Touki Bouki è un film del 1973 diretto da Djibril Diop Mambéty.
Touki Bouki è un film del 1973 diretto da Djibril Diop Mambéty.
Djibril Diop Mambéty (1945-1998) è considerato uno dei registi più originali e influenti del cinema africano. A differenza di alcuni suoi contemporanei (come Ousmane Sembène) che adottavano uno stile narrativo più didattico e realista, Mambéty era un artista viscerale, poetico e sperimentale.
Innovazione Stilistica: Touki Bouki è un film modernista e non lineare. Mambéty impiega una serie di tecniche audaci:
Jump Cuts (Salti di Montaggio): Questi tagli improvvisi e disorientanti creano un senso di frenesia e rottura, riflettendo la disillusione e la frammentazione emotiva dei protagonisti e della società post-coloniale.
Suono e Musica Ibridi: La colonna sonora è un mix eclettico che unisce musica tradizionale senegalese, jazz, e brani occidentali. In particolare, l'uso ossessivo della melodia "Paris, Paris" cantata da Joséphine Baker simboleggia il miraggio seducente ma ingannevole dell'Occidente, che agisce come un leitmotiv per tutto il film.
Simbolismo Visivo: Il teschio di zebù fissato al manubrio della moto di Mory non è solo un elemento visivo inquietante, ma un potente simbolo del suo passato rurale e pastorale (le sue mandrie sono state macellate) che si scontra con il suo presente urbano e il suo desiderio di modernità.
Temi Centrali della Regia: Mambéty usa la narrazione per sondare la crisi d'identità del Senegal post-indipendenza, dove l'influenza culturale e il consumismo occidentale (in particolare francese) hanno creato un vuoto culturale e una profonda alienazione, specialmente tra i giovani. Il suo sguardo è satirico, critico e allo stesso tempo profondamente empatico. Touki Bouki non si limita a criticare l'Occidente, ma mette in discussione anche le élite senegalesi che imitano acriticamente i modelli europei.
Touki Bouki (che in lingua Wolof significa letteralmente "Il viaggio della iena" o più liberamente "Il viaggio dell'errante") segue le vicende di due giovani amanti a Dakar:
Mory (Magaye Niang): Un carismatico ma disilluso ex pastore, che si aggira per la capitale sulla sua moto ornata con un cranio di zebù. È un ribelle, un po' un antieroe.
Anta (Mareme Niang): Una studentessa universitaria anticonformista e androgina, forse la più determinata e lucida dei due.
Il Desiderio di Fuga: I due giovani si sentono alienati, "fuori posto" nel loro Senegal. La loro ossessione è Parigi, vista come una terra promessa di libertà e ricchezza, un'alternativa scintillante alla stagnazione e alla povertà che li circonda a Dakar. Il sogno è alimentato da un consumismo sfrenato e dalla fascinazione per il glamour coloniale, spesso rappresentato da manifesti e pubblicità.
La Ricerca del Denaro: Per finanziare questo "viaggio della iena", Mory e Anta intraprendono una serie di piccoli espedienti e crimini, che spaziano dal furto di vestiti all'estorsione. Questi atti sono rappresentati in modo quasi carnevalesco e surreale, riflettendo la disperazione e la mancanza di moralità dei due.
Il Colpo Grosso: Il loro piano culmina nel furto di denaro e beni preziosi da un ricco e anziano omosessuale senegalese che vive in una lussuosa villa in stile coloniale (simbolo della corrotta élite locale). Ottenuto finalmente il denaro necessario, i due acquistano i biglietti per la nave diretta a Marsiglia.
L'Epilogo Amaro: Al momento dell'imbarco, sulla banchina, avviene il colpo di scena che ribalta l'intera narrazione e ne svela il profondo messaggio. Mentre Anta si avvia verso la nave, Mory è colto da un'improvvisa crisi. Terrorizzato, disorientato e forse sopraffatto dal peso del distacco dalle sue radici, fugge all'ultimo momento. La sua fuga è un ritorno atavico: lo si vede correre, ma la sua moto, il simbolo della sua "modernità" e del suo desiderio di fuga, giace a terra, rotta. Anta parte da sola per Parigi, mentre Mory rimane a Dakar, in una terra che sente ancora come casa, nonostante tutto.
Il cast di Touki Bouki è composto da attori non professionisti, una scelta comune nel cinema africano di quel periodo, che conferisce al film un'autenticità grezza:
Magaye Niang (Mory): Cattura perfettamente l'inquietudine e la sfrontatezza giovanile. La sua performance è fisica, selvaggia e piena di una disperata energia.
Mareme Niang (Anta): Offre il contrappunto più freddo e determinato a Mory. Il suo personaggio incarna la volontà di rompere con le convenzioni sociali e di abbracciare la modernità.
Tra gli altri interpreti figurano Aminata Fall (che interpreta Zia Oumy) e Ousseynou Diop (Charlie).
Touki Bouki è un testo complesso e aperto a molteplici letture:
Post-Colonialismo e Alienazione: Il film è una potente critica all'alienazione culturale generata dal colonialismo e dalla sua eredità. L'ossessione per Parigi rappresenta l'interiorizzazione del modello culturale dominante e il rifiuto della propria identità africana. Il sogno di "fuga" è in realtà un "viaggio della iena", un titolo che richiama la natura predatoria e parassitaria di chi cerca il successo a spese di altri o delle proprie radici.
Il Mito di Ulisse e il Ritorno: La storia è spesso letta come un rovesciamento del mito di Ulisse. I due protagonisti vogliono partire, ma alla fine Mory sceglie inconsciamente il ritorno. La sua fuga finale non è un atto di codardia, ma un istinto di conservazione e un rigetto del miraggio occidentale. La vera libertà non è in Europa, ma nel non cedere alla sua seduzione.
La Profezia: Come notato dal celebre regista maliano Souleymane Cissé, Touki Bouki è un film profetico. Già nel 1973, Mambéty anticipava la disperazione dei giovani africani che oggi tentano la traversata del Mediterraneo. Il desiderio di Anta e Mory non è diverso dalle motivazioni dei migranti contemporanei: la ricerca di una vita migliore in Europa, un desiderio spesso alimentato da illusioni e che porta a esiti tragici. Il film è quindi un monito sui pericoli di voltare le spalle alle proprie radici in nome di un sogno illusorio.
Nonostante fosse considerato un film molto controverso e difficile al momento della sua uscita, Touki Bouki è cresciuto in statura critica fino a diventare un'icona:
Festival di Cannes: Ha vinto il Premio FIPRESCI al Festival di Cannes nel 1973.
Restauro: Il film è stato restaurato nel 2008 da The Film Foundation’s World Cinema Project di Martin Scorsese in collaborazione con la Cineteca di Bologna, garantendo la sua conservazione per le generazioni future e consolidando il suo status di capolavoro mondiale.
Influenza: Il suo stile visivo e narrativo ha influenzato innumerevoli registi successivi, ed è regolarmente citato nelle liste dei migliori film africani e dei film essenziali della storia del cinema.
In sintesi, Touki Bouki non è solo un film sulla disperata ricerca di una vita migliore, ma un'opera d'arte complessa che usa uno stile radicale per affrontare temi di identità, consumismo, eredità coloniale e il perenne scontro tra tradizione e modernità in Africa. È un pilastro ineludibile per chiunque voglia comprendere il cinema africano e la sua capacità di riflettere criticamente sulla storia e sul futuro del continente.
raiplay
Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet), è un film del 1957, diretto da Ingmar Bergman.
Ingmar Bergman (1918-2007) non è stato solo un regista, ma un cineasta-filosofo, e Il settimo sigillo è forse il suo manifesto più celebre. Girato nel 1957, questo film segnò la sua consacrazione internazionale, portandolo a vincere il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes e imponendo il cinema svedese e, in generale, il cinema d'autore europeo, all'attenzione globale.
L'idea del film non nacque da un copione originale, ma da una pièce teatrale scritta dallo stesso Bergman nel 1954, intitolata Pittura su legno (Trämålning). L'opera era stata concepita come un esercizio per gli studenti di recitazione e si ispirava agli affreschi medievali presenti nelle chiese svedesi, in particolare quello della Danza Macabra (o Danse Macabre) di Albertus Pictor nella chiesa di Täby, risalente al XV secolo, che rappresenta un uomo che gioca a scacchi con la Morte.
Bergman stesso ha spesso ammesso che la genesi del film risiedeva nella sua profonda paura della morte e nella sua irrisolta crisi di fede. Cresciuto in un ambiente luterano severo (il padre era un pastore), il regista trasferì nella pellicola la sua ossessione per il Dio silenzioso e per il senso della vita in un universo che sembra indifferente al dolore umano.
Il direttore della fotografia, Gunnar Fischer, giocò un ruolo cruciale nella creazione dell'atmosfera apocalittica del film. L'utilizzo di un bianco e nero espressionista, caratterizzato da forti contrasti (chiaroscuri), non è solo una scelta estetica, ma un elemento tematico: il contrasto tra la luce (la speranza, la vita, la fede) e l'ombra (il dubbio, la morte, il nulla).
Le inquadrature sono spesso di una bellezza austera e geometrica, che richiama l'iconografia sacra e popolare medievale. Il paesaggio svedese, con le sue coste rocciose (le riprese in esterni furono effettuate principalmente a Hovs Hallar in Scania) e le foreste cupe, diventa un personaggio stesso, teatro di una battaglia metafisica.
Il film è ambientato in Svezia nel XIV secolo, un periodo storico funestato dalla Morte Nera, che funge da sfondo allegorico per l'ansia esistenziale del dopoguerra e il timore di un'apocalisse nucleare (contesto storico in cui fu girato il film).
Il cavaliere crociato Antonius Block (Max von Sydow) e il suo scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand) tornano a casa dopo dieci anni trascorsi in Terra Santa. All'alba, sulla spiaggia, Block viene intercettato dalla Morte (Bengt Ekerot), una figura pallida e vestita di nero, che è venuta a prenderlo.
Block, anziché supplicare, propone l'iconica sfida: una partita a scacchi. L'accordo è semplice: finché la partita continua, la Morte non può reclamare la sua anima. Il cavaliere non cerca semplicemente di sopravvivere, ma di guadagnare tempo per compiere un atto significativo e, soprattutto, per trovare una risposta alla sua domanda ossessiva:
“Voglio che la Morte mi dia un po’ di tempo per poter compiere un atto utile. Voglio che la Morte mi dia un po’ di tempo per poter compiere un atto utile. Non è la morte che mi tormenta, ma l’immagine di Dio. Ho la necessità di sapere, non di credere.”
Block rappresenta l'uomo moderno, divorato dal dubbio e dal bisogno di prove concrete in un'epoca di fanatismo.
Il viaggio di Block e Jöns attraverso la Svezia in preda al contagio li porta a incontrare una galleria di personaggi, ognuno dei quali incarna un diverso atteggiamento umano di fronte alla morte e all'ignoto:
Jöns (Il Cinico): Lo scudiero, materialista e disincantato, è la voce del razionalismo e della critica sociale. Non crede in Dio né nel Diavolo, ma nella dura realtà dei fatti. È l'unica figura che, pur abbracciando il nichilismo, mostra una profonda, seppur burbera, umanità.
Jof e Mia (La Speranza): La coppia di attori girovaghi, con il loro figlioletto Mikael. Mia (Bibi Andersson) e Jof (Nils Poppe) incarnano l'amore puro, la semplicità e la gioia della vita terrena. La scena in cui Mia offre a Block latte e fragole di bosco è un momento di idillio bucolico, il "senso" che Block non riesce a trovare nella metafisica, ma solo nel godimento della bellezza fugace. Jof è un visionario, l'unico che "vede" la Morte e la Vergine Maria, simboleggiando la Fede ingenua e sincera che scavalca il ragionamento intellettuale.
La Strega Condannata: Una ragazza accusata di stregoneria. Block la interroga con la speranza che possa evocare Satana, l'unica prova tangibile dell'esistenza del male e, per estensione, del bene. Trovando solo il suo orrore e la sua disperazione, Block le dona delle erbe per alleviare il dolore, compiendo finalmente il suo atto utile e concreto di compassione.
La partita volge al termine. Block, ormai consapevole di non poter vincere, compie il suo gesto disinteressato, facendo cadere i pezzi sulla scacchiera e distogliendo la Morte abbastanza a lungo da permettere a Jof, Mia e Mikael di fuggire.
Il film si conclude con Jof che, dal loro carro in fuga, ha una visione: sulla cresta di una collina, tutti gli altri personaggi (Block, Jöns, la moglie di Block, il fabbro e la sua sposa) sono uniti in una processione muta, guidati dalla Morte che suona il liuto. È la Danza Macabra (Danse Macabre), l'immagine finale dell'ineluttabilità della fine che accomuna ogni essere umano, indipendentemente dal suo status o dalle sue convinzioni.
Il settimo sigillo è una complessa allegoria esistenziale che può essere letta attraverso diverse chiavi di volta.
Il tema dominante è l'ansia metafisica di Block di fronte al silenzio di Dio. Il cavaliere ha combattuto per la fede in un Dio che non si è mai manifestato. La sua lotta è quella dell'uomo moderno che, pur avendo rinunciato alla fede dogmatica (rappresentata dal prete fanatico e dalla Chiesa ipocrita), non accetta il vuoto del nichilismo. La sua unica certezza è il suo terrore:
“Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi mostri il suo volto, che mi parli. ... Io temo. Il mio terrore è quello che non ci sia nulla.”
La Morte è l'unico interlocutore che dà risposte a Block, ma le risposte della Morte sono vaghe e non risolvono il dilemma del cavaliere.
La partita a scacchi non è solo una sfida, ma una potente metafora della vita umana. La vita è il tempo concesso tra il primo incontro con la Morte e la conclusione della partita. L'impossibilità di sconfiggere la Morte non rende il gioco privo di senso; al contrario, esalta l'importanza di come si gioca la propria partita. L'atto di Block nel finale, sacrificando il proprio tempo per salvare gli innocenti, rappresenta il culmine della sua ricerca: il senso della vita non si trova nelle risposte trascendenti, ma nell'azione umana concreta e compassionevole.
Bergman suggerisce che l'unica luce in questo buio metafisico sia l'amore umano e la creazione di bellezza. Jof e Mia, la famiglia di artisti, sono l'unica parte del gruppo che viene risparmiata dalla Morte. Essi rappresentano la forza vitale (l'atto di dare la vita al piccolo Mikael) e l'innocenza che si accontenta delle piccole gioie quotidiane (le fragole e il latte), un rifugio dalla paura che domina il resto del mondo. Jof è l'artista che vede la bellezza (la Vergine Maria) e che, pur non avendo la saggezza intellettuale, ha la vera saggezza del cuore.
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Il settimo sigillo non è solo un classico, ma un film che ha modellato l'immaginario collettivo:
Iconografia: L'immagine della Morte che gioca a scacchi è diventata immediatamente iconica e universale, oggetto di innumerevoli citazioni, omaggi e parodie (da Woody Allen in Amore e guerra fino a Bill & Ted's Bogus Journey).
Cinema d'Autore: Ha posto le basi per il cinema esistenziale, influenzando registi successivi nell'esplorazione di temi complessi come la fede, il dubbio e la moralità.
Contributo al Cast: Ha cementato la partnership tra Bergman e Max von Sydow, che sarebbe diventato l'attore feticcio del regista per molti anni a venire, e ha lanciato la carriera internazionale di Bibi Andersson.
In conclusione, Il settimo sigillo è un'opera atemporale. Sebbene sia ambientato nel Medioevo, affronta le paure e le domande che assillano l'uomo di ogni epoca: la necessità di un significato, la paura del nulla e la possibilità di trovare salvezza non in un Dio distante, ma nell'atto di gentilezza rivolto al prossimo.
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Polytechnique, è un film del 2009 diretto da Denis Villeneuve.
Polytechnique è un film drammatico canadese del 2009, diretto da Denis Villeneuve. L'opera è una ricostruzione in bianco e nero, scarna ed emotivamente devastante, del massacro avvenuto il 6 dicembre 1989 all'École Polytechnique di Montréal, un attacco misogino in cui un giovane uomo armato uccise 14 donne e ne ferì altre 14, prima di togliersi la vita.
Il film è interamente dedicato alla memoria delle vittime e, come spesso accade con Villeneuve, non si limita alla cronaca degli eventi, ma esplora le ripercussioni psicologiche e il trauma collettivo attraverso gli occhi dei sopravvissuti.
Il film segue la giornata del 6 dicembre 1989 all'interno della prestigiosa scuola di ingegneria di Montréal. La narrazione si concentra principalmente su tre figure, due vittime/sopravvissuti e l'assassino stesso, offrendo prospettive multiple sull'evento.
Valérie e Jean-François: I Sopravvissuti
Valérie e Jean-François sono due brillanti studenti di ingegneria. Valérie (interpretata da Karine Vanasse) è una studentessa determinata che sogna di eccellere in un campo ancora fortemente dominato dagli uomini, l'ingegneria aeronautica. Jean-François (interpretato da Sébastien Huberdeau) è un suo amico e collega, anch'egli alle prese con lo stress degli studi e il futuro incerto.
La loro quotidianità viene spezzata dall'ingresso dell'assassino (interpretato da Maxim Gaudette), conosciuto semplicemente come "L'Assassino" (The Killer) o Marc Lépine (il nome del killer nella realtà, che il film non menziona direttamente in tutti i materiali, ma che è implicitamente la sua figura storica).
La Strage
L'assassino entra nell'edificio e procede metodicamente. Il momento centrale e più agghiacciante della strage si svolge in un'aula: l'uomo entra, ordina agli uomini di uscire e separa le donne. Dichiara di essere lì per "combattere il femminismo" e spara alle studentesse presenti.
Il film segue Valérie e Jean-François mentre lottano per sopravvivere e, subito dopo, per elaborare l'orrore. Jean-François, sentendosi in colpa per non essere intervenuto o per essere fuggito, tenta in seguito di soccorrere i feriti, ma il peso del trauma lo schiaccia, portandolo a un isolamento emotivo e a un profondo senso di colpa del sopravvissuto.
Valérie, pur ferita, sopravvive all'attentato. La seconda parte del film si concentra sul suo tentativo di tornare alla normalità, di completare gli studi e di affrontare un mondo che, dopo l'attacco mirato alle donne, sembra ancora più ostile. Il suo percorso è un simbolo di resilienza e della lotta contro l'odio di genere che aveva motivato il massacro.
L'Assassino
Il film dedica anche segmenti brevi e glaciali all'assassino, mostrandone la preparazione, l'odio misogino e la sua disperazione. Villeneuve evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione o tentativo di "spiegare" o giustificare il gesto. L'obiettivo è mostrare la meccanica della violenza, mantenendo un distacco clinico che rende la sua figura ancora più inquietante. Questo approccio minimalista e non giudicante è una delle scelte registiche più discusse e riuscite del film.
La trama di Polytechnique non mira a risolvere il mistero della violenza, ma a onorare la memoria delle vittime e a esaminare le cicatrici lasciate sull'intera comunità.
Polytechnique è il terzo lungometraggio di Denis Villeneuve e segna un momento cruciale nel suo sviluppo stilistico, anticipando molti dei temi e delle tecniche che lo renderanno celebre a livello internazionale con film come Incendies, Prisoners, Arrival e Blade Runner 2049.
Il Bianco e Nero
La scelta più distintiva è l'uso del bianco e nero. Questa decisione non è solo stilistica; serve a vari scopi narrativi ed emotivi:
Distacco e Solennità: Conferisce al film un'atmosfera da documentario storico o da necrologio solenne, sottolineando la serietà e l'importanza dell'evento trattato. Aiuta a spogliare la violenza di qualsiasi fascino sensazionalistico.
Omaggio: Dà un senso di atemporalità alla tragedia, trasformandola in un evento universale piuttosto che in un semplice fatto di cronaca.
Contrasto Emotivo: Paradossalmente, il bianco e nero accentua il dramma e il trauma, rendendo gli spazi interni dell'università, che dovrebbero essere luoghi di apprendimento, spettrali e freddi.
Stile e Ritmo
Villeneuve adotta uno stile di regia austero, quasi clinico. Le telecamere sono spesso statiche o si muovono lentamente, quasi con riverenza. L'azione è frammentata e silenziosa, enfatizzando l'improvvisa e brutale irruzione del caos in un ambiente ordinario.
Si percepisce un'eco del cinema di Gus Van Sant in Elephant, anch'esso un film che affronta una strage scolastica con uno stile meditativo e non lineare. Tuttavia, Villeneuve mantiene un focus più stretto sull'esperienza dei sopravvissuti, culminando in un epilogo che tenta di dare un senso (o di accettare l'assenza di senso) al trauma.
La durata è volutamente contenuta (77 minuti) per mantenere un ritmo teso e compresso, riflettendo la velocità e la concisione dell'atto violento. La colonna sonora, di Benoît Charest, è utilizzata con parsimonia, intervenendo con momenti di grande tensione emotiva, spesso basati su droni o musiche minimaliste.
La Questione della Violenza
Villeneuve ha dovuto affrontare la difficile sfida di raccontare la violenza senza sfruttarla. La sua scelta è stata quella di mostrarla in modo crudo ma non voyeuristico. I momenti di sparatoria sono rapidi e brutali, ma l'attenzione del regista è sempre sulle vittime e sul loro terrore, piuttosto che sull'aggressore. L'orrore non è nello splatter, ma nell'intenzione e nell'ideologia sessista che lo ha generato.
Il cast di Polytechnique è composto principalmente da attori canadesi che hanno offerto interpretazioni intense e misurate.
Karine Vanasse nel ruolo di Valérie
Karine Vanasse (che è stata anche co-produttrice del film e ha contribuito a promuovere l'opera) offre una performance toccante nel ruolo centrale di Valérie. È il volto della resilienza. Il suo personaggio rappresenta non solo le vittime della strage, ma l'intera generazione di donne che, nonostante l'odio, ha continuato a lottare per il proprio posto nel mondo accademico e professionale. Il suo viaggio post-trauma, dalla paura alla determinazione, è l'asse portante del film.
Sébastien Huberdeau nel ruolo di Jean-François
Sébastien Huberdeau interpreta Jean-François, l'altro punto di vista principale tra gli studenti. La sua performance è incentrata sul senso di colpa del sopravvissuto. È l'uomo che si sente fallito per non aver protetto le sue compagne. Il suo dolore è silenzioso, interiore, e lo porta quasi al collasso, simboleggiando il trauma psicologico che investe anche coloro che non sono stati feriti fisicamente.
Maxim Gaudette nel ruolo dell'Assassino
Maxim Gaudette interpreta l'assassino in modo freddo e privo di empatia. Il suo personaggio è un catalizzatore di orrore ideologico. Villeneuve e Gaudette scelgono di non renderlo un mostro da film, ma un uomo patologico e odioso, rendendo il suo gesto ancor più agghiacciante perché umano, troppo umano. La sua figura incarna la misoginia più radicale.
Il massacro dell'École Polytechnique è un evento che ha scosso profondamente la società canadese. Non fu solo una sparatoria di massa, ma un atto di terrorismo antifemminista o misogino.
L'Odio di Genere
Il film non lascia dubbi sulla natura del crimine. La dichiarazione del killer di voler colpire le "femministe" rende l'attacco un'azione mirata contro le donne in generale e, nello specifico, contro le donne che osavano invadere e avere successo in un campo tradizionalmente maschile come l'ingegneria.
Polytechnique funziona come un potente monito contro l'odio di genere e l'ideologia misogina, che può degenerare in violenza estrema.
Il Senso di Colpa del Sopravvissuto
Una delle tematiche più potenti esplorate dal film è il trauma duraturo e il senso di colpa di chi è sopravvissuto. Attraverso Jean-François, Villeneuve mostra che le ferite non sono solo quelle fisiche. La lotta per riconciliare il desiderio di vivere con la memoria della morte altrui è straziante.
Il Silenzio e la Memoria
Il film è stato realizzato a vent'anni dalla tragedia. In Québec, l'evento era ancora una ferita aperta, e l'idea di farne un film generò inizialmente delle resistenze. Villeneuve ha superato queste riserve adottando un approccio rispettoso e non sfruttativo. Il film è, in questo senso, un esercizio di memoria collettiva, un modo per affrontare apertamente un dolore che la società aveva in parte cercato di seppellire.
Nonostante il tema difficile e la natura controversa, Polytechnique è stato accolto positivamente dalla critica per la sua integrità artistica e la sua forza emotiva.
Festival di Cannes: È stato presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes nel 2009.
Premi Genie: Il film ha trionfato ai 30° Genie Awards (l'equivalente canadese degli Oscar), vincendo nove premi, tra cui Miglior Film, Miglior Regia (Denis Villeneuve), Miglior Attrice Protagonista (Karine Vanasse) e Miglior Attore Non Protagonista (Maxim Gaudette).
L'impatto culturale del film è stato significativo. Ha riacceso la discussione sul controllo delle armi in Canada e sulla persistenza della misoginia nella società. Il film è visto come un atto di coraggio e un pezzo necessario nella cronaca di una nazione.
Polytechnique di Denis Villeneuve è molto più di una ricostruzione storica. È una meditazione lucida e straziante sulla violenza ideologica, sulla fragilità della vita in un contesto di odio e sulla profonda e duratura cicatrice che il trauma lascia sui sopravvissuti e sull'intera comunità. La scelta del bianco e nero, unita alla regia misurata e focalizzata sull'umanità spezzata dei personaggi, eleva il film ben oltre il genere della docu-fiction, consacrandolo come un'opera d'arte necessaria e commovente.
Il film si conclude con una scena di speranza e al contempo di eterna malinconia: Valérie, incinta e ingegnere, contempla il futuro. La vita continua, ma la memoria della strage rimane, un monito silente contro l'odio.
mubi
Una figlia è un film del 2025 diretto da Ivano De Matteo
Una figlia è un film drammatico italiano del 2025, diretto dal regista e sceneggiatore Ivano De Matteo, noto per opere intense e focalizzate sulle dinamiche familiari e sociali come Gli Equilibristi e La bella gente. Con questo suo ultimo lavoro, De Matteo torna a esplorare le complessità dei legami genitoriali di fronte a tragedie inimmaginabili, ponendo al centro della narrazione il tema del perdono, della responsabilità e dell'amore incondizionato.
Il film è diretto da Ivano De Matteo, che ha anche firmato la sceneggiatura insieme a Valentina Ferlan e, per quanto riguarda il soggetto, ispirandosi liberamente al romanzo Qualunque cosa accada (2018) di Ciro Noja.
De Matteo è un autore che predilige un cinema non giudicante, capace di immergersi nelle zone d'ombra dell'animo umano senza fornire risposte definitive, ma stimolando lo spettatore a porsi domande profonde. Come da lui stesso dichiarato, la volontà di raccontare questa storia è nata anche dall'aver riflettuto sulla sofferenza non solo delle vittime, ma anche di chi ha compiuto un errore gravissimo, scegliendo un punto di vista raro e complesso, affrontato con delicatezza e umanità. Il regista ha ammesso di essersi ispirato a vicende reali, come l'intervista del padre di Erika De Nardo (protagonista del delitto di Novi Ligure), che è rimasto vicino alla figlia, per esplorare un percorso di recupero e riparazione difficile.
Lo stile di De Matteo si conferma attento alla dimensione emotiva e psicologica, privilegiando una narrazione che, pur partendo da una materia drammatica estrema, mira a creare empatia con i personaggi, invitando il pubblico a immedesimarsi e a interrogarsi sulla propria moralità.
Dettagli Tecnici:
Regia: Ivano De Matteo
Sceneggiatura: Ivano De Matteo, Valentina Ferlan, Ciro Noja (dal romanzo Qualunque cosa accada)
Musiche: Francesco Cerasi
Fotografia: Giuseppe Maio
Montaggio: Giuliana Sarli, Ivano De Matteo
Durata: 103 minuti
Paese di produzione: Italia
Anno: 2025
Produzione: Rodeo Drive con Rai Cinema
La trama di Una figlia è un intenso dramma familiare che si sviluppa attorno alla figura di Pietro (interpretato da Stefano Accorsi), un uomo che, dopo aver perso la moglie, si ritrova a crescere da solo la figlia adolescente, Sofia (Ginevra Francesconi), stabilendo con lei un rapporto di esclusività e profonda devozione.
Il loro legame, totalizzante quanto fragile, viene scosso quando Pietro decide, a distanza di alcuni anni, di rifarsi una vita e intraprendere una relazione stabile con Chiara (Thony), l'infermiera che aveva assistito la moglie negli ultimi momenti della malattia.
Sofia vive l'arrivo di Chiara non solo come l'ingresso di una "sostituta" nella vita del padre e nella sua, ma anche come un vero e proprio tradimento del ricordo della madre. L'adolescente, già in una fase di ribellione e ricerca di sé, non accetta in alcun modo la presenza della nuova compagna. La sua reazione alla situazione è esplosiva e culmina in un evento tragico e sconvolgente: accecata dall'odio e dal risentimento, Sofia accoltella mortalmente Chiara, che per di più è incinta di un figlio di Pietro.
L'atto violento porta Sofia in prigione e distrugge per la seconda volta la vita di Pietro. L'uomo, che ha perso in un colpo solo la compagna e il figlio che portava in grembo, si ritrova davanti a una scelta morale atroce: rinnegare la figlia omicida o tentare l'impossibile perdono e restarle accanto?
Il film si concentra sul travaglio interiore di Pietro, diviso tra la rabbia devastante per il crimine commesso e il suo inestinguibile istinto paterno. L'avvocatessa di Pietro, Mariella (Michela Cescon), cerca più volte di convincerlo a riprendere i rapporti e ad assumersi l'affido della figlia, che nel frattempo, pur in stato di detenzione, dà alla luce una bambina, Rosa. La chiusura del film, con un finale aperto, lascia allo spettatore il compito di riflettere sulla possibilità e sui limiti dell'amore paterno in circostanze estreme.
Stefano Accorsi interpreta Pietro con una sensibilità che cattura la complessità del suo dramma: un genitore che non può mai smettere di esserlo, anche quando la ragione e il dolore lo spingerebbero a voltare le spalle. L'attore stesso ha sottolineato come il film "non è a tesi" ma interroga lo spettatore sul rapporto genitori e figli.
Ginevra Francesconi, nonostante la giovane età, offre una prova notevole nel ruolo di Sofia, riuscendo a restituire la fragilità e la disperazione di un'adolescente che ha commesso un errore irreparabile.
Una figlia ha avuto il suo debutto in anteprima al Bari International Film Festival (BIF&ST) 2025.
La distribuzione nelle sale cinematografiche italiane è avvenuta a cura di 01 Distribution, con data di uscita fissata per il 24 aprile 2025. Successivamente, il film ha avuto la sua prima visione TV, diventando disponibile in streaming su piattaforme come Sky Cinema Uno e NOW, confermando il suo percorso tra festival, sala e piattaforme on demand.
Il film ha ricevuto alcune candidature importanti, tra cui:
Nastro d'argento al miglior soggetto (a Ivano De Matteo)
Nastro d'argento al miglior sonoro in presa diretta (a Mario Iaquone e Emanuele Giunta)
Il film affronta temi di grande attualità e impatto emotivo:
L'Amore Pieno di Lutto: Il rapporto iniziale tra Pietro e Sofia è totalizzante e simbiotico, spesso tipico delle dinamiche tra genitore single e figlio, ma si rivela patologicamente fragile, costruito su un lutto non elaborato.
L'Odio e il Perdono: Il nucleo centrale è la lotta tra l'odio per l'atto compiuto dalla figlia e l'amore genitoriale che "non può mai smettere di essere genitore, qualunque cosa accada" (citando una frase presente nel trailer). De Matteo non idealizza la situazione, ma costringe lo spettatore a confrontarsi con i limiti del perdono.
Il Sistema Carcerario e la Maternità in Prigione: La narrazione tocca anche la realtà della detenzione minorile e la maternità in carcere, un aspetto che il regista ha voluto trattare con crudo realismo, evitando rappresentazioni edulcorate o idealizzate.
Una figlia si configura come un'opera cinematografica che va oltre la cronaca nera, diventando un profondo studio psicologico sul dolore, sulla responsabilità genitoriale e sul dilemma morale di un padre costretto a scegliere tra giustizia e cuore. È un film che, come molti lavori di De Matteo, "fa male" perché riflette le incertezze e le tragedie inspiegabili della vita contemporanea.
sky/now
Life, è un film del 2015 diretto da Anton Corbijn.
Life non è un tradizionale biopic su James Dean, bensì la cronaca del breve ma intenso sodalizio professionale e personale che si instaurò nel 1955 tra il ventiquattrenne attore e la stella nascente di Hollywood (interpretato da Dane DeHaan) e il giovane fotografo dell'agenzia Magnum, Dennis Stock (interpretato da Robert Pattinson).
Il film è ambientato pochi mesi prima della tragica morte di Dean in un incidente d'auto, e si concentra sul periodo in cui Stock fu incaricato di realizzare un servizio fotografico per la prestigiosa rivista Life, un servizio che avrebbe poi prodotto alcune delle immagini più iconiche e durature di James Dean, in particolare la celebre foto di lui che cammina sotto la pioggia a Times Square.
La storia prende il via nel 1955, un anno cruciale per James Dean. L'attore ha appena terminato le riprese di La valle dell'Eden e sta per iniziare quelle di Gioventù bruciata, ma non è ancora la leggenda planetaria che conosciamo. È un giovane talentuoso, ribelle, ma profondamente insofferente verso le convenzioni e il sistema di Hollywood.
Dennis Stock e la Ricerca dell'Autenticità
Dennis Stock è un fotografo ambizioso ma frustrato, che lavora per l'agenzia Magnum e spesso è costretto a scattare foto banali a starlette e celebrità in eventi mondani a Los Angeles. È in cerca di un soggetto che gli permetta di realizzare un servizio fotografico autentico e di impatto, un lavoro che lo proietti finalmente sulla copertina di Life, la rivista per cui desidera lavorare.
Stock incontra Dean a una festa hollywoodiana e rimane immediatamente affascinato dal carisma ruvido, dall'aria di sfida e dalla genuina alienazione del giovane attore. Intuisce in lui il volto della nuova generazione, l'incarnazione di una "ribellione senza causa" che la cultura americana stava iniziando a riconoscere.
Il Viaggio Fotografico
Stock riesce a convincere, non senza difficoltà e innumerevoli rinvii da parte di un Dean pigro e schivo, a posare per un servizio. Il viaggio che intraprendono insieme diventa l'ossatura del film:
Hollywood: La prima fase è fatta di incontri fugaci, irritazioni reciproche e l'incessante lotta di Stock per strappare un momento di autenticità a Dean, costantemente sfuggente e riluttante a conformarsi alle richieste pubblicitarie dello studio (Warner Bros.), rappresentato dalla figura del producer Jack L. Warner.
New York: Il viaggio porta i due a New York, dove Dean è costretto a recarsi per impegni legati alla première di La valle dell'Eden. Qui, Stock realizza il suo colpo più celebre: le fotografie di Dean che cammina per le strade innevate di Times Square, in un impermeabile, con le mani affondate nelle tasche, un sigaro in bocca e quello sguardo malinconico e iconico.
Indiana: La parte più rivelatrice del viaggio è il ritorno di Dean alla sua terra natale, la fattoria di famiglia in Indiana. Qui, lontano dal glamour e dalla pressione di Hollywood, l'attore ritrova una semplicità e una normalità che aveva perso, o che stava per perdere definitivamente. Stock, in questo ambiente rurale, riesce a catturare l'uomo, non il divo, fotografandolo nel fienile, interagendo con i parenti, e mostrando la sua vulnerabilità.
Un'Amicizia Scomoda
La trama non si focalizza tanto sulla nascita della leggenda, quanto sul difficile e sincero rapporto tra i due uomini. Stock è il professionista pragmatico, ossessionato dall'opportunità di una vita. Dean è il genio creativo, tormentato e bisognoso di spazio, che non vuole essere "catturato" dalla macchina dello star system.
Il film mostra un Dean che preferisce la compagnia dei cavalli e delle persone semplici, che non riesce a comprendere la frenesia che lo circonda. Il suo disinteresse per la fama è in netto contrasto con l'ansia di Stock di raggiungere il successo. Alla fine, i due si aiutano a vicenda: Dean permette a Stock di realizzare il servizio della vita, e Stock, con la sua ostinazione, costringe Dean a confrontarsi con la realtà della sua imminente fama.
La regia di Anton Corbijn è l'elemento che conferisce al film la sua impronta più distintiva. Corbijn, olandese, è egli stesso un fotografo di fama mondiale, noto soprattutto per i suoi ritratti iconici di musicisti (dai Depeche Mode agli U2), caratterizzati da un'estetica in bianco e nero e un approccio intimo e malinconico. Questa sua sensibilità fotografica permea ogni inquadratura di Life.
La Fotografia e l'Atmosfera
La direzione della fotografia, curata da Charlotte Bruus Christensen, è magnifica, ricreando l'estetica e l'atmosfera degli Anni '50. Il film è visivamente ricco, con una palette di colori caldi e polverosi che richiamano l'immagine stampata. Corbijn utilizza l'inquadratura con la precisione di un fotografo, prestando estrema attenzione alla composizione e alla luce, spesso valorizzando gli spazi vuoti attorno ai personaggi per sottolinearne l'isolamento.
La pellicola è ricca di riferimenti diretti alle foto di Stock, ma il regista le inserisce nel flusso narrativo in modo organico, mostrando la genesi creativa dietro l'immagine. Lo spettatore assiste al momento esatto in cui il fotografo inquadra, un making-of delle future icone.
Il Ritmo Contemplativo
Come in altri suoi film (Control, The American), Corbijn adotta un ritmo lento e meditativo. Il film non è guidato dall'azione o da grandi eventi drammatici (eccetto la consapevolezza del destino di Dean), ma dall'evoluzione psicologica e dall'atmosfera. L'obiettivo non è il fatto eclatante, ma l'intimità del processo artistico e umano.
Questo approccio contemplativo è stato talvolta criticato per aver reso il film "freddo" o "asettico", ma in realtà serve a demitizzare James Dean. Corbijn ci presenta un uomo ordinario, con le sue insicurezze e la sua insofferenza, che solo attraverso l'occhio del fotografo e il filtro della morte si trasformerà in un'icona immortale.
La riuscita del film dipende in gran parte dalla chimica e dalla performance dei due protagonisti, i quali hanno dovuto confrontarsi con la sfida di interpretare figure reali molto conosciute.
Dane DeHaan nel ruolo di James Dean
Dane DeHaan ha affrontato il compito estremamente difficile di incarnare un'icona leggendaria senza cadere nella mera imitazione. La sua interpretazione è sottile e misurata. DeHaan non tenta di replicare in modo pedissequo i manierismi di Dean, ma ne cattura lo spirito: l'aria eternamente stanca, lo sguardo sornione, la voce roca e la sua disarmante awkwardness sociale. Riesce a rendere credibile sia l'attore di talento che l'uomo di campagna, diviso tra il glamour tossico di Hollywood e la semplicità della sua fattoria in Indiana.
Robert Pattinson nel ruolo di Dennis Stock
Robert Pattinson offre una delle sue interpretazioni più solide e mature del periodo post-Twilight. Il suo Dennis Stock è un uomo in preda all'ansia, un professionista in bilico tra la necessità di produrre un lavoro di successo e il desiderio di autenticità artistica. È l'elemento trainante della storia, il suo è un ritratto di ambizione e frustrazione. Pattinson interpreta Stock con una tensione nervosa palpabile, bilanciando perfettamente l'aura sfuggente di DeHaan/Dean.
Il Cast di Supporto
Un'interpretazione notevole è quella di Ben Kingsley nei panni del potente e irascibile producer di Warner Bros., Jack L. Warner, che rappresenta il mondo del vecchio sistema di Hollywood che Dean sta involontariamente contribuendo a smantellare. Joel Edgerton interpreta il cinico fotografo di Life John G. Morris, che funge da mentore e da pungolo per Stock.
Life è una profonda riflessione su diversi temi cruciali:
La Nascita del Mito: Il film non si limita a raccontare la vita di Dean, ma analizza il processo attraverso il quale l'uomo comune viene trasformato in un'icona. Le foto di Stock, realizzate pochi mesi prima della morte di Dean, hanno cristallizzato per sempre la sua immagine di outsider ribelle e malinconico. Il film mostra come l'arte, in questo caso la fotografia, possa elevare un individuo al di sopra della sua stessa mortalità.
L'Anti-Hollywood: Life è una critica implicita al sistema di Hollywood degli anni '50, un mondo di pubblicità forzata e di glamour artefatto, che Dean rifiuta. Dean rappresenta la ricerca di qualcosa di vero, di non commerciale, in un'epoca in cui la "personalità" era ancora plasmata dallo studio.
La Fama come Prigione: Dean è già insofferente alla fama imminente. Il film suggerisce che l'esposizione pubblica è un peso, un'interferenza con la vita privata che l'attore cerca disperatamente di preservare, soprattutto nel rifugio della sua infanzia in Indiana.
In conclusione, Life è un film biografico atipico e sofisticato. Sotto la direzione esperta di un fotografo prestato alla regia, l'opera si concentra sul breve ma fondamentale crossroad umano e artistico tra un'icona nascente e l'uomo che, con il suo obiettivo, ne ha immortalato l'anima, rendendola immortale.
prime
I segreti di Filadelfia (The Young Philadelphians), un film del 1959 diretto da Vincent Sherman.
Il film si svolge nella ricca e conservatrice società di Filadelfia, in particolare tra la sua élite patrizia, dove l'apparenza, l'eredità e il background sociale contano più del talento e del duro lavoro. È in questo ambiente che si muove il protagonista, Anthony "Tony" Judson Lawrence, interpretato da Paul Newman, un giovane avvocato determinato a farsi strada e a scalare la vetta sociale.
La narrazione di I segreti di Filadelfia è complessa e si sviluppa su due piani temporali principali: un prologo che svela le oscure origini di Tony e la sua ascesa nella società, e il climax finale, un drammatico processo giudiziario.
Le Origini Tormentate
Il film inizia con il racconto delle circostanze che hanno portato alla nascita di Tony Lawrence. Sua madre, Kate Judson Lawrence (interpretata da Diane Brewster), proviene da una famiglia stimata ma è sposata con un uomo alcolizzato e violento, William Lawrence III (interpretato da Adam West, in uno dei suoi primi ruoli). In una notte fatale, prima della morte del marito in guerra, Kate cerca conforto nel giovane avvocato Mike Flanagan (Brian Keith). Il film suggerisce, in modo sottile ma chiaro per l'epoca, che Tony è in realtà il figlio illegittimo di Mike Flanagan.
Kate, ambiziosa e orgogliosa, decide di mantenere il segreto per assicurare a Tony il cognome e il prestigio della famiglia Lawrence, un nome che le permetterà di muoversi nell'alta società di Filadelfia.
L'Ascesa Sociale e Professionale
Tony cresce determinato a riscattare l'onore (e la ricchezza) della sua famiglia e a superare ogni ostacolo imposto dalla sua origine sociale relativamente modesta. Eccellente negli studi di legge all'Università della Pennsylvania, Tony è affascinato e respinto al contempo dalla rigidità dell'alta borghesia.
L'amore della sua vita è Joan Dickinson (Barbara Rush), un'ereditiera ricca e onesta, ma il loro rapporto viene interrotto dalla sua determinazione a farsi strada rapidamente. Tony è convinto che per raggiungere il successo debba prima accumulare potere e ricchezza, anche a costo di sacrificare i suoi ideali.
Dopo la guerra di Corea, durante la quale il suo amico Chester A. "Chet" Gwynn (Robert Vaughn) perde un braccio, Tony torna a Filadelfia. Accetta un lavoro nello studio legale più prestigioso della città, quello di Wharton, Biddle e Clayton, stringendo un patto cinico con la socia Carol Wharton (Alexis Smith) e iniziando a corteggiare la facoltosa vedova Mrs. J. Arthur Allen (Billie Burke) per assicurarsi un futuro finanziario solido, manipolando le sue ambizioni di evasione fiscale.
La Redenzione in Tribunale
La sua scalata, che lo ha reso disilluso e freddo, viene interrotta da un evento drammatico: Chet Gwynn, il suo amico traumatizzato e alcolista, viene accusato dell'omicidio del suo ricco e avido zio, Morton Stearnes (Robert Douglas).
Nonostante le pressioni del suo studio, che teme lo scandalo, Tony decide di assumere la difesa di Chet. Questo processo non è solo una battaglia legale, ma un banco di prova per l'anima di Tony. Deve affrontare la sua coscienza, i suoi ideali traditi e le ipocrisie del clan aristocratico che lo aveva sempre guardato con sospetto.
Il Colpo di Scena Giudiziario: Il climax del film è la difesa in tribunale, che rivela non solo l'innocenza di Chet, ma anche il vero passato di Tony. Utilizzando l'astuzia legale, Tony dimostra che lo zio di Chet si è in realtà suicidato per ragioni di salute. In una mossa successiva, Tony, stanco delle mezze verità e dell'ipocrisia, rivela che Mike Flanagan è il suo vero padre, liberandosi del peso del segreto che aveva dominato la sua vita. Questa rivelazione lo rende, paradossalmente, più onesto e riscatta il suo onore.
Il film si conclude con Tony che, avendo ritrovato l'integrità, si riconcilia con Joan e accetta la sua vera identità, pronto a intraprendere una carriera legale basata sui principi e non sull'ambizione cieca.
Vincent Sherman (1906–2006) è stato un regista esperto e prolifico, noto per la sua capacità di dirigere melodrammi ricchi di tensione e caratterizzati da forti interpreti femminili (come Joan Crawford e Bette Davis). I segreti di Filadelfia è un esempio tardo e brillante di questo genere.
Un Film "Industriale" Ben Fatto
Il film rispecchia la "formula narrativa-rappresentativa industriale" di Hollywood: è un prodotto ben confezionato dalla Warner Bros., lungo (136 minuti), con una trama ricca di colpi di scena e un cast di prim'ordine. Sherman dirige con mano sicura, mantenendo un ritmo incalzante nonostante la lunga durata, tipica dei polpettoni dell'epoca.
La Fotografia in Bianco e Nero
Il film è girato in uno splendido bianco e nero, curato dal direttore della fotografia Harry Stradling Sr. (che ottenne una nomination all'Oscar per questo lavoro). Questa scelta non era più la norma nel 1959, quando la maggior parte dei drammi di prestigio passava al colore. Tuttavia, il bianco e nero conferisce al film un'atmosfera di solennità, di austera eleganza e drammaticità, accentuando i contrasti sociali e morali, rendendo i costumi formali dell'alta società e l'ambiente del tribunale particolarmente suggestivi.
Il Contesto Storico-Sociale
Sherman utilizza Filadelfia come una metafora della stratificazione sociale americana. L'architettura imponente, i club esclusivi e gli uffici legali austeri fungono da sfondo per un dramma che esplora la lotta di classe e la corruzione morale celata sotto una facciata di rispettabilità. Il film tocca temi moderni per l'epoca, come l'alcolismo (Chet Gwynn) e, in modo molto sottile (sebbene accennato più apertamente nel romanzo), la questione dell'omosessualità in relazione al personaggio di William Lawrence III.
Il successo del film si deve in gran parte al suo cast, dominato dal magnetismo di Paul Newman.
Paul Newman nel ruolo di Anthony Lawrence
Paul Newman (Anthony "Tony" Judson Lawrence) è all'apice del suo fascino e del suo potere interpretativo. Aveva già recitato in film come La lunga estate calda (1958) e La gatta sul tetto che scotta (1958), costruendo la sua persona cinematografica di "giovane arrabbiato" ma di bell'aspetto. In I segreti di Filadelfia, interpreta un ruolo complesso e ambiguo: cinico e arrivista nella prima parte, ma con un nucleo di integrità che riemerge nel finale. Il suo carisma tiene insieme le diverse sottotrame e ne fa un personaggio memorabile.
Robert Vaughn nel ruolo di Chester Gwynn
Robert Vaughn (Chester A. "Chet" Gwynn) fu la rivelazione del film e ricevette una nomination all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. La sua interpretazione è commovente e tragica. Chet è la vittima della guerra e della ricchezza, un uomo spezzato dall'alcolismo e dal trauma, che serve da catalizzatore per la redenzione di Tony. Il contrasto tra l'ambizione fredda di Newman e la disperazione di Vaughn è uno dei punti di forza emotivi della pellicola.
Barbara Rush e Alexis Smith
Barbara Rush (Joan Dickinson) incarna l'interesse amoroso e l'ideale di purezza che Tony ha quasi perso, mentre Alexis Smith (Carol Wharton) è la femme fatale ambiziosa e manipolatrice, rappresentando la corruzione della classe sociale che Tony cerca di conquistare.
I segreti di Filadelfia fu un notevole successo commerciale per la Warner Bros. e consolidò ulteriormente lo status di Newman come una delle star più importanti di Hollywood.
Il film ottenne tre nomination all'Oscar nel 1960:
Miglior Attore Non Protagonista (Robert Vaughn)
Migliore Fotografia in Bianco e Nero (Harry Stradling Sr.)
Migliori Costumi in Bianco e Nero (Howard Shoup)
Nonostante la critica contemporanea lo definisse a volte come un "fumettone" o un "polpettone" (un melodramma eccessivo), la sua efficacia narrativa e la forza delle interpretazioni lo hanno reso un classico del dramma giudiziario-sociale, fungendo da precursore di molti film legali e drammi familiari che sarebbero seguiti negli anni '60 e '70. La sua analisi delle divisioni di classe, della scalata sociale e del peso dei segreti di famiglia rimane rilevante per comprendere la cinematografia americana di quel periodo.
prime
Frankenstein è un film del 2025 diretto da Guillermo del Toro.
Frankenstein è un film del 2025 che si propone come un nuovo e fedele adattamento del celeberrimo romanzo gotico di Mary Shelley del 1818. Non è solo un progetto cinematografico per il regista messicano Guillermo del Toro, ma, come lui stesso lo ha definito, "più di un sogno, una religione", che persegue sin da bambino.
Regista, Sceneggiatore e Co-Produttore: Guillermo del Toro.
Stile e Visione: Del Toro è universalmente noto per il suo stile visionario, il suo amore per il gotico e per la sua capacità di infondere profonda umanità e poesia nelle figure dei "mostri". In Frankenstein, il regista esplora i temi centrali del romanzo—l'ambizione sconsiderata della scienza, il rapporto tra creatore e creato, la solitudine e l'emarginazione—attraverso la sua lente distintiva.
Il Mostro come Specchio: Del Toro vede la Creatura non come un'entità di puro orrore, ma come uno specchio della nostra fragile e imperfetta umanità. Il suo approccio è quello di renderla una figura tragica e sublime.
Rifiuto del Cliché: Il regista ha esplicitamente dichiarato di non aver voluto la Creatura come "un cadavere mutilato" con le classiche cuciture da film horror. Il suo Victor Frankenstein non è un "macellaio"; voleva creare l'"uomo perfetto". La creatura di Del Toro è concepita come un mosaico di corpi e memorie, un "Prometeo ricomposto" che incarna bellezza e orrore.
Ambientazione e Atmosfere: Il film è ambientato in un contesto che spazia dai freddi laboratori accademici della Gran Bretagna ai paesaggi desolati e ghiacciati dell'Artico, con riprese in luoghi come la Cattedrale di Glasgow e il Great Glen in Scozia. Le atmosfere sono cruciali, riflettendo la filosofia estetica del regista che predilige un gotico poetico e viscerale.
Musiche e Tecnica: La colonna sonora è curata dal premio Oscar Alexandre Desplat, mentre la fotografia è affidata a Dan Laustsen, collaboratore storico di Del Toro (vincitore dell'Oscar per La forma dell'acqua), garantendo un impatto visivo potente e distintivo.
Il film è un adattamento fedele, sebbene rielaborato con la sensibilità del Toro, del capolavoro di Mary Shelley, e si concentra sulla tragica dinamica tra l'ambizioso scienziato e la sua creazione:
L'Esperimento e la Creazione: La storia inizia in medias res nell'Artico. Un equipaggio navale, guidato dal Capitano Anderson, trova il Barone Victor Frankenstein (interpretato da Oscar Isaac) gravemente ferito e lo porta a bordo. La loro nave è subito dopo attaccata da una Creatura sovrumana (interpretata da Jacob Elordi) che esige la consegna di Victor, il suo creatore. Da qui, Victor racconta gli eventi che lo hanno condotto a questa rovina.
L'Ambizioso Scienziato: Victor Frankenstein è un brillante ma egocentrico scienziato, ossessionato dall'idea di sconfiggere la morte e di sfidare le leggi della natura. Mosso da un'ambizione quasi folle e da un dolore personale (spesso il romanzo suggerisce la perdita di una persona cara), si dedica in segreto all'esperimento di dare la vita a un essere creato assemblando parti di corpi.
L'Abbandono e la Solitudine della Creatura: Quando la Creatura prende vita, Victor ne è orrorizzato e disgustato, abbandonandola al suo destino. Il film segue il percorso parallelo dei due:
Victor cerca in tutti i modi di fuggire alle sue responsabilità, inseguendo la sua stessa opera.
La Creatura affronta l'orrore della realtà: il freddo, la violenza degli umani, e una devastante solitudine. È un essere nato innocente, che impara a pensare, provare sentimenti e, soprattutto, a soffrire a causa del rifiuto. Inizia la sua ricerca del creatore per chiedere risposte esistenziali—"Perché mi hai messo qui? Cosa devo imparare dalla mia sofferenza?"—e vendetta.
La Tragedia: L'esperimento si trasforma in una tragedia shakespeariana che trascinerà nella rovina sia il creatore che la sua sfortunata creazione, toccando le vite di tutti coloro che sono vicini a Victor, inclusa la sua promessa sposa, Elizabeth.
Il Tema della Memoria e del Dolore: Del Toro enfatizza il concetto della "sopravvivenza poetica" e della "memoria del dolore". La Creatura non è solo resurrezione, ma una riflessione sull'umanità che resta anche quando tutto crolla. Il finale, secondo alcune recensioni, è riassunto dalla frase che la Creatura pronuncia: "Nella vita il cuore umano è spezzato, ma anche con il cuore spezzato si vive."
Il film vanta un cast eccezionale, scelto con cura da Guillermo del Toro per portare in vita la complessità psicologica dei personaggi di Mary Shelley, spesso con un tocco di eleganza gotica.
Oscar Isaac nei panni di Victor Frankenstein
Il ruolo centrale del visionario e arrogante scienziato, Baron Victor Frankenstein, è affidato a Oscar Isaac. Isaac offre la sua intensa espressività e la sua capacità di incarnare personaggi ossessionati e moralmente ambigui.
Victor non è semplicemente uno scienziato pazzo; come Del Toro ha suggerito, è quasi un artista folle, spinto dal desiderio di superare i limiti umani e sconfiggere la morte. Isaac cattura questa disperata ambizione, che alla fine lo condurrà alla rovina e al tormento. La sua performance è il motore emotivo del film, esplorando l'egoismo e il senso di colpa di un creatore che rifiuta la propria opera.
Jacob Elordi come la Creatura (Il "Mostro")
Forse la scelta di casting più dibattuta e cruciale è quella di Jacob Elordi per il ruolo della Creatura. Elordi, noto per la sua bellezza e la sua presenza magnetica, qui viene completamente trasformato, sebbene Del Toro abbia voluto mantenere una sorta di sublime tragicità nella sua forma.
La sua interpretazione si concentra sull'innocenza originaria e sul dolore lancinante del rifiuto. La Creatura di Elordi non è solo orrore, ma un'entità filosofica che impara l'umanità e la sofferenza attraverso l'emarginazione. Il contrasto tra l'aspetto statuario dell'attore e il trucco pesante e le deformità fisiche crea un potente effetto visivo, amplificando la tragedia del suo abbandono. La sua è una performance che esplora la solitudine esistenziale.
Mia Goth come Lady Elizabeth Harlander
Mia Goth, attrice di culto e musa dell'horror contemporaneo, interpreta Lady Elizabeth Harlander (con alcune fonti che suggeriscono che copra anche il ruolo simbolico o reale della defunta madre di Victor). Elizabeth è il polo emotivo e la promessa sposa di Victor, la sua connessione con il mondo normale che lui sta abbandonando per la sua ossessione.
Goth conferisce al personaggio una sottile forza e un'aura di tragica consapevolezza, incarnando la vittima innocente dell'orgoglio smisurato di Victor.
Christoph Waltz come Harlander
Il premio Oscar Christoph Waltz aggiunge il suo tocco inconfondibile di ambiguità e acume interpretando Harlander, un personaggio introdotto come finanziatore degli esperimenti di Victor e con potenziali connessioni con il traffico di armi.
Waltz è magistrale nell'incarnare figure intellettualmente sofisticate ma moralmente corrotte, e in questo contesto rappresenta forse l'elemento della società cinica che sfrutta o alimenta l'ambizione senza scrupoli di Victor.
Altri Ruoli Chiave
Il cast di supporto è ugualmente impressionante e fondamentale per tessere la rete emotiva e drammatica della storia:
Charles Dance (noto per Game of Thrones) interpreta Baron Leopold Frankenstein, il padre rigido e opprimente di Victor, il cui severo giudizio può aver innescato, indirettamente, la ricerca ossessiva di Victor.
David Bradley (un altro volto noto del mondo di Harry Potter e del cinema di Del Toro) è l'Uomo Cieco, un personaggio cruciale nella storia. È la prima persona ad accogliere e a istruire la Creatura senza giudicarla per il suo aspetto, un fugace momento di umanità che rende ancora più dolorosa la successiva caduta nell'odio.
Felix Kammerer interpreta William Frankenstein, il fratello minore di Victor, la cui innocenza è destinata a scontrarsi brutalmente con le conseguenze dell'esperimento.
Lars Mikkelsen è il Capitano Anderson, colui che incontra Victor nell'Artico all'inizio e alla fine del suo tragico viaggio, servendo da narratore secondario e testimone del disastro.
Il risultato è un ensemble di attori di altissimo livello che Del Toro utilizza per esplorare le profonde tematiche del romanzo: la famiglia disfunzionale, la responsabilità scientifica e il tragico bisogno di accettazione.
Durata: Circa 149-150 minuti (2 ore e 29/30 minuti).
Distribuzione: Netflix, con una distribuzione limitata in sale selezionate.
Data di Uscita (Netflix): 7 Novembre 2025.
Anteprima: È stato presentato in Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (Agosto 2025), dove ha ricevuto 9 nomination, tra cui il Leone d'Oro.
Budget: $120 milioni (indicando l'ambizione visiva e produttiva del progetto).
Per Guillermo del Toro, questo film è una profonda indagine sulle domande esistenziali: "domande esistenziali, tenere, selvagge, senza scampo... Per me, però, solo i mostri detengono la risposta a tutti i misteri. Sono loro il mistero." In sintesi, è la storia di "un padre prodigo e di un figlio perduto" che cercano risposte dal loro creatore.
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Euforia, è un film italiano del 2018 diretto da Valeria Golino.
Regia di Valeria Golino: Dopo il successo di critica del suo esordio alla regia, Miele (2013), Valeria Golino torna dietro la macchina da presa con una storia che, pur affrontando nuovamente il tema della morte e della sua gestione emotiva e sociale, lo fa attraverso una lente più ironica e dinamica.
Golino, che ha anche contribuito alla sceneggiatura con Francesca Marciano, Valia Santella (e in collaborazione con Walter Siti), dimostra una padronanza stilistica sempre più matura. La sua regia è caratterizzata da uno sguardo sensibile e personale, che si sofferma con dolcezza sugli interpreti. La pellicola oscilla con maestria tra momenti di commedia pungente e un dramma profondamente toccante, sfruttando il contrasto tra gli ambienti asettici e lussuosi dell'alta borghesia romana e la vita più dimessa e provinciale.
Il titolo stesso, Euforia, suggerisce l'ambivalenza del tono: è la sensazione di contentezza artificialmente procurata, spesso necessaria per affrontare una realtà dolorosa, che in questo caso è una "bugia pietosa" attorno a una malattia.
Il cuore pulsante di Euforia è il complesso rapporto tra due fratelli diametralmente opposti per stile di vita, carattere e approccio al mondo:
Matteo (Riccardo Scamarcio): È un giovane imprenditore di successo che vive a Roma, spregiudicato, affascinante, dinamico e con una vita sessuale libera e mondana. Vive in un attico lussuoso in centro e simboleggia l'eccesso, l'ottimismo forzato e l'euforia del titolo.
Ettore (Valerio Mastandrea): È il fratello maggiore. Vive ancora nella piccola città di provincia dove sono nati, insegna alle scuole medie ed è un uomo cauto, taciturno, introverso e integerrimo. Ettore è l'ombra, colui che si è sempre tenuto "un passo indietro".
Le loro vite, separate da anni di incomprensioni e stili di vita inconciliabili, sono costrette a incrociarsi quando Ettore viene colpito da una grave malattia (un tumore cerebrale).
Matteo, venuto a conoscenza della diagnosi infausta, decide di tenere il fratello all'oscuro della gravità della situazione. In un gesto di apparente altruismo, sposta Ettore nel suo lussuoso appartamento romano e si prodiga in cure costose, gite e regali, mascherando la verità con un'euforia disperata e una serie di "bugie pietose".
Questa convivenza forzata tra due poli opposti diventa l'occasione per i fratelli di riscoprirsi e confrontarsi. Nello sforzo di salvare il fratello, Matteo cerca in realtà una redenzione personale, mentre Ettore, pur ignaro, affronta un percorso di cambiamento emotivo che lo porterà a rimettere in discussione la sua vita cauta. La malattia diventa così il catalizzatore di una resa dei conti familiare, rivelando il legame profondo e indissolubile che li unisce.
Il film è costruito in gran parte sulla chimica e sul contrasto dei suoi due protagonisti, affiancati da un notevole cast di supporto:
Riccardo Scamarcio offre una delle sue interpretazioni più lodate nel ruolo di Matteo. Riesce a rendere credibile e non solo superficiale l'imprenditore affascinante e solare, mostrando la fragilità e l'ansia che si nascondono dietro la sua facciata di successo e la sua disperata necessità di controllo.
Valerio Mastandrea incarna perfettamente la malinconia e l'integrità di Ettore. La sua recitazione, misurata e sottile, cattura il disagio dell'uomo di provincia catapultato nell'eccesso romano, e la sua dolorosa e inconsapevole lotta contro la malattia. Il suo ruolo bilancia l'esuberanza di Scamarcio, fornendo il necessario ancoraggio emotivo al dramma.
Il cast di supporto è fondamentale per delineare l'ambiente dei protagonisti. Isabella Ferrari interpreta Michela, l'ex moglie di Ettore, mentre Valentina Cervi è Tatiana, la compagna di Matteo, figure che completano il quadro delle relazioni complesse e sfuggenti.
Jasmine Trinca, già protagonista in Miele, appare nel ruolo di Elena, e Marzia Ubaldi interpreta la madre dei due fratelli, aggiungendo profondità e realismo al contesto familiare e alle dinamiche affettive.
Il film è spesso descritto come "innamorato dei suoi attori", poiché la Golino si concentra a lungo sui loro volti e sulle loro interazioni, permettendo alle performance di guidare la narrazione emotiva.
Euforia è stato molto apprezzato per la sua sceneggiatura equilibrata e la regia matura di Valeria Golino, ottenendo diverse candidature ai David di Donatello (tra cui Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Attore Protagonista per Scamarcio) e ai Nastri d'Argento.
Il film non è solo una storia di malattia, ma una profonda riflessione sulla fratellanza, sulla menzogna necessaria e sul modo in cui l'avvicinarsi della fine costringe le persone a confrontarsi con la verità del proprio legame.
mubi
Predator: Badlands è un film del 2025 diretto da Dan Trachtenberg.
Predator: Badlands è il capitolo più recente della storica saga di Predator, diretto dal regista che ha saputo rivitalizzare il franchise: Dan Trachtenberg, lo stesso dietro al successo di critica e pubblico di Prey (2022). Il film è uscito nelle sale italiane il 6 novembre 2025.
Dopo aver portato il Predator nel passato con Prey, Trachtenberg compie un salto audace nel futuro e nello spazio profondo con Badlands. Il regista continua la sua missione di rinnovare la saga, non solo cambiando drasticamente l'ambientazione, ma anche spostando il punto di vista e il tono.
Regia di: Dan Trachtenberg
Sceneggiatura: Patrick Aison e Dan Trachtenberg
Contesto: Il film è il settimo capitolo in live-action ed è universalmente riconosciuto per essere un tentativo di unire in modo più coeso il mondo di Predator con il più vasto universo di Alien (grazie al ritorno della compagnia Weyland-Yutani).
Accoglienza: Sebbene abbia diviso la critica per il suo tono più leggero, ironico e un Predator più "umanizzato" o "Disneyficato" (come alcuni hanno commentato), la maggior parte lo ha lodato per l'ottima azione, le performance e la capacità di portare il franchise in territori inesplorati, distaccandosi dal sangue e dal puro horror d'azione dei capitoli precedenti.
Il film si svolge in un futuro remoto e abbandona il tradizionale scontro tra il cacciatore alieno e un umano-soldato. Per la prima volta, la storia è raccontata attraverso gli occhi dello Yautja (il nome della specie dei Predator) protagonista: Dek.
Il Protagonista: Dek (interpretato da Dimitrius Schuster-Koloamatangi) è un giovane guerriero Yautja che è stato emarginato dal suo clan, guidato dal crudele padre. Viene considerato "deforme" o troppo debole e, per dimostrare il suo valore e riscattarsi, sceglie di intraprendere una caccia solitaria sul pianeta Genna, descritto come il luogo più pericoloso dell'universo. Il suo obiettivo è eliminare una creatura leggendaria, il Basilisk (o Predatore Supremo).
L'Alleanza Improbabile: Su questo pianeta alieno, dove ogni forma di vita – persino la flora – è letale, Dek si ritrova presto in difficoltà. Incontra Thia (interpretata da Elle Fanning), una sintetica (androide) della famigerata compagnia Weyland-Yutani (la multinazionale della saga di Alien). Thia è danneggiata (è spesso mostrata senza l'uso delle gambe) e, in cambio del suo aiuto per la sopravvivenza, offre a Dek il suo ingegno e le sue conoscenze per localizzare il "Predatore Supremo".
Il Viaggio: L'alleanza tra il Predator e l'androide diventa il cuore della narrazione. Thia fornisce il contrappunto verbale, l'intelligenza e l'ironia ai grugniti e all'azione brutale di Dek. Il film si trasforma così in un viaggio di formazione in cui Dek, costretto ad allearsi con qualcuno, deve rivedere le rigide convinzioni della sua cultura di predatore solitario. La suspense non manca, ma l'empatia è insolitamente spostata sull'alieno cacciatore, che diventa quasi una figura "tragica" e "fragile" schiacciata dal peso delle aspettative del suo clan.
Elle Fanning è la vera stella, interpretando splendidamente il doppio ruolo della sintetica Thia e della sua rivale, Tessa, una scelta che ha sorpreso e convinto la critica.
Il film è pieno di creature aliene e momenti di commedia (incluso un buffo compagno chiamato Bud), il che lo rende un prodotto molto diverso dagli horror brutali precedenti.
Il ritorno della Weyland-Yutani stabilisce un legame più solido che mai tra i franchise di Predator e Alien, lasciando intendere grandi sviluppi futuri.
La caccia per Dek si trasforma rapidamente in una lotta per la sopravvivenza in un mondo dove è lui a essere costantemente in pericolo, circondato da creature autoctone letali e forse da altri Predator ostili, tra cui suo padre, Njohrr, il capo del clan. La dinamica tra Dek e Thia promette di essere centrale, con il giovane Yautja che cerca di dimostrare di non essere la preda, ma il cacciatore, supportato da un'intelligenza artificiale terrestre.
Inoltre, la presenza della Weyland-Yutani e la possibilità (secondo alcune speculazioni) di incontrare gli Xenomorfi di Alien o altre creature del "Fox-Alien Verse" indica un tentativo di integrare ulteriormente le due saghe, andando oltre i precedenti Alien vs. Predator.
Il film è attesissimo in parte grazie al successo di Dan Trachtenberg con Prey (2022), che ha ricevuto elogi per aver riportato il franchise alle sue radici, con un'azione brutale e un focus sulla sopravvivenza.
Con Badlands, Trachtenberg sembra volere un'altra radicale rivisitazione, spostando l'attenzione dall'umano alla prospettiva Yautja ed esplorando la cultura e la politica interna dei Predator. La scelta di far interpretare i Predator e gli androidi protagonisti da attori con trucco e tuta, anziché affidarsi interamente alla CGI, è vista come un omaggio allo stile del film originale del 1987 e ai classici del genere.
La decisione di ambientare la storia su un altro pianeta, focalizzandosi su creature non umane e sui synthetics della Weyland-Yutani, suggerisce un tentativo di ampliare l'universo narrativo in direzioni inesplorate dai film principali, attingendo anche a elementi dei fumetti e dei videogiochi dell'universo espanso.
In sintesi, Predator: Badlands non è un film per chi cerca solo il gore e l'horror del film originale, ma è un'opera ambiziosa che tenta di dare profondità psicologica, ironia e un ampio world-building al mondo degli Yautja, mantenendo comunque un'azione spettacolare.
al cinema
Prey, è un film del 2022 diretto da Dan Trachtenberg.
Regia: Dan Trachtenberg
Sceneggiatura: Patrick Aison
Storia: Patrick Aison e Dan Trachtenberg
Basato sui personaggi di: Jim Thomas e John Thomas (creatori di Predator)
Interpreti principali: Amber Midthunder, Dakota Beavers, Dane DiLiegro
Genere: Azione, Drammatico, Horror, Fantascienza
Paese: USA
Durata: 99 minuti
Distribuzione (Italia): Disney+ (Star)
Data di uscita: 5 Agosto 2022
Budget: Circa 65 milioni di dollari
Prey si distingue come il quinto capitolo della saga di Predator, ma è ambientato cronologicamente come un prequel di tutti i film precedenti, portandoci indietro nel tempo di circa 300 anni.
La storia si svolge nel Nord America rurale, intorno al 1719, nel cuore delle Grandi Pianure, territorio della Nazione Comanche.
