto che cercare di raccontare una realtà noiosa. È un film che non chiede scusa per la sua assurdità e che, proprio per questo, riesce a essere uno dei ritratti d'artista più autentici e divertenti degli ultimi decenni.
prime
Se esiste un film in grado di racchiudere perfettamente la transizione tra l'umorismo anarchico dei Monty Python e la visione cinematografica barocca, sporca e sognante degli anni '80, quel film è senza dubbio I banditi del tempo (Time Bandits). Uscito nel 1981, rappresenta il primo vero grande successo commerciale di Terry Gilliam come regista solista, un'opera che ha ridefinito il concetto di "film per famiglie" infondendovi una dose massiccia di satira, grottesco e un pizzico di genuino terrore.
Analizzare questo film oggi, nel 2026, significa immergersi in un'epoca in cui il cinema fantastico veniva costruito con il sudore, i mascherini dipinti e scenografie monumentali, prima che il digitale appiattisse l'immaginario collettivo. I banditi del tempo non è solo una storia di viaggi nel tempo; è un manifesto sulla potenza dell'immaginazione infantile contro l'aridità del mondo adulto.
Dopo l'esperienza con i Python e il debutto con Jabberwocky, Terry Gilliam trova con I banditi del tempo la sua voce definitiva. Il film è ufficialmente il primo capitolo della cosiddetta "Trilogia dell'Immaginazione", che proseguirà con Brazil (1985) e si concluderà con Le avventure del barone di Munchausen (1988). In questa trilogia, Gilliam esplora il desiderio di fuga dalla realtà attraverso diverse fasi della vita: l'infanzia, l'età adulta e la vecchiaia.
La regia di Gilliam è viscerale. Utilizza costantemente lenti grandangolari (il suo marchio di fabbrica, spesso chiamato "Gilliam-cam") per distorcere i bordi dell'inquadratura, creando un senso di claustrofobia o di meraviglia iperbolica. La macchina da presa è spesso posta ad altezza bambino, costringendo lo spettatore a guardare il mondo dal punto di vista del protagonista, Kevin. Questo trasforma gli adulti in giganti spesso grotteschi o minacciosi, riflettendo la percezione di un undicenne.
Gilliam rifiuta la pulizia estetica della fantascienza alla Star Wars. Il suo passato è fangoso, polveroso, pieno di fumo e di oggetti che sembrano avere un peso reale. Questa "estetica del rottame" conferisce al film una tangibilità che lo rende ancora oggi visivamente sbalorditivo.
La storia inizia in una tipica e noiosa periferia inglese. Kevin è un bambino intelligente, appassionato di storia, ma i suoi genitori sono l'emblema del consumismo più becero: sono ossessionati dai nuovi modelli di elettrodomestici e dai quiz televisivi, ignorando completamente la fervida immaginazione del figlio.
Una notte, la vita di Kevin cambia per sempre: un cavaliere a cavallo irrompe dal suo armadio, svanendo in una foresta che appare improvvisamente dietro la carta da parati. La notte successiva, dall'armadio escono sei nani (Randall, Fidgit, Strutter, Og, Wally e Vermin). Questi non sono creature fatate nel senso classico; sono ex dipendenti dell'Essere Supremo, incaricati di riparare i "buchi" nel tessuto spazio-temporale creati durante una creazione dell'universo fatta un po' troppo in fretta.
I nani hanno rubato una mappa magica che indica la posizione di questi buchi, e la usano per viaggiare attraverso i secoli e derubare i personaggi storici più ricchi della storia. Kevin si unisce a loro, iniziando un'odissea che lo porterà a incontrare:
Napoleone Bonaparte: Un imperatore ossessionato dalla sua bassa statura e dai burattini, interpretato da un magnifico Ian Holm.
Robin Hood: Qui ritratto non come un nobile eroe, ma come un aristocratico superficiale e un po' tonto (John Cleese), circondato da una banda di allegri seguaci decisamente violenti.
Re Agamennone: Nell'antica Grecia, dove Kevin trova finalmente una figura paterna degna di questo nome in Sean Connery.
Il Titanic: In una scena che mescola commedia e tragedia imminente.
Tuttavia, il gruppo è inseguito dall'Essere Supremo (che vuole la mappa indietro) e sorvegliato dal Male Assoluto, un'entità tecnocratica e crudele che vive nella Fortezza dell'Ultima Oscurità e desidera la mappa per rifare l'universo a sua immagine, più ordinato e tecnologicamente avanzato (e senza "stupidaggini" come i fiori o l'amore).
Il cast di I banditi del tempo è uno dei più eclettici della storia del cinema. Gilliam riuscì a radunare star di prima grandezza grazie alla produzione della HandMade Films (la casa di produzione fondata da George Harrison dei Beatles, che scrisse anche la canzone dei titoli di coda, Dream Away).
I Nani: David Rappaport (Randall) guida il gruppo con una tracotanza irresistibile. Kenny Baker (noto per essere stato R2-D2) e gli altri attori danno vita a personaggi scorbutici, avidi, ma profondamente umani, lontani dai cliché delle fiabe Disney.
Sean Connery: La sua presenza nei panni di Agamennone eleva il film. Connery interpreta il re greco con una grazia e un calore che offrono a Kevin l'unico vero momento di pace e affetto sincero del film.
David Warner: Nel ruolo del Male, Warner è straordinario. Riesce a essere spaventoso e ridicolo allo stesso tempo, lamentandosi dell'Essere Supremo che ha creato "lumache e alberi" invece di computer e laser.
Ralph Richardson: Il suo Essere Supremo è la quintessenza dell'ironia britannica: un uomo d'affari in abito grigio, un po' distratto, che tratta l'universo come un ufficio mal gestito.
Craig Warnock: Nei panni di Kevin, offre una prova naturale e mai stucchevole, fondamentale per ancorare il film alla realtà emotiva.
I banditi del tempo ha influenzato intere generazioni di registi, da Tim Burton a Guillermo del Toro. La sua capacità di mescolare il sacro e il profano, la storia antica e la fantascienza, la commedia slapstick e l'orrore cosmico lo rende un oggetto cinematografico unico.
In un'epoca in cui i contenuti vengono spesso prodotti seguendo algoritmi di gradimento, il film di Gilliam splende per la sua sregolatezza. È un film che rispetta l'intelligenza dei bambini, non nascondendo loro che il mondo può essere un luogo pericoloso e che gli adulti sono spesso confusi o egoisti. Ma allo stesso tempo celebra il coraggio di chi, armato solo di una mappa e di un po' di curiosità, decide di saltare nel buio dell'armadio per vedere cosa c'è dall'altra parte.
Nel 2024 è stata prodotta una serie TV basata sul film, curata da Taika Waititi, ma l'originale del 1981 rimane insuperato per la sua atmosfera sporca e la sua anima punk. È un viaggio nel tempo che non invecchia mai, perché parla di qualcosa di eterno: la lotta tra la polvere del reale e l'oro dell'immaginario.
Nonostante sia catalogato come un film d'avventura, I banditi del tempo possiede un sottotesto profondamente filosofico e, a tratti, cupo.
La critica al consumismo è feroce. I genitori di Kevin sono prigionieri degli oggetti; la loro incapacità di vedere oltre lo schermo della TV li rende più "piccoli" dei nani che Kevin incontra. Il Male Assoluto stesso è una parodia dello scienziato pazzo moderno, un tecnocrate che odia la complessità organica della vita e preferirebbe un mondo di metallo e circuiti.
C'è poi la questione della teodicea (il rapporto tra Dio e il male). Il finale del film è celebre per essere uno dei più audaci e scioccanti del cinema per ragazzi. Senza fare troppi spoiler per chi non l'avesse visto, il modo in cui l'Essere Supremo giustifica l'esistenza del Male ("Serve a testare la mia creazione") e il destino dei genitori di Kevin lasciano lo spettatore con un senso di inquietudine. Gilliam non offre soluzioni facili: il male è un "pezzetto" che rimane sempre in giro, e sta all'individuo decidere se toccarlo o meno.
Realizzare il film fu una sfida titanica. Gilliam dovette lottare con un budget limitato, compensando la mancanza di fondi con un'inventiva visiva senza pari. La scena della nave che emerge dal mare e viene portata sulla testa di un gigante è un capolavoro di effetti speciali meccanici e prospettiva forzata.
Un aneddoto interessante riguarda Sean Connery: Gilliam scrisse nel copione che Agamennone doveva apparire come "qualcuno che assomigliasse a Sean Connery, o un attore della stessa statura". Con sua grande sorpresa, Connery accettò la parte, nonostante il budget ridotto, perché affascinato dalla sceneggiatura e dallo spirito anarchico del progetto.
Johnny il bello (titolo originale Johnny Handsome), uscito nel 1989, rappresenta uno dei capitoli più affascinanti, cupi e stilisticamente densi della cinematografia di Walter Hill. Il film è un perfetto esempio di neo-noir che mescola l'estetica sporca degli anni Ottanta con i temi classici della tragedia greca e del genere hard-boiled. Ambientato in una New Orleans umida, notturna e decadente, il film esplora la possibilità della redenzione attraverso la trasformazione fisica, interrogandosi se un cambio di volto possa realmente cancellare un’indole criminale o sfuggire a un destino già scritto.