La protagonista è Naru (Amber Midthunder), una giovane donna comanche, guaritrice di talento, che però nutre una profonda aspirazione a diventare una cacciatrice e guerriera d'élite, seguendo le orme del fratello, Taabe (Dakota Beavers). Nonostante la sua abilità e intelligenza, viene spesso sottovalutata dai cacciatori maschi della sua tribù, che non la prendono sul serio.
Naru percepisce segni e presagi che indicano la presenza di un pericolo insolito e misterioso nel bosco. Inizialmente, questi avvistamenti vengono liquidati come incontri con predatori naturali, ma la ragazza è convinta che si tratti di qualcosa di ben più letale e sconosciuto.
Mentre Naru è impegnata in una caccia per dimostrare il suo valore, si imbatte in tracce sempre più evidenti di un cacciatore tecnologicamente avanzato e brutale – un membro della specie Yautja (il Predator, interpretato da Dane DiLiegro). Questo particolare Yautja, in quella che sembra essere la sua prima caccia sul pianeta Terra, è meno evoluto tecnologicamente rispetto a quelli visti nei film successivi, ma non per questo meno mortale. Utilizza armi più rudimentali (come un teschio d'osso come maschera e un arsenale meno futuristico), coerentemente con l'epoca storica.
Il film si sviluppa attorno a un triplice conflitto per la sopravvivenza:
Umani (Naru e la sua tribù) vs. Alieno (il Predator): Lo scontro principale, dove l'ingegno e la conoscenza dell'ambiente di Naru si contrappongono alla tecnologia e alla forza bruta dell'alieno.
Umani vs. Natura: I Comanche devono sopravvivere ai pericoli della natura selvaggia, tra cui animali feroci (come orsi e lupi) e un ambiente ostile.
Comanche vs. Coloni Europei: Nel corso della vicenda, Naru e la sua gente si scontrano anche con un gruppo di cacciatori di pellicce francesi che non solo minacciano il loro stile di vita (distruggendo la fauna selvatica come i bufali), ma diventano anche preda ignara e violenta per il Predator.
Nonostante la disparità di armi e forza, Naru si affida alla sua intelligenza, alle sue capacità di tracciamento e alla profonda conoscenza del territorio e delle trappole naturali per affrontare il Predator. La storia si evolve in una feroce e terrificante resa dei conti, dove l'obiettivo di Naru non è solo la sopravvivenza, ma anche quello di proteggere la sua gente e dimostrare che il vero cacciatore è colui che usa il cervello, non solo la forza bruta.
Dan Trachtenberg (noto per 10 Cloverfield Lane) dirige il film con una visione chiara: tornare all'essenza del franchise, concentrandosi sul concetto primordiale della caccia e del "cacciatore contro la preda".
Atmosfera e Tensione: Trachtenberg crea un'atmosfera tesa e misurata, che ricorda da vicino il tono e lo stile del classico Predator del 1987. La tensione si costruisce gradualmente, mostrando l'alieno in modo sfuggente e misterioso.
Estetica Western/Survival: Il film ha un forte respiro da film di sopravvivenza e, a tratti, da Western, enfatizzando la vastità e la bellezza spietata della natura selvaggia (la fotografia di Jeff Cutter è stata molto apprezzata).
Focus sulla Cultura Comanche: Un aspetto cruciale è l'approccio alla cultura dei Nativi Americani. Trachtenberg, con l'aiuto della produttrice Jhane Myers (membro delle nazioni Comanche e Blackfeet), ha cercato l'autenticità. Il film è stato girato in inglese, ma per la prima volta nella storia del cinema, è stato rilasciato con un'opzione di doppiaggio completo nella lingua Comanche, un gesto significativo per l'inclusione culturale e l'autenticità.
Amber Midthunder (Naru): È il cuore pulsante del film. La sua performance è stata universalmente lodata. Naru non è una supereroina, ma una guerriera intelligente, resiliente e determinata, che usa l'osservazione e l'adattamento come sue armi principali. Midthunder, di discendenza nativa americana, porta una credibilità e un carisma eccezionali al ruolo.
Dakota Beavers (Taabe): Fratello di Naru e cacciatore stimato della tribù. Il loro rapporto, inizialmente segnato dalla rivalità e dal desiderio di Naru di dimostrare il suo valore, si evolve in un'alleanza cruciale contro il Predator.
Dane DiLiegro (Il Predator/Feral Predator): Ex giocatore di basket, DiLiegro offre una presenza fisica imponente all'alieno. Questo Predator, soprannominato "Feral Predator" dai fan, ha un design distintivo e un approccio alla caccia più primordiale, che si abbina perfettamente all'ambientazione.
Accoglienza Critica: Prey è stato acclamato dalla critica come il miglior film di Predator dai tempi dell'originale del 1987. Su aggregatori come Rotten Tomatoes, ha raggiunto un punteggio estremamente alto (94% al momento della scrittura), lodato per la sua tensione, la regia e l'interpretazione di Midthunder.
Temi: Il film esplora il tema della caccia da molteplici angolazioni: non è solo uno scontro di forza, ma di intelligenza e adattamento. Sottolinea come l'astuzia e la conoscenza dell'ambiente possano superare la tecnologia e la potenza bruta. Il ribaltamento dei ruoli, con l'umano che diventa cacciatore e non solo preda, è un elemento centrale.
Finale: Il finale del film si ricollega in modo sottile al franchise: Naru ottiene la pistola a pietra focaia del colono francese Raphael Adolini. Questa stessa pistola, molti secoli dopo, appare in Predator 2 (1990) come un trofeo offerto al detective Mike Harrigan da un Predator. Questo dettaglio lega Prey direttamente alla mitologia esistente.
Successo di Streaming: Uscito direttamente su Disney+ (Hulu), il film è stato un enorme successo di streaming, diventando il film o serie TV più visto di sempre sulla piattaforma Hulu nelle sue prime 3 giorni dal lancio.
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La signora di Shanghai (The Lady from Shanghai) è un film del 1948 diretto da Orson Welles,
La signora di Shanghai (The Lady from Shanghai), film del 1948 diretto e interpretato da Orson Welles, è considerato uno dei capolavori più audaci, sperimentali e, al tempo stesso, travagliati del film noir. È un'opera fondamentale che riflette il genio visionario di Welles, ma anche le sue eterne battaglie con il sistema degli studios hollywoodiani.
Regista, Sceneggiatore e Interprete Principale: Orson Welles.
Il Genio Ostacolato: Il film fu prodotto dalla Columbia Pictures e, in particolare, dal capo dello studio, Harry Cohn. Welles accettò il progetto in un momento di difficoltà finanziaria, accettando di dirigere un thriller tratto dal romanzo If I Die Before I Wake di Sherwood King, che aveva sceneggiato in un notevole tour de force di sole 72 ore. Tuttavia, il film divenne un'altra dolorosa battaglia tra la visione radicale di Welles e le esigenze commerciali della major.
Lo Stile Wellesiano: Nonostante i massicci tagli imposti dallo studio (si dice che la versione di Welles durasse due ore e mezza, ridotte a soli 87 minuti), il film è stilisticamente puro Orson Welles. Il regista non si limita a girare un noir standard, ma lo trasforma in un vortice onirico e barocco in cui il protagonista precipita senza scampo.
Inquadrature e Profondità di Campo: Come in Quarto Potere, Welles utilizza angolazioni ardite (spesso dal basso, quasi espressioniste, alla Eisenstein), luci drammatiche e una profondità di campo sbalorditiva per creare una sensazione di paranoia e claustrofobia, rendendo ogni personaggio e oggetto significativo e potenzialmente minaccioso.
Montaggio Aggressivo: Sebbene la Columbia abbia imposto un montaggio che Welles non amava, alcune sequenze mantengono un ritmo frenetico e frammentato, riflettendo la confusione mentale e l'incubo di Michael O'Hara.
La Trasformazione di Rita Hayworth: Uno degli elementi più scioccanti per l'epoca fu la trasformazione di Rita Hayworth (allora moglie di Welles). La diva dai capelli rossi e lunghi, icona di Gilda, fu costretta da Welles a tagliare i capelli cortissimi e a tingerli di un biondo platino quasi artificiale. Questa decisione, che fece infuriare Harry Cohn, non era solo estetica: simboleggiava la spietata ambiguità e la natura camaleontica del personaggio di Elsa, disfacendo l'immagine di "ragazza della porta accanto" che la Hayworth aveva costruito.
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La signora di Shanghai è la storia classica di un uomo onesto che viene sedotto e intrappolato in una ragnatela di menzogne e omicidi da una femme fatale.
L'Incontro Fatale: La storia si apre a New York, a Central Park, dove Michael O'Hara (interpretato da Orson Welles), un marinaio irlandese disoccupato, dal cuore onesto ma anche ingenuo, salva la bellissima e misteriosa Elsa Bannister (Rita Hayworth) da un'aggressione.
L'Assunzione: Il marito di Elsa, Arthur Bannister (Everett Sloane, già in Quarto Potere), un celebre e potente avvocato penalista, ricco e claudicante, assume Michael come marinaio sul suo lussuoso yacht. A bordo, Michael si ritrova subito in un ambiente saturo di sospetto, ambiguità e velata ostilità.
La Trappola: Durante una crociera che tocca Acapulco e San Francisco, Michael si innamora perdutamente di Elsa. La donna, pur ricambiando (apparentemente) l'attrazione, è il catalizzatore dell'intrigo. Il socio di Bannister, il nevrotico e inquietante George Grisby (Glenn Anders), propone a Michael un piano folle: inscenare la sua finta morte per riscuotere un premio assicurativo e fuggire. Michael accetta, credendo che questo gli darà i soldi necessari per fuggire con Elsa.
Il Tradimento: Naturalmente, il finto piano si rivela un vero e proprio omicidio. Grisby viene trovato morto e Michael si ritrova incastrato e accusato. Arthur Bannister, pur essendo la sua vittima designata, assume la difesa di Michael, non per salvarlo, ma in un macabro gioco diabolico per farlo condannare, convinto che Michael abbia avuto una relazione con la moglie.
La Fuga e la Rivelazione Finale: Dopo una drammatica udienza in tribunale, Michael riesce a fuggire. La sua fuga lo conduce a Chinatown e, infine, al luogo iconico del finale: la Sala degli Specchi in un parco di divertimenti abbandonato. Qui, Michael, Arthur ed Elsa si confrontano nel momento della verità.
La sequenza finale nella Sala degli Specchi è considerata una delle scene più celebri e significative dell'intera storia del cinema. Gli specchi moltiplicano all'infinito i personaggi, confondendo la realtà, l'identità e la colpa, e riflettendo il tema noir della paranoia e del doppio gioco. Michael scoprirà l'orribile verità: non era Grisby o Bannister, ma Elsa, la sua adorata femme fatale, ad aver orchestrato l'omicidio per liberarsi del marito e ottenere il denaro.
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Il film è dominato dall'alchimia (reale e cinematografica) e dal conflitto tra i due protagonisti, con un eccellente cast di supporto che incarna la corruzione e la stranezza del mondo noir.
Orson Welles (Michael O'Hara): Michael è l'archetipo dell'uomo comune ingenuo, l'outsider che viene fatalmente attratto dal mondo della ricchezza e del vizio. Welles, con il suo marcato accento irlandese e la sua figura imponente, rende credibile il marinaio innamorato, ma anche la sua disperata confusione. La sua ultima battuta, amara e disincantata, riassume il nichilismo del noir: "Forse vivrò abbastanza a lungo da dimenticarla. Forse. Forse non vivrò abbastanza a lungo."
Rita Hayworth (Elsa Bannister): La sua performance è un'icona della femme fatale. Elsa non è solo bella; è calcolatrice, fredda e manipolatrice. Il look biondo platino e i capelli corti hanno rimosso la sua vulnerabilità precedente, lasciando solo la perfezione glaciale della donna che è "nata per il denaro". Il film è un epitaffio della relazione tra Welles e la Hayworth, che erano in fase di divorzio durante la produzione, e questa tensione traspare sullo schermo.
Everett Sloane (Arthur Bannister): L'attore, un veterano della compagnia teatrale di Welles (il Mercury Theatre), interpreta l'inquietante Arthur Bannister, un potente avvocato con disabilità fisiche (costretto a usare due bastoni) che amplificano la sua crudeltà e il suo senso di dominio. Bannister è sia una vittima che un carnefice, profondamente innamorato e geloso di Elsa, ma anche un maestro manipolatore, che orchestra la sua stessa vendetta.
Glenn Anders (George Grisby): La performance di Anders è volutamente sopra le righe. Grisby è nevrotico, sudato e barnumiano, il simbolo della follia e del cinismo che permeano l'alta società, un personaggio che sembra uscito direttamente da un incubo.
Nichilismo e Corruzione: La signora di Shanghai è un'analisi spietata del potere del denaro e della corruzione morale. Tutti i personaggi che circondano Michael sono "pescecani" che vivono ai margini della legge, con la ricchezza che funge da schermo per la loro depravazione.
L'Impossibilità dell'Innocenza: Il tema centrale è l'impossibilità dell'innocenza di sopravvivere nel mondo malato. Michael è un "pesce fuor d'acqua", il cui unico errore è stato innamorarsi della persona sbagliata, un errore che lo porta alla quasi distruzione.
Le Acque Velate: L'acqua è un motivo visivo ricorrente (la crociera, l'acquario, i dialoghi nel porto), che simboleggia l'incertezza, il pericolo e il senso di annegamento emotivo in cui si trova il protagonista. La famosa scena nell'acquario a San Francisco, con i personaggi divisi da vetri pieni d'acqua e l'ombra di uno squalo, è una metafora cristallina della loro relazione predatoria.
Nonostante i tagli dello studio, che compromisero la fluidità di alcune parti della trama (rendendola a tratti volutamente confusa), La signora di Shanghai è oggi celebrato come un capolavoro visivo e uno dei noir più weird e geniali della storia del cinema.
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Modesty Blaise - La bellissima che uccide (Modesty Blaise) è un film del 1966 diretto da Joseph Losey
uno dei film più eccentrici e stilisticamente audaci del cinema britannico degli anni '60: Modesty Blaise - La bellissima che uccide (Modesty Blaise) del 1966.
Questo film è un vero e proprio manifesto del cinema Pop Art e un'espressione del Swinging London di metà anni Sessanta, un periodo di grande sperimentazione culturale. È una pellicola che, pur essendo stata un insuccesso commerciale e critico all'epoca, è stata successivamente rivalutata per il suo stile visionario e la sua audace parodia del genere spionistico.
Regista: Joseph Losey.
Contesto e Stile: Joseph Losey (noto per opere intellettuali e intense come Il servo e Messaggero d'amore) è una scelta sorprendente per dirigere un film tratto da un comic strip. Losey, che era un espatriato americano vittima del maccartismo, accettò il progetto e lo trasformò in qualcosa di unico, lontano dalle aspettative di un semplice spy-movie.
Estetica Pop e Camp: Losey abbraccia l'estetica del fumetto e del Pop Art. Il film è una sfida visiva costante: colori saturati, scenografie sfarzose e talvolta volutamente kitsch, costumi stravaganti (curati da Beatrice Dawson) e un uso massiccio dello split screen e di effetti visivi che rimandano direttamente alla grafica del fumetto. La pellicola non cerca il realismo, ma l'iper-realtà stilizzata.
Parodia Intelligente: Il film è una parodia sofisticata della mania spionistica scatenatasi con il successo di James Bond. Non si limita a deridere le spy-story, ma ne decostruisce i cliché con intelligenza, inserendo elementi di assurdità e surrealismo. L'azione è spesso interrotta da sequenze musicali o momenti grotteschi, un marchio di fabbrica che lo rende un antenato del cinema camp e pulp moderno.
Musica: La colonna sonora, composta da Johnny Dankworth, è perfettamente in linea con il tono swinging e jazzy degli anni '60, contribuendo al ritmo frenetico e stilizzato dell'opera.
📜 Trama: Gioielli, Doppi Giochi e Paranoia
Il film è basato sull'omonimo fumetto creato da Peter O'Donnell e Jim Holdaway.
Modesty Blaise è un'affascinante e intelligente ex criminale internazionale, la cui vita avventurosa e burrascosa le ha conferito abilità straordinarie nel combattimento, nella strategia e nel travestimento. Dopo aver lasciato la carriera criminale ed essere diventata una rispettabile cittadina britannica, viene richiamata in servizio:
L'Incarico: L'Intelligence Service britannico, rappresentato da Sir Gerald Tarrant (Harry Andrews), la recluta per un incarico di vitale importanza. Modesty deve proteggere una gigantesca spedizione di diamanti destinati a uno sceicco del Medio Oriente.
L'Avversario: Il suo rivale è il perfido e teatrale criminale, Gabriel Fothergill (Dirk Bogarde), un villain biondo platinato con tendenze camp e una banda di fedeli scagnozzi, tra cui la micidiale Mrs. Fothergill (Rossella Falk). Gabriel, che vive su un'isola fortezza nel Mediterraneo, è ossessionato dal furto dei diamanti.
Il Partner: Modesty è affiancata dal suo inseparabile partner, complice e fedelissimo amico, Willie Garvin (Terence Stamp), un esperto nel lancio del coltello e nel combattimento corpo a corpo.
L'Intrigo: La trama si dipana attraverso una serie frenetica di inseguimenti, doppi giochi, travestimenti, agguati e scazzottate che si svolgono in location esotiche (tra cui l'Inghilterra, i Paesi Bassi e l'Italia meridionale - Campania e Sicilia). Il film gioca costantemente con le aspettative, con colpi di scena assurdi e un senso di auto-ironia che non abbandona mai i personaggi.
La storia è, in realtà, un pretesto per la parata di gag visive e per esplorare la dinamica tra Modesty e Willie, un rapporto di profonda stima e attrazione, ma che il film tende a rendere più esplicito e canzonatorio rispetto alla fonte originale.
🌟 Gli Attori e il Loro Ruolo Iconico
Il film deve gran parte del suo fascino al cast stellare, un mix di talento europeo e britannico:
Monica Vitti nel ruolo di Modesty Blaise: È il cuore e l'anima del film, sebbene sia stata la sua prima (e unica) parte in inglese e sebbene si dicesse che Michelangelo Antonioni l'avesse sconsigliata. La Vitti porta in Modesty una bellezza enigmatica, una grazia felina e una comicità inaspettata. La sua Modesty è più fashion model che spia dura e pura, e questo la rende perfetta per l'approccio pop di Losey. I suoi continui cambi d'abito e le sue espressioni giocose sono diventate iconiche.
Terence Stamp come Willie Garvin: L'attore New Wave britannico incarna l'abile e taciturno partner di Modesty. Stamp porta un look da ragazzo ribelle e una disinvoltura fisica che lo rendono un perfetto antieroe. Il suo Willie Garvin è un eroe d'azione con un tocco cool e una devozione assoluta per Modesty.
Dirk Bogarde come Gabriel Fothergill: Bogarde, attore di grande spessore, si diverte nel ruolo del villain esagerato. Il suo Gabriel, con i suoi abiti eccentrici, i suoi modi affettati e la sua parrucca bionda, è la quintessenza del cattivo Bondiano portato all'eccesso. È l'elemento più apertamente camp del film.
Rossella Falk come Mrs. Fothergill: L'attrice italiana aggiunge un tocco di eleganza noir come la compagna di Gabriel, una femme fatale che è spesso più spietata del suo capo.
Altri Contributi: Il cast include anche una giovanissima Tina Aumont e attori italiani come Scilla Gabel e Saro Urzì (che interpreta Basilio), a testimonianza della coproduzione internazionale e del sapore europeo del film. Da notare anche la comparsa del mago italiano Silvan in una piccola parte.
Accoglienza Iniziale: Modesty Blaise fu un flop al botteghino e fu accolto freddamente dalla critica, che non seppe (o non volle) capire il suo stile ibrido e parodistico. Fu accusato di essere confusionario, troppo colorato e troppo distante dal fumetto originale.
Eredità e Rivalutazione: Con il passare del tempo, il film ha sviluppato uno status di cult-movie. È stato riconosciuto come un'opera chiave del cinema pop e camp degli anni '60, un gioiello stilistico che ha anticipato certe sensibilità. Il regista Quentin Tarantino, in particolare, lo ha elogiato per il suo approccio grafico e ha più volte citato la sua intenzione di realizzare il proprio adattamento di Modesty Blaise (un progetto che non si è mai concretizzato).
In sintesi, Modesty Blaise - La bellissima che uccide è un'esplosione cinematografica di colori, stile e auto-ironia, un'opera audace e imperfetta che merita di essere riscoperta come un'espressione unica della cultura Pop degli anni Sessanta.
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Tre Donne, Una Guerra, un doc. del 2022 diretto da Luzia Schmid.
Questo documentario del 2022, il cui titolo originale è "Trained to See – Three Women and the War" (in italiano: Tre Donne, Una Guerra), è un'opera storica fondamentale diretta da Luzia Schmid. Il film getta luce su una prospettiva inedita della Seconda Guerra Mondiale, concentrandosi sul lavoro e sul sacrificio delle prime fotoreporter e corrispondenti di guerra americane a documentare il conflitto sul fronte europeo.
Regista: Luzia Schmid.
Luzia Schmid, nata in Svizzera e attiva come documentarista freelance dal 1997, ha alle spalle una solida carriera nel giornalismo e nella regia di documentari televisivi e cinematografici. In Tre Donne, Una Guerra, la sua regia è caratterizzata da un approccio sobrio, rispettoso e profondamente ricercato.
Approccio Non-Intrusivo: La Schmid sceglie di non usare interviste dirette o "testimoni parlanti" moderni. Invece, permette alle tre protagoniste di "parlare per sé stesse" attraverso i loro scritti, le loro fotografie e i filmati d'archivio. Il film è costruito magistralmente attraverso la giustapposizione di corrispondenze, lettere, estratti di diari e le immagini iconiche che loro stesse hanno scattato.
Materiale Inedito: La forza del documentario risiede nell'ampio uso di materiale d'archivio, spesso inedito, che offre una qualità visiva drammatica e toccante. Questo materiale non serve solo a illustrare i fatti storici, ma a veicolare la prospettiva emotiva delle donne che li hanno vissuti.
Voce Femminile: Il lavoro della Schmid non è solo una cronaca, ma un tentativo riuscito di correggere la storiografia, introducendo uno "sguardo femminile" sulla guerra, privo della retorica maschilista tradizionale. È uno sguardo che si concentra meno sulle strategie militari e più sul costo umano, sulle vittime civili e sulla devastazione emotiva.
Il documentario ricostruisce le vite parallele e gli incroci professionali di tre donne straordinarie che, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, furono le prime ad ottenere l'accredito ufficiale come fotoreporter e corrispondenti sul fronte europeo per la stampa americana, sfidando un sistema dominato dagli uomini:
Martha Gellhorn (1908-1998): Una delle più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo, già con esperienza dalla Guerra Civile Spagnola. Nota per il suo carattere indomito (e per essere stata la moglie di Ernest Hemingway, una relazione che lasciò per dedicarsi alla sua carriera), Gellhorn fu costantemente ostacolata dalle autorità militari e dalla burocrazia maschilista. Riuscì a sbarcare in Normandia un giorno dopo il D-Day come clandestina, portando un reportage crudo e personale. La sua voce nel film è quella della scrittrice che testimonia l'orrore con rabbia e lucidità.
Margaret Bourke-White (1904-1971): Fotografa di punta per la rivista Life, e la prima donna ad essere accreditata come fotografa di guerra dall'esercito statunitense. Bourke-White è l'incarnazione del giornalismo professionistico d'élite. Fu l'unica fotografa straniera a Mosca quando i tedeschi attaccarono e le sue foto furono fondamentali per mostrare al pubblico americano il vero costo umano degli eventi. Il documentario ne sottolinea l'abilità tecnica e la determinazione nel farsi strada in un ambiente precluso alle donne. La sua testimonianza diretta e visiva della liberazione del campo di concentramento di Buchenwald fu un momento cruciale nella sua carriera e nella percezione pubblica dell'Olocausto.
Lee Miller (1907-1977): Ex modella surrealista e musa di Man Ray, Lee Miller passò dal glamour all'orrore, lavorando come fotografa per Vogue. Il suo lavoro fu particolarmente incisivo nel mostrare la guerra con una sensibilità diversa. La sua fotografia più iconica, in cui si ritrae nuda nella vasca da bagno di Adolf Hitler a Monaco poco dopo la sua caduta, simboleggia l'atto di appropriazione e dissacrazione del potere nazista. Miller assistette alla liberazione dei campi di Dachau e Buchenwald, e il documentario evidenzia come l'orrore che vide la segnò profondamente, portandola, al ritorno a casa, a depressione e alcolismo, e al silenzio totale sulla sua esperienza.
L'Oggetto del Racconto: Non La Guerra, Ma Il Suo Impatto
Il documentario segue le loro traiettorie, spesso convergenti negli uffici stampa delle città bombardate come Colonia, Lipsia e Monaco. L'apice emotivo e tematico del film è la documentazione della liberazione dei campi di concentramento (Ravensbrück, Buchenwald, Dachau). È attraverso l'obiettivo di queste donne che le atrocità indicibili della Shoah vengono fissate per sempre nella storia e nella coscienza collettiva occidentale.
Trattandosi di un documentario d'archivio, non ci sono "attori" nel senso tradizionale. Le vere protagoniste sono:
Martha Gellhorn, Margaret Bourke-White e Lee Miller.
Il film utilizza narratori (voci fuori campo, in originale lette da attori) per dare corpo e voce ai loro scritti personali e ai loro reportage, permettendo al pubblico di accedere ai loro pensieri più intimi e alle reazioni emotive di fronte alla brutalità.
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Il film tocca temi di straordinaria rilevanza:
Il Prezzo della Testimonianza: Il documentario mostra l'enorme costo psicologico che queste donne pagarono per il loro coraggio. L'eccitazione iniziale dell'essere "dentro la Storia" si trasforma in un incubo di frustrazione, rabbia e traumi duraturi, dimostrando che l'empatia femminile non le rendeva "troppo sensibili" ma più capaci di cogliere la vera natura della tragedia.
Lotta al Sessismo: Viene evidenziata la costante battaglia che dovettero affrontare per ottenere l'accesso al fronte, il loro continuo "tenere il passo con i ragazzi" e l'ostilità di una burocrazia militare che non le voleva in prima linea.
L'Eredità Fotografica: Il film è un omaggio al loro contributo nel plasmare il moderno fotogiornalismo di guerra, introducendo una sensibilità che ha cambiato per sempre la percezione dei conflitti.
Tre Donne, Una Guerra è stato presentato in diversi festival internazionali, tra cui la Festa del Cinema di Roma (sezione Freestyle) e l'IDFA (International Documentary Film Festival Amsterdam), ed è stato acclamato dalla critica come un'opera vitale e necessaria per riconoscere il ruolo delle donne nel riportare la verità della guerra.
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The Alto Knights - I due volti del crimine (The Alto Knights), è un film del 2025 diretto da Barry Levinso
The Alto Knights - I due volti del crimine si inserisce nel filone del gangster movie e del dramma biografico-storico, portando sullo schermo le vicende di due figure centrali della criminalità organizzata italo-americana nella New York della metà del XX secolo. Il film è stato molto atteso per la combinazione di talenti che ha riunito, promettendo un'immersione profonda nelle dinamiche di potere, amicizia e rivalità all'interno della Mafia.
Il film è diretto da un veterano di Hollywood, il regista premio Oscar Barry Levinson, noto per capolavori come Rain Man - L'uomo della pioggia, Good Morning, Vietnam e Sesso & potere. Levinson torna a dirigere Robert De Niro per la quinta volta (dopo film come Sleepers, Sesso & potere e The Wizard of Lies), consolidando una collaborazione di successo che ha spesso esplorato le complessità morali e psicologiche dei suoi personaggi.
La sceneggiatura è un altro elemento di grande richiamo: è firmata da Nicholas Pileggi, un nome leggendario nel genere gangster in quanto autore del libro (Wiseguy) che ha ispirato Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, e co-sceneggiatore di Casinò. Pileggi è rinomato per la sua capacità di tessere trame basate su fatti reali con un'attenzione meticolosa ai dettagli storici e alle sfumature dei personaggi. La sua presenza garantisce al film un'autenticità e una profondità narrativa che gli appassionati del genere hanno imparato ad apprezzare.
Gli elementi chiave della produzione includono anche:
Fotografia: Dante Spinotti, altro nome di spicco, noto per il suo lavoro in film come L.A. Confidential e collaboratore di successo di Michael Mann.
Produzione: Prodotto, tra gli altri, da Irwin Winkler (produttore di Rocky, Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi e molti altri) e dallo stesso Barry Levinson.
Il cuore pulsante del film è l'eccezionale interpretazione di Robert De Niro, che affronta un'impresa rara e affascinante: interpretare un doppio ruolo nei panni dei due boss protagonisti. De Niro incarna sia Vito Genovese che Frank Costello, due personalità complesse e in netto contrasto tra loro, permettendo all'attore di esplorare le diverse facce del potere criminale.
Robert De Niro nei panni di:
Frank Costello: Boss della famiglia Luciano (che diventerà poi la famiglia Genovese). Viene descritto come il boss più accorto, diplomatico e razionale. Un uomo che preferisce risolvere i problemi con pazienza e dialogo, un "affarista" che cerca di muoversi con cautela nel mondo della malavita e della politica.
Vito Genovese: Boss emergente (e poi capo della stessa famiglia Genovese). È l'antitesi di Costello: avventato, incontenibile, iracondo e violento. La sua sete di potere lo spinge a un'azione drastica che scatenerà la guerra tra le cosche.
Il Cast di Supporto:
Il resto del cast è composto da attori noti e capaci di dare spessore ai personaggi storici e di contorno:
Debra Messing interpreta Bobbie Costello, la moglie di Frank Costello.
Kathrine Narducci (già vista in I Soprano e The Irishman) è Anna Genovese, la moglie di Vito Genovese.
Cosmo Jarvis è Vincent "The Chin" Gigante, un giovane e promettente soldato nella famiglia di Vito, destinato a diventare una figura di spicco.
Michael Rispoli è Albert Anastasia, altro noto boss mafioso dell'epoca.
Wallace Langham è il Senatore Estes Kefauver, noto per le sue indagini sulla criminalità organizzata.
La storia è ambientata principalmente nella New York degli anni '50 e si basa su eventi realmente accaduti, concentrandosi sulla sanguinosa rivalità tra due ex amici e partner d'affari che si ritrovano a lottare per il dominio del crimine organizzato.
Frank Costello e Vito Genovese sono cresciuti insieme nei quartieri poveri di New York, costruendo la loro carriera criminale fianco a fianco, scalando i ranghi della Mafia italo-americana (inizialmente all'interno della famiglia Luciano, sotto la guida di Charles "Lucky" Luciano).
Il loro legame fraterno si spezza a causa della sete di potere e delle differenze caratteriali:
La Scissione del Potere: Quando Vito Genovese è costretto a fuggire in Italia per sfuggire a un'accusa di omicidio (prima di essere estradato e poi prosciolto), Frank Costello consolida il suo potere, prendendo il controllo della famiglia.
Il Ritorno e l'Attrito: Al ritorno di Genovese negli Stati Uniti, egli si aspetta di riprendere il suo posto di diritto, ma Costello si rifiuta di cedergli il pieno controllo. L'attrito tra i due diventa una guerra aperta per il titolo di "capo di tutti i capi" della Mafia.
L'Attentato del 1957: La tensione raggiunge il culmine nel 1957. Genovese, desideroso di consolidare il suo potere ed eliminare l'ultima resistenza, ordina l'assassinio di Costello. Frank Costello viene colpito da un sicario, Vincent Gigante, fuori dal suo appartamento nell'Upper East Side di New York.
Il Ritiro di Costello: Miracolosamente, Costello sopravvive all'attentato, subendo solo una ferita superficiale. Dopo l'esperienza traumatica e la crescente pressione delle forze dell'ordine e della politica (in particolare le udienze del Senatore Kefauver), Frank Costello decide di fare un passo indietro, ritirandosi dalla vita mafiosa. Il suo ritiro apre la strada a Genovese, che riesce così a prendere il controllo della famiglia, ribattezzandola "Famiglia Genovese", e consolidando la sua posizione, anche se il suo regno sarà di breve durata a causa di problemi legali successivi.
Il film esplora questo arco storico, mostrando come le ambizioni personali e i tradimenti abbiano rimodellato la struttura della Mafia americana, in un periodo in cui il crimine organizzato cercava di mantenere il suo potere anche di fronte all'attenzione mediatica e governativa.
Genere: Biografico, Drammatico, Gangster, Poliziesco, Storico.
Durata: Circa 123 minuti.
Contesto Storico: Il film è ambientato in un periodo cruciale per la Mafia, il 1957, l'anno della celebre conferenza di Apalachin e dell'omicidio di Albert Anastasia, eventi che segnarono un momento di forte turbolenza e riorganizzazione interna alle cosche.
La Scelta del Doppio Ruolo: L'idea di far interpretare a De Niro entrambi i ruoli è stata una mossa audace che sottolinea il contrasto e la complessa "doppia faccia" del potere criminale, e il legame profondo, seppur conflittuale, tra i due uomini. La performance di De Niro è stata attesa come un omaggio alla sua lunga e iconica carriera nel genere gangster.
Titolo: Il titolo originale, The Alto Knights, si riferisce a un club sociale (spesso usato come copertura dalle attività mafiose) menzionato nelle prime fasi del film.
In sintesi, The Alto Knights - I due volti del crimine è un gangster movie di alto livello che unisce l'esperienza registica di Barry Levinson, la maestria narrativa di Nicholas Pileggi e la potenza interpretativa di Robert De Niro in un doppio ruolo, per raccontare una storia vera e drammatica di potere, ambizione e fratellanza spezzata nel cuore della malavita di New York.
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La carovana dei mormoni (Wagon Master) è un film western del 1950 diretto da John Ford
La carovana dei mormoni (Wagon Master), film western del 1950 diretto da John Ford, non è solo un film di genere, ma è considerato un'opera cardine nella filmografia del regista, un'espressione purissima della sua poetica umanista e della sua riflessione sul concetto di comunità. È un film che Ford stesso considerava tra i suoi tre preferiti, perché era quello che si avvicinava di più a ciò che voleva realizzare.
Regista e Produttore: John Ford.
Un Western Lirico e Corale: Girato in gran parte nella sua amata Monument Valley (anche se le riprese si sono estese in altre location dello Utah e dell'Arizona), La carovana dei mormoni è un'opera di un lirismo ineguagliabile. John Ford, qui in veste di produttore con la sua compagnia indipendente Argosy Pictures (fondata con Merian C. Cooper), godeva di una libertà creativa maggiore rispetto ai grandi studios, e questo si riflette nella natura intima e quasi sperimentale del film.
La Comunità come Protagonista: A differenza di molti western che si concentrano sull'eroe solitario, Ford mette in primo piano la comunità e il suo viaggio. La carovana mormone è un microcosmo della società, unita da una fede e da un obiettivo comune: raggiungere la "Terra Promessa" nello Utah. Il film non è tanto sull'azione, quanto sull'etica e lo spirito di sacrificio necessari per costruire una civiltà nel deserto.
L'Umanità del Viaggio: Ford spoglia il western della sua retorica più esagerata. La violenza è presente, ma è un elemento distruttivo che contrasta con la costruzione della vita. Il film è pieno di momenti umoristici, canti, balli e scene corali che celebrano i semplici piaceri della vita di gruppo. Il film è quasi un musical, con inni e ballate western eseguite dai famosi Sons of the Pioneers, che sottolineano il ritmo e l'anima del viaggio.
Fotografia e Paesaggio: La fotografia di Bert Glennon è maestosa. I vasti e desolati paesaggi del West non sono solo sfondi, ma personaggi a pieno titolo, che mettono alla prova la fede e la resistenza dei coloni. L'uso di riprese in esterni dona al film un senso di autenticità e di scala epica.
Il film è ambientato intorno al 1880 e segue il lungo e pericoloso viaggio di un gruppo di pionieri mormoni che cercano di raggiungere la valle del fiume San Juan, nello Utah, per stabilirvi la loro comunità.
L'Inizio e le Guide: I mormoni, un gruppo di sessanta persone guidate dall'anziano Elder Wiggs (Ward Bond), si trovano ad affrontare un viaggio attraverso territori inesplorati e ostili. Essendo persone di fede e non pratiche del West selvaggio, hanno bisogno di guide esperte. Reclutano a malincuore due commercianti di cavalli itineranti:
Travis Blue (Ben Johnson), il più pragmatico.
Sandy Owens (Harry Carey Jr.), il più ingenuo e romantico. I due cowboy, inizialmente disinteressati se non per il compenso, accettano il lavoro di "wagon master" e si ritrovano in un mondo totalmente diverso dal loro.
L'Incontro con gli Esclusi: Durante il viaggio, la carovana si ingrandisce con l'aggiunta di altri personaggi, anch'essi emarginati o in cerca di redenzione:
Un carrozzone di uno spettacolo di medicina ambulante, capitanato dal dottor A. Locksley Hall (Alan Mowbray), un ciarlatano, e la sua assistente, la ballerina dal passato ambiguo Denver (Joanne Dru). Questi personaggi rappresentano l'elemento laico e peccaminoso, che contrasta e, al tempo stesso, si integra con la severa moralità mormone.
La Minaccia Esterna (I Fuorilegge): L'armonia della carovana viene spezzata dall'arrivo di una banda di fuorilegge, i Clegg, guidati dal brutale "Uncle" Shiloh Clegg (Charles Kemper) e che include il giovane e minaccioso Floyd Clegg (James Arness, in uno dei suoi primi ruoli). I Clegg, dopo aver commesso una rapina, si impongono sulla carovana, usando la copertura dei mormoni per sfuggire allo sceriffo e tramando per rubare i loro averi. La convivenza forzata tra i pii mormoni e i cinici fuorilegge è il cuore del conflitto drammatico.
La Crisi e la Redenzione: La carovana affronta una serie di prove: l'attraversamento di un fiume tempestoso, la ricerca dell'acqua nel deserto e, soprattutto, un incontro teso ma pacifico con gli indiani Navajo. Il culmine arriva quando i Clegg, dopo aver provocato i Navajo, scatenano la violenza. È qui che Travis e Sandy, i "ragazzi scavezzacollo", si dimostrano i veri eroi, difendendo la comunità mormone e, in definitiva, guadagnandosi un posto in essa.
Il film si conclude con la carovana che raggiunge la sua meta, e Travis e Sandy, ormai redenti e legati ai mormoni (anche grazie a due nascenti storie d'amore), possono scegliere di dismettere i panni di semplici cowboy erranti per abbracciare un futuro all'interno della nascente comunità.
🌟 Attori e Loro Ruoli (La Ford Stock Company)
Ford ha realizzato La carovana dei mormoni con uno status di "low budget" e utilizzando in gran parte membri della sua fedele "Stock Company" (la compagnia di attori ricorrenti) piuttosto che grandi star, il che contribuisce a mantenere il focus sull'ensemble.
Ben Johnson (Travis Blue): Johnson, che in realtà era uno stuntman e un vero cowboy, offre un'interpretazione naturale e convincente come protagonista, un uomo inizialmente cinico che trova scopo e moralità nel proteggere la carovana. Il suo è un eroe riluttante, lontano dai superuomini del genere.
Harry Carey Jr. (Sandy Owens): Il figlio dell'icona del western Harry Carey Sr., "Dobe" Carey, è l'ideale controparte giovanile di Travis, più romantico e facilmente impressionabile dalla morale mormone.
Ward Bond (Elder Wiggs): Uno dei volti più noti della Ford Stock Company, Bond incarna perfettamente l'autorità calma e la profonda fede dell'anziano mormone.
Joanne Dru (Denver): L'elemento femminile di spicco, Denver, con il suo passato "chiacchierato" da showgirl, trova accettazione e riscatto all'interno della carovana, e stabilisce un legame romantico con Travis.
I Clegg (James Arness, Charles Kemper, ecc.): La famiglia Clegg è il simbolo della violenza e della corruzione che il mormonismo (e per estensione l'ideale americano di Ford) sta cercando di superare. James Arness (futura star di Gunsmoke) è particolarmente minaccioso nel suo ruolo di Floyd Clegg.
Jane Darwell (Sister Ledyard): Un altro volto familiare di Ford (la Ma Joad di Furore), che qui dona profondità e bonaria severità al ruolo di una delle donne della carovana.
🏆 Temi e Riconoscimenti
Il film tocca alcuni dei temi più cari a Ford:
Il Senso della Famiglia e della Fede: La fede mormone (che Ford tratta con grande rispetto, pur senza nasconderne la rigidità) è il collante che tiene insieme il gruppo contro le avversità.
L'Integrazione: Il film esplora il modo in cui diversi tipi di persone—i pii mormoni, i cowboy libertini, gli artisti di strada e persino gli Indiani Navajo (mostrati in modo non stereotipato, un fatto raro per l'epoca)—possono coesistere e trarre forza l'uno dall'altro.
La Nascita della Nazione: È una parabola sui valori fondanti dell'America, in cui il cammino verso la civiltà richiede l'assimilazione degli elementi "selvaggi" (i cowboy) e la sconfitta della barbarie (i Clegg).
Nonostante non abbia avuto il successo immediato di film come Ombre Rosse, La carovana dei mormoni è ora acclamato dalla critica come un'opera lirica e complessa, un "piccolo dizionario dei grandi topos western" e un capolavoro intimo del suo regista.
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The Rows,un film del 2025 diretto da Seth Daly
The Rows è un film che ha attirato l'attenzione della critica di genere, in particolare dopo la sua International Premiere al FrightFest 2025 di Londra. Questo film horror-thriller, opera prima dello scrittore e regista Seth Daly (che compare anche nel cast con il ruolo di "Denim"), si presenta come un minimal dialogue potboiler, un thriller ad alta tensione caratterizzato da dialoghi ridotti al minimo e un forte accento sulla suspense visiva e sonora. Girato in 35mm in Ohio con un micro-budget, The Rows cerca di evocare l'estetica granulosa e l'atmosfera claustrofobica dei classici dell'horror e del thriller americani.
La narrazione di The Rows si apre in modo brusco e disorientante. La protagonista è Lucy, una bambina di appena sette anni, interpretata con straordinaria resilienza dalla giovane Brindisi Dupree (a volte accreditata come Brindisi Capri). Lucy si risveglia nel mezzo di un vasto e misterioso campo di mais, con una ferita sanguinante alla testa e, crucialmente, senza alcun ricordo di come sia finita lì.
Il suo disorientamento lascia presto spazio al terrore. Scopre un cadavere e una pistola, indizi che la catapultano immediatamente al centro di una violenta caccia all'uomo. Lucy viene braccata da tre spietati assassini mascherati, figure che richiamano l'iconografia home-invasion e che la cercano incessantemente tra le alte e fitte spighe di mais. La tensione è immediata: il pubblico viene gettato nella fuga di Lucy, condividendo la sua urgenza e la mancanza di risposte. Il primo atto, quasi completamente privo di dialoghi, stabilisce una suspense viscerale, affidandosi alla performance di Brindisi Dupree per comunicare paura e intraprendenza. Le prime recensioni hanno lodato la sua capacità di rendere Lucy una sopravvissuta credibile e piena di risorse, lontana dagli stereotipi del bambino indifeso.
Mentre l'oscurità comincia a calare, rendendo il campo di mais un labirinto ancora più minaccioso, la lotta per la sopravvivenza di Lucy acquisisce elementi inaspettati. È affiancata e protetta dal fedele cane di famiglia (un elemento che aggiunge un'ulteriore carica emotiva) e da una figura decisamente più enigmatica e inquietante.
L'elemento che maggiormente distingue The Rows da un semplice thriller di sopravvivenza è l'inclusione di una misteriosa e inquietante "creatura dorata", nota anche come "L'Uomo della Luna" (The Moon Man), interpretato da Douglas Fries. Questa entità, che sembra abitare "tra le file" del campo di mais, si manifesta per aiutare Lucy.
La figura di The Moon Man è l'aspetto più divisivo del film. Alcuni critici lo hanno visto come un tentativo di introdurre un elemento soprannaturale o di folk horror, un'allusione al Pan's Labyrinth che spezza il realismo brutale dell'inseguimento. Altri lo hanno trovato un elemento narrativo confuso o non pienamente sviluppato, che distrae dalla tensione centrale. In ogni caso, la sua presenza sposta The Rows oltre i confini del semplice slasher, suggerendo che il campo di mais stesso possa avere una sua mitologia oscura.
Dall'altro lato della barricata troviamo i villain, gli assassini mascherati. Tra gli aggressori conosciuti figurano Hans Heilmann (nel ruolo di "Pump") e Rynn Reigns (nel ruolo di "Hammer"), i quali, insieme al loro capo (spesso indicato come Leader, interpretato da Marcus Woods), rappresentano una minaccia fisica implacabile e deumanizzata. Le loro maschere semplici (come un sacco bianco con fori per gli occhi) accrescono il senso di terrore primordiale. Il cast include anche attori come Lara Pictet e Mary Montoya ("Lilia") in ruoli di supporto che contribuiscono a svelare, in parte (soprattutto nel secondo atto più dialogato), il contesto e il perché di questa brutale aggressione, anche se il film è stato notato per la sua reticenza a fornire tutte le risposte.
Seth Daly, al suo debutto, ha dimostrato una chiara visione stilistica. La scelta di girare in 35mm conferisce al film un look distinto e senza tempo, con una ricca grana e colori saturi che sfruttano le tonalità dorate del mais, un elemento lodato in particolare per la cinematografia di Corey Weintraub. Questa scelta non è solo estetica, ma tematica: l'uso della pellicola evoca una nostalgia per l'horror classico pur applicando una brutalità moderna.
Daly gestisce il ritmo in modo sapiente: il film è descritto come un incrocio tra la tensione implacabile di "Non è un Paese per Vecchi" (No Country for Old Men) e l'orrore isolante di "The Strangers". Il regista utilizza efficacemente il campo di mais non solo come set, ma come un'entità claustrofobica che crea suspense attraverso il suono (il fruscio del vento, i passi che si avvicinano) e la confusione spaziale.
Temi Chiave:
L'Innocenza in Pericolo: Il cuore del film è la lotta di una bambina contro il male adulto e incomprensibile, un potente motore di empatia e tensione.
Amnesia e Identità: La ferita alla testa e l'amnesia di Lucy legano il suo trauma personale all'orrore fisico che sta vivendo, rendendo la sua ricerca di una via d'uscita anche una ricerca di sé stessa.
L'Ambiguità e il Surrealismo: L'introduzione di The Moon Man e la tendenza del film a non fornire risposte chiare su motivazioni e origine (una scelta creativa che Daly abbraccia apertamente) hanno reso The Rows un'esperienza "enigmatica" e volutamente "contorta", premiando gli spettatori disposti ad accettare l'ambiguità.
Nonostante alcuni critici abbiano segnalato che la trama possa perdere un po' di momentum o che il secondo atto (con più dialoghi esplicativi) non sia all'altezza dell'intenso e quasi muto primo atto, la maggior parte ha riconosciuto il talento di Daly nel creare un'atmosfera ansiogena e nel mettere in scena un debutto notevole e pieno di promesse per il futuro.
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Il quarto uomo (Kansas City Confidential), è un film del 1952, diretto da Phil Karlson.
Il quarto uomo è considerato uno dei gioielli del Noir della prima metà degli anni Cinquanta, noto per la sua implacabile narrazione incentrata sulla vendetta e sull'ingegnoso espediente della "maschera", che garantisce l'anonimato tra i criminali e scatena una trama ricca di scambi di persona e tensione.
La storia inizia con un colpo audace e perfettamente orchestrato: una rapina a un furgone portavalori che trasporta ingenti somme di denaro, il tutto eseguito in pieno giorno.
L'Organizzazione del Colpo Perfetto
Dietro la rapina c'è un uomo misterioso, conosciuto solo come "Mr. Big" (il Grande Capo), il cui piano è di una semplicità diabolica e allo stesso tempo a prova di fuga:
I Criminali Reclutati: Mr. Big recluta tre criminali professionisti, tutti ricercati e con un bisogno impellente di lasciare gli Stati Uniti:
Peter Harris (un giocatore d'azzardo ricercato per omicidio).
Boyd Kane (un assassino di poliziotti).
Tony Romano (l'autista di fuga, un donnaiolo).
L'Anonimato Assicurato: Per garantire che nessuno dei partecipanti, incluso lui stesso, possa identificare gli altri, Mr. Big richiede che tutti i partecipanti indossino maschere e che si incontrino solo in luoghi isolati per ricevere le istruzioni. Inoltre, ognuno di loro riceve metà di una carta da gioco strappata come futuro segno di riconoscimento, in vista della spartizione.
Il Mezzo Scelto: Per la fuga, viene utilizzato un furgone di una compagnia di consegne a domicilio, rubato e poi abbandonato.
L'Incastro di Joe Rolfe
Il piano del rapimento perfetto ha un effetto collaterale devastante: la polizia trova il furgone rubato e, credendo si tratti di un normale furgone di consegne, arresta l'ignaro autista che di solito lo guida, Joe Rolfe (John Payne).
Joe Rolfe è un ex-militare decorato e un uomo onesto. Nonostante la sua innocenza, viene brutalmente interrogato e malmenato dalla polizia, che è sotto pressione per ritrovare il denaro. L'alibi di Rolfe alla fine regge e la polizia è costretta a rilasciarlo, ma il danno è fatto: Rolfe ha perso il lavoro, la reputazione ed è profondamente segnato dall'ingiustizia e dalla violenza subita.
La Caccia alla Vendetta
Accecato dalla rabbia e deciso a riabilitare il suo nome e punire i veri colpevoli, Rolfe si trasforma in un investigatore. La sua ricerca lo porta a scoprire che uno dei rapinatori, Peter Harris, è fuggito in Messico, a Tijuana.
L'Impersonificazione: Dopo una colluttazione in cui Harris muore (ironia della sorte, ucciso dalla polizia per debiti di gioco), Rolfe ha un'intuizione audace: ruba i documenti di Harris e ne assume l'identità.
L'Infiltrazione: Usando la metà della carta da gioco di Harris, Rolfe si unisce agli altri due rapinatori (Kane e Romano) e attende il momento della spartizione del bottino, previsto in un resort isolato in Messico, l'Hotel Balatos.
Il Quarto Uomo e la Rivelazione Finale
L'arrivo di Rolfe/Harris scatena una spirale di sospetti, tensioni e tradimenti tra i tre rapinatori, nessuno dei quali si fida dell'altro. Il "Grande Capo", Mr. Big, si rivela essere Tim Foster (Preston Foster), un rispettato ex-Capitano di polizia in pensione, che aveva architettato il colpo per vendicarsi della sua forzata uscita dalla polizia e per arricchirsi. Foster ha manipolato la rapina e l'incastro di Rolfe.
La situazione si complica ulteriormente con l'arrivo della figlia di Foster, Helen (Coleen Gray), una studentessa di legge idealista che si innamora di Joe Rolfe (che lei crede essere Harris), aggiungendo un elemento di conflitto morale alla trama.
Il finale è un crescendo di violenza e colpi di scena sulla barca di Foster, dove si svolge la resa dei conti. Rolfe, pur riuscendo a sgominare la banda e a recuperare il denaro, promette a Foster morente di mantenere il suo segreto, salvando così la reputazione dell'uomo agli occhi della figlia, di cui Joe è ormai innamorato, preparandosi a un futuro insieme.
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Phil Karlson (1908–1985) è stato un regista associato al lato più duro e hardboiled del Film Noir. La sua regia in Il quarto uomo è nota per:
Ritmo Incalzante: Il film è girato con un ritmo veloce e implacabile. L'azione si muove rapidamente da Kansas City al Messico, mantenendo costantemente alta la tensione e l'ansia della vendetta.
Minimalismo Cinico: Karlson sfrutta al meglio il budget ridotto del film, concentrandosi sull'efficacia narrativa piuttosto che sulla spettacolarità. La violenza è presentata in modo diretto e brutale (si pensi alla scena dell'interrogatorio di Rolfe), in linea con il cinismo tipico del Noir.
Uso dello Spazio: La fotografia in bianco e nero di George E. Diskant è eccellente, utilizzando ombre nette e ambienti claustrofobici o desolati (le strade notturne, il resort messicano isolato) per riflettere lo stato mentale paranoico dei personaggi.
Temi della Guerra Fredda: Il film, come molti noir dell'epoca, tocca indirettamente i temi dell'identità rubata e della perdita di fede nelle istituzioni (l'ex-capitano di polizia che diventa il criminale, la polizia che tortura un innocente), rispecchiando le ansie della Guerra Fredda e la sfiducia post-bellica.
Karlson ha diretto altri Noir di successo come Scandalo al circo (99 River Street, 1953) e Banditi a Los Angeles (The Phenix City Story, 1955).
Il quarto uomo è un film che ha avuto un'influenza significativa, in particolare sull'uso dell'espediente del gruppo di criminali che non si conoscono e dell'identità mascherata:
Pietra Angolare del Thriller: Molti critici ritengono che la struttura narrativa e l'idea del colpo organizzato da sconosciuti (ognuno con una parte di un oggetto per l'identificazione) abbia influenzato direttamente film successivi come Le iene (Reservoir Dogs, 1992) di Quentin Tarantino, che ha spesso citato i Noir di serie B come fonte di ispirazione.
Remake: La forza della trama è tale che il film ha ispirato un remake nel 1957, Criminali contro il mondo (Hold-Up on South Street), e anche una versione moderna, Rapina a mano armata (The Big Steal, 1995).
In conclusione, Il quarto uomo è un B-movie poliziesco; un Film Noir essenziale, un concentrato di cinismo, tensione e vendetta, diretto con mano ferma da Phil Karlson e sostenuto da una trama eccezionalmente ben costruita che esplora la paranoia e la corruzione dietro la patina di rispettabilità americana post-bellica.
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Tre amiche (Trois Amies), è un film del 2024 diretto da Emmanuel Mouret.
"Tre amiche" (Trois Amies) è un film francese del 2024, presentato in concorso alla 81ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Diretto da Emmanuel Mouret, il film si inserisce perfettamente nella sua filmografia, esplorando con leggerezza ma profondità le dinamiche amorose, i tradimenti, e le sottigliezze delle relazioni umane, valendogli l'appellativo di "Woody Allen d'Oltralpe".
Con una durata di circa 118 minuti, il film è una commedia drammatica sentimentale che, attraverso un sofisticato gioco di intrecci e malintesi, mette in scena le complessità della vita sentimentale di tre donne quarantenni e degli uomini che ruotano attorno a loro.
La regia è affidata a Emmanuel Mouret, uno dei nomi più interessanti del cinema d'autore francese contemporaneo. Mouret è noto per il suo stile elegante, l'attenzione ai dialoghi e la capacità di trasformare le banali vicende di cuore in affreschi universali sulle contraddizioni dell'amore e del desiderio.
Regista: Emmanuel Mouret
Sceneggiatura: Emmanuel Mouret e Carmen Leroi
La sceneggiatura, scritta a quattro mani, è il vero motore del film. Essa bilancia sapientemente i toni della commedia brillante con l'amara consapevolezza del dramma sentimentale. Le conversazioni sono il cuore pulsante della narrazione, veicolando le filosofie di vita e le giustificazioni morali che i personaggi si danno per le loro azioni, spesso in contrasto con la realtà dei loro sentimenti. Mouret utilizza le parole non solo per far avanzare la trama, ma anche per riflettere sulla natura dell'onestà, della passione e dell'amicizia in un contesto di relazioni fluide e incerte.
🎭 Cast e Interpretazioni Principali
Il film si avvale di un cast di attori di spicco del panorama francese, capaci di dare credibilità e sfumature ai personaggi complessi. Le tre protagoniste sono interpretate da attrici acclamate: India Hair nel ruolo di Joan, Camille Cottin in quello di Alice e Sara Forestier in quello di Rebecca. Al loro fianco, attori come Grégoire Ludig (Éric), Vincent Macaigne (Victor Harzouian) e Damien Bonnard (Thomas Duval) completano il sestetto al centro degli intrecci.
Le tre attrici offrono ritratti differenziati di donne che affrontano l'amore con filosofie diverse: Joan è tormentata dalla ricerca dell'onestà; Alice cerca la stabilità a discapito della passione, vivendo nell'autoinganno; mentre Rebecca incarna l'irruenza passionale, il "ciclone" che irrompe nell'equilibrio apparente degli altri.
La storia si concentra sulle vite interconnesse di tre amiche quarantenni – Joan, Alice e Rebecca – e sui loro labirintici percorsi sentimentali.
L'Inizio del Malessere Morale: Il punto di partenza è il tormento interiore di Joan. Lei non è più innamorata del suo compagno, Victor, ma la sua profonda onestà la fa soffrire all'idea di continuare a vivere nella menzogna. Confida il suo dilemma ad Alice, la quale, con un'aria di rassegnata saggezza, minimizza la cosa. Alice le spiega che la passione non è necessaria per una relazione felice; lei stessa non prova più la "passione" per il marito Éric, eppure il loro rapporto è solido e va a gonfie vele. Questo consiglio, intriso di autoinganno, serve momentaneamente a rassicurare Joan.
Il Segreto e il Tradimento Silenzioso: La trama prende una piega più complessa per lo spettatore, che è reso consapevole di una verità che Alice ignora: Éric, il marito che lei ritiene un partner fedele anche se non passionale, ha in realtà una relazione clandestina con Rebecca, la loro amica comune. Rebecca è presentata come la figura più sregolata e passionale del trio, che con la sua presenza minaccia l'equilibrio apparente degli altri personaggi.
La Decisione e la Scomparsa di Victor: Stanca della sua disonestà e spinta dal desiderio di chiarezza, Joan trova finalmente il coraggio di troncare definitivamente la sua relazione con Victor. La sua decisione, tuttavia, innesca un evento inaspettato e drammatico: Victor scompare nel nulla, senza lasciare tracce.
Le Conseguenze e le Rivelazioni: La ricerca di Victor sconvolge le vite di tutti i personaggi e costringe le tre amiche e i loro compagni a confrontarsi con le loro scelte, le loro bugie e i loro veri sentimenti. L'amicizia tra le tre donne, apparentemente incrollabile, viene messa alla prova dalle verità celate. La relazione segreta tra Éric e Rebecca, che prima era una minaccia latente per l'unione di Alice, rischia di emergere, portando a un inevitabile confronto e alla ridefinizione dei legami. Il film si trasforma in un vero e proprio valzer di coppie, dove le carte dei sentimenti vengono rimescolate continuamente, e dove l'amore si manifesta nelle sue forme più volatili, complesse e a volte crudeli.
Lo stile di Mouret è caratterizzato da una leggerezza apparente che nasconde una profonda riflessione filosofica.
L'Amore e il Desiderio vs. L'Onestà: La tematica centrale è la tensione tra l'ideale romantico (la passione, l'amore eterno) e la realtà delle relazioni umane (il tradimento, la disonestà, l'abitudine). Il film esplora il confine labile tra ciò che si desidera e ciò che si è disposti ad accettare per mantenere un'illusione di stabilità.
La Goffaggine Umana: Il regista stesso ha sottolineato come il film mostri una "goffaggine crudele ma costruttiva che fa parte della nostra condizione umana, essere sommersi da storie, ideali e desideri tanto quanto dai colpi di fortuna e dai pericoli della realtà."
Tono: Nonostante i temi drammatici, il tono rimane quello della commedia sentimentale brillante, ricca di dialoghi eleganti e situazioni ironiche, tipiche del cinema francese di alto livello.
"Tre amiche" è stato accolto positivamente dalla critica per la sua grazia nella scrittura e la naturalezza della storia. Il film è stato selezionato per la sezione In Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, confermando la posizione di Mouret come autore di rilievo internazionale e maestro nell'esplorare il labirinto dei sentimenti.
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Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans), è un film del 2009 diretto da Werner Herzog.
"Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans" (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans) è un film che si è imposto all'attenzione della critica e del pubblico non solo per la sua qualità intrinseca, ma anche per le polemiche che ha suscitato, essendo un'opera prodotta con un titolo che richiamava apertamente il cult del 1992 di Abel Ferrara, interpretato da Harvey Keitel. Il regista Werner Herzog ha sempre negato si trattasse di un remake o di un sequel, definendolo piuttosto come un'opera che condivide solo il produttore (Edward R. Pressman) e l'idea centrale di un poliziotto corrotto e autodistruttivo.
La storia prende il via a New Orleans, all'indomani del devastante uragano Katrina. Il detective Terence McDonagh (interpretato da un istrionico Nicolas Cage) compie un atto eroico salvando un detenuto dall'annegamento in una cella allagata. Questo gesto gli costa però una grave lesione alla schiena.
L'Eroismo e la Caduta: A seguito dell'incidente, McDonagh viene promosso a Tenente e ottiene una prescrizione medica a vita per il potente antidolorifico Vicodin. Questo è il punto di non ritorno. Ben presto, la dipendenza dagli oppioidi dilaga e si mescola all'abuso di cocaina e crack, trasformando Terence in un fantasma di sé stesso: un poliziotto disonesto, tossicodipendente, indebitato fino al collo per le scommesse e sessualmente deviato.
L'Indagine Centrale: Un anno dopo, McDonagh si ritrova a dover indagare sullo sterminio di una famiglia di immigrati senegalesi. Il principale sospettato è un temuto boss della droga locale, Big Fate (Xzibit). L'indagine, anziché essere un percorso di giustizia, diventa per Terence un'opportunità per finanziare la sua sempre crescente dipendenza e saldare i debiti.
La Morale Contorta: Il film segue il Tenente nella sua spirale di autodistruzione e corruzione. Estorce sesso, ruba droga dalle scene del crimine e dai tossicodipendenti, minaccia e manipola, il tutto con una lucidità e una dose di fortuna sbalorditive. In un paradosso tipicamente herzoghiano, nonostante le sue azioni ignobili, Terence riesce in qualche modo a condurre l'indagine verso una soluzione, dimostrando una sorta di competenza distorta nel suo mestiere.
Il Lieto Fine Surreale: A differenza del nichilismo assoluto del film di Ferrara, l'opera di Herzog si conclude con un finale sorprendentemente (e ironicamente) positivo, o almeno con un'uscita dalla spirale distruttiva, che molti critici hanno definito grottesca e quasi cartoonesca.
Werner Herzog, maestro del cinema tedesco e mondiale, noto per film d'avventura estrema e documentari ipnotici, accetta la regia di questo progetto su commissione. Nonostante ciò, infonde nell'opera il suo tocco inconfondibile:
Estetica Allucinata: Herzog cattura perfettamente lo stato mentale alterato di Terence McDonagh. Il film è intriso di un'atmosfera lisergica e allucinatoria, accentuata dalle inquadrature soggettive e dall'uso particolare della macchina da presa, come nelle celebri sequenze delle iguane e dei coccodrilli (animali ricorrenti nell'immaginario del regista) che appaiono in momenti chiave, simboli di un delirio che sconfina nel surreale.
New Orleans Post-Katrina: La città di New Orleans, ferita e ancora segnata dal disastro dell'uragano Katrina, non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante. I luoghi degradati, l'atmosfera umida e caotica, rispecchiano il marciume interiore e il disordine morale del protagonista.
Tono Grottesco e "Cartoonesco": Herzog sceglie un approccio più leggero, quasi da black comedy, rispetto alla brutalità nichilista di Ferrara. Il film si presenta come un viaggio folle e a tratti divertente, in cui il personaggio di Cage sembra "fluttuare al di sopra di tutto", un superuomo autodistruttivo che, contro ogni logica, riesce sempre a cavarsela. Il regista stesso ha definito il film una "fantasia operistica" o un "grottesco poliziesco".
Il successo e l'identità del film sono indissolubilmente legati alla performance di Nicolas Cage.
Nicolas Cage (Tenente Terence McDonagh): La prova di Cage è stata universalmente acclamata come una delle migliori della sua carriera recente, in grado di liberarsi dalle pastoie di ruoli più convenzionali. L'attore incarna il Tenente McDonagh con la sua caratteristica strafottenza mimica e gestuale, un'esagerazione "screanzata" che rende il personaggio al tempo stesso repulsivo e irresistibilmente carismatico. La sua interpretazione è un turbine di tic, occhiate folli, postura curva per il dolore e urla incontrollabili, perfettamente in sintonia con il tono delirante voluto da Herzog.
Eva Mendes (Frankie Donnenfeld): Interpreta Frankie, una prostituta di lusso nonché l'interesse amoroso (e "compagna di sballo") di Terence. Il suo ruolo è fondamentale per offrire un raro spiraglio di umanità nel caos del protagonista.
Val Kilmer (Detective Stevie Pruit): Il partner di Terence, che rappresenta la parte ancora (relativamente) funzionale delle forze dell'ordine.
Cast di Supporto: Il film vanta un cast solido e noto, tra cui Jennifer Coolidge (Genevieve, la matrigna di Terence), Brad Dourif (Ned Schoenholtz, il suo allibratore) e Michael Shannon (Mundt, un poliziotto degli affari interni), che contribuiscono a popolare l'universo bizzarro e disfunzionale di New Orleans.
La Contesa con Abel Ferrara: Come accennato, il regista del film originale, Abel Ferrara, espresse pubblicamente il suo disprezzo per l'operazione, definendola un affronto e affermando che non voleva nemmeno che Herzog o Cage pronunciassero il titolo del suo film. Herzog, al contrario, ha sempre minimizzato il collegamento. Nonostante le ruggini iniziali, i due registi si sono incontrati e chiariti anni dopo in un festival cinematografico.
Rapporto con l'Originale: Mentre l'originale di Ferrara era un'indagine spirituale e nichilista sulla colpa e la redenzione cattolica, con un poliziotto (Harvey Keitel) che precipita nel fango a seguito della vicenda di una suora stuprata, l'opera di Herzog è più interessata alla poetica della follia e del superomismo (auto)distruttivo, con un'attenzione minore all'aspetto morale e maggiore al delirio psichedelico.
Accoglienza: Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il film ha diviso la critica, ma ha ottenuto un forte sostegno per la performance di Cage, che ha vinto il Toronto Film Critics Association Award per la Miglior Performance Maschile. Nonostante un budget modesto ($25 milioni), il film non è stato un grande successo al botteghino, ma è diventato rapidamente un cult movie grazie alla sua unicità.
In sintesi, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans" è un'opera singolare e potente: un poliziesco corrotto che si trasforma in un incubo grottesco e iperbolico, interamente plasmato dalla visione lisergica di Werner Herzog e dalla performance indimenticabile e senza freni di Nicolas Cage. Non è un film sulla giustizia, ma sulla sopravvivenza caotica di un uomo che è andato oltre ogni limite.
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Il profeta (Un prophète), è un film del 2009 diretto da Jacques Audiard.
"Il profeta" è un dramma carcerario e un gangster movie che segue l'educazione criminale del protagonista, Malik El Djebena, un giovane franco-algerino (un beur) analfabeta, condannato a sei anni di carcere all'età di diciannove anni.
Il film si apre con l'arrivo di Malik (interpretato da Tahar Rahim) nel penitenziario di Brécourt. È un ragazzo fragile, spaventato e solo, senza legami esterni né esperienza nel mondo criminale. Si ritrova subito in balia delle dinamiche di potere interne.
Sottomissione e Battesimo di Sangue: Il carcere è dominato dal clan dei corsi, guidato dal carismatico e brutale boss César Luciani (interpretato da Niels Arestrup). Luciani, che esercita un controllo quasi totale sul penitenziario, costringe Malik a commettere il suo primo omicidio: deve uccidere Reyeb (Hichem Yacoubi), un testimone maghrebino che sta per uscire di prigione e potrebbe deporre contro i corsi. Nonostante il terrore e i tentativi di sottrarsi, Malik esegue l'omicidio in modo cruento e traumatico. Questo atto di violenza segna il suo "battesimo" nella vita criminale e lo rende, suo malgrado, protetto da Luciani, sebbene in una posizione di mero servitù.
L'Apprendistato e la Crescita: Luciani sfrutta Malik come corriere, "factotum" e sicario, riconoscendone l'intelligenza e l'innocuità apparente. Malik, silenziosamente, sfrutta la sua posizione per imparare e crescere:
Impara la lingua corsa e, grazie a un compagno, impara a leggere e scrivere.
Sviluppa la sua rete: Inizia a costruire relazioni con la comunità musulmana in carcere, in particolare con Ryad (Adel Bencherif), un trafficante di droga che lo aiuta a tessere affari all'esterno.
Visioni Profetiche: Un elemento distintivo del film è la dimensione mistica/soprannaturale. Malik è perseguitato dal fantasma di Reyeb, la sua prima vittima, che gli appare come una sorta di coscienza o guida non richiesta. Queste visioni non solo riflettono il suo trauma, ma a volte sembrano prefigurare gli eventi, suggerendo la "profezia" nel titolo.
L'Espansione degli Affari: Grazie ai permessi d'uscita concessi per la sua posizione di fiducia, Malik inizia a gestire affari di droga e contatti con la malavita maghrebina fuori dal carcere, inizialmente per conto di Luciani. Tuttavia, la sua ambizione e la sua intelligenza lo portano presto a operare in modo autonomo. Espande i suoi affari, stringendo accordi con gli zingari e altre bande, diventando un intermediario sempre più potente tra le diverse fazioni.
L'Ascesa al Potere: Con il progressivo indebolimento dell'influenza di Luciani, dovuta sia all'età che alla crescente disorganizzazione del suo clan e all'espansione degli affari di Malik, il giovane opera il sorpasso. Il climax narrativo vede Malik consolidare la sua posizione, sconfiggendo i suoi nemici interni ed esterni, dimostrando di essere un criminale molto più astuto e moderno rispetto al vecchio boss corso.
Il film si conclude con la scarcerazione di Malik, non più un ragazzino analfabeta, ma un boss del crimine maturo, potente e rispettato, che esce dal carcere con una scorta, pronto a dominare la malavita all'esterno. È l'epopea di un'educazione, un romanzo di formazione criminale in cui il carcere diventa la sua unica e brutale università.
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Jacques Audiard, regista francese noto per il suo stile intenso e penetrante, firma con "Il profeta" (il suo quinto lungometraggio) quello che è considerato da molti il suo capolavoro.
Audiard adotta un approccio iperrealista e viscerale, che immerge lo spettatore nella claustrofobica e violenta realtà del carcere.
Realismo Documentaristico: La regia è cruda e tesa, focalizzata sui dettagli della vita carceraria: i corridoi angusti, la violenza improvvisa, le dinamiche di potere sottili e manifeste. Audiard usa spesso la telecamera a mano e una fotografia granulosa (curata da Stéphane Fontaine) per accentuare il senso di prigionia e urgenza.
Temi della Metamorfosi: Il cuore del film è la metamorfosi di Malik, il suo passaggio da "preda a predatore". Audiard usa il carcere come metafora della società, un luogo in cui si impara a sopravvivere solo attraverso l'adattamento, l'apprendimento e il cambiamento radicale della propria "pelle".
Dimensione Metaforica/Misticta: L'inserimento del fantasma di Reyeb rompe la rigidità del realismo, introducendo un elemento quasi magico o spirituale. Questo non è solo un espediente per mostrare il trauma di Malik, ma un modo per suggerire la sua natura "profetica", la sua capacità di vedere in anticipo e di manovrare il destino, che è la vera chiave del potere.
Il montaggio (di Juliette Welfling) è serrato e contribuisce a mantenere una tensione costante per le quasi due ore e mezza di durata. Le sequenze di violenza sono brevi, scioccanti e prive di spettacolarizzazione, rendendo il film duro e tesissimo.
Il successo de "Il profeta" è in gran parte dovuto alla forza delle sue interpretazioni, in particolare del duetto protagonista.
L'attore franco-algerino Tahar Rahim ha ricevuto plausi internazionali per la sua interpretazione di Malik. All'epoca era un volto relativamente sconosciuto, e il suo casting ha garantito l'autenticità e la freschezza necessarie per un personaggio che deve evolvere radicalmente.
Rahim rende in modo magistrale la trasformazione fisica ed emotiva di Malik:
Inizialmente è un ragazzo quasi infantile, con occhi spaesati e un corpo fragile, che cerca di rendersi invisibile.
Gradualmente, acquisisce durezza, astuzia e freddezza, diventando una figura imponente e risoluta. La sua performance è stata premiata con il Premio César per il Miglior Attore e la Migliore Promessa Maschile.
Il veterano attore francese Niels Arestrup offre una performance straordinaria nei panni di César Luciani, il boss corso.
Luciani è un personaggio d'altri tempi, un boss all'antica che incarna il vecchio potere e l'autorità razzista e territoriale. È carismatico, spietato, ma anche un po' obsoleto.
Il rapporto tra Luciani e Malik è un complesso studio di potere, sottomissione e, in un senso contorto, di paternità forzata. Luciani è il suo mentore involontario, l'insegnante di Malik, che alla fine viene superato e detronizzato dal suo stesso allievo. Arestrup ha vinto il Premio César per il Miglior Attore Non Protagonista.
Adel Bencherif (Ryad) è fondamentale per l'espansione degli affari di Malik al di fuori del carcere.
Reda Kateb (Jordi lo zingaro) e Hichem Yacoubi (Reyeb) contribuiscono alla forza del cast corale.
"Il profeta" è stato un successo di critica e pubblico a livello globale, consolidando la reputazione di Jacques Audiard come uno dei principali registi europei.
Festival di Cannes 2009: Ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria.
Premi César 2010: Un trionfo assoluto, conquistando nove premi, tra cui Miglior Film, Miglior Regista (Jacques Audiard), Miglior Attore (Tahar Rahim) e Miglior Attore Non Protagonista (Niels Arestrup).
Premi Oscar 2010: Candidato come Miglior Film Straniero (perdendo contro Il nastro bianco di Michael Haneke).
Golden Globe 2010: Candidato come Miglior Film Straniero.
Il film è stato ampiamente elogiato per la sua capacità di unire il rigore del cinema di genere (il prison-movie) con un profondo ritratto sociale e psicologico. Le tematiche centrali includono:
Immigrazione e Integrazione: Malik è un beur (francese di origine maghrebina), che in carcere si trova tra il martello (i corsi) e l'incudine (i detenuti musulmani). La sua ascesa è una critica amara sull'integrazione: l'unica via per un giovane emarginato verso il potere e il rispetto è attraverso il crimine organizzato.
L'Istituzione Carceraria: Il film è uno dei ritratti più realistici e disincantati delle prigioni moderne, mostrando come il vero potere non risieda nelle guardie o nelle regole ufficiali, ma nelle gerarchie criminali interne e nel commercio illecito.
Il Romanzo di Formazione: È l'esempio perfetto di un bildungsroman al negativo, in cui la crescita personale non porta alla redenzione o al bene, ma alla maestria nel male e nella manipolazione.
Con la sua potenza narrativa e la profondità dei personaggi, "Il profeta" è diventato un punto di riferimento nel cinema contemporaneo, analizzando le oscure vie del potere e della sopravvivenza in un contesto di totale marginalità sociale.
PARAMOUNT+
Hackers è un film del 1995 diretto da Iain Softley
Il film, uscito nel 1995, introduce lo spettatore nel mondo sotterraneo degli hacker adolescenti di New York.
La trama ruota attorno a Dade Murphy, noto con gli alias di "Zero Cool" e successivamente "Crash Override" (interpretato da Jonny Lee Miller). Da bambino, nel 1988, Dade è diventato una leggenda, avendo causato il crash di 1.507 sistemi di Wall Street all'età di 11 anni, un atto che gli è costato una condanna con la proibizione di toccare una tastiera fino al compimento dei 18 anni.
L'Arrivo a New York e la Rivalità: Sette anni dopo, a 18 anni, Dade si trasferisce a New York e torna immediatamente alla sua passione. Lì incontra e si scontra con il gruppo di hacker locali più noto. La sua principale rivale è Kate Libby, alias "Acid Burn" (interpretata da una giovanissima e carismatica Angelina Jolie). La loro rivalità iniziale si svolge attraverso una serie di battaglie digitali in cui si sfidano per il predominio sulle reti e sui sistemi, finché l'attrazione reciproca non li spinge a formare un'insolita coppia di 'cyber-guerrieri'.
La Cospirazione e la Minaccia: Il loro amico e hacker principiante, Joey Pardella (Jesse Bradford), penetra incautamente in un supercomputer chiamato "The Gibson", appartenente alla società di sicurezza informatica Ellingson Mineral. Non ruba dati finanziari, ma una porzione di codice di un virus che scopre essere parte di un piano ben più grande e sinistro.
Il Villain: The Plague: I giovani hacker finiscono nel mirino di Eugene Belford, alias "The Plague" (Fisher Stevens), l'esperto di sicurezza di Ellingson Mineral. Belford, che si rivela essere un ex-hacker di fama, sta cercando di distogliere fondi da Ellingson Mineral usando un virus chiamato "Da Vinci" e vuole far ricadere la colpa sul gruppo di ragazzi, in particolare su Joey.
La Caccia e la Rivolta: Inizia una caccia serrata. L'FBI, guidata dall'agente Richard Gill (Wendell Pierce), irrompe nelle vite dei ragazzi, confiscando la loro attrezzatura. Braccati e messi all'angolo, gli hacker—che includono anche "Cereal Killer" (Matthew Lillard), "Phantom Phreak" (Renoly Santiago) e "Lord Nikon" (Laurence Mason)—devono unire le loro forze e usare tutto il loro ingegno non solo per sfuggire all'FBI, ma anche per trovare le prove che incastrino The Plague e rivelino la sua cospirazione, prima che questi possa provocare un disastro ambientale nascondendo le sue tracce.
La Battaglia Finale: La risoluzione si concentra su un tentativo orchestrato di accedere a The Gibson su scala mondiale, trasformando l'operazione in una dichiarazione pubblica. Utilizzando l'hacking come forma di attivismo digitale (o hacktivism), riescono a smascherare The Plague in diretta nazionale, salvando la situazione e uscendo puliti dalle accuse.
La direzione di Iain Softley è la chiave del tono unico di Hackers.
Softley non cerca il realismo tecnico, ma crea una favola cyberpunk con uno stile visivo esagerato e decisamente anni '90.
Cyber-Spazi Esagerati: L'aspetto più iconico della regia è la rappresentazione visiva dell'hacking. Quando i personaggi navigano nei sistemi, lo spettatore viene trasportato in un mondo 3D stilizzato e futuristico (ispirato al lavoro di artisti come Syd Mead), in cui codici e dati sono rappresentati come paesaggi urbani digitali o astratti. Questa estetica, sebbene tecnologicamente ingenua, è stata cruciale per rendere visivamente interessante un'attività altrimenti statica.
Moda e Controcultura: Il look dei personaggi è un mix esasperato di moda rave, punk e grunge dell'epoca: capelli colorati, abiti in vinile, occhiali da sole assurdi e un'abbondanza di piercing. Il film celebra la controcultura digitale e la ribellione giovanile, ritraendo gli hacker non come nerd isolati, ma come rockstar dell'era digitale.
Ritmo da Videoclip: Softley, noto per aver diretto Backbeat sui Beatles, adotta un ritmo serrato e un montaggio da videoclip, in linea con la cultura giovanile dell'epoca.
Molti critici hanno sottolineato l'imprecisione tecnica del film, che spesso confondeva l'hacking con il phreaking (l'hacking telefonico) e si basava su nozioni molto superficiali di sicurezza informatica.
La vera forza del film non sta nella sua accuratezza, ma nel suo ruolo di precursore nel portare la cultura di Internet e i temi della sicurezza informatica nel mainstream, presentandoli come una battaglia epica tra la libertà digitale e il controllo aziendale.
Il cast di Hackers è notevole per aver incluso diverse giovani promesse che in seguito hanno avuto carriere di successo.
Angelina Jolie (Kate Libby / "Acid Burn"): La sua performance è energica e iconica. Il personaggio di Kate è forte, intelligente e sessualmente audace, sfidando lo stereotipo del geek maschile. La sua presenza è stata fondamentale per l'impatto visivo e l'attrattiva del film.
Jonny Lee Miller (Dade Murphy / "Crash Override"): Miller offre una performance convincente nel ruolo del protagonista, l'hacker con un passato ingombrante e un codice d'onore.
Matthew Lillard (Emmanuel Goldstein / "Cereal Killer"): Lillard fornisce gran parte del sollievo comico del film, incarnando un hacker esuberante e caotico, il cui alias è un omaggio a un personaggio anti-establishment di 1984 di George Orwell.
Fisher Stevens (Eugene Belford / "The Plague"): Stevens, nel ruolo dell'antagonista adulto, ritrae il lato oscuro dell'hacking: il genio corrotto che usa le sue capacità per il guadagno personale e la distruzione.
Lorraine Bracco (Margo): L'attrice, nota per Quei bravi ragazzi, interpreta un piccolo ruolo come Margo, una sorta di mediatrice tra i ragazzi e il mondo esterno.
L'influenza di Hackers va oltre la sua trama e la sua estetica, radicandosi profondamente nella cultura giovanile digitale.
La colonna sonora è un elemento cruciale, poiché definisce l'atmosfera del film. Il regista Softley voleva che il film fosse il "rock 'n' roll della prossima generazione" e scelse di conseguenza un sound che riflettesse l'energia del mondo digitale emergente:
È composta quasi interamente da musica elettronica, techno e dance di artisti di spicco dell'epoca, come The Prodigy, Orbital, Underworld, Leftfield e Massive Attack.
Tracce come Halcyon + On + On degli Orbital sono diventate indissolubilmente legate alle scene chiave del film, creando un vero e proprio audio-visual time capsule degli anni '90.
Nonostante le critiche iniziali e la scarsa fedeltà tecnica, Hackers ha lasciato un'eredità duratura:
Icona Cult: È un film che i fan dell'informatica e della cultura cyberpunk hanno abbracciato come una celebrazione della loro subcultura. La frase d'ordine del film, "Hack the Planet!", è diventata un motto.
Rottura di Stereotipi: Ha contribuito, nel bene e nel male, a glamorizzare l'immagine dell'hacker, trasformandolo da recluso a figura ribelle e cool.
Precursore di Temi: Ha preceduto film di successo come Matrix (1999) e ha contribuito a spianare la strada a narrazioni cinematografiche centrate sul conflitto tra il potere aziendale/governativo e la libertà individuale nell'era di Internet.
In sintesi, "Hackers" è un'opera cinematografica che va vista non come un thriller di hacking rigoroso, ma come una stilosa, esuberante e nostalgica capsula del tempo che cattura l'ottimismo, la ribellione e l'eccitazione che circondavano l'emergere di Internet e della cultura digitale a metà degli anni '90.
MGM+
Robin Hood - Un uomo in calzamaglia (Robin Hood: Men in Tights) è un film del 1993 diretto da Mel Brooks.
Il film, uscito nel 1993, è una parodia diretta e affettuosa della celebre leggenda di Robin Hood, e in particolare una presa in giro lampante del successo di critica e pubblico ottenuto da Robin Hood - Principe dei ladri (1991) con Kevin Costner.
Il film inizia con Robin Hood di Locksley (interpretato da Cary Elwes), un nobile inglese catturato durante le Crociate.
L'Evasione e il Giuramento: Robin è imprigionato in Terra Santa. Durante la sua spettacolare (e ridicola) evasione, assistito dal suo compagno musulmano Achoo (Dave Chappelle), giura di tornare in Inghilterra per salvare il suo popolo dall'oppressione e riprendersi il castello della sua famiglia.
La Terra d'Inghilterra: Al suo ritorno, scopre che l'Inghilterra è sotto la tirannia del malvagio Principe Giovanni (Richard Lewis) e del suo sinistro sceriffo, lo Sceriffo di Ruttingham (Roger Rees). Tutto è caduto in rovina, a parte il suo castello che, a causa di una gag ricorrente, è stato pignorato, venduto e spostato "pezzetto per pezzetto".
L'Adunanza: Robin si ritira nella Foresta di Sherwood, dove riunisce un manipolo di uomini che, in linea con lo stile Brooksiano, sono disadattati, inetti e molto, molto stupidi. Il nome del film deriva proprio dalla loro divisa: le calzamaglie (di un verde discutibile) che indossano. Il gruppo include:
Achoo: L'unico intelligente, un musulmano ironico che porta modernità (e battute in stile stand-up) nella cupa Inghilterra medievale.
Little John: Un gigante che finge di lottare con Robin su un ponte levatoio per tradizione, ma cade in acqua perché il ponte è troppo corto.
Blinkin (Mark Blankfield): Il cieco, fedele servitore di Robin che ha sempre la gag visiva pronta (come sbattere contro gli alberi).
La lotta di Robin e dei suoi Uomini in Calzamaglia si concentra sul tentativo di sconfiggere Giovanni e lo Sceriffo, che continuano a spremere tasse e a complottare per uccidere Re Riccardo (che è assente per la crociata).
La Dama Marian: Robin incontra la bellissima e virtuosa Lady Marian (Amy Yasbeck), con la quale scatta immediatamente l'amore. Marian è l'oggetto del desiderio di Robin, ma è protetta da un'imponente cintura di castità con una chiusura complessa, che può essere aperta solo con la chiave più grande e più rara del regno. Questa cintura è una fonte inesauribile di battute.
I Confronti: Gran parte della comicità deriva dagli scontri comici, dalle battute auto-referenziali (i personaggi spesso rompono la quarta parete) e dal sight gag. Il film prende in giro in particolare le scene di Principe dei ladri, come l'uso da parte di Robin di frecce esplosive o i lunghi viaggi attraverso la foresta che in questo film durano pochi secondi.
Il Tradimento di Rabies: Lo Sceriffo si affida al goffo e incompetente Don Giovanni "Rabies" (interpretato da Brooks stesso, in un breve cameo nel ruolo di un rabbino) per tentare di uccidere Robin e poi per eseguire un tentativo di esecuzione pubblica per attirare Robin allo scoperto.
Il Torneo di Tiro con l'Arco: Il culmine della trama è il classico Torneo di tiro con l'arco, un evento che lo Sceriffo usa come trappola per catturare Robin. Robin vince con un tiro assurdo, rivelando la sua identità e venendo catturato.
Robin viene portato al patibolo. Proprio mentre sta per essere impiccato, il suo gruppo e Lady Marian riescono a liberarlo.
Il Ritorno del Re: All'ultimo momento, il vero Re Riccardo (interpretato dall'attore Patrick Stewart in un cameo drammatico e inaspettato) torna dalle Crociate, ristabilisce l'ordine e condanna Giovanni e lo Sceriffo a essere rinchiusi.
Il Finale: Il film si conclude con il matrimonio di Robin e Marian. La cerimonia è interrotta da un'ultima, cruciale, gag: Robin si rende conto di non avere la chiave della cintura di castità di Marian. A quel punto, arriva in sella a un cavallo il Rabbino Tuck (Rabbi Tuckman), il Rabbino che ha celebrato il matrimonio (un'altra gag meta-cinematografica e auto-ironica di Brooks), e gli consegna, con un'aria solenne, la "chiave più grande di tutte" (un attrezzo enorme) che finalmente libera Marian.
🎬 Regia e Stile di Mel Brooks
Mel Brooks (al suo primo film in oltre un decennio) è sinonimo di un particolare stile di commedia, che raggiunge il suo apice in Un uomo in calzamaglia.
Il film è una dimostrazione perfetta del "Brooks touch":
Parodia Totale: L'obiettivo non è solo raccontare una storia, ma distruggerla attraverso l'esagerazione e l'assurdo. Ogni cliché del film d'avventura è sovvertito. In questo caso, Brooks prende in giro non solo Principe dei ladri, ma anche Robin Hood - La leggenda di Sherwood (1938) e persino la sua stessa opera precedente, Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974).
Rompere la Quarta Parete: I personaggi sono costantemente consapevoli di essere in un film. Fanno battute sul budget limitato (il falso viaggio in Inghilterra), commentano la sceneggiatura ("Lascia stare, è solo una parodia"), e si rivolgono direttamente al pubblico o al regista. Questo è un elemento fondamentale della comicità Brooksiana.
Umorismo Veloce e Multilivello: La comicità spazia dal slapstick visivo (Blinkin che sbatte ovunque), alla battuta intelligente, al doppio senso volgare, al Yiddish Humor (leggi ebraiche e battute auto-ironiche portate avanti da Rabbi Tuckman).
Musicalità: Come spesso accade nei suoi film, Brooks inserisce numeri musicali brillanti e ridicoli, tra cui il memorabile "Men in Tights" (una parodia delle canzoni di successo e dei video musicali), che è cruciale per l'energia e il tono camp del film.
Il cast è un mix di attori noti e volti emergenti, molti dei quali hanno dimostrato un timing comico perfetto.
Cary Elwes (Robin Hood): Elwes, noto per La storia fantastica (1987), dimostra una notevole capacità di fare l'eroe con la faccia seria mentre pronuncia battute stupide. La sua interpretazione è una parodia diretta di attori seriosi come Errol Flynn e in particolare Kevin Costner, prendendo in giro il suo accento inconsistente in Principe dei ladri.
Richard Lewis (Principe Giovanni): Lewis, un noto stand-up comedian americano, porta il suo stile nevrotico e autoderisorio nel ruolo del Principe Giovanni, ossessionato dal suo "neo" gigante e dalle macchinazioni fallimentari.
Roger Rees (Sceriffo di Ruttingham): Rees, attore di teatro serio, offre una performance esilarante come lo Sceriffo, un cattivo melodrammatico e incompetente, che contribuisce enormemente al successo comico del film.
Amy Yasbeck (Lady Marian): Yasbeck è l'ideale controparte romantica, bella ma costantemente ridicola a causa della sua cintura di castità.
Dave Chappelle (Achoo): Per il futuro gigante della stand-up comedy, Dave Chappelle, è stato uno dei suoi primi ruoli cinematografici di rilievo. La sua interpretazione del personaggio, che fornisce battute moderne e ironiche sulla diversità culturale, ha risonanza ancora oggi.
Come da tradizione, Mel Brooks si ritaglia un ruolo di supporto, il Rabbino Tuckman (Rabbi Tuckman), un riferimento umoristico al personaggio di Fra' Tuck. Questo cameo non solo è esilarante, ma rafforza l'identità ebraica e l'umorismo auto-ironico, spesso presenti nel suo lavoro.
Sebbene non abbia raggiunto i picchi di critica dei suoi classici come Frankenstein Junior o Balle Spaziali, "Robin Hood - Un uomo in calzamaglia" è stato un buon successo commerciale e un successo cult duraturo.
Successo a lungo termine: Il film è diventato un pilastro della programmazione televisiva comica e dello streaming, amato per la sua natura leggera, i giochi di parole demenziali e la sua abilità di prendersi in giro.
Citazioni: Diverse battute e scene del film (come "Siamo Uomini... Uomini in Calzamaglia!" o le gag sullo sceriffo che ordina di "annullare il servizio di catering") sono entrate nel lessico popolare, specialmente tra i fan della commedia anni '90.
In sintesi, "Robin Hood - Un uomo in calzamaglia" non è solo una parodia; è una celebrazione dell'umorismo assurdo e auto-referenziale. Mel Brooks ha preso una delle leggende più durature della cultura occidentale e l'ha trasformata in un trionfo della stupidità calcolata, un must per tutti gli amanti della commedia demenziale di alta scuola.
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Evolution, è un film del 2001 diretto da Ivan Reitman
"Evolution" è una commedia che mescola elementi di fantascienza classica anni '50 e '80 (in particolare Ghostbusters, diretto dallo stesso Reitman) con l'umorismo slapstick e demenziale tipico degli anni 2000.
Il film si apre con lo schianto di un meteorite in una zona desertica dell'Arizona, vicino a Glen Canyon. L'evento viene assistito dal vigile del fuoco tirocinante Wayne Green (Seann William Scott), che per primo contamina accidentalmente l'area.
I Due Scienziati Sfortunati: I primi a indagare sul luogo sono Ira Kane (David Duchovny) e il suo amico e collega Professor Harry Phineas Block (Orlando Jones), entrambi docenti universitari di Biologia e Geologia rispettivamente, al modesto Glen Canyon Community College.
Ira Kane è un ex scienziato governativo caduto in disgrazia dopo aver scoperto un vaccino contro la malattia del sonno, in seguito rivelatosi inefficace e con effetti collaterali disastrosi.
Harry Block è un insegnante di educazione fisica e un geologo, noto per la sua tendenza a sfruttare la scienza per fare soldi facili.
L'Evoluzione Aliena Accelerata: Analizzando i resti del meteorite, Ira e Harry scoprono rapidamente che la roccia non è inerte. Contiene una forma di vita aliena unicellulare basata sull'azoto, che sta proliferando ad una velocità sbalorditiva, condensando miliardi di anni di evoluzione terrestre in poche ore.
L'evoluzione procede a un ritmo esponenziale: da organismo unicellulare a organismi multicellulari, poi a creature primitive simili ad anfibi, insetti, rettili e mammiferi, tutti in rapida successione.
La scoperta di una vita aliena così dinamica attira immediatamente l'attenzione delle autorità federali e militari, a discapito dei due scienziati.
L'Esercito Prende il Controllo: Il Generale Russell Woodman (Ted Levine) e il suo team militare, su ordine del governo (rappresentato dal Governatore Lewis, interpretato da Dan Aykroyd, un omaggio ironico a Ghostbusters), isolano l'area di schianto, confiscando i dati e i campioni di Ira e Harry, e relegandoli in secondo piano.
La Scienziata del CDC: La dottoressa Allison Reed (Julianne Moore), un'epidemiologa del Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) notevolmente impacciata e incline agli incidenti, viene inviata dal governo per studiare il fenomeno. Inizialmente antagonista, Allison presto si rende conto dell'incompetenza dell'esercito e finisce per allearsi con Ira e Harry.
Man mano che gli organismi evolvono, la minaccia diventa sempre più grande e caotica.
I Mostri Evoluti: Le creature aliene raggiungono rapidamente forme complesse, dai vermi che si muovono sulla superficie della pelle ai primati volanti, fino a un gigantesco mostro che si manifesta in una cava di carbone abbandonata, trasformando il deserto in una vera e propria giungla aliena.
Il Piano Militare: Il Generale Woodman, sotto la pressione del governo e dei cittadini spaventati, decide di usare l'unica soluzione che i militari conoscono: bruciare l'intera colonia aliena con un attacco al napalm. Ira e i suoi alleati capiscono immediatamente che l'azione sarebbe catastrofica: il calore accelererebbe l'evoluzione, trasformando la minaccia in qualcosa di invincibile.
La Soluzione Finale: Il gruppo di scienziati e l'aspirante pompiere, con l'aiuto delle loro conoscenze scientifiche e un po' di fortuna, escogitano un piano folle: eliminare gli alieni sfruttando la loro evoluzione basata sull'azoto. La soluzione? Usare lo shampoo al selenio (in particolare Head & Shoulders - una palese e famigerata pubblicità occulta all'interno del film), poiché il selenio è tossico per la vita basata sull'azoto.
Il Climax: Il climax vede i protagonisti correre contro il tempo per far esplodere una gigantesca sacca di shampoo al selenio, usando un autopompa rubata e le loro ingegnose modifiche, proprio mentre il mostro finale (una creatura che sembra un incrocio tra una medusa e un drago) sta per emergere e l'attacco al napalm sta per iniziare. Riescono, in una scena esilarante e visivamente caotica, a spruzzare lo shampoo, che fa "sloggiare" istantaneamente le forme di vita aliene in un modo comico e disgustoso.
Il film si conclude con Ira, Harry, Allison e Wayne che, pur avendo salvato il mondo, decidono di capitalizzare la loro scoperta: si uniscono per lanciare una catena di negozi di prodotti per capelli e una linea di shampoo al selenio, completando l'arco narrativo con una nota di cinismo commerciale.
🎥 Regia e Stile di Ivan Reitman
Ivan Reitman, il regista di successi come Ghostbusters e I gemelli, dirige Evolution con il suo tipico stile di commedia d'azione a grande budget.
Commedia e Sci-Fi: Reitman è un maestro nel bilanciare effetti speciali spettacolari e battute comiche veloci. Il film è chiaramente inteso come un successore spirituale (anche se meno incisivo) di Ghostbusters: un gruppo di scienziati anticonvenzionali che combatte una minaccia soprannaturale/aliena con mezzi non ortodossi.
Effetti Visivi: Nonostante la critica al film, gli effetti speciali curati da compagnie come Tippett Studio sono di alto livello per l'epoca, specialmente nella rappresentazione delle creature in rapida evoluzione. Tuttavia, l'uso degli effetti è sempre al servizio della gag, con mostri che sono più buffi che terrificanti (come il drago volante o l'alieno che reagisce allo shampoo).
Ritmo e Tono: La regia mantiene un ritmo veloce, tipico delle commedie d'azione. Il tono è deliberatamente goliardico e leggero, con scene che sfiorano l'assurdo e il camp (come la famosa scena dell'ispezione rettale e l'uso dello shampoo).
Il film, pur essendo stato ideato inizialmente come un thriller di fantascienza serio, è stato riscritto come commedia proprio da Reitman, che voleva replicare la formula vincente delle sue opere precedenti.
Il film si basa molto sulla chimica tra i suoi quattro protagonisti principali, ognuno dei quali porta un elemento comico distintivo.
David Duchovny (Dr. Ira Kane): All'epoca, Duchovny era all'apice della sua fama grazie a X-Files (dove interpretava l'agente Fox Mulder, ossessionato dagli alieni). Il suo casting è un brillante meta-commento sulla sua immagine: qui interpreta lo scienziato che non crede nella cospirazione governativa ed è costantemente preso di mira dagli alieni, ma con un tono comico e auto-ironico.
Julianne Moore (Dr. Allison Reed): La presenza di una star drammatica come Moore in una commedia demenziale è un altro punto di forza. Il suo personaggio, Allison, è un'epidemiologa estremamente competente ma socialmente e fisicamente impacciata (cade continuamente), un contrasto che genera molta comicità.
Orlando Jones (Prof. Harry Phineas Block): Jones, noto per la sua energia e i suoi spot pubblicitari, è il motore comico più esplicito del quartetto. Il suo Harry è il personaggio più spassoso e interessato al guadagno, con battute spesso borderline e dialoghi memorabili.
Seann William Scott (Wayne Green): Famoso per il ruolo di Stifler in American Pie, Scott interpreta Wayne, l'aspirante vigile del fuoco, il "tipo muscoloso ma non troppo sveglio" che fornisce l'elemento fisico e il cuore del gruppo, soprattutto nel climax.
Il film è arricchito anche da cameo e ruoli di supporto di attori comici noti, tra cui Dan Aykroyd e Sarah Silverman.
Sebbene "Evolution" non sia considerato un capolavoro come Ghostbusters, è apprezzato come cult comico per gli anni '00. La critica fu divisa: molti lamentarono l'eccessiva volgarità (in particolare il product placement dello shampoo e le battute scatologiche), ma altri ne lodarono l'energia, il divertimento disimpegnato e la chimica del cast.
In definitiva, "Evolution" è una commedia a grande budget che riesce nell'intento di essere un'avventura fantascientifica spensierata, divertente e auto-ironica, che mostra come la vera minaccia aliena non sia la distruzione, ma il doversi lavare i capelli con lo shampoo sbagliato.
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Blame, un documentario del 2025 di Christian Frei.
"Blame" (Colpa/Accusa) non è semplicemente un resoconto della crisi sanitaria del COVID-19; è un thriller scientifico e un'analisi etica sul ruolo della scienza in un'epoca dominata dalla post-verità, dalle cospirazioni e dalla polarizzazione politica.
Il documentario ruota attorno alle figure di tre scienziati che, in anni precedenti la pandemia, avevano ripetutamente avvertito il mondo dell'alto potenziale pandemico dei coronavirus di origine animale, in particolare quelli ospitati nei pipistrelli.
Le Loro Previsioni: Il film ricostruisce il lavoro decennale di questi ricercatori, spesso condotto in ambienti remoti e oscuri (come le grotte dei pipistrelli in Cina), dove studiavano la minaccia silente dei virus zoonotici (trasmissibili dagli animali all'uomo).
L'Arrivo della Pandemia: Quando il COVID-19 si diffonde a livello globale, catapultando il mondo nel caos, questi scienziati, che avevano lanciato l'allarme anni prima, si ritrovano paradossalmente al centro di una tempesta.
L'Accusa e la Disinformazione: Invece di essere ascoltati o riconosciuti, diventano bersagli di una violenta ondata di accuse politiche, teorie del complotto e campagne di disinformazione. Il documentario esplora il loro tentativo di difendere la verità scientifica contro l'ondata di fake news che cerca un capro espiatorio e una narrativa semplice e sensazionalistica.
Il titolo, "Blame", riassume il vero argomento del film: la ricerca isterica della colpa (scapegoating) che ha caratterizzato la risposta globale alla crisi.
Il Crollo del Discorso Basato sui Fatti: Frei evidenzia come, in tempi di crisi, le persone tendano a preferire narrazioni forti e semplificate. Il film rivela come l'amplificazione intenzionale di paure e miti abbia spinto il dibattito fuori dall'equilibrio.
La Guerra alla Scienza: Il documentario agisce come una potente difesa della scienza contro un sistema che distorce la verità per guadagno politico e mediatico. Mostra come la ricerca, l'evidenza e il pensiero complesso siano diventati vittime della manipolazione mediatica e politica.
Il Pipistrello come Metafora: Accanto agli scienziati, un "quarto protagonista" è il pipistrello. Utilizzato nella cultura occidentale come foriero di presagi oscuri e come primo capro espiatorio della pandemia, il pipistrello diventa nel film una metafora del pericolo primordiale e, al tempo stesso, dell'oggetto della nostra ignoranza e della nostra paranoia.
Christian Frei è uno dei documentaristi svizzeri più stimati al mondo, noto per il suo stile visivo d'impatto e l'approccio etico e chirurgico ai soggetti complessi. È stato nominato all'Oscar per War Photographer (2001) e ha diretto Genesis 2.0 (2018).
In "Blame", Frei adotta uno stile che unisce il rigore investigativo con una dimensione quasi poetica e visivamente impressionante:
Fotografia e Atmosfera: Il film è descritto come "visivamente ossessionante e urgente". Frei e i suoi direttori della fotografia (Peter Indergand e Filip Zumbrunn) utilizzano immagini suggestive, specialmente nelle sequenze girate nelle grotte dei pipistrelli, che evocano una sensazione di ventre primordiale e di luogo da cui emerge sia la conoscenza che la paura. La grotta diventa, in questo senso, quasi una metafora dell'inconscio collettivo.
Narrazione (Stile Herzog): Alcune recensioni hanno accostato la narrazione curata e il tono inquieto di Frei a quello del celebre regista tedesco Werner Herzog. Il documentario è un appello alla lucidità e alla responsabilità, ma non manipola la realtà. Il regista prende una posizione etica chiara, ma la sostiene attraverso la complessità e la presentazione di prove, evitando le semplificazioni.
Durata e Ritmo: Con una durata di circa 122-123 minuti, il film è costruito per essere un'immersione profonda, mantenendo il ritmo di un thriller nonostante sia basato su interviste e fatti scientifici.
Il tempismo del film, uscito nel 2025, è considerato perfetto da molti critici. Nonostante il COVID-19 sia un argomento ampiamente dibattuto, "Blame" lo usa per affrontare il tema più ampio della crisi della fiducia nelle istituzioni e nella capacità di accordarsi su fatti oggettivi. La sua forza sta nel trasformare la distopia della disinformazione in una lente d'ingrandimento sul nostro presente destabilizzato.
👥 I Protagonisti e l'Elemento Umano
Essendo un documentario, gli attori non sono presenti nel senso tradizionale, ma il film si basa sulla testimonianza e sull'esperienza di scienziati reali.
Gli Scienziati: Sebbene i loro nomi specifici non siano sempre evidenziati nei sinossi di lancio, le loro figure sono il cuore emotivo e intellettuale del film. Sono ritratti come i "messaggeri della verità" che devono affrontare non solo una crisi sanitaria, ma anche una crisi personale e professionale quando vengono attaccati e ignorati.
Un Ritratto Profondamente Umano: La regia di Frei è stata lodata per la sua precisione ed empatia, offrendo un "ritratto profondamente umano della scienza sotto assedio". Il documentario mostra le loro paure, le loro frustrazioni e la loro tenacia nel continuare a lottare per la verità in un clima di sospetto generale.
Première Mondiale: "Blame" è stato l'Opening Film (film d'apertura) del prestigioso 56° Visions du Réel - Festival International de Cinéma di Nyon, in Svizzera, nell'aprile 2025, dove ha ricevuto un'accoglienza entusiastica e standing ovation.
Riconoscimenti: Ha ricevuto premi in vari festival internazionali, tra cui il Documentary Edge Festival (vincendo il Best Festival Category: In Truth We Trust 2025).
Impatto: Le recensioni lo hanno definito un "potente antidoto alla disinformazione", "coraggioso ed essenziale", e un "lamento affascinante per un'epoca perduta di buon senso".
"Blame" è quindi un'opera cinematografica che non si limita a documentare il passato recente, ma lancia un monito urgente sul futuro: la prossima grande crisi, che sia ecologica, sociale o sanitaria, potrebbe colpirci mentre siamo ancora impegnati a litigare su chi dare la colpa.
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Il commissario è un film del 1962 e diretto da Luigi Comencini.
"Il commissario" è un film italiano del 1962 diretto da Luigi Comencini, uno dei maestri indiscussi del cinema italiano. Comencini è noto per la sua capacità unica di coniugare la leggerezza apparente della commedia con una profonda e spesso sferzante critica sociale.
In questo periodo, la Commedia all'italiana stava evolvendo: non più solo risata, ma un genere che usava l'ironia per mettere a nudo i vizi, le meschinità e le contraddizioni dell'Italia del "boom economico". L'epoca è quella del miracolo economico, ma anche della crescente corruzione, del potere politico spesso opaco e di una burocrazia asfissiante.
Comencini, insieme agli sceneggiatori Age & Scarpelli, riesce a incanalare queste tematiche in una cornice apparentemente semplice (un'indagine poliziesca) per dipingere un quadro cinico e disincantato della realtà italiana, anticipando alcuni temi che il regista avrebbe ripreso in opere successive, come "Delitto al circolo del tennis" o "L'ingorgo".
Il film segue le vicende del vicecommissario Dante Lombardozzi (Alberto Sordi), un funzionario di polizia romano, ambizioso, fin troppo zelante, meticoloso fino alla pignoleria e ossessionato dalla carriera. Lombardozzi incarna il tipico homo novus della classe media italiana, convinto che la scrupolosità burocratica sia la via maestra per il successo e l'affermazione morale.
La sua occasione per brillare arriva con un evento drammatico: l'improvvisa e misteriosa morte del colonnello Menotti Di Pietro (Mino Doro), un importante e influente uomo politico, caduto dal balcone della sua villa in circostanze ambigue.
Lombardozzi, mosso da un misto di ambizione professionale e genuino, seppur ingenuo, senso del dovere, si butta a capofitto nelle indagini. La sua indagine parte dal presupposto che si tratti di omicidio e non di suicidio o incidente, come la sua stessa gerarchia vorrebbe far credere per non sollevare polveroni.
La sua meticolosità da segugio e la sua testardaggine lo portano a scoprire gradualmente una rete di corruzione, intrighi politici e segreti sessuali che circondano la figura del defunto colonnello. Il vicecommissario si scontra subito con la reticenza dell'ambiente politico e con la connivenza dei suoi superiori, primo fra tutti il Commissario capo De Vita (Alessandro Cutolo), che preferirebbero insabbiare il caso per ragioni di opportunità.
Cruciale per l'indagine è il personaggio di Marisa Santarelli (Franca Tamantini), una ragazza giovane e di umili origini, innamorata di Armando Provetti (Alfredo Leggi), un giovane balordo che la sfrutta. Marisa era in qualche modo legata al colonnello Di Pietro, e la sua testimonianza, se ottenuta, potrebbe far luce sulla notte della morte.
Lombardozzi si muove nel sottobosco romano, tra bordelli, ambienti malfamati e stanze del potere. La sua tenacia lo porta a incastrare Provetti, convincendolo a confessare l'omicidio, sebbene in realtà Provetti non sia l'esecutore materiale, ma una pedina in un gioco molto più grande.
Il culmine drammatico e satirico del film arriva quando Lombardozzi riesce finalmente a portare il caso in tribunale e a svelare la verità: l'omicidio del colonnello Di Pietro non è stato un gesto passionale, ma un atto quasi accidentale avvenuto durante un'orgia e poi coperto dalle alte sfere per proteggere personaggi influenti.
Tuttavia, il trionfo del vicecommissario si rivela una amara sconfitta. La sua integrità si scontra violentemente con la realtà cinica del potere:
L'Assoluzione e l'Insabbiamento: Il processo si conclude con l'assoluzione degli imputati o con pene irrisorie. Il sistema politico e giudiziario si dimostra più interessato a tutelare la propria immagine che a perseguire la giustizia.
L'Isolamento di Lombardozzi: Il vicecommissario viene isolato e penalizzato dai suoi superiori. La sua onestà e il suo scrupolo non vengono premiati, ma puniti come una fastidiosa intromissione.
Il film si conclude con Lombardozzi che, deluso e con la carriera compromessa, abbandona la polizia. Troverà un nuovo impiego più "sicuro" e meno esposto, come rappresentante di commercio per una ditta di pasta di proprietà del padre di Marisa. In un ultimo, significativo atto di dignità personale (non professionale), si vendicherà di Provetti, picchiandolo.
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Alberto Sordi offre in "Il commissario" una delle sue interpretazioni più sfumate e malinconiche. Il suo Dante Lombardozzi è un tipico personaggio sordiano, ma con una componente di tragicità:
Il Burocrate Petulante: È il classico "italiano" pedante e conformista, ossessionato dalle procedure, dalle circolari e dal rispetto delle gerarchie. Il suo meticoloso attaccamento alle regole, inizialmente comico, si trasforma nel suo punto debole di fronte a un sistema che opera fuori da ogni regola scritta.
L'Eroe Fallito: Contrariamente ad altri suoi personaggi più puramente opportunisti, Lombardozzi possiede un fondo di onestà morale e un desiderio di giustizia che lo rendono, a suo modo, un eroe. La sua sconfitta, quindi, non è solo comica, ma amara e drammatica. Sordi incarna perfettamente l'uomo che tenta di rimanere onesto in un Paese dove l'onestà è un ostacolo, non un merito.
L'interpretazione è misurata e profonda, sottolineando l'incapacità dell'individuo, anche quando animato dalle migliori intenzioni, di opporsi alla ragion di stato e al potere consolidato.
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"Il commissario" non è solo un giallo, ma un potente veicolo di satira politica e sociale:
La Corruzione del Potere: Il film mette in scena la profonda corruzione e il marcio che si annidano ai piani alti della politica e delle forze dell'ordine italiane. La verità non è ciò che è accaduto, ma ciò che conviene che sia per il mantenimento dell'ordine e della tranquillità pubblica.
La Sconfitta dell'Onestà: Il destino di Lombardozzi è un commento pessimistico sulla condizione dell'uomo onesto in Italia. Il sistema lo mastica e lo sputa, costringendolo a ripiegare su un'esistenza borghese e anonima, meno minacciosa per il sistema.
La Commedia Amara: Il film si inserisce nel solco della commedia all'italiana che Comencini aveva già esplorato (ad esempio con Tutti a casa), usando l'umorismo come veicolo per la denuncia. La risata è spesso gelida e malinconica, sottolineando la disperazione silenziosa di fronte all'ingiustizia.
In definitiva, "Il commissario" è un film di grande importanza storica, ben diretto e splendidamente interpretato, che offre uno sguardo disincantato e realistico sull'Italia del dopoguerra, un Paese dove la verità può essere ignorata o manipolata dal potere.
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Antebellum è un film del 2020 scritto e diretto da Gerard Bush e Christopher Renz.
"Antebellum" è un film drammatico, thriller e horror del 2020 che ha segnato l'esordio alla regia di un duo creativo di notevole impatto visivo: Gerard Bush e Christopher Renz. Distribuito da Lionsgate e poi reso disponibile in Italia su piattaforme streaming, il film si è immediatamente posizionato al centro di un acceso dibattito critico e pubblico per il modo in cui affronta il tema del razzismo sistemico e il trauma storico della schiavitù americana.
Il titolo, "Antebellum", deriva dal latino e significa "prima della guerra"; nel contesto statunitense, si riferisce specificamente al periodo storico (approssimativamente dal 1781 al 1860) precedente la Guerra Civile Americana, un'epoca tristemente nota per la diffusione della schiavitù e delle piantagioni nel Sud del Paese.
Il film è strutturato in modo da presentare inizialmente due linee narrative apparentemente separate e scollegate, un espediente narrativo che genera un senso di profondo mistero e inquietudine nello spettatore.
Il film si apre con un lungo e suggestivo piano sequenza che stabilisce immediatamente un tono di orrore e desolazione. Siamo in una piantagione di cotone nella Louisiana dell'epoca antebellum. Qui, gli schiavi afroamericani sono tenuti in condizioni disumane. Vengono sistematicamente maltrattati, picchiati, umiliati e privati di ogni diritto e identità personale.
Al centro di questa sezione c'è una giovane donna costretta alla schiavitù di nome Eden (interpretata da Janelle Monáe). Eden è ritratta come una donna silenziosa e stoica, segnata dal trauma e dalla violenza quotidiana, che cerca disperatamente un modo per sopravvivere e mantenere un barlume di dignità, specialmente dopo il fallimento di un tentativo di fuga che ha avuto conseguenze brutali. La sua esistenza è controllata da crudeli sorveglianti e dalla figura di una madame bianca, Elizabeth (Jena Malone), che incarna la malvagità raffinata e sadica del potere coloniale.
In netto contrasto con l'atmosfera cupa e violenta della piantagione, la narrazione si sposta bruscamente nella moderna America. Qui incontriamo Veronica Henley (anch'essa interpretata da Janelle Monáe). Veronica è una donna afroamericana di successo, una sociologa stimata, madre amorevole, moglie felice e un'autrice influente, nota per il suo attivismo e per il suo libro intitolato "La caduta dell'indole mite".
Mentre si trova in viaggio d'affari a New Orleans per promuovere il suo libro, Veronica si concede momenti di vita agiata e moderna con le amiche (tra cui spicca il personaggio comico e schietto di Dawn, interpretata da Gabourey Sidibe). Tuttavia, una serie di eventi strani e inquietanti iniziano a insinuarsi nella sua vita: una misteriosa donna bianca la osserva con un sorriso ambiguo in un ascensore, e Veronica inizia ad avere strani incubi e sensazioni di déjà vu.
La tensione narrativa è costruita interamente sul misterioso collegamento tra Eden e Veronica. Il film gioca sull'ambiguità: si tratta di un sogno? Un flashback ancestrale? Un viaggio nel tempo? Un thriller psicologico?
Il colpo di scena che avviene circa a metà del film rivela una realtà ben più agghiacciante e terrificante: le due linee temporali non sono separate dal tempo, ma da una spaventosa e distorta realtà contemporanea.
Veronica scopre di essere stata rapita e segregata in un'enorme tenuta che è stata trasformata in una vera e propria piantagione à la carte. Si tratta di un'area isolata e segreta, un role-playing malato e brutale, gestito da un gruppo di ricchi fanatici razzisti bianchi, come Elizabeth e il sinistro Blake Denton (Eric Lange), che si travestono da personaggi dell'epoca Antebellum per rivivere e perpetrare gli orrori della schiavitù nel presente. Veronica/Eden è la prigioniera più recente, costretta ad assumere il ruolo della schiava e sottoposta a una violenza psicologica e fisica sistemica volta a spezzarne la volontà.
La seconda metà del film si trasforma in un intenso thriller di sopravvivenza e di vendetta, in cui Veronica deve risvegliare la sua forza interiore e pianificare una fuga audace per smascherare l'atrocità e riconquistare la sua vita.
"Antebellum" è l'opera prima in un lungometraggio per il duo di registi Gerard Bush e Christopher Renz (noti anche come Bush + Renz). Il loro background è principalmente nel campo dei video musicali, delle campagne sociali e dei cortometraggi di alto impatto visivo. Questa esperienza si riflette chiaramente nel film:
Estetica Lucida e Cinematografia Imponente: La fotografia (curata da Pedro Luque) è estremamente curata e patinata, specialmente nella prima metà ambientata nella piantagione, dove colori scuri e composizioni classiche creano un'atmosfera da dramma d'epoca, rendendo l'orrore visivamente palpabile.
Impatto Visivo e Didascalico: I registi hanno un chiaro obiettivo politico e sociale: utilizzare l'orrore della schiavitù per commentare il razzismo persistente nell'America moderna. La scelta di girare su obiettivi d'epoca (usati per Via col vento, secondo un'intervista dei registi) mira a "correggere la storia" usando lo stesso "arsenale".
Nonostante la visione audace, la critica ha spesso diviso il giudizio, accusando il film di essere didattico e di sacrificare la profondità dei personaggi in nome di un unico, grande twist narrativo e di un'estetica a tratti troppo esteriormente elegante per il tema trattato.
La forza emotiva del film poggia quasi interamente sulle spalle del suo cast, in particolare della protagonista:
Janelle Monáe (Veronica Henley / Eden): L'attrice, cantante e icona della moda offre una performance intensa, gestendo con credibilità il contrasto tra l'autorevolezza moderna di Veronica e il silenzioso trauma di Eden. La sua trasformazione da vittima a guerriera della libertà è il motore emotivo della storia.
Jena Malone (Elizabeth): La sua interpretazione è stata notata per la sua inquietante calma e la sua crudeltà glaciale. Elizabeth è il simbolo perfetto dell'ideologia suprematista bianca che si nutre della sofferenza altrui.
Eric Lange (Blake Denton): Interpreta l'antagonista principale, l'ideatore di questa orribile re-enactment, con un'aria di minaccia costante e un fanatismo terrificante.
Gabourey Sidibe (Dawn): Porta un tocco di necessaria leggerezza e modernità, con dialoghi taglienti che servono a radicare il personaggio di Veronica nel presente prima che la sua realtà venga ribaltata.
"Antebellum" ha ricevuto un'accoglienza molto polarizzata.
Critica Professionale: Il film ha ottenuto recensioni prevalentemente negative o miste (con un punteggio basso su Rotten Tomatoes e Metacritic). Molti critici hanno lodato la performance di Janelle Monáe e la qualità visiva del film, ma hanno stroncato la sceneggiatura, giudicandola superficiale e troppo derivativa da altri horror sociali di successo come Get Out di Jordan Peele, senza però eguagliarne la sottigliezza. Il twist è stato spesso definito prevedibile e la rappresentazione della violenza è stata criticata per essere, a tratti, eccessivamente glamorizzata o gratuitamente sensazionalistica.
Reazione del Pubblico: Nonostante il freddo accoglimento della critica, il film ha avuto un buon successo di pubblico, specialmente in streaming durante il periodo della pandemia. Molti spettatori hanno apprezzato l'audacia dell'idea e il forte messaggio politico, percependo la natura triggering del film come un onesto tentativo di affrontare un trauma storico che "non è mai passato", come recita la frase di William Faulkner citata nel film: "Il passato non è mai morto. Non è neppure passato."
Un debutto ambizioso e visivamente potente che, pur avendo diviso la critica per i suoi difetti narrativi, è riuscito nel suo intento principale: forzare lo spettatore a confrontarsi con l'idea che l'orrore della schiavitù non è solo un capitolo chiuso della storia, ma una ferita che continua a manifestarsi in nuove e orribili forme nel presente.
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Chained for Life è un film del 2019 diretto da Aaron Schimberg
La narrazione di "Chained for Life" si svolge prevalentemente dietro le quinte di una produzione cinematografica low-budget e bizzarra, girata in un ospedale abbandonato negli Stati Uniti.
La protagonista è Mabel Fairchild (Jess Weixler), una bellissima e affermata attrice di Hollywood che accetta di "fare un'esperienza" in questo film d'arte-horror diretto da un eccentrico e pretenzioso regista europeo chiamato "Herr Director" (Charlie Korsmo), che parla con un finto accento tedesco (spesso paragonato a un'imitazione parodistica di Werner Herzog).
Il film che stanno girando, un melodramma a tinte horror-sci-fi, si intitola provvisoriamente "The Unthinkable" e tratta esplicitamente di "deformità". Per il cast di supporto, il regista ha ingaggiato una serie di attori con diverse disabilità fisiche o differenze d'aspetto (spesso chiamati in modo spregiativo "freaks" o "aberrations" nel contesto della finzione del film).
Mabel interpreta la parte dell'eroina cieca che, secondo la sceneggiatura del film, si innamora di Rosenthal (Adam Pearson), un attore che interpreta un uomo sfigurato.
Il vero nucleo narrativo di "Chained for Life" non è la trama del film che stanno girando, ma la relazione che si sviluppa tra l'attrice mainstream Mabel e l'attore Rosenthal, sia sul set che fuori.
Mabel è inizialmente a disagio. Non riesce a guardare Rosenthal negli occhi, è turbata dall'ambiente e dalle tematiche di sfruttamento percepite. Lei incarna il punto di vista dello spettatore medio, educato a un'idea rigida e idealizzata della bellezza hollywoodiana.
Rosenthal (interpretato da Adam Pearson, che nella vita reale convive con la neurofibromatosi di tipo I) è un uomo gentile, intelligente, ironico e perfettamente consapevole della sua immagine e di come viene percepito. È un cinefilo, un comico e una figura complessa e umana.
Mentre le riprese procedono, e tra chiacchiere off-screen e scene che si confondono con la realtà, Mabel e Rosenthal iniziano a legare profondamente. La loro relazione, priva di romanticismo convenzionale, costringe Mabel a confrontarsi con i suoi pregiudizi e con la superficialità della sua industria. Il film pone domande fondamentali: Chi sta sfruttando chi? Che cos'è la vera bellezza? Qual è il ruolo di un attore che interpreta una persona con disabilità?
Il film deve gran parte della sua forza alle interpretazioni autentiche e alla scelta del cast.
Jess Weixler (Mabel): Attrice nota per Teeth, offre una performance tragico-comica di una star alle prese con un progetto che mina le sue certezze estetiche e morali.
Adam Pearson (Rosenthal): Attore britannico che aveva già recitato in Under the Skin. La sua presenza è centrale, non solo come personaggio, ma come co-protagonista in un dibattito sulla rappresentazione. Rosenthal è il cuore etico e l'ancora di lucidità del film.
Charlie Korsmo (Herr Director): Offre una performance esilarante e caricaturale del regista ossessionato dall'arte "scomoda", ma forse più preoccupato della sua immagine che non dell'umanità dei suoi attori.
Il cast di contorno include molti attori con disabilità o differenze d'aspetto, che sono parte integrante del dibattito che il film instaura. Schimberg non li usa come semplice attrazione (come storicamente faceva il freak show cinematografico), ma come persone reali e complesse che si relazionano professionalmente e umanamente sul set.
"Chained for Life" è stato acclamato dalla critica per la sua originalità e ambizione intellettuale, ottenendo un raro 100% di approvazione su Rotten Tomatoes e un alto punteggio su Metacritic, a testimonianza della sua riuscita come opera indie complessa e significativa.
Il tema centrale è la rappresentazione della disabilità nel cinema. Il film critica la lunga tradizione di pellicole che hanno utilizzato persone con disabilità o differenze d'aspetto in modi che andavano dallo sfruttamento esplicito (exploitation) alla sentimentale idealizzazione (come in The Elephant Man o Mask). Schimberg ribalta la prospettiva:
Chi è il vero "freak"? Non sono gli attori con differenze fisiche, ma forse il regista pretenzioso o l'attrice mainstream che deve fingere la cecità (simbolo della "cecità" del pubblico e dell'industria).
Il film sfida il pubblico a interrogarsi sul proprio sguardo: Stiamo guardando il film per la sua "arte" o per la curiosità verso gli attori "diversi"?
La contrapposizione tra la "bellezza" di Mabel e l'aspetto di Rosenthal è usata per smantellare i concetti convenzionali di estetica e normalità. Quando Mabel interpreta una donna cieca, è costretta a disattivare la sua "arma" principale, la sua bellezza (spesso definita la sua visibilità), trovandosi su un piano di handicap percepito che inaspettatamente la avvicina a Rosenthal. Entrambi si scoprono incatenati (da qui il titolo, Chained for Life) a un ruolo che la società o l'industria ha imposto loro, basato sul loro aspetto esteriore.
Schimberg gioca con le convenzioni del genere horror e del cinema d'arte, usando l'assurdità del "film nel film" per mostrare quanto possa essere fasulla la ricerca di "verità" artistica da parte di alcuni autori. Il tono leggero e auto-ironico del film principale permette di affrontare argomenti pesanti con grazia e umanità, evitando di cadere nel melodramma o nella predica morale.
"Chained for Life" è un'opera intelligente, complessa e stratificata che usa la lente del cinema per riflettere in modo acuto e umanissimo sul modo in cui percepiamo l'altro e su come l'arte può, nel tentativo di rappresentare, finire per sfruttare. È un film che lascia lo spettatore in un limbo tra sogno e realtà, tra risata e nausea, proprio come auspicato dalla critica.
mubi
Il buio si avvicina (Near Dark), è un film del 1987 diretto da Kathryn Bigelow.
"Il buio si avvicina" (titolo originale: Near Dark) è un film del 1987 diretto e co-sceneggiato da Kathryn Bigelow, con la collaborazione alla sceneggiatura di Eric Red. Nonostante sia stato un flop commerciale all'epoca della sua uscita, oscurato dal più leggero Ragazzi perduti (The Lost Boys), è stato ampiamente rivalutato nel tempo, ottenendo lo status di vero e proprio cult movie e venendo riconosciuto come uno dei film più innovativi e "squarcianti" del cinema statunitense del periodo.
La regia di Kathryn Bigelow è l'elemento che eleva "Il buio si avvicina" ben oltre il semplice film di genere. All'epoca, si trattava della sua prima opera in solitaria (dopo la co-regia di The Loveless), e già manifestava quel talento visionario e violento che avrebbe caratterizzato la sua intera carriera (Point Break, Strange Days, The Hurt Locker).
La Bigelow compie una brillante decontestualizzazione del mito del vampiro, spogliandolo di ogni cliché gotico (niente cripte, aglio, croci o persino il termine "vampiro" viene mai pronunciato) e iniettandovi l'estetica e la narrazione del western e del road movie.
Estetica e Atmosfera: Il film è ambientato nella desolata e polverosa provincia americana (Arizona, Oklahoma, California), richiamando l'immaginario della Frontiera e dei "fuorilegge on the road". Il "buio" del titolo non è l'oscurità gotica, ma l'oscurità calda, sudata e violenta delle notti nel Midwest, attraversata da un furgone di predatori. La violenza è sporca, improvvisa e brutale, un marchio di fabbrica del cinema action della Bigelow.
Contaminazione di Generi: L'intera pellicola è un punto di incontro tra l'horror vampiresco e l'iconografia del Mucchio Selvaggio (The Wild Bunch). I vampiri sono un clan, una famiglia disfunzionale e spietata che vive ai margini della società, muovendosi di notte e compiendo rapine e omicidi. Questa fusione non solo scardina i codici del genere horror, ma offre anche una lettura più profonda della condizione del "diverso" e dell'emarginazione.
Uso della Luce/Buio: La paura del sole (unica vera debolezza dei personaggi) non è solo un espediente narrativo, ma un elemento visivo cruciale. Le scene notturne sono cariche di tensione e spesso illuminate da luci artificiali forti e contrastanti, mentre l'alba rappresenta la morte e la speranza di salvezza.
Il film le valse il Corvo d'Argento al Festival del Fantastico di Bruxelles del 1988, a riprova del suo impatto a livello critico.
Il film inizia nella rurale Oklahoma.
Caleb Colton (Adrian Pasdar) è un giovane e ingenuo campagnolo. Una notte, incontra casualmente la bellissima e misteriosa Mae (Jenny Wright). Tra i due scatta un'immediata e sensuale attrazione. Nonostante le avvisaglie (Mae sembra reticente a farsi toccare e le sue prime parole sono un inquietante "Mordere e morire"), Caleb insiste per un bacio e ottiene invece un morso profondo sul collo, che lo segna per sempre.
Mae, infatti, è un vampiro. Non può resistere all'impulso di morderlo, e all'arrivo dell'alba lo abbandona. Caleb inizia subito a manifestare i sintomi della trasformazione: debolezza, intolleranza alla luce del sole e un'insopprimibile sete di sangue.
Viene rapito dal clan di vampiri di cui fa parte Mae, una famiglia itinerante e borderline che si sposta a bordo di un furgone scrostato:
Jesse Hooker (Lance Henriksen): Il capobranco, un veterano della Guerra Civile (la sua frase "L'abbiamo persa" evoca il suo passato).
Diamondback (Jenette Goldstein): La compagna di Jesse, una figura materna fredda e letale.
Severen (Bill Paxton): Il più feroce, sadico e instabile del gruppo, un vero e proprio "duro" senza scrupoli.
Homer (Joshua John Miller): Un vampiro intrappolato per sempre nel corpo di un bambino, che prova una forte gelosia per Mae e per il nuovo arrivato.
Caleb viene costretto a unirsi al gruppo in un rito di iniziazione brutale: l'unica via per la sopravvivenza è bere sangue umano e accettare la sua nuova natura. Il fulcro del film è la sua lotta interna: non vuole uccidere per bere, e Mae, innamorata di lui, lo protegge dandogli il suo stesso sangue (un atto di profondo amore e sacrificio).
Mentre il gruppo si sposta compiendo violenze lungo le strade del Midwest (la famosa e atroce scena della strage nel bar ne è l'esempio più cruento), Caleb e Mae cercano un modo per fuggire e per invertire la sua trasformazione.
Quando il clan, per ricattare Caleb, rapisce sua sorella Sarah e, in un secondo momento, la sua famiglia (padre Loy Colton e sorella), Caleb e Mae sono costretti all'azione. La famiglia Colton scopre che il sangue di un vampiro appena trasformato come Caleb può essere curato attraverso una trasfusione (un'invenzione narrativa della Bigelow, in linea con l'approccio "scientifico" del film, dove la vampirizzazione è vista quasi come una malattia del sangue).
In un concitato finale, i vampiri vengono costretti ad affrontare l'unica cosa che temono: la luce del sole. Caleb e suo padre riescono a sconfiggerli, ma non prima che il giovane Homer (che cercava di rapire Sarah) venga incenerito dalla luce. Jesse e Diamondback, pur sapendo di andare incontro a morte certa, scelgono di morire insieme nell'auto.
Alla fine, solo Mae e Caleb sopravvivono. Caleb è tornato umano grazie alla trasfusione, mentre Mae, dopo aver ricevuto una trasfusione con il sangue curato di Caleb (in un altro atto di amore reciproco), ritorna anch'ella umana, salvata dalla luce e dall'amore. Il film si conclude con un'immagine di lei che sorride alla luce del sole, finalmente libera dall'oscurità.
Il cast del film è straordinario e noto per la presenza di attori che avevano lavorato insieme nel capolavoro sci-fi Aliens - Scontro finale (diretto dall'ex-marito di Kathryn Bigelow, James Cameron), contribuendo all'atmosfera cruda e intensa.
Adrian Pasdar (Caleb Colton): Il protagonista. La sua performance è centrale nel rappresentare l'innocenza violata e la lotta morale per non soccombere alla brutalità.
Jenny Wright (Mae): Il volto della malinconia e del romanticismo dark. Il suo vampirismo è tratteggiato come una maledizione che la rende allo stesso tempo predatrice e vittima.
Lance Henriksen (Jesse Hooker): Impressionante nella parte del leader carismatico e temibile. La sua interpretazione conferisce profondità e un senso di storia al clan.
Bill Paxton (Severen): La sua performance è indimenticabile. Severen è la pura manifestazione della violenza e del sadismo. La sua risata folle e la sua instabilità lo rendono il personaggio più iconico e terrificante.
Jenette Goldstein (Diamondback): La sua Diamondback è forte e protettiva nei confronti del clan, specialmente di Homer, mantenendo un velo di umanità distorto nel suo amore per Jesse.
Joshua John Miller (Homer): Il vampiro-bambino, una figura tragica che incarna la maledizione dell'immortalità nell'innocenza, con una gelosia distruttiva verso Caleb.
🎼 Altro: Elementi Chiave
Colonna Sonora: La musica dei Tangerine Dream contribuisce in modo significativo all'atmosfera. Il loro sound elettronico, cupo e pulsante, amplifica la sensazione di un viaggio notturno e disperato, dando al film un tocco distintivo degli anni '80 pur mantenendo un'aura senza tempo.
Temi: Il film esplora temi universali come la transizione dall'adolescenza all'età adulta (simboleggiata dalla trasformazione di Caleb), l'amore proibito e la forza del legame familiare (sia la famiglia di sangue di Caleb che il clan surrogato dei vampiri). Il contrasto tra l'umanità e l'abbrutimento è costante.
"Il buio si avvicina" è molto più di un horror; è un'opera d'autore che utilizza il mito del vampiro per parlare di frontiera, disperazione, violenza, solitudine e, in ultima analisi, della forza redentrice dell'amore, rendendolo un capolavoro insuperabile nel suo genere.
PRIME
La bandiera sventola ancora (Edge of Darkness), è un film del 1943 diretto da Lewis Milestone.
L'azione si svolge interamente nel fittizio villaggio costiero di Trollness, in Norvegia, occupato dai Nazisti.
La Resistenza Silenziosa
All'inizio, Trollness è un luogo di resistenza passiva e sotterranea. La vita sembra scorrere normalmente, ma la popolazione ha messo in atto una subdola ma efficace strategia di sabotaggio:
La produzione industriale è ferma o rallentata.
L'attività di pesca è ridotta al minimo.
I soldati tedeschi spariscono o vengono uccisi misteriosamente, mantenendo alta la tensione e l'ansia tra gli occupanti.
I personaggi chiave incarnano le varie sfaccettature della resistenza:
Gunnar Brogge (Errol Flynn), un pescatore e l'uomo d'azione, leader della resistenza locale.
Karen Stensgard (Ann Sheridan), l'insegnante e fidanzata di Gunnar, che usa la sua posizione per mantenere vivo lo spirito patriottico.
Dr. Martin Stensgard (Walter Huston), il padre di Karen, una figura rispettata che usa la sua influenza e la sua professione per aiutare i resistenti.
Il comando tedesco, guidato dal rigido e implacabile Capitano Koenig (Helmut Dantine), cerca in tutti i modi di spezzare la volontà della popolazione. I sospetti e le rappresaglie si moltiplicano, alimentando l'odio.
"La bandiera sventola ancora" (titolo originale: Edge of Darkness) è un film statunitense del 1943 diretto da Lewis Milestone. Prodotto dalla Warner Bros., il film è un chiaro esempio di cinema di propaganda bellica realizzato negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, mirato a sostenere la causa alleata e a celebrare l'eroismo della resistenza nei paesi occupati. Nonostante la sua funzione propagandistica, il film è solido e magistralmente diretto, annoverato tra i migliori del genere degli anni Quaranta.
Lewis Milestone (noto per capolavori come All'Ovest niente di nuovo del 1930) porta in scena la resistenza norvegese con la sua consueta maestria tecnica e un forte senso del dramma umano.
Funzione Propagandistica: Il film fu realizzato nel pieno del conflitto, con l'obiettivo specifico di onorare e ispirare le forze di resistenza in Europa. Sottolinea l'importanza dell'azione collettiva e la convinzione che, anche di fronte a un nemico militarmente superiore, la lotta per la libertà possa prevalere. Il film si conclude, non a caso, con il discorso "Look to Norway" del Presidente Franklin D. Roosevelt, un chiaro appello all'attenzione e all'ispirazione data dal coraggio norvegese.
Struttura Narrativa: Milestone e lo sceneggiatore Robert Rossen (che diventerà poi un apprezzato regista) adottano una struttura narrativa a flashback o, più precisamente, a incorniciatura. L'inizio è ambientato dopo la battaglia, mostrando un aereo tedesco che sorvola il piccolo villaggio di Trollness. Il pilota nota con orrore che sulla palazzina del comando nazista sventola la bandiera norvegese, mentre per le strade non c'è traccia di vita, solo corpi. L'arrivo di un plotone tedesco in cerca di risposte fa partire il racconto del drammatico percorso che ha portato il villaggio dalla resistenza passiva alla rivolta armata. Questa tecnica genera subito una forte tensione e curiosità.
Corale Umanità: Milestone gestisce il cast in modo eccellente, creando un film corale. Nessun personaggio è un eroe solitario; l'enfasi è posta sulla comunità, in cui ogni abitante (il pescatore, il medico, il pastore, l'insegnante) contribuisce alla causa.
La Crisi e la Scelta
La situazione precipita quando, in seguito all'arrivo segreto di agenti alleati e alla promessa di rifornimenti di armi, la comunità deve decidere se passare alla lotta armata. Le armi, inizialmente nascoste, sono al centro di una drammatica scena in cui vengono quasi scoperte.
La decisione viene presa in una riunione clandestina in chiesa, un luogo simbolico di fede e comunità, dove i cittadini di Trollness si votano all'insurrezione.
Il punto di non ritorno è un episodio di violenza personale e disonore. Un soldato tedesco tenta di usare violenza a Karen, e il Dr. Stensgard, suo padre, lo uccide per difenderla. Questo omicidio scatena la reazione feroce di Koenig, che ordina l'immediata cattura di ostaggi e la loro fucilazione in rappresaglia.
L'Insurrezione Finale
Poco prima dell'esecuzione degli ostaggi, il villaggio insorge.
Gli uomini, armati delle armi appena ricevute e guidati da Gunnar e dal Pastore, si lanciano contro i soldati tedeschi.
Le donne e i bambini vengono allontanati in salvo verso le montagne.
La battaglia è feroce e disperata, una mischia brutale e sanguinosa in cui i norvegesi combattono con un coraggio quasi suicida.
Il finale è un susseguirsi di atti drammatici: Karen uccide un soldato tedesco che sta issando la bandiera nazista; i tedeschi vengono sterminati; il Capitano Koenig, di fronte alla disfatta, si toglie la vita. I resistenti norvegesi sopravvissuti, pur a caro prezzo, si dirigono verso le montagne, portando con sé la loro bandiera e la loro ritrovata libertà.
Il film si avvale di un cast di alto livello, alcuni dei quali erano già icone di Hollywood:
Errol Flynn (Gunnar Brogge): Flynn, noto per i suoi ruoli di eroe avventuroso (Robin Hood), in questo film abbandona le vesti dell'eroe romantico per interpretare un leader della resistenza più pragmatico e tormentato. All'epoca, l'attore stava attraversando difficoltà personali (tra cui un processo per stupro), ma la sua performance è comunque solida.
Ann Sheridan (Karen Stensgard): Offre una performance intensa nel ruolo della donna forte, istruita e coraggiosa, simbolo della resilienza femminile.
Walter Huston (Dr. Martin Stensgard): L'interpretazione del medico anziano e rispettato dona al film un peso morale significativo.
Helmut Dantine (Capitano Koenig): Dantine è eccellente nel ritrarre la figura del rigido ufficiale nazista, la cui disciplina si scontra con la resistenza indomabile del popolo norvegese.
Fotografia: La fotografia in bianco e nero di Sidney Hickox è caratterizzata da forti contrasti e un efficace uso del chiaroscuro, che amplifica il senso di oppressione e la drammaticità delle scene notturne e di combattimento.
Musica: Le musiche di Franz Waxman contribuiscono a sostenere il ritmo teso e l'emozione, soprattutto nelle scene clou dell'insurrezione.
Temi: Il film celebra l'importanza della libertà e della dignità umana di fronte alla tirannia, enfatizzando come la solidarietà e l'azione collettiva siano armi più potenti di qualsiasi esercito. È un film che, pur radicato nel suo contesto storico, offre un ritratto senza sconti della brutalità dell'occupazione e del prezzo della resistenza.
"La bandiera sventola ancora" rimane un potente documento del cinema bellico, un esempio di come Hollywood abbia saputo mobilitare il suo talento a sostegno della causa alleata, regalando al pubblico un'opera drammatica e toccante.
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Blow Out, è un film del 1981 diretto da Brian De Palma.
"Blow Out" è un film del 1981 scritto e diretto da Brian De Palma, con protagonisti John Travolta, Nancy Allen e John Lithgow. È un'opera che trascende il genere thriller per diventare una profonda e auto-riflessiva meditazione sulla verità, la manipolazione mediatica e il ruolo del cinema nell'era della cospirazione politica.