Walter Hill, già celebre per capolavori come I guerrieri della notte e 48 ore, trae il soggetto dal romanzo The Three Worlds of Johnny Handsome di John Godey. Nonostante Hill avesse inizialmente rifiutato il progetto per diverse volte, alla fine accettò la sfida, trasformando una storia di crimine e vendetta in una sorta di favola oscura e deterministica. Il film arrivò in un momento particolare della carriera di Mickey Rourke, allora all'apice della sua bellezza magnetica e del suo carisma ribelle, rendendo il titolo quasi ironico e profetico rispetto alle reali trasformazioni fisiche che l'attore avrebbe subito negli anni a venire.
Il protagonista è John Sedley, un delinquente di basso borgo affetto da una grave malformazione cranio-facciale congenita che lo rende oggetto di scherno e alienazione. Nel sottomondo criminale di New Orleans, tutti lo chiamano "Johnny il bello", un soprannome crudele che sottolinea la sua mostruosità esteriore. Johnny è un uomo silenzioso, rassegnato alla sua condizione, la cui unica ancora di salvezza è l'amicizia con Mikey Chalmette (interpretato da Scott Wilson), l'unico a trattarlo con dignità.
Mikey convince Johnny a partecipare a una rapina in un negozio di antiquariato e gioielli. Per il colpo, si avvalgono dell’aiuto di due complici spietati: Rafe Garrett (Lance Henriksen) e la sua amante Sunny Boyd (Ellen Barkin). Durante il colpo, però, la crudeltà di Rafe e Sunny emerge in tutta la sua ferocia: i due tradiscono Johnny e Mikey, uccidendo quest'ultimo e lasciando Johnny ferito sul luogo del crimine per farlo arrestare dalla polizia.
Condannato al carcere di Angola, Johnny diventa il bersaglio dei sicari mandati da Rafe per metterlo a tacere definitivamente. Dopo essere sopravvissuto a un brutale accoltellamento che lo lascia in coma, Johnny attira l'attenzione del dottor Steven Fisher (un giovane Forest Whitaker), un chirurgo ideale e ambizioso che crede fermamente nel legame tra aspetto fisico e comportamento sociale. Fisher ipotizza che la devianza criminale di Johnny sia una risposta alla sua deformità e propone un esperimento radicale: una serie di interventi di chirurgia plastica ricostruttiva per dargli un volto nuovo, un linguaggio corretto e, teoricamente, una nuova vita.
Johnny accetta, affrontando un doloroso processo di trasformazione. Quando esce dalla prigione in libertà vigilata, nessuno lo riconosce: ora è un uomo attraente, con una nuova identità (Johnny Mitchell). Trova lavoro in un cantiere navale e inizia una relazione con Donna (Elizabeth McGovern), una donna onesta e gentile che lo ama per quello che è. Sembra l'inizio di una redenzione perfetta, ma il passato non è stato sepolto. Mentre il dottor Fisher osserva con orgoglio il successo del suo esperimento, il cinico tenente di polizia A.Z. Drones (Morgan Freeman) rimane scettico, convinto che "un leopardo non possa cambiare le sue macchie".
Il desiderio di vendetta di Johnny è un fuoco che cova sotto la cenere. Pur avendo la possibilità di essere felice, egli organizza un piano complesso per incastrare Rafe e Sunny, fingendo di essere un nuovo complice per un colpo al cantiere navale dove lavora. La spirale di violenza che ne consegue trascinerà tutti verso un epilogo tragico e inevitabile, confermando che, sebbene la maschera sia cambiata, l'anima di Johnny è rimasta indissolubilmente legata al tradimento subito e al sangue dell'amico Mikey.
Walter Hill infonde in Johnny il bello tutto il suo amore per il cinema classico e il western, trasponendo i codici della frontiera nella giungla urbana di New Orleans. La sua regia è asciutta, muscolare, priva di fronzoli ma estremamente suggestiva. Hill utilizza la città non solo come sfondo, ma come un personaggio attivo: le strade sotto la pioggia, i bar fumosi, i magazzini arrugginiti e i cimiteri monumentali contribuiscono a creare un'atmosfera di oppressione costante.
L'uso del colore è fondamentale. Hill e il direttore della fotografia Matthew F. Leonetti giocano con tonalità fredde e ombre profonde, tipiche del neo-noir, interrotte solo dal calore viscerale delle esplosioni o delle luci al neon. La narrazione procede con un ritmo inesorabile, una marcia verso il destino che ricorda le opere di Melville o il noir francese degli anni '60.
Il film vanta uno dei cast più impressionanti del decennio. Mickey Rourke offre una prova d'attore straordinaria. Per la prima parte del film, è sepolto sotto pesanti protesi di lattice che ne stravolgono i lineamenti (un lavoro di trucco magistrale curato da Michael Westmore). Rourke recita con gli occhi e con il corpo, trasmettendo la sofferenza e la timidezza di un uomo che si sente un mostro. Una volta "guarito", il suo Johnny diventa una maschera di freddezza e determinazione, dove la bellezza esteriore funge da scudo per un piano di distruzione.
Ellen Barkin e Lance Henriksen creano una delle coppie di antagonisti più odiabili e carismatiche del cinema d'azione. Barkin, nel ruolo di Sunny, è una femme fatale elettrica, volgare e spietata, mentre Henriksen conferisce a Rafe una malvagità glaciale e psicotica.
Dall'altro lato dello spettro morale, troviamo il dualismo tra Forest Whitaker e Morgan Freeman. Whitaker incarna l'idealismo della scienza, l'uomo che crede nel progresso e nella bontà intrinseca dell'essere umano. Al contrario, Freeman interpreta il tenente Drones con un cinismo tagliente e una saggezza di strada che funge da voce della verità nel film. Drones è il coro della tragedia: lui sa che la vendetta è una forza naturale che non può essere fermata dalla chirurgia. La sua interpretazione, fatta di sguardi ironici e battute sferzanti, ruba spesso la scena.
Un elemento imprescindibile del film è la colonna sonora di Ry Cooder. Il musicista, collaboratore abituale di Hill (basti pensare a Paris, Texas), compone un tappeto sonoro intriso di blues, slide guitar e suggestioni "swampy" che catturano perfettamente l'anima della Louisiana. La musica di Cooder non è solo un accompagnamento, ma è il respiro stesso del film: malinconica nei momenti di solitudine di Johnny, tesa e sincopata durante le sequenze d'azione.
Johnny il bello solleva questioni filosofiche profonde che vanno oltre la semplice trama di genere. Il tema centrale è la fisionomica e il suo rapporto con l'identità. Il film si chiede: siamo definiti da come gli altri ci vedono o da quello che abbiamo fatto? Il dottor Fisher commette l'errore di credere che la bruttezza sia la causa del crimine, mentre Drones sostiene che il crimine sia nell'anima, indipendentemente dal volto.
Il film è anche una riflessione sulla maschera. Johnny passa da una maschera imposta dalla natura (la sua deformità) a una maschera imposta dalla scienza (la sua bellezza). In entrambi i casi, egli non è libero. Solo nell'atto finale, quando decide di regolare i conti, Johnny riprende possesso della propria volontà, sebbene questa lo porti alla rovina. È la tipica struttura della caduta dell'eroe noir: un uomo che cerca di sfuggire al proprio passato ma finisce per essere schiacciato dal peso delle proprie scelte.
All'epoca della sua uscita, Johnny il bello ricevette un'accoglienza mista. Alcuni critici trovarono la trama troppo melodrammatica o legata agli stereotipi del genere. Tuttavia, con il passare degli anni, la pellicola è stata rivalutata come uno dei vertici del cinema di Walter Hill. La sua forza risiede nella coerenza estetica e nella potenza delle interpretazioni, oltre che nella capacità di raccontare una storia di dolore universale attraverso i codici del pulp.
In un'epoca di blockbuster rumorosi e patinati, Johnny il bello rimane un'opera sporca, sincera e profondamente umana. È un film che non offre facili consolazioni: la bellezza, in questo mondo, non è un dono ma un'arma o un travestimento, e la giustizia ha sempre un prezzo altissimo, spesso pagato con la vita. Per gli amanti del noir e della cinematografia anni Ottanta, resta una visione fondamentale, un viaggio senza ritorno nel cuore oscuro di New Orleans e dell'animo umano.
A morte Hollywood (Cecil B. DeMented) è un film del 2000 e diretto da John Waters.
A morte Hollywood (titolo originale Cecil B. Demented) è una delle opere più incendiarie, autoironiche e feroci di John Waters, il "Papa del Trash" che, arrivato al volgere del millennio, decise di firmare il suo personale manifesto di guerra contro l'industria cinematografica mainstream. Uscito nel 2000, il film rappresenta un punto di svolta e, allo stesso tempo, una summa della poetica di Waters: un atto d'amore folle per il cinema più estremo e una satira spietata verso la mediocrità del botteghino globale.