Il film è un omaggio e al tempo stesso una rielaborazione di due opere fondamentali del cinema d'indagine:
"Blow-Up" (1966) di Michelangelo Antonioni, dove un fotografo scopre un possibile omicidio attraverso le sue foto (l'aspetto visivo).
"The Conversation" (1974) di Francis Ford Coppola, dove un esperto di sorveglianza audio scopre un complotto attraverso le sue registrazioni (l'aspetto uditivo).
De Palma fonde questi elementi, ponendo l'attenzione sul potere dell'audio come prova inconfutabile, una "verità" spesso manipolata o ignorata dai media e dal potere.
La regia di Brian De Palma in Blow Out è un vero catalogo della sua straordinaria maestria tecnica e delle sue ossessioni tematiche.
Lo Stile De Palmiano: Il film è saturo delle cifre stilistiche del regista:
Split-Screen e Soggettive: De Palma utilizza lo split-screen e la soggettiva per creare un senso di disorientamento e paranoia, spesso rendendo lo spettatore complice involontario o voyeur degli eventi.
Slow Motion e Carrelli a 360°: Usati per enfatizzare i momenti di massimo dramma o scoperta. La scena dell'incidente, in particolare, è girata con una fluidità e una potenza visiva che la rendono immediatamente iconica.
Voyeurismo e Ossessione: Il protagonista, Jack Terry, è un fonico, un "voyeur del suono" il cui lavoro consiste nell'ascoltare e registrare. Questa ossessione per l'ascolto e la riproduzione della realtà è un tema centrale ricorrente nel cinema di De Palma.
Il Cinema come Verità e Falsità: Blow Out è anche un film sul cinema stesso. Jack lavora nel sottobosco dei B-movie (la sequenza iniziale della gag dello slasher è un brillante film nel film). De Palma usa questo espediente per riflettere sulla "verità" dell'immagine e del suono nel media. Se la telecamera può mentire "24 volte al secondo", il nastro audio di Jack diventa l'unica prova oggettiva, seppur invisibile, della verità di un omicidio.
L'Estetica Neo-Noir: L'ambientazione a Filadelfia (spesso rappresentata di notte, con luci forti e ombre profonde) e l'uso di colori saturi (specialmente blu e rosso) conferiscono al film un'atmosfera neo-noir intensa e malinconica, supportata dalle musiche tese e melodrammatiche di Pino Donaggio.
La narrazione si apre con Jack Terry (John Travolta), un tecnico del suono di Filadelfia che lavora per B-movie horror di serie Z. Jack è un professionista ossessionato dalla ricerca del "suono perfetto" ed è tormentato dal suo passato, quando la sua negligenza portò alla morte di un informatore di polizia.
Una sera, mentre è in giro a registrare suoni di repertorio in una zona isolata per un nuovo film, assiste a un incidente d'auto. L'auto, con lo pneumatico forato, sbanda e precipita in un fiume.
Jack si getta in acqua e riesce a salvare una passeggera, Sally Bedina (Nancy Allen), una escort. L'uomo alla guida, invece, muore annegato. Quell'uomo era il Governatore George McRyan, un candidato presidenziale molto popolare e sposato.
Le autorità e i media liquidano l'episodio come un tragico incidente automobilistico causato dallo scoppio dello pneumatico, unito allo scandalo di una escort a bordo (chiaro riferimento al caso di Chappaquiddick che coinvolse Ted Kennedy).
Tuttavia, Jack riascoltando il suo nastro audio si rende conto che la realtà è ben diversa: prima dello scoppio dello pneumatico (il blow out), la registrazione capta inequivocabilmente il suono di un colpo di pistola. L'incidente non è tale, ma un assassinio politico.
Jack, desideroso di riscattarsi dal senso di colpa per il suo errore passato, decide di indagare. Si unisce a Sally per ricostruire l'accaduto e mettere in salvo la prova sonora. Nel frattempo, i mandanti dell'omicidio politico ingaggiano un killer professionista, Burke (John Lithgow), per eliminare Sally, l'unica testimone vivente, e distruggere qualsiasi prova.
La caccia si fa serrata:
Jack utilizza la sua conoscenza delle tecniche audio e cinematografiche per montare le prove e tentare di svelare la verità.
Burke manipola i media e usa un complice per adescare Sally.
Il culmine drammatico avviene durante una parata per la "Campana della Libertà". Jack si affanna, nel caos della folla e della confusione, per avvertire Sally. Nonostante tutti i suoi sforzi, l'intervento di Burke è fatale: l'assassino pugnala Sally a morte.
Jack arriva troppo tardi. Il suo incubo si ripete: non è riuscito a salvare la donna. L'ultima inquadratura di Jack è straziante, mentre Burke e Sally vengono dati per morti in uno scontro risolto e i media insabbiano la verità.
Il film si conclude con un punchline drammatico e agghiacciante: Jack, incapace di salvare Sally nella vita reale, non ha altro che il suo urlo di morte. Usando il suo talento da fonico, decide di inserire quel grido nel soundtrack del B-movie su cui stava lavorando. L'urlo di verità viene trasformato in un effetto sonoro di finzione, l'unica immortalità concessa alla vittima.
John Travolta (Jack Terry): Travolta offre una delle sue migliori e più intense performance drammatiche. Il suo Jack è un personaggio vulnerabile, ossessionato dalla redenzione, la cui trasformazione da cinico tecnico a investigatore paranoico è il motore emotivo del film.
Nancy Allen (Sally Bedina): La Allen, all'epoca compagna di De Palma, interpreta una figura complessa e tragica. Sally è una damsel in distress (damigella in pericolo) depalmiana, non totalmente innocente ma intrappolata in un gioco molto più grande di lei. La sua morte brutale è il colpo di grazia alla speranza.
John Lithgow (Burke): Lithgow è terrificante nel ruolo del villain freddo e metodico. Burke non è un killer impulsivo, ma l'incarnazione della violenza del potere, che uccide non per rabbia ma per necessità politica.
Paranoia e Cospirazione: Il film cattura perfettamente il clima di paranoia politica negli Stati Uniti post-Watergate e post-assassinio di JFK, dove si percepisce che la realtà è sempre controllata e manipolata da forze oscure.
L'Inafferrabilità della Verità: Blow Out dimostra che anche quando la verità è oggettiva (un suono registrato), il potere dei media e della politica può distorcerla o sopprimerla, trasformando la realtà in finzione e la finzione in realtà accettata.
Senso di Colpa e Redenzione Fallita: Il dramma finale di Jack è la sua incapacità di sfuggire al suo passato. Nonostante tutti gli sforzi per "fare la cosa giusta" e salvare Sally, la sua ossessione tecnica non può superare la forza bruta della cospirazione. La sua redenzione è macchiata dal fallimento.
Con la sua tensione implacabile e la sua profonda intelligenza critica, Blow Out è ampiamente considerato un classico del thriller moderno e un'opera essenziale per comprendere il cinema di Brian De Palma.
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Manicomio (Bedlam), è un film del 1946 diretto da Mark Robson.
Manicomio (titolo originale: Bedlam) è un'opera cinematografica statunitense del 1946, classificabile nei generi Drammatico, Horror e Thriller. Con una durata di circa 79-80 minuti, questo film rappresenta l'ultima e significativa collaborazione tra il celebre produttore Val Lewton e l'icona del cinema dell'orrore Boris Karloff, all'interno della fortunata serie di pellicole a basso costo prodotte per la RKO Radio Pictures.
Il film trae la sua ispirazione visiva e tematica dal celebre ciclo di dipinti di William Hogarth intitolato La carriera di un libertino (A Rake's Progress), in particolare dalla tavola che ritrae la famigerata istituzione londinese.
Il film è diretto da Mark Robson, un fidato collaboratore di Val Lewton. Robson, che aveva iniziato come montatore, era già noto per aver diretto altri film di successo all'interno del ciclo Lewton, come L'Isola dei Morti (Isle of the Dead, 1945), anch'esso con Boris Karloff. La sua regia si distingue per la capacità di creare un'atmosfera opprimente e inquietante, tipica delle produzioni di Lewton, dove l'orrore non è dato tanto dal mostro visibile, quanto da un'angoscia psicologica e da un uso sapiente delle ombre e della messa in scena. Manicomio è un esempio lampante di come il regista riesca a bilanciare la tensione drammatica con elementi quasi documentaristici sulla condizione dei malati.
La sceneggiatura è accreditata a Mark Robson e Val Lewton (quest'ultimo con lo pseudonimo di Carlos Keith). Il lavoro di scrittura è cruciale per la riuscita del film, in quanto non si limita a proporre una semplice storia horror, ma sviluppa un'incisiva critica sociale e un dramma storico ambientato nella Londra del 1761. La sceneggiatura è l'elemento che trasforma una potenziale pellicola di serie B in un'opera con un messaggio profondo sulla disumanità e la necessità di riforma.
Il film è ambientato nella Londra del 1761 e ruota attorno al Bethlem Royal Hospital, universalmente noto come Bedlam, il primo e più famigerato manicomio d'Inghilterra. All'epoca, Bedlam era un luogo di orrore e degrado, dove i malati di mente venivano trattati in modo disumano e spesso sfruttati come "fenomeni da baraccone" per il divertimento della ricca società londinese, che pagava per assistere alle loro manifestazioni di follia.
Al centro della narrazione c'è Nell Bowen (Anna Lee), una giovane e intraprendente attrice e protetta di Lord Mortimer (Billy House), un uomo di potere. Nell viene a contatto con il direttore generale e farmacista di Bedlam, il sadico Maestro George Sims (Boris Karloff). Sims è una figura malvagia e senza scrupoli che gestisce il manicomio con una crudeltà inaudita, sfruttando i pazienti e ricavando profitti dalla loro miseria.
Inorridita dalle condizioni degradanti in cui vivono i reclusi e dal trattamento disumano a cui sono sottoposti, Nell decide di battersi per una riforma dell'istituto. Viene incoraggiata in questa sua missione da Hannay (Richard Fraser), un quacchero che crede nell'umanità e nella necessità di trattare i malati con dignità.
Nell cerca di convincere Lord Mortimer a intervenire e a denunciare le atrocità di Sims, ma il direttore, astuto e influente, riesce a manipolare la situazione. Con l'aiuto di Lord Mortimer, Sims ordisce un piano per far dichiarare Nell insana di mente e la fa internare a Bedlam, dove spera di farla tacere per sempre sottoponendola allo stesso trattamento brutale riservato agli altri pazienti.
Rinchiusa nel manicomio, Nell sperimenta in prima persona l'orrore della reclusione, l'abbandono e la violenza psicologica. Tuttavia, la sua determinazione non viene meno. Al contrario, il contatto diretto con gli internati le permette di sviluppare un'empatia ancora maggiore e di diventare una guida per loro.
Il culmine del dramma si ha quando gli internati, spinti dalla paura e dalla rabbia per il continuo maltrattamento, si ribellano contro Sims. In una sequenza ricca di tensione, Sims viene giudicato e condannato dai suoi stessi prigionieri, che lo seppelliscono vivo all'interno di un muro del manicomio.
Nell viene liberata da Hannay e, per evitare ritorsioni, la sorte di Sims viene mantenuta segreta. Il film si conclude con la speranza: grazie all'impegno di Nell e del politico John Wilkes (un personaggio storicamente noto per le sue posizioni progressiste), le riforme tanto agognate vengono finalmente avviate, trasformando Bedlam in un luogo di cura più umano.
Il film beneficia di un cast solido, guidato da un'interpretazione memorabile dell'antagonista.
Boris Karloff nel ruolo di Maestro George Sims: Karloff offre una delle sue interpretazioni più sinistre e sadiche. Il suo Sims non è un mostro sovrannaturale, ma un uomo che abusa del suo potere in modo terrificante. La sua presenza imponente e il suo sguardo glaciale rendono il personaggio un simbolo della disumanità istituzionale.
Anna Lee nel ruolo di Nell Bowen: L'attrice interpreta con convinzione la coraggiosa protagonista, che evolve da giovane donna viziata a riformatrice determinata, capace di resistere all'orrore del manicomio.
Billy House nel ruolo di Lord Mortimer: Il protettore aristocratico di Nell, inizialmente frivolo e compiacente con Sims, che rappresenta la pigrizia morale dell'alta società.
Richard Fraser nel ruolo di Hannay: Il quacchero, figura morale del film, che incarna i valori di compassione e giustizia.
Manicomio è molto più di un film horror. È un'opera con una forte componente di critica sociale, tipica dello stile di Val Lewton.
Orrore Istituzionale e Sociale: L'orrore non risiede in un mostro fittizio, ma nella crudele realtà del trattamento dei malati di mente nel XVIII secolo. Il vero "mostro" è il sistema, incarnato dalla figura di Sims, e la cieca indifferenza della società.
L'Umanità dei "Pazzi": Il film ribalta la percezione comune, suggerendo che spesso i veri pazzi sono coloro che detengono il potere e abusano di esso, come Sims, mentre i reclusi, pur con le loro afflizioni, dimostrano una sorprendente umanità e solidarietà.
Il Ciclo Val Lewton: Bedlam è l'ultimo film del celebre "ciclo Lewton" per la RKO, noto per aver elevato il genere horror a un livello più intellettuale e atmosferico. Lewton lavorava con budget ridotti, ma utilizzava l'illuminazione, l'atmosfera e la suggestione psicologica per creare un orrore raffinato, lontano dagli shock visivi espliciti.
In conclusione, Manicomio (Bedlam) è un classico d'atmosfera che, pur rientrando nel genere horror-thriller, utilizza la sua cornice per lanciare una potente accusa contro la disumanità istituzionale, offrendo uno sguardo crudo e storicamente informato sulle condizioni dei manicomi dell'epoca. L'interpretazione di Boris Karloff è centrale per il suo successo duraturo.
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Il film Manicomio è apertamente e profondamente ispirato a una delle opere più celebri e incisive di William Hogarth (1697–1764), il pittore e incisore inglese noto per le sue serie di dipinti satirici e moraleggianti che criticavano la corruzione e la dissolutezza della società del suo tempo.
L'ispirazione diretta per il film proviene dalla serie di otto dipinti (e successive stampe) intitolata A Rake's Progress (letteralmente: La Carriera di un Libertino), realizzata da Hogarth tra il 1732 e il 1734.
La serie narra la parabola discendente di Tom Rakewell, un giovane erede che spreca la sua fortuna in lussi, gioco d'azzardo, prostituzione e vita dissoluta, finendo in rovina.
Il legame più cruciale per il film è l'ottava e ultima tavola della serie, intitolata "The Madhouse" (o anche "Il Libertino a Bedlam").
Il Soggetto: Questa scena ritrae il destino finale di Tom Rakewell, che, impazzito a causa dei suoi eccessi e del suo fallimento, finisce rinchiuso nel Bethlem Royal Hospital (Bedlam), il famigerato manicomio di Londra.
L'Orrore Documentato: Hogarth non si limitò a immaginare il luogo; egli disegnò la scena dopo aver visitato il vero manicomio di Bedlam. Il dipinto è un ritratto raccapricciante e dettagliato della sofferenza e del degrado: i pazienti sono nudi o seminudi, incatenati, deliranti, e spesso si comportano in modi bizzarri o violenti.
La Critica Sociale: Il quadro non critica solo la follia del protagonista, ma anche la società stessa. Sulla destra del dipinto, si vedono due dame dell'alta società che sono venute a visitare Bedlam (la cosiddetta "visita ai lunatici" era un passatempo popolare e a pagamento per i ricchi londinesi), guardando gli internati come se fossero un'attrazione da circo.
L'influenza di Hogarth sul film Manicomio (1946) è triplice: visiva, tematica e persino nel merito produttivo.
Scenografia e Fotografia: Il regista Mark Robson e il produttore Val Lewton utilizzarono il dipinto di Hogarth come una sorta di "Art Director" (direttore artistico virtuale). Le ambientazioni di Bedlam nel film, con le celle umide, i corridoi bui illuminati da fioche luci e l'aspetto spettrale degli internati, sono una trasposizione cinematografica diretta dell'atmosfera lugubre e caotica ritratta da Hogarth.
L'Intrattenimento dei Ricchi: Il film riprende fedelmente il macabro dettaglio della tavola finale: la scena in cui il crudele Maestro Sims (Boris Karloff) organizza degli "spettacoli" con i pazienti per divertire l'aristocratico Lord Mortimer (Billy House) è una ricreazione del concetto di "visita ai lunatici" di Hogarth, ponendo l'accento sulla depravazione morale di chi si diverte della miseria altrui.
La Verità dell'Orrore: Come Hogarth, Lewton e Robson usano l'orrore per veicolare una critica sociale tagliente. L'obiettivo del film, come quello del dipinto, è denunciare la brutalità del trattamento dei malati di mente e la complicità della società che permetteva un tale abuso.
L'Inversione dei Ruoli: Il film, al pari della satira di Hogarth, suggerisce che la vera follia risiede nell'egoismo e nella crudeltà di figure come Sims e Lord Mortimer, piuttosto che nei pazienti. La protagonista Nell Bowen viene definita "pazza" proprio perché osa sfidare lo status quo e chiedere un trattamento umano, portando all'apice l'ironia sociale.
L'influenza di Hogarth era talmente centrale per la produzione che, in un gesto insolito per l'epoca, il pittore fu persino accreditato nei titoli di testa del film (spesso citato come ispirazione o talvolta con un writing credit onorario), a sottolineare come il suo lavoro fosse la vera fonte narrativa e morale del progetto.
In sostanza, Manicomio (Bedlam) non è solo un film horror, ma una rielaborazione in chiave gotica e drammatica di una delle più potenti opere di denuncia sociale dell'arte inglese, rendendo il film un importante veicolo di riflessione storica e morale.
Ballad of a Small Player è un film del 2025 diretto da Edward Berger
"Ballad of a Small Player" è un thriller psicologico britannico uscito nel 2025, che ha suscitato notevole interesse non solo per la sua ambientazione esotica e l'intrigante trama, ma anche per la regia di un nome di spicco come Edward Berger e un cast stellare. Il film è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Lawrence Osborne pubblicato nel 2014, con la sceneggiatura curata da Rowan Joffé.
Il film è diretto da Edward Berger, un regista tedesco che ha guadagnato fama internazionale e riconoscimenti di alto livello (tra cui un Premio Oscar e numerosi BAFTA) per la sua opera precedente, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" del 2022.
Lo Stile di Berger: Dopo l'epica bellica e l'intensità drammatica di "Niente di nuovo sul fronte occidentale", Berger si cimenta con un genere diverso, un thriller psicologico ambientato nel mondo scintillante e corrotto dei casinò di Macao. La critica ha notato come Berger abbia infuso nel film un'estetica visiva particolarmente stilizzata e vibrante, caratterizzata da una palette di colori accesi, spesso neon-infusi, e da una meticolosa cura per i dettagli visivi. Alcuni recensori hanno addirittura paragonato lo stile a tratti "febbrile e sognante" o "cartoonesco ma ambizioso", pur riconoscendo in esso l'eleganza registica tipica del cineasta. Il film mira a creare un'atmosfera malinconica e surreale che rispecchia il precario stato mentale del protagonista.
Contrasti e Critiche: Sebbene l'eleganza visiva sia stata ampiamente riconosciuta, parte della critica ha espresso perplessità sul tentativo di Berger di fondere la sincerità moderna con la natura classica della storia del gioco d'azzardo e della fuga, ritenendo che la stilizzazione a volte prevalga sulla profondità emotiva o sulla coesione narrativa. Il film cerca di essere molte cose contemporaneamente - audace ma familiare, stilizzato ma sincero - in una miscela che non sempre è riuscita a convincere tutti.
La storia si concentra su Lord Doyle (interpretato da Colin Farrell), un avvocato britannico un tempo di successo, ma ora un abile truffatore che ha sottratto ingenti somme di denaro a clienti facoltosi.
L'Esilio a Macao: Per sfuggire alle autorità, ai creditori e al suo passato burrascoso, Lord Doyle si auto-esilia a Macao, l'ex colonia portoghese e attuale capitale mondiale del gioco d'azzardo. Qui, tenta di mantenere un basso profilo, trascorrendo le notti sui tavoli da baccarà, bevendo pesantemente e scommettendo quel poco che gli resta, o ciò che riesce ancora a racimolare con il suo fascino da high-roller fallito. Il suo stile di vita da "grande scommettitore" è un'illusione che crolla sotto il peso di debiti crescenti e l'ansia che lo rende mentalmente instabile e soggetto ad allucinazioni.
L'Inseguimento: La sua disperata fuga è complicata dall'arrivo di Cynthia Blithe (interpretata da Tilda Swinton), un'investigatrice privata ingaggiata dal governo britannico (o dai creditori, a seconda delle fonti) per rintracciarlo e confrontarlo con le accuse di frode. Cynthia rappresenta la personificazione del passato che Doyle sta cercando in ogni modo di lasciarsi alle spalle.
L'Incontro Enigmatico: La vita solitaria e in declino di Doyle subisce una svolta inattesa quando incontra Dao-Ming (interpretata da Fala Chen), una misteriosa impiegata del casinò con i suoi segreti e un'aura enigmatica. Lei è colei che, inaspettatamente, gli offre una possibile via d'uscita o, forse, la chiave per la sua redenzione. L'incontro con Dao-Ming coincide con una serie di successi apparentemente innaturali ai tavoli da gioco, portando Doyle a navigare in una realtà sempre più sfocata tra illusioni, colpa e la ricerca di un significato.
Il film è una storia introspettiva di colpa, dipendenza e disperazione ambientata in uno scenario crepuscolare. Doyle è descritto come una figura patetica, un antieroe che deve affrontare una resa dei conti surreale, cercando disperatamente la salvezza.
Il film "Ballad of a Small Player" si avvale di un cast di attori di grande spessore, guidati da nomi noti a livello internazionale, che danno vita ai complessi personaggi creati da Lawrence Osborne e adattati per lo schermo da Rowan Joffé.
Il protagonista indiscusso è Lord Doyle, interpretato da Colin Farrell. Doyle è la figura centrale della storia: un avvocato britannico un tempo rispettabile, ma ora un abile truffatore in fuga. La sua vita è dominata dalla dipendenza dal gioco d'azzardo e dall'alcol, e si nasconde a Macao nel tentativo disperato di sfuggire ai creditori e alle conseguenze del suo passato. Farrell offre un'interpretazione intensa e complessa di questo antieroe fallito, cercando di catturare la sua disperazione e il suo isolamento interiore. La performance è stata descritta in modi diversi dalla critica, ma ha universalmente riconosciuto l'impegno dell'attore nel ritrarre la discesa nel caos psicologico del personaggio.
Ad inseguire Doyle dal Regno Unito c'è Cynthia Blithe, interpretata da Tilda Swinton. Cynthia è un'investigatrice privata (o una figura mandataria dei creditori) incaricata di rintracciare Doyle per frode e farlo confrontare con la realtà che ha abbandonato. Il personaggio funge da spietato promemoria del passato di Doyle e della sua inevitabile resa dei conti. La Swinton è nota per le sue interpretazioni trasformative, ma il suo ruolo in questo film ha suscitato qualche dibattito. Alcuni critici hanno trovato il personaggio di Cynthia Blithe eccessivamente stilizzato o persino comico nel suo aspetto e nel suo contegno, percependo la performance della Swinton come un tocco di "levità fuori luogo" che, per alcuni, ha sminuito la tensione del thriller.
Nel cuore del labirinto di Macao, Doyle incontra Dao-Ming, interpretata da Fala Chen. Dao-Ming è una misteriosa e affascinante impiegata del casinò (a volte descritta come un "broker non ufficiale") che entra nella vita solitaria di Doyle. Lei rappresenta un potenziale catalizzatore per la sua redenzione o, forse, un'ulteriore complicazione nel suo percorso di autodistruzione. La sua presenza enigmatica e i suoi segreti aggiungono un elemento di mistero alla trama. Nonostante la sua interpretazione magnetica, la critica ha lamentato che il personaggio di Dao-Ming non sia stato esplorato con sufficiente profondità, riducendola in alcune letture a una figura quasi mitica o stereotipata nel viaggio del protagonista maschile.
Il cast è arricchito anche dalla presenza di attori come Alex Jennings e l'attrice di Hong Kong Deanie Ip, sebbene i dettagli specifici sui loro personaggi e sul loro ruolo esatto nella narrativa non siano i punti focali nelle prime sinossi.
Nel complesso, il cast di "Ballad of a Small Player" è la sua forza portante, con Farrell, Swinton e Chen che incarnano il dramma psicologico travolgente ambientato contro lo sfondo eccessivo e seducente di Macao.
Prima Mondiale: Il film ha avuto la sua anteprima mondiale al 52° Telluride Film Festival il 29 agosto 2025. È stato anche presentato al Toronto International Film Festival.
Distribuzione: La distribuzione del film è curata da Netflix, che lo ha reso disponibile sulla sua piattaforma di streaming a partire dal 29 ottobre 2025.
Sceneggiatura: Rowan Joffé (basato sul romanzo di Lawrence Osborne)
Musiche: Volker Bertelmann (collaboratore abituale di Berger e vincitore dell'Oscar per "Niente di nuovo sul fronte occidentale")
Fotografia: James Friend
Durata: 102 minuti (1h 41m)
Paese: Regno Unito
Genere: Thriller Psicologico / Dramma
In sintesi, "Ballad of a Small Player" si presenta come un'opera visivamente audace e stravagante, che utilizza l'ambiente scintillante e degradato di Macao come sfondo per un'esplorazione della dipendenza, della colpa e del disperato desiderio di fuga e redenzione di un uomo distrutto. La combinazione del talento registico di Edward Berger e di un cast di alto livello, in particolare Colin Farrell nel ruolo centrale, ne fa un titolo di rilievo del 2025, sebbene non privo di punti di vista contrastanti sulla sua efficacia complessiva.
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The Toxic Avenger è un film del 2025 diretto da Macon Blair.
The Toxic Avenger del 2025 è un film che si presenta come il reboot dell'omonimo cult del 1984, capostipite della saga cinematografica prodotta dalla casa indipendente Troma Entertainment. Questo progetto, molto atteso, si colloca come il quinto capitolo della serie e tenta di rivitalizzare l'iconico antieroe del cinema splatter per un pubblico contemporaneo, pur mantenendo lo spirito irriverente e satirico dell'originale.
Il film è stato distribuito in Italia da Eagle Pictures con una data di uscita fissata al 30 ottobre 2025, mentre negli Stati Uniti è uscito nell'agosto 2025, dopo un'anteprima mondiale al Fantastic Fest nel settembre 2023. La produzione è curata da Legendary Pictures in collaborazione con la Troma Entertainment, con Lloyd Kaufman, co-regista e creatore del film originale, che figura tra i produttori, garantendo un legame con le radici del franchise.
La trama ruota attorno a Winston Gooze, un uomo comune e un umile inserviente di fabbrica, interpretato da Peter Dinklage. Winston è descritto come un individuo schiacciato da turni massacranti, ignorato dalla società e, nella narrazione del reboot, è il patrigno di un figlio che cerca di proteggere.
La sua vita subisce una svolta tragica e grottesca quando, nel tentativo di compiere un furto ai danni della sua stessa azienda, cade accidentalmente (o viene gettato, a seconda delle interpretazioni della sinossi) in una vasca di rifiuti tossici e acidi. L'esposizione a queste sostanze corrosive lo deforma orribilmente, trasformandolo in un mostro mutante, Toxie, noto alla stampa come il Toxic Avenger o "Il Vendicatore Tossico".
Winston/Toxie rinasce con muscoli e cicatrici, armato del suo fedele mocio radioattivo, e inizia la sua crociata per la giustizia. Il suo obiettivo primario diventa sconfiggere i magnati spietati e corrotti che hanno inquinato la comunità e che sono indirettamente responsabili della sua orribile trasformazione. Il film si sviluppa come una dark-comedy splatter e un'amara satira del mondo dei supereroi, del capitalismo selvaggio e della corruzione ambientale. La motivazione della sua vendetta diventa ancora più pressante quando i magnati, personificati dal diabolico CEO Bob Garbinger (Kevin Bacon), minacciano suo figlio, Wade (Jacob Tremblay). In un mondo marcio e avido, Toxie è costretto a scatenare la sua furia contaminata, diventando un mostro, ma l'unico capace di portare una giustizia sanguinosa e fuori norma.
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Il film è interamente scritto e diretto da Macon Blair, un nome noto nel panorama indipendente per il suo lavoro di attore e regista. Blair ha già dimostrato la sua sensibilità per la commedia nera e i toni pulp con il suo debutto alla regia, I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017), vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival.
Per The Toxic Avenger, Blair ha optato per una rilettura che onora il cult Troma ma lo rende più accessibile a un pubblico mainstream, pur mantenendo gli elementi essenziali di violenza grottesca (gore) e satira politica e sociale. I critici hanno notato che il film, pur non raggiungendo il puro disgusto visivo dell'originale, utilizza il gore in modo deliberatamente esagerato e "fumettistico", in parte grazie all'uso di effetti pratici affiancati da VFX mirati, come confermato dallo stesso Blair.
Blair ha cercato di combinare la farsa e l'autoironia tipiche della Troma con temi ambientali e una critica alla crisi contemporanea dei cinecomic, realizzando un'opera che si prende apertamente gioco del genere supereroistico con intelligenza e coerenza. Il risultato è un film di azione/commedia/horror dalla durata di circa 102-103 minuti.
Il cast del reboot vanta nomi di alto profilo che conferiscono spessore al progetto:
Peter Dinklage (noto per Game of Thrones) interpreta il protagonista, Winston Gooze / Toxic Avenger. La sua performance è stata elogiata per aver dato dignità e un tocco di malinconica umanità all'anti-eroe deforme. Nonostante le protesi e il trucco pesante per il personaggio di Toxie, la sua voce è stata doppiata in post-produzione, mentre l'attrice Luisa Guerreiro ha indossato la full-body suit di Toxie per le scene fisiche.
Kevin Bacon interpreta il ruolo del magnate malvagio, Bob Garbinger, il principale antagonista, descritto come un CEO diabolico e odioso che incarna la corruzione contemporanea.
Elijah Wood (celebre per Il Signore degli Anelli) è Fritz Garbinger, il fratello di Bob, in un ruolo descritto come "memorabile" e particolare, spesso con un aspetto inquietante o insolito, caratteristico della vena dark-comedy del film.
Jacob Tremblay interpreta Wade Gooze, il figlio (o patrigno) di Winston, la cui incolumità scatena la furia vendicatrice di Toxie.
Taylour Paige è J.J. Doherty.
Julia Davis è Kissy Sturnevan.
Sarah Niles interpreta il Sindaco Togar.
Jonny Coyne è Thad Barkabus.
Il cast include anche camei e ruoli secondari di spessore, come Macon Blair stesso in una piccola parte, e il coinvolgimento del leggendario Lloyd Kaufman, figura chiave della Troma.
Sebbene alcuni critici abbiano espresso scetticismo riguardo la necessità di un remake di un cult Troma, molti hanno lodato Blair per aver realizzato un film divertente, politicamente scorretto e onesto, che riesce a essere al tempo stesso un tributo al materiale originale e un'opera autonoma. Viene spesso sottolineato come il film sia una satira ben costruita, sebbene alcuni ritengano che il cinema dei supereroi contemporaneo sia ormai difficile da parodiare su questi binari. La pellicola è stata vista come un tentativo riuscito di riportare il B-movie e il suo spirito ribelle al grande pubblico, grazie anche a un budget maggiore e a un cast stellare rispetto all'originale.
Il film, pur non prendendosi mai sul serio, affronta temi attuali come la corruzione aziendale e l'inquinamento ambientale, filtrandoli attraverso la lente grottesca e splatter del Toxic Avenger.
The Toxic Avenger, è un film del 1984, diretto da Lloyd Kaufman e Michael Herz
Titolo Originale: $The\ Toxic\ Avenger$
Anno: 1984 (uscita originale negli USA: 11 Aprile 1986)
Genere: Horror, Commedia Nera, Azione, Splatter, B-Movie
Paese: USA
Durata: 1 ora e 27 minuti (Versione Director's Cut: 1 ora e 50 minuti)
Produzione: Troma Entertainment
Budget Stimato: circa $475.000
La pellicola è ambientata nell'immaginaria, corrotta e degradata cittadina di Tromaville, nel New Jersey, il palcoscenico ideale per le follie della Troma. Il protagonista è Melvin Ferd (interpretato da Mark Torgl), un ragazzo sgraziato, imbranato e deriso, che lavora come "mop boy" (ragazzo delle pulizie, spesso armato di spazzolone) al Tromaville Health Club.
Melvin è costantemente vittima di bullismo da parte di un gruppo di giovani teppisti ricchi e crudeli, che sembrano agire nell'impunità totale, compiendo atti di violenza, omicidi e stupri con assoluta noncuranza. Il culmine della loro malvagità arriva quando ordiscono un piano per umiliare Melvin davanti a tutti: lo spingono a indossare un tutu rosa e lo costringono a baciare una pecora. Terrorizzato e inseguito, Melvin finisce per cadere da una finestra e atterra accidentalmente in un bidone di rifiuti tossici altamente inquinanti.
Invece di morire, Melvin subisce una spaventosa e grottesca trasformazione: la sua pelle si deforma e si ricopre di pustole, il suo occhio destro sporge, la sua forza fisica diventa sovrumana e le sue dimensioni aumentano a dismisura. Nasce così The Toxic Avenger, o semplicemente Toxie, un mostro mutante ma con la mente e la bontà d'animo del mite Melvin.
Armato del suo fidato spazzolone (che diventa il suo "marchio di fabbrica" e arma letale), Toxie inizia la sua crociata per ripulire Tromaville dalla criminalità e dalla corruzione. A differenza dei supereroi tradizionali, le sue motivazioni non sono sempre basate sull'alto senso morale, ma spesso sono reazioni esagerate e violente all'ingiustizia e alla crudeltà che lo circonda.
Durante il suo percorso, Toxie incontra e si innamora di Sarah (Andree Maranda), una ragazza cieca, che è in grado di vedere oltre il suo aspetto mostruoso e che non teme il "mostro" che tutti gli altri evitano. Toxie diventa presto un eroe popolare amato dai cittadini onesti di Tromaville, anche se il corrotto Sindaco Belgoody (Pat Ryan) e il capo della polizia cercano in ogni modo di catturarlo ed eliminarlo. Il film prosegue con la violenta e satirica vendetta di Toxie contro i criminali di Tromaville, culminando in un'epica battaglia finale.
Il film è diretto a quattro mani da Michael Herz e Lloyd Kaufman (quest'ultimo accreditato anche come sceneggiatore e, per la regia, con lo pseudonimo di Samuel Weil). Kaufman e Herz sono i co-fondatori della Troma Entertainment, una casa di produzione che si è specializzata nella realizzazione di film a basso costo, dichiaratamente trash e di Serie B, noti per il loro mix di umorismo demenziale, violenza splatter esagerata, critica sociale corrosiva e nudità gratuita.
$The\ Toxic\ Avenger$ è considerato il manifesto e il più grande successo della Troma.
B-Movie Anni '80: Il film abbraccia l'estetica del cinema a basso costo degli anni '80, con effetti speciali rudimentali ma ingegnosi (le interiora del cane ucciso erano in realtà spaghetti colorati) e una fotografia volutamente grezza.
Satira Sociale: Sotto lo strato di gore e umorismo, il film è una feroce satira dell'America degli anni '80: l'ipocrisia del sogno americano, la corruzione delle istituzioni, l'indifferenza verso l'inquinamento ambientale (tema centrale con i rifiuti tossici) e la celebrazione dell'emarginato e del nerd che trova riscatto.
Violenza Splatter: La violenza è esagerata e cartoonesca, con omicidi assurdi e dettagliati (come la testa schiacciata da un'auto o la donna anziana uccisa in una lavatrice), tipici del genere splatter che la Troma ama.
Il protagonista che dà il via alla vicenda è Mark Torgl, che interpreta Melvin Junko, il mite e sfortunato addetto alle pulizie del Tromaville Health Club. Dopo la sua orribile trasformazione, il ruolo di The Toxic Avenger (Toxie), il mostro vendicatore, è assunto da Mitch Cohen, che indossa il voluminoso costume del mutante.
Accanto all'eroe, troviamo Andree Maranda nel ruolo di Sarah, la ragazza cieca che si innamora di Toxie.
Tra gli antagonisti principali e i bulli che tormentano Melvin ci sono Jennifer Prichard e Robert Prichard (che interpretano rispettivamente Wanda e Slug) e Cindy Manion (nel ruolo di Julie).
Infine, l'establishment corrotto è rappresentato da Pat Ryan nei panni del malvagio Sindaco Peter Belgoody.
Nota sul Cast: Molti attori della Troma non sono professionisti o sono amici dei registi, il che aggiunge al fascino grezzo e amatoriale del film.
$The\ Toxic\ Avenger$ è molto più di un semplice B-movie; è un fenomeno culturale che ha generato un franchise duraturo:
L'Esordio di Marisa Tomei: Nella versione Director's Cut del film, non distribuita originariamente, appare in una scena eliminata una giovanissima Marisa Tomei, che anni dopo avrebbe vinto un Premio Oscar.
Il Costume di Toxie: Il costume di Toxie era difficile da indossare e recitare; per la maggior parte del film è stato interpretato da Mitch Cohen, ma per alcune scene è stato necessario usare una seconda controfigura, il che a volte porta a lievi differenze nell'aspetto del mostro.
L'Ispirazione: L'idea per il film venne a Lloyd Kaufman nel 1975, ma l'effettiva produzione iniziò solo nel 1985 (nonostante il film sia datato 1984), con il titolo di lavorazione $Health\ Club\ Horror$. Kaufman voleva dimostrare che il genere horror non era affatto finito.
I Sequel e lo Spin-Off: Il successo del film ha portato a una saga cinematografica:
$The\ Toxic\ Avenger\ Part\ II$ (1989)
$The\ Toxic\ Avenger\ Part\ III:\ The\ Last\ Temptation\ of\ Toxie$ (1989)
$Citizen\ Toxie:\ The\ Toxic\ Avenger\ IV$ (2000)
Serie Animata e Musical: L'eroe è stato protagonista della serie animata per bambini (censurata nelle scene più esplicite) $Toxic\ Crusaders$ (1991-1993) e di un acclamato musical teatrale, $The\ Toxic\ Avenger:\ The\ Musical$ (2004).
Il Remake (2023): Un reboot o remake del film, diretto da Macon Blair e interpretato da Peter Dinklage (nel ruolo di Toxie) e Kevin Bacon, è stato presentato nel 2023, dimostrando l'impatto duraturo del personaggio.
$The\ Toxic\ Avenger$ è un inno alla diversità e alla riscossa degli emarginati. Il suo successo non risiede solo nello splatter e nel trash, ma nel cuore onesto che Toxie porta, pur essendo un mostro, in contrapposizione alla vera mostruosità morale della società "normale" di Tromaville.
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Dogman è un film del 2023 diretto da Luc Besson
Dogman è il lungometraggio con cui il regista e sceneggiatore francese Luc Besson (noto per successi come Léon, Il quinto elemento e Nikita) è tornato sulla scena internazionale, portando in concorso a Venezia un'opera intensa e divisiva. Il film, di genere thriller/drammatico con venature di noir e un tocco di fantastico, esplora i temi del trauma, dell'identità, della vendetta e dell'amore incondizionato, quest'ultimo trovato in un legame unico tra un uomo e una miriade di cani.
La pellicola si apre con una toccante citazione di Alphonse de Lamartine: "Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane." Questa frase funge da chiave di lettura per l'intera opera, che è un manifesto all'amore puro e salvifico degli animali.
Il film è narrato attraverso un lungo flashback che si svolge durante un interrogatorio. La storia inizia quando Douglas "Doug" Munrow (interpretato da Caleb Landry Jones), in sedia a rotelle e vestito da drag queen, viene fermato dalla polizia all'interno di un camion pieno di cani. Doug racconta la sua vita a Evelyn (Jonica T. Gibbs), una psichiatra criminale, l'unica persona che sembra disposta ad ascoltarlo e a comprendere davvero il suo dolore.
L'Infanzia e il Trauma
L'infanzia di Doug è segnata da traumi fisici e psicologici inenarrabili, ispirati, secondo alcune fonti, a una storia vera di cronaca. Il padre (Clemens Schick), un uomo violento e fanatico religioso, e il fratello maggiore Richie (Alexander Settineri) lo sottopongono a orribili abusi. Il culmine della crudeltà avviene quando il padre lo rinchiude in una gabbia nel cortile insieme ai cani da guardia della famiglia, dopo che il ragazzo ha tentato di proteggere un cucciolo ferito.
È proprio in questa gabbia che Doug sviluppa un legame viscerale e quasi mistico con i quadrupedi. I cani diventano la sua unica famiglia, la sua salvezza e il suo rifugio. Sviluppa una capacità unica di comunicare con loro, un'intesa inter-specie che va oltre il semplice addestramento. Una notte, nel tentativo di fuggire dalla gabbia, il padre gli spara, un atto che lo condanna alla sedia a rotelle ma lo salva da quell'ambiente tossico.
La Doppia Vita e la Giustizia
Diventato adulto, Doug vive in una sorta di riparo fatiscente insieme a un numero sterminato di cani di razze diverse (tra cui Jack Russell, Dobermann, Pastore Belga e i maestosi Komondor), che lo assistono in ogni aspetto della sua vita. Il suo sostentamento principale arriva da una doppia vita:
Drag Queen: Si esibisce in un locale come drag queen, trasformandosi sul palco in icone come Marilyn Monroe, Marlene Dietrich o Édith Piaf. Questa è la sua maschera, il suo modo di esprimere la propria identità fluida e di trovare una via d'uscita dalla sofferenza, attraverso la teatralità e la musica.
Ladro/Vendicatore con i Cani: Il suo branco, incredibilmente addestrato e fedele, diventa il suo strumento di vendetta e di sostentamento. I cani, che rispondono in modo impeccabile ai suoi ordini, compiono furti nelle case dei ricchi e dei prepotenti, agendo come una sorta di "Robin Hood moderno" che ruba ai potenti.
Il climax della storia vede Doug, supportato dal suo esercito canino, affrontare i gangster locali e i suoi aguzzini del passato, in un crescendo di azione, violenza e melodramma. Nonostante le sue azioni siano discutibili dal punto di vista legale, il suo scopo è sempre quello di portare equità e giustizia per gli ultimi, per gli outsider come lui e per gli animali.
La sua storia si conclude tragicamente durante lo scontro finale, ma con un atto di amore e protezione: liberato dai cani che fanno irruzione nella centrale di polizia, Doug collassa e muore, circondato dai suoi fedeli amici, con un cane che resta a vegliare la casa della psichiatra Evelyn e del suo bambino, offrendo la protezione di un amore incondizionato.
.🎥 Regia e Aspetto Tecnico: L'Estetica di Luc Besson
Dogman è un film che porta l'inconfondibile impronta stilistica di Luc Besson, con una forte enfasi sull'estetica visiva, sui personaggi tormentati e sulla fusione di generi. Il film è stato girato in Francia e Stati Uniti, con un budget stimato di circa 21 milioni di dollari.
Punti Chiave della Regia:
Mescolanza di Generi: Besson miscela sapientemente il drama sul trauma infantile con elementi da gangster movie, fiaba dark, e persino musical (nelle scene di drag queen).
Outsider Manifesto: Doug è l'ennesimo outsider e underdog che popola la filmografia di Besson, e il regista utilizza la sua storia per un'accusa diretta alla crudeltà umana e alla fragilità della fede religiosa, contrapponendole la purezza del mondo animale.
Lavorazione con gli Animali: Un aspetto cruciale e notevole del film è l'uso massiccio di cani. La produzione ha impiegato oltre 110 cani in totale (con circa 60-80 esemplari sul set contemporaneamente in alcune giornate), tutti addestrati per compiere azioni complesse, dalle rapine alle interazioni emotive con l'attore. Tra i cani, figure come il Jack Russell Mickey e il Pastore Belga Polly emergono come veri e propri co-protagonisti, ciascuno con un ruolo specifico nel "branco/squadra" di Doug.
Il cuore emotivo del film risiede nella performance del suo protagonista.
Caleb Landry Jones (Douglas "Doug" Munrow): L'attore, noto per la sua intensità in film come Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Nitram (che gli valse il premio a Cannes), è l'assoluto fulcro del film. Ha dovuto prepararsi a fondo, vivendo per mesi in sedia a rotelle per calarsi nel personaggio e imparando addirittura a cantare in francese per l'emozionante scena di La Foule di Édith Piaf. La sua interpretazione è stata ampiamente lodata dalla critica per la sua intensità destabilizzante, commovente e luminosa, sia nei panni del sofferente Douglas che in quelli della drag queen.
Jonica T. Gibbs (Evelyn): Interpreta la psicologa criminale, l'unica a porsi come ponte umano per la redenzione di Doug.
Clemens Schick (Mike Munrow): Il padre violento e crudele, l'origine del trauma di Douglas.
Marisa Berenson e Christopher Denham completano un cast di supporto che contribuisce a delineare il mondo corrotto e indifferente che Doug e i suoi cani combattono.
Dogman è stato accolto dalla critica con reazioni molto diverse, tipiche delle opere di Besson:
Ammirazione: Molti critici lo hanno definito un film potente, meraviglioso e terribilmente toccante, capace di emozionare e di trascendere il genere. È stato visto come il ritorno di Besson al suo stile più "fertile", capace di creare parabole umanissime e personaggi controversi. La performance di Caleb Landry Jones è stata quasi universalmente acclamata.
Critiche: Altri hanno trovato il film sovraccarico o un "frullato bizzarro", ritenendo che Besson "affastelli ed esageri" le sottotrame (dalla religione alla drag queen, dal trauma alla vendetta) rischiando il melodramma eccessivo e il "ricatto emotivo". Alcuni hanno lamentato la somiglianza del titolo con il film italiano di Matteo Garrone (anche se i due non hanno nulla a che fare in termini di trama).
Nonostante le divergenze, il film ha avuto il merito di inchiodare lo spettatore allo schermo, affrontando temi profondi:
Il Trauma e l'Identità: Il dolore infantile non scompare, ma trova una via d'espressione unica. La figura della drag queen serve come maschera e catarsi per un uomo che si è sempre sentito "sbagliato" e a metà.
Dio e l'Amore Incondizionato: Il film contrappone la figura del padre violento, che interpreta una religione di castigo, all'amore puro e non giudicante dei cani, che per Doug sono la vera manifestazione del divino. La parola Dog (cane) letta al contrario è God (Dio), un anagramma palindromo che sintetizza il suo mondo capovolto.
In definitiva, Dogman è l'opera di un "cane sciolto" (come è stato definito lo stesso Besson) che ha saputo creare un'ode commovente alla fedeltà canina e una favola moderna intrisa di noir sulla sopravvivenza del cuore umano.
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Creature del cielo (Heavenly Creatures) è un film del 1994 diretto da Peter Jackson.
"Creature del cielo" rappresenta un momento cruciale nella carriera di Peter Jackson. Fino ad allora, il regista era noto soprattutto per film splatter e horror-comedy a basso budget come Bad Taste (1987) e Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead, 1992). Con questo film, Jackson dimostra una straordinaria maturità registica, abbandonando momentaneamente il genere splatter per affrontare un dramma psicologico complesso e basato su fatti reali, pur mantenendo un tocco visivo eccentrico e fantasioso.
Il film è girato con una cinematografia vibrante (curata da Alun Bollinger) e uno stile di montaggio dinamico (opera di Jamie Selkirk), che riflettono l'intensità emotiva e la fervida immaginazione delle due protagoniste. La regia di Jackson mescola in modo magistrale la cruda realtà della Nuova Zelanda degli anni '50 con le sequenze oniriche e fantastiche che rappresentano il "Quarto Mondo" creato dalle ragazze. Questi momenti fantastici, realizzati con effetti speciali all'avanguardia per l'epoca (prodotti dalla Weta Digital, fondata da Jackson e altri), non sono semplici intermezzi ma elementi strutturali che mostrano il progressivo scollamento delle ragazze dalla realtà. Jackson ricevette il prestigioso Leone d'Argento per la Miglior Regia al Festival di Venezia del 1994, e il film ottenne una nomination all'Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale, scritta da Jackson e dalla sua partner creativa Fran Walsh
Cast e Interpretazioni Principali
Il successo del film è dovuto in larga parte alle eccezionali performance delle due attrici protagoniste, all'epoca quasi sconosciute:
Melanie Lynskey nel ruolo di Pauline Parker: Al suo debutto cinematografico, Lynskey offre un ritratto intenso e inquietante della ragazza introversa, tormentata e ossessivamente innamorata della sua amica. La sua interpretazione cattura perfettamente la miscela di vulnerabilità adolescenziale e oscurità latente di Pauline.
Kate Winslet nel ruolo di Juliet Hulme: Anche per Winslet questo è il primo ruolo di rilievo sul grande schermo. La sua Juliet è sfacciata, arrogante, manipolatrice e carismatica, incarnando il fascino che tanto attrae Pauline. Il suo talento fu immediatamente riconosciuto e questo ruolo le aprì le porte per Ragione e Sentimento e Titanic.
Il cast secondario, in particolare Sarah Peirse (Honora Parker/Rieper), è efficace nel rappresentare il mondo adulto preoccupato e incomprensivo che le due ragazze cercano di fuggire.
Il Destino delle Vere Protagoniste: Forse la curiosità più sorprendente riguarda la vita adulta delle vere Pauline Parker e Juliet Hulme.
Juliet Hulme è diventata la nota scrittrice di gialli storici Anne Perry 📚. La sua identità è stata rivelata solo dopo l'uscita del film. Vive nel Regno Unito ed è diventata una devota Mormone.
Pauline Parker (oggi Hilary Nathan) ha cambiato nome, è diventata una cattolica devota e si dice che abbia lavorato per un certo periodo in una scuola per bambini in un convento.
Entrambe hanno rispettato la condizione di non incontrarsi mai più dopo il rilascio.
La Scelta di Jackson: Il film segna la prima collaborazione tra Peter Jackson e la Weta Digital, la sua compagnia di effetti speciali, che in seguito avrebbe creato i mondi fantastici de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit.
Premi e Riconoscimenti: Oltre al Leone d'Argento a Venezia, il film fu acclamato dalla critica e lanciò definitivamente la carriera di Peter Jackson e di Kate Winslet a livello internazionale.
"Creature del cielo" non è solo un true-crime drammatico; è una favola dark sull'isteria adolescenziale, sull'amigdala che non ha ancora completato la sua maturazione nel cervello delle giovani, sulla fuga dalla banalità attraverso l'arte e la fantasia, e sulla sottile, e a volte fatale, linea tra l'ossessione e la follia. È un'opera audace e disturbante che rimane uno dei film più significativi del cinema neozelandese e della filmografia di Peter Jackson.
Il film è ambientato a Christchurch, Nuova Zelanda, negli anni '50 ed è tratto dal vero e scioccante caso di omicidio Parker-Hulme del 1954. La sceneggiatura è stata sviluppata basandosi in parte sui diari originali di una delle ragazze, Pauline Parker.
La storia inizia con l'incontro tra due adolescenti: Pauline Parker (interpretata da Melanie Lynskey), una ragazza introversa, di estrazione modesta e in conflitto con la madre, e Juliet Hulme (interpretata da Kate Winslet), una studentessa nuova, sfacciata, colta, proveniente da una famiglia benestante (il padre è un rettore universitario) e di origine inglese. Le due scoprono di avere in comune una storia di malattie infantili (Pauline aveva problemi alle ossa, Juliet la tubercolosi) e un'avida passione per la letteratura, il cinema e la musica, in particolare per il tenore Mario Lanza.
Questa affinità si trasforma rapidamente in un'amicizia morbosa, esclusiva e totalizzante. Le due si isolano dal mondo esterno, che percepiscono come banale e ostile, e creano un loro universo fantastico parallelo, che chiamano il "Quarto Mondo" o Borovnia. Questo mondo immaginario, popolato da personaggi di loro invenzione (spesso trasfigurazioni kitsch di persone reali e idoli come Orson Welles), è un rifugio onirico in cui le ragazze si ritengono superiori al resto dell'umanità e dove la loro connessione è sacra e assoluta.
L'intensità del loro legame inizia a preoccupare i rispettivi genitori, che lo interpretano come "malsano" e forse omosessuale (un'interpretazione che la vera Juliet Hulme, oggi Anne Perry, ha sempre negato, pur ammettendo l'ossessione). La tensione cresce quando i genitori di Juliet decidono di trasferirsi in Sudafrica, portandola con sé, e la famiglia di Pauline tenta di impedire alle due di vedersi. La prospettiva di essere separate dal loro mondo e dalla loro connessione scatena una reazione estrema nelle ragazze.
Pauline e Juliet concepiscono un piano diabolico per rimanere unite: uccidere Honora Parker (interpretata da Sarah Peirse), la madre di Pauline, che considerano l'ostacolo principale alla loro felicità e alla loro fuga. La scena dell'omicidio, avvenuto durante una passeggiata nel parco con un mattone infilato in una calza, è rappresentata con un contrasto agghiacciante tra la bellezza serena della natura e la fredda brutalità dell'atto.
Il film si conclude con le ragazze subito dopo il delitto, colte dal panico e dal rimorso, seguite dalla loro incriminazione (grazie all'ingenuo diario di Pauline) e dalla successiva sentenza: due anni di detenzione, con l'assoluta condizione che non si sarebbero mai più dovute incontrare.
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Europa, è un film del 1991 diretto da Lars von Trier
Il film è ambientato nell'autunno del 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La Germania è un paese occupato, in rovina, ma la sua distruzione è tanto fisica quanto morale.
Il protagonista è Leopold Kessler (interpretato da Jean-Marc Barr), un giovane americano idealista di origini tedesche. Spinto dal desiderio di aiutare a ricostruire la madrepatria, Leopold si reca in Germania dove ottiene un lavoro grazie allo zio come apprendista controllore di vagoni letto presso la compagnia ferroviaria Zentropa.
Il treno, in questo contesto, è molto più di un semplice mezzo di trasporto: diventa la metafora stessa dell'Europa, un organismo in movimento che trasporta i fantasmi del passato e le ambiguità del presente. Leopold, con la sua ingenuità americana e il suo desiderio di neutralità ("Io non ho odiato nessuno", è la sua affermazione ricorrente), cerca di applicare i rigidi regolamenti della Zentropa in un continente in cui ogni regola e morale sono state annientate dalla guerra.
Durante il suo lavoro, Leopold incontra Katharina Hartmann (interpretata da Barbara Sukowa), la bellissima e enigmatica figlia del proprietario della compagnia ferroviaria (Max Hartmann). Katharina incarna la figura della femme fatale del noir e, in senso più ampio, lo spirito seducente e corrotto della Vecchia Europa. Tra i due nasce una relazione tormentata, che espone Leopold alla rete di segreti e crimini che permeano la società tedesca.
Il conflitto centrale è rappresentato dall'esistenza dei "Werwolf" (lupi mannari), i resti della resistenza nazista che continuano a compiere attentati terroristici contro le forze di occupazione alleate, e in particolare contro le ferrovie. Leopold, cercando di mantenere la sua innocenza, si ritrova invece progressivamente risucchiato nell'ombra: l'onestà e l'idealismo si scontrano con l'ambiguità morale dell'Europa, che chiede una presa di posizione e, in ultima analisi, il tradimento dei suoi stessi principi.
Il suo tentativo di fare la "cosa giusta" si traduce in una spirale discendente di compromessi, inganni e fallimenti. La sua relazione con Katharina lo porta a una prova definitiva di lealtà che culmina in un atto di violenza e autodistruzione. Il finale, tragico e nichilista, vede Leopold intrappolato e condannato, non dal giudizio esterno, ma dal peso della colpa e della disillusione, sprofondando, come suggerisce il narratore, "sempre più in profondità... in Europa".
"Europa" (noto anche col titolo della compagnia ferroviaria protagonista, Zentropa) è un film che affascina e respinge per la sua straordinaria, e a tratti algida, perfezione formale. Lars von Trier dimostra in quest'opera un controllo totale sul mezzo cinematografico, utilizzando la tecnica non solo come decorazione, ma come veicolo principale di narrazione e riflessione filosofica sulla condizione europea del dopoguerra.
Il tratto più distintivo della regia di von Trier è l'uso innovativo e complesso della fotografia, che alterna continuamente bianco e nero a colore.
Bianco e Nero/Seppia: Dominante nella maggior parte del film, evoca l'estetica del noir classico americano e tedesco, ambientando immediatamente la storia in un'atmosfera di decadenza e sospetto post-bellico.
Colore: Viene utilizzato sporadicamente e in modo molto selettivo, spesso per evidenziare specifici dettagli (il sangue, il rosso di un rossetto) o per irrompere violentemente nella realtà percepita. L'effetto è quello di sottolineare l'eccezionalità o il trauma di alcuni momenti, rompendo la monotonia grigia della realtà.
Retroproiezione: Il film fa ampio uso di retroproiezioni (una tecnica visiva datata) soprattutto nelle scene del treno. Questa scelta, lungi dall'essere un errore tecnico, è deliberata e crea un effetto di irrealtà e artificio, suggerendo che l'intera Germania del dopoguerra sia una messa in scena, un gigantesco sfondo fittizio per un dramma esistenziale.
Ipnosi e Narratore: Il film si apre con la voce di un narratore onnisciente, l'attore svedese Max von Sydow, che invita esplicitamente lo spettatore a "rilassarsi" e a lasciarsi ipnotizzare dalla visione, immergendosi in Europa. Questo artificio funge da cornice metanarrativa, trasformando il film in un sogno febbrile e suggerendo che la storia non sia oggettiva, ma mediata da uno stato di coscienza alterato.
Split Screen (schermo diviso): Von Trier utilizza anche lo split screen in alcune sequenze per mostrare contemporaneamente più azioni o per accostare il mondo interiore del protagonista con la realtà esterna.
Questa complessa stratificazione stilistica ha valso a von Trier il Premio della Giuria e il Grand Prix Tecnico al Festival di Cannes del 1991, riconoscimenti che hanno sancito il suo status di autore sperimentale di rilievo internazionale, ben prima della sua adesione al movimento Dogma 95.
Il film si avvale di un cast internazionale di alto livello, essenziale per riflettere la natura pan-europea del progetto:
Jean-Marc Barr (Leopold Kessler): L'attore franco-americano (noto per Le Grand Bleu) è il volto dell'innocenza che viene corrotta. La sua interpretazione è sottilmente sfumata, catturando l'ingenuità iniziale di Kessler e il suo progressivo smarrimento.
Barbara Sukowa (Katharina Hartmann): L'attrice tedesca (musa di Fassbinder) conferisce a Katharina un magnetismo ambiguo e freddo, rendendola l'incarnazione perfetta della femme fatale e della complessità morale dell'Europa sconfitta.
Max von Sydow (Narratore): La sua voce, profonda e ipnotica, guida lo spettatore e il protagonista attraverso la narrazione, stabilendo fin da subito l'atmosfera onirica e manipolatoria del film.
Udo Kier (Lawrence Hartmann): Attore feticcio di von Trier, interpreta il fratello di Katharina, un personaggio che contribuisce a tessere la ragnatela di mistero e pericolo attorno a Leopold.
Ernst-Hugo Järegård (Zio Kessler): Offre un ritratto del cinismo e della rassegnazione dei tedeschi che hanno cercato di sopravvivere al regime nazista e alla sconfitta.
"Europa" è un film densamente tematico che esplora:
La Colpa Collettiva dell'Europa: Più che un dramma sulla guerra, è un film sul suo dopoguerra, sul peso della Storia e sulla difficoltà di purificazione e redenzione per un intero continente.
Il Contatto tra Innocenza e Corruzione: Leopold Kessler è il prisma attraverso cui viene osservata la corruzione morale. La sua "neutralità" si rivela impossibile in un ambiente saturo di odio e scheletri nell'armadio.
Il Cinema come Ipnosi: Von Trier usa lo stile formale per commentare la sua stessa arte. Il continuo alternarsi tra tecniche classiche (noir) e moderne (split screen, colorazione selettiva) rende il film un saggio metalinguistico sul potere illusionistico e manipolatorio del cinema.
Con un budget significativo per l'epoca e una visione artistica inflessibile, "Europa" si distingue come un'opera ambiziosa e formalmente rivoluzionaria, un capitolo fondamentale non solo per Lars von Trier, ma per la storia del cinema europeo degli anni '90.
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Borsalino, è un film del 1970, diretto da Jacques Deray
Borsalino è un film franco-italiano del 1970, diretto da Jacques Deray, che si colloca nel genere poliziesco e drammatico, con forti elementi da film di gangster. La sua notorietà è indissolubilmente legata alla straordinaria coppia di protagonisti, due dei massimi divi del cinema francese dell'epoca, Alain Delon e Jean-Paul Belmondo, che tornano a recitare insieme dopo il successo di Tre Passi nel Delirio (segmento William Wilson, 1968) e in particolare dopo la loro prima e fondamentale collaborazione in Fino all'ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard.
La pellicola non è solo un racconto avvincente sul mondo della malavita marsigliese degli anni Trenta, ma è anche un'operazione cinematografica di grande successo, caratterizzata da una colonna sonora celebre e da uno stile visivo che evoca la nostalgia del periodo. Il titolo stesso fa riferimento al celebre marchio italiano di cappelli, simbolo di eleganza e spesso associato all'abbigliamento dei gangster dell'epoca.
La storia di Borsalino è ambientata a Marsiglia nel 1930 e si ispira, sebbene con notevoli libertà narrative, alle vicende reali di due famigerati malavitosi della città, Paul Carbone e François Spirito, i cui nomi nel film vengono romanzati in Roch Siffredi e François Capella.
Il film si apre con l'incontro, inizialmente burrascoso, dei due protagonisti. Roch Siffredi (Alain Delon) è appena uscito di prigione e si mette subito alla ricerca della sua fidanzata, Lola (Catherine Rouvel). La trova in compagnia di un altro uomo, François Capella (Jean-Paul Belmondo), il quale è a sua volta un piccolo criminale in ascesa. Ne scaturisce un violento scontro, una rissa brutale, al termine della quale i due, malconci e in un certo senso accomunati dall'esperienza, si ritrovano a condividere la stessa donna e la stessa ambizione.
Contro ogni previsione, i due rivali sviluppano un'inattesa amicizia e decidono di unire le forze, formando una società criminale per scalare le gerarchie della malavita marsigliese. Iniziano con affari di poco conto, ma la loro intraprendenza, il loro coraggio sconsiderato e la loro spregiudicatezza li portano rapidamente a insidiare i poteri criminali stabiliti della città, dominati da due figure principali: Poli (André Bollet), che controlla il mercato delle carni, e Marello (Arnoldo Foà), che gestisce bische e locali notturni.
L'ascesa di Siffredi e Capella è segnata da una serie di audaci colpi, regolamenti di conti e un'astuta gestione dei loro affari illeciti, che spaziano dal racket al controllo del mercato nero. Con il passare del tempo, riescono a eliminare Poli e a imporre il loro dominio anche su Marello, diventando così i nuovi re incontrastati della mala.
A questo punto, la loro amicizia e la loro partnership vengono messe a dura prova dall'eccesso di potere, dalla gelosia e dall'ambizione. Nonostante l'affetto e il rispetto reciproco, la consapevolezza che il successo in quel mondo è precario e spesso porta al tradimento inizia a minare il loro legame. Il film mostra la parabola completa della loro ascesa, dal fango delle risse al lusso sfrenato, simboleggiato dai loro abiti eleganti e dai cappelli Borsalino, che diventano la loro cifra stilistica.
Il finale, tragico e violento, vede la loro parabola concludersi in modo drammatico, confermando l'amara verità del mondo criminale: il successo è effimero e la violenza genera solo altra violenza. A questo punto, Capella decide di lasciare Marsiglia, ma viene intercettato e assassinato da uomini di un rivale emergente, poco dopo aver salutato Siffredi. La morte dell'amico lascia Roch Siffredi solo e addolorato, ma deciso a vendicarlo. L'epilogo sottolinea il destino ineluttabile dei gangster.
La regia di Jacques Deray è caratterizzata da un approccio visivo molto curato, tipico del cinema francese dell'epoca. Deray, noto per la sua maestria nel dirigere polizieschi e thriller, come nel successivo La Piscina (sempre con Delon), dona al film un ritmo serrato ma anche elegante. La ricostruzione della Marsiglia degli anni '30 è meticolosa, con un'attenzione particolare agli ambienti, ai costumi (firmati da Jacques Fonteray) e alle scenografie, che contribuiscono a creare un'atmosfera nostalgica e glamour.
Borsalino si distingue dai classici gangster movie americani per un tono più leggero, quasi da commedia in alcuni momenti, pur non rinunciando alla violenza intrinseca della trama. La chimica tra Delon e Belmondo è il vero motore stilistico del film: le loro interazioni sono brillanti, fatte di battibecchi e sfide continue, che li fanno apparire più come due scanzonati avventurieri che come spietati assassini. Questo mix di azione, umorismo e tragicità conferisce al film un'identità unica.
La colonna sonora, composta da Claude Bolling, è un altro elemento chiave del successo del film. Le sue melodie jazzistiche e orecchiabili, in particolare il tema principale, sono diventate iconiche e inseparabili dall'immagine del film.
Il vero punto di forza di Borsalino è il duetto dei suoi protagonisti, due attori che, pur con stili molto diversi, rappresentavano l'apice del sex appeal e del carisma cinematografico in Europa:
Alain Delon interpreta Roch Siffredi. Delon, che è stato anche produttore del film con la sua Adel Productions, incarna il ruolo del gangster più introverso, calcolatore e tenebroso. Il suo Siffredi è elegante, spesso in posa, con uno sguardo intenso che riflette l'ambizione e la fredda determinazione.
Jean-Paul Belmondo interpreta François Capella. Belmondo apporta al film il suo inconfondibile aplomb scanzonato e la sua energia quasi da guappo popolare. Il suo Capella è più impulsivo, simpatico, con un fascino da canaille (birbante) che lo rende immediatamente amato dal pubblico. La sua performance bilancia la serietà di Delon, creando un equilibrio dinamico perfetto.
La combinazione dei due divi, entrambi al culmine della loro carriera, si rivelò una formula vincente al botteghino, ma non fu esente da polemiche.
Borsalino fu un enorme successo commerciale, ma la sua produzione fu segnata da una celebre controversia legale tra i due protagonisti che fece molto scalpore.
Alain Delon, in qualità di produttore, aveva il controllo su molti aspetti del film, inclusa la promozione. Nel poster e nei titoli di testa originali, il nome di Delon era stampato sopra quello di Belmondo e in caratteri leggermente più grandi. Belmondo, sentendosi sminuito e non rispettato nel suo status di co-protagonista, intentò una causa legale contro Delon.
Il risultato fu un accordo che costrinse Delon a modificare la promozione in tutte le ristampe e nei mercati internazionali, garantendo ai due attori una parità di credito che si tradusse nell'uso di un carattere di stampa identico per entrambi i nomi, a volte con i nomi alternati per posizione in poster diversi. Questo episodio mise in luce le rivalità e gli ego dei due mostri sacri del cinema francese, ma non impedì al film di diventare un cult.
Il film generò anche un seguito, Borsalino and Co. (1974), ancora diretto da Jacques Deray, ma con il solo Alain Delon come protagonista (essendo il personaggio di Belmondo deceduto nel primo film), incentrato sulla vendetta di Siffredi.
In sintesi, Borsalino è molto più di un semplice film di gangster; è un ritratto affascinante dell'amicizia virile messa alla prova dall'ambizione e dalla malavita, un'elegante rievocazione della Marsiglia degli anni '30 e, soprattutto, un veicolo perfetto per la magnetica alchimia tra due dei più grandi attori che il cinema europeo abbia mai conosciuto.
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Sospesi nel tempo (The Frighteners),è un film del 1996 diretto da Peter Jackson
Sospesi nel tempo (titolo originale: The Frighteners) è un film del 1996 che rappresenta un punto di svolta cruciale nella carriera del regista neozelandese Peter Jackson. Co-sceneggiato da Jackson e Fran Walsh, il film è una commedia horror soprannaturale, prodotta da Robert Zemeckis (che aveva inizialmente pensato al progetto come un episodio della serie I racconti della cripta), e distribuita dalla Universal Pictures. È noto per essere stato l'ultimo ruolo da protagonista di Michael J. Fox prima che l'aggravarsi dei sintomi del Parkinson lo costringesse a una riduzione drastica delle sue apparizioni sul grande schermo.
Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Fairwater, dove vive Frank Bannister (Michael J. Fox), un ex architetto di talento la cui vita è stata sconvolta da un tragico incidente d'auto che ha causato la morte della moglie, Debra. Questo trauma ha lasciato Frank con una capacità psichica inattesa e unica: la possibilità di vedere e interagire con i fantasmi.
Frank sfrutta questa capacità per guadagnarsi da vivere in modo disonesto, facendosi passare per un "acchiappafantasmi" professionista. In realtà, lavora in combutta con tre spiritelli:
Cyrus (Chi McBride), un gangster degli anni '70 dall'atteggiamento cool.
Stuart (Jim Fyfe), un nerd impacciato.
Il Giudice (John Astin), un decrepito e irascibile spirito del Vecchio West.
Il loro schema è semplice: i fantasmi terrorizzano i residenti di Fairwater e Frank si presenta per "esorcizzare" le case in cambio di lauti compensi.
L'equilibrio della truffa si rompe quando una serie di morti inspiegabili, apparentemente dovute a infarti o arresti cardiaci, inizia a colpire la comunità. Frank si accorge che queste morti non sono naturali, ma opera di un'entità maligna: un fantasma serial killer, che incide numeri sulla fronte delle sue vittime in modo invisibile ai vivi.
L'ultima vittima è il marito di Lucy Lynskey (Trini Alvarado), una dottoressa che Frank aveva conosciuto. Lucy, convinta che Frank sia un ciarlatano o un folle, inizia a indagare. Nel frattempo, Frank è ossessionato dal numero di vittime che continua a crescere e dal fatto che il fantasma serial killer, noto come il Mietitore di Anime, sembra muoversi con un'efficacia e una ferocia senza precedenti.
Le indagini di Frank e Lucy (che si ritrovano ad affrontare i misteri della casa dell'ultima vittima) li portano a scoprire l'identità del serial killer in vita: Johnny Bartlett (Jake Busey), un ex inserviente d'ospedale mentalmente disturbato che, anni prima, aveva compiuto una serie di omicidi di massa. Il suo fantasma è ora tornato a mietere vittime.
Il film prende una piega ancora più contorta con l'introduzione di Milton Dammers (Jeffrey Combs), un eccentrico e paranoico agente dell'FBI specializzato in culti e fenomeni paranormali. Dammers è convinto che Frank sia il serial killer e lo perseguita con un zelo maniacale, aggiungendo un elemento di thriller psicologico alla miscela horror-commedia.
La rivelazione finale è un colpo di scena: la compagna di Bartlett, Patricia Bradley (Dee Wallace Stone), un tempo una ragazza innocua, è la vera mente criminale, la complice in vita che ha continuato a mietere vittime in un macabro sodalizio con lo spirito di Johnny. Lo scontro finale si sposta tra il mondo dei vivi e quello dei morti, con Frank che deve affrontare sia il fantasma di Bartlett sia Patricia (e la sua madre spiritata) per salvare Lucy e la sua stessa anima.
The Frighteners è il primo e unico film di Peter Jackson realizzato per una grande casa di produzione hollywoodiana (Universal) prima della trilogia de Il Signore degli Anelli. Per Jackson, il film rappresenta un ponte fondamentale, un passaggio dalle sue prime opere splatter e pulp a basso budget (come Bad Taste e Splatters - Gli schizzacervelli) a un cinema di scala epica.
La regia è energica, frenetica e tecnicamente ambiziosa. Jackson utilizza in modo estensivo:
Inquadrature Dinamiche: Il film è celebre per l'uso di carrellate e dolly estremamente veloci e complessi, spesso attraversando pareti e pavimenti (la famosa "Ghost Cam") per seguire i fantasmi, donando un senso di vertigine e onnipotenza visiva.
Tono Misto: Jackson miscela magistralmente l'umorismo nero e la commedia con momenti di vero horror e una profonda tristezza, specialmente nel ritratto del dolore di Frank per la perdita della moglie.
Effetti Visivi (VFX): Il film fu rivoluzionario per i suoi standard di effetti visivi CGI, curati dalla Weta Digital (la compagnia co-fondata dallo stesso Jackson) per la prima volta su larga scala. Con oltre 500 inquadrature con effetti digitali (un numero enorme per l'epoca), The Frighteners spingeva i limiti tecnologici, in particolare con la rappresentazione dei fantasmi e la scena del Mietitore di Anime.
Jackson girò il film interamente in Nuova Zelanda, utilizzando le sue competenze tecniche e logistiche locali. La sua "Director's Cut" (che aggiunge circa 12 minuti, approfondendo il background del Giudice e la storia della città) è considerata da molti fan la versione definitiva.
Il film vanta un cast eclettico e ben assortito, che contribuisce a sostenere il tono unico del film:
Michael J. Fox (Frank Bannister): Carismatico e vulnerabile, Fox incarna perfettamente il protagonista complesso, un imbroglione dal cuore buono tormentato dal dolore.
Trini Alvarado (Lucy Lynskey): Solida spalla femminile, il suo personaggio funge da contrappunto razionale alle assurdità soprannaturali.
Jeffrey Combs (Agente Speciale Milton Dammers): Una performance memorabile e iconica. Combs interpreta Dammers come un fanatico ossessivo e maniacale dell'FBI, con una cicatrice a forma di croce sulla fronte. Il personaggio, originariamente concepito in modo molto più serio, è stato trasformato da Combs in una parodia esilarante degli stereotipi da agente federale.
Jake Busey (Johnny Bartlett): Terribilmente efficace nel ruolo del serial killer disturbato.
Dee Wallace Stone (Patricia Bradley): Un'eccellente scream queen del cinema horror, che offre una performance inquietante nel ruolo della complice.
R. Lee Ermey (Hiles, il fantasma sergente): Il suo cameo è un omaggio al suo celebre ruolo in Full Metal Jacket, con un fantasma che continua a urlare ordini in un cimitero.
John Astin, Chi McBride e Jim Fyfe (I fantasmi): Il trio comico di fantasmi offre leggerezza e gag slapstick.
Nonostante il film fosse molto atteso, non raggiunse il successo sperato al botteghino (box office di circa $29.3 milioni a fronte di un budget di $26 milioni). Tuttavia, è stato rivalutato nel tempo ed è oggi considerato un cult movie e un'opera fondamentale per comprendere la transizione di Peter Jackson.
The Frighteners esplora temi come:
L'Elaborazione del Lutto: La capacità di Frank di vedere i fantasmi è una metafora del suo rifiuto di superare la morte della moglie. Solo affrontando il male supremo, può liberarsi dai suoi fantasmi letterali e metaforici.
La Dualità del Male: La trama introduce il concetto che il male può manifestarsi sia nel mondo dei vivi (Patricia e la sua ambizione omicida) sia in quello dei morti (il fantasma di Johnny Bartlett).
Il Tono Anti-Convenzionale: Il film gioca con i generi, sposando l'estetica gore e l'umorismo nero del primo Jackson con la cura narrativa e la tecnologia degli studios di Hollywood, creando un prodotto che sfidava le categorie classiche del 1996.
In definitiva, Sospesi nel tempo è un gioiello di tecnica e creatività, un roller coaster visivo e narrativo che dimostra la capacità di Peter Jackson di fondere l'horror più grottesco con la commedia più spigliata, fornendo la prova generale per la sua successiva maestria nel dirigere opere di grande scala e complessità emotiva.
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Eden è un film del 2024 diretto da Ron Howard.
Eden è un film diretto dal due volte premio Oscar Ron Howard (noto per successi come A Beautiful Mind e Apollo 13), su sceneggiatura di Noah Pink (Tetris). La pellicola si distingue nel panorama della filmografia di Howard per il suo tono cupo e la sua focalizzazione sull'esplorazione della natura umana spinta al limite.
Il film è ispirato a una storia realmente accaduta, nota come "The Galápagos Affair", un enigmatico e irrisolto mistero di omicidi e sparizioni che sconvolse una piccola comunità di coloni europei sull'Isola di Floreana (Isole Galápagos) negli anni '30.
La storia è ambientata a cavallo della crisi del 1929 e dell'ascesa dei totalitarismi in Europa, un periodo di profonda disillusione verso la civiltà occidentale.
Il film inizia nel 1929 con l'arrivo sull'incontaminata isola di Floreana di Friedrich Ritter (Jude Law), un filosofo e medico tedesco animato da un radicale individualismo. Ritter è convinto che i valori borghesi e la società moderna abbiano corrotto la vera natura dell'uomo e, in un tentativo di realizzare un'utopia, decide di abbandonare completamente la civiltà per vivere una vita primitiva e autosufficiente sull'isola deserta. Lo accompagna la sua discepola e amante, Dora Strauch (Vanessa Kirby). I due si stabiliscono in una grotta, vivendo in condizioni estreme, con Friedrich intento a scrivere il manifesto della loro nuova filosofia di vita.
Poco tempo dopo, l'isolamento di Ritter e Dora viene interrotto dall'arrivo di una seconda coppia di coloni tedeschi: Heinz Wittmer (Daniel Brühl) e sua moglie, Margret Wittmer (Sydney Sweeney), insieme al loro giovane figlio, Harry.
I Wittmer, spinti da un desiderio più pratico di sopravvivenza e di un nuovo inizio, ammirano inizialmente l'esempio di Ritter, ma il loro approccio è più pragmatico e orientato alla costruzione di una famiglia. La convivenza tra le due coppie, i cui ideali sono in conflitto (l'individualismo radicale e filosofico di Ritter contro la necessità pragmatica della famiglia dei Wittmer), genera le prime tensioni e incomprensioni.
Il fragile equilibrio viene definitivamente distrutto dall'arrivo di un terzo, e molto più destabilizzante, gruppo. La Baronessa Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn (Ana de Armas) sbarca sull'isola con i suoi due giovani amanti e servitori. La Baronessa, una figura esuberante, manipolatrice e sopra le righe, ha un piano completamente diverso: trasformare Floreana in un lussuoso resort per l'élite mondiale, stravolgendo l'idea di Eden abbracciata dagli altri coloni.
La sua presenza è la miccia che innesca il conflitto. Il disaccordo ideologico e territoriale sfocia rapidamente in una vera e propria lotta per la supremazia sull'isola. La baronessa, con la sua fame di potere, e Ritter, con il suo desiderio di proteggere la sua visione purista dell'isolamento, si scontrano apertamente.
Il film si trasforma in un thriller di sopravvivenza quando la tensione tra i coloni aumenta, alimentata da rivalità, gelosie e da una fame di potere che la natura selvaggia dell'isola sembra amplificare. Il sogno utopico si sgretola, lasciando spazio alla paranoia, al tradimento e, infine, a una serie di sparizioni misteriose e violenze. L'indagine sulla scomparsa di alcuni personaggi porta gli abitanti a confrontarsi con l'oscurità che si nasconde non solo nell'ambiente selvaggio, ma anche e soprattutto nell'animo umano.
Eden segna una direzione più oscura e introspezione psicologica per Ron Howard. Abituato a storie di eroismo, riscatto o grandi eventi storici, qui il regista indaga la caduta morale e l'inevitabile fallimento dell'uomo di fronte all'isolamento e alla privazione.
Tono e Atmosfera: Howard utilizza l'ambiente incontaminato e selvaggio delle Galápagos (ricreato in gran parte nelle riprese in Australia) non come uno sfondo idilliaco, ma come una prigione naturale che spinge i personaggi alla follia.
Estetica e Stile: A differenza dei suoi film più patinati, Eden adotta un'estetica più cruda e realistica, con una fotografia che enfatizza la durezza della vita sull'isola e il degrado fisico ed emotivo dei personaggi.
Musiche: La colonna sonora, composta dal maestro Hans Zimmer (che collabora per la decima volta con Howard), è fondamentale nel costruire la crescente tensione e il senso di minaccia che incombe sui coloni.
Ispirazione e Indagine: Il film, essendo basato su due resoconti contrastanti della storia vera (quelli scritti da Dora Strauch e Margret Wittmer), si posiziona come un'indagine su cosa accade quando l'ideologia, la sopravvivenza e la gelosia si scontrano in un luogo senza regole.
Eden vanta un cast corale di altissimo livello, essenziale per dare credibilità alle dinamiche psicologiche complesse della storia:
Jude Law (Dr. Friedrich Ritter): Offre un'interpretazione intensa del filosofo idealista che fallisce miseramente nel suo tentativo di vivere "secondo natura". Il suo personaggio incarna l'arroganza dell'intellettuale di fronte alla realtà.
Vanessa Kirby (Dora Strauch): Interpreta la devota, ma sofferente, compagna di Ritter. Il suo personaggio è cruciale nel fornire il punto di vista di chi osserva il fallimento dell'utopia del suo amante.
Ana de Armas (Baronessa Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn): Una femme fatale e figura polarizzante. La sua interpretazione è volutamente sopra le righe, fungendo da catalizzatore per il caos, il simbolo della corruzione della civiltà che i coloni credevano di aver lasciato alle spalle.
Daniel Brühl (Heinz Wittmer): Apporta la sua nota di misura come il marito pragmatico e orientato alla sopravvivenza.
Sydney Sweeney (Margret Wittmer): Nel ruolo della moglie e madre che lotta per la sopravvivenza della sua famiglia, Sweeney è stata lodata per aver mostrato un lato inaspettato del suo talento, incarnando la forza interiore che emerge di fronte alla disperazione.
Eden è, in sintesi, una riflessione amara sul fatto che la natura umana porta inevitabilmente con sé i germi della distruzione e del conflitto, anche nell'ambiente più paradisiaco e incontaminato. Il film suggerisce che l'Eden non è un luogo geografico, ma uno stato dell'essere che l'uomo non è in grado di sostenere a lungo.
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Macbeth,è un film del 1948 diretto e interpretato da Orson Welles
L'adattamento cinematografico di Macbeth del 1948, diretto, interpretato e sceneggiato da Orson Welles, è un'opera fondamentale e profondamente personale, che si colloca come il primo dei suoi tre adattamenti shakespeariani sul grande schermo (seguito da Otello nel 1951 e Falstaff nel 1965). Il film è un esempio straordinario di come Welles, lavorando con un budget estremamente limitato e tempi strettissimi, sia riuscito a imporre una visione artistica audace e inconfondibile sull'opera del Bardo.
Il film segue fedelmente, pur con le necessarie compressioni e interpretazioni, la trama della celebre tragedia di William Shakespeare, ambientata nell'XI secolo in una Scozia selvaggia e nebbiosa.
La storia si apre con l'incontro tra il nobile scozzese Macbeth (Orson Welles), un valoroso generale di Re Duncan, e il suo compagno Banquo (Edgar Barrier), con tre sinistre Streghe (che Welles in questo adattamento rende figure centrali, quasi sacerdotesse del caos). Le streghe proferiscono una triplice profezia per Macbeth: sarà Barone di Cawdor e, infine, Re di Scozia. Per Banquo, profetizzano che non sarà re, ma che i suoi discendenti regneranno.
Quando la prima parte della profezia si avvera quasi immediatamente (Macbeth viene nominato Barone di Cawdor come ricompensa per la sua prodezza in battaglia), la sua ambizione si accende.
Macbeth informa la moglie, Lady Macbeth (Jeanette Nolan), la quale, spinta da una sete di potere ancora più feroce, lo incita a compiere l'atto nefando necessario per realizzare la profezia. La coppia ordisce l'omicidio di Re Duncan (Erskine Sanford) durante la sua visita al loro castello a Dunsinane.
Il delitto è compiuto con efferata rapidità. Il mattino dopo, i figli di Duncan, Malcolm (Roddy McDowall) e Donalbain, fuggono per paura di essere i prossimi bersagli, e questo getta il sospetto su di loro, spianando la strada a Macbeth per salire al trono.
Diventato re, Macbeth è assediato non solo da nemici esterni, ma anche e soprattutto dalla paranoia e dal senso di colpa. Ricordando la profezia fatta a Banquo, teme che la dinastia del suo ex amico possa spodestare la sua. Ordina l'omicidio di Banquo e di suo figlio, Fleance. Banquo viene ucciso, ma Fleance riesce a fuggire.
La sua follia raggiunge l'apice durante un banchetto, quando vede il fantasma di Banquo seduto al suo posto, una visione che solo lui può percepire e che terrorizza gli invitati.
Consultando nuovamente le Streghe, Macbeth riceve nuove ambigue profezie:
Deve guardarsi da Macduff (Dan O'Herlihy), Barone di Fife.
Nessuno "nato da donna" potrà fargli del male.
Sarà invincibile finché la Foresta di Birnam non marcerà sul Castello di Dunsinane.
Convinto di essere invulnerabile, ordina il massacro della famiglia di Macduff (moglie e figli), il quale, in esilio in Inghilterra, giura vendetta.
Il regno di Macbeth precipita nel terrore e nella tirannia. Lady Macbeth, schiacciata dal rimorso e dalla colpa per i loro crimini, perde la ragione. La celebre scena del sonnambulismo la vede vagare per il castello, tentando disperatamente di lavare via le macchie di sangue immaginarie dalle mani, prima di suicidarsi (un destino non esplicitato in Shakespeare, ma sottinteso nel film).
Le forze ribelli guidate da Macduff e Malcolm, con l'aiuto inglese, si radunano. Le profezie si adempiono: i soldati usano rami tagliati dalla Foresta di Birnam come camuffamento per avanzare su Dunsinane (la foresta marcia). E Macduff rivela di essere stato "strappato" dal grembo materno (parto cesareo), e non "nato" in senso naturale. Nello scontro finale, Macduff uccide Macbeth, ponendo fine al suo regno di sangue. Il trono è restituito a Malcolm.
La versione di Welles di Macbeth è famosa per la sua estetica visiva radicale e per le restrizioni di budget che ne hanno plasmato lo stile.
Welles accettò di girare il film per la Republic Pictures, uno studio noto per i B-movies (soprattutto western), con un budget irrisorio, che alcune fonti indicano attorno ai $800.000, e un programma di riprese lampo di soli 23 giorni.
Invece di nascondere la povertà dei mezzi, Welles la trasformò in una cifra stilistica:
Scenografia Teatrale e Stilizzata: I set sono volutamente minimalisti e quasi espressionisti, costruiti con materiali economici come la cartapesta. Questo crea un ambiente volutamente claustrofobico, cupo e primordiale. Il castello sembra una prigione gotica e le nebbie artificiali che avvolgono i personaggi amplificano il senso di paranoia e isolamento.
Fotografia Contro-Luce: La fotografia in bianco e nero di John L. Russell è dominata dal chiaroscuro esasperato e drammatico. I personaggi sono spesso illuminati dal basso o avvolti dalle ombre (low-key lighting), un elemento visivo che riflette perfettamente la corruzione morale e la lotta interiore di Macbeth e Lady Macbeth.
Messa in Scena Drammatica: La macchina da presa è sempre in movimento, utilizzando angolazioni distorte e composizioni che enfatizzano il potere e la solitudine dei personaggi. Welles sfrutta lo spazio scenico con la profondità di campo, ereditata da Quarto Potere, per mettere in relazione i personaggi con il loro ambiente oppressivo.
Welles si prende alcune libertà dal testo shakespeariano per accentuarne i temi:
Il Simbolo del Caos: Le streghe sono più presenti e attive che nell'originale. Welles inizia il film con loro che plasmano una bambola di argilla di Macbeth, un simbolo del suo destino manipolato.
L'Elemento Cristiano: Welles aggiunge il personaggio di un "Padre Santo" (Alan Napier), un prete, per enfatizzare lo scontro tra la superstizione pagana/stregoneria (il caos) e l'ordine cristiano/legge. Questo rafforza l'idea che l'ascesa di Macbeth sia una ribellione non solo contro il re, ma contro l'ordine cosmico e morale.
Inizialmente, Welles sperimentò con un accento scozzese pesante, in parte per dare un tono più arcaico e per nascondere il fatto che molti attori non erano abituati a recitare in versi. Questa scelta fu però criticata per la sua incomprensibilità. La Republic Pictures, insoddisfatta della versione originale, costrinse Welles a doppiare in seguito gran parte del dialogo in un inglese più standard e a tagliare il film da 107 a 85 minuti. La versione restaurata, più vicina all'intento originale, è quella oggi più celebrata.
Il cast di Macbeth era composto in gran parte da attori del Mercury Theatre di Welles, abituati al suo stile di recitazione e regia teatrale, oltre che da attori sotto contratto con la Republic.
Orson Welles (Macbeth): L'interpretazione di Welles è monumentale, ma a tratti eccessiva, in linea con lo stile grand guignol della sua regia. Il suo Macbeth è un uomo robusto, quasi una forza della natura, che soccombe rapidamente alla follia. Più che un ambiguo guerriero, è un tiranno patetico, un antieroe shakespeariano che si inserisce perfettamente nella galleria dei personaggi megalomani e autodistruttivi di Welles (come Charles Foster Kane e Falstaff).
Jeanette Nolan (Lady Macbeth): Al suo debutto cinematografico, Nolan offre una performance potente e nervosa. La sua Lady Macbeth è una figura quasi demoniaca e manipolatrice, il cui crollo mentale è reso con grande intensità espressionista.
Dan O'Herlihy (Macduff): Ha il ruolo dell'eroe vendicatore, che serve da contrappunto morale alla decadenza di Macbeth.
Roddy McDowall (Malcolm): L'allora ex enfant prodige di Hollywood interpreta il futuro re in modo misurato.
Il Macbeth di Orson Welles non fu un successo immediato, oscurato dall'adattamento più "classico" di Amleto di Laurence Olivier, che vinse l'Oscar nello stesso anno. Tuttavia, oggi è riconosciuto come un capolavoro visivo e una testimonianza del genio indomito di Welles, capace di trasformare le limitazioni produttive in un'esplosione di stile cinematografico.
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OH, MOON! (A Ay) un film del 1989 diretto da Reha Erdem
Oh, Moon! (A Ay, letteralmente "Oh, Luna!") è un'opera cinematografica del 1989 che ha segnato l'inizio della carriera di Reha Erdem, affermandolo immediatamente come uno dei registi più originali e visionari del cinema turco contemporaneo. Co-prodotto tra Turchia e Francia, il film è un'immersione profonda nel genere drammatico con forti venature fantasy e surreali, e si distingue per la sua estetica minimalista e la scelta radicale del bianco e nero.
Il film è interamente diretto e sceneggiato da Reha Erdem, che lo realizzò con un budget estremamente ridotto, dimostrando una notevole ingegnosità e una lucidità stilistica sorprendente.
L'Estetica del Bianco e Nero
La caratteristica più distintiva di Oh, Moon! è la sua fotografia in bianco e nero, curata da Uğur Eruzun. Questa scelta non è stata solo una necessità dettata dal basso costo, ma una precisa dichiarazione estetica. Il bianco e nero conferisce al film un'atmosfera sospesa e senza tempo, quasi da fiaba o da leggenda antica.
Erdem sfrutta i contrasti e le ombre per accentuare il senso di mistero e solitudine. L'ambiente stesso, con la sua grande villa sul Bosforo e il paesaggio spoglio, viene trasformato in uno scenario gotico, dove le linee nette e le mezze luci enfatizzano la divisione tra il mondo esteriore e la fervida vita interiore della protagonista. Questa estetica è cruciale per trasportare lo spettatore in uno stato d'animo più emotivo e meno narrativo.
Un Approccio Introspectivo e Lirico
Lo stile di Erdem è profondamente lirico e introspettivo. Il film si basa meno sull'azione e più sull'atmosfera e sulla prospettiva soggettiva della bambina. Il ritmo è lento e meditato, con inquadrature lunghe e composizioni spesso pittoriche. Erdem dimostra qui la sua predilezione per l'uso dello spazio come specchio dello stato d'animo dei personaggi, una cifra stilistica che perfezionerà nei suoi lavori successivi (Times and Winds, Kosmos).
Il Confine tra Realtà e Fantasia
La regia gestisce con maestria l'oscillazione tra il mondo reale e quello fantastico. Gli elementi onirici non sono semplici inserti, ma parte integrante della narrazione, suggerendo che per la protagonista, il mondo interiore è tanto vero quanto quello esteriore.
La trama di Oh, Moon! si ispira a una leggenda popolare di Istanbul e si svolge in un'atmosfera di malinconia familiare.
La Solitudine Sulle Rive del Bosforo
Il fulcro della storia è una bambina di undici anni (interpretata da Yeşim Tozan) che vive in una grande, isolata e probabilmente decadente villa sul Bosforo. La casa è piena di echi del passato e ospita vari membri della sua famiglia, tra cui un anziano padre e figure eccentriche, che contribuiscono a creare un'atmosfera di isolamento emotivo.
La vita della bambina è dominata dal lutto per la madre defunta. La sua elaborazione del dolore si manifesta in una visione notturna ricorrente e ossessiva: ogni sera, la bambina crede di vedere lo spettro o l'immagine della madre che passa sullo stretto a bordo di una piccola barca a remi.
L'Ossessione e l'Uscita dal Lutto
Questa visione non è solo un fantasma, ma un simbolo che lega la bambina alla sua perdita, impedendole di progredire. L'intera narrazione è la descrizione di come la protagonista cerchi di gestire questa ossessione, tra la sua immaginazione fervida e la dura realtà. La sua interazione con gli altri personaggi è spesso filtrata dal suo mondo interiore.
Il film è, in ultima analisi, una storia di crescita e accettazione. La protagonista deve trovare un modo per separarsi dal mito della madre e dal dolore, e per farlo deve elaborare non solo il lutto, ma anche la paura e la superstizione che circondano il mistero della donna.
Il film si affida principalmente alla forza espressiva dei suoi attori per veicolare l'emozione in un contesto narrativo minimalista:
Yeşim Tozan (La Bambina Protagonista): La giovane attrice offre una performance intensa e cruciale, portando sullo schermo la complessa psicologia del lutto e della fantasia infantile.
Münir Özkul: Uno dei grandi veterani del cinema e del teatro turco, qui in un ruolo drammatico che si discosta dai suoi soliti personaggi comici.
Gülsen Tuncer e Nurinisa Yildirim: Contribuiscono a popolare la casa con figure di parenti che rafforzano il senso di atmosfera e di segreto familiare.
Oh, Moon! non fu un successo commerciale immediato, ma divenne rapidamente un film cult e un'opera fondamentale per la critica, sia in Turchia che all'estero.
Innovazione nel Cinema Turco: Il film è salutato come una boccata d'aria fresca in un periodo in cui il cinema turco era spesso dominato da produzioni più commerciali. Erdem dimostrò che era possibile realizzare un cinema d'autore profondo e stilisticamente ambizioso con mezzi limitati.
Temi Ricorrenti: Qui Erdem stabilisce i temi che diventeranno centrali nella sua filmografia: l'infanzia, la natura, il legame tra l'uomo e l'ambiente, e la fluidità tra i mondi visibili e invisibili.
Oh, Moon! è una meditazione visiva sull'isolamento, sul potere della leggenda e sul processo attraverso il quale l'immaginazione aiuta – o ostacola – la vita. È un'opera che richiede pazienza ma che ricompensa lo spettatore con immagini indimenticabili e un'atmosfera di bellezza malinconica e perenne.
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La pistola sepolta (The Fastest Gun Alive) è un film del 1956 diretto da Russell Rouse
La pistola sepolta è un film western prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer, che si discosta dai canoni del western epico e avventuroso per concentrarsi su temi di identità, paura e l'inevitabile richiamo della violenza. Diretto da Russell Rouse, noto per film tesi e spesso incentrati su dilemmi morali (The Thief), la pellicola è l'adattamento di un precedente sceneggiato televisivo intitolato The Last Notch, scritto da Frank D. Gilroy (che ha co-sceneggiato anche il film).
Il film si svolge nella tranquilla e isolata cittadina di Cross Creek, dove l'atmosfera è serena e la vita scorre lenta e comunitaria. Qui vivono George Temple (Glenn Ford) e sua moglie, Dora (Jeanne Crain), in attesa di un bambino. George gestisce l'emporio locale ed è percepito dagli altri abitanti come un uomo pacifico, quasi timido, e in qualche modo inferiore, specialmente da coloro che esaltano la mascolinità ruvida e armata del West.
In realtà, George Temple vive sotto una falsa identità. Il suo vero nome è George Kelby Jr., figlio di un famoso uomo di legge, e la sua abilità con la pistola è leggendaria. Egli è, a tutti gli effetti, il pistolero più veloce del West, un segreto che lui e Dora hanno giurato di nascondere per permettergli di condurre una vita normale, al riparo dalla violenza e dalle sfide mortali. La sua vera arma, un revolver decorato, è sepolta, appunto, per simboleggiare l'abbandono di quel passato.
Il fragile equilibrio della loro vita a Cross Creek si spezza durante una riunione della comunità. In un momento di frustrazione e forse di autolesionistico desiderio di essere riconosciuto, George si ubriaca e, con tono di vanto, rivela il suo segreto, per poi dimostrare la sua incredibile destrezza. La sua esibizione è mozzafiato: riesce a colpire due monete d'argento lanciate in aria con due proiettili sparati simultaneamente.
Inizialmente, gli abitanti di Cross Creek sono sbalorditi e pieni di ammirazione. Tuttavia, ben presto l'ammirazione si trasforma in paura e paranoia. Capiscono che la fama di George è una calamita per la violenza, e che la notizia, una volta diffusa, attirerà pistoleri da ogni dove, bramosi di mettere alla prova la propria velocità contro il più veloce di tutti.
Il pericolo si concretizza nella figura di Vinnie Harold (Broderick Crawford), un pistolero spietato e narcisista, ossessionato dal titolo di "pistola più veloce del West". Vinnie, a capo della sua piccola banda, è sulle tracce di George, avendone sentito parlare in una cittadina vicina.
Quando Vinnie e i suoi uomini arrivano a Cross Creek, la comunità si stringe attorno a George, giurando di mantenere il segreto per proteggerlo e proteggere la città. Tuttavia, la pressione di Vinnie è implacabile: minaccia di bruciare l'intera città se George non esce allo scoperto per affrontarlo in un duello.
George è combattuto. Dora lo supplica di fuggire, di non cedere alla spirale di violenza, ma la minaccia che incombe sugli innocenti di Cross Creek lo costringe a prendere una decisione. Il film costruisce sapientemente la suspense fino al confronto finale nella piazza della città.
Il duello si conclude con George che, pur riluttante, uccide Vinnie Harold. Ma la vera svolta arriva subito dopo, quando George deve affrontare le conseguenze della sua scelta e, soprattutto, il suo insopprimibile bisogno di affermare il suo valore attraverso la velocità della sua mano.
Per porre fine per sempre al ciclo di violenza e proteggere la loro ritrovata pace, gli abitanti di Cross Creek escogitano un piano: fingono che George sia stato ferito mortalmente nel duello. George e Dora possono così lasciare la città in segreto, mentre il mondo del West crederà che il "pistolero più veloce" sia morto. Questo gli permette di recidere definitivamente il legame con la sua fama e di vivere finalmente in pace altrove.
Il regista Russell Rouse utilizza una regia tesa e focalizzata sulla suspense psicologica, più che sull'azione spettacolare:
Western Psicologico: Il film è un classico esempio di western che usa l'ambientazione di frontiera come palcoscenico per esplorare la psicologia dei personaggi. Il vero conflitto non è tra il bene e il male, ma tra l'identità desiderata (il pacifico commerciante) e l'identità imposta (il pistolero leggendario).
Il Peso della Fama: La pistola sepolta si inserisce nel filone di western come Il pistolero (The Gunfighter, 1950), dove l'abilità con la pistola è una maledizione che condanna il protagonista all'isolamento e al duello perpetuo. L'unico modo per George di salvarsi è "morire" metaforicamente, seppellendo non solo l'arma, ma anche la sua fama.
Il Ruolo della Comunità: La cittadina di Cross Creek funge da microcosmo della società. Inizialmente, gli abitanti sono diffidenti e pronti a giudicare George; dopo la rivelazione, passano dall'ammirazione alla paura e, infine, alla solidarietà, unendosi per proteggere la loro comunità e l'uomo che, loro malgrado, è diventato il loro scudo.
Glenn Ford (George Temple / George Kelby Jr.): L'attore è l'elemento centrale del film. Ford offre una performance sfumata, rendendo credibile la lotta interiore di un uomo che desidera la pace ma è tormentato dal bisogno di dimostrare la sua superiorità e dalla paura di essere un codardo. Il suo volto esprime perfettamente l'angoscia e il logoramento di chi vive una doppia vita.
Broderick Crawford (Vinnie Harold): Crawford interpreta un villain carismatico e brutale, la cui ossessione per la fama riflette il lato oscuro del mito del West.
Jeanne Crain (Dora Temple): Il personaggio di Dora è il perno morale della storia, la cui unica missione è salvare suo marito dalla violenza e dal suo stesso ego distruttivo.
Russ Tamblyn (Eric Doolittle): Sebbene il suo ruolo sia marginale, Tamblyn, all'epoca un giovane talento sotto contratto con la MGM, si esibisce in una sorprendente e atletica sequenza di danza, un momento eccentrico e inatteso che alleggerisce momentaneamente l'atmosfera tesa del film.
Nonostante alcuni critici abbiano trovato la trama eccessivamente schematica e convenzionale, La pistola sepolta è oggi apprezzato come un western intelligente e ben ritmato, che usa il genere per indagare i temi universali della paura, dell'identità e del prezzo della violenza.
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Racconto di due stagioni (Kuru otlar üstüne),è un film del 2023 diretto da Nuri Bilge Ceylan.
Racconto di due stagioni (Kuru otlar üstüne), un'opera significativa del 2023 diretta dal maestro turco Nuri Bilge Ceylan. Il film, con la sua notevole durata di 197 minuti (circa 3 ore e 17 minuti), si inserisce perfettamente nel solco del cinema contemplativo, profondo e moralmente complesso del regista, già noto per opere acclamate come C'era una volta in Anatolia e la Palma d'Oro Winter Sleep (Racconto d'inverno).
Nuri Bilge Ceylan non è solo il regista, ma anche co-sceneggiatore (insieme a Ebru Ceylan e Akın Aksu) e co-montatore del film. Il suo approccio registico è immediatamente riconoscibile: un cinema di grande respiro visivo, dove il paesaggio non è un mero sfondo, ma un protagonista che riflette e amplifica gli stati d'animo interiori dei personaggi.
Stile e Temi: Ceylan utilizza lunghe sequenze, dialoghi densi e meditativi, e una fotografia meticolosa (curata da Cevahir Şahin e Kürşat Üresin) che spesso evoca la qualità pittorica di un quadro. In Racconto di due stagioni, il regista turco esplora temi a lui cari: l'insoddisfazione esistenziale, l'incomunicabilità, la meschinità umana, il senso di isolamento, e il conflitto tra ambizioni personali e la dura realtà della vita in provincia. Il titolo originale, Kuru otlar üstüne (traducibile come A proposito di erbe secche), e quello italiano, Racconto di due stagioni, richiamano l'importanza del tempo e del ciclo vitale, con la maggior parte del film ambientata nel lungo, desolante e bianco inverno anatolico. L'inverno, infatti, simboleggia lo stato di stasi e frustrazione dei personaggi, bloccati nelle loro vite.
Direzione degli Attori: Ceylan è un maestro nel guidare gli attori verso interpretazioni sfumate e intense, che rendono i personaggi profondamente umani, ambigui e spesso moralmente compromessi.
La storia è ambientata in un remoto e isolato villaggio nell'Anatolia orientale, sferzato dal freddo e dalla neve.
Il Protagonista: Il fulcro narrativo è Samet (Deniz Celiloğlu), un giovane e brillante, ma anche disilluso e cinico, professore di educazione artistica in una scuola media. Samet è arrivato al suo quarto anno di servizio obbligatorio e attende con ansia il trasferimento a Istanbul, che rappresenta per lui una via di fuga dalla deprimente e asfissiante vita di provincia, in cui si sente bloccato. Samet divide un modesto appartamento con il collega e amico Kenan (Musab Ekici).
L'Accusa e la Crisi: La sua richiesta di trasferimento, che sembrava imminente, viene bloccata quando lui e Kenan vengono inaspettatamente accusati di "comportamenti inappropriati" da due studentesse, in particolare da Sevim (Ece Bağcı). Sebbene l'accusa sia vaga e la vicenda ruoti attorno a un episodio minore (Samet confisca una lettera d'amore a Sevim, negando poi di averla stracciata), essa innesca una crisi profonda nel protagonista. Samet non solo perde la speranza di fuggire, ma deve confrontarsi con il suo lato oscuro: il suo senso di superiorità intellettuale e la sua tendenza a manipolare le situazioni e le persone attorno a sé.
L'Arrivo di Nuray: Una svolta emotiva e narrativa avviene con l'introduzione di Nuray (Merve Dizdar), una giovane e idealista professoressa di inglese. Nuray è una figura di forte integrità morale, lei stessa segnata da un trauma (ha subito l'amputazione di una gamba in seguito a un attentato, vive con una protesi) ma non per questo rassegnata. Sia Samet che Kenan si invaghiscono di lei, e Nuray diventa, involontariamente, un catalizzatore che esacerba le tensioni e le rivalità tra i due colleghi.
Il Dramma Psicologico: Il film si concentra sulle interazioni complesse e sfuggenti tra questi tre personaggi. Attraverso lunghi e intensi dialoghi, in particolare un fondamentale confronto tra Samet e Nuray, vengono esplorate le loro visioni del mondo, le loro ambizioni e le loro verità. La relazione con Nuray costringe Samet a mettere in discussione il suo cinismo e il suo egocentrismo. Nuray, con la sua resilienza, offre un punto di vista alternativo, suggerendo che si possa trovare una prospettiva positiva anche nella permanenza in un luogo difficile, purché si mantenga un saldo senso morale.
Le Due Stagioni: Il titolo italiano si riferisce all'ampio arco temporale della narrazione, che si svolge principalmente nell'inverno (simbolo di blocco e isolamento) ma si conclude o accenna al passaggio all'estate, forse suggerendo un potenziale sblocco o un cambiamento, sebbene l'ambiguità rimanga la cifra stilistica dominante di Ceylan.
Gli attori offrono interpretazioni intense e misurate, essenziali per la riuscita di un film basato sull'introspezione e il dialogo.
Deniz Celiloğlu interpreta Samet: L'attore riesce a rendere il suo personaggio complesso, un uomo brillante ma intrappolato nel proprio ego e nella frustrazione.
Merve Dizdar interpreta Nuray: La sua interpretazione è stata unanimemente acclamata e le è valsa il Prix d'interprétation féminine (Premio per la migliore attrice) al Festival di Cannes 2023. Dizdar dona a Nuray una forza interiore e una lucidità morale che la rendono il vero centro etico della narrazione.
Musab Ekici interpreta Kenan: Il collega di Samet, anch'egli insoddisfatto e in competizione con l'amico.
Ece Bağcı interpreta Sevim: La studentessa la cui accusa innesca la crisi di Samet.
Festival di Cannes 2023: Il film è stato presentato in concorso e, come già menzionato, ha ricevuto il premio per la Migliore Attrice a Merve Dizdar.
Critica: La critica internazionale ha accolto il film con grande favore, considerandolo un'altra opera matura e potente di Ceylan. Viene lodata la sua capacità di indagare le sfumature della psicologia umana e del conflitto morale in un contesto socio-culturale specifico (la Turchia di provincia, con accenni a burocrazia, corruzione e la questione curda), ma con valenza universale.
Struttura del Film: Nonostante la lunghezza, Ceylan concede allo spettatore tutto il tempo necessario per "entrare" nella storia, che procede con un ritmo lento e contemplativo. I dialoghi, lunghi e a tratti filosofici, sono il veicolo principale attraverso cui si svelano le dinamiche tra i personaggi. Una scena in particolare, quasi un "meta-momento" del film, vede Samet uscire improvvisamente dalla scena per trovarsi... sul set di un film, rompendo la quarta parete e costringendo lo spettatore a riconsiderare il confine tra finzione e realtà.
Racconto di due stagioni (Kuru otlar üstüne) è un dramma esistenziale di rara intensità, un'immersione nel cuore di personaggi complessi e nel paesaggio desolante ma maestoso dell'Anatolia, confermando Nuri Bilge Ceylan come uno dei maestri indiscussi del cinema contemporaneo.
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A House of Dynamite è un film del 2025 diretto da Kathryn Bigelow.
A House of Dynamite è un thriller politico serratissimo che comprime il tempo narrativo in una manciata di minuti, quelli che separano gli Stati Uniti da una potenziale catastrofe nucleare.
L'Incidente: La premessa è semplice e terrificante: un singolo missile balistico intercontinentale (ICBM), non rivendicato e di origine ignota, viene rilevato in rotta verso una grande città del Midwest, in particolare Chicago. Il tempo stimato fino all'impatto è di circa 18-19 minuti.
La Corsa Contro il Tempo: Il film si svolge quasi interamente all'interno degli snodi nevralgici della macchina governativa statunitense: la Situation Room della Casa Bianca e le basi operative di difesa missilistica. La trama segue l'élite militare e politica mentre affrontano il caos, cercando disperatamente di rispondere a tre domande fondamentali:
Chi ha lanciato il missile? (Determinare l'identità del nemico per stabilire il protocollo di risposta).
È un attacco intenzionale o un errore tecnico?
Come si risponde? (Se tentare un'intercettazione, una mossa altamente rischiosa, o prepararsi al peggio, con il rischio di innescare una catastrofe globale).
I Punti di Vista: Una delle scelte narrative più apprezzate e distintive del film, sceneggiato da Noah Oppenheim (Jackie), è la sua struttura a episodi a incastro. La pellicola riavvolge parzialmente e ripete la stessa sequenza temporale cruciale per tre volte, mostrandola da prospettive e ambientazioni diverse, tra cui:
La Sala Crisi (Il "Corpo Tecnico"): Qui opera il team di esperti di difesa, guidato dal Capitano Olivia Walker (Rebecca Ferguson), che deve elaborare i dati radar e prendere decisioni tecniche immediate sotto una pressione insopportabile.
L'Ufficio Ovale/Bunker (Il "Potere Politico"): Qui il Presidente (Idris Elba) e i suoi consiglieri di gabinetto e i generali (tra cui il Gen. Anthony Brady di Tracy Letts) devono affrontare le implicazioni politiche e morali, bilanciando il gelo del protocollo con il tremore della responsabilità di fronte alla scelta tra due opzioni che prevedono solo distruzione.
Le Aree Operative: Viene dato spazio anche agli uomini sul campo, come la squadra in Alaska che attende il comando per l'intercettazione.
Questa operazione di "riavvolgimento" del tempo non è un vezzo stilistico, ma il cuore tematico del film: dimostra che l'oggettività non esiste e che protocolli e fatti assumono significati diversi a seconda del punto di vista, della competenza e della fragilità umana di chi tiene le redini.
Kathryn Bigelow è nota per il suo stile registico teso, visceralmente realistico e per la sua capacità di calare lo spettatore direttamente nel cuore dell'azione e della crisi. Con film come The Hurt Locker (2008), Zero Dark Thirty (2012) e Detroit (2017), ha consolidato una reputazione come maestra nel genere del thriller politico e d'azione, privilegiando un'estetica cruda, documentaristica e ad alta tensione.
Stile in A House of Dynamite: In questo film, Bigelow applica la sua caratteristica precisione e la sua ossessione per il dettaglio tecnico e procedurale non più al campo di battaglia o alla caccia all'uomo, ma agli ambienti claustrofobici e ad alta posta in gioco delle War Room e delle sale crisi del governo. La sua regia si concentra sulla tensione che nasce non tanto dall'esplosione, ma dall'attesa dell'impensabile.
Linguaggio Visivo: La fotografia, curata da Barry Ackroyd (collaboratore storico di Bigelow e noto per il suo stile frenetico e a mano), è essenziale per creare un senso di urgenza. La macchina da presa si muove nervosa tra i volti dei militari e dei politici, alternando primi piani intensi a dettagli su schermi, mappe e segnali radar, trasformando lo spazio chiuso della Casa Bianca e dei bunker in un campo di battaglia emotivo.
Temi: Il film è esplicitamente politico e apocalittico, ponendo l'attenzione sulla fragilità del controllo e sull'assurdità della dottrina di difesa nucleare. Bigelow stessa ha sottolineato come il film voglia risvegliare il pubblico dal "torpore collettivo" sulla minaccia nucleare, esplorando il paradosso di un sistema costruito per prevenire l'annientamento che, di fronte all'imponderabile, vacilla.
Il film vanta un cast internazionale di alto profilo, tipico delle produzioni ad alta caratura drammatica:
Idris Elba interpreta Il Presidente: Un capo di stato che entra in scena quasi in ritardo rispetto alla macchina tecnico-militare, ma che deve misurare il suo ruolo tra responsabilità e dubbio in un momento di crisi senza precedenti.
Rebecca Ferguson interpreta il Capitano Olivia Walker: Capo del team di monitoraggio delle minacce alla Casa Bianca. È il volto della competenza che deve affrontare il crollo della razionalità.
Gabriel Basso interpreta Jake Baerington: Un personaggio chiave all'interno delle sale operative.
Jared Harris interpreta Reid Baker.
Tracy Letts interpreta il Generale Anthony Brady: La figura militare che incarna la rigidità del protocollo.
Anthony Ramos interpreta il Maggiore Daniel González: La sua performance è stata particolarmente notata, valendogli un premio per il Miglior Attore non Protagonista.
Altri attori di rilievo includono: Moses Ingram, Jonah Hauer-King, Greta Lee e Jason Clarke.
Anteprima Mondiale: A House of Dynamite ha avuto la sua anteprima mondiale in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia il 2 settembre 2025, dove è stato nominato per il Leone d'oro.
Critica: Il film è stato accolto con un plauso quasi unanime, venendo descritto come un "capolavoro magistralmente costruito" e un "thriller urgente che è tanto angosciante quanto avvincente". La critica ha lodato la capacità di Bigelow di trasformare l'incubo atomico in una lucida e terrificante lezione sul terrore contemporaneo, senza ricorrere a un'estetica da disaster movie convenzionale.
Distribuzione: Il film è stato prodotto da First Light Productions, Netflix e Prologue Entertainment ed è distribuito da Netflix, con un'uscita limitata nelle sale cinematografiche a partire dall'inizio di ottobre 2025 (in Italia l'8 ottobre) prima di arrivare sulla piattaforma streaming a partire dal 24 ottobre 2025.
Durata: La durata del film è di 112 minuti, un ritmo serrato che riflette la compressione temporale della storia.
In sintesi, A House of Dynamite è molto più di un semplice thriller: è un'opera che usa il meccanismo del tempo contratto e dell'incertezza per dissezionare la fragilità della leadership e della tecnologia di fronte a una catastrofe senza volto, ponendosi come un commento essenziale e inquietante sul mondo geopolitico contemporaneo.
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Lo sparviero del mare(The Sea Hawk) è un film del 1940, diretto da Michael Curtiz
Lo sparviero del mare (The Sea Hawk) è considerato uno dei capolavori del genere cappa e spada e uno dei film più emblematici della carriera di Errol Flynn e del regista Michael Curtiz.
Michael Curtiz (1886-1962) è stato uno dei registi più prolifici e versatili dell'epoca d'oro di Hollywood, noto per la sua maestria tecnica e il suo talento nel dirigere generi diversi, dalla commedia (Yankee Doodle Dandy) al noir (Mildred Pierce), fino al melodramma (Casablanca).
Stile in Lo sparviero del mare: In questo film d'avventura, Curtiz sfoggia il suo talento nel mettere in scena sequenze d'azione grandiose e dinamiche, in particolare le celebri battaglie navali e i duelli di scherma. Il suo stile si concentra su:
Dinamismo e Ritmo: Il film, pur superando le due ore di durata (127 minuti nella versione originale), mantiene un ritmo avvincente. Curtiz è abile nel combinare l'azione mozzafiato con l'intrigo di corte e il romanticismo.
Messa in Scena Epica: Il film fu un kolossal per l'epoca (con un budget di circa 1,7 milioni di dollari) e Curtiz ne sfrutta ogni centesimo per creare grandiose ricostruzioni navali, costumi sontuosi e scenografie dettagliate (curate da Anton Grot).
Collaborazione con Flynn: Lo sparviero del mare è l'ennesima, fruttuosa collaborazione tra Curtiz e Errol Flynn, forse la coppia più celebre del genere avventuroso hollywoodiano. Curtiz è noto per aver spinto Flynn a dare il meglio di sé nelle acrobazie e nei combattimenti, fino quasi all'esaurimento fisico dell'attore, garantendo però un risultato cinematografico di altissimo livello.
Altri Aspetti Tecnici:
Fotografia: La splendida fotografia in bianco e nero (con alcune scene in tonalità seppia per le sequenze ambientate a Panama) è opera di Sol Polito, che contribuisce a un'atmosfera epica e drammatica.
Musica: La colonna sonora, di Erich Wolfgang Korngold, è considerata una delle più grandiose e influenti della storia del cinema. Con le sue fanfare eroiche e i temi romantici, scandisce perfettamente ogni scena, elevando l'epicità delle sequenze d'azione ed enfatizzando l'eroismo del protagonista.
Il film è ambientato intorno al 1585, nel contesto della crescente tensione tra l'Inghilterra protestante della Regina Elisabetta I e la Spagna cattolica e egemonica del Re Filippo II. Sebbene il titolo e la fonte letteraria si rifacciano liberamente a un romanzo di Rafael Sabatini, la trama è ispirata alle gesta dei veri "Sea Dogs" inglesi, corsari come Sir Francis Drake e Walter Raleigh.
Il Protagonista: Il capitano Geoffrey Thorpe (Errol Flynn) è un audace e carismatico corsaro inglese. Comandante del galeone Albatross, Thorpe e il suo equipaggio assaltano regolarmente i galeoni spagnoli carichi d'oro, saccheggiando i tesori per rimpinguare segretamente le casse dello Stato inglese, che la Regina Elisabetta non vuole pubblicamente sostenere per evitare una guerra aperta con la Spagna.
L'Intrigo di Corte e l'Amore: All'inizio del film, Thorpe assalta un galeone spagnolo che trasporta Doña Maria (Brenda Marshall), la nipote del nuovo ambasciatore spagnolo in Inghilterra, Don José Alvarez de Cordoba (Claude Rains), un uomo subdolo e calcolatore. Sebbene Thorpe affondi la nave, salva Doña Maria e la porta in Inghilterra. Tra i due nasce subito una forte attrazione, complicata dal fatto che sono nemici politici.
A corte, l'ambasciatore spagnolo cerca di tranquillizzare Elisabetta, nascondendo le vere intenzioni del Re Filippo II, che sta segretamente complottando per invadere l'Inghilterra. Thorpe si guadagna la tacita benedizione della Regina e la forte ostilità del suo consigliere traditore, Lord Wolfingham (Henry Daniell), in combutta con gli spagnoli.
La Missione a Panama e la Cattura: Thorpe propone alla Regina un piano audace: impossessarsi di un vasto carico d'oro spagnolo a Panama, cruciale per le ambizioni belliche di Filippo II. L'ambasciatore spagnolo, venuto a conoscenza del piano grazie a Wolfingham, orchestra una trappola a Panama. Thorpe e i suoi bucanieri cadono nell'imboscata, e dopo un feroce combattimento nella giungla, vengono catturati.
L'Esilio e la Ribellione: Thorpe e i suoi uomini vengono condannati a vita come schiavi rematori su una galera spagnola. Durante il duro esilio, Thorpe non si arrende mai. In una sequenza di grande azione, il capitano incita i suoi compagni alla ribellione. Riusciranno a sopraffare i carcerieri, prendere il controllo della galera e fare rotta per l'Inghilterra.
Il Duello e l'Appello Finale: Tornato in patria, Thorpe si introduce nel palazzo reale per sventare il complotto spagnolo e smascherare Lord Wolfingham. La tensione culmina in un leggendario duello alla spada tra Thorpe e Wolfingham (considerato uno dei migliori duelli di Flynn), in cui il corsaro uccide il traditore.
Di fronte alla Regina, Thorpe non solo rivela l'inganno spagnolo, ma la esorta con passione ad abbandonare la sua politica di ambiguità e a preparare apertamente una flotta per difendere l'Inghilterra dall'imminente invasione dell'Armada spagnola.
Finale: La Regina Elisabetta, convinta dal coraggio e dalle parole di Thorpe, si impegna a preparare la difesa nazionale e, per i suoi servigi, nomina il capitano Baronetto, confermando il suo ruolo di eroe nazionale e assicurando il lieto fine anche sul piano romantico con Doña Maria.
Errol Flynn interpreta il Capitano Geoffrey Thorpe: Il ruolo che ha cementato la sua immagine di audace e irresistibile spadaccino e avventuriero.
Brenda Marshall interpreta Donna Maria Alvarez De Cordoba: La nipote dell'ambasciatore spagnolo e interesse amoroso di Thorpe.
Claude Rains interpreta Don José Alvarez de Cordoba: L'ambasciatore spagnolo, un villain astuto e misurato.
Flora Robson interpreta la Regina Elisabetta I: Un'interpretazione memorabile della monarca, che bilancia la sua forza politica con la sua vulnerabilità. Robson aveva già interpretato la Regina in Elisabetta Regina d'Inghilterra (1937).
Henry Daniell interpreta Lord Wolfingham: Il consigliere traditore, perfetto antagonista per Flynn.
Alan Hale interpreta Carl Pitt: Il fido compagno d'armi e amico di Thorpe, un elemento di comic relief e lealtà.
Propaganda Bellica: Il film fu distribuito nel 1940, in un momento cruciale in cui la Gran Bretagna era sola a combattere la Germania nazista. La Warner Bros. e Curtiz inserirono nel finale un esplicito discorso patriottico della Regina Elisabetta (interpretato come un'allegoria della situazione attuale), con allusioni dirette all'attualità e alla necessità di resistere alla tirannia, agendo come una sorta di messaggio di sostegno agli alleati britannici.
Il Genere Cappa e Spada: Lo sparviero del mare è spesso considerato il culmine del genere avventuroso storico, consolidando i temi e gli stilemi che erano stati definiti in precedenza da Flynn e Curtiz in successi come Capitan Blood (1935) e La leggenda di Robin Hood (1938).
Riconoscimenti: Il film ottenne quattro nomination ai Premi Oscar (Miglior Colonna Sonora, Miglior Scenografia in Bianco e Nero, Miglior Suono e Migliori Effetti Speciali), a testimonianza della sua eccellenza tecnica.
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Sogno di prigioniero(Peter Ibbetson) è un film del 1935 diretto da Henry Hathaway.
Sogno di prigioniero (Peter Ibbetson), un film singolare e affascinante del 1935, diretto da Henry Hathaway. Quest'opera si distingue nel panorama cinematografico hollywoodiano degli anni Trenta per il suo tono surreale, romantico e per l'indagine sul potere trascendente dell'amore e del sogno, tanto da essere considerato da grandi cineasti come Luis Buñuel un vero capolavoro.
Henry Hathaway (1898-1985) è un regista noto soprattutto per il suo lavoro nei generi western, avventura e noir, con titoli celebri come Il Grinta (True Grit, 1969) e Il bacio della morte (Kiss of Death, 1947). Sogno di prigioniero rappresenta un'anomalia unica nella sua filmografia, un'incursione nel fantastico e nel melodramma romantico con una sensibilità inaspettata.
Stile e Temi: Nonostante la sua familiarità con generi più rudi, Hathaway affronta il materiale di Peter Ibbetson con una delicatezza e un'attenzione visiva che lo elevano al di sopra del melodramma convenzionale. Il film è basato sul romanzo del 1891 di George du Maurier e sulla successiva riduzione teatrale, esplorando il concetto di "dreaming true" (sognare la verità), dove due amanti separati dalla realtà possono ritrovarsi e vivere un'esistenza parallela e perfetta esclusivamente all'interno dei loro sogni condivisi.
Visione e Atmosfera: Hathaway e il direttore della fotografia Charles Lang utilizzano il bianco e nero con grande maestria, in particolare nell'ultima parte del film. Le sequenze oniriche sono caratterizzate da un uso suggestivo di luci e ombre, creando un contrasto netto tra la cruda e oscura realtà della prigione e la luminosità eterea dei sogni condivisi, un'estetica che alcuni critici hanno accostato all'ispirazione dalle pitture di Rembrandt. Questo stile "visionario" è ciò che ha garantito al film un posto d'onore tra le opere più artistiche prodotte da un grande studio come la Paramount in quel decennio.
Il film si apre nella Francia del XIX secolo, introducendo i due giovani protagonisti:
L'Amore d'Infanzia e la Separazione: Il piccolo Gogo (Peter Ibbetson, interpretato da Dickie Moore da bambino) e la piccola Mimsey (Mary, interpretata da Virginia Weidler da bambina) sono inseparabili. Vivono in case adiacenti in un sobborgo di Parigi e si giurano eterno amore. La loro infanzia idilliaca è bruscamente interrotta quando la madre di Peter muore e lui è costretto a lasciare la Francia per andare a vivere con il suo burbero zio in Inghilterra. Peter e Mary soffrono profondamente la separazione, che lascerà in Peter adulto un senso di malinconia e una vaga, inspiegabile sofferenza.
L'Incontro Adulto e il Destino Avverso: Anni dopo, Peter Ibbetson (interpretato da Gary Cooper) è diventato un architetto a Londra. Viene assunto dal Duca di Towers (John Halliday) per rimodernare le sue scuderie. Incontra la moglie del Duca, la Duchessa Mary (Ann Harding), senza inizialmente riconoscerla. Un giorno, tuttavia, una melodia o un dettaglio le fanno rivivere improvvisamente un ricordo d'infanzia e i due si riconoscono. La scoperta è sconvolgente: l'amore infantile è ancora vivo in entrambi.
L'Omicidio e la Prigionia: L'amore tra Peter e Mary si riaccende prepotentemente, ma lei è intrappolata in un matrimonio senza amore. I due decidono di fuggire insieme. Quando il Duca di Towers li scopre, ne segue una violenta colluttazione in cui Peter, difendendosi, lo uccide accidentalmente. Peter viene processato e, nonostante le attenuanti, viene condannato all'ergastolo, scomparendo nella dura realtà del carcere.
Il Sogno Condiviso: Mary, disperata, decide di porre fine alla sua vita. Ma in prigione, Peter, in uno stato di disperazione, riscopre involontariamente la capacità di "sognare vero" (o dreaming true). Si ritrova nel suo sogno nel luogo del loro addio infantile. Mary, sopravvissuta, riceve il messaggio onirico e, praticando la stessa tecnica di focalizzazione sul ricordo, si unisce a lui in questo universo parallelo e perfetto.
L'Amore Oltre la Realtà: Da quel momento, la dura e solitaria vita di Peter in prigione non conta più. Ogni notte, lui e Mary si incontrano nei loro sogni, in un mondo in cui sono liberi, giovani e innamorati, invecchiando insieme in armonia e vivendo una felicità che il destino ha negato loro nella realtà. La trama culmina con l'anziana Mary che, sul letto di morte, si ritrova per l'ultima volta in sogno con Peter, che muore serenamente poco dopo, unendosi a lei per sempre al di là del tempo e dello spazio.
Il film è sostenuto da interpretazioni intense e patinate, tipiche degli attori di punta della Paramount dell'epoca:
Gary Cooper interpreta Peter Ibbetson: L'attore, generalmente associato a ruoli più virili e d'azione, offre qui una delle sue interpretazioni più sensibili, struggenti e vulnerabili, trasmettendo perfettamente il senso di malinconia e la forza interiore dell'amore eterno.
Ann Harding interpreta Mary, Duchessa di Towers: Con la sua bellezza eterea, l'attrice incarna l'ideale romantico di un amore destinato, rappresentando la "Anima dell'Amore" come descritto da alcuni critici.
John Halliday interpreta il Duca di Towers: Il marito freddo e cinico che rappresenta l'ostacolo materiale e la realtà soffocante.
Ida Lupino interpreta Agnes: La sua è una delle sue prime apparizioni di rilievo sul grande schermo, in un ruolo di supporto.
Un Cult per i Registi: Sogno di prigioniero non fu un enorme successo commerciale all'epoca, ma divenne rapidamente un film di culto, specialmente tra i cineasti. Come accennato, il surrealista Luis Buñuel lo considerava uno dei film più belli mai realizzati, apprezzandone il tema del superamento dei limiti della realtà attraverso l'immaginazione. Buñuel vedeva in esso la quintessenza del cinema come mezzo per esplorare l'irrazionale.
Un'Opera Senza Tempo: Il film è un raro esempio di cinema che fonde il romanticismo gotico e l'atmosfera vittoriana con una vera e propria premessa fantascientifica sul potere della mente. La sua risonanza emotiva deriva dal modo in cui esplora la capacità umana di resistere alla disperazione attraverso l'amore, anche quando questo è confinato esclusivamente alla dimensione onirica.
Il Trionfo dell'Immaginazione: Il messaggio centrale del film è che l'amore vero e l'immaginazione hanno il potere di liberare l'individuo dalle catene della realtà, del tempo e persino della morte.
In conclusione, Sogno di prigioniero è un film audace e commovente, che dimostra la versatilità del suo regista e offre a Gary Cooper e Ann Harding un veicolo per esplorare le profondità del romanticismo trascendentale, lasciando un segno duraturo nel cinema per la sua fusione unica di dramma, fantastico e puro sentimento.
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Tragedia a Santa Monica (Pitfall),è un film del 1948 diretto da André de Toth
"Tragedia a Santa Monica" (titolo originale: Pitfall) è un film statunitense del 1948 diretto da André de Toth. Pur non essendo tra i titoli più noti al grande pubblico del noir classico, è un'opera acclamata dalla critica per la sua peculiare ambientazione suburbana e per la sua capacità di trasformare la monotonia della classe media americana del dopoguerra in una trappola mortale. Il film è basato sul romanzo The Pitfall di Jay Dratler.
Regia di André de Toth: Il Noir della Suburbia
André de Toth (1913–2002), regista ungherese naturalizzato americano, era noto per il suo stile asciutto, pragmatico e privo di sentimentalismo. Egli si distinse nel panorama del film noir per aver spesso ambientato le sue storie al di fuori dei tradizionali scenari urbani notturni, portando l'oscurità psicologica del genere nella luminosa e apparentemente idilliaca vita suburbana di Los Angeles.
In Pitfall, de Toth utilizza la quiete e l'ordine della vita di classe media come un contrasto stridente con il caos emotivo e morale che si scatena. La sua regia è chirurgica:
Destabilizzazione del Protagonista: Il film inizia con scene che mostrano la routine domestica e il benessere economico della famiglia Forbes, ma la telecamera e le interazioni svelano subito la "gabbia dorata" e la frustrazione del protagonista, John.
Luce e Ombra Morale: Sebbene la fotografia di Harry J. Wild utilizzi i chiaroscuri tipici del noir, le scene ambientate nella casa di Forbes sono spesso ben illuminate, con il buio che emerge non tanto dalla messa in scena, quanto dalla trama e dalla morale dei personaggi. Il vero baratro (pitfall) è interiore e morale, non solo ambientale.
Realismo Crudo: De Toth conferisce alla storia una progressione implacabile. L'indiscrezione iniziale di un uomo annoiato non genera solo senso di colpa, ma conseguenze concrete e violente che invadono e distruggono l'ambiente domestico, mostrando in modo precursore come le azioni "esterne" possano irrompere e contaminare la sicurezza della casa.
Il film, con i suoi 84 minuti di durata, è un esempio di noir veloce e serrato, che affronta temi adulti come l'adulterio e l'ossessione senza compromessi, un fatto notevole dato il rigido controllo del Codice Hays dell'epoca. Si narra che de Toth abbia dovuto usare metodi non convenzionali per convincere i censori ad accettare la trama e il finale relativamente ambiguo e "graziato".
Trama: L'Uomo Qualunque nell'Abisso
John Forbes (Dick Powell) è un uomo di successo, agente assicurativo che vive in un'accogliente casa nella periferia di Santa Monica, con la moglie amorevole Sue (Jane Wyatt) e il loro giovane figlio Tommy. La sua vita è l'incarnazione del Sogno Americano del dopoguerra: confortevole, sicuro e prevedibile. Proprio questa prevedibilità è la sua croce; Forbes è tormentato dalla noia e dal senso di un'esistenza sprecata. "Dove altro dovrebbe essere la mia colazione?" chiede sarcastico alla moglie, esasperato dalla routine.
L'Incontro con Mona: L'opportunità di "avventura" arriva quando Forbes deve indagare su un caso di appropriazione indebita: un uomo è in prigione per aver rubato dei gioielli per la sua fidanzata. Questa donna è Mona Stevens (Lizabeth Scott), una modella dalla voce roca e dall'aria malinconica, la cui figura non è la classica femme fatale manipolatrice, ma piuttosto una donna vulnerabile, involontariamente al centro della tragedia. Forbes è attratto dalla sua fragilità e dal suo fascino.
La Caduta: L'indagine professionale si trasforma rapidamente in un'ossessione e, nonostante Mona non sia consapevole del matrimonio di Forbes, i due iniziano una breve ma intensa relazione. Forbes si getta in questa deviazione non per amore, ma come tentativo disperato di fuggire dalla sua routine.
L'Antagonista e la Crisi: La situazione precipita con l'entrata in scena di J. B. MacDonald (Raymond Burr), un massiccio e inquietante investigatore privato che lavora per l'assicurazione. MacDonald è a sua volta follemente e pateticamente ossessionato da Mona. Egli spia, minaccia e manipola, prima Mona e poi Forbes, in una crescente spirale di gelosia e violenza.
Quando il fidanzato in carcere di Mona viene rilasciato, MacDonald si assicura che venga a sapere della relazione tra Forbes e Mona. L'ex fidanzato, spinto da MacDonald, aggredisce Forbes nella sua stessa casa. John Forbes, in un atto di legittima difesa (o omicidio per eccesso di legittima difesa), spara e uccide l'uomo.
Il Finale Amaro: Il crimine, frutto della sua debolezza morale, irrompe nel paradiso suburbano di Forbes. Costretto a confessare l'accaduto e la relazione adultera alla moglie Sue, Forbes deve affrontare la totale distruzione della sua vita. Nonostante la moglie lo perdoni per l'omicidio (riconoscendo la legittima difesa), il film si conclude con una scena di straziante realismo: John è scagionato dalla legge, ma non dal giudizio della moglie. Sue accetta di restare con lui solo per il figlio e per salvare le apparenze, ma tra i due è calato un silenzio gelido e una consapevolezza amara e irrevocabile. Il finale suggerisce che, per Forbes, la vita nella pitfall del matrimonio restaurato è una condanna ben peggiore del carcere.
Cast e Interpretazioni
Il successo di Pitfall si deve in gran parte alle performance del suo cast:
Dick Powell (John Forbes): Famoso per aver reinventato la sua immagine da eroe romantico a tough guy del noir (come in Murder, My Sweet), Powell offre un ritratto memorabile dell'uomo qualunque intrappolato nel suo stesso conformismo, la cui apatia si trasforma in autodistruzione.
Lizabeth Scott (Mona Stevens): Con la sua voce affumicata e la sua presenza magnetica, la Scott dona a Mona una dignità e una vulnerabilità che la distinguono dalla figura archetipica della femme fatale tipica del genere. È una vittima delle circostanze e degli uomini, piuttosto che una predatrice.
Jane Wyatt (Sue Forbes): Di solito relegata a ruoli di moglie e madre amorevole, la Wyatt sorprende nel finale, offrendo un ritratto di donna ferita, ma lucida nella sua decisione di non distruggere totalmente la famiglia, pur condannando il marito a una vita di gelo emotivo.
Raymond Burr (J. B. MacDonald): Prima di diventare l'iconico Perry Mason, Burr eccelle qui nel ruolo dell'antagonista viscido e ossessivo. La sua interpretazione è stata lodata per aver dato corpo al lato più oscuro e patetico del desiderio maschile.
Tragedia a Santa Monica è oggi riconosciuto come un capolavoro minore del noir, un film che affronta con onestà intellettuale la crisi della mascolinità del dopoguerra e la fragilità dell'idillio domestico americano, dimostrando che l'abisso non si nasconde solo nei vicoli bui della città, ma può essere scavato dalla noia nella tranquillità della propria casa.
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Il deserto dei Tartari, è un film del 1976, diretto da Valerio Zurlini
"Il deserto dei Tartari" è un film del 1976, diretto da Valerio Zurlini, che costituisce l'ultima opera cinematografica del regista e una delle più prestigiose trasposizioni cinematografiche di un capolavoro letterario italiano, ovvero l'omonimo romanzo di Dino Buzzati del 1940. Il film è una profonda e amara riflessione filosofica sulla condizione umana, sul senso del dovere, sull'illusione della gloria e sull'inevitabile scorrere del tempo, che prosciuga la vita in un'attesa vana.
Regia e Approccio di Valerio Zurlini
Valerio Zurlini (1926-1982), già Leone d'Oro a Venezia nel 1962 per Cronaca familiare, era noto per il suo cinema malinconico, introspettivo e spesso incentrato sul disagio esistenziale e il tema della perdita. In Il deserto dei Tartari, Zurlini trova la perfetta sinergia tra la sua poetica e quella di Buzzati, trasformando l'allegoria del romanzo in una grandiosa e visivamente struggente parabola cinematografica.
Stile e Location: Il regista opta per un approccio visivo che enfatizza il senso di isolamento, monotonia e staticità. L'ambientazione principale è la Fortezza Bastiani, l'ultimo avamposto dell'Impero ai confini di un deserto arido e inospitale. Per le riprese, Zurlini ha utilizzato la storica cittadella di Bam, in Iran (distrutta in gran parte da un terremoto nel 2003 e all'epoca un luogo di grande suggestione), oltre ad alcune riprese in Italia, come a Forme (AQ). La Fortezza Bastiani nel film è un luogo di una bellezza severa e opprimente, che si erge come un monumento all'assurdità, quasi kafkiano (un paragone spesso fatto anche per il romanzo).
Aspetti Tecnici: La forza espressiva del film è straordinariamente supportata dagli aspetti tecnici, frutto di una prestigiosa coproduzione italo-franco-tedesca:
Fotografia: Curata da Luciano Tovoli (che lavorò anche con Michelangelo Antonioni e Dario Argento), la fotografia è luminosa ma fredda, capace di cogliere la vastità desolata del paesaggio e la claustrofobica rigidità degli interni della fortezza.
Musiche: La colonna sonora, di rara potenza emotiva, è firmata dal Maestro Ennio Morricone, che con i suoi temi amplifica il senso di epicità mancata, solitudine e malinconia.
Sceneggiatura: Zurlini ha lavorato alla sceneggiatura con Jean-Louis Bertucelli e Andre G. Brunelin, spostando, secondo le sue stesse dichiarazioni, l'accento dalla poesia del libro di Buzzati a una riflessione più concreta sul fallimento esistenziale, sulla "comunità di templari" prigionieri di un rituale inutile, e sul problema della morte.
Il film valse a Zurlini il David di Donatello per la Migliore Regia e il David di Donatello per il Miglior Film del 1977.
Trama
L'Arrivo alla Fortezza Bastiani: La storia inizia con il giovane e idealista sottotenente Giovanni Drogo (interpretato da Jacques Perrin), fresco di nomina, che viene assegnato alla remota Fortezza Bastiani, situata su un'altura rocciosa che si affaccia sul vasto e desolato "Deserto dei Tartari". Drogo ha vent'anni ed è pieno di ambizioni, desideroso di compiere il suo dovere e di guadagnare gloria sul campo di battaglia. La Fortezza, l'ultimo avamposto dell'Impero, ha l'unica missione di difendere il confine da un nemico atavico e leggendario: i Tartari, un popolo nomade che un tempo popolava il deserto.
L'Attesa Infinita: L'iniziale intenzione di Drogo è di restare alla Fortezza solo quattro mesi, il tempo necessario per il trasferimento. Tuttavia, appena giunto, si trova prigioniero di una rigida e assurda burocrazia militare e, soprattutto, di un'atmosfera pervasa da un'attesa ossessiva. La vita nella Fortezza è scandita da una quotidianità militare monotona e priva di eventi reali: esercitazioni inutili, parate, e il costante scrutare l'orizzonte in cerca di un segno, un fumo, una polvere che annunci l'arrivo dei Tartari. La minaccia, però, non si concretizza mai.