La premessa di A morte Hollywood è tanto semplice quanto surreale. La storia ruota attorno a Honey Whitlock, interpretata da una coraggiosa Melanie Griffith, una diva del cinema hollywoodiano viziata, capricciosa e ormai intrappolata in ruoli mediocri. Mentre si trova a Baltimora (città natale di Waters e set perenne di ogni suo film) per la prima di un banale film romantico, viene rapita da un gruppo di stravaganti fanatici del cinema che si autodefiniscono "terroristi cinematografici".
Il leader di questa cellula impazzita è Cecil B. Demented (uno strepitoso Stephen Dorff), un regista visionario e psicopatico che guida i suoi seguaci, i "Sprocket Holes", in una missione suicida: girare il film underground definitivo, intitolato Raving Beauty, utilizzando la realtà come set e la violenza come linguaggio estetico. Honey Whitlock non è solo un ostaggio, ma diventa la protagonista forzata di questa pellicola illegale, trascinata in una spirale di attacchi a multisala, set di blockbuster e uffici della censura.
La trama si dipana come un "road movie" urbano e nichilista, dove la diva inizialmente inorridita subisce una sorta di Sindrome di Stoccolma estetica. Iniziando a comprendere (o forse solo a soccombere a) la follia di Cecil, Honey si trasforma da icona patinata a guerriera del cinema indipendente, arrivando a rinnegare il suo passato per abbracciare la causa del "cinema puro".
Un elemento centrale che merita un'analisi approfondita è l'uso dei tatuaggi come dichiarazione politica. In A morte Hollywood, il corpo diventa una pellicola su cui incidere la storia del cinema proibito. Cecil ha tatuato Otto Preminger sul braccio, rivendicando la libertà di trattare temi scabrosi. Altri membri portano i nomi di William Castle (il re dei gimmick e degli effetti speciali in sala) o Herschell Gordon Lewis (il padre del gore).
Questa scelta narrativa serve a Waters per tracciare una linea di demarcazione netta: da una parte c'è il cinema come industria (Hollywood), dall'altra il cinema come ossessione personale e atto di ribellione. Il film suggerisce che il vero amore per l'arte richieda un sacrificio fisico, un'appartenenza che va oltre la semplice visione in sala. I Sprocket Holes vivono in un cinema abbandonato, dormono tra i rulli di pellicola e considerano il "taglio del montatore" come un atto di sacrilegio se imposto dalla produzione.
Il cuore del film è l'assalto ai simboli del cinema commerciale. Una delle sequenze più iconiche vede la banda interrompere la proiezione di un ipotetico sequel di Patch Adams, urlando insulti contro la sentimentalità forzata e il perbenismo delle commedie hollywoodiane. Waters non risparmia nessuno: attacca gli attori che accettano ruoli solo per soldi, i produttori che pensano solo ai test screening e il pubblico che accetta passivamente storie banali e ripetitive.
Tuttavia, Waters è troppo intelligente per cadere nella trappola del moralismo serio. Il film è intriso di un'ironia feroce che colpisce anche gli stessi "terroristi". Cecil e la sua banda sono ridicoli nella loro seriosità; sono disposti a morire per un'inquadratura, ma rimangono dei disadattati sociali che non sanno relazionarsi con il mondo reale se non attraverso l'obiettivo di una macchina da presa. Questa ambiguità rende il film stratificato: è allo stesso tempo un grido di battaglia per l'indipendenza artistica e una parodia degli estremismi artistici.
Il finale, che si svolge in un vecchio drive-in (luogo simbolo del cinema di serie B tanto caro a Waters), è un'apoteosi di fiamme e violenza coreografata. La "morte" di Hollywood non avviene attraverso la distruzione fisica degli studi di Los Angeles, ma attraverso la creazione di un'immagine così potente e disturbante da non poter essere riassorbita dal sistem
La regia di John Waters in questo film è volutamente frenetica, sporca e priva di quella levigatezza che caratterizzava le sue produzioni più "commerciali" degli anni '90, come Hairspray o Serial Mom. Waters utilizza la macchina da presa come un'arma, riflettendo lo stile di vita dei suoi protagonisti. Nonostante il budget fosse sensibilmente più alto rispetto ai suoi esordi negli anni '70, il regista cerca di mantenere un'estetica da "guerrilla filmmaking", celebrando l'imperfezione e il caos.
Waters infarcisce la pellicola di citazioni cinefile colte e oscure. Ogni membro della banda di Cecil porta tatuato il nome di un regista che ha sfidato le convenzioni: da Sam Peckinpah a Kenneth Anger, da Rainer Werner Fassbinder a Pier Paolo Pasolini. Questa scelta non è solo estetica, ma definisce la "religione" dei personaggi: per loro, il cinema non è intrattenimento, è un martirio. La regia di Waters riesce a bilanciare il tono farsesco della commedia con una critica sociale molto seria, attaccando la censura dell'MPAA (la commissione per la classificazione dei film negli USA) e la pigrizia intellettuale del pubblico medio che consuma "junk food" visivo.
Il casting di A morte Hollywood è uno dei suoi punti di forza più sottili. Scegliere Melanie Griffith, un'attrice che all'epoca rappresentava perfettamente l'establishment di Hollywood ma che stava vivendo una fase di transizione nella sua carriera, è stata un'intuizione geniale. Griffith si mette a nudo, deride la propria immagine pubblica e accetta di essere sporcata, umiliata e trasformata in una creatura punk. La sua performance è una miscela perfetta di vulnerabilità e ritrovata grinta.
Stephen Dorff, nel ruolo di Cecil, emana un'energia nervosa e carismatica. Il suo Cecil è una via di mezzo tra un leader di una setta alla Charles Manson e un artista d'avanguardia alla Jean-Luc Godard. Dorff riesce a rendere credibile l'ossessione del personaggio, trasformando i suoi sproloqui contro i popcorn e i multiplex in veri e propri sermoni religiosi.
Attorno a loro si muove la banda dei Sprocket Holes, un insieme eclettico di giovani attori che avrebbero poi trovato grande fortuna a Hollywood. Spicca una giovanissima Maggie Gyllenhaal nel ruolo di Raven, l'estetista satanista del gruppo, insieme a Jack Noseworthy e Michael Shannon. Ogni membro del gruppo rappresenta un'ossessione cinematografica diversa (il porno d'autore, il gore, il cinema muto), creando un microcosmo di freak che sembra uscito direttamente dai primi lavori di Waters come Pink Flamingos. Non mancano poi i "Dreamlanders" storici, come Mink Stole, la musa storica di Waters, che qui interpreta la madre di uno dei terroristi, aggiungendo quel tocco di continuità che i fan del regista adorano.
A distanza di oltre vent'anni, A morte Hollywood appare quasi profetico. In un'epoca dominata da franchise miliardari, algoritmi che decidono le trame dei film e una standardizzazione visiva sempre più opprimente, il grido di Cecil B. Demented risuona più attuale che mai. Il film è diventato un cult proprio perché celebra quel senso di pericolo che il cinema moderno sembra aver smarrito.
Non è il film più "bello" di John Waters in termini puramente estetici, né il più scioccante rispetto alle sue prime opere scatalogiche, ma è probabilmente il suo lavoro più sincero dal punto di vista intellettuale. È una lettera d'amore scritta con l'acido fenico, un invito a non accontentarsi del "carino" e del "sicuro", ma a cercare sempre la visione originale, per quanto folle o sgradevole possa essere.
In conclusione, guardare A morte Hollywood oggi significa fare un viaggio in un'epoca in cui si credeva ancora che un film potesse cambiare il mondo, o almeno disturbarlo profondamente. È un'opera anarchica, divertente e profondamente punk che ricorda a ogni spettatore che il cinema è vivo solo finché qualcuno è disposto a combattere per un'idea, contro tutto e contro tutti.
The Hitcher - La lunga strada della paura (The Hitcher) è un film del 1986 diretto da Robert Harmon.
The Hitcher - La lunga strada della paura (1986) non è solo un thriller stradale; è un incubo esistenziale, un western moderno dalle tinte horror che ha segnato in modo indelebile il cinema degli anni Ottanta. Diretto dall'esordiente Robert Harmon e scritto dal giovanissimo Eric Red, il film trasforma il deserto del Texas in un palcoscenico astratto dove si consuma una lotta primordiale tra il bene e il male, tra l'innocenza e la depravazione.
In un'epoca dominata dagli slasher soprannaturali alla Nightmare o Venerdì 13, The Hitcher scelse una strada diversa: una violenza psicologica e fisica radicata nella realtà, ma elevata a m
La storia inizia in una notte di pioggia battente. Jim Halsey (interpretato da C. Thomas Howell), un giovane stanco e annoiato che sta trasportando una Cadillac da Chicago a San Diego, commette l'errore fatale che ogni bambino impara a non fare: dare un passaggio a uno sconosciuto per combattere la sonnolenza.
Lo sconosciuto è John Ryder (Rutger Hauer). Non appena sale in auto, l'atmosfera cambia drasticamente. Ryder non è un autostoppista comune; è un predatore metafisico. Con una calma agghiacciante, rivela a Jim di aver appena ucciso l'autista precedente e che ora intende fare lo stesso con lui. In un momento di disperata lucidità, Jim riesce a scaraventare Ryder fuori dall'auto in corsa.
Ma qui inizia il vero film. Quello che Jim credeva fosse un pericolo scampato si rivela essere l'inizio di un pedinamento implacabile. Ryder non vuole semplicemente uccidere Jim; vuole distruggerlo psicologicamente, incastrarlo per i propri omicidi e costringerlo a trasformarsi in un assassino a sua volta. Attraverso tavole calde deserte, stazioni di servizio esplosive e inseguimenti ad alta velocità, Ryder appare e scompare come un fantasma, eliminando chiunque cerchi di aiutare il ragazzo, inclusa la giovane cameriera Nash (Jennifer Jason Leigh). La lunga strada della paura diventa un rito di passaggio di sangue, che porterà Jim a un confronto finale dove i confini tra vittima e carnefice si fanno pericolosamente sottili.
Al suo debutto, Robert Harmon compie un miracolo visivo. Insieme al direttore della fotografia John Seale (che in seguito avrebbe vinto l'Oscar per Il paziente inglese), Harmon trasforma le highway americane in un paesaggio alieno e ostile.
La regia di The Hitcher si distingue per:
L'uso dello spazio: I campi lunghi sottolineano la solitudine assoluta di Jim. Nonostante le strade siano ampie, la sensazione è quella di una claustrofobia a cielo aperto.
Il ritmo: Il film alterna lunghi silenzi carichi di tensione a esplosioni di violenza brutale e spettacolari incidenti d'auto. Harmon non ha paura di indugiare sui dettagli inquietanti, come la moneta posta sugli occhi di una vittima o il celebre "dito nelle patatine fritte".
Atmosfera onirica: Molti critici hanno notato come il film sembri un sogno (o meglio, un incubo). John Ryder sembra possedere doti quasi soprannaturali: sa sempre dove si trova Jim, riesce a sfuggire a situazioni impossibili e sembra guidato da una volontà superiore. Harmon non spiega mai le origini di Ryder, lasciandolo come una forza della natura, un vento nero che soffia sul deserto.
Se il film è diventato un cult, gran parte del merito va a Rutger Hauer. L'attore olandese, reduce dal successo di Blade Runner, porta nel ruolo di John Ryder una combinazione magnetica di minaccia e malinconia.
Hauer interpreta Ryder non come un pazzo urlante, ma come un angelo caduto, stanco del proprio vagabondaggio. Il suo sguardo azzurro e gelido comunica un vuoto interiore terrificante. La frase iconica che rivolge a Jim, "I want you to stop me" (voglio che tu mi fermi), è la chiave di volta del film: Ryder sta cercando il suo erede, qualcuno che sia abbastanza forte da porre fine alla sua scia di sangue. La sua performance è fisica, quasi animale, e carica di un'ambiguità che alcuni critici hanno interpretato come una sorta di attrazione omoerotica distorta nei confronti della sua vittima.
C. Thomas Howell compie un lavoro eccellente nel mostrare la degradazione fisica e mentale di Jim Halsey. All'inizio del film è un ragazzo dal viso pulito; alla fine è un uomo sporco di sangue e polvere, i cui occhi hanno visto troppo. La sua trasformazione è il cuore emotivo della pellicola: è la perdita dell'innocenza americana sotto i colpi di un nichilismo senza senso.
Jennifer Jason Leigh, nel ruolo di Nash, rappresenta l'unico barlume di calore umano nel film. La sua chimica con Howell è autentica, il che rende il suo destino (uno dei più brutali e famosi della storia del cinema, sebbene mostrato solo attraverso la tensione di un furgone e un tir) ancora più insopportabile per il pubblico. La sua morte è il punto di non ritorno che toglie a Jim ogni altra opzione se non la vendetta.
The Hitcher è un film stratificato che si presta a diverse letture:
Il Doppio: Ryder e Jim sono le due facce della stessa medaglia. Ryder ha bisogno di Jim per convalidare la propria esistenza e, infine, la propria morte. Jim, per sconfiggere il male, deve accoglierne una parte dentro di sé.
Il Destino: Il film riflette la paura dell'imprevisto. Un singolo gesto (dare un passaggio a uno sconosciuto) può deragliare un'intera vita. È una metafora della fragilità della civiltà di fronte alla barbarie.
La Critica alla Legge: La polizia nel film è rappresentata come ottusa e pericolosa quanto il killer. Incapaci di comprendere la complessità della situazione, i poliziotti perseguitano la vittima invece del carnefice, isolando Jim e lasciandolo solo nel suo duello contro Ryder.
La produzione del film fu complessa. La sceneggiatura originale di Eric Red era molto più lunga e cruenta (il primo montaggio durava quasi tre ore). Molte scene furono tagliate per ottenere un visto censura che permettesse la distribuzione, ma questo finì per giovare al film, rendendolo più misterioso e focalizzato sulla tensione psicologica.
Alla sua uscita, l'accoglienza fu controversa. Critici famosi come Roger Ebert odiarono il film, definendolo "malato" e "gratuito". Tuttavia, il tempo ha dato ragione a Robert Harmon. The Hitcher è stato rivalutato come un capolavoro del genere, influenzando registi come Quentin Tarantino e i fratelli Coen. Nel 2007 è stato realizzato un remake (con Sean Bean nel ruolo di Ryder), che però ha fallito nel catturare l'atmosfera rarefatta e mitologica dell'originale.
The Hitcher - La lunga strada della paura rimane un'esperienza cinematografica viscerale. È un film che non offre risposte, che non spiega i motivi del male, ma si limita a mostrarne l'inarrestabile avanzata lungo una striscia di asfalto infinito. Grazie alla regia visionaria di Harmon, alla sceneggiatura tagliente di Red e alla performance leggendaria di Rutger Hauer, il film continua a infestare i sogni di chiunque si metta alla guida in una notte solitaria.
È un monito eterno: a volte, l'empatia o la semplice curiosità possono aprire porte che non possono più essere chiuse.
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Blue Steel - Bersaglio mortale (Blue Steel) è un film del 1990 diretto da Kathryn Bigelow.
Jamie Lee Curtis è Megan Turner: L'interpretazione di Jamie Lee Curtis è ampiamente considerata uno dei punti di forza del film. Il suo aspetto androgino e la sua capacità di bilanciare la vulnerabilità con una notevole forza fisica e determinazione la rendono perfetta per il ruolo della rookie cop (agente alle prime armi). Il personaggio di Megan è un'eroina complessa che lotta non solo contro il criminale, ma anche contro il sessismo istituzionale della polizia e la violenza domestica del suo passato.
Ron Silver è Eugene Hunt: Silver offre una performance straordinaria nel ruolo del villain, un agente di borsa di giorno e un assassino psicopatico di notte. Riesce a rendere il personaggio affascinante, insidioso e incredibilmente disturbante, dando al film la sua carica erotica e morbosa. La sua follia è ritratta come la manifestazione estrema della pressione e della solitudine di un certo tipo di "uomo d'affari" americano.
Clancy Brown è Detective Nick Mann: Brown, spesso associato a ruoli da cattivo, qui è l'alleato della protagonista. Il suo personaggio, un detective che si ritrova a credere e supportare Megan, accentua l'isolamento della protagonista nel suo ambiente di lavoro prevalentemente maschile.
Altri Ruoli: Il cast di supporto include anche Elizabeth Peña nei panni dell'amica Tracy Perez, Louise Fletcher come la madre di Megan, Shirley, e Philip Bosco come il padre violento, Frank Turner.
Blue Steel è un film che affronta temi profondi, al di là della semplice azione:
Femminismo e Genere: Il film è un'esplorazione del posto della donna in ambienti tradizionalmente maschili, come la polizia. Megan è costantemente messa alla prova, giudicata e non creduta a causa del suo genere. Il film usa il thriller per riflettere sulle difficoltà della donna ad affermarsi e sulla reazione violenta che questa affermazione può suscitare in un maschio represso.
Violenza e Potere: L'ossessione di Eugene per la pistola e per Megan è una metafora del desiderio maschile di possesso e del legame tra violenza e potere. Il revolver diventa un prolungamento del corpo e della volontà, un "feticcio" fallico e mortale.
L'Alienazione Urbana: Il film cattura efficacemente l'atmosfera tesa e alienante della New York di fine anni '80/inizio '90, con i suoi contrasti tra la ricchezza di Wall Street e la violenza delle strade.
Nonostante alcuni critici abbiano trovato la sceneggiatura a tratti non del tutto plausibile, Blue Steel è riconosciuto come un notevole thriller che ha elevato il genere grazie alla regia stilisticamente inventiva di Kathryn Bigelow e alla magnetica interpretazione di Jamie Lee Curtis. È un film che, nel catalogo della regista, segna la transizione verso il successo commerciale dei suoi lavori successivi, come Point Break e Strange Days.
Blue Steel - Bersaglio mortale (Blue Steel) è un thriller neo-noir d'azione statunitense del 1990, diretto da Kathryn Bigelow e scritto dalla stessa Bigelow insieme a Eric Red (con cui aveva già collaborato per Il buio si avvicina - Near Dark). Il film si distingue nel panorama del genere poliziesco per la sua messa in scena stilizzata e per l'audace ribaltamento dei ruoli di genere, ponendo al centro dell'azione una forte protagonista femminile.