Il Tempo Rubato: Drogo, come tutti gli altri ufficiali della guarnigione, si fa lentamente sedurre dalla logica dell'attesa, rimandando il momento di lasciare la Fortezza e, con essa, la propria giovinezza e i sogni di una vita "vera" in città. Passano gli anni, e il tempo, il vero nemico invisibile, si rivela più crudele di qualsiasi esercito. Drogo vede i suoi commilitoni invecchiare accanto a lui: il Conte Filimore (Vittorio Gassman) intrappolato in un ruolo autorevole ma vuoto, il Capitano Hortiz (Max von Sydow) che consuma la sua vita nell'osservazione, l'idealista Maggiore Matis (Giuliano Gemma) che vive in un mondo di illusioni.
Drogo rifiuta le occasioni per il trasferimento, convinto che il "momento della gloria" sia imminente, proprio quando lui si allontanerebbe. Diventa Capitano, poi Comandante in seconda, ma è ormai ingabbiato nella Fortezza e nel suo destino.
Il Finale e la Disillusione: Quando finalmente, dopo decenni di vana attesa, i Tartari sembrano davvero muoversi all'orizzonte (o forse è l'ennesimo miraggio?), per Drogo è troppo tardi. Ormai anziano e gravemente ammalato, logorato dalla malattia (forse tubercolosi), l'ufficiale medico, il maggiore Rovine (Jean-Louis Trintignant), lo dichiara inabile e lo costringe a lasciare la Fortezza per rientrare in città.
Drogo viene caricato su una carrozza, un'immagine straziante della sua sconfitta. Morirà lungo la strada, poco prima che la Fortezza Bastiani si prepari finalmente per la battaglia a lungo attesa. Drogo non avrà il suo momento di gloria, ma trova una sorta di dignità finale nella solitudine della sua morte, affrontando l'unico nemico contro cui tutti gli uomini devono combattere: la morte stessa.
Cast d'Élite
Una delle caratteristiche più impressionanti del film è il suo cast internazionale stellare, che annovera alcuni dei più grandi attori europei dell'epoca.
Jacques Perrin – Sottotenente/Capitano Giovanni Drogo (anche coproduttore esecutivo, fu lui a proporre il progetto a Zurlini).
Vittorio Gassman – Conte Giovanbattista Filimore (Comandante della Fortezza).
Max von Sydow – Capitano Hortiz.
Giuliano Gemma – Maggiore Matis.
Jean-Louis Trintignant – Maggiore Medico Rovine.
Philippe Noiret – Generale.
Fernando Rey – Luogotenente-colonnello Nathanson.
Laurent Terzieff – Tenente.
Il deserto dei Tartari è un'opera di grande spessore che, pur nella sua fedeltà allo spirito buzzatiano, riesce a elevarsi a una potente e universale meditazione sul tema della vita sprecata e sul paradosso dell'attesa come unica ragione di vita.
mubi
Paternal Leave è un film drammatico del 2025 diretto da Alissa Jung
"Paternal Leave" è un film drammatico del 2025 che segna l'importante debutto alla regia di un lungometraggio dell'attrice e regista tedesca Alissa Jung. Il film, una coproduzione italo-tedesca, è una profonda e intima esplorazione delle dinamiche familiari, dell'assenza paterna e della ricerca di identità in età adolescenziale, il tutto ambientato nell'atmosfera sospesa e malinconica della costa romagnola in inverno.
Regia e Approccio Cinematografico
Alissa Jung, nota in Italia per il suo ruolo nella miniserie Maria di Nazaret, per Paternal Leave ha curato sia la regia che la sceneggiatura, rendendola un'opera di forte impronta autoriale e molto personale. Dopo aver diretto alcuni cortometraggi, la sua opera prima è stata immediatamente riconosciuta a livello internazionale, con la selezione nella sezione Generation 14plus della 75ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel febbraio 2025. A Berlino, il film ha vinto il Premio AG Kino – Gilde - Cinema Vision 14plus, un riconoscimento significativo per il suo approccio sensibile alle tematiche giovanili.
La Jung adotta uno stile registico che è stato descritto come poetico e realistico, caratterizzato da un raffinato equilibrio tra i silenzi e le parole. La regista utilizza il paesaggio — la riviera romagnola deserta e invernale — non solo come sfondo, ma come un vero e proprio personaggio che amplifica gli stati d'animo dei protagonisti. L'atmosfera fredda, nebbiosa e inattiva, con gli stabilimenti balneari sbarrati, funge da metafora visiva dell'isolamento e del tumulto interiore della protagonista. Il film è girato con una fotografia curata da Carolina Steinbrecher, e un montaggio di Heike Parplies e David Maria Vogel, che contribuiscono a costruire una narrazione intima, lontana da ogni retorica o sentimentalismo eccessivo.
Trama
Il Viaggio di Leo e la Ricerca del Padre: Al centro della narrazione c'è Leo (interpretata da Juli Grabenhenrich), una quindicenne cresciuta in Germania senza la figura paterna. Sola, ribelle e piena di rabbia repressa, Leo scopre l'identità del suo padre biologico, un italiano di nome Paolo, e decide impulsivamente di intraprendere un viaggio solitario e senza soldi verso la costa settentrionale dell'Italia, in Romagna, per incontrarlo.
L'Incontro e il Conflitto Familiare: Leo trova Paolo (interpretato da Luca Marinelli) in un fatiscente bar sulla spiaggia, chiuso per la stagione invernale. L'incontro è un vero e proprio uragano emotivo per entrambi. Per Leo, è un misto di nostalgia e rabbia per l'assenza; per Paolo, l'arrivo della figlia è uno shock, che lo coglie impreparato e lo costringe a confrontarsi con una parte della sua vita che aveva messo da parte.
Paolo vive ora una vita con una nuova famiglia, inclusa una figlia più piccola, Emilia (Joy Falletti Cardillo), e la sua compagna Valeria (Gaia Rinaldi). La sua riluttanza e la difficoltà nel bilanciare la sua vita attuale con la responsabilità e il peso emotivo dell'arrivo di Leo creano un immediato e aspro conflitto. Inizialmente, Leo cerca semplicemente delle risposte per riempire il vuoto identitario, ma presto si accorge di desiderare un vero e proprio posto nella vita del padre.
Un Padre in Crescita: Il film si concentra sul tentativo dei due estranei di costruire un legame, lottando per trovare verità, affinità e il coraggio di affrontare sé stessi. Mentre Leo cerca l'accettazione e l'amore paterno, Paolo lotta con il senso di colpa e l'incapacità di essere la figura genitoriale che Leo meriterebbe. Il titolo, Paternal Leave (Congedo Paternità), assume una connotazione ironica e drammatica, indicando il tempo che Paolo è costretto a prendersi, non per la nascita, ma per l'irrompere inatteso di una figlia ormai adolescente nella sua vita.
La tensione culmina in uno scontro doloroso quando Paolo, messo alle strette, sembra dare nuovamente la priorità alla sua vita attuale e all'altra figlia, ferendo profondamente Leo. È solo in questo momento di crisi che padre e figlia riescono ad ammettere le loro rispettive verità e a fare un piccolo, ma significativo, passo verso l'accettazione reciproca, lasciando aperta la possibilità di una futura riconciliazione.
Cast Principale
Il film beneficia di un cast eccezionale, che gestisce con sobrietà l'intensità emotiva della storia:
Juli Grabenhenrich nel ruolo di Leo (protagonista, una prova di recitazione elogiata dalla critica).
Luca Marinelli nel ruolo di Paolo (il padre, la cui interpretazione è stata definita "superlativa"). Marinelli, che è il marito della regista Alissa Jung, offre una performance misurata e commovente di un uomo in piena crisi esistenziale e morale.
Arturo Gabbriellini nel ruolo di Edoardo.
Gaia Rinaldi nel ruolo di Valeria (la compagna di Paolo).
Joy Falletti Cardillo nel ruolo di Emilia (la figlia minore di Paolo).
Produzione e Distribuzione
Paternal Leave è una coproduzione tra Germania e Italia, realizzata dalle case di produzione The Match Factory e Wildside (del Gruppo Fremantle), in collaborazione con Vision Distribution (che si occupa anche della distribuzione italiana), Rai Cinema e Sky.
Lingue: Il film è multilingue, con dialoghi in tedesco, italiano e inglese.
Durata: 113 minuti.
Data di Uscita in Italia: 15 maggio 2025 (dopo l'anteprima mondiale al Festival di Berlino del 15 febbraio 2025).
L'opera è stata lodata per il suo sguardo empatico e non giudicante sul tema della paternità mancata e per la capacità di rovesciare il genere coming of age, fotografando non solo il percorso di crescita dell'adolescente Leo, ma anche il cammino verso la maturità del padre, Paolo.
sky/now
The Conjuring - Il rito finale (The Conjuring: Last Rites), è un film del 2025 diretto da Michael Chaves.
"The Conjuring - Il rito finale" è un film horror soprannaturale americano del 2025, che si presenta come il nono capitolo dell'acclamato universo cinematografico di The Conjuring e come l'ultimo film della serie principale incentrato sui celebri investigatori del paranormale, Ed e Lorraine Warren.
Regia e Produzione
Il film è diretto da Michael Chaves, un regista non nuovo al Conjuring Universe, avendo già diretto La Llorona - Le lacrime del male e The Conjuring - Per ordine del diavolo. La pellicola è prodotta dagli architetti del franchise, James Wan (creatore della saga) e Peter Safran, figure chiave che hanno garantito la continuità tonale e narrativa della serie.
La sceneggiatura è opera di Ian Goldberg, Richard Naing e David Leslie Johnson-McGoldrick, con una storia sviluppata da David Leslie Johnson-McGoldrick e James Wan. Il film è stato distribuito da Warner Bros. Pictures.
Trama
Ambientazione e Caso Reale: Come i precedenti capitoli della saga principale, anche The Conjuring - Il rito finale è ispirato a uno dei casi realmente documentati da Ed e Lorraine Warren: il caso della Casa Infestata degli Smurl (la Smurl haunting), avvenuto in Pennsylvania negli anni '80. La narrazione del film mescola gli eventi reali (o presunti tali) con elementi fittizi per adattarli alla struttura e alla mitologia del franchise.
Sinossi del Film: Il film si svolge principalmente negli anni '80. La narrazione si apre con un prologo ambientato nel 1964, che rivela un incidente tragico durante un'indagine dei Warren su uno specchio antico e maledetto. In questo prologo, una preghiera di Lorraine porta miracolosamente alla vita la figlia nata morta, Judy Warren, donandole inconsapevolmente anche una sensibilità per le visioni psichiche.
Anni dopo (intorno al 1986, cinque anni dopo gli eventi di Per ordine del diavolo), i coniugi Warren, in particolare Ed, sono stanchi e provati. A causa dell'aggravarsi delle condizioni cardiache di Ed, i due decidono di ritirarsi dalle indagini attive, limitandosi a dare lezioni accademiche che, tuttavia, vedono un calo di partecipazione. Nonostante la loro intenzione di condurre una vita più tranquilla, il paranormale torna a bussare alla loro porta.
Il caso al centro della trama è quello della famiglia Smurl, che si trasferisce in una casa in Pennsylvania. Presto, la famiglia (composta dai coniugi Janet e Jack e dalle loro figlie) viene terrorizzata da fenomeni soprannaturali che inizialmente sono lievi, ma che presto degenerano in aggressioni da parte di diverse entità: una donna anziana, una donna più giovane, e un uomo armato di ascia, tutti collegati allo stesso specchio maledetto del prologo e, infine, a un potente demone.
Parallelamente, la figlia dei Warren, Judy, che ora lavora al loro museo dell'occulto e sta per sposarsi con Tony Spera, inizia a essere perseguitata da visioni collegate al caso Smurl. Dopo la morte di Padre Gordon (storico alleato dei Warren) che stava indagando segretamente sul caso Smurl, Judy decide di recarsi da sola in Pennsylvania, all'insaputa dei genitori, per investigare.
Il Rito Finale e Conclusione: Ed e Lorraine, avvertiti da una visione di Lorraine sulla figlia, si recano in Pennsylvania. Si uniscono a Judy e Tony per affrontare il demone e le entità nella casa degli Smurl. Il film esplora le origini maledette dello specchio e si focalizza sull'uso delle abilità psichiche di Judy per aiutare i genitori a sconfiggere il male.
Il "rito finale" a cui allude il titolo si riferisce non solo a questo ultimo e decisivo scontro con le forze oscure, ma anche al simbolico addio dei Warren dalle indagini attive e alla loro intenzione di vivere finalmente una vita in pace. Il film si conclude con il matrimonio di Judy e Tony e un momento di intimo abbraccio tra Ed e Lorraine, in cui Lorraine condivide una visione di un futuro sereno e tranquillo insieme.
Cast Principale
Il film vede il ritorno degli attori che hanno reso iconici i ruoli principali:
Vera Farmiga nel ruolo di Lorraine Moran-Warren (l'investigatrice chiaroveggente).
Patrick Wilson nel ruolo di Edward "Ed" Warren (l'investigatore paranormale).
Mia Tomlinson nel ruolo di Judy Warren (la figlia di Ed e Lorraine, che manifesta poteri psichici).
Ben Hardy nel ruolo di Tony Spera (il fidanzato, e poi marito, di Judy).
Steve Coulter nel ruolo di Padre Gordon (storico sacerdote della saga).
Rebecca Calder nel ruolo di Janet Smurl.
Elliot Cowan nel ruolo di Jack Smurl.
Kíla Lord Cassidy nel ruolo di Heather Smurl (una delle figlie Smurl).
Data di uscita: Il film è uscito nelle sale cinematografiche in Italia il 4 settembre 2025 (e il 5 settembre negli Stati Uniti).
Genere e Tono: La pellicola mantiene il genere horror/thriller soprannaturale che ha caratterizzato il franchise, concentrandosi su forti tematiche di orrore, violenza e dramma.
Successo: Secondo i rapporti, il film ha avuto un notevole successo al botteghino, incassando centinaia di milioni di dollari a livello globale e diventando uno dei film più redditizi dell'intero universo The Conjuring.
The Conjuring - Il rito finale è quindi concepito come il culmine della storia di Ed e Lorraine Warren, offrendo ai fan un addio ricco di tensione, momenti emotivi e orrore classico, chiudendo il cerchio narrativo che li lega per l'ultima volta a un'indagine spaventosa ispirata a una storia vera.
noleggio
"La nonna Sabella" è un film del 1957, diretto da Dino Risi, ed è un'opera fondamentale che si colloca nel periodo di transizione e consolidamento della Commedia all'italiana. Tratto dall'omonimo romanzo di Pasquale Festa Campanile (che partecipò anche alla sceneggiatura), il film riscosse un notevole successo di pubblico e critica, vincendo, tra gli altri, l'Ulivo d'Oro al Festival del Film Comico di Bordighera e la Coppa d'Oro al Festival di San Sebastián. È celebre soprattutto per aver consacrato la figura e l'irresistibile comicità della sua protagonista, l'indimenticabile Tina Pica.
Regia di Dino Risi: Tra Picaresco e Costume
Dino Risi (1916-2008) aveva già raggiunto la fama con i due capitoli di Poveri ma belli (1956), affermandosi come maestro nel ritrarre l'Italia in rapido cambiamento, coniugando l'osservazione sociale post-neorealista con la commedia popolare.
In La nonna Sabella, Risi si sposta dall'ambiente romano e dal fermento giovanile della capitale al Sud Italia (sebbene l'ambientazione principale, Pollena, sia immaginaria, si respirano l'atmosfera e le tradizioni campane e lucane). Il film è un ritratto grottesco e picaresco della provincia, dove l'autorità della tradizione, incarnata dalla nonna, si scontra con la modernità e il desiderio di libertà delle nuove generazioni.
Stile e Temi Risi-ani:
L'Autorità della Matriarca: Risi si concentra sul tema del potere familiare e della tirannia emotiva, dove la nonna Sabella esercita un dominio assoluto, non solo sulla famiglia ma su gran parte della vita del paese, attraverso il ricatto morale e una scaltrezza contadina.
Il Contesto Popolare: Il film è ricco di personaggi di contorno, tutti ben caratterizzati, che compongono un affresco corale della vita paesana, tra pettegolezzi, feste religiose e la diffusa, ma celata, insofferenza per l'autorità oppressiva.
Il Ritmo Comico: Nonostante i temi di base siano legati ai nodi familiari, la regia di Risi mantiene un ritmo serrato e leggero, alternando momenti di pura farsa (soprattutto con Tina Pica) a spunti di costume. Lo stile è più tradizionale e meno amaro rispetto ai suoi successivi capolavori (Il Sorpasso, I Mostri), ma è fondamentale per comprendere la sua evoluzione.
La sceneggiatura, scritta a più mani (tra cui Festa Campanile, Massimo Franciosa, Ettore Giannini e lo stesso Risi), è agile e piena di "trovate gustose e scenette indovinate", come notò la critica del tempo, dimostrando la capacità del regista di valorizzare le gag e il talento del suo eccezionale cast.
Trama: Strategie, Finzioni e Amore in Provincia
Il Ritorno a Pollena: La vicenda si svolge a Pollena, un piccolo paese del Sud Italia. Il giovane Raffaele Renzullo (Renato Salvatori), studente a Napoli, viene richiamato d'urgenza al paese d'origine con la terribile notizia che la sua amata e autoritaria nonna, Sabella (Tina Pica), è in punto di morte. Raffaele, legatissimo all'anziana matriarca che lo ha cresciuto, accorre al capezzale. Il paese intero vive in un clima di finta afflizione e, in parte, di segreto sollievo, poiché la morte di Sabella significherebbe la fine della sua ingombrante influenza. L'unica persona che non nasconde la sua gioia è la sorella della nonna, Carmelina (Dolores Palumbo), che aspetta da vent'anni di potersi sposare con l'ufficiale postale Emilio (Peppino De Filippo), un matrimonio sempre ostacolato dalla tirannica Sabella.
La Finta Malattia e i Piani Matrimoniali: Appena Raffaele arriva, la nonna Sabella ha una "guarigione miracolosa" e si rialza dal letto con la sua consueta energia. La malattia si rivela essere una finzione e uno stratagemma per un duplice scopo:
Far Tornare Raffaele: Riportare a casa il nipote, che secondo lei stava perdendo tempo a Napoli.
Combinare un Matrimonio Vantaggioso: Costringere Raffaele a fidanzarsi e sposare Lucia (Sylva Koscina), la figlia di un ricco possidente locale (Paolo Stoppa).
L'Amore Vero e la Ribellione: Raffaele non ha alcuna intenzione di sottostare ai piani della nonna. In paese, infatti, ha incontrato una bellissima ragazza di cui si innamora perdutamente: si tratta proprio di Lucia, ma non la Lucia che la nonna intende per lui. In realtà, la Lucia promessa (interpretata da Sylva Koscina) è la sua amica d'infanzia, che è diventata una splendida giovane donna, inizialmente non riconosciuta dal nipote.
Raffaele si innamora di Lucia non per obbligo, ma per vero sentimento, ma questo non ferma i piani della nonna, né l'ostilità del facoltoso padre di lei, l'Avvocato Mancuso (Paolo Stoppa), interessato all'unione per motivi di convenienza.
Doppio Matrimonio e Vendetta: Raffaele si allea con l'unica persona che ha il suo stesso interesse nella sconfitta di nonna Sabella: sua zia Carmelina e il suo fidanzato Emilio. Con l'aiuto del comprensivo parroco del paese, don Gregorio (Renato Rascel), Emilio e Carmelina si sposano in gran segreto, coronando il loro sogno d'amore ventennale prima che Sabella possa impedirlo.
Di fronte al fatto compiuto del matrimonio della sorella, e al solido amore tra Raffaele e Lucia, la nonna deve arrendersi. Accetta, con grande dignità apparente, il matrimonio del nipote.
Tuttavia, il film si conclude con la vendetta di nonna Sabella: pur dando la sua benedizione, impone agli sposi novelli di portarla con sé nel loro viaggio di nozze verso Roma, dimostrando che la sua tirannia non è finita, ma si è semplicemente adattata alle nuove circostanze.
Cast d'Eccellenza
Il successo travolgente di La nonna Sabella è inseparabile dal suo cast, un vero e proprio parterre de rois della comicità e del cinema italiano:
Tina Pica (Nonna Sabella): L'anziana attrice napoletana è il cuore pulsante del film. Il ruolo di nonna Sabella (che le valse il David Speciale) è la sua apoteosi. La Pica incarna perfettamente la figura della matriarca dispotica, ma in fondo bonaria, con una mimica e una cadenza inimitabili che fondono l'astuzia contadina con un'irresistibile comicità.
Peppino De Filippo (Emilio): Perfetto nella parte dell'eterno fidanzato, frustrato e sottomesso dalla nonna, che ritrova il coraggio di agire solo con l'aiuto del nipote. La sua comicità misurata e la sua verve partenopea si amalgamano alla grande con la Pica.
Renato Salvatori (Raffaele): Rappresenta l'archetipo del "povero ma bello" risiano, il giovane del sud che cerca di affermare la sua libertà sentimentale e sociale contro le logiche di provincia.
Sylva Koscina (Lucia): In uno dei suoi primi ruoli importanti, incarna la bellezza giovanile e la purezza che contrastano con l'anzianità rurale della nonna.
Paolo Stoppa (Avvocato Mancuso) e Renato Rascel (Don Gregorio): Due presenze di lusso, il primo nel ruolo del possidente interessato, il secondo in quello del parroco saggio e complice, che aggiungono ulteriore spessore comico e caratteriale al film.
La nonna Sabella è un film che ha contribuito in modo significativo a definire la Commedia all'italiana come genere capace di unire l'intrattenimento popolare a una sottile critica sociale. Sebbene sia meno affilato di film successivi come Una vita difficile, l'opera di Risi è una testimonianza vitale della provincia meridionale degli anni '50, dominata da gerarchie ferree e da un codice di onore e convenienza che i giovani faticavano a sopportare, ma che, alla fine, dovevano imparare a negoziare. La figura della nonna Sabella è rimasta un'icona del cinema italiano, simbolo di un'Italia che resisteva al cambiamento con ostinata, esilarante, vitalità. Il successo commerciale del film portò anche a un sequel l'anno successivo, Tuppe tuppe, Marescià (1958), anch'esso con Tina Pica, ma diretto da Giorgio Bianchi.
prime
"Eddington" è ambientato in un momento storico ben preciso e turbolento: Maggio 2020, nel pieno della pandemia di COVID-19 e delle crescenti tensioni sociali e razziali, in particolare dopo la morte di George Floyd.
L'azione si svolge nell'omonima, piccola e isolata cittadina del Nuovo Messico, un luogo afflitto da povertà, disoccupazione e un clima di profonda sfiducia. La trama ruota attorno allo scontro tra due figure di potere locali, che rapidamente diventa la metafora di una nazione frammentata e sull'orlo del collasso:
Joe Cross (Joaquin Phoenix): È lo sceriffo locale, un uomo che incarna una certa identità 'di frontiera', visibilmente scettico verso le misure sanitarie (rifiuta la mascherina più per principio identitario che altro) e convinto che il sindaco sia corrotto. La sua frustrazione lo spinge a candidarsi per la carica di sindaco.
Ted García (Pedro Pascal): È il sindaco in carica, una figura che promette "efficienza progressista" ma che, nella percezione dello sceriffo e di una parte della popolazione, è opportunista e non tiene al bene della comunità.
L'Escalation del Conflitto:
Il conflitto tra lo sceriffo Cross e il sindaco García, inizialmente una semplice disputa politica, si accende in un'escalation di tensione in un contesto già infiammabile. La città di Eddington diventa una vera e propria polveriera.
Contesto Sociale: Il film cattura l'atmosfera di quel periodo: le teorie del complotto si diffondono a macchia d'olio, l'ansia sanitaria e la polarizzazione politica dividono i cittadini. La moglie dello sceriffo, Louise Cross (Emma Stone), alimenta in casa il "contagio parallelo" delle credenze virali.
La Crisi e i Social Media: Lo scontro tra i due uomini e i moti della comunità non restano confinati ai confini della cittadina: ogni loro azione, ogni parola, viene amplificata e distorta dai social media, trasformando una disputa locale in un evento di rilevanza nazionale, costringendo gli abitanti a schierarsi in una spirale di diffidenza e paranoia.
Tematiche Centrali: Il film è un affresco corale sulla deriva dell'identità americana post-2020, riflettendo sul culto dell'individuo, sulla manipolazione politica e sulla follia che può scaturire dalla frustrazione di una popolazione isolata e vulnerabile. Aster mette in scena una società in cui è impossibile distinguere il comico dall'atroce, e in cui il nemico non è mai veramente nel mirino, ma si annida nel caos generalizzato.
Ari Aster non delude le aspettative, firmando un'opera ambiziosa che mescola generi apparentemente distanti come il neo-western, la commedia nera e il thriller politico-sociale. Il regista, con la sua inconfondibile vena autoriale, esplora il lato oscuro della psiche e della società americana, muovendosi in un territorio nuovo pur mantenendo le sue ossessioni tematiche.
Regia e Sceneggiatura: Il film è interamente scritto e diretto da Ari Aster, in una doppia veste che garantisce una visione coerente e personale. Aster utilizza la cornice del western contemporaneo per offrire una satira amara e grottesca della società statunitense. La sua regia è descritta come "fearless" (senza paura), capace di creare momenti di tesa stasi e sequenze di puro dinamismo, affiancando l'inquietudine congenita dei suoi personaggi al caos sociale circostante.
Genere e Tono: Sebbene i suoi film precedenti fossero prevalentemente horror, Eddington è definito da Aster stesso come una "commedia americana nera" o "dark western satire". La narrazione è ricca di elementi satirici, ma il tono si fa progressivamente più efferato e drammatico, rispecchiando la polarizzazione e l'isteria dei tempi che racconta.
Produzione e Distribuzione: Il film è una produzione A24 (la casa di produzione che ha sostenuto molti dei suoi lavori), in collaborazione con Square Peg. La fotografia, curata da Darius Khondji (già noto per i suoi lavori con David Fincher), utilizza toni desaturati e polverosi che esaltano l'ambientazione nel deserto del Nuovo Messico, conferendo un'atmosfera quasi onirica e disorientante.
Il cast di Eddington è uno dei suoi elementi di maggiore richiamo, un vero e proprio ensemble di star riunito da Ari Aster per dare vita a questa epopea grottesca americana.
Al centro della tensione narrativa troviamo l'eccezionale Joaquin Phoenix, che interpreta lo sceriffo locale Joe Cross, un uomo frustrato e ossessionato, simbolo dell'orgoglio di frontiera e dello scetticismo verso l'autorità. A fargli da contraltare nel duello politico c'è Pedro Pascal, nel ruolo del sindaco in carica Ted García, la cui promessa di efficienza progressista si scontra con la sfiducia popolare.
Accanto a Phoenix, in un ruolo chiave sebbene a volte non completamente sviluppato secondo alcuni critici, c'è la talentuosa Emma Stone, che interpreta Louise Cross, la moglie dello sceriffo. Louise è una figura che amplifica l'isteria e il "contagio delle credenze virali" all'interno della loro casa, riflettendo le paranoie complottiste dell'epoca.
A completare il nucleo di volti noti, troviamo Austin Butler nei panni di Vernon Jefferson Peak, una figura carismatica la cui influenza è strettamente legata al mondo dei social media, strumento fondamentale nell'escalation del conflitto cittadino.
Il cast corale si arricchisce poi con attori di grande spessore come Luke Grimes, Deirdre O'Connell (che interpreta Dawn, la madre di Louise), e Micheal Ward. Di particolare rilievo è anche la presenza di Clifton Collins Jr. nel ruolo di Lodge, un senzatetto schizofrenico che, secondo il regista, funge da voce "repressa" di un'America ai margini, fungendo da sorta di narratore o figura di rottura all'inizio del film.
In sintesi, Ari Aster ha riunito un gruppo di interpreti di primissimo piano per popolare la sua cittadina immaginaria del New Mexico, trasformando il loro scontro in una metafora vibrante e caotica della divisione politica e sociale degli Stati Uniti del 2020
Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 (in concorso) e successivamente alla Festa del Cinema di Roma 2025 (in anteprima italiana).
Accoglienza: Ha ricevuto recensioni generalmente positive, sebbene con alcune riserve sul dosaggio degli innumerevoli temi trattati. Il consenso critico lo definisce un film con un cast stellare e una direzione "fearless" di Ari Aster, ma il suo tono a tratti disorientante e la densità delle tematiche (dalla pandemia al razzismo, dal complottismo alla politica) possono lasciare lo spettatore perplesso.
Lettura dell'Opera: Eddington è visto come un'amara disamina degli Stati Uniti di oggi, un "sismografo" che registra i tremori sociali senza offrire cure. È il tentativo di Aster di confrontarsi con le "malattie del presente", utilizzando il neo-western come lente per analizzare le nevrosi e la follia dell'America contemporanea, dove tutto si è fatto opinione e la verità è sempre più liquida.
al cinema
Il Signore degli Anelli - La guerra dei Rohirrim (The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim),è un film del 2024 diretto da Kenji Kamiyama.
"Il Signore degli Anelli - La guerra dei Rohirrim" è un film d'animazione fantasy del 2024 (con data di uscita italiana fissata al 1° gennaio 2025) che si inserisce come prequel narrativo della celebre trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson. Rappresenta un'incursione unica nell'epica tolkeniana, utilizzando lo stile dinamico e visivamente ricco dell'anime giapponese.
Il progetto è notevole per la sua fusione tra la tradizione cinematografica della Terra di Mezzo e l'innovazione stilistica dell'animazione giapponese:
La Direzione di Kenji Kamiyama
Il regista di quest'opera è il celebre Kenji Kamiyama, nome di spicco dell'animazione nipponica, noto per aver diretto serie di culto come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex e Blade Runner: Black Lotus. La sua scelta alla guida del progetto ha infuso nel film uno stile visivo che, pur omaggiando l'estetica della trilogia di Peter Jackson, presenta la fluidità e l'intensità tipiche dell'animazione anime. Kamiyama offre una prospettiva fresca e drammatica, focalizzandosi sull'azione epica, sul dramma personale e sulla strategia militare.
Il Ritorno della Squadra Creativa di Jackson
Nonostante il cambio di formato, il film garantisce una forte continuità con la trilogia originale grazie alla presenza di figure chiave della produzione:
Produttrice e Sceneggiatrice (Story): Philippa Boyens, co-sceneggiatrice dei film di Jackson, è tornata come produttrice e co-autrice della storia, assicurando il rispetto della mitologia e dei personaggi di J.R.R. Tolkien. La sceneggiatura finale è stata scritta da Jeffrey Addiss & Will Matthews e Phoebe Gittins & Arty Papageorgiou.
Produttori Esecutivi: Peter Jackson e Fran Walsh figurano come produttori esecutivi, a dimostrazione del loro coinvolgimento e del loro benestare sul progetto.
Design e Consulenza: La consueta squadra creativa della trilogia, tra cui gli acclamati artisti concettuali Alan Lee, Richard Taylor e l'illustratore di Tolkien John Howe, è stata coinvolta per mantenere la coerenza visiva e artistica della Terra di Mezzo.
La produzione è frutto di una collaborazione internazionale tra New Line Cinema, Warner Bros. Animation e la giapponese Sola Entertainment, responsabile dell'animazione 2D tradizionale.
Il film è ambientato circa 183 anni prima degli eventi narrati ne La Compagnia dell'Anello, focalizzandosi su un periodo cruciale e sanguinoso della storia di Rohan, narrato in breve nelle appendici de Il Signore degli Anelli.
Il Regno di Helm Mandimartello
La storia ruota attorno al destino della Casata di Helm Mandimartello (Helm Hammerhand), il leggendario Re di Rohan e colui che diede il nome alla celebre roccaforte che in futuro sarà conosciuta come Fosso di Helm (Hornburg).
Il regno di Helm è minacciato dai Dunlandiani, le popolazioni delle Terre Selvagge, guidate da Wulf, un astuto e spietato signore che cerca vendetta per l'uccisione di suo padre, Freca. La scintilla della guerra scoppia proprio a causa di una disputa tra Helm e Freca, un Dunlandiano con sangue Rohirrim che tenta di rivendicare il trono, culminata nell'uccisione di quest'ultimo da parte del re Helm in un impeto d'ira.
Héra e la Resistenza
L'attacco improvviso e brutale di Wulf e del suo esercito costringe Helm e il suo popolo a una disperata ritirata e un'ultima resistenza nella fortezza di Hornburg.
La vera protagonista del racconto, però, è Héra, la figlia di Helm. In una situazione sempre più disperata, con il regno assediato e i suoi uomini allo stremo, Héra è costretta a trovare la forza interiore e il coraggio per guidare la resistenza contro il nemico mortale che intende distruggere completamente il popolo dei Rohirrim. Il film pone Héra al centro dell'epos, elevando la figura femminile di una principessa guerriera che si batte per la sopravvivenza della sua gente, un tema che i creativi hanno voluto sviluppare con particolare enfasi.
Il film, dunque, non è solo una storia di guerra, ma un racconto di resistenza, onore e leggende che culmina nella fondazione del mito del Fosso di Helm come simbolo della disperata volontà dei Rohirrim di non soccombere.
Il film vanta un cast vocale di altissimo livello, con un notevole richiamo a volti noti del cinema e un gradito ritorno dalla trilogia originale.
Voci Originali (Inglese)
Brian Cox (noto per Succession) è la voce del potente Re di Rohan, Helm Mandimartello.
Gaia Romilly Wise presta la voce alla protagonista, la principessa Héra, la figlia di Helm.
Luke Pasqualino (visto in Snowpiercer) è Wulf, il vendicativo signore Dunlandiano.
Miranda Otto, l'indimenticabile Éowyn della trilogia di Jackson, riprende il suo ruolo come narratrice del racconto, stabilendo un ponte emotivo e cronologico con gli eventi de Le Due Torri e Il Ritorno del Re.
Il resto dell'ensemble vocale include nomi come Shaun Dooley (Freca), Laurence Ubong Williams (Fréaláf Hildeson) e Benjamin Wainwright (Haleth). Curiosamente, anche Billy Boyd e Dominic Monaghan (i celebri Merry e Pipino della trilogia) tornano, prestando le loro voci a due personaggi secondari, in un piccolo omaggio al passato. La voce del defunto Christopher Lee è stata riproposta, tramite archivi vocali, per un cameo di Saruman alla fine del film.
Doppiaggio Italiano
Nella versione italiana, le voci sono curate da doppiatori esperti:
Edoardo Siravo dà la voce a Helm Mandimartello.
Sofia Porta è la voce di Héra.
Ilaria Stagni, la doppiatrice storica di Éowyn nella trilogia originale, riprende il ruolo per la narrazione.
Il Signore degli Anelli - La guerra dei Rohirrim non è solo un prequel; è un'opera che arricchisce profondamente il lore della Terra di Mezzo:
Contesto Storico: Il film fornisce il contesto storico dietro la leggenda di Helm Mandimartello, spiegando come il suo coraggio e la sua resistenza abbiano portato la roccaforte di Hornburg ad assumere l'importanza strategica che vediamo ne Le Due Torri.
Fosso di Helm: Il film mostra la genesi della roccaforte e il motivo per cui è così cruciale per la sopravvivenza di Rohan, un luogo che quasi due secoli dopo sarà teatro di un'altra battaglia epica contro le forze di Saruman.
Autonomia Narrativa: Nonostante i collegamenti, la produzione ha voluto che La guerra dei Rohirrim fosse una storia autonoma e accessibile, in grado di essere apprezzata sia dai fan di lunga data sia da coloro che si avvicinano per la prima volta al mondo di Tolkien.
SKY/NOW
TheRing (リング?, Ringu), è un film del 1998 diretto da Hideo Nakata.
"Ringu" è un film horror giapponese del 1998, diretto da Hideo Nakata e tratto dall'omonimo romanzo best-seller di Kōji Suzuki (il quale ha anche collaborato alla sceneggiatura curata da Hiroshi Takahashi). La pellicola è considerata la capostipite del J-Horror moderno e ha dato il via a un fenomeno globale di remake, sequel e imitazioni.
La trama di Ringu è semplice nella sua essenza, ma letale nella sua applicazione, basata su un meccanismo di maledizione che si trasmette come un virus digitale.
L'Inizio dell'Incubo
Il film si apre con una leggenda metropolitana che circola tra gli studenti giapponesi: chiunque guardi una misteriosa videocassetta VHS riceverà una telefonata subito dopo la visione, che gli preannuncerà la morte esatta dopo sette giorni.
La giornalista investigativa Reiko Asakawa (Nanako Matsushima) inizia a indagare sulla morte inspiegabile di sua nipote, Tomoko, e di tre suoi amici, scoprendo che sono tutti deceduti nello stesso momento una settimana dopo aver trascorso un weekend in un cottage a Izu. La leggenda sembra essere vera.
La Visione Maledetta
Reiko si reca al cottage e, seguendo gli indizi lasciati dalla nipote, trova la videocassetta anonima e decide, per dovere giornalistico (e forse un po' di incoscienza), di guardarla.
Il contenuto del video non è un gore esplicito, ma una sequenza di immagini criptiche, disturbanti e oniriche: un cerchio luminoso, dei caratteri giapponesi che formano un indovinello, una figura femminile con i capelli lunghi, un pozzo e, infine, una ragazza con un panno bianco sul viso. Al termine della visione, la maledizione si compie: il telefono squilla e una voce distorta le comunica la sua imminente fine.
La Ricerca della Soluzione
Disperata, Reiko chiede aiuto al suo ex marito, Ryūji Takayama (Hiroyuki Sanada), un professore universitario di psicologia, notoriamente scettico ma dotato di facoltà psichiche latenti. Ryūji, pur dubbioso, accetta di vedere il video per aiutarla a investigare e, inevitabilmente, anche lui viene maledetto. La situazione precipita quando anche il loro giovanissimo e inquietante figlio, Yōichi Asakawa (Rikiya Otaka), dotato a sua volta di poteri paranormali, guarda la cassetta.
La coppia ha sette giorni per risolvere l'enigma contenuto nel video e placare lo spirito vendicativo responsabile della maledizione.
La Verità di Sadako
Le indagini di Reiko e Ryūji si concentrano sulla provenienza del video, che li conduce alla storia di Sadako Yamamura (interpretata da Rie Ino'o, ma il volto è quasi sempre celato), una giovane donna con straordinari e pericolosi poteri psichici. La madre di Sadako, Shizuko, si suicidò in seguito alle accuse di stregoneria, e Sadako stessa fu vittima della paura e dell'odio che i suoi poteri suscitavano.
La ricerca li porta in un'isola remota, dove scoprono che Sadako fu gettata viva in un pozzo dal suo padre adottivo, il Dr. Ikuma, e lì lasciata morire dopo sette giorni di agonia. È questo il luogo e il momento in cui è nata la maledizione.
L'Anello Maledetto
Dopo aver ritrovato i resti scheletrici di Sadako nel pozzo, Reiko e Ryūji credono di aver placato la sua rabbia. Il tempo scade: Ryūji muore orribilmente, il suo volto contorto da un'espressione di terrore in un'immagine iconica e terrificante.
Reiko si salva e capisce la vera natura della maledizione: non basta trovare i resti per placare lo spirito. L'unica via di salvezza è "propagare" il video, copiarlo e farlo vedere a qualcun altro. Il cerchio si chiude: la maledizione è come un virus, e la sopravvivenza è garantita solo a patto di condannare un'altra vittima. Il film si conclude con Reiko che guida via per mostrare la cassetta al suo anziano padre, compiendo un atto estremo e moralmente ambiguo per salvare il figlio.
La regia di Hideo Nakata in Ringu è stata una rivoluzione per il genere horror, ponendo le basi per l'estetica e l'atmosfera del J-Horror.
L'Atmosfera e la Tensione Psicologica
Nakata abbandona il gore e gli jumpscare a basso costo tipici di molto cinema horror occidentale e si concentra sulla tensione psicologica e l'angoscia latente.
Il Non Visto: La paura nasce dall'attesa, dal silenzio e dalle allusioni. Molte scene d'orrore avvengono fuori campo o sono appena suggerite.
Estetica del "Yūrei": Sadako non è un mostro, ma uno Yūrei (fantasma/spirito vendicativo) in linea con il folklore giapponese. La sua iconografia è essenziale e disturbante: la camicia da notte bianca, i capelli lunghi che celano il volto (simbolo di rabbia inespressa e violenza subita), e i movimenti a scatti e innaturali quando esce dalla televisione.
La Modernità e la Critica Sociale
Il film è profondamente radicato nel contesto giapponese e introduce un elemento di modernità cruciale: la tecnologia come veicolo di male. La videocassetta VHS (all'epoca un oggetto quotidiano) e la televisione (la Sadako che striscia fuori dallo schermo) diventano i portali attraverso cui l'orrore ancestrale si manifesta nel mondo contemporaneo.
Questo elemento è stato interpretato come una critica alla società giapponese dell'epoca, ossessionata dalla tecnologia e isolata, dove il male e il trauma si diffondono come un'epidemia mediatica.
Il Cast
Nanako Matsushima (Reiko Asakawa): L'attrice interpreta la protagonista con una sobrietà e un'intensità che la rendono credibile. La sua è una corsa contro il tempo che non scade mai nel melodramma eccessivo.
Hiroyuki Sanada (Ryūji Takayama): Già attore affermato, Sanada conferisce al personaggio la necessaria combinazione di scetticismo intellettuale e sensibilità paranormale, rendendolo l'alleato perfetto di Reiko.
Rie Ino'o (Sadako Yamamura): Pur avendo poco tempo sullo schermo e il volto nascosto, la sua presenza è magnetica e terrificante.
Il Fenomeno "J-Horror" e l'Eredità
Ringu è stato un successo di massa in Giappone, innescando una vera e propria ondata di film con temi simili (come Ju-On/The Grudge) e portando all'attenzione globale il cinema dell'orrore asiatico.
L'impatto internazionale è stato enorme, culminando nel celebre remake hollywoodiano "The Ring" (2002) di Gore Verbinski con Naomi Watts. Sebbene il remake americano sia visivamente più lucido e si affidi maggiormente a jumpscare e make-up esplicito, è l'originale giapponese a rimanere il punto di riferimento per l'atmosfera, l'inquietudine e la profondità tematica.
Ringu non è solo un film spaventoso; è un'opera di culto che ha ridefinito il concetto di orrore per l'era digitale e ha dimostrato come la paura più efficace sia quella che si insinua nella mente e sfrutta i veicoli di comunicazione quotidiani.
mubi
Les plages d'Agnès è un documentario del 2008 diretto da Agnès Varda.
"Les plages d'Agnès" è un documentario del 2008, un'opera crepuscolare e gioiosa diretta da Agnès Varda. Realizzato in occasione del suo ottantesimo compleanno, il film è una summa, un autoritratto filmico e una sorta di "testamento" creativo in cui la regista, icona della Nouvelle Vague e del cinema d'autore, ripercorre la sua lunga e poliedrica carriera intrecciandola indissolubilmente con la sua vita personale.
Il film non segue una narrazione lineare o cronologica. Varda inventa il genere "autobiografia performativa" o "auto-documentario". La struttura è fluida, eclettica e profondamente metaforica, in linea con lo stile libero e non convenzionale che ha sempre caratterizzato il suo lavoro.
La Metafora della Spiaggia
La regista utilizza la metafora delle spiagge (le plages del titolo) come punto di partenza e leitmotiv del racconto. La spiaggia è il luogo della sua infanzia in Belgio, l'ambientazione del suo primo film (La Pointe Courte, 1955) e un luogo di riflessione e memoria. Varda stessa afferma: "Se mi si potesse aprire, dentro di me si troverebbero delle spiagge."
Le spiagge simboleggiano:
L'Inizio: Il luogo della nascita e dell'esordio creativo.
L'Onda della Vita: L'alternarsi continuo di arrivi e partenze, successi e perdite.
La Tela: Uno spazio neutro e malleabile (la sabbia) su cui si possono depositare i ricordi e si possono ricreare le scene della vita.
Tecnica e Stile Visivo
Varda si pone davanti e dietro la macchina da presa, spesso interagendo direttamente con l'ambiente circostante in modo giocoso e sorprendente. La regia è un vero e proprio lavoro di glanage (spigolatura, come nel suo celebre Les glaneurs et la glaneuse): la regista raccoglie e giustappone materiali diversi:
Estratti Filmici: Sequenze dei suoi film passati (Cléo de 5 à 7, Senza tetto né legge, Jacquot de Nantes, ecc.).
Fotografie: Immagini dei suoi esordi come fotografa di scena e reportage.
Scene Ricostruite/Performative: Varda inscena i suoi ricordi, a volte con l'aiuto dei suoi collaboratori e familiari. Ad esempio, fa allestire una spiaggia nel bel mezzo di Rue Daguerre a Parigi, dove ha vissuto e lavorato per decenni, per evocare un ricordo d'infanzia.
Testimonianze: Interviste a colleghi e familiari.
Questo approccio disomogeneo e stratificato rende il film un collage emozionale, in cui l'umorismo si alterna alla malinconia, e la storia del cinema si fonde con la storia privata.
Attraverso questo viaggio per immagini, Varda racconta le tappe fondamentali della sua vita umana e professionale, offrendo un affresco che è anche un pezzo di storia culturale del dopoguerra.
Gli Anni della Formazione e della Nouvelle Vague
Varda rievoca i suoi esordi come fotografa di teatro e ritrattista prima di passare al cinema. Il film evidenzia il suo ruolo di regista "precoce" e innovatrice: il suo primo lungometraggio, La Pointe Courte (1955), è considerato un precursore stilistico della Nouvelle Vague, per la sua combinazione di finzione e documentario e l'uso di attori non professionisti.
Il documentario tocca il suo legame con gli altri grandi registi della Rive Gauche, come Chris Marker e Alain Resnais, e il suo contributo, spesso sottovalutato, alle glorie del nuovo cinema francese.
L'Amore con Jacques Demy
Una parte cruciale e toccante del film è dedicata al suo rapporto con il marito, il regista Jacques Demy (Les Parapluies de Cherbourg), scomparso nel 1990. Varda condivide con emozione e tenerezza i ricordi della loro vita insieme a Parigi, in California e a Noirmoutier.
Varda affronta apertamente la malattia di Demy (l'AIDS, all'epoca ancora un tabù), una confessione che la regista aveva già esplorato nel precedente Jacquot de Nantes (1991). In Les plages d'Agnès, Varda utilizza la lentezza, la natura e il richiamo visivo del mare per esprimere l'intensità e la dolorosa accettazione della perdita, un momento di grande intimità condiviso con lo spettatore.
L'Impegno Sociale e il Femminismo
Il film non trascura l'attivismo di Varda. Ripercorre il suo impegno femminista e politico, mostrando estratti di film come L'une chante, l'autre pas (1977) e i suoi reportage di viaggio a Cuba (Salut les Cubains) e in Cina. Varda si descrive come una cineasta "militante" nel senso più ampio, interessata a esplorare l'alterità e le dinamiche sociali, come testimoniato anche dalle sequenze dedicate al suo lavoro negli Stati Uniti e al suo approccio di produttrice indipendente (attraverso la sua casa di produzione Ciné-Tamaris).
Poiché il film è un autoritratto, i personaggi sono principalmente le persone che hanno attraversato e plasmato la vita della regista:
Jacques Demy (Immagini d'archivio): Il marito defunto, la cui presenza è evocata attraverso filmati d'archivio e un profondo omaggio emotivo.
Mathieu Demy e Rosalie Varda: I figli della regista (Mathieu è figlio suo e di Jacques, Rosalie di una relazione precedente), che appaiono e interagiscono con la madre, aiutandola a mettere in scena i suoi ricordi. Sono i custodi e i continuatori della sua eredità artistica.
Jane Birkin: Appare in un cameo, reinterpretando se stessa come una "croupière" di un tavolo da roulette, un riferimento al suo rapporto professionale e personale con Varda.
Yolande Moreau e Altri Collaboratori: Appaiono in brevi ma significativi segmenti, spesso per aiutare Varda a ricreare le sue performance o come soggetti delle sue osservazioni.
"Les plages d'Agnès" ha ricevuto un'accoglienza entusiastica dalla critica internazionale, che lo ha definito un capolavoro di cinema autobiografico. Ha vinto il Premio César per il miglior documentario nel 2009.
Il film è una testimonianza della straordinaria vitalità e curiosità culturale di Agnès Varda. È un'opera che, pur guardando al passato, celebra la vita con autoironia, intelligenza e una profonda, contagiosa gioia di fare cinema. Più che una semplice autobiografia, è una meditazione sulla memoria, sulla creazione artistica e sul tempo, dove la "spigolatura" di una vita intera produce un'opera d'arte unica e toccante.
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Il clown di Kettle Springs un film del 2025 diretto da Eli Craig
"Il clown di Kettle Springs" è un film slasher statunitense del 2025, diretto da Eli Craig. La pellicola è un adattamento del romanzo per giovani adulti (Young Adult) del 2020 intitolato Clown in a Cornfield e scritto da Adam Cesare. Il film segna il ritorno di Craig, noto per aver diretto l'acclamata commedia horror Tucker & Dale vs. Evil (2010), e come quel precedente lavoro, "Il clown di Kettle Springs" mescola violenza esplicita, tensione da slasher classico e un sottotesto satirico tagliente.
Il film è stato distribuito in Italia in streaming su Prime Video, consolidando la tendenza del genere horror a trovare una casa sulle piattaforme digitali.
La storia è ambientata a Kettle Springs, una sonnolenta e apparentemente idilliaca cittadina rurale del Missouri, la cui esistenza ruotava un tempo attorno alla prospera fabbrica di sciroppo di mais Baypen.
La Crisi di Kettle Springs
La protagonista è Quinn Maybrook (interpretata da Katie Douglas), una giovane adolescente che si trasferisce a Kettle Springs con il padre, il Dottor Glenn Maybrook (interpretato da Aaron Abrams), che ha accettato un nuovo lavoro come medico di città. Il trasloco forzato da Philadelphia è difficile, soprattutto perché Quinn e il padre stanno cercando di superare il dolore per la recente e tragica morte della madre di Quinn.
Appena arrivati, Quinn scopre che Kettle Springs è una comunità in profonda crisi e disillusione. La chiusura della fabbrica Baypen non ha solo portato disastro economico, ma ha creato un profondo e tossico solco generazionale. Da una parte ci sono gli adulti, nostalgici del passato, che rimpiangono il vecchio spirito comunitario e l'etica del lavoro, e dall'altra ci sono i giovani, che si sentono intrappolati, annoiati e senza futuro in una cittadina ferma nel tempo. Le tensioni tra i due gruppi sono palpabili e sono spesso espresse in piccoli atti di vandalismo e provocazioni reciproche.
L'Eruzione del Terrore
Quinn fa rapidamente amicizia con un gruppo di coetanei, inclusi Cole, il figlio del Sindaco, e si ritrova involontariamente coinvolta in questo scontro culturale. La mascotte della vecchia fabbrica Baypen era un clown sorridente di nome Frendo.
Proprio quando le tensioni tra vecchi e giovani sembrano destinate a esplodere in una discussione politica al consiglio comunale o in qualche protesta adolescenziale, l'incubo prende forma tra i campi di mais che circondano la città. Una figura sinistra, vestita come il clown Frendo, emerge per "ripulire" Kettle Springs dai suoi fardelli, una vittima alla volta.
La carneficina prende di mira inizialmente gli adolescenti. Quella che inizia come una spaventosa leggenda metropolitana diventa una brutale realtà slasher. Le uccisioni sono inventive e violente, utilizzando motoseghe, attrezzi agricoli e gli stessi campi di mais come teatro di caccia.
La Satira Nascosta
Man mano che la trama si sviluppa, il film si allontana dal generico teen slasher per rivelare una critica sociale affilata. "Frendo" non è solo un maniaco mascherato, ma un simbolo violento dell'estremismo ideologico. La sua missione è eliminare coloro che lui (o chiunque si nasconda dietro la maschera) ritiene stiano distruggendo i "valori" e il "decoro" della vecchia Kettle Springs.
Quinn e i suoi amici non solo devono sopravvivere al clown assassino, ma devono anche svelare l'identità del maniaco, che potrebbe essere uno qualsiasi degli adulti arrabbiati e sospettosi che compongono la comunità. Il film gioca sul tema della sfiducia: l'assassino rappresenta la parte più tossica della nostalgia, quella che ricorre alla violenza per imporre la tradizione.
La regia di Eli Craig è l'elemento che eleva "Il clown di Kettle Springs" al di sopra di molti slasher moderni. Craig, con un budget limitato, riesce a sfruttare al meglio l'ambientazione rurale:
Slasher con Spirito Comico/Satirico: Come in Tucker & Dale vs. Evil, Craig utilizza il genere slasher per commentare e a volte prendere in giro i suoi stessi tropi. Il film non è una commedia horror pura, ma infonde nella violenza e nell'azione un umorismo nero e una consapevolezza auto-ironica, soprattutto nel modo in cui ritrae gli stereotipi dei "vecchi" conservatori e dei "giovani" ribelli.
L'Ambientazione Rurale: I campi di mais non sono solo uno sfondo, ma un elemento di terrore attivo. Offrono un ambiente claustrofobico e disorientante, ideale per le scene di inseguimento e nascondigli. La fotografia spesso enfatizza i colori caldi dell'autunno in contrasto con il sangue rosso vivo, creando un'estetica visiva distintiva.
Il Commento Sociale: La vera forza del film è il suo sottotesto. Il film affronta temi attuali come la polarizzazione politica e sociale negli Stati Uniti, le lotte di identità giovanili, l'influenza dei social media e la corruzione municipale. Il clown Frendo diventa la metafora grottesca di una società che non riesce a dialogare e ricorre alla violenza come unica forma di espressione.
Il cast è composto da volti emergenti e da attori caratteristi di esperienza:
Katie Douglas (Quinn Maybrook): L'attrice, nota per la serie Ginny & Georgia, interpreta un'efficace final girl moderna: intelligente, resiliente e con un profondo carico emotivo dovuto al lutto. È l'elemento razionale che cerca di dare un senso al caos.
Kevin Durand: (Non specificato negli snippet il suo ruolo, ma è un attore caratteristico noto per ruoli intensi e spesso minacciosi) La sua presenza è fondamentale nel cast di adulti sospetti.
Will Sasso: (Non specificato, ma spesso in ruoli comici o di personaggi eccentrici) Aggiunge ulteriore spessore al cast di personaggi locali.
Aaron Abrams (Dott. Glenn Maybrook): Interpreta il padre di Quinn, un uomo che cerca di ricominciare e di ricostruire il rapporto con la figlia in una città che si rivela più pericolosa di quanto sembri.
"Il clown di Kettle Springs" è stato generalmente accolto con recensioni miste ma positive da parte degli appassionati di genere. È stato elogiato per la sua energia, le uccisioni creative e l'originalità nel sovvertire lo slasher, in un'epoca dominata da remake e reboot. Le critiche si sono concentrate, in alcuni casi, sulla debolezza della caratterizzazione dei personaggi secondari e sul fatto che la satira, pur presente, non sia sempre efficace e in alcuni punti risulti didascalica.
In sintesi, il film di Eli Craig è un benvenuto tentativo di infondere nuova linfa nel genere slasher, usando la terrificante figura del clown Frendo non solo per generare brividi, ma anche per fare un commento pungente sull'America rurale divisa tra nostalgia e futuro.
prime
"Plan 9 from Outer Space" è un film di fantascienza e horror statunitense, distribuito nel 1959 (ma girato nel 1957), scritto, diretto, montato e prodotto in modo sgangherato da Edward D. Wood Jr., universalmente riconosciuto come "il peggior regista di tutti i tempi". Nonostante — o forse proprio a causa di — i suoi innumerevoli difetti tecnici e narrativi, il film è diventato un'icona del cinema cult e trash, celebrato per la sua ingenuità e la sua sfrenata passione per il cinema.
La trama, che procede in modo sconnesso e spesso illogico, ruota attorno a un tentativo di invasione aliena.
Il Piano Alieno
La storia è introdotta dal narratore, il famoso mentalista televisivo Criswell, che appare in prologo e epilogo per avvertire gli spettatori di un imminente disastro ("Dio ci aiuti nel futuro!").
Un gruppo di alieni a bordo di dischi volanti (visibilmente realizzati con modellini approssimativi e appesi a fili) arriva sulla Terra. Il loro comandante, Eros (Dudley Manlove), e la sua assistente Tanna (Joanna Lee), provengono da un pianeta molto più evoluto. Il loro scopo dichiarato è impedire all'umanità di sviluppare e utilizzare la Bomba Solare, un'arma apocalittica che, secondo gli alieni, distruggerebbe non solo la Terra ma l'intero universo.
Gli alieni tentano di stabilire un contatto pacifico con i "capi" della Terra, ma vengono costantemente respinti o ignorati dai governi umani, che reagiscono con ostilità.
L'Esercito dei Morti
Deluso dall'ottusità umana, Eros decide di attuare il cosiddetto "Piano 9": l'utilizzo di onde elettromagnetiche per rianimare i morti recenti, trasformandoli in zombie obbedienti. L'obiettivo è scatenare un esercito di non morti per terrorizzare gli umani e costringerli ad accettare l'ultimatum alieno.
Le prime vittime e creature rianimate includono:
L'Uomo Ghoul (Ghoul Man): Una figura sinistra rianimata. Questo personaggio è interpretato principalmente da una controfigura (Tom Mason), che tiene un mantello davanti al volto in un comico tentativo di nascondere la somiglianza con il defunto attore Bela Lugosi.
L'Ispettore Clay: Il cui ruolo è interpretato dal wrestler Tor Johnson, noto per le sue espressioni facciali limitate.
La Moglie del Vecchio Uomo: La vampira muta (interpretata da Maila Nurmi, alias Vampira), la cui presenza scenica si basa solo sul suo aspetto lugubre.
L'Eroe Improbabile
Contro questa minaccia si schiera il pilota d'aereo Jeff Trent (Gregory Walcott), che per primo avvista gli UFO. Jeff e sua moglie Paula (Mona McKinnon) diventano gli involontari eroi che cercano di convincere le autorità, rappresentate dal Colonnello Tom Edwards (Tom Keene) e dal Tenente John Harper (Duke Moore), della minaccia aliena.
Il climax si svolge in un cimitero, dove i protagonisti si confrontano con gli alieni e i loro zombie. L'epilogo, affrettato e confuso, vede gli alieni distruggere il loro stesso laboratorio e fuggire, concludendo che l'umanità è troppo stupida per essere salvata o conquistata.
La vera notorietà del film deriva dal suo regista e dalla sua inimitabile mancanza di mezzi e capacità tecniche.
La Regia di Ed Wood
Edward D. Wood Jr. si accostò al cinema con una passione smodata ma senza alcun senso pratico delle tecniche di base. La sua regia in Plan 9 è caratterizzata da una serie di errori clamorosi che sono diventati il suo marchio di fabbrica:
Errori di Continuità: Famosi i cambi di inquadratura tra giorno e notte nella stessa scena (con la luce che cambia palesemente tra una ripresa e l'altra) o l'uso di oggetti di scena visibilmente improvvisati.
Scenografie e Oggetti di Scena Trash: Le astronavi aliene sono piattelli di cartone (o, secondo alcune fonti, coperchi di bidoni della spazzatura) appesi con fili visibili che a volte ondeggiano. Le tombe nel cimitero sono realizzate con croci di legno che si muovono chiaramente quando gli attori le urtano. I cockpit degli aerei sono palesemente set teatrali rudimentali.
Dialoghi e Recitazione: I dialoghi sono spesso involontariamente esilaranti, pieni di frasi pompose, moralismi confusi e spiegazioni pseudoscientifiche senza senso. La recitazione varia dal legnoso all'eccessivamente drammatico (soprattutto Dudley Manlove nei panni di Eros).
La Questione Bela Lugosi
L'aspetto più famoso e cult della produzione è l'utilizzo postumo di Bela Lugosi. Il leggendario attore di Dracula, amico e idolo di Wood, morì poco prima che le riprese di Plan 9 iniziassero. Wood, in un toccante omaggio (sebbene cinematograficamente disastroso), utilizzò circa tre minuti di filmati muti di repertorio girati con Lugosi per un progetto incompiuto. Per completare il ruolo dell'Uomo Ghoul, assoldò il chiropratico di sua moglie, Tom Mason, come controfigura. L'assoluta mancanza di somiglianza tra i due e il tentativo goffo di Mason di nascondere il volto con il mantello rendono queste sequenze memorabili per la loro comicità involontaria.
Il cast di Ed Wood era composto da amici, personaggi eccentrici e attori sulla via del tramonto, noti come il "Wood Stock Company":
Bela Lugosi (L'Uomo Ghoul): L'ultima apparizione cinematografica, sebbene frammentaria e postuma, di un'icona dell'horror.
Tor Johnson (Ispettore Clay): Ex wrestler svedese, la cui figura imponente e le espressioni fisse lo rendevano perfetto per i ruoli di monster di Wood.
Maila Nurmi, alias Vampira: Celebre conduttrice televisiva gotica. Il suo personaggio, pur essendo quasi muto, è fondamentale per l'estetica camp del film.
Criswell (Il Narratore): Personaggio televisivo famoso per le sue previsioni bizzarre, la cui introduzione eleva il film a un livello di pretenziosità e assurdità ineguagliabile.
Sebbene il film sia stato ignorato al momento della sua uscita, la sua fama crebbe a dismisura negli anni '80, quando i critici Harry e Michael Medved lo definirono nel loro libro The Golden Turkey Awards come "il peggior film mai realizzato".
Questa etichetta, lungi dal distruggerlo, lo ha immortalato come un film cult, amato per la sua ingenua passione, i suoi errori tecnici e la sua assoluta stranezza. "Plan 9 from Outer Space" è diventato un inno al cinema do-it-yourself e alla tenacia di un regista che amava la settima arte più di ogni cosa, realizzando la sua visione nonostante ogni ostacolo. La sua storia è stata successivamente celebrata nel capolavoro biografico di Tim Burton, "Ed Wood" (1994).
In conclusione, "Plan 9 from Outer Space" è un'opera che trascende la definizione di "brutto cinema", entrando nel pantheon delle pellicole così sbagliate da diventare perfette nel loro essere unico, strano e divertente.
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Dallas Buyers Club, è un film del 2013 diretto da Jean-Marc Vallée.
"Dallas Buyers Club" è un film drammatico e biografico del 2013, diretto dal regista canadese Jean-Marc Vallée. La pellicola è ispirata alla storia vera di Ron Woodroof, un elettricista texano a cui, a metà degli anni '80, viene diagnosticata la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Il film non è solo la cronaca di una malattia, ma un ritratto potente e commovente della lotta di un uomo contro il sistema, i pregiudizi e la sua stessa mortalità.
La vicenda si svolge nel Texas del 1985, in un periodo in cui l'epidemia di AIDS stava mietendo vittime e l'informazione sulla malattia era ancora rudimentale e spesso distorta. Il protagonista, Ron Woodroof (interpretato da Matthew McConaughey), è un uomo rude, un elettricista amante del rodeo, della droga, dell'alcool e del sesso non protetto. È anche profondamente omofobo. La sua vita spensierata viene sconvolta da una diagnosi che suona come una condanna a morte: è sieropositivo e gli vengono dati solo 30 giorni di vita.
Inizialmente, Ron reagisce con rabbia e negazione, sentendosi isolato anche dai suoi vecchi amici cowboy, che lo evitano per paura e omofobia, in un'epoca in cui l'AIDS era tristemente etichettato come la "peste gay". Ricoverato in ospedale, incontra la Dottoressa Eve Saks (interpretata da Jennifer Garner), una medica compassionevole ma vincolata dai protocolli rigidi e burocratici della Food and Drug Administration (FDA) e dai test clinici in corso sull'AZT, l'unico farmaco approvato all'epoca, che si rivela altamente tossico per lui.
Non rassegnato a morire e frustrato dalla mancanza di opzioni terapeutiche efficaci e accessibili negli Stati Uniti, Woodroof inizia una ricerca disperata di farmaci alternativi e integratori non approvati dalla FDA, prima illegalmente negli Stati Uniti e poi, grazie a una scappatoia legale che permette l'importazione per uso personale, attraverso un vero e proprio contrabbando dal Messico e da altri paesi, dove le terapie non convenzionali erano più disponibili.
Per gestire questo "business", Ron fonda il Dallas Buyers Club. Un "buyers club" era un'organizzazione non a scopo di lucro, diffusa in quel periodo, che forniva farmaci e terapie alternative (per lo più vitamine e integratori) a un costo fisso per l'iscrizione, eludendo così le restrizioni della FDA sulla vendita e distribuzione di farmaci non approvati.
La sua missione, inizialmente motivata dal puro egoismo e dalla sopravvivenza, lo porta a un'alleanza inaspettata. Per far funzionare il club e accedere al mercato gay, più informato e ricettivo alle terapie alternative, Ron collabora con Rayon (interpretato da Jared Leto), una donna transgender tossicodipendente e sieropositiva. Il rapporto tra i due è inizialmente teso e imbarazzante per l'omofobo Ron, ma si evolve in una profonda amicizia e rispetto reciproco, che porta Woodroof a superare i suoi profondi pregiudizi. Rayon diventa il volto più umano e vulnerabile del club.
Il club cresce rapidamente, attirando molti malati di AIDS in cerca di speranza. La loro attività, tuttavia, attira l'attenzione della FDA e del dottor Sevard, un medico dell'ospedale con interessi legati alla vendita dell'AZT, che cercano di ostacolare in ogni modo il contrabbando di Woodroof, portando il protagonista a una lunga battaglia legale e amministrativa.
Nonostante la prognosi iniziale, Ron Woodroof visse per altri sette anni dopo la diagnosi, grazie al suo regime di farmaci alternativi. Il film si conclude con la sua morte nel 1992, lasciando un'eredità di attivismo involontario e un'importante riflessione sulla burocrazia medica e la dignità del malato.
La regia di Jean-Marc Vallée è un elemento chiave per il successo del film. Vallée (noto anche per i successivi "Wild" e "Big Little Lies") adotta uno stile di ripresa che privilegia la cinematografia naturalistica e l'uso della luce naturale.
Una scelta stilistica cruciale è l'assenza di illuminazione artificiale sul set per la maggior parte del film, una tecnica che conferisce alle scene un senso di immediatezza, cruda autenticità e intimità, contribuendo a dare al dramma un aspetto documentaristico. Le riprese sono spesso nervose, con la camera a mano, che enfatizzano la frenesia e la disperazione della vita di Ron.
Un altro aspetto distintivo della regia di Vallée e del montaggio (accreditato con lo pseudonimo di John Mac McMurphy e Martin Pensa) è il ritmo. Nonostante la gravità dell'argomento, il film mantiene un'energia palpabile, un'urgenza costante che riflette la corsa contro il tempo di Woodroof.
Vallée sceglie di raccontare la storia di Ron Woodroof in modo non sentimentale. Il film è un dramma potente, ma evita il melodramma eccessivo, concentrandosi sulla tenacia e la sfacciataggine del protagonista. Non si tratta solo di una storia di malattia, ma di ribellione individuale, di spirito imprenditoriale ai margini della legalità e di una sorprendente evoluzione umana.
Il successo di "Dallas Buyers Club" è indissolubilmente legato alle straordinarie performance dei suoi attori protagonisti, in particolare Matthew McConaughey e Jared Leto, entrambi premiati con l'Oscar.
Matthew McConaughey come Ron Woodroof
L'interpretazione di Matthew McConaughey è considerata il culmine della sua carriera, un punto di svolta che ha inaugurato la fase della "McConaissance" (il Rinascimento di McConaughey). Per il ruolo, McConaughey ha intrapreso una drastica trasformazione fisica, perdendo circa 21 chili per apparire emaciato e malato. Questa dedizione fisica, unita a un'interpretazione magistrale, gli ha permesso di incarnare Woodroof non solo come un malato, ma come un uomo in lotta, pieno di difetti, ma anche di una sorprendente vitalità e ingegno. McConaughey cattura la rudezza texana, l'omofobia iniziale e la successiva, lenta e riluttante accettazione e trasformazione del personaggio, rendendolo credibile e complesso.
Jared Leto come Rayon
Jared Leto nel ruolo di Rayon ha offerto una performance altrettanto acclamata, che gli è valsa l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. Rayon è un personaggio fittizio, creato per la sceneggiatura per rappresentare una fusione di diverse persone malate di AIDS che Woodroof incontrò. Anche Leto ha subito una significativa perdita di peso (circa 13 chili) e una trasformazione estetica totale. La sua interpretazione è sottile e straziante: Rayon è fragile, dipendente, ma anche dotato di una grazia inaspettata e una dignità silenziosa. La chimica tra Leto e McConaughey, che evolve da diffidenza a affetto, è il cuore emotivo del film e il motore della crescita personale di Ron.
Jennifer Garner come Dott. Eve Saks
Jennifer Garner ha fornito una solida performance nel ruolo della Dottoressa Eve Saks. Il suo personaggio funge da bussola morale, rappresentando il conflitto interiore tra il giuramento di Ippocrate e i vincoli di un sistema medico burocratico. La sua compassione e frustrazione offrono uno sguardo critico sul sistema sanitario e sulla sperimentazione farmaceutica dell'epoca.
Il film è ambientato in un periodo storico cruciale, a metà degli anni '80, quando la diagnosi di AIDS era quasi sinonimo di morte imminente.
L'Emergenza AIDS e l'Omertà Sociale: Il film è un potente richiamo all'isteria e al panico che circondavano l'AIDS. La paura, l'ignoranza e l'omofobia dilaganti isolavano i malati, spesso lasciandoli morire nella solitudine.
La Critica alla FDA e all'AZT: Il film critica apertamente il ruolo della FDA e delle grandi case farmaceutiche (Big Pharma). L'AZT, pur essendo l'unico farmaco approvato, era tossico e il suo monopolio ostacolava la ricerca di alternative. La lotta di Woodroof è contro la burocrazia che metteva gli interessi economici e i protocolli al di sopra della vita dei pazienti.
L'Evoluzione Personale: Il tema più profondo è la trasformazione di Ron Woodroof. Un uomo pieno di pregiudizi, che odiava gli omosessuali, si ritrova a dipendere e a stringere un legame fraterno con Rayon e a servire una comunità che disprezzava. La malattia non solo lo costringe a lottare per la sua vita, ma lo umanizza, spazzando via anni di ignoranza e odio.