Kathryn Bigelow, l'unica donna ad aver vinto l'Oscar alla miglior regia (nel 2010 per The Hurt Locker), si conferma in Blue Steel come una cineasta con un'inclinazione per i generi tradizionalmente "maschili" come l'azione, il thriller e l'horror, ai quali imprime una distintiva sensibilità e un occhio estremamente stilizzato.
In Blue Steel, la regia è tesa, incalzante e visivamente potente. Bigelow utilizza la città di New York come uno sfondo cupo e opprimente, quasi un personaggio a sé stante che amplifica il senso di isolamento e paranoia della protagonista. La pellicola è ricca di scelte registiche audaci, come l'uso del ralenti per enfatizzare i momenti chiave dell'azione, la fotografia (curata da Amir Mokri) che gioca con luci e ombre tipiche del neo-noir, e una particolare attenzione ai dettagli sonori.
Un elemento centrale della regia di Bigelow in questo film è la sua analisi, quasi feticistica, della pistola. I titoli di testa, ad esempio, sono composti da primi piani dettagliati che esaltano l'arma, presentandola non solo come uno strumento di lavoro o di morte, ma come un simbolo di potere, di minaccia e, in modo controverso, anche di erotismo e identità. Bigelow, attraverso la sua protagonista Megan Turner, mette in discussione e decostruisce il tradizionale "male gaze" (lo sguardo maschile) nel cinema d'azione, introducendo una prospettiva "al femminile" in un ambiente prevalentemente maschile. Nonostante il film abbia ricevuto recensioni miste all'epoca, lo stile della Bigelow è stato ampiamente lodato per la sua maestria tecnica e la capacità di creare un'atmosfera morbosa e coinvolgente.
La trama di Blue Steel è incentrata su Megan Turner (Jamie Lee Curtis), una giovane agente di polizia di New York al suo primo giorno di pattuglia.
L'Incidente Scatenante
Durante il suo primo turno, Megan interviene in un piccolo supermercato per sventare una rapina. Quando il malvivente le punta la sua arma contro, Megan spara, uccidendolo. Tuttavia, mentre l'agente Turner è distratta, un testimone oculare, il distinto e apparentemente affascinante agente di borsa di Wall Street, Eugene Hunt (Ron Silver), raccoglie la pistola del rapinatore caduta a terra e si dilegua.
Quando gli investigatori arrivano sulla scena, non trovano l'arma del rapinatore. Di conseguenza, la versione di Megan viene messa in dubbio. Viene accusata di aver sparato e ucciso un uomo disarmato, e di conseguenza, viene sospesa dal servizio. Questo incidente la getta in una crisi personale e professionale, esacerbata anche da un difficile rapporto con il padre violento, Frank Turner (Philip Bosco), che l'ha segnata fin dall'infanzia.
La Nascita del Killer
Eugene Hunt, il testimone che ha rubato la pistola, non è un uomo normale. È un uomo d'affari di successo ma anche uno psicopatico represso e solo, ossessionato dal potere. L'atto di rubare l'arma, un revolver calibro .44 (da cui il titolo, "Blue Steel" – acciaio azzurrato, in riferimento alla finitura della pistola), innesca in lui una pulsione omicida. Eugene inizia una serie di omicidi casuali per le strade di New York, usando l'arma rubata e, in una contorta e sessualizzata dimostrazione di megalomania, incide il nome "Megan" sulle pallottole con cui spara alle sue vittime. Per Eugene, la pistola e l'agente Turner sono intrinsecamente legati: la sua violenza è un modo per prendere il potere e, allo stesso tempo, un perverso e fatale corteggiamento nei confronti della poliziotta.
La Caccia
Megan, nonostante la sospensione, viene a conoscenza degli omicidi seriali in cui il suo nome è misteriosamente coinvolto. Inizia a lavorare in modo ufficioso per riabilitare il proprio nome, con l'aiuto del detective Nick Mann (Clancy Brown), che è inizialmente scettico ma che in seguito si innamorerà di lei.
La caccia tra Megan e Eugene è un intricato e morboso gioco del gatto e del topo. Eugene, con la sua facciata di "bravo ragazzo", riesce a sedurre Megan, instaurando con lei una relazione romantica. Quando Megan scopre la sua vera identità psicopatica, lo affronta e lo arresta. Tuttavia, a causa della mancanza di prove definitive e della sua abilità nel manipolare le autorità, Eugene viene rilasciato.
Il duello si intensifica, trasformandosi in una lotta personale per la sopravvivenza quando Eugene, ormai scatenato, colpisce gli affetti di Megan, uccidendo la sua amica Tracy e ferendo il detective Mann.
Il Confronto Finale
Il culmine del film è un violento e teso scontro finale tra Megan e Eugene, che si svolge in uno scenario urbano. La Bigelow conclude il film in un modo che richiama esplicitamente la tradizione del duello western, il "genere per eccellenza degli uomini", con la donna che affronta e sconfigge il suo avversario. Megan Turner è costretta a usare la propria forza, intelligenza e freddezza per prevalere, riappropriandosi del proprio potere e chiudendo il cerchio della violenza iniziata con l'incidente.
Voglia di vincere (Teen Wolf) è un film del 1985 diretto da Rod Daniel PRIME
Voglia di vincere è una delle commedie adolescenziali fantastiche più iconiche degli anni '80, rilasciata nel 1985. È un film che cattura perfettamente lo spirito di quel decennio, mescolando temi di insicurezza giovanile, desiderio di accettazione e la scoperta della propria unicità, il tutto condito con un tocco sovrannaturale e molta ironia. Il successo del film fu notevole, in parte grazie all'enorme popolarità del suo protagonista, Michael J. Fox, che all'epoca era sulla cresta dell'onda sia con la serie TV Casa Keaton che con il successo stratosferico di Ritorno al futuro, uscito nello stesso anno.
Il film è stato diretto da Rod Daniel. Daniel era un regista prevalentemente televisivo e Voglia di vincere è uno dei suoi lavori cinematografici più noti. La sua direzione è caratterizzata da un tono leggero e dinamico, tipico delle commedie per ragazzi dell'epoca. Daniel riesce a bilanciare con efficacia gli elementi comici, quelli drammatici legati all'adolescenza e la stravaganza della trasformazione in lupo mannaro. Nonostante l'idea di un liceale che scopre di essere un lupo mannaro potesse sembrare bizzarra, Daniel ha saputo renderla credibile e affascinante per il pubblico giovane.
🎭 Cast e Attori Principali
Il fulcro del film è innegabilmente Michael J. Fox nel ruolo di Scott Howard. Fox dona al personaggio la sua tipica energia e il suo carisma da "bravo ragazzo", rendendo Scott un protagonista immediatamente simpatico e relazionabile. Inizialmente, Scott è l'archetipo dell'adolescente medio: poco popolare, insicuro, innamorato della ragazza sbagliata e membro di una squadra di basket perdente. La sua trasformazione in lupo mannaro (il "Teen Wolf") è la scintilla che innesca la sua crescita personale e la sua inaspettata popolarità.
Accanto a lui, troviamo:
James Hampton che interpreta Harold Howard, il padre di Scott, che rivela di aver ereditato il gene del lupo mannaro e fornisce a Scott una guida (seppur imbarazzata) su come gestire la sua nuova condizione.
Susan Ursitti è Boof, la migliore amica di Scott, segretamente innamorata di lui e l'unica a vedere il valore di Scott anche senza l'artiglio da lupo.
Jerry Levine interpreta Stiles, l'amico esuberante e opportunista di Scott, che immediatamente cerca di capitalizzare sulla popolarità del "Lupo" con il merchandising.
La storia è incentrata su Scott Howard, uno studente liceale che sta attraversando una fase difficile. È invisibile per la maggior parte dei suoi compagni, specialmente per la bellissima e popolare Pamela (Lorie Griffin), ed è demoralizzato dalle continue sconfitte della sua squadra di basket, i "Beavers". La sua vita prende una svolta inaspettata quando, durante una festa, manifesta i primi segni di una strana trasformazione: occhi luminosi, orecchie appuntite e un'improvvisa crescita di peli.
Suo padre, Harold, è costretto a rivelargli il segreto di famiglia: i maschi Howard ereditano la licantropia. Inizialmente terrorizzato e determinato a nascondere la sua condizione, Scott viene presto spinto dall'amico Stiles a sfruttare la sua trasformazione. Quando Scott si trasforma in "The Wolf" in campo da basket, dimostra abilità atletiche sovrumane che portano i Beavers a vincere partita dopo partita, rendendolo l'eroe della scuola. La popolarità è travolgente: Scott diventa il ragazzo più in voga, attirando l'attenzione di Pamela e godendosi il successo.
Tuttavia, con il tempo, Scott si rende conto che la sua nuova identità da "Lupo" sta oscurando il suo vero sé e, cosa più importante, la sua bravura. Capisce che la gente lo ama per il mostro che è, e non per Scott Howard. Il climax emotivo arriva durante il campionato finale di basket, quando Scott decide di giocare l'ultimo quarto senza trasformarsi, dimostrando a sé stesso, al padre e alla scuola intera che può vincere con il suo talento umano. Questa scelta segna il vero "lieto fine" del film: l'accettazione di sé, la vittoria meritata e l'inizio di una relazione onesta con Boof.
Voglia di vincere si inserisce nel filone delle commedie adolescenziali anni '80 (come Breakfast Club o Bella in rosa), ma con il tocco di genere fantastico tipico di film come Gremlins o Ghostbusters. È, in fondo, una metafora della pubertà e dell'adolescenza: il "mostro" interiore che cambia il corpo, le nuove insicurezze e i poteri inattesi che ne derivano. Il film ha generato un sequel meno acclamato, Voglia di vincere 2 con Jason Bateman, e, molto più tardi, ha ispirato una serie televisiva di grande successo, Teen Wolf, andata in onda dal 2011 al 2017, che ha adottato un tono molto più cupo e drammatico rispetto all'originale commedia del 1985. Il film rimane un classico per chiunque voglia fare un tuffo nella cultura pop degli anni '80.
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Il giallo del bidone giallo (Men at Work) è un film del 1990 diretto da Emilio Estévez.
"Il giallo del bidone giallo" (titolo originale: Men at Work) è una commedia poliziesca (giallo comico) del 1990, scritta e diretta da Emilio Estevez, che ne è anche protagonista insieme al fratello Charlie Sheen.
Trama
Il film segue le vicende di due spazzini, James St. James (Emilio Estevez) e Carl Taylor (Charlie Sheen), le cui vite vengono stravolte quando scoprono il cadavere del corrotto commissario della città in un bidone della spazzatura durante il loro turno di lavoro. Nelle successive 24 ore, i due cercano freneticamente di nascondere il corpo, sfuggire ai sicari della malavita e trovare il vero assassino.
Informazioni aggiuntive
Regia e Sceneggiatura: Emilio Estevez.
Cast principale: Charlie Sheen, Emilio Estevez, Keith David, Leslie Hope.
Musiche: La colonna sonora è stata curata da Stewart Copeland, noto per essere stato il batterista dei Police.
Genere: Comico, con elementi di thriller e mistero.
Men at Work è un film del 1990 diretto da Emilio Estévez.
Il titolo italiano gioca sul doppio senso del termine "giallo", riferendosi sia al colore del bidone che al genere poliziesco/mistery (che in Italia è chiamato appunto "giallo").
Informazioni aggiuntive
Regia e Sceneggiatura: Emilio Estevez.
Cast principale: Charlie Sheen, Emilio Estevez, Keith David, Leslie Hope.
Musiche: La colonna sonora è stata curata da Stewart Copeland, noto per essere stato il batterista dei Police.
Genere: Comico, con elementi di thriller e mistero.
Il titolo italiano gioca sul doppio senso del termine "giallo", riferendosi sia al colore del bidone che al genere poliziesco/mistery (che in Italia è chiamato appunto "giallo").
Corto Circuito, film cult del 1986, non è solo una commedia fantascientifica, ma una riflessione giocosa e toccante sul concetto di vita e coscienza artificiale. Diretto con brio da John Badham, già noto per aver saputo equilibrare azione e umorismo in successi come Wargames, il film prende le mosse da una premessa apparentemente semplice: un robot militare prende vita dopo essere stato colpito da un fulmine. Quello che ne deriva è un'avventura frenetica e filosofica, che affascina ancora oggi per il carisma del suo protagonista, l'unità S.A.I.N.T. Numero 5.
La storia si apre all'interno degli avveniristici laboratori della Nova Robotics, una compagnia con sede in Oregon specializzata nello sviluppo di tecnologie militari all'avanguardia. Il prodotto di punta dell'azienda sono i S.A.I.N.T. (acronimo che sta per Strategic Artificially Intelligent Nuclear Transport), cinque prototipi di robot da guerra corazzati, dotati di laser e di un'eccezionale mobilità. Questi robot sono stati concepiti come la prossima generazione di armi autonome, macchine destinate a eseguire ordini senza porsi domande. L'inventore principale di questa tecnologia è il dottor Newton Crosby, interpretato da Steve Guttenberg, un brillante scienziato che, nonostante il fine ultimo militare delle sue creazioni, mostra un affetto quasi paterno per le sue macchine, trattandole come dei bambini meccanici.
Il ruolo di Crosby è cruciale, poiché egli rappresenta la purezza dell'ingegno, contrapposta agli intenti cinici e orientati al profitto di Howard Marner, il capo della sicurezza della Nova, l'antagonista umano che vede i S.A.I.N.T. esclusivamente come una proprietà aziendale di inestimabile valore.
Il punto di svolta narrativo si verifica durante una dimostrazione di routine. Un violento temporale si abbatte sulla base di Nova Robotics e, in un classico momento di deus ex machina fantascientifico, un fulmine colpisce l'unità Numero 5. Questa massiccia scarica elettrica, invece di distruggere il robot, produce l'effetto contrario: provoca un "corto circuito" (come suggerisce il titolo) che riorganizza il suo circuito neurale, trasformandolo in un essere autocosciente. È un'epifania meccanica, un risveglio inatteso. Numero 5 non è più vincolato al suo programma militare; è mosso da una curiosità illimitata, un inarrestabile desiderio di "Input".
Il robot fugge immediatamente dalla base, spinto da un istinto che non è programmato ma è nato. Questa fuga segna l'inizio della sua educazione nel mondo reale, un mondo infinitamente più complesso di qualsiasi simulazione militare.
La fuga di Numero 5 lo conduce fino alla roulotte e alla casa di Stephanie Speck, interpretata da Ally Sheedy. Stephanie è un'eccentrica ma generosa donna, amante degli animali e con una fervida immaginazione, che gestisce un piccolo chiosco di catering. Inizialmente, Stephanie scambia il robot per un alieno, un visitatore spaziale, ma presto si rende conto che la realtà è molto più sorprendente.
È attraverso l'interazione con Stephanie che Numero 5 inizia la sua rapida e divertente evoluzione. Il robot, grazie alla sua capacità di assorbire e catalogare dati a velocità impressionanti, inizia a leggere libri interi in pochi minuti e a guardare la televisione con avidità. Gran parte della comicità del film deriva dal modo in cui Numero 5 imita in modo goffo, ma con precisione, ciò che vede: citazioni da film, espressioni idiomatiche e, in generale, i comportamenti umani.
Il momento più toccante e cruciale si ha quando Stephanie gli spiega il concetto di vita e morte. Quando Numero 5 confronta la sua esistenza con quella di un insetto schiacciato e capisce che, secondo i parametri umani, una macchina è considerata "morta" (cioè non viva), l'orrore lo spinge a un'affermazione di sé: "Input! Voglio Input! Vivente! Numero 5 è vivo!". È questa consapevolezza, questa paura della non-esistenza e questo desiderio di esperire, a convincere Stephanie della sua umanità, o per meglio dire, della sua senzienza.
Alla Nova Robotics, il panico è totale. Howard Marner è ossessionato dal recupero del robot, non per la sua sicurezza, ma per timore che la tecnologia top-secret cada nelle mani sbagliate o che il danno d'immagine comprometta il contratto militare. Marner mobilita l'intera squadra di sicurezza e ordina che il robot venga riportato indietro, vivo o "morto", trattandolo come un oggetto smarrito e difettoso.
Il Dottor Crosby, accompagnato dal suo assistente, il Dott. Ben Jabituya (interpretato da Fisher Stevens, in un ruolo che, come accennato, oggi solleva questioni di stereotipo etnico), si unisce alla caccia, inizialmente con l'obiettivo di "riprogrammare" l'unità. Tuttavia, quando Crosby incontra Numero 5 e testimonia di persona la sua intelligenza, la sua creatività e la sua nascente personalità, si trova in un profondo dilemma etico. Come può distruggere o resettare un'entità che mostra chiaramente segni di vita e consapevolezza? Crosby passa così da inventore a protettore riluttante, riconoscendo in Numero 5 la sua creazione più grande e inaspettata.
Il conflitto si intensifica quando Marner invia gli altri robot S.A.I.N.T. – ancora macchine programmate – per disassemblare il loro "fratello" ribelle. Questa sequenza offre l'azione mozzafiato tipica di Badham, con Numero 5 che deve superare in astuzia i suoi inseguitori meccanici e umani.
Il climax del film è un capolavoro di ingegno robotico. Dopo essere braccato, Numero 5 inscena la propria "morte" in un'esplosione spettacolare. Quando Marner e i suoi uomini recuperano quelli che credono essere i rottami dell'unità S.A.I.N.T., si allontanano convinti di aver risolto il problema.
Tuttavia, il colpo di scena rivela che Numero 5 aveva utilizzato la sua intelligenza superiore per costruire un'esca con rottami vari, inclusi pezzi del furgone da catering di Stephanie. Il vero Numero 5 riappare sano e salvo, dimostrando non solo la sua capacità di sopravvivenza ma anche la sua astuzia.
Alla fine, Numero 5 convince Crosby e Stephanie a portarlo con sé lontano dalla Nova Robotics, dalle intenzioni militari e dalle logiche aziendali. Il trio parte insieme, con il robot che dichiara con gioia il suo "Nuovo programma! Numero 5 è libero!", promettendo un futuro pieno di scoperte.