"Dallas Buyers Club" è una notevole storia di perseveranza anche dietro le quinte. La sceneggiatura, scritta da Craig Borten e Melisa Wallack, ha impiegato quasi vent'anni per essere realizzata, passando di mano in mano a Hollywood a causa delle difficoltà nel trovare finanziamenti, in parte dovute al tema controverso e al basso budget richiesto per mantenere l'autenticità del progetto. Il film è stato girato in soli 25 giorni, con un budget ridotto, il che spiega l'uso estensivo della luce naturale e il look "grezzo" e autentico.
Il film ha ricevuto un vasto plauso di critica e pubblico, culminato con sei candidature ai Premi Oscar del 2014, vincendo in tre categorie fondamentali:
Miglior Attore Protagonista a Matthew McConaughey.
Miglior Attore Non Protagonista a Jared Leto.
Miglior Trucco e Acconciatura (per la straordinaria trasformazione degli attori).
In sintesi, "Dallas Buyers Club" è molto più di un film sulla malattia. È un inno alla resilienza umana, un'accusa al sistema e un toccante racconto di come la lotta per la sopravvivenza possa portare a superare i pregiudizi più radicati. La combinazione di una regia asciutta e potente con performance attoriali di altissimo livello lo rende un capolavoro moderno e una testimonianza storica essenziale dell'epidemia di AIDS.
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Follie dell'anno (There's No Business Like Show Business) è un film del 1954 diretto da Walter Lang.
Il film "Follie dell'anno" (There's No Business Like Show Business), diretto nel 1954 da Walter Lang e prodotto dalla 20th Century Fox, non è semplicemente un musical; è una sentita e sfarzosa celebrazione dell'epopea del varietà americano e del legame indissolubile che lo show business crea all'interno di una famiglia. La pellicola si inserisce pienamente nell'età d'oro del musical hollywoodiano, sfruttando le nuove tecnologie dell'epoca, in particolare il CinemaScope e il DeLuxe Color, per offrire al pubblico un'esperienza visiva di grandissimo impatto.
Regia e Contesto Produttivo
Walter Lang era un regista navigato, specializzato in musical e commedie brillanti. La sua direzione in Follie dell'anno è orientata a esaltare la grandiosità scenica e le performance di un cast stellare. Il film rappresenta una pietra miliare per la Fox in quanto fu il primo musical dello studio girato interamente in CinemaScope, il formato panoramico che stava rivoluzionando l'industria cinematografica. Questa scelta permise di valorizzare al massimo i costumi sgargianti, le coreografie complesse e i fondali scenografici, dando un senso di profondità e spettacolarità senza precedenti alle scene di varietà.
La produzione fu affidata a Darryl F. Zanuck, un nome di spicco a Hollywood, che investì in questo progetto per garantire un successo che potesse competere con i grandi musical della MGM. La sceneggiatura, curata da Phoebe ed Henry Ephron, si basa su una storia di Lamar Trotti. Sebbene il film venga spesso percepito come un veicolo per l'esibizione canora e danzante, la sua struttura narrativa cerca di dare spessore al dramma interiore dei personaggi, bilanciando la leggerezza del varietà con i temi universali della famiglia, del sacrificio e della vocazione.
La Trama: Vaudeville e Vita
La narrazione si estende per oltre vent'anni, dal 1919 al 1941, seguendo la vita professionale e privata della Famiglia Donahue.
I patrizi, Molly (interpretata dalla leggendaria Ethel Merman) e Terence "Terry" (Dan Dailey), incarnano la resilienza e la passione degli artisti di vaudeville. Iniziano come "I Due Donahue" e gradualmente incorporano i loro tre figli nell'atto. I "Cinque Donahue" non sono solo un numero di successo, ma l'espressione perfetta dell'armonia familiare.
L'evoluzione della trama si concentra sulle diverse traiettorie prese dai figli, un tema ricorrente nel cinema americano: la difficoltà di conciliare le aspettative dei genitori con le aspirazioni individuali.
Steve Donahue (Johnnie Ray): Il suo desiderio di abbandonare il palcoscenico per la vita religiosa, diventando sacerdote, è il cuore drammatico della prima parte del film. Per Molly e Terry, l'idea che un Donahue non sia uno showman è quasi blasfema. Il conflitto tra arte e fede, tra mondanità e spiritualità, è trattato con una serietà inusuale per il genere musical, sebbene alla fine la sua scelta venga accettata in nome dell'amore familiare. Johnnie Ray, cantante di grandissima popolarità all'epoca, porta al personaggio una sensibilità e un tono emotivo molto apprezzati dal pubblico.
Katy Donahue (Mitzi Gaynor): La figlia segue una strada più convenzionale, scegliendo l'amore e la stabilità con l'impresario Lew Harris piuttosto che l'incertezza del palcoscenico. Mitzi Gaynor, dotata di grande verve e abilità di ballerina, assicura un elemento di dinamismo e freschezza, soprattutto nei numeri di coppia con Donald O'Connor.
Tim Donahue (Donald O'Connor): Il figlio più talentuoso nel ballo si scontra con la realtà quando incontra Vicky Parker (Marilyn Monroe). Il suo innamoramento per Vicky lo porta a lasciare il numero di famiglia per un atto con lei. Questo lo espone a un nuovo tipo di turbamento emotivo e, dopo una delusione, lo porta a un temporaneo allontanamento. O'Connor, reduce dal successo di Cantando sotto la pioggia, esibisce il suo eccezionale talento atletico e comico, spesso considerato la migliore performance maschile del film.
La trama di fondo, pur essendo in larga parte un pretesto per i numeri musicali, esalta il concetto che l'unica costante nella vita degli artisti è l'attaccamento reciproco e al proprio mestiere.
Le Musiche: Il Genio di Irving Berlin
La colonna sonora è un vero e proprio juke-box musicale del genio di Irving Berlin, con un sapiente arrangiamento musicale a cura di Alfred e Lionel Newman. Anziché contenere brani originali, il film è una carrellata di classici preesistenti di Berlin, dando alla pellicola il sapore di un'antologia del songbook americano.
I momenti musicali più memorabili includono:
"There's No Business Like Show Business": Il brano centrale, cantato con la potenza ineguagliabile di Ethel Merman, che ne aveva già fatto un standard a Broadway in Annie Get Your Gun.
"Heat Wave": La performance più iconica del film. Marilyn Monroe, vestita con un costume audace, canta e balla la canzone in un numero ad alta carica erotica, ambientato in uno sfondo "tropicale". Questo momento è spesso citato per la sua spettacolarità e l'impatto visivo, rafforzando l'immagine della Monroe come sex symbol.
Altri classici come "A Pretty Girl Is Like a Melody", "Alexander's Ragtime Band" e "Lazy" sono sapientemente inseriti per dare continuità storica e stilistica alla narrazione, accompagnando l'evoluzione dei Donahue dal vaudeville agli spettacoli di rivista più moderni.
L'Impatto di Marilyn Monroe
Sebbene la Monroe non sia la protagonista in senso stretto, il suo coinvolgimento nel film è uno degli elementi che ha contribuito maggiormente alla sua fama duratura. L'attrice accettò il ruolo di Vicky Parker come merce di scambio per assicurarsi la parte principale in un progetto più ambizioso della Fox, Quando la moglie è in vacanza.
Nonostante il ruolo secondario, le sue performance sono elettrizzanti. Il personaggio di Vicky Parker è una femme fatale ambiziosa ma con un lato vulnerabile, che complica la vita sentimentale di Tim Donahue. L'aura della Monroe aggiunse un fascino e una notorietà al film che un cast pur eccellente da solo non avrebbe potuto eguagliare.
Accoglienza e Eredità
Follie dell'anno fu un successo commerciale, grazie alla combinazione del cast all-star, alla musica di Berlin e all'utilizzo del CinemaScope. La critica fu generalmente positiva sulle performance e la spettacolarità, ma a volte meno entusiasta per la trama, ritenuta in alcuni punti debole o melodrammatica.
Il film ricevette una meritata nomination all'Oscar per la Migliore Colonna Sonora per un film musicale.
Oggi, Follie dell'anno è ricordato come un esempio brillante della produzione hollywoodiana di metà anni Cinquanta: un'opera che, pur celebrando il passato del vaudeville e della rivista, guardava con fiducia al futuro tecnico e visivo del cinema. La sua eredità risiede nella celebrazione gioiosa dello spirito dello show business e nelle performance indimenticabili del suo straordinario cast, in particolare Merman, O'Connor e l'iconica Monroe.
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La meravigliosa storia di Henry Sugar (The Wonderful Story of Henry Sugar) è un cortometraggio del 2023 diretto da Wes Anderson.
"La meravigliosa storia di Henry Sugar" (titolo originale: The Wonderful Story of Henry Sugar) è un cortometraggio del 2023 scritto e diretto da Wes Anderson. Con una durata di circa 37 minuti, è stato distribuito su Netflix e ha ottenuto un prestigioso riconoscimento, vincendo l'Oscar come miglior cortometraggio nel 2024. L'opera è un fedelissimo e virtuosistico adattamento dell'omonimo racconto tratto dalla raccolta Un gioco da ragazzi e altre storie di Roald Dahl, scrittore che Anderson aveva già omaggiato con il lungometraggio d'animazione Fantastic Mr. Fox (2009).
Questo cortometraggio non è un'opera isolata, ma il primo e più esteso di una serie di quattro brevi film (gli altri tre sono Il cigno, Il derattizzatore e Veleno), tutti basati su racconti di Dahl e realizzati per Netflix, che ha acquisito i diritti sull'opera dello scrittore britannico.
La struttura narrativa del cortometraggio è complessa e multistrato, tipica sia di Dahl che dell'approccio meta-narrativo di Anderson. La storia si apre con l'autore stesso, Roald Dahl (interpretato da Ralph Fiennes), che introduce il racconto dalla sua famosa "scrivania" piena di oggetti, ponendosi immediatamente come mediatore tra il pubblico e la storia.
Atto I: La Scoperta del Potere
Il protagonista della vicenda è Henry Sugar (Benedict Cumberbatch), un uomo estremamente ricco, annoiato e dissoluto, la cui unica vera passione è il gioco d'azzardo. Mentre si trova nella biblioteca di un amico, Sugar scopre un taccuino contenente un articolo scientifico scritto da un medico indiano, il Dott. Z.Z. Chatterjee (Dev Patel), e dal Dott. Marshall (Richard Ayoade).
Questo articolo narra la storia di Imdad Khan (Ben Kingsley), "l'uomo che vede senza usare gli occhi", un grande Yogi indiano. Il racconto di Imdad Khan è incastonato nella narrazione principale, con Ben Kingsley che si rivolge direttamente alla telecamera per narrare la sua vita, in un continuo gioco di scatole cinesi. Imdad Khan, attraverso anni di intensa pratica dello Yoga e della meditazione, ha sviluppato l'incredibile capacità di vedere attraverso gli oggetti e di percepire il mondo con gli occhi chiusi, una forma di chiaroveggenza.
Atto II: L'Apprendimento e l'Abuso
Henry Sugar è immediatamente ossessionato dall'idea di imparare questa abilità, non per fini spirituali o di auto-miglioramento, ma per uno scopo squisitamente venale: barare al gioco d'azzardo. Dedica tre anni della sua vita, con una disciplina sorprendente per un uomo così viziato, all'apprendimento delle tecniche di meditazione descritte nel taccuino. Le scene del suo allenamento sono presentate con la frenetica ma geometrica precisione tipica di Anderson.
Una volta acquisito il potere della chiaroveggenza (può vedere le carte da gioco attraverso la parte posteriore e anticipare i risultati), Sugar inizia a sfruttarlo nei casinò di tutto il mondo. Guadagna cifre immense, ma si annoia rapidamente. L'iniziale entusiasmo è presto sostituito da un profondo senso di insoddisfazione e vuoto. Si rende conto che il denaro facile non gli dà alcuna gioia e che la sua abilità è sprecata per scopi così futili.
Atto III: La Trasformazione e l'Eredità
Il punto di svolta morale avviene quando Henry decide che l'unico modo per dare un senso a questi guadagni illeciti è donarli. Inizia a lanciare banconote dal balcone per strada, in un gesto impulsivo e teatrale che provoca il caos e lo porta allo scontro con la legge e la pubblica opinione.
Capisce allora che deve creare un sistema di beneficenza più organizzato. Per i successivi vent'anni, Henry Sugar gestisce la sua doppia vita: gioca d'azzardo per accumulare denaro (sempre vincendo), e lo dona immediatamente per costruire ospedali, scuole e orfanotrofi in tutto il mondo, diventando, a suo modo, un filantropo clandestino. Il finale della storia ci viene raccontato da John Winston (Dev Patel, in un altro ruolo), l'esecutore testamentario di Sugar, che ci svela la verità sulla meravigliosa storia di Henry Sugar dopo la sua morte. Il percorso del protagonista è un'autentica parabola morale: l'avidità iniziale si trasforma in un disinteressato e metodico altruismo.
Wes Anderson in Henry Sugar porta la sua cifra stilistica a un livello di meta-teatralità e artificiosità mai raggiunto in precedenza, celebrando l'atto stesso del narrare e della messa in scena.
L'Estetica Teatrale e la Simmetria Esasperata
Il cortometraggio sembra essere una vera e propria pièce teatrale su pellicola. Le scenografie sono chiaramente costruite, con fondali dipinti e oggetti di scena che entrano ed escono dal campo visivo con brusca e studiata precisione. L'uso di set mobili e la totale assenza di realismo spaziale sottolineano il distacco dalla realtà.
Anderson utilizza:
Inquadrature Rigorosamente Simmetriche: Ogni scena è bilanciata alla perfezione, un'ossessione geometrica che è la firma del regista.
Colori Pastello e Palette Controllata: Sebbene meno saturi di film come Grand Budapest Hotel, i colori sono selezionati e l'illuminazione è piatta, dando l'impressione di guardare le illustrazioni di un libro per ragazzi.
Montaggio Veloce e Ritmico: Le transizioni tra le scene sono spesso fulminee, con i personaggi che cambiano di posto in stop-motion o con movimenti di macchina rapidissimi e laterali (il panning orizzontale).
La Narrazione Diretta e la "Lettura Scenica"
L'elemento più distintivo è il modo in cui i dialoghi e la narrazione sono gestiti. I personaggi (e non solo il narratore Dahl) recitano direttamente le didascalie del racconto di Dahl, guardando in macchina. Ad esempio, Henry Sugar non si limita a pensare o dire "Ho preso la matita", ma l'attore Benedict Cumberbatch recita: "Henry Sugar prese la matita".
Questo espediente:
Omaggia Dahl: Il regista preserva la voce, il ritmo e l'irriverente precisione dello scrittore.
Crea Distanza: Impedisce allo spettatore di perdersi totalmente nella finzione, ricordandogli costantemente che sta assistendo a una rappresentazione, un "gioco di prestigio" narrativo.
È Altamente Ritmico: La velocità della recitazione e l'incastro dei dialoghi richiedono un tempismo perfetto e trasformano la prosa di Dahl in una performance da camera quasi musicale.
Il cortometraggio vanta un cast stellare, che opera come una vera e propria compagnia teatrale, con gli attori che interpretano spesso più ruoli (un altro espediente tipico di Anderson, qui esasperato):
Benedict Cumberbatch è Henry Sugar / Max Engelman: L'attore è perfetto nel dare forma all'iniziale superficialità di Henry per poi virare verso una seriosa e metodica abnegazione. La sua dizione velocissima e l'interazione diretta con la telecamera sono essenziali.
Ralph Fiennes è Roald Dahl / Poliziotto: L'autore è il punto di partenza e di arrivo della narrazione. Fiennes incarna l'immagine pubblica e carismatica di Dahl, seduto a raccontare con la sua voce precisa e il suo sguardo penetrante.
Ben Kingsley è Imdad Khan / Dott. Ganderbai: Kingsley porta la necessaria gravitas al ruolo dello Yogi, l'uomo la cui abilità spirituale mette in moto la conversione morale di Henry.
Dev Patel è Dott. Z.Z. Chatterjee / John Winston: L'attore gestisce il cambio di ruolo, dal medico che documenta il potere di Khan all'esecutore testamentario che ne svela l'eredità.
Richard Ayoade è Dott. Marshall / Grande Yogi: Ayoade, con il suo aplomb comico e intellettuale, si inserisce perfettamente nel meccanismo di recitazione e narrazione.
La Parabola della Riconversione Morale
Il tema centrale del cortometraggio è la trasformazione etica di un uomo. Henry Sugar inizia come l'archetipo dell'individuo privilegiato e viziato. Il suo percorso non è una conversione religiosa o spirituale, ma una lenta presa di coscienza del dovere morale che deriva dal possedere un potere straordinario. In un'analisi puramente "Dahliana", il potere, una volta ottenuto, non può essere sprecato per la frivolezza. Il vero "miracolo" non è la chiaroveggenza, ma la decisione di Henry di dedicare la sua vita alla beneficenza in modo discreto e non egoistico.
Il Cinema come Magia e Artificio
Henry Sugar è anche una dichiarazione programmatica sulla poetica di Wes Anderson. Il regista si interroga esplicitamente sui modi del raccontare, svelando la macchina del cinema e del teatro. Lo spettatore è continuamente conscio della messinscena. Le pareti che si spostano, gli attori che interpretano più ruoli e il tono recitato sottolineano che ciò che conta non è la realtà della storia, ma la sua narrazione. Anderson usa l'artificio non per allontanarsi, ma per concentrare l'attenzione sulla purezza del testo di Dahl.
Il cortometraggio, con la sua durata contenuta e la sua perfetta esecuzione formale, è stato definito un "concentrato" del cinema di Wes Anderson, forse più efficace e disciplinato di alcuni suoi recenti lungometraggi. La sua vittoria all'Oscar ha cementato il successo di questa forma narrativa innovativa e ha riaffermato la sua inimitabile estetica come un linguaggio cinematografico maturo e riconoscibile a livello globale.
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La messa è finita è un film del 1985 diretto da Nanni Moretti.
"La messa è finita" è il quinto lungometraggio diretto e interpretato da Nanni Moretti, uscito nelle sale nel 1985. Il film segna un momento di svolta nella filmografia morettiana, abbandonando, almeno in parte, la cifra comica e surreale dei lavori precedenti ("Ecce bombo", "Sogni d'oro", "Bianca") per assumere un tono più drammatico, amaro e profondamente riflessivo. Moretti, pur mantenendo la sua inconfondibile vena di lucido moralista, per la prima volta si cala nei panni di un personaggio che non è il suo alter ego più noto, Michele Apicella, ma un sacerdote, Don Giulio. Questo cambio di prospettiva conferisce al film una particolare carica di universalità nella rappresentazione della crisi esistenziale e dell'incomunicabilità che caratterizzavano la società italiana di metà anni Ottanta.
Il film ottenne importanti riconoscimenti, tra cui l'Orso d'argento, Gran premio della giuria al Festival di Berlino del 1986.
La trama ruota attorno alla figura di Don Giulio (interpretato da Nanni Moretti), un giovane sacerdote che torna a Roma dopo aver trascorso alcuni anni come parroco in una piccola isola del Tirreno. Viene assegnato a una parrocchia di periferia e, pieno di idealismo e di desiderio di agire, cerca di ristabilire un contatto significativo non solo con i suoi nuovi parrocchiani, ma anche con la sua famiglia d’origine e i suoi vecchi amici.
Don Giulio, con la sua fede sincera e il suo approccio "anticonformista" (come lo definisce la critica), si scontra immediatamente con una realtà complessa, frammentata e dolorosamente disillusa, che lo travolge.
Il Fracasso Affettivo e Familiare
Il tentativo di riallacciare i rapporti familiari si rivela subito difficile:
La Madre (Margarita Lozano) è una figura emotivamente intensa e a tratti isterica, costantemente in preda a crisi e lamenti.
Il Padre (Ferruccio De Ceresa) annuncia, con sorprendente leggerezza per un uomo della sua età, di essersi innamorato di una donna molto più giovane e di voler lasciare la madre, sconvolgendo gli equilibri familiari.
La Sorella, Valentina (Enrica Maria Modugno), è incinta del fidanzato sempre assente (e che Don Giulio non ha mai conosciuto) ma, sopraffatta dalla solitudine, decide di abortire, una scelta che il fratello, pur provando a comprenderla, non può accettare senza conflitto interiore.
La Disillusione Amicale e Sociale
Anche il mondo degli amici d'infanzia e della comunità gli presenta un quadro desolante di sconfitte e isolamento:
Saverio (Marco Messeri), un tempo forse il più idealista del gruppo, è sprofondato in una profonda depressione e nella paranoia dopo una delusione amorosa e si è isolato dal mondo, rifiutando ogni contatto e consolazione. La scena in cui Don Giulio lo affronta, con Saverio che si chiude dietro una porta, è emblematica dell'incomunicabilità e del rifiuto di farsi aiutare.
Gianni (Dario Cantarelli) vive la sua omosessualità in modo nascosto e sofferto, esponendosi a situazioni di rischio, incapace di una piena accettazione di sé.
Andrea (Vincenzo Salemme), un amico con un passato legato al terrorismo, è in carcere e rifiuta di parlare con Don Giulio, segno della distanza ideologica ormai incolmabile.
L'ex parroco, don Antonio (Eugenio Masciari), da cui Don Giulio ha ereditato la chiesa, ha appeso la tonaca al chiodo, si è sposato e ha messo su famiglia, testimoniando che persino la scelta religiosa non è più irrevocabile o definitiva.
Don Giulio è un "confessore non ascoltato". Si sforza di intervenire, di fornire una direzione, di riappacificare, ma si limita spesso a esporre le sue aspettative di armonia e felicità senza riuscire a porsi in un reale e paziente ascolto delle ragioni altrui. Ogni tentativo di incidere positivamente nella vita di chi lo circonda si infrange contro la solitudine degli altri e la sua stessa impotenza. Il suo desiderio di una "famiglia felice e senza conflitti" e di una "comunità ideale" lo rende cieco di fronte al dolore reale e alla complessità della vita.
Il film culmina con una serie di "fughe" e ripartenze, un ciclo di tentativi falliti di stabilire un legame autentico. Dopo la morte della madre e la partenza del padre, e di fronte al collasso morale e affettivo, Don Giulio, come gesto estremo di disillusione ma anche di ricerca di un senso, chiede e ottiene di partire per una missione lontana, nella Terra del Fuoco. La scena finale lo vede sorridere amaramente mentre immagina (o sogna) i suoi cari finalmente felici e riappacificati, ballando insieme sulle note di "Ritornerai" di Bruno Lauzi, un momento di illusoria e struggente armonia. La sua partenza non è solo una fuga, ma un ultimo, disperato tentativo di ritrovare sé stesso e una missione autentica, lontano da una società che ha smesso di intercettare la domanda di senso.
Nanni Moretti (che è anche il regista) mostra in "La messa è finita" un'evoluzione registica verso un maggiore rigore formale e una sobrietà stilistica, pur mantenendo alcuni dei suoi topoi caratteristici:
Tono Agrodolce e Ironia Amara: L'ironia e la nevrosi morettiana sono filtrate attraverso il ruolo del sacerdote. Non si tratta più della rabbia di Michele Apicella, ma di una stanchezza, una frustrazione e un'irritazione più contenute e più dolorose, che riflettono l'impotenza di fronte al caos del mondo. L'umorismo, pur presente, è stemperato da una malinconia profonda.
Struttura a "Quadri": Il film è costruito come una successione di incontri/scontri, quasi dei "quadri" autonomi, ognuno dei quali mette in scena la crisi di un personaggio vicino a Don Giulio. Questa struttura frammentata riflette la disgregazione dei legami sociali e affettivi.
Temi Morettiani: Oltre all'incomunicabilità (esemplificata dalle porte sbattute, dai volumi della radio che coprono le conversazioni, dai continui dietro-front emotivi), Moretti inserisce i suoi tipici elementi autobiografici o feticistici, seppur in modo meno prepotente che in passato: il nuoto, la passione per il cioccolato, e l'ossessione per l'armonia interiore ed esteriore.
Colonna Sonora: Il film segna l'inizio della fruttuosa collaborazione di Moretti con il compositore Nicola Piovani. Oltre alle musiche originali, le canzoni diegetiche (presenti sulla scena) hanno una funzione cruciale, quasi di commento emotivo e narrativo: "Ritornerai" di Bruno Lauzi (il pezzo chiave della scena finale), "Sei bellissima" di Loredana Bertè (sulla radio mentre la sorella legge la lettera del padre all'amante), e "I treni di Tozeur" di Franco Battiato.
Il cast è composto da un mix di attori noti e volti meno consueti, tutti diretti da Moretti in modo da massimizzare l'intensità emotiva:
Nanni Moretti è Don Giulio: Il protagonista, un sacerdote di saldi principi ma di scarsa pazienza e di forte idealismo. La sua interpretazione è misurata, trasmettendo la sua inesorabile marcia verso la disillusione.
Marco Messeri è Saverio: Amico depresso e paranoico, simbolo della fuga e dell'isolamento. La sua performance è notevole per la sua capacità di rendere la sofferenza patologica.
Ferruccio De Ceresa è il Padre di Giulio: La sua figura incarna la crisi di mezza età e la ricerca, tardiva e distruttiva, della felicità personale.
Margarita Lozano è la Madre di Giulio: Attrice spagnola di grande temperamento, offre una prova intensa nel ruolo della madre afflitta e nevrotica.
Enrica Maria Modugno è Valentina: La sorella, il cui rapporto con Don Giulio è tra i più toccanti e complessi del film, segnato dalla reciproca incomprensione di fronte a scelte di vita estreme.
Eugenio Masciari è Antonio: L'ex parroco, la cui scelta di spretarsi per la felicità domestica offre un amaro confronto a Don Giulio.
Vincenzo Salemme è Andrea: In uno dei suoi primi ruoli cinematografici, interpreta l'amico detenuto per terrorismo.
"La messa è finita" è un film che va oltre la semplice storia di un sacerdote in crisi. È una profonda riflessione sulla crisi della fede e delle ideologie nella società italiana degli anni '80.
La Crisi di Valori e il Senso di Sconfitta
Il film anticipa, secondo molti critici, l'edonismo e il cinismo degli anni a venire. Moretti percepisce e rappresenta la disgregazione della famiglia tradizionale, la crisi dei legami amicali e la solitudine esistenziale che pervade le persone, al di là delle loro scelte di vita. Don Giulio si fa carico di questo dolore universale, ma è un Cristo senza capacità taumaturgiche, un Nazarín (come l'omonimo personaggio di Buñuel) la cui missione di bontà si rivela totalmente vana. Il suo altruismo è respinto, o peggio, non intercettato.
Il Moralismo e l'Impazienza di Don Giulio
La sconfitta di Don Giulio non è solo imputabile alla durezza del mondo; è anche la conseguenza della sua impazienza moralista. Egli desidera la felicità per gli altri a modo suo, senza conflitti e incomprensioni, imponendo un modello ideale. Non è sempre in grado di ascoltare veramente. Il suo è un idealismo troppo rigido, che lo rende incapace di accettare la realtà nelle sue sfumature. È un moralista neoromantico che si scontra con l'impossibilità di realizzare i suoi sogni di armonia.
La Scena Finale: Fuga o Ricerca?
La partenza per la Terra del Fuoco non è una semplice ritirata, ma un gesto ambiguo. È la presa d'atto che "la messa è finita" — che i riti, i rapporti convenzionali, le risposte facili non funzionano più. Il titolo stesso è una frase che un tempo segnava la fine del rito e l'inizio della missione nel mondo, ma che qui suona come la dichiarazione della fine di un'epoca in cui la comunità e la fede potevano offrire risposte univoche. La sua destinazione esotica e lontana è l'ultimo tentativo di ricominciare, di trovare un luogo dove la sua missione possa ancora avere un senso e una speranza.
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30 notti con il mio ex è un film del 2025 diretto da Guido Chiesa.
"30 notti con il mio ex" è un film italiano del 2025, scritto e diretto da Guido Chiesa. La pellicola, che si colloca nel genere della dramedy (commedia drammatica), è un adattamento (o liberamente ispirato) al film argentino del 2022 30 noches con mi ex di Adrián Suar. Il film mette in scena il difficile e inatteso ritorno alla convivenza di due ex coniugi, costretti dalle circostanze a rimettere in discussione le loro vite e i loro sentimenti, con il delicato sfondo del disagio psichico.
Il nucleo narrativo del film si concentra su due figure principali, Bruno e Terry, la cui separazione è stata segnata non solo dalla fine dell'amore, ma anche dalla malattia mentale di lei.
Bruno: L'Uomo delle Regole
Il protagonista maschile è Bruno (interpretato da Edoardo Leo), un padre single con un passato da ex calciatore (come suggeriscono i riferimenti nel film, come il nome Bruno Giordano), ora broker finanziario. La sua vita è definita da una routine ossessiva, meticolosa e ansiogena, un tentativo disperato di tenere sotto controllo gli imprevisti e di proteggere sé stesso e la figlia sedicenne, Emma (Gloria Harvey, alla sua prima prova cinematografica). Bruno vive in una "presunta normalità", ingabbiato in regole autoimposte e un planning settimanale che copre ogni aspetto della sua esistenza, dagli alimenti al lavoro, dai farmaci agli impegni con la nuova fidanzata, Camilla (Francesca Valtorta). È l'uomo che preferisce "navigare vicino alla costa", minimizzando il rischio emotivo e professionale.
Terry: L'Esplosione Emotiva
La sua ex moglie è Terry (interpretata da Micaela Ramazzotti). Terry è stata assente per alcuni anni dalla vita della famiglia, in quanto ricoverata in una comunità specializzata per la cura di un disturbo mentale che la porta a "sentire le voci". Per ottenere la dimissione definitiva e dimostrare la sua riabilitazione sociale, Terry ha bisogno di essere ospitata in un ambiente familiare per un periodo di prova di trenta giorni, un mese di convivenza forzata.
È la figlia Emma, che mal sopporta l'assenza della madre e la rigidità paterna, a convincere Bruno ad accettare, presentandogli la convivenza come un semplice "favore" e un atto di responsabilità genitoriale.
Lo Scontro e la Riscoperta
L'arrivo di Terry sconvolge la routine chirurgica e la "bolla di normalità" creata da Bruno. Terry è l'esatto opposto dell'ex marito: esuberante, schietta, passionale, emotivamente trasparente e completamente disinteressata alle regole della convivenza borghese. La sua "follia" apparente, o la sua mancanza di filtri, mette a nudo le ipocrisie e le insoddisfazioni della vita di Bruno, dalla sua relazione piatta con Camilla fino al lavoro dove non riesce a imporsi.
Le "trenta notti" si trasformano in un campo di battaglia emotivo. Bruno è costretto ad affrontare il disordine e l'imprevedibilità che ha cercato di bandire dalla sua vita, mentre Terry cerca disperatamente di riconnettersi con la figlia adolescente, Emma, la cui ribellione è anche un riflesso del vuoto lasciato dalla madre. La convivenza forzata riaccende inevitabilmente una vecchia scintilla e una profonda, seppur difficile, comunicazione tra i due ex, spingendoli a un inatteso scambio di ruoli emotivi: Bruno si apre alla possibilità del caos emotivo, e Terry ritrova un ancoraggio alla realtà.
Il film, pur mantenendo un tono da commedia, esplora se questo mese di convivenza, e l'esplosione di sincerità che ne deriva, sia sufficiente a rimettere in discussione il loro destino e a trovare un nuovo e più autentico punto di equilibrio.
Guido Chiesa dirige il film con l'intento di realizzare una commedia agrodolce che non risulti né depressiva né banale. La sua regia cerca di bilanciare i momenti di slapstick o di ironia con l'introspezione e il dramma serio della malattia mentale.
Tono Leggero su un Tema Pesante: Il principale intento registico è di affrontare il disagio psicologico con leggerezza ma rispetto, evitando lo stigma e promuovendo l'empatia. Come ha dichiarato il regista, l'approccio è "ascoltare e ridere insieme a queste persone", non di loro.
Focus sul Contrasto: La regia enfatizza il contrasto tra l'ordine geometrico (la casa, la vita di Bruno) e l'energia caotica (Terry). Questo dualismo visivo e narrativo è il motore della commedia e della riflessione.
Commedia Sociologica: Pur rientrando nel format della rom com o commedia del "ri-matrimonio", il film si offre come uno spaccato sociologico, utilizzando la crisi di Bruno come metafora della paura del rischio e della rigidità emotiva della società moderna.
Adattamento: Il film è un remake (o ispirato) a un successo argentino, il che suggerisce un'attenzione a dinamiche universali di coppia e famiglia, filtrate attraverso la sensibilità e l'umorismo italiano.
Il film si avvale di una colonna sonora curata da Francesco Cerasi e di una fotografia (a cura di Emanuele Pasquet) che accompagna la variazione emotiva della storia, pur restando nell'ambito della produzione di commedia di genere.
Il successo del film si basa in gran parte sulla chimica e sulla bravura dei due protagonisti, entrambi pilastri della commedia e del dramma italiani contemporanei.
Edoardo Leo (Bruno): L'attore incarna l'uomo comune, ansioso e intrappolato nella sua auto-costruita normalità. La sua performance gioca sulla frustrazione dell'incomunicabilità e sulla graduale messa in discussione delle sue certezze. Bruno è il personaggio che subisce la trasformazione maggiore, passando dalla rigidità all'accettazione della fragilità emotiva.
Micaela Ramazzotti (Terry): Ramazzotti porta sullo schermo un personaggio complesso e sfaccettato. La sua Terry è affamata di vita, schietta, ma anche vulnerabile e consapevole della sua malattia. L'attrice bilancia la "pazzerella" da commedia con l'intensità drammatica, dando dignità al disagio mentale.
Gloria Harvey (Emma): La giovane attrice, al suo debutto, interpreta la figlia adolescente. Emma è la catalizzatrice della storia, colei che spinge i genitori a confrontarsi, e rappresenta la generazione che cresce tra il tentativo di normalità e la crisi emotiva degli adulti.
Claudio Colica (Paolo) e Francesca Valtorta (Camilla): Interpretano i personaggi secondari, amici e partner di Bruno, che fungono da contrappunto "normale" e spesso comico alle dinamiche estreme di Bruno e Terry.
Anna Bonaiuto (Angela): Nel ruolo della psichiatra di Terry, la Bonaiuto apporta l'autorità necessaria a contestualizzare e trattare con serietà la tematica della malattia mentale.
Il film affronta due tematiche cruciali:
1. Il Disagio Mentale e lo Stigma
"30 notti con il mio ex" si distingue per il modo in cui affronta la malattia mentale. Non la relega a un elemento di sfondo o a una semplice gag comica, ma la integra nel dramma dei rapporti umani. Il film veicola un messaggio potente contro lo stigma e a favore della trasparenza sui disturbi psichici. Terry, che ha fatto "coming out" sulla sua malattia, è in netto contrasto con l'ansia repressa e nascosta di Bruno.
2. L'Empatia e l'Incomunicabilità
Il cuore del film risiede in un dialogo chiave: "Non riuscire a uscire dalla propria malattia è una questione molto seria, ma non riuscire a entrare nella malattia dell'altro è una questione ancora più seria." Questa frase riassume il vero conflitto: il problema non è solo la condizione di Terry, ma l'incapacità di Bruno (e in senso lato, della società) di esercitare empatia verso chi è diverso, di accettare il caos e la fragilità. Il film celebra l'amore non come assenza di difficoltà, ma come la frustrazione costante dell'amare qualcuno con cui è difficile convivere, ma per cui vale la pena mettersi in gioco.
In conclusione, "30 notti con il mio ex" è un'opera che, attraverso il veicolo della commedia sentimentale, propone una riflessione matura e sentita sulla difficoltà delle relazioni, sul coraggio della vulnerabilità e sulla necessità di superare la paura del "diverso" che si nasconde spesso proprio nelle persone che amiamo di più.
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Il terrorista è un film del 1963, diretto da Gianfranco de Bosio
Il terrorista è un'opera atipica e fondamentale nel panorama del cinema italiano sulla Resistenza. Uscito nel 1963, si inserisce in un periodo in cui la memoria della lotta partigiana era ancora viva, ma si stava anche consolidando una narrazione più "ufficiale" o, in certi casi, celebrativa. Il film di De Bosio si distingue per il suo approccio antiretorico e storiograficamente rigoroso, focalizzandosi sulle contraddizioni interne e le diverse anime politiche della Resistenza.
L'opera fu prodotta dal critico cinematografico Tullio Kezich e co-sceneggiata dal regista con Luigi Squarzina, figura di spicco del teatro italiano. La sceneggiatura trae ispirazione diretta dall'esperienza personale del regista Gianfranco De Bosio, che partecipò attivamente alla Resistenza veneta, in particolare a Padova, militando in una formazione legata al Partito d'Azione. Questo background conferisce al film un'autenticità e una profondità psicologica notevoli. Il titolo stesso, "Il terrorista," è provocatorio e riflette la necessità di confrontarsi con la percezione che il nemico aveva dei combattenti partigiani (i "terroristi" erano i membri dei GAP - Gruppi di Azione Patriottica - e delle SAP - Squadre d'Azione Patriottica - attivi nelle città).
Il film è ambientato a Venezia nell'inverno del 1943, un periodo cruciale dopo l'armistizio dell'8 settembre, che vide l'occupazione tedesca e la nascita della Repubblica Sociale Italiana (RSI).
Il protagonista è l'ingegnere Renato Braschi (interpretato da un giovane e intenso Gian Maria Volonté), un esponente del Partito d'Azione (una delle formazioni politiche più attive e intellettualmente orientate della Resistenza, spesso più propensa all'azione immediata rispetto ad altre frange del CLN). Braschi è il capo di un Gruppo di Azione Patriottica (GAP) a Venezia, dedito ad atti di sabotaggio e "terrorismo" contro l'occupante nazifascista e i suoi collaboratori.
La trama si sviluppa attorno al dilemma morale e strategico che dilania il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) veneziano. Da un lato, ci sono le necessità immediate dell'azione, incarnate dall'intransigenza di Braschi, convinto che solo gli atti dimostrativi e il "terrorismo" possano mantenere vivo lo spirito di rivolta e logorare il nemico. Dall'altro, i suoi superiori e altri membri del CLN (come il professor De Ceva, "Smith," interpretato da Tino Carraro), esponenti di partiti più moderati o legati a un'ottica politica più cauta, lo esortano alla prudenza e alla sospensione degli attentati, temendo le sanguinose rappresaglie tedesche e fasciste sulla popolazione civile e la disarticolazione delle nascenti strutture clandestine.
Braschi, con il suo rigore quasi ascetico e la sua dedizione totale alla causa, decide di continuare le azioni nonostante gli inviti alla moderazione. Egli pianifica e realizza, con l'aiuto di alcuni fidati compagni (tra cui Rodolfo Boscovich, interpretato da Philippe Leroy, un insegnante, e l'impiegato Varino, "Oscar," interpretato da Carlo Bagno), un attentato esplosivo contro un comando militare nazista.
La tensione aumenta quando Braschi si ritrova a dover gestire le debolezze e i tradimenti all'interno della sua stessa rete. Il film esplora il clima di sospetto e la solitudine del capo, diviso tra la responsabilità per la vita dei suoi uomini e la necessità di adempiere al dovere della lotta armata. Un arresto e il successivo ritiro di alcuni componenti portano alla disarticolazione del gruppo.
Il culmine drammatico si raggiunge quando Braschi, costretto all'ultima azione solitaria, uccide un torturatore fascista (un'azione che per l'epoca aveva un forte impatto, mostrando la violenza della lotta partigiana non solo contro il nemico straniero ma anche contro i collaboratori italiani). Subito dopo, viene a sua volta falciato da una raffica di mitra, in una sequenza cruda e priva di enfasi eroica, che sottolinea l'amara, quasi tragica, concretezza della guerra clandestina. Il finale, con la morte del protagonista, lascia un senso di incompiutezza e sacrificio.
Gianfranco De Bosio (1924-2022) è stato principalmente un uomo di teatro, il che si riflette chiaramente nella sua direzione cinematografica. Il terrorista è una delle sue rare, ma significative, incursioni nel cinema.
La regia di De Bosio si caratterizza per il suo rigore formale e la sua sobrietà espressiva. Il film è girato in bianco e nero, una scelta che contribuisce a creare un'atmosfera cupa, realistica e storicamente autentica, tipica del cinema drammatico italiano di quel periodo.
Anti-Retorica: De Bosio evita con cura l'epica celebrativa e i toni trionfalistici spesso associati alla narrazione della Resistenza. La Resistenza viene mostrata nella sua quotidianità clandestina, fatta di riunioni in case private, ansie, paura, piccole vittorie e grandi sconfitte. Le azioni armate sono rese con una lucidità quasi documentaristica, senza spettacolarizzazioni.
Profondità Psicologica e Morale: L'attenzione del regista è focalizzata sul conflitto interiore di Braschi e sulle dinamiche del gruppo partigiano. De Bosio non giudica, ma mostra la complessità delle scelte morali e politiche. Il film è uno "studio analitico sulla Resistenza" (come definito da alcuni critici) che mette in luce le divisioni interne (tra moderati e intransigenti, tra azione militare e politica), l'organizzazione del CLN, il ruolo della Chiesa (attraverso la figura di un prete che fa da tramite) e l'interazione con la popolazione civile.
Ambientazione: L'uso di Venezia come scenario è particolare. Non è la Venezia da cartolina, ma una città fredda, nebbiosa, opprimente e silenziosa, che riflette il clima di occupazione e pericolo. I canali, le calli e gli interni claustrofobici amplificano il senso di isolamento e minaccia.
Il cast de Il terrorista è di altissimo livello e contribuisce in modo decisivo al successo e al realismo dell'opera:
Gian Maria Volonté (Renato Braschi): Volonté, all'inizio della sua carriera ma già capace di un'intensità straordinaria, incarna perfettamente la figura dell'intellettuale e leader intransigente. Il suo Braschi è un uomo di principi, quasi messianico nella sua dedizione, ma anche isolato e consumato dalla responsabilità. L'interpretazione è asciutta, nervosa e potente.
Philippe Leroy (Rodolfo Boscovich): Interpreta uno dei compagni più fidati di Braschi, un insegnante coinvolto nell'azione armata, mostrando la diversità di estrazione sociale dei partigiani.
Tino Carraro (Prof. De Ceva, "Smith"): Rappresenta la voce della cautela e della politica, l'ala più moderata del CLN, in netto contrasto ideologico con l'attivismo di Braschi.
Anouk Aimée (Anna Braschi): Moglie del protagonista, interpreta il dramma personale e familiare della clandestinità e della paura, offrendo un contrappunto umano e intimo alla rigidità ideologica di Braschi.
Raffaella Carrà (Giuliana): Appare in un ruolo drammatico e non secondario, insolito rispetto alla sua successiva carriera televisiva, dimostrando le sue doti d'attrice.
Giulio Bosetti e Carlo Bagno: Contribuiscono a completare il ritratto del gruppo partigiano, fatto di persone comuni costrette a scelte estreme.
Il terrorista è un film che ha avuto una gestazione complessa e, pur non essendo stato un successo commerciale immediato, è stato riscoperto e rivalutato nel tempo. Il suo valore risiede nell'essere stato uno dei primi film a demitizzare la Resistenza mostrandone la pluralità di anime (Partito d'Azione, PCI, Socialisti, Cattolici, etc.) e i drammatici conflitti interni di metodo e di prospettiva politica, anticipando in un certo senso dibattiti storiografici successivi.
È una pellicola fondamentale per la sua onestà intellettuale e per il coraggio di affrontare il tema della violenza partigiana (il "terrorismo") non come un atto indiscriminato, ma come una scelta drammatica e consapevole di una minoranza attiva in un contesto di guerra totale e occupazione. È un'opera che sottolinea il prezzo altissimo pagato da chi scelse la lotta armata in clandestinità, e la sua visione è essenziale per comprendere a fondo la complessità morale e politica della Resistenza italiana.
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Django Unchained è un film del 2012 scritto e diretto da Quentin Tarantino
Django Unchained è ambientato nel 1858, due anni prima dello scoppio della Guerra di Secessione Americana, nel cuore degli Stati Uniti del Sud schiavista. La pellicola è una "fiaba della buonanotte" vestita da Spaghetti Western di vendetta e riflette un tema caro al regista: la catarsi violenta come unico strumento di giustizia in un mondo moralmente marcio.
Il film si apre con un gruppo di schiavi incatenati, condotti a piedi nel Texas. Tra loro c'è Django (Jamie Foxx), il cui destino cambia radicalmente con l’arrivo del Dr. King Schultz (Christoph Waltz). Schultz è un ex dentista tedesco che ha abbandonato la professione per diventare un ingegnoso e loquace cacciatore di taglie.
Schultz ha bisogno dell’aiuto di Django per identificare e catturare i feroci fratelli Brittle, tre sadici capisquadra su cui pende una grossa taglia. Schultz, un uomo che pur vivendo di violenza mantiene un codice etico personale, si offre di liberare Django in cambio della sua collaborazione. L'accordo è formalizzato con una “vendita” simulata e, una volta identificati e uccisi i Brittle (un atto che segna la prima, rabbiosa vendetta di Django), Schultz mantiene la sua promessa, liberando l'uomo.
L'inverno porta Schultz e Django a consolidare una partnership di successo. Django, ora un uomo libero che cavalca e spara, affianca Schultz nella caccia ai criminali. Questo periodo di training è cruciale: Django apprende non solo le abilità del pistolero, ma anche l'arte della dissimulazione e della retorica, strumenti essenziali per sopravvivere in un Sud dove un nero a cavallo e libero è un'anomalia inaccettabile. Schultz, nel frattempo, scopre la vera motivazione di Django: ritrovare sua moglie, Broomhilda von Shaft (Kerry Washington), che gli fu strappata e venduta per aver tentato la fuga.
Schultz, mosso da un misto di empatia e romanticismo mitteleuropeo, decide di aiutarlo a ritrovare Hildi. Scoprono che la donna è schiava nella piantagione “Candyland”, in Mississippi, di proprietà di un latifondista brutale e colto: Calvin J. Candie (Leonardo DiCaprio).
Per liberare Broomhilda senza pagare un prezzo esorbitante, Schultz elabora un piano rischioso: fingersi due acquirenti interessati a comprare un campione di "Mandingo" (schiavi lottatori). Questo pretesto permette loro di negoziare direttamente con Candie e, una volta sul posto, di contrattare per l'acquisto di Broomhilda come "dama di compagnia" per Django, presentato come un "negro libero" esperto.
A Candyland, i due si scontrano con la terrificante realtà della piantagione e con due figure chiave:
Calvin Candie: Un giovane ma spietato e raffinato padrone, ossessionato dall'ideologia suprematista bianca e dalla crudeltà fine a sé stessa.
Stephen (Samuel L. Jackson): L'anziano e fedelissimo capo della servitù, una figura di schiavo "unto" e manipolatore, che nutre un profondo disprezzo per gli altri neri e opera come la vera mente dietro Candyland.
Il piano va quasi in porto, ma è Stephen a fiutare l'inganno. Il suo acume e la sua lealtà distorta a Candie espongono la messinscena durante il sontuoso pranzo di contrattazione. Candie costringe Schultz a concludere l'acquisto di Hildi a un prezzo esorbitante (12.000 dollari, una cifra enorme all'epoca).
L'atmosfera diventa insostenibile. L'accordo si conclude, ma Candie insiste affinché Schultz stringa la sua mano per sigillare l'affare. Schultz, disgustato dall'ipocrisia e dalla crudeltà che ha visto (soprattutto dopo aver assistito all'orribile morte di uno schiavo Mandingo), rifiuta l'atto di cortesia e, in un momento di pura e fatale ribellione etica, spara e uccide Candie.
La morte di Candie scatena una sparatoria immediata, culminata con l'uccisione di Schultz da parte di Billy Crash (Walton Goggins) e la cattura di Django.
Django viene torturato e poi condannato alla degradante sorte di essere venduto e costretto a lavorare in miniera fino alla morte. Ma Django, con un ultimo atto di scaltrezza ereditato da Schultz, manipola i suoi nuovi aguzzini, li uccide e recupera le sue armi, tornando a Candyland.
La fase finale è puro Blaxploitation-Western: un bagno di sangue violento, stilizzato e catartico. Django, trasformato in un vendicatore inarrestabile, elimina sistematiamente tutti i responsabili della sua sofferenza e di quella di Hildi, inclusi gli scagnozzi, la sorella di Candie, e, infine, l'infido Stephen. Dopo aver liberato Broomhilda e aver piazzato dinamite nella casa padronale, Django si allontana con la moglie, osservando l'esplosione di Candyland. Django è finalmente "Unchained" (libero, ma anche scatenato).
Lo stile di Quentin Tarantino in Django Unchained è immediatamente riconoscibile e rappresenta un'ulteriore evoluzione del suo cinema postmoderno, fatto di citazioni, musica anacronistica e violenza stilizzata.
Tarantino rende omaggio in modo esplicito e riverente allo Spaghetti Western italiano degli anni '60, in particolare alle opere di Sergio Leone e, naturalmente, al Django originale di Sergio Corbucci (1966) – omaggio suggellato dal cameo di Franco Nero, il Django originale.
Il film attinge anche al genere Blaxploitation degli anni '70, che spesso metteva in scena protagonisti afroamericani che si vendicavano dell'oppressione bianca. Tarantino usa i codici di questi due generi violenti e cinici per affrontare un argomento storico delicato come la schiavitù.
Violenza Stilizzata: La violenza è iperbolica, "cartoonesca" e abbondante, con spruzzi di sangue spesso esagerati (i famosi squibs tarantiniani). Questo eccesso serve a disinnescare il realismo e a trasformare l'orrore storico in un'azione puramente catartica di vendetta fantasy, rendendo la violenza un elemento quasi di intrattenimento grottesco.
Dialoghi e Ritmo: Il film mantiene l'impronta tarantiniana con dialoghi lunghi, brillanti e carichi di tensione, come la memorabile sequenza del primo incontro tra Schultz e Django, o l'escalation verbale durante il pranzo a Candyland. Il ritmo è gestito con maestria: lento e accumulante nella prima parte, per costruire personaggi e tensione, e frenetico e esplosivo nel finale.
Musica Anacronistica: La colonna sonora è un pastiche geniale. Accanto ai brani originali di Ennio Morricone e alle musiche classiche del Western, Tarantino inserisce brani moderni di hip-hop e soul (come "100 Black Coffins" di Rick Ross), creando un effetto di straniamento e modernità che amplifica l'intenzione ludica e non strettamente storica del film.
Visuale Iconica: La regia è ricca di inquadrature iconiche, come i primi piani estremi tipici di Leone e le carrellate improvvise. Esemplare è la scena in cui Django spara ai Brittle, con la telecamera che lo segue in un vortice di furia.
Il successo del film si basa in gran parte sulle interpretazioni magistrali di un cast stellare:
Jamie Foxx (Django Freeman): Foxx offre una performance intensa, evolvendo da schiavo spaventato e ferito a pistolero implacabile e uomo libero. La sua è una trasformazione fisica ed emotiva, che mantiene sempre la focalizzazione sull'obiettivo della libertà della moglie.
Christoph Waltz (Dr. King Schultz): L'interpretazione di Waltz è stata acclamata universalmente (vincendo il suo secondo Oscar) per la sua raffinatezza, il suo eloquio e la sua complessità morale. Schultz è il catalizzatore della storia di Django, un personaggio bizzarro che rappresenta un'etica di matrice europea in contrasto con la barbarie americana.
Leonardo DiCaprio (Calvin J. Candie): In una delle sue performance più memorabili, DiCaprio interpreta Candie con un misto di affettazione, immaturità e pura malvagità. È un personaggio che irradia un'orribile banalità del male, e il suo Candie è tanto più terrificante quanto più appare "normale" nella sua crudeltà.
Samuel L. Jackson (Stephen): Stephen è uno dei personaggi più complessi e controversi di Tarantino. Jackson lo interpreta come l'archetipo del "servo unto", un collaboratore del sistema schiavista più perverso del padrone stesso. La sua lealtà, alimentata dal potere conferitogli dal sistema, lo rende la vera minaccia per Django, un nemico interno.
Kerry Washington (Broomhilda von Shaft): Sebbene il suo ruolo sia più limitato, Hildi funge da "principessa da salvare," la ragione di ogni azione di Django, incarnando la dignità e la sofferenza della schiavitù femminile.
Camei e Ruoli Minori: Il film è costellato di volti noti, tra cui Don Johnson (Big Daddy), Walton Goggins (Billy Crash) e, come già menzionato, Franco Nero.
Django Unchained è stato un film divisivo, soprattutto per il suo approccio al tema della schiavitù.
Il tema centrale è la vendetta (revenge movie). Tarantino usa il genere Western come veicolo per riscrivere una pagina della storia americana: la schiavitù. Il film regala al pubblico una catarsi storica dove lo schiavo ottiene vendetta e giustizia, distruggendo il sistema schiavista non attraverso la politica o la legge, ma attraverso la forza della pistola. È una fantasia di giustizia, che non pretende accuratezza storica ma efficacia emotiva.
Tarantino affronta il razzismo in modo esplicito e crudo. Non fa sconti sulla brutalità e sulla degradazione della vita degli schiavi. Questo approccio ha generato diverse controversie, in particolare:
L'Uso della "N-word": Il film è noto per l'uso estremamente frequente del termine dispregiativo "nigger" (tradotto in Italia come "negro"). Questo ha portato a critiche da parte di membri della comunità afroamericana, tra cui il regista Spike Lee, che ha accusato Tarantino di sfruttare il trauma della schiavitù per mero intrattenimento. Tarantino ha sempre difeso l'uso del linguaggio come elemento necessario per l'autenticità del periodo e del contesto socioculturale rappresentato.
La Controversia dell'Eroe Bianco: Alcuni critici hanno sottolineato come sia Schultz, il bianco, a iniziare il percorso di liberazione di Django e a fornirgli gli strumenti per la vendetta, riproponendo, in parte, un topos problematico. Tuttavia, altri sostengono che Schultz sia un ponte narrativo necessario per permettere a Django di trascendere la sua condizione, con l'eroismo finale che rimane interamente di Django.
Parodia e Trauma: La scena della banda incappucciata (chiara parodia del Ku Klux Klan) che litiga per i buchi malfatti nei cappucci è un esempio di come Tarantino usi la commedia grottesca per ridicolizzare e disumanizzare l'ideologia suprematista, smantellandola con la farsa prima che con la violenza.
Il film esplora la profonda anomalia di un "negro libero" negli Stati Uniti pre-Guerra Civile. La libertà di Django non è solo uno status legale, ma un atto di sfida e una costante fonte di pericolo e incredulità per i bianchi che incontra, esacerbando la tensione razziale del periodo.
In sintesi, Django Unchained è un'opera grandiosa e sfacciata, un revisionist Western che utilizza la violenza pulp e l'estetica del cinema di genere per affrontare il dramma della schiavitù americana con uno sguardo critico, provocatorio e indiscutibilmente personale, consolidando lo status di Quentin Tarantino come uno dei registi più influenti e divisivi del cinema contemporaneo.
Amerikatsi(Ամերիկացի) è un film del 2022 diretto da Michael A. Goorjian.
Amerikatsi è un film che si colloca nel genere della commedia-drammatica, scritto, montato, diretto e interpretato da Michael A. Goorjian, un artista statunitense di origini armene. L'opera si configura come un progetto profondamente personale per Goorjian, che attraverso questa storia ha voluto esplorare i temi dell'identità, della resilienza del popolo armeno e del senso di appartenenza, mescolando sapientemente tonalità umoristiche e momenti di profondo dramma umano.
Michael A. Goorjian (noto anche per la sua carriera di attore, vincitore di un Emmy Award per il ruolo in David's Mother nel 1994, e per aver recitato in film come Newsies, Chaplin e SLC Punk), in Amerikatsi dimostra una regia attenta e sensibile, capace di bilanciare la leggerezza della commedia con il peso del dramma storico e personale.
Il film è stato girato in Armenia e sfrutta una fotografia curata (a cura di Ghasem Ebrahimian) per dare vita all'ambientazione dell'Armenia Sovietica del 1948. Lo stile narrativo è stato spesso definito come una "favola di resistenza" o una "commedia malinconicamente chapliniana", con critici che hanno notato richiami a opere come La vita è bella di Roberto Benigni per la capacità di stemperare l'orrore della Storia con una candida ironia e speranza, e a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock per l'espediente visivo centrale della trama.
Goorjian utilizza lo sguardo del protagonista, Charlie, come filtro per il pubblico, trasformando una situazione di isolamento e disperazione in un'opportunità di riscoperta culturale e umana. La pellicola non si concentra esclusivamente sul genocidio armeno (che viene menzionato in apertura come l'evento da cui Charlie è fuggito), ma guarda oltre, esplorando la vita sotto il regime sovietico e la persistenza dello spirito armeno, enfatizzando l'importanza della speranza, dell'immaginazione e dei legami umani.
La colonna sonora, che include musiche del compositore Andranik Berberyan e melodie folk armene, gioca un ruolo cruciale, arricchendo il contesto culturale e sottolineando i momenti emotivi e di riscoperta.
La vicenda di Amerikatsi si svolge nel 1948, in Armenia, allora Repubblica Socialista Sovietica Armena, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale.
Il protagonista è Charlie Bakhchinyan (Michael A. Goorjian), un uomo armeno-americano. Charlie era fuggito dal genocidio armeno del 1915 da bambino, nascondendosi in un baule diretto negli Stati Uniti. Decenni dopo, spinto dalla nostalgia e dal desiderio di riconnettersi con le sue radici e la sua identità, Charlie decide di approfittare dell'offerta di rimpatrio di Stalin per gli armeni della diaspora. Torna così nella sua terra natale, ma si scontra immediatamente con la dura e soffocante realtà del regime comunista sovietico.
La sua permanenza è di brevissima durata. Charlie viene arrestato per un'accusa assurda e pretestuosa: aver indossato una cravatta, un simbolo del suo "cosmopolitismo" e dei suoi modi occidentali che le autorità sovietiche vedono come una minaccia e un'influenza corrosiva. Viene condannato e rinchiuso in una prigione.
Per evitare che i suoi atteggiamenti "americani" possano influenzare negativamente gli altri detenuti, Charlie viene posto in isolamento. La solitudine e la disperazione iniziano a consumarlo. Tuttavia, un evento inaspettato gli offre un'ancora di salvezza e un contatto vitale con il mondo esterno. A causa di un terremoto o di un cedimento strutturale, una parte del muro davanti alla finestra della sua cella cede, e Charlie scopre di avere una visuale diretta sull'appartamento di un edificio di fronte alla prigione.
Attraverso questa "finestra sul cortile", Charlie inizia a osservare la vita quotidiana di una coppia armena nativa che abita l'appartamento: Tigran (Hovik Keuchkerian), un burbero secondino della prigione (ex pittore caduto in disgrazia e costretto a servire il regime), e sua moglie, Sona (Nelli Uvarova), e la loro famiglia.
Charlie, che conosce poco o nulla della lingua e della cultura armena, ne diventa un osservatore silenzioso e voyeuristico, ma profondamente coinvolto. Osservando Tigran e Sona mentre cenano, litigano, ridono, cantano e vivono le loro piccole tragedie e gioie familiari, Charlie riscopre la ricchezza e la vivacità della cultura armena che era venuto a cercare. La vita della coppia diventa una sorta di "serie TV" per Charlie, la sua unica connessione con il mondo esterno. Egli inizia a empatizzare con Tigran, vedendo in lui, sebbene sia un carceriere al servizio del regime, una persona anch'essa prigioniera del sistema.
Il film sviluppa un'inattesa e silenziosa interazione tra il prigioniero Charlie e il secondino Tigran (il cui appartamento è sotto osservazione). La trama si complica e si arricchisce di colpi di scena che legano in modo sorprendente e commovente i destini dei due uomini, evidenziando il tema universale della connessione umana, della libertà e dell'arte di sopravvivere in condizioni estreme. La narrazione esplora come, anche dietro le sbarre e sotto il pugno di ferro di un regime, lo spirito e la cultura di un popolo possano persistere attraverso l'amore, l'arte e la semplice resilienza della vita quotidiana.
Il film vanta un cast composto da attori di talento armeni e russi, guidato dal regista stesso:
Michael A. Goorjian nel ruolo di Charlie Bakhchinyan: Il protagonista, l'armeno-americano che torna nella sua terra e finisce in prigione. Goorjian offre una performance elogiata per il suo "tempismo comico perfetto" e per la capacità di trasmettere l'autentica ingenuità e speranza di Charlie.
Hovik Keuchkerian nel ruolo di Tigran: Il secondino della prigione, ex pittore, che Charlie osserva dalla sua cella.
Nelli Uvarova nel ruolo di Sona Petrova: La moglie armena di Dmitry e vicina di casa di Tigran (alcune fonti riportano Tigran come il secondino osservato e marito, altre come il secondino Dmitry - i nomi più consistenti per la coppia osservata sono Tigran e Ruzan, o Dmitry e Sona, ma l'essenza è la stessa: la coppia nativa armena osservata). Nelli Uvarova è un'attrice russa.
Mikhail Trukhin nel ruolo di Dmitry Petrov: (Spesso identificato come il marito e secondino, un comandante russo in alcune sinossi). Trukhin è un attore russo.
Narine Grigoryan nel ruolo di Ruzan: (Talvolta indicata come la moglie osservata, in coppia con Tigran).
Jean-Pierre Nshanian nel ruolo del Direttore Sargisyan.
Amerikatsi ha ottenuto recensioni prevalentemente positive dalla critica, che ne ha lodato la miscela di umorismo e dramma, la performance di Goorjian e il messaggio di speranza.
Tra i principali riconoscimenti si annoverano:
Designato dall'Armenia per la corsa al Premio Oscar 2024 come Miglior Film Internazionale (rientrato nella Short List finale, una preselezione di 15 film).
Miglior Lungometraggio Narrativo al Woodstock Film Festival (2022).
Premio del Pubblico all'Hamburg Film Festival.
Miglior Lungometraggio Narrativo al Beloit International Film Festival.
Il film è stato definito un sentito omaggio al popolo armeno e alla sua storia. Goorjian, pur non ignorando le difficoltà e le tragedie del passato (l'apertura sul genocidio), sceglie di focalizzarsi sulla resilienza e sullo spirito indomito degli armeni. Il titolo stesso, "Amerikatsi" ("Americano" in armeno), sottolinea il viaggio identitario di Charlie, un uomo della diaspora che cerca le sue radici in una patria oppressa ma piena di vita segreta.
L'opera funge da ponte tra gli armeni della diaspora e quelli residenti in Armenia, e invita a esplorare la cultura armena oltre gli stereotipi e le tragedie storiche, celebrando il calore e la passione delle persone che, nonostante il regime, riescono a trovare modi per vivere, ridere e sperare. Il messaggio di Amerikatsi è universale: la speranza e la connessione umana possono fiorire anche nelle circostanze più disperate, e l'arte e la cultura sono essenziali per la sopravvivenza dello spirito.
In sintesi, Amerikatsi è un'opera toccante e profonda che, con un tono tragicomico e sognante, rende un vibrante inno alla libertà e all'identità armena, un film di notevole impatto emotivo e storico.
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L'amore che non muore (L'Amour ouf) è un film del 2024 diretto da Gilles Lellouche.
Titolo Originale: L'Amour ouf
Titolo Italiano: L'amore che non muore
Anno di Produzione: 2024
Paesi di Produzione: Francia, Belgio
Durata: Circa 165-166 minuti (è un film piuttosto lungo)
Genere: È un'opera complessa che mescola diversi generi: sentimentale (mélo), drammatico, poliziesco (noir), e presenta anche forti elementi musical e teen movie nelle sue sezioni iniziali. Questa commistione di toni e stili è stata uno degli aspetti più discussi dalla critica.
Distribuzione in Italia: Lucky Red
Uscita in Italia: Prevista per il 5 giugno 2025.
Il film è diretto da Gilles Lellouche, un volto molto noto del cinema francese, principalmente come attore, ma che ha dimostrato le sue capacità anche dietro la macchina da presa. L'amore che non muore è la sua seconda opera da regista in solitaria, dopo Le Grand Bain (7 uomini a mollo) del 2018, che aveva riscosso un notevole successo di pubblico e critica.
Con L'Amour ouf, Lellouche compie un salto ambizioso, misurandosi con una storia d'amore epica, influenzata da diverse correnti cinematografiche e con una struttura narrativa complessa.
Approccio Stilistico e Visione
Lellouche trae ispirazione dal romanzo irlandese Jackie Loves Johnser OK? di Neville Thompson, ma lo adatta e lo arricchisce con una forte impronta personale, trasportando l'azione nel Nord della Francia tra gli anni '80 e '90.
La sua regia è caratterizzata da:
Ambizione e Eccesso: Il film è stato spesso descritto come "generoso" o "eccessivo" nelle sue scelte stilistiche. Lellouche non teme di utilizzare una vasta gamma di strumenti cinematografici, passando da momenti di realismo crudo a sequenze oniriche e coreografie musicali.
Omaggio al Cinema: L'opera è un dichiarato omaggio ai grandi mélo e ai film di gangster, con evidenti rimandi al cinema di Martin Scorsese (per l'uso della musica e la violenza stilizzata) e ad altri classici del genere romantico e noir.
Uso della Musica: Una delle peculiarità più evidenti è la presenza di numerose scene che sfociano nel musical. Queste sequenze non sono fini a sé stesse, ma servono a esprimere l'intensità emotiva e la "follia" (come suggerisce il titolo originale L'Amour ouf, ovvero "L'amore folle") dei protagonisti, specialmente nelle prime fasi della loro storia. La colonna sonora è fondamentale e include brani iconici degli anni '80 e '90.
Estetica Curata: La fotografia, curata da Laurent Tangy, è molto ricercata, utilizzando luci e colori saturi per enfatizzare le diverse epoche e gli stati d'animo, contribuendo a creare un'atmosfera suggestiva e nostalgica.
Il film è stato selezionato in concorso al Festival di Cannes 2024, un riconoscimento importante che testimonia l'audacia e il valore della produzione, sebbene abbia poi diviso la critica proprio per la sua lunghezza e la sua ambizione sfrenata.
L'amore che non muore è una storia d'amore epica che si svolge nell'arco di circa quindici anni, narrando il destino incrociato di due personaggi provenienti da mondi diversi ma legati da un sentimento assoluto e indissolubile.
La Nascita dell'Amore (Anni '80)
La storia prende il via nel Nord della Francia, negli anni '80. I protagonisti sono Jackie e Clotaire.
Jackie: Proviene da un ambiente piccolo-borghese. È orfana di madre, cresce con un padre amorevole (interpretato da Alain Chabat) ed è una studentessa modello, con una spiccata intelligenza e una certa "faccia tosta" che cela un cuore passionale. Da giovane, il suo ruolo è interpretato da Mallory Wanecque.
Clotaire: Ha origini proletarie e fa parte di una famiglia numerosa. Lascia presto la scuola e si ritrova a scontrarsi con la vita, in un ambiente che lo porta verso la piccola criminalità. Nonostante l'apparenza da "machista," possiede una sensibilità nascosta. Da giovane, è interpretato da Malik Frikah.
I due si incontrano al liceo e nelle zone portuali, e tra loro scoppia un amore folle (L'Amour ouf), un'attrazione irresistibile che ignora le differenze sociali e caratteriali. La loro è una relazione totalizzante, febbricitante e travolgente.
La Separazione e la Caduta
Il destino, tuttavia, interviene a separarli in modo drammatico. Clotaire, sempre più invischiato in affari illeciti, viene accusato e condannato per un crimine, nello specifico un omicidio, che in realtà non ha commesso. Viene incarcerato e sconta una lunga pena detentiva di dodici anni.
Questa separazione forzata è il punto di svolta del film. Mentre Clotaire è in prigione, Jackie è costretta a riorganizzare la sua vita, cercando di superare il trauma della perdita e il peso della promessa di un amore eterno.
Il Ritrovamento e il Conflitto (Anni '90)
Il film riprende quando Clotaire (ora interpretato da François Civil) esce di prigione. Il suo chiodo fisso è ritrovare Jackie.
Clotaire è uscito di prigione con un forte desiderio di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno incastrato, ma soprattutto con la speranza di riprendere la sua vita con Jackie.
Jackie (ora interpretata da Adèle Exarchopoulos) ha preso una strada radicalmente diversa. Si è "sistemata," si è sposata con un uomo conformista e ha costruito una vita apparentemente normale e borghese, voltando le spalle al suo passato turbolento.
Quando i loro destini si incrociano nuovamente, i due si rendono conto che, nonostante gli anni, le scelte e le vite diverse, il sentimento originale è ancora vivo e indomabile: l'amore che non muore. Il film esplora quindi il conflitto tra questo amore passionale e la realtà dei loro percorsi, in particolare la lotta di Clotaire tra la sete di vendetta (il "noir" della trama) e il desiderio di riconquistare Jackie (il "mélo").
La trama è un viaggio emozionale che esamina fino a che punto un amore giovanile, folle e incondizionato possa sopravvivere alle prove del tempo, della separazione, del crimine e delle scelte di vita opposte.
Il film vanta un cast di attori di punta del cinema francese, molti dei quali hanno lavorato con Lellouche in passato.
I Protagonisti Adulti
François Civil nel ruolo di Clotaire (a 28 anni): Attore in ascesa, Civil è riuscito a rendere la rabbia, la vulnerabilità e la tenacia del personaggio, un ex detenuto segnato dal carcere ma guidato da un amore assoluto.
Adèle Exarchopoulos nel ruolo di Jacqueline "Jackie" (a 25 anni): Nota per il ruolo in La vita di Adèle, Exarchopoulos interpreta la donna divisa tra la passione del passato e la stabilità del presente, portando in scena una miscela di forza e fragilità.
La loro chimica, o la sua presunta mancanza, è stata un punto di dibattito tra i critici, dato che i loro personaggi rappresentano in pratica due vite divergenti che tentano di ricongiungersi.