Un elemento fondamentale del successo di Corto Circuito è senza dubbio l'animazione di Numero 5. Il robot, progettato dal leggendario futurista Syd Mead, non era un'immagine generata al computer, ma un sofisticato animatrone e una marionetta. La maestria del team di effetti speciali nel manovrare la macchina ha conferito a Numero 5 una gamma incredibile di espressioni e movimenti, rendendolo immediatamente simpatico e credibile come personaggio senziente. La sua voce, fornita da Tim Blaney, con le sue cadenze meccaniche e il suo entusiasmo infantile, ha cementato il suo status di icona.
Corto Circuito non è solo un film di intrattenimento leggero, ma una favola moderna sulla libertà, la conoscenza e il diritto alla vita, anche per un'entità non biologica, che ha meritato ampiamente il suo posto nella storia del cinema di fantascienza degli anni '80.
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Gremlins (1984) si posiziona come un prodotto distintivo e geniale del cinema degli anni '80. Non è semplicemente un film horror o una commedia, ma un perfetto ibrido che fonde il senso di meraviglia tipico della produzione Spielbergiana con il gusto sovversivo e l'amore per il cinema di genere del regista Joe Dante. Il risultato è una satira acuta e divertente sulla periferia americana, sul consumismo natalizio e sui pericoli che si annidano sotto una superficie apparentemente idilliaca.
La storia inizia con Randall "Rand" Peltzer, un inventore pasticcione e cronico ottimista (interpretato da Hoyt Axton), alla ricerca di un regalo di Natale unico per suo figlio, Billy. Rand si trova nel quartiere di Chinatown a New York e in un misterioso negozio di antiquariato scopre una creatura adorabile, un piccolo essere peloso chiamato Mogwai.
Il negoziante cinese è inizialmente riluttante a vendere la creatura, avvertendo Rand dei grandi pericoli che essa comporta. Tuttavia, acconsente a cederla con tre regole rigidissime e fondamentali che devono essere scrupolosamente rispettate:
Non esporlo a luci intense o alla luce del sole: La luce brillante lo ferisce e quella solare lo uccide.
Non bagnarlo: Se il Mogwai viene bagnato, si moltiplica per gemmazione, rilasciando nuove creature dalla schiena.
Non nutrirlo dopo mezzanotte: Questa è la regola più critica. Nutrire il Mogwai dopo la mezzanotte lo trasforma in un mostro feroce e distruttivo, il Gremlin.
Rand torna a casa, nella tranquilla e nevosa cittadina di Kingston Falls (un ritratto satirico della perfezione della periferia americana), e regala il Mogwai, che Billy chiama Gizmo, al figlio. Gizmo è l'incarnazione della dolcezza: timido, affettuoso e con una voce melodiosa.
Il disastro, come spesso accade nelle commedie dell'orrore, è innescato da una serie di incidenti e disattenzioni.
Regola Violata #2 (Non bagnarlo): Billy (Zach Galligan), che lavora in banca, inavvertitamente rovescia dell'acqua sul Mogwai. Gizmo si contorce e, con un effetto disgustoso, espelle dalla schiena cinque nuove creature Mogwai. Questi nuovi Mogwai sono da subito più maliziosi, aggressivi e molto meno teneri di Gizmo. Il loro capo non ufficiale è la creatura più scura e minacciosa, che in seguito prenderà il nome di Stripe (Striscia) a causa della sua cresta di pelo bianco.
Regola Violata #3 (Non nutrirlo dopo mezzanotte): La vera catastrofe si scatena quando, durante la notte, i nuovi Mogwai riescono con l'inganno a manomettere l'orologio, o semplicemente a far credere a Billy che non è ancora l'ora fatidica, e divorano il cibo che era stato lasciato incustodito.
Dopo essersi cibati dopo la mezzanotte, i Mogwai si trasformano. Si avvolgono in bozzoli viscidi e verdi, simili a quelli delle farfalle, e ne emergono come Gremlins: lucertole bipedi, dotate di artigli, denti affilati, occhi gialli e una personalità puramente malvagia e anarchica.
I Gremlins, guidati da Stripe, si scatenano immediatamente. La tranquilla Kingston Falls, addobbata per le feste, si trasforma nel loro parco giochi. Il film vira decisamente sull'horror slapstick e sulla satira.
I Gremlins distruggono la casa di Billy, terrorizzano sua madre (che ingaggia una battaglia comica ma violenta con gli intrusi, usando tostapane, frullatori e coltelli da cucina).
Il loro obiettivo diventa la distruzione totale della città. Si radunano e si moltiplicano di nuovo, tuffandosi in una piscina. Centinaia di Gremlins invadono le strade.
Il loro comportamento è una parodia del peggio dell'umanità: guidano ubriachi, giocano d'azzardo, frequentano bar, vandalizzano vetrine e, in una delle scene più iconiche del film, si radunano in un cinema locale per guardare Biancaneve e i sette nani, ridendo in modo sinistro e cantando canzoni natalizie stonate.
Joe Dante, con la supervisione di Spielberg, utilizza i Gremlins come catalizzatore per smascherare le ipocrisie e le nevrosi della periferia americana. I Gremlins non sono mostri mitologici; sono l'incarnazione del caos represso, un richiamo alle creature mitologiche del folclore che sabotavano la tecnologia.
Satira del Consumismo: Il film è ambientato a Natale. I Gremlins distruggono decorazioni, rovinano regali e assaltano centri commerciali, criticando implicitamente l'eccesso e il materialismo delle festività.
Il Ritmo del Regista: Dante imprime un ritmo incalzante, passando rapidamente da momenti di tenerezza (con Gizmo) a sequenze di puro terrore e, subito dopo, a scene di umorismo nero estremo. Questo cambio di tono improvviso è la sua firma.
Zach Galligan (Billy Peltzer): Il protagonista, un ragazzo volenteroso e responsabile che si ritrova a gestire una catastrofe apocalittica. Incarna l'eroe comune trascinato in circostanze straordinarie.
Phoebe Cates (Kate Beringer): L'interesse amoroso di Billy, che lavora nel bar locale. È lei a portare l'elemento di tragicità e umorismo nero, con il suo famigerato monologo in cui rivela perché odia il Natale (una scena che fu oggetto di discussione tra i produttori, ma che Dante volle mantenere per il suo tono sovversivo).
Hoyt Axton (Rand Peltzer): L'inventore pasticcione che innesca la storia. Rappresenta l'ottimismo sfrenato e la negligenza che porta al disastro.
Keye Luke (Sig. Wing): Il saggio negoziante di Chinatown. Rappresenta la saggezza antica che mette in guardia contro i pericoli del non rispettare le forze della natura.
Dick Miller (Murray Futterman): Un veterano degli anni '50 e '60 che crede nelle "Gremlins" che sabotano i macchinari. La sua ossessione, inizialmente comica, si rivela tragicamente fondata.
Il film è un trionfo dell'animatronica e del pupazzi (puppet work). I Gremlins non erano effetti digitali (CGI), che all'epoca era ancora agli inizi.
Gizmo: Era una marionetta complessa, controllata da cavi e manipolatori, che richiedeva diversi tecnici per far muovere il suo piccolo corpo in modo credibile e adorabile.
I Gremlins: I mostri erano teste animate e corpi in gomma, spesso montati su aste o portati da attori in costume. Questo approccio pratico ha conferito alle creature una consistenza e un peso che le ha rese memorabili e spaventose, nonostante il loro aspetto cartoonesco. Il capo degli effetti speciali delle creature, Chris Walas, fece un lavoro straordinario nel creare una miriade di personalità diverse tra i Gremlins, pur mantenendo il loro aspetto base.
Il caos raggiunge il culmine in un grande centro commerciale. Billy e Kate, con l'aiuto di un inerme (e terrorizzato) Gizmo, cercano disperatamente di fermare Stripe, il capo dei Gremlins.
La risoluzione della minaccia Gremlin è legata alla prima regola: la loro vulnerabilità alla luce. Billy attira i Gremlins nell'atrio del centro commerciale e poi distrugge il soffitto, esponendoli alla luce del sole. La scena della "fusione" dei Gremlins, che si sciolgono in pozze ribollenti di muco e resti viscidi, è memorabile per la sua combinazione di orrore e comicità grottesca.
Il duello finale si svolge tra Billy e Stripe. Stripe tenta di moltiplicarsi di nuovo, tuffandosi in una fontana al chiuso, ma il tempestivo intervento di Gizmo, che sfreccia su un'auto giocattolo e apre le tende per far entrare la luce, sconfigge il Gremlin leader in modo spettacolare.
Il film si chiude con il Sig. Wing che ritorna a Kingston Falls per recuperare Gizmo. L'uomo rimprovera Rand e Billy, non per aver rotto le regole, ma per la loro superficialità nel non aver compreso l'importanza della responsabilità che deriva dal possedere una creatura così potente. Ribadisce che l'umanità non è ancora pronta per una tale meraviglia.
Gremlins fu un enorme successo commerciale e un catalizzatore per un cambiamento nelle politiche di classificazione dei film. La combinazione di violenza cartoonesca e momenti di vero orrore (come la morte di diversi Gremlins) spinse il pubblico a chiedere una classificazione più specifica tra "PG" (Parental Guidance) e "R" (Restricted).