I Protagonisti da Giovani
Malik Frikah nel ruolo di Clotaire (a 17 anni)
Mallory Wanecque nel ruolo di Jacqueline "Jackie" (a 15 anni)
Questi due giovani attori sono cruciali per stabilire l'intensità e la purezza dell'amore che dà il via alla narrazione.
Attori Secondari di Rilievo
Il cast include anche nomi noti come:
Alain Chabat: Il padre di Jackie.
Benoît Poelvoorde
Vincent Lacoste
Élodie Bouchez
L'amore che non muore è stato un evento al box office in Francia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico, ma come accennato, ha generato una forte polarizzazione nella critica internazionale dopo la sua proiezione a Cannes.
Punti di Forza Riconosciuti
Ambizione e Spettacolarità: Molti hanno lodato il coraggio di Lellouche nel realizzare un'opera così vasta e variegata, con sequenze musicali e d'azione di grande impatto visivo.
Energia: Il film è carico di energia, specialmente nelle scene giovanili, grazie anche a un montaggio dinamico.
Colonna Sonora: La selezione musicale è stata universalmente apprezzata, contribuendo in modo significativo al tono emotivo e nostalgico.
Le Principali Riserve
Eccessiva Lunghezza: Con oltre due ore e mezza, la durata è stata percepita da molti come eccessiva, portando ad alcuni momenti di rallentamento nel ritmo narrativo.
Disomogeneità di Genere: La mescolanza di mélo, noir, teen movie e musical è stata vista da alcuni come una mancanza di coesione, con il film che non riesce a prendere una decisione definitiva sul suo genere.
Sceneggiatura: Alcuni critici hanno lamentato una sceneggiatura zoppicante in certi punti, che non sempre regge il peso dell'ambizione stilistica.
Nonostante queste critiche, L'amore che non muore si è imposto come un'opera audace, emotivamente potente e visivamente sbalorditiva, che celebra il potere di un amore destinato a resistere a ogni avversità, un vero e proprio "amore folle" in un'epopea cinematografica moderna.
Il film ha ricevuto anche diverse candidature ai Premi César (gli Oscar francesi), a testimonianza del suo impatto nel panorama cinematografico nazionale.
sky/now
Flight Risk - Trappola ad alta quota (Flight Risk) è un film del 2025 diretto da Mel Gibson
Regia: Mel Gibson
Il film è diretto da Mel Gibson, una figura controversa ma innegabilmente talentuosa sia come attore che come regista. Gibson, noto per capolavori come Braveheart - Cuore impavido (per il quale vinse l'Oscar come Miglior Regista e Miglior Film) e il crudo Apocalypto, oltre al dramma di guerra Hacksaw Ridge (La battaglia di Hacksaw Ridge), è tornato dietro la macchina da presa per questo progetto. La sua regia è spesso caratterizzata da un'intensità emotiva notevole, una predilezione per l'azione fisica e violenta, e una capacità di costruire atmosfere tese e senza compromessi.
In Flight Risk, Gibson applica il suo stile a un survival thriller aereo. Le recensioni e le analisi disponibili suggeriscono che Gibson è riuscito a mantenere un ritmo serrato e una costante tensione, sfruttando la limitatezza dello spazio (un piccolo aereo) per amplificare il senso di pericolo e l'escalation del conflitto. Nonostante alcuni critici abbiano espresso riserve sulla sceneggiatura, la capacità di Gibson di orchestrare sequenze d'azione in spazi ristretti e di dirigere gli attori in momenti di alta drammaticità viene generalmente riconosciuta come un punto di forza. È un ritorno a un cinema più commerciale per Gibson, dopo i suoi progetti più personali e ambiziosi.
Trama
La trama di Flight Risk è incentrata su un viaggio aereo ad alto rischio. La storia si sviluppa interamente a bordo di un piccolo aereo privato che sorvola le desolate e inospitali terre selvagge dell'Alaska.
I protagonisti sono tre:
Madelyn Harris (interpretata da Michelle Dockery): una U.S. Marshal (agente federale) incaricata di scortare un prigioniero di vitale importanza.
Winston (interpretato da Topher Grace): il prigioniero stesso, un fuggitivo che deve essere trasportato a New York per testimoniare in un processo cruciale, probabilmente contro figure potenti della criminalità organizzata o del potere.
Il Pilota (interpretato da Mark Wahlberg): l'uomo assunto per pilotare l'aereo.
Inizialmente, il volo sembra essere una missione di routine, sebbene pericolosa data la natura del passeggero. Tuttavia, ben presto, la tensione a bordo inizia a crescere, e il viaggio si trasforma in una trappola mortale. La premessa chiave del thriller è che non tutti a bordo sono chi dicono di essere. Il pilota, che inizialmente appare come un professionista esperto, si rivela in realtà un sicario assoldato per un unico scopo: eliminare Winston prima che possa raggiungere la sua destinazione e testimoniare.
A questo punto, la trama evolve in una brutale lotta per la sopravvivenza in alta quota. Madelyn Harris si ritrova intrappolata con il suo prigioniero e il sicario in una battaglia claustrofobica per il controllo dell'aereo e della loro vita. L'ambiente dell'Alaska, con le sue condizioni meteorologiche imprevedibili e la sua natura selvaggia, funge da minaccia aggiuntiva, rendendo quasi impossibile l'atterraggio o la richiesta di aiuto. Il film si concentra sull'inganno, sul tradimento e sull'istinto di sopravvivenza, con i personaggi costretti a fidarsi gli uni degli altri o a lottare per la propria vita in uno spazio limitato.
Cast Principale e Personaggi
Il cast è composto da nomi noti, che danno solidità e carisma ai ruoli principali:
Mark Wahlberg nel ruolo del Pilota / "Daryl Booth": Wahlberg interpreta l'antagonista principale, un sicario che si spaccia per pilota. Il suo personaggio è descritto come imprevedibile e folle. È un cambio di ruolo per Wahlberg, spesso interprete di eroi o personaggi dalla morale complessa, che qui assume il ruolo di un villain freddo e brutale. La sua interpretazione è stata notata per la sua intensità e l'efficacia nel ruolo del killer.
Michelle Dockery nel ruolo di Madelyn Harris: L'attrice britannica, celebre per il suo ruolo in Downton Abbey, interpreta l'agente federale, la cui missione si trasforma in una disperata lotta per la vita. Il suo personaggio rappresenta la forza e la determinazione, essendo l'unica speranza per il prigioniero.
Topher Grace nel ruolo di Winston: Grace, noto per ruoli in That '70s Show e Spider-Man 3, interpreta il fuggitivo/informatore. Il suo ruolo è fondamentale come catalizzatore della violenza a bordo e come la "merce" che deve essere protetta, aggiungendo un elemento di vulnerabilità umana e, a quanto pare, anche un po' di ironia al dramma.
Tra gli altri interpreti e personaggi secondari, troviamo:
Leah Remini nel ruolo di Caroline Van Sant (solo voce).
Paul Ben-Victor nel ruolo del direttore Coleridge.
Monib Abhat nel ruolo di Hassan.
Dettagli di Produzione e Distribuzione
Sceneggiatura: Il film è stato scritto da Jared Rosenberg, basandosi su una sceneggiatura che è stata precedentemente inclusa nella "Black List" (una lista delle migliori sceneggiature non ancora prodotte).
Case di Produzione: Il progetto coinvolge diverse società, tra cui Lionsgate, Icon Productions (la casa di produzione di Mel Gibson) e Davis Entertainment.
Musiche: Curate da Antonio Pinto.
Fotografia: Affidata a Johnny Derango.
Durata: Il film ha una durata di 91 minuti.
Distribuzione: Negli Stati Uniti, è distribuito da Lionsgate con una data di uscita fissata per il 24 gennaio 2025. In Italia, la distribuzione è a cura di Eagle Pictures, con una data di uscita prevista per l'8 maggio 2025.
Ricezione e Critica
La ricezione iniziale di Flight Risk - Trappola ad alta quota da parte della critica è stata mista, con una prevalenza di recensioni negative. Punti sollevati includono:
Prevedibilità della Sceneggiatura: Molti critici hanno trovato la trama e i colpi di scena troppo convenzionali e prevedibili per un thriller.
Mancanza di Profondità: Alcuni hanno lamentato una mancanza di profondità o originalità rispetto ai precedenti lavori di Gibson.
Elogio per la Regia e il Cast: Nonostante i difetti della sceneggiatura, la regia di Gibson nel mantenere il ritmo e la tensione è stata in parte elogiata, così come le performance del cast, in particolare quella di Mark Wahlberg nel ruolo del villain e di Michelle Dockery.
In sintesi, Flight Risk - Trappola ad alta quota è un thriller d'azione teso e claustrofobico che si affida alla star power del suo cast e all'abilità di Mel Gibson nel costruire suspense. Sebbene non sia universalmente considerato all'altezza dei suoi lavori precedenti come regista, offre un'esperienza ad alta adrenalina per gli appassionati del genere.
sky/now
L'uomo che vendette la sua pelle (الرجل الذي باع ظهره) è un film del 2020 diretto da Kawthar ibn Haniyya.
Titolo Originale: الرجل الذي باع ظهره (al-Rajul alladhī bāʿ ẓahrahu)
Titolo Internazionale: The Man Who Sold His Skin
Anno di Produzione: 2020
Paesi di Produzione: Tunisia, Francia, Germania, Belgio, Svezia (è una complessa coproduzione internazionale)
Durata: 104 minuti
Genere: Drammatico, Satirico, Commedia Nera
Il film è stato accolto molto positivamente dalla critica, ottenendo una nomination all'Oscar al miglior film internazionale nel 2021, la prima nella storia per un film tunisino. Ha anche vinto il Premio Orizzonti per il miglior attore a Yahya Mahayni alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2020.
La regista e sceneggiatrice è Kaouther Ben Hania, una delle voci più innovative e incisive del cinema tunisino contemporaneo. Nata a Sidi Bouzid, in Tunisia, la sua carriera è caratterizzata da uno sguardo acuto sulle problematiche sociali, spesso trattate con un approccio che combina il dramma con elementi di commedia nera o satira pungente.
Visione Autoriale
Ispirazione Artistica: Il film è direttamente ispirato a una storia vera del mondo dell'arte contemporanea: l'opera Tim (2006-2008) dell'artista belga Wim Delvoye (che, peraltro, compare nel film in un cameo nel ruolo di un assicuratore). Delvoye ha tatuato la schiena di un uomo, trasformandolo di fatto in un'opera d'arte vivente, venduta poi a un collezionista. Ben Hania utilizza questo spunto reale per esplorare tematiche molto più profonde.
Critica Sociale e Politica: Ben Hania utilizza l'arte come lente per esaminare la condizione dei rifugiati siriani e, più in generale, il tema della mercificazione dell'essere umano e della libertà di movimento nel mondo moderno. La regista pone l'accento sul contrasto stridente tra la facilità con cui le merci e le opere d'arte attraversano i confini e l'impossibilità dei rifugiati di farlo.
Tono Satirico: Il film non è solo un dramma sulla guerra e l'esilio, ma anche una graffiante satira del mondo dell'arte contemporanea: il suo cinismo, la sua mercificazione esasperata e la facilità con cui assorbe e neutralizza persino le problematiche sociali più serie, trasformandole in un prodotto di lusso. La regista espone la superficialità di un sistema che valorizza un'immagine di sofferenza e protesta più della sofferenza stessa.
La regia di Ben Hania è precisa, bilanciando momenti di intimità emotiva con il protagonista Sam Ali e scene che espongono il mondo elitario delle gallerie d'arte con un'eleganza fredda e distaccata, sottolineando l'alienazione del protagonista.
La storia è incentrata su Sam Ali, un giovane siriano sensibile e impulsivo che si ritrova intrappolato nella crisi dei rifugiati.
La Fuga e l'Amore Perduto
All'inizio della storia, Sam è costretto a fuggire dalla Siria per salvarsi dagli orrori della guerra civile. Si rifugia in Libano, a Beirut. Purtroppo, il suo esilio è anche una separazione dall'amore della sua vita, Abeer, che, grazie a un matrimonio combinato e alla successiva separazione forzata da Sam per ragioni politiche, è riuscita a trasferirsi in Europa (in Belgio) e a sposare un altro uomo.
Sam è apolide e privo di uno status legale, il che gli impedisce di ottenere un visto per raggiungere l'Europa e tentare di riconquistare Abeer. Vive una vita precaria e piena di frustrazione a Beirut, lavorando illegalmente in vari settori, compreso quello della ristorazione o dell'apertura di cocktail in occasione di eventi e mostre d'arte.
L'Accordo Mefistofelico
È proprio in una galleria d'arte a Beirut che Sam incontra Jeffrey Godefroi, un celebre artista contemporaneo belga, noto per le sue opere provocatorie e concettuali, e la sua insinuante manager, Soraya Waldy.
Jeffrey, affascinato dalla condizione di Sam e dalla sua storia di rifugiato, propone un accordo radicale: trasformare Sam in un'opera d'arte vivente.
L'artista tatua un enorme e complesso disegno sulla schiena di Sam. Non si tratta di un tatuaggio qualsiasi: è una stilizzazione di un Visto Schengen, il documento che permetterebbe a Sam di viaggiare liberamente in Europa. In cambio, Sam riceverà denaro (per la sua famiglia) e, soprattutto, gli verrà garantito il visto d'ingresso in Europa, dato che l'opera, di immenso valore, deve essere esposta.
L'Opera d'Arte Vivente
Una volta tatuato, Sam ottiene il suo passaporto e vola a Bruxelles (Belgio), dove diventa l'attrazione principale di una prestigiosa galleria. È esposto per ore in un museo, seduto su un piedistallo, con la schiena nuda rivolta verso i visitatori. Il suo corpo non è più suo; è un oggetto inestimabile, chiamato “The Man Who Sold His Skin” o semplicemente “Tim” (come l'opera originale di Delvoye).
Questa trasformazione lo catapulta dal mondo dei rifugiati invisibili e non desiderati a quello dell'élite culturale occidentale. Sam, ora, può vivere in un hotel di lusso, vestirsi con abiti firmati e mangiare cibi raffinati. Può persino rivedere Abeer, sebbene in un contesto totalmente surreale. La sua libertà, tuttavia, è illusoria: è libero di muoversi solo in quanto "merce", e in quanto opera d'arte è trattato con meno empatia di quanto lo sarebbe un pezzo di marmo.
Il Prezzo della Vendita e il Finale
Il film esplora le conseguenze psicologiche ed emotive di questa scelta. Sam si rende conto che la sua decisione di "vendere la sua pelle" per la libertà ha un prezzo altissimo: la sua umanità e la sua dignità. È adorato dai visitatori e dai critici che discutono il valore politico del suo tatuaggio, ma nessuno vede o si interessa a lui, l'uomo.
Nel finale, la regista offre un colpo di scena che ribalta la condizione di Sam, permettendogli di riprendere in mano la sua autonomia in un modo inaspettato, che sfida le dinamiche di potere tra l'artista e l'opera, tra l'Occidente e il Medio Oriente.
Il film beneficia di un cast internazionale, che contribuisce a evidenziare la dimensione globale della storia.
Yahya Mahayni nel ruolo di Sam Ali: È l'attore protagonista che ha ricevuto il Premio Orizzonti al Miglior Attore a Venezia. Mahayni, ex avvocato siriano con pochissime esperienze di recitazione, è stato scelto dalla regista attraverso un casting online. La sua interpretazione è stata lodata per l'intensità e l'emotività, incarnando perfettamente la frustrazione e la dignità del rifugiato trasformato in oggetto d'arte.
Dea Liane nel ruolo di Abeer: L'amore perduto di Sam, il motivo per cui egli accetta l'accordo. La sua figura rappresenta la stabilità e la normalità a cui Sam ambisce.
Koen De Bouw nel ruolo di Jeffrey Godefroi: L'artista belga cinico e provocatorio. De Bouw offre un ritratto efficace del genio manipolatore che vede negli altri solo materiale artistico.
Monica Bellucci nel ruolo di Soraya Waldy: L'agente d'arte di Jeffrey, una figura glaciale, elegante e spietata. L'attrice italiana è presente in un'inedita versione bionda e nel ruolo di un'agente d'arte internazionale, ha convinto i critici nel ruolo della manager d'arte senza scrupoli.
Wim Delvoye: L'artista che ha ispirato il film appare in un cameo come l'assicuratore dell'opera.
L'uomo che vendette la sua pelle è un film di grande rilevanza contemporanea che tocca nervi scoperti:
La Crisi dei Migranti: Mette in luce l'assurdità burocratica che nega la mobilità umana in base alla nazionalità, mostrando come l'unico modo per Sam di attraversare i confini sia rinunciare alla sua identità e diventare una "cosa" di valore.
L'Arte e la Mercificazione: Offre una critica tagliente all'arte contemporanea che, nella sua ricerca della provocazione, rischia di cadere nel cinismo, trasformando persino un dramma umano in un investimento finanziario e un commento elitario.
Corpo e Proprietà: Il film esplora il concetto di proprietà del corpo. Sam vende i diritti di esposizione e proprietà del suo corpo per ottenere la libertà; la regista si chiede dove finisca l'uomo e dove cominci l'opera.
Libertà e Reclusione: Il protagonista è fisicamente libero di muoversi in Europa, ma è recluso nel suo ruolo di opera d'arte. È un prigioniero della sua pelle, che lo ha reso visibile, ma a caro prezzo.
In sintesi, l'opera di Kaouther Ben Hania è un'affascinante e amara riflessione sul valore del corpo umano, la dignità, l'amore e l'ipocrisia del mondo occidentale di fronte alla tragedia dell'esilio.
mubi
Turista per caso (The Accidental Tourist), è un film del 1988 diretto da Lawrence Kasdan
Titolo Originale: The Accidental Tourist
Titolo Italiano: Turista per caso
Anno di Produzione: 1988
Paese: Stati Uniti d'America
Durata: 121 minuti
Genere: Drammatico, Sentimentale, Commedia malinconica
Riconoscimenti: Il film ottenne grande attenzione e fu candidato a quattro Premi Oscar, vincendo la statuetta per la Migliore Attrice non Protagonista a Geena Davis. Fu inoltre candidato per Miglior Film, Migliore Sceneggiatura non Originale e Migliore Colonna Sonora.
Lawrence Kasdan è un regista, sceneggiatore e produttore americano noto per aver contribuito a definire il cinema degli anni '80 con film come Brivido caldo (Body Heat, 1981) e Il grande freddo (The Big Chill, 1983). È anche una figura fondamentale della saga di Star Wars, avendo co-sceneggiato L'Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi.
L'Approccio di Kasdan
Con Turista per caso, Kasdan si allontana in parte dalla coralità de Il grande freddo e si concentra su un'analisi psicologica più intima del singolo individuo e del suo tentativo di gestire un trauma insormontabile.
L'Adattamento del Romanzo: Kasdan, insieme al co-sceneggiatore Frank Galati, è riuscito a trasporre fedelmente l'atmosfera e la prosa malinconica e sottilmente umoristica del romanzo di Anne Tyler. Il cuore dell'opera, ovvero l'isolamento emotivo del protagonista Macon Leary, è preservato con grande cura.
Tono e Stile: La regia è caratterizzata da un tono contenuto, misurato e un ritmo deliberatamente lento, che riflette lo stato d'animo apatico di Macon. Kasdan utilizza la macchina da presa per esplorare gli spazi domestici di Macon—la sua casa, l'appartamento dei fratelli—come luoghi che riflettono la sua rigidità e il suo tentativo ossessivo di tenere il caos emotivo sotto controllo.
Il Tema dell'Alienazione: Kasdan è abile nel trasformare il dramma intimo in una riflessione più ampia sull'alienazione contemporanea. Macon è un uomo che ha perso la capacità di vivere e si limita ad osservare la vita, un tema che il regista traduce visivamente con una messa in scena sobria che lascia spazio ai silenzi e ai piccoli gesti degli attori.
La Colonna Sonora: La musica, composta dal leggendario John Williams (candidato all'Oscar), è essenziale per il tono. Nonostante Williams sia noto per i temi epici, qui crea una partitura delicata, nostalgica e sommessa, prevalentemente basata su archi e pianoforte, che accompagna il dolore e la cauta speranza dei personaggi.
La storia si svolge principalmente a Baltimora e dintorni e ruota attorno alla vita di Macon Leary, un uomo metodico e ossessionato dall'ordine e dalla prevedibilità, la cui esistenza è stata fatta a pezzi da una tragedia.
Il Trauma e la Crisi Matrimoniale
Il protagonista è Macon Leary (William Hurt), un autore di guide turistiche. Le sue guide, intitolate "Turista per caso," non sono per i viaggiatori avventurosi, ma per chi odia viaggiare e cerca di minimizzare le sorprese e le seccature della vita all'estero, trovando comodità e abitudini familiari ovunque si trovi. Questo approccio al viaggio riflette perfettamente il suo modo di affrontare l'esistenza: un tentativo costante di schermare il mondo esterno.
La vita di Macon è stata irreparabilmente segnata dalla morte violenta del suo unico figlio di dodici anni, Ethan, ucciso in una sparatoria in un fast food l'anno precedente all'inizio del film. Il lutto ha congelato Macon in uno stato di torpore emotivo.
La moglie di Macon, Sarah (Kathleen Turner), è incapace di superare il dolore e la distanza emotiva che si è creata tra loro. Dopo mesi di muta sofferenza, chiede il divorzio. Macon, incapace di opporre resistenza al crollo del suo matrimonio, si ritira nella sua antica casa di famiglia, popolata dai suoi due fratelli, Porter (David Ogden Stiers) e Charles (Ed Begley Jr.), e dalla sorella Rose (Amy Wright).
La Famiglia Leary
La casa dei Leary è un altro elemento centrale della storia. È un luogo di abitudini antiche e bizzarre, dove i tre fratelli e la sorella conducono esistenze estremamente ordinate, ossessive e prevedibili, quasi un'estensione della personalità di Macon stesso. La loro routine è immutabile e quasi comica nella sua rigidità, ma serve a Macon come rifugio sicuro dal caos del mondo.
L'Incontro con Muriel
Mentre Macon è impegnato a scrivere le sue guide, si ritrova ad affrontare un problema pratico: il suo amato cane, Edward, è diventato aggressivo e ingestibile dopo il trauma familiare.
Su consiglio del suo editore, Julian (Bill Pullman), Macon si rivolge a una toelettatrice e addestratrice di cani molto eccentrica e impulsiva: Muriel Pritchett (Geena Davis).
Muriel è l'esatto opposto di Macon. Vive in un appartamento caotico, è una donna divorziata, sfacciatamente emotiva, non convenzionale, piena di energia nervosa e con un figlio piccolo, Alexander (Robert Hy Gorman), affetto da un problema respiratorio che lo costringe a portare una bombola di ossigeno.
L'incontro tra i due è inizialmente una collisione tra due universi inconciliabili. Macon è respinto dal disordine e dall'invadenza emotiva di Muriel, ma allo stesso tempo, l'addestratrice riesce a gestire Edward in un modo che a lui è precluso.
La Rinascita (Accidentale)
La relazione tra Macon e Muriel progredisce lentamente e accidentalmente. Muriel costringe Macon a uscire dal suo guscio, a confrontarsi con il disordine e, soprattutto, con le sue emozioni. Le sue richieste sono dirette, il suo affetto è incondizionato, e la sua vita, pur essendo un pasticcio, è autentica. Muriel non cerca la perfezione o l'ordine, ma l'impegno emotivo.
Per Macon, Muriel rappresenta la vita vera: caotica, imprevedibile, ma vibrante. Per la prima volta dopo la morte del figlio, Macon si sente spinto a partecipare invece di osservare. Inizia a connettersi con Muriel, con suo figlio Alexander e persino con Edward, che diventa il catalizzatore del loro legame.
Il Conflitto e la Scelta
Mentre Macon è immerso in questa nuova e disordinata vita, Sarah riappare. Pentita per il divorzio, si rende conto di volere Macon indietro e lo incontra durante un suo viaggio di lavoro in Europa (a Parigi).
Macon si trova di fronte a una scelta cruciale:
Tornare alla familiarità: Scegliere Sarah e il suo vecchio mondo di ordine, prevedibilità e dolore condiviso, pur sapendo che forse quel legame è ormai un'abitudine e non un futuro.
Abbracciare l'ignoto: Scegliere Muriel e il caos, la spontaneità e la possibilità di una vera, sebbene imperfetta, rinascita emotiva.
Il finale del film è silenzioso e potente. A Parigi, Macon prende una decisione che rompe la sua abitudine di una vita, scegliendo l'imprevedibilità e l'amore che Muriel gli ha inaspettatamente offerto. Non è una risoluzione clamorosa, ma una sottile e profonda accettazione della vita nella sua interezza.
Il successo di Turista per caso è in gran parte dovuto alle performance eccezionali dei suoi tre attori protagonisti, tutti diretti in modo superbo da Kasdan.
William Hurt nel ruolo di Macon Leary: Hurt, che aveva già lavorato con Kasdan in Brivido caldo e Il grande freddo, è perfetto nel ruolo dell'uomo congelato dal lutto. La sua recitazione è minimalista, basata su un linguaggio del corpo rigido, sguardi assenti e un controllo emotivo palpabile. L'intera performance è costruita sulla sottrazione, rendendo la sua graduale riemersione alla vita ancora più commovente.
Geena Davis nel ruolo di Muriel Pritchett: L'interpretazione di Davis è stata universalmente lodata e le è valsa l'Oscar come Miglior Attrice non Protagonista. Muriel è l'antitesi di Macon: rumorosa, invadente, vestita male ma piena di vita e amore. Davis riesce a trasmettere la vulnerabilità sotto l'eccentricità, trasformando un personaggio potenzialmente fastidioso in un irresistibile catalizzatore di guarigione.
Kathleen Turner nel ruolo di Sarah Leary: L'attrice, anch'essa già collaboratrice di Kasdan, offre una performance misurata e dolorosa. Sarah non è l'antagonista, ma una donna spezzata che ha reagito al lutto chiudendosi e poi cercando disperatamente di tornare indietro. Il suo dolore è palpabile, rendendo il triangolo emotivo complesso e non manicheo.
Amy Wright nel ruolo di Rose Leary: Il ritratto della sorella metodica e quasi anaffettiva, ma con un suo percorso emotivo inaspettato (in una sottotrama del film).
Bill Pullman nel ruolo di Julian: L'editore che involontariamente fa incontrare Macon e Muriel, un elemento di congiunzione tra i due mondi.
Turista per caso è molto più di una semplice storia d'amore. È una profonda meditazione sui seguenti temi:
Il Lutto e la Chiusura Emotiva: Il film è una delle rappresentazioni più acute del lutto non elaborato, trasformato in nevrosi ossessiva. Macon usa la sua mania per l'ordine come difesa contro il dolore.
L'Imprevedibilità della Vita: Il titolo stesso è ironico. Macon cerca di controllare tutto, ma l'amore, il dolore e la felicità arrivano in modo "accidentale" e disordinato. Muriel incarna il caos che sconvolge l'ordine autodistruttivo di Macon.
La Rinascita (Accidentale): Il film suggerisce che non si può guarire dal dolore solo razionalmente o ritirandosi. La vera guarigione arriva attraverso l'apertura emotiva e l'accettazione del disordine e della vulnerabilità che accompagnano il legame umano.
Con la sua sottile miscela di humor pacato e profondo dramma emotivo, Turista per caso si è affermato come un classico malinconico degli anni '80, celebrato per la sua intelligenza psicologica e la potenza delle sue interpretazioni.
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L'elemento del crimine (Forbrydelsen element) è un film del 1984 diretto da Lars von Trier.
Il film L'elemento del crimine (Forbrydelsens element) è l'opera prima del regista danese Lars von Trier, uscito nel 1984. Si tratta di un debutto folgorante e controverso, che pone immediatamente le basi per l'estetica e le ossessioni tematiche che caratterizzeranno la futura carriera del cineasta, in particolare l'ossessiva analisi della corruzione morale e della decadenza dell'Europa.
Il film è il primo capitolo di quella che viene definita la "Trilogia Europa" di von Trier, proseguita poi con Epidemic (1987) ed Europa (1991), tre opere accomunate da un'atmosfera cupa e claustrofobica e da una critica impietosa al vecchio continente, percepito come un luogo di infezione spirituale e decadenza morale.
La narrazione si apre con l'ispettore di polizia Fisher (interpretato da Michael Elphick) che si trova al Cairo ed è costretto a sottoporsi a sedute di ipnosi con il suo terapista (Ahmed El Shenawi) per superare un trauma e un incessante mal di testa, e soprattutto per ricostruire gli ultimi due mesi trascorsi in Europa per un'indagine. L'Europa che Fisher ha ritrovato dopo 13 anni di assenza è un continente distopico, oscuro, perennemente piovoso e opprimente, immerso in un'acqua torbida e un'atmosfera di degrado.
Il flashback ipnotico porta Fisher in Germania, dove era stato richiamato per indagare su una serie di efferati omicidi seriali che hanno come vittime piccole venditrici di biglietti della lotteria, strangolate e mutilate. L'assassino viene identificato con il nome di Harry Grey, un individuo che ha lasciato dietro di sé una scia di violenza e un metodo preciso nei suoi crimini.
Per risolvere il caso, Fisher si affida al suo vecchio mentore, il professor Osborne (Esmond Knight), autore del trattato intitolato appunto "L'elemento del crimine". Il libro di Osborne teorizza un metodo investigativo radicale e pericoloso: per catturare un serial killer, l'investigatore deve identificarsi totalmente con il criminale, ricostruendo i suoi passi, rivivendo le sue azioni e calandosi completamente nella sua psicologia.
Seguendo alla lettera questo metodo, Fisher si immerge in un mondo sordido, accompagnato da Kim (Me Me Lai), una giovane prostituta che aveva un legame con Harry Grey. L'identificazione di Fisher con il serial killer diventa sempre più totale e ossessiva: ripercorre le stesse rotte, frequenta gli stessi luoghi e comincia a emulare le azioni del criminale. Il confine tra l'investigatore e il carnefice si assottiglia in modo inquietante, portando Fisher sull'orlo della follia e della totale dissoluzione morale. L'indagine, anziché portare alla luce la verità e la giustizia, sembra inghiottire Fisher nel buio della criminalità e della perversione.
Al termine della sua ricostruzione, Fisher torna dal terapista al Cairo, ma lo shock è tale da non garantire la sua totale guarigione né la completa risoluzione del mistero, lasciando lo spettatore con l'amara sensazione che l'investigatore sia diventato egli stesso parte di quell'oscuro "elemento del crimine" che cercava di svelare.
Lars von Trier (classe 1956) firma con L'elemento del crimine un esordio che è una vera e propria dichiarazione di intenti stilistica e tematica.
Estetica e Cinematografia
Il film è un'opera visivamente sbalorditiva e immediatamente riconoscibile. Von Trier, insieme al direttore della fotografia Tom Elling, crea un mondo noir post-apocalittico e allucinatorio.
Tonalità e Colori: L'aspetto più distintivo è l'uso quasi monocromatico di colori, dominato da tonalità seppia, giallo ocra e nero, che conferiscono al film l'aspetto di un vecchio album di fotografie sbiadite o di un incubo febbrile. L'unico colore che spicca, a volte in modo quasi soprannaturale, è un blu intenso e freddo. Questa tavolozza ridotta e opprimente accentua la sensazione di decadenza e alienazione.
Illuminazione: La luce è spesso artificiale, dura e contrastata, creando forti chiaroscuri che rimandano esplicitamente al cinema noir classico (soprattutto quello americano degli anni '40 e '50), pur rielaborandolo in chiave moderna e sperimentale.
Tecnica di Ripresa: Von Trier utilizza una macchina da presa estremamente mobile, con ampi travelling e inquadrature spesso insolite o angolate, che contribuiscono alla sensazione di instabilità e paranoia. L'uso di riprese in studio (e l'aggiunta di effetti visivi come la sovrapposizione di immagini) contribuisce a dare al mondo rappresentato un'aura di artificialità sognante e claustrofobica, suggerendo che l'azione si svolge più in uno spazio mentale che in uno reale.
Influenze e Genere
Il film è un pastiche di generi:
Noir/Thriller: La struttura narrativa è quella di un'indagine poliziesca su un serial killer, ma ne sovverte i canoni, spostando il fuoco dalla risoluzione del caso alla discesa psicologica del detective.
Fantascienza Distopica: L'ambientazione in un'Europa post-catastrofe (fisica e morale) rimanda a opere fantascientifiche, con l'acqua contaminata e la generale rovina del paesaggio urbano. Le atmosfere ricordano in parte quelle di Blade Runner di Ridley Scott (1982) e del cinema di Andrej Tarkovskij (in particolare per il senso di vuoto e l'uso dell'acqua).
Temi
Decadenza Europea: Il film è una parabola sulla rovina morale dell'Occidente, con l'Europa ridotta a una landa desolata e infetta.
Identità e Ossessione: Il tema centrale è l'identificazione, il pericoloso gioco di specchi tra l'investigatore e il criminale, che porta alla perdita dell'identità personale.
Psicoanalisi e Memoria: La cornice narrativa dell'ipnosi enfatizza come la verità sia un costrutto mentale e come la memoria sia un processo di ricostruzione fragile e manipolabile.
Il cast, composto in gran parte da attori poco noti al grande pubblico internazionale, serve magnificamente l'atmosfera straniante e febbrile del film.
Michael Elphick è l'attore che porta il peso del film, interpretando l'ispettore Fisher. La sua performance è centrale per comunicare il lento ma inesorabile crollo psicologico del personaggio, la sua vulnerabilità e la sua ossessione crescente.
Esmond Knight interpreta il professor Osborne, il mentore di Fisher e teorico del metodo "L'elemento del crimine". Il suo personaggio è la voce intellettuale che innesca la spirale distruttiva dell'indagine.
Me Me Lai è Kim, la giovane prostituta che aiuta Fisher. La sua figura è ambigua, in bilico tra vittima e complice, e rappresenta l'unico legame umano di Fisher in quel mondo desolato.
Jerold Wells e Ahmed El Shenawi completano il cast nei ruoli di Kramer (il capo della polizia) e del terapista al Cairo, rispettivamente.
Nonostante la sua natura sperimentale, L'elemento del crimine fu accolto con interesse dalla critica internazionale. Fu presentato in concorso al 37º Festival di Cannes nel 1984, dove vinse il prestigioso Grand Prix tecnico, un riconoscimento che sottolineava la straordinaria qualità della sua cinematografia e del suo sound design.
L'opera è considerata un film fondamentale per comprendere l'intera opera di Lars von Trier. Ha imposto il regista come una nuova, potente voce del cinema europeo, un autore capace di sposare l'introspezione psicologica e la critica sociale con un'estetica radicale e avanguardista, anticipando il suo status di "enfant terrible" del cinema mondiale.
Il film, con la sua trama labirintica e l'atmosfera pesante, non è di facile accesso, ma offre una riflessione profonda e disturbante sulla natura del male, sull'ossessione e sul crollo della civiltà occidentale, temi che Von Trier continuerà a esplorare con grande forza nel corso della sua carriera. Il finale sospeso e ambiguo suggella la natura di un'opera che è più un'esperienza sensoriale e intellettuale che una semplice detective story.
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The Lost Bus è un film del 2025 diretto da Paul Greengrass
Titolo Originale: The Lost Bus
Titolo Italiano: (Non ancora universalmente stabilito, ma letteralmente "L'Autobus Perduto")
Anno di Uscita: 2025 (Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival il 5 settembre 2025 e distribuito in streaming su Apple TV+ a partire dal 3 ottobre 2025).
Genere: Dramma di Sopravvivenza, Thriller d'azione, Cinema civile.
Base Storica: Il film è tratto da una sezione del libro non-fiction Paradise: One Town's Struggle to Survive an American Wildfire di Lizzie Johnson, che documenta l'evento reale del Camp Fire (Incendio di Camp) del 2018 in California, uno degli incendi boschivi più letali nella storia degli Stati Uniti.
La direzione di The Lost Bus è affidata a Paul Greengrass, un regista britannico noto per il suo stile distintivo e l'uso efficace del realismo neo-documentaristico nel cinema d'azione e drammatico.
Lo Stile di Greengrass
Greengrass ha costruito la sua carriera su film basati su eventi reali che combinano l'immediatezza del documentario con l'alta tensione del thriller (Bloody Sunday, United 93, Captain Phillips).
Grammatica del Caos Controllato: Il suo marchio di fabbrica è evidente in The Lost Bus: l'uso intenso della macchina da presa a mano, il montaggio nervoso e l'estrema prossimità fisica ai corpi degli attori. Questo stile non mira a spettacolarizzare il disastro, ma a far percepire allo spettatore l'esperienza sensoriale dell'inferno, l'aria irrespirabile e il panico in modo viscerale.
Cinema Civile e Autenticità: Il regista è interessato a trasformare eventi pubblici e traumatici in storie umane di eroismo quotidiano. In questo film, il fuoco (il Camp Fire) è quasi un personaggio a sé stante, una forza della natura che spinge gli individui a scelte estreme di sopravvivenza.
Sceneggiatura: Greengrass ha co-sceneggiato il film con Brad Ingelsby (creatore della serie Omicidio a Easttown), attingendo al resoconto giornalistico di Lizzie Johnson. La narrazione si concentra sull'arco di redenzione del protagonista e sulla dinamica di solidarietà che si crea all'interno del bus, anche se alcuni critici hanno notato che i dialoghi pre-disastro tendono a volte a una certa "formulaicità" melodrammatica.
The Lost Bus è la cronaca drammatica della lotta per la sopravvivenza di un gruppo di persone intrappolate nel Camp Fire, che nel novembre 2018 incenerì la città di Paradise, in California.
Il Protagonista e la Vita Quotidiana
La storia si concentra su Kevin McKay (Matthew McConaughey), un autista di scuolabus con una vita personale in crisi. Kevin è un uomo con un passato turbolento, un lavoro precario (è a rischio licenziamento a causa di errori attribuibili alle sue preoccupazioni personali) e un rapporto teso con il figlio adolescente, Shaun McKay (interpretato dal figlio reale di McConaughey, Levi McConaughey). È, in sostanza, un "perdente" in cerca di riscatto.
L'altro punto focale è Mary Ludwig (America Ferrera), l'insegnante di scuola elementare, una donna devota e salda, che rappresenta la bussola morale e protettiva dei bambini.
L'Inferno Sulla Terra
L'inizio della giornata sembra normale, ma la situazione degenera con una rapidità apocalittica. Quando il devastante Camp Fire divampa, alimentato da venti violenti, la città di Paradise viene inghiottita dalle fiamme e la strada principale si trasforma in un inferno bloccato da un caotico ingorgo.
Kevin si trova al volante del suo scuolabus con a bordo 22 bambini e l'insegnante Mary Ludwig. L'evacuazione si rivela immediatamente un incubo. Le comunicazioni radio saltano, il fumo è denso fino a oscurare il sole e le fiamme iniziano ad accerchiare il mezzo.
La Corsa per la Sopravvivenza
Il cuore pulsante del film è il viaggio di questo "autobus perduto" attraverso un paesaggio che si trasforma in una trappola mortale:
Caos e Blocco: Il bus si scontra con il traffico paralizzato, la disperazione dei residenti in fuga e il pericolo di tizzoni ardenti che minacciano di incendiare il veicolo.
L'Eroe Riluttante: Kevin, l'uomo che si sentiva un fallito, è costretto a prendere decisioni immediate e coraggiose. Deve agire d'istinto e usare la sua conoscenza del territorio per cercare vie di fuga alternative e sempre più pericolose, lottando contro il vento e la forza distruttiva del fuoco. La sua figura è un classico esempio dell'eroe per caso, l'uomo qualunque che ritrova la propria etica e dignità nella cura degli altri.
Solidarietà nel Panico: Mary Ludwig è il contrappunto di Kevin, mantenendo la calma e organizzando i bambini, aiutandoli a respirare e a restare uniti. La relazione tra i due adulti si sviluppa sotto l'estrema pressione della crisi, trasformando il bus in un microcosmo di speranza e terrore.
Il film segue parallelamente anche i drammatici tentativi dei vigili del fuoco (Cal Fire), guidati da figure come il capo divisione Ray Martinez (Yul Vazquez), di contenere il fuoco e salvare vite, evidenziando la loro lotta contro una forza ingestibile.
The Lost Bus è quindi meno una storia sul fuoco e più un racconto sulla resilienza umana, la capacità di un padre, di un'insegnante e di un gruppo di bambini di resistere a un evento di una violenza inaudita.
Il film si basa sulla forza delle sue interpretazioni, guidate da due nomi di punta.
Matthew McConaughey (Kevin McKay): L'attore premio Oscar incarna il ruolo dell'autista disordinato ma coraggioso. La sua performance è descritta come misurata e intensa, che fa parlare il corpo e la stanchezza, sottolineando la trasformazione da uomo in frantumi a salvatore.
America Ferrera (Mary Ludwig): Fresca del successo globale di Barbie, la Ferrera offre una prova di grande equilibrio emotivo, interpretando la fermezza e la dignità dell'insegnante. È l'elemento umanizzante della tensione, il "contrappunto morale" del film.
Yul Vazquez (Ray Martinez): Interpreta il capo divisione dei vigili del fuoco, in lotta contro l'impossibile.
Ashlie Atkinson (Ruby): La centralinista del deposito bus, che cerca di mantenere i contatti con il mezzo "perduto".
Il film include anche la partecipazione del figlio di McConaughey, Levi McConaughey, nel ruolo del figlio di Kevin, Shaun, aggiungendo un livello di autenticità personale al dramma familiare del protagonista.
The Lost Bus è stato accolto con recensioni generalmente positive, con particolare lode per:
Autenticità Viscerale: La messa in scena del disastro è stata definita "terrificante" e "avvolgente," confermando Greengrass come maestro del cinema d'azione sensoriale.
Efficacia del Cast: Le performance di McConaughey e Ferrera sono state ritenute il fulcro emotivo del film.
Alcune critiche hanno evidenziato che la narrazione pre-crisi è meno incisiva e che a tratti il melodramma zavorra la tensione, ma nel complesso, il film è considerato un potente e dinamico racconto di sopravvivenza.
appletv
La ragazza del quartiere (Two for the Seesaw), è un film del 1962 diretto da Robert Wise.
Titolo Originale: Two for the Seesaw
Titolo Italiano: La ragazza del quartiere
Anno di Produzione: 1962
Paese: Stati Uniti d'America
Durata: Circa 120 minuti
Genere: Drammatico, Romantico
Fonte: L'omonima pièce teatrale di William Gibson (1958). La prima rappresentazione a Broadway vedeva protagonisti Henry Fonda e Anne Bancroft (che vinse un Tony Award per il ruolo di Gittel).
Il titolo originale, Two for the Seesaw (Due sull'altalena), è altamente metaforico e descrive perfettamente la natura della relazione: un movimento incessante di alti e bassi emotivi, dove l'equilibrio è precario e la dinamica di potere (o di bisogno) tra i due personaggi è in costante mutamento.
Robert Wise (1914–2005) è stato uno dei registi più versatili e tecnicamente competenti di Hollywood. La sua filmografia spazia dal thriller (Gli invasati), al musical (West Side Story, Tutti insieme appassionatamente), alla fantascienza (Ultimatum alla Terra).
L'Approccio di Wise
Con La ragazza del quartiere, Wise si è confrontato con la difficile impresa di trasformare un'opera teatrale (caratterizzata da dialoghi serrati e pochi personaggi) in un film cinematografico dinamico.
Fedeltà Teatrale e Traduzione Cinematografica: Wise ha mantenuto gran parte della struttura dialogica e l'intimità del dramma da camera originale, concentrando l'azione quasi interamente sui due protagonisti. Allo stesso tempo, ha utilizzato la città di New York, in particolare il Greenwich Village, per rompere l'isolamento della messa in scena teatrale.
Uso dello Spazio: La regia sottolinea il contrasto tra i mondi dei due amanti. L'appartamento disordinato e vivace di Gittel nel Village contrasta con l'appartamento impersonale e quasi claustrofobico di Jerry, e con il mondo borghese e rigido di Omaha.
Direzione degli Attori: Wise ha dovuto orchestrare due performance molto diverse e potenti. Gran parte del merito del film risiede nella sua capacità di far funzionare l'alchimia tra due attori con stili di recitazione così distinti, creando una tensione credibile.
Estetica in Bianco e Nero: Alcune fonti riportano erroneamente il film come girato in bianco e nero. In realtà, Two for the Seesaw fu girato a colori (in Panavision), ma Wise utilizza una fotografia che è stata descritta come "piacevolissima" e che enfatizza l'atmosfera e il contrasto tra la solitudine del protagonista e la vivacità del suo nuovo ambiente.
La storia si concentra sull'incontro, la relazione e la separazione di due anime solitarie e molto diverse, unite dalla necessità di fuggire dalla loro vita.
Jerry Ryan: L'Uomo dal Nebraska
Il protagonista maschile è Jerry Ryan (Robert Mitchum), un avvocato del Nebraska. Jerry si è appena separato dalla moglie, che ha chiesto il divorzio a causa del suo matrimonio fallito. In cerca di una fuga dal suo ambiente soffocante e da un senso di fallimento professionale e coniugale, si trasferisce in un modesto appartamento a New York.
Jerry è un uomo fondamentalmente onesto, ma rigido, borghese e interiormente fragile. È bloccato nel limbo del suo matrimonio non ancora legalmente concluso, incapace di andare avanti ma anche di tornare indietro. Le sue lunghe passeggiate notturne per le strade di New York simboleggiano il suo senso di smarrimento e alienazione.
Gittel "Mosca" Moscawitz: La Ragazza del Quartiere
Jerry incontra Gittel "Mosca" Moscawitz (Shirley MacLaine), una giovane ebrea che vive nel Greenwich Village. Gittel è un'insegnante di danza non di successo, una ragazza vivace, emotiva, precaria economicamente e con un passato di relazioni difficili e problemi di salute (ha avuto un'ulcera).
Gittel è il prototipo della "ragazza del quartiere" (come suggerisce il titolo italiano): colorata, esuberante e apparentemente disinvolta, ma profondamente vulnerabile e bisognosa di affetto e stabilità.
La Relazione
L'incontro tra l'avvocato di provincia e la ballerina di New York dà vita a un legame improbabile e intenso. Jerry si sente attratto dalla spontaneità e dall'energia di Gittel, un polo opposto alla rigidità del suo matrimonio. Gittel, a sua volta, è attratta dalla stabilità e dalla serietà di Jerry.
La loro relazione è un "altalena" di emozioni:
Il conflitto sociale: Jerry, convinto che il suo matrimonio sia fallito perché si è fatto aiutare economicamente dal suocero, cerca ossessivamente di "provvedere" a Gittel, cercando di risolvere i suoi problemi finanziari e di salute con il denaro. Questo suo tentativo di "salvare" Gittel nasce dalla sua insicurezza e dalla sua incapacità di accettare un legame basato sulla parità emotiva.
Il conflitto emotivo: Gittel è totalmente innamorata e si dona completamente, ma percepisce la distanza emotiva di Jerry, il suo perenne attaccamento al passato e alla moglie. Jerry, pur provando una passione sincera per Gittel, non riesce a staccarsi completamente dal suo vecchio mondo.
La Tensione Teatrale: Gran parte del film si svolge attraverso i dialoghi serrati e le confessioni a cuore aperto tra i due personaggi, esplorando le loro nevrosi, le loro insicurezze e la loro reciproca, ma complessa, dipendenza.
La Conclusione
Gittel, nonostante l'amore e la sofferenza che prova, è la prima a capire la verità fondamentale: Jerry non ha mai smesso di amare sua moglie e non potrà mai essere completamente presente per lei. La sua presenza nella vita di Jerry è stata una stampella temporanea, un modo per superare il lutto del suo matrimonio.
Il finale vede Gittel compiere il gesto più difficile e maturo: con forza e consapevolezza, spinge Jerry a fare i conti con i suoi veri sentimenti e, implicitamente, a tornare dalla moglie. Gittel accetta il ruolo di "ponte" o di "turista per caso" nella vita di Jerry, chiudendo la loro relazione in un atto di sacrificio che le restituisce, paradossalmente, la sua dignità e indipendenza emotiva.
Le interpretazioni dei due protagonisti sono il pilastro su cui poggia l'intera struttura emotiva del film.
Shirley MacLaine nel ruolo di Gittel 'Mosca' Moscawitz: L'attrice offre una performance commovente e vibrante, infondendo nel personaggio una miscela perfetta di vulnerabilità, energia e sfacciataggine newyorkese. La sua Gittel è fragile ma forte, un'anima ferita che cerca l'amore con tutte le sue forze.
Robert Mitchum nel ruolo di Jerry Ryan: La scelta di Mitchum, noto per ruoli da tough guy e noir, fu sorprendente, ma si rivelò efficace. Mitchum offre un ritratto di uomo spezzato e introverso, la cui rigidità esteriore nasconde una profonda confusione. La sua vulnerabilità, insolita per l'attore, rende credibile il dramma di Jerry, incapace di amare pienamente chi non fa parte del suo vecchio mondo.
Il cast secondario, tra cui Edmon Ryan nel ruolo di Frank Taubman e Elisabeth Fraser nel ruolo di Sophie, offre solidi supporti, ma il film è essenzialmente un duello di recitazione tra i due giganti.
In conclusione, La ragazza del quartiere è un dramma sofisticato e maturo che, al di là della sua origine teatrale, utilizza l'intimità di un amore disfunzionale per riflettere sulla difficoltà di lasciarsi il passato alle spalle e sull'atto di coraggio necessario per riconoscere la verità sui propri sentimenti, anche quando questa verità comporta la solitudine.
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Titolo Originale: The Angels' Share
Titolo Italiano: La parte degli angeli
Anno di Produzione: 2012
Paesi di Produzione: Regno Unito, Francia, Belgio, Italia (coproduzione)
Durata: 101-106 minuti
Genere: Commedia drammatica, Commedia sociale
Il Significato del Titolo
Il titolo fa riferimento a un termine tecnico del mondo del whisky scozzese: l'Angel's Share (La parte degli angeli). Con questa espressione si intende la porzione di alcol che evapora dai barili di legno durante il lungo processo di maturazione. È una perdita inevitabile, ma romanticamente interpretata come una "offerta" o una "tassa" prelevata dagli angeli. Nel contesto del film, l'espressione simboleggia anche una piccola speranza, un sogno che si innalza al di sopra della realtà greve e disperata dei protagonisti.
Riconoscimenti
Il film ha avuto un successo critico significativo ed è stato selezionato in concorso al Festival di Cannes 2012, dove ha vinto il prestigioso Premio della Giuria.
Ken Loach (classe 1936) è uno dei registi più influenti del cinema europeo, noto per il suo impegno politico e sociale e per il suo stile crudo e realista. In quasi tutti i suoi film, Loach denuncia le ingiustizie del sistema capitalistico e le difficoltà delle classi lavoratrici e dei diseredati.
La Collaborazione con Paul Laverty
La parte degli angeli è il frutto della lunga e prolifica collaborazione tra Loach e lo sceneggiatore Paul Laverty. Laverty è un ex avvocato per i diritti umani che ha lavorato a stretto contatto con Loach dagli anni '90. La sua scrittura è sempre radicata in una profonda conoscenza dei problemi sociali che affronta, conferendo ai personaggi e alle trame una rara autenticità.
Stile e Temi
Realismo e Autenticità: Fedele al suo stile, Loach utilizza spesso attori non professionisti, o semi-professionisti, scelti per la loro autenticità e per la vicinanza alle realtà sociali che il film rappresenta. Questo conferisce al film una grana quasi documentaristica, tipica del social realism britannico.
Glasgow e il Disagio Sociale: Il film è ambientato a Glasgow, una città che Loach e Laverty utilizzano per esplorare la disoccupazione giovanile, la violenza di strada e la mancanza di prospettive per i giovani delle periferie. Il contesto iniziale è quello della "predestinazione" sociale: se nasci in un certo ambiente, il tuo destino è segnato.
Il Tono Inaspettato: Ciò che distingue La parte degli angeli è il passaggio netto dal dramma sociale alla commedia picaresca. Il film non è solo denuncia, ma un'esaltazione della solidarietà, dell'ingegno e dell'umorismo come strumenti di sopravvivenza. Loach sfrutta l'innocenza e l'ingenuità dei suoi "perdenti" per costruire una storia di riscatto piena di suspense e gag, ricordando a tratti la tradizione della commedia all'italiana come I soliti ignoti.
La Seconda Opportunità: Il tema centrale è la possibilità di una seconda opportunità, un "angelo custode" che interviene per dare un senso diverso a vite altrimenti destinate alla rovina. L'elemento inatteso—il whisky—diventa la chiave per aprire il futuro.
Il protagonista è Robbie (Paul Brannigan), un giovane di Glasgow con un passato turbolento, appena sfuggito al carcere per aggressione violenta. La sua fedina penale è lunga e il suo ambiente familiare è segnato da faide e violenza.
La Nascita della Speranza
La sua vita prende una svolta quando diventa padre. La nascita di suo figlio, Luke, gli infonde un disperato desiderio di cambiare e di dare al bambino un futuro migliore, lontano dalla miseria e dalla violenza che lo circondano. La sua compagna, Leonie (Siobhan Reilly), è cauta, conscia della difficoltà di Robbie a sfuggire al suo passato.
Il giudice gli impone di svolgere lavori socialmente utili per evitare la galera. In questo contesto, Robbie incontra gli altri "sbandati" del gruppo:
Rhino (William Ruane): un ragazzo goffo e imbranato.
Albert (Gary Maitland): il più ingenuo e pasticcione.
Mo (Jasmin Riggins): l'unica ragazza del gruppo, con un talento per il furto.
Il loro supervisore per i lavori sociali è Harry (John Henshaw), un uomo gentile e appassionato di whisky, che crede nel riscatto dei ragazzi. Harry li porta in gita in una distilleria di whisky come parte di un programma di riabilitazione.
La Scoperta del Talento
È durante queste visite nel cuore della Scozia che Robbie scopre di avere un talento naturale e un olfatto straordinario per la degustazione e l'apprezzamento del Single Malt Scotch Whisky. Questo talento è il suo "angelo" inatteso.
Harry si accorge del dono di Robbie e lo incoraggia a svilupparlo. Contemporaneamente, Robbie apprende il folklore, la storia e il valore economico stratosferico che possono raggiungere alcuni dei whisky più rari e invecchiati.
Il Colpo
L'occasione si presenta quando Robbie scopre che sta per essere venduta all'asta una botte di whisky rarissima e leggendaria, il Malt Mill, che potrebbe valere un milione di sterline. Questo distillato è così raro che è praticamente introvabile.
Robbie, spinto dalla necessità di denaro per la sua nuova famiglia e dalla disperazione di uscire dal circolo vizioso della povertà, convince la sua sgangherata banda (Rhino, Albert e Mo) a pianificare un colpo audace e completamente fuori dalla loro portata: rubare una porzione della rarissima botte di Malt Mill per venderla illegalmente.
La parte centrale del film si trasforma in una divertente e tesa heist comedy (commedia del colpo). I ragazzi, guidati dall'ingegno e dalla conoscenza acquisita sul whisky, organizzano il furto con metodi dilettanteschi ma efficaci, dovendo affrontare il camuffamento, le telecamere di sicurezza e la loro congenita inettitudine.
La Redenzione
Alla fine, il colpo riesce in parte. Robbie riesce a ricavare una somma di denaro sufficiente per ripulirsi e ricominciare una nuova vita, in un finale che, pur mantenendo un certo realismo, offre un inno alla speranza. Robbie utilizza il suo "lavoro" finale non solo per arricchirsi, ma per onorare Harry, l'unica figura che gli ha dato fiducia, e per garantire un futuro dignitoso al figlio. Il lieto fine, pur insolito per Loach, è conquistato attraverso l'ingegno e la solidarietà tra gli emarginati, un tema caro al regista.
Come accennato, Loach ha scelto di lavorare principalmente con attori non professionisti o poco noti, il che dona al film la sua spontanea vivacità.
Paul Brannigan nel ruolo di Robbie: Brannigan è un attore non professionista, la cui storia personale riflette in parte quella del suo personaggio, provenendo da un contesto difficile di Glasgow. La sua performance è stata elogiata per la sua onestà, la sua rabbia contenuta e la sua capacità di trasmettere il desiderio di riscatto.
John Henshaw nel ruolo di Harry: L'attore professionista funge da cuore morale del film, l'uomo che, con pazienza e una fede incrollabile nell'umanità, aiuta i ragazzi a trovare una direzione.
Gary Maitland, William Ruane e Jasmin Riggins: Nel ruolo dei membri della banda, questi attori offrono ritratti irresistibilmente comici e affettuosi, creando un quartetto di "perdenti" per cui è facile tifare.
Roger Allam nel ruolo di Thaddeus: Un esperto di whisky, che rappresenta l'autorità e il sapere nel mondo raffinato del Single Malt, in netto contrasto con l'ambiente grezzo di Robbie.
In definitiva, La parte degli angeli è una gemma nella filmografia di Ken Loach e Paul Laverty, che dimostra come anche nelle circostanze più disperate, l'ingegno, l'umorismo e il potere catartico di una passione inaspettata possano offrire una via d'uscita e una "parte di angeli" per chi è stato finora solo un emarginato.
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Il giardino delle streghe (The Curse of the Cat People) è un film del 1944 diretto da Gunther von Fritsch e Robert Wise.
Il giardino delle streghe (The Curse of the Cat People), film del 1944, è uno dei titoli più singolari e affascinanti prodotti dalla RKO Radio Pictures sotto l'egida di Val Lewton, il leggendario produttore che rivoluzionò l'horror negli anni '40. Sebbene sia formalmente un sequel del celebre Il bacio della pantera (Cat People, 1942), Il giardino delle streghe è un'opera che devia drasticamente dal genere horror tradizionale, trasformandosi in un malinconico e profondo dramma psicologico e una toccante meditazione sull'infanzia, la solitudine e il potere dell'immaginazione.
Il film riprende la storia di Oliver Reed (interpretato da Kent Smith), l'architetto che aveva sposato la tragica Irena (la "donna-pantera" del primo film). Oliver è ora felicemente risposato con Alice (Jane Randolph), la sua ex collega, e la coppia vive in una tranquilla casa di periferia a Tarrytown, New York.
Il fulcro emotivo della storia è la loro figlia di sei anni, Amy (Ann Carter). Amy è una bambina eccezionalmente introversa, sensibile e solitaria. A scuola, viene rimproverata per la sua eccessiva fantasia e per non riuscire a interagire con gli altri bambini; preferisce vivere nel suo ricco mondo interiore.
La preoccupazione del padre, Oliver, è che Amy stia seguendo le orme della sua prima moglie, Irena Dubrovna, che egli teme fosse folle. Oliver è ossessionato dal timore che l'immaginazione fervida di Amy possa sfociare nella stessa malattia mentale che aveva distrutto Irena.
La solitudine di Amy la spinge a compiere un atto significativo: dopo aver scoperto una vecchia fotografia di Irena, la bambina esprime il desiderio di avere un'amica. Inizia così a ricevere la visita di una figura femminile misteriosa: lo spirito, l'apparizione o l'amica immaginaria di Irena (interpretata nuovamente da Simone Simon). Contrariamente al personaggio oscuro e feroce del primo film, questa Irena è dolce, comprensiva e affettuosa. Diventa l'unica amica di Amy, il conforto della sua solitudine.
Nel frattempo, Amy stringe un'altra amicizia con la sua vicina di casa: l'anziana e reclusa Mrs. Julia Farren (Julia Dean), un'ex attrice che vive nella sua fatiscente dimora e che, a causa della senilità, non riconosce la sua stessa figlia adulta, Barbara Farren (Elizabeth Russell), trattandola come un'estranea. Barbara, una donna amara e repressa, osserva con risentimento l'affetto che la madre dimostra per Amy.
La trama culmina in una gelida notte di Natale. Amy, punita dal padre per aver parlato di Irena, si rifugia nella casa di Mrs. Farren. Mentre una tempesta di neve si abbatte sulla città, Amy si ritrova intrappolata e affronta il culmine della follia di Barbara. La tensione sfocia in un momento di apparente pericolo, ma anche di catartica connessione umana.
Il film mantiene deliberatamente l'ambiguità tra il soprannaturale (il fantasma di Irena) e lo psicologico (l'amica immaginaria di Amy), lasciando che gli eventi onirici si mescolino alla dura realtà, e suggerendo che la vera "maledizione" non sia un tratto ereditario di licantropia, ma la cecità degli adulti di fronte alla sensibilità e alla disperazione dei bambini.
Il giardino delle streghe ha una storia produttiva travagliata che ha portato alla compresenza di due registi:
Gunther von Fritsch: Iniziò la produzione ma fu rimosso dal progetto per il suo ritmo lento e per aver superato il budget e la tabella di marcia.
Robert Wise: All'epoca era l'editor (montatore) di fiducia di Val Lewton. Fu chiamato a subentrare e a completare il film. Questo segnò il suo debutto alla regia. Wise in seguito diventerà un regista di fama mondiale, dirigendo classici come West Side Story e Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music).
La regia è fortemente influenzata dallo stile del produttore Val Lewton. Lewton era noto per creare "horror di serie B" che, pur avendo titoli sensazionalistici imposti dallo studio (in questo caso, l'insistenza della RKO su un sequel di Cat People), erano in realtà film d'atmosfera, psicologici e intimi, che suggerivano il terrore piuttosto che mostrarlo esplicitamente.
Stile e Atmosfera
Il giardino delle streghe è stilisticamente un'opera d'arte. La fotografia in bianco e nero, curata da Nicholas Musuraca (già DOP del primo film), è ricca di chiaroscuri, silhouette e ombre, creando un'atmosfera onirica e malinconica.
Assenza di Horror Convenzionale: Il film è stato una sorpresa per il pubblico dell'epoca, che si aspettava un altro film di mostri e trasformazioni feline. Invece, Lewton e i suoi registi hanno realizzato un film che tratta di temi adulti come la solitudine infantile, l'alienazione e l'incapacità dei genitori di comprendere il mondo interiore dei figli.
Poesia Visiva: Il film è pieno di immagini poetiche e struggenti: Amy che parla agli alberi, che insegue le farfalle nel suo giardino, l'apparizione eterea di Irena e la nevicata finale che avvolge i personaggi in un'atmosfera fiabesca e pericolosa.
Ambiguità Psicologica: Il cuore del film risiede nella sua ambiguità. Irena è un fantasma o una proiezione della mente di Amy? La "maledizione" è fisica o è il trauma psicologico ereditato dalle paure del padre? Questa incertezza eleva il film al di sopra del semplice genere.
Ann Carter (Amy Reed): La giovane protagonista è il centro emotivo del film. La sua performance, tranquilla e toccante, incarna perfettamente la vulnerabilità e la ricchezza del mondo immaginario infantile.
Kent Smith (Oliver Reed): Riprende il ruolo del padre. In questo film, Oliver è ritratto non come un eroe romantico, ma come un uomo traumatizzato e ostinato, la cui paura di ripetere gli errori del passato gli impedisce di comprendere e accettare la figlia.
Jane Randolph (Alice Reed): Anche lei riprende il suo ruolo. Alice è la voce della ragione e della comprensione, spesso in contrasto con la rigidità di Oliver.
Simone Simon (Irena Reed): La sua apparizione, sebbene breve, è fondamentale. L'Irena che appare ad Amy è una figura gentile e luminosa, una vera e propria "guida spirituale" o amica consolatrice, che offre un affetto che la bambina non trova nel mondo reale.
Julia Dean (Mrs. Julia Farren) e Elizabeth Russell (Barbara Farren): I loro personaggi introducono un parallelo inquietante: la vera follia e l'isolamento della vecchiaia, che contrastano con la sana, sebbene eccessiva, fantasia di Amy.
Il giardino delle streghe è oggi riconosciuto come un capolavoro. Fu un film coraggioso per il suo tempo, poiché sfidò le aspettative di un sequel horror per offrire un dramma più sofisticato.
La sua critica sottile alla repressione dell'immaginazione è ancora attuale. Oliver, il padre, tenta di imporre la logica e la normalità al mondo sognante di Amy, minacciando di distruggere l'essenza stessa della bambina. Lewton e Wise celebrano invece la necessità della fantasia come meccanismo di difesa e come strada verso la crescita e la comprensione di sé.
Il film vinse nel 2020 il Retro Hugo Award (per il 1945) come Miglior Presentazione Drammatica – Forma Breve, a testimonianza del suo duraturo impatto come opera di fantasy e fantastico oltre i confini del semplice horror.
In definitiva, Il giardino delle streghe è una rara gemma cinematografica: un sequel che trascende il suo predecessore per esplorare, con sensibilità e poesia, i territori bui e luminosi della psiche infantile.
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Waiting for Armageddon è un documentario del 2009 diretto da Kate Davis , Franco Sacchi , David Heilbroner
Il documentario del 2009 Waiting for Armageddon (che in italiano si può tradurre come Aspettando Armageddon) è un'opera di inchiesta e osservazione che esplora un fenomeno culturale e politico di profonda rilevanza negli Stati Uniti: la fede escatologica e l'influenza politica della comunità cristiana evangelica, in particolare per quanto riguarda le loro convinzioni sulla fine del mondo come profetizzato nella Bibbia.
Il documentario è diretto da un trio di registi:
Kate Davis
Franco Sacchi
David Heilbroner
Questi registi, noti per la loro esperienza nel cinema documentario, adottano in Waiting for Armageddon un approccio equo e non giudicante, scegliendo di lasciare che siano i protagonisti stessi a esprimere le loro convinzioni, offrendo al pubblico uno sguardo diretto su un mondo spesso stereotipato e frainteso. La fotografia e la cinematografia (curate da Kate Davis e Franco Sacchi) sono funzionali a immergere lo spettatore nella vita quotidiana dei fedeli e nei luoghi che considerano sacri. Il film ha una durata di circa 74 minuti.
Waiting for Armageddon si concentra sull'enorme comunità evangelica americana, stimata in circa 50 milioni di persone, che crede fermamente che il futuro del mondo sia già interamente predetto dalle profezie bibliche. Il documentario esplora in dettaglio le loro convinzioni escatologiche, ovvero la dottrina teologica relativa agli eventi finali della storia umana, come il Rapimento (Rapture), la Tribolazione e, infine, la Battaglia di Armageddon.
Il Concetto di Armageddon
Il punto di partenza del film è la convinzione centrale di questa fetta dell'Evangelicalismo:
Il Rapimento (Rapture): L'evento in cui i veri credenti (nati di nuovo) saranno improvvisamente prelevati e portati in cielo prima che si scateni sulla Terra la Grande Tribolazione.
La Grande Tribolazione: Un periodo di sette anni di caos, guerre e disastri, governato dall'Anticristo.
La Battaglia di Armageddon: La battaglia finale che, secondo il libro dell'Apocalisse, si svolgerà in un luogo chiamato Megiddo (o Armageddon) in Israele, dove Cristo tornerà per sconfiggere l'Anticristo e le forze del male, inaugurando il suo regno millenario di pace.
Il documentario mostra come l'attesa di questi eventi non sia solo una questione di fede personale, ma influenzi concretamente la vita quotidiana, le scelte politiche e le relazioni internazionali di questi fedeli.
L'Indagine e le Location
Il film porta lo spettatore in un viaggio che attraversa diversi contesti:
La Vita Quotidiana in America: Vengono mostrate famiglie, pastori e semplici fedeli nelle loro case, nelle loro chiese e durante conferenze evangeliche. Queste scene evidenziano come la fede apocalittica sia integrata nel tessuto sociale, guidando la loro moralità e la loro percezione del mondo.
L'Ossessione per Israele: Una sezione significativa del documentario è dedicata all'esplorazione del forte e spesso controverso sostegno all'Alleanza Evangelico-Sionista degli Stati Uniti verso Israele. Molti Evangelici credono che il ristabilimento dello Stato di Israele sia un adempimento cruciale della profezia biblica e che la nazione ebraica abbia un ruolo centrale nello scenario della fine dei giorni. Il film segue i credenti in tour in Israele, in particolare nei siti considerati profetici come Megiddo e Gerusalemme, dove le convinzioni religiose si scontrano con la complessa realtà politica del Medio Oriente.
L'Implicazione Politica: Il documentario interroga le conseguenze politiche di questa teologia. Mostra come le convinzioni religiose sul destino finale del mondo influenzino le votazioni, le posizioni su Israele e il Medio Oriente, e persino l'atteggiamento verso la politica estera americana. Per molti dei protagonisti, la guerra e il conflitto non sono eventi da evitare a tutti i costi, ma segni attesi dell'imminente adempimento della profezia.
Il documentario non si affida a voci narranti esterne, ma è costruito interamente sulle interviste e sulle osservazioni dei suoi personaggi. Questi includono:
Pastori e Leader Religiosi: Voci di spicco dell'Evangelicalismo che espongono le dottrine escatologiche in dettaglio, a volte con fervore, altre con una calma che rende le loro convinzioni ancora più inquietanti. Tra questi, appare il controverso Pastore John Hagee (in filmati d'archivio) e Robert L. Dean, Pastore della West Houston Bible Church.
Famiglie e Fedeli Comuni: Il cuore emotivo del film è costituito dalle interviste a famiglie come gli Edwards, residenti in Oklahoma. Le loro testimonianze offrono uno sguardo intimo su come l'attesa del Rapimento e di Armageddon influenzi la loro genitorialità, le loro preoccupazioni e il loro senso di urgenza spirituale.
Esperti e Critici: Sebbene il film sia principalmente un ritratto dall'interno della comunità, include anche prospettive esterne e critiche, come quella di Chip Berlet del Political Research Associates, che analizza le implicazioni sociali e politiche di queste dottrine.
Waiting for Armageddon emerge come un importante strumento per la comprensione di un'America religiosa che esercita un'influenza significativa sulla politica interna ed estera.
Rappresentazione Equilibrata: Il film è stato lodato per la sua capacità di presentare i credenti con dignità, evitando di ridicolizzarli e permettendo loro di spiegare il proprio sistema di credenze. Questo approccio bilanciato è essenziale per comprendere le motivazioni profonde di milioni di americani.
La Politica della Profezia: Il documentario evidenzia la pericolosa fusione tra fede religiosa e politica. Per coloro che credono che la fine sia imminente e inevitabile, gli sforzi per la pace e la diplomazia in Medio Oriente (in particolare tra Israele e i suoi vicini) possono apparire non solo inutili, ma addirittura contrari al piano