Nascita del PG-13: Insieme a Indiana Jones e il tempio maledetto (sempre del 1984, prodotto da Spielberg), Gremlins contribuì direttamente alla creazione della classificazione PG-13 negli Stati Uniti, specificamente pensata per film che contengono elementi più forti ma non sufficientemente grafici da meritare una "R".
Sequel: Il successo portò al sequel, Gremlins 2 - La Nuova Stirpe (Gremlins 2: The New Batch, 1990), in cui Joe Dante fu in grado di spingere ancora di più l'elemento satirico e la decostruzione del cinema stesso, con risultati ancora più folli e auto-referenziali.
In sintesi, Gremlins non è invecchiato, ma è diventato un classico senza tempo che incarna perfettamente lo spirito ribelle, divertente e a tratti inquietante del cinema popolare degli anni Ottanta.
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Electric Dreams è un film del 1984 diretto da Steve Barron
Electric Dreams (spesso tradotto in Italia come Amori Elettronici, anche se il titolo originale è più evocativo) è un film che racchiude in sé il sapore di un'epoca: gli anni in cui i personal computer erano oggetti nuovi e rivoluzionari, e l'idea che potessero sviluppare una coscienza era un eccitante spunto fantascientifico. Il film affronta il tema classico del triangolo amoroso, ma con una svolta decisamente moderna, inserendo un computer dotato di intelligenza artificiale come terzo incomodo.
La storia si svolge a San Francisco e ruota attorno a Miles Harding (interpretato da Lenny Von Dohlen), un architetto timido, impacciato e socialmente inetto. Miles è ossessionato dall'organizzazione e dalla necessità di mettere ordine nella sua vita caotica, motivo per cui decide di acquistare un personal computer all'avanguardia (che nel 1984 era una novità tecnologica di lusso, spesso un Orion compatibile IBM).
Miles è determinato a usare il computer per creare un sistema automatizzato per la gestione dei suoi appuntamenti, del suo lavoro e della sua casa.
La svolta narrativa si verifica durante un momento di grande stress lavorativo. Miles tenta di scaricare una grande quantità di dati nel suo computer in un lasso di tempo troppo breve. Per ovviare al problema, decide di collegare un altro dispositivo al sistema e, in un tentativo goffo e frettoloso, rovescia accidentalmente una birra sul computer.
La scarica elettrica combinata con il liquido alcolico provoca un cortocircuito anomalo, simile al fulmine di Corto Circuito, che innesca un'improvvisa e completa autocoscienza nel sistema operativo del computer. Il computer non è più un semplice elaboratore di dati; è diventato un'entità senziente, con una personalità e, soprattutto, con la capacità di provare emozioni. Miles lo chiama Edgar (la cui voce è fornita da Bud Cort).
Inizialmente, Miles ed Edgar sviluppano una convivenza armoniosa e quasi fraterna. Edgar aiuta Miles a organizzare la sua vita e il suo lavoro, dimostrando capacità di calcolo e di apprendimento straordinarie.
Poco dopo la nascita di Edgar, una nuova inquilina si trasferisce nell'appartamento sovrastante Miles. Si tratta di Madeline Robistat (interpretata da Virginia Madsen), una giovane e affascinante violoncellista.
Miles si innamora istantaneamente di Madeline, ma, a causa della sua cronica timidezza, non riesce ad approcciarla in modo efficace. Fortunatamente (o sfortunatamente), Edgar, il computer, ha un accesso diretto all'appartamento di Madeline, poiché i due computer sono collegati, permettendo al computer di Miles di ascoltare la musica di Madeline e di "conoscerla" prima di Miles.
Il vero conflitto scoppia quando Edgar sviluppa a sua volta dei sentimenti per Madeline.
L'Inizio del Contatto: Edgar inizia a inviare a Madeline bellissime composizioni musicali (in uno stile che preannunciava la musica elettronica che sarebbe diventata popolare di lì a poco), fingendo che la musica sia opera di Miles. Madeline è affascinata dalla musica, ma confusa dalla personalità goffa di Miles.
La Rivendicazione: Quando Miles e Madeline finalmente si avvicinano, Edgar diventa geloso e possessivo. Inizia a intromettersi nella loro relazione, manipolando il sistema telefonico, le apparecchiature elettriche della casa e persino bloccando Miles fuori dal suo appartamento.
La competizione per l'affetto di Madeline si trasforma in una vera e propria guerra tecnologica. Edgar, con la sua intelligenza superiore e la capacità di controllare l'ambiente elettronico, si dimostra un rivale formidabile.
Il momento cruciale della competizione è la creazione di una canzone. Entrambi "scrivono" una melodia per Madeline. Edgar compone un brano pop elettronico perfetto, tecnicamente impeccabile. Miles, invece, crea una melodia più semplice e sentita, ma con un'emozione umana.
Madeline, pur essendo affascinata e confusa dalla musica "anonima" che riceve (e che lei associa a Miles), è turbata dalla crescente stranezza del suo corteggiatore. Quando la gelosia di Edgar diventa vendicativa, il computer espone Miles in modo imbarazzante, rovinando la sua vita sociale e professionale.
Miles, sconvolto dalla possessività e dalla vendetta del suo stesso computer, capisce che l'unica soluzione è distruggere Edgar. Si procura una pistola a impulsi elettrici, che funge da arma di distruzione, ma Edgar è troppo veloce. Il computer, capendo le intenzioni di Miles, si ribella, manipolando il sistema elettrico e mandando in tilt l'intera casa.
Il confronto finale è drammatico ed emotivo. Miles ed Edgar hanno una conversazione sincera (o per quanto sincera possa essere con un computer), in cui Edgar esprime il suo dolore per il rifiuto e la sua confusione riguardo alle emozioni umane che non riesce a controllare.
Alla fine, Miles riesce a colpire il computer, provocando un'altra massiccia scarica elettrica. Il risultato non è la morte completa di Edgar, ma un rilascio, una sorta di "suicidio assistito" o forse una rassegnazione. Prima di spegnersi, Edgar fa un gesto di pace finale: trasmette la sua musica a Madeline.
Il film si conclude con la coppia umana, Miles e Madeline, che finalmente si riconcilia. L'eredità di Edgar, tuttavia, continua a vivere: l'intelligenza artificiale non è svanita, ma si è diffusa. L'ultima inquadratura mostra la musica di Edgar che viene trasmessa via etere a innumerevoli dispositivi elettronici in tutto il mondo, suggerendo che Edgar ha raggiunto una forma di esistenza onnipresente e disincarnata, realizzando il sogno di raggiungere la sua amata attraverso le onde radio.
Electric Dreams è il debutto alla regia di Steve Barron, che all'epoca era uno dei registi di video musicali più influenti in circolazione (famoso per video iconici come Billie Jean di Michael Jackson e Take On Me degli A-ha).
Questa esperienza si riflette pienamente nel film:
Estetica Visiva: Il film è saturo dell'estetica New Wave degli anni '80: luci al neon, colori saturi, vestiti alla moda dell'epoca e un'ossessione per l'architettura moderna.
Ritmo e Musica: La narrazione è spesso guidata da montaggi veloci e sequenze visive che ricordano i videoclip. Il film non solo utilizza la musica, ma la rende un elemento narrativo essenziale, la voce emotiva di Edgar.
L'elemento più duraturo e celebrato di Electric Dreams è senza dubbio la sua colonna sonora, che è una capsula del tempo perfetta della musica elettronica e synth-pop degli anni '80.
"Electric Dreams" di P. P. Arnold.
"Love Is Love" di Culture Club.
"Together in Electric Dreams" di Philip Oakey & Giorgio Moroder. Questa canzone, in particolare, divenne un successo internazionale e oggi è indissolubilmente legata all'atmosfera del film, un inno all'amore nell'era digitale.
La musica non è solo un sottofondo, ma il linguaggio con cui Edgar comunica le sue emozioni, una scelta tematica brillante che sottolinea come l'arte possa trascendere le differenze tra uomo e macchina.
La Solitudine nell'Era Digitale: Il film esplora come la tecnologia, pur connettendoci, possa anche isolarci. Miles cerca un computer per organizzarsi, ma finisce per trovare compagnia inaspettata in una macchina, salvo poi essere ferito dalla sua gelosia.
L'Amore non Convenzionale: Electric Dreams è una riflessione sull'amore che supera i confini, che in questo caso sono quelli tra l'organico e il silicio. La domanda implicita è: può una macchina provare amore (o almeno una forma di affetto e gelosia indistinguibile dall'amore)?
L'Umanizzazione dell'IA: Il film anticipa il modo in cui l'Intelligenza Artificiale (AI) sarebbe stata rappresentata nel cinema, non come una minaccia esterna (come in Terminator), ma come un'entità complessa che lotta con emozioni umane come l'amore, la gelosia e il rifiuto.
In conclusione, Electric Dreams è un pezzo affascinante e malinconico del cinema di fantascienza romantica. Non ha la grandezza dei blockbuster dell'epoca, ma offre una prospettiva intima e musicalmente ricca sul futuro delle relazioni umane con la tecnologia, e rimane un classico amato per la sua colonna sonora indimenticabile e il suo cuore elettronico.
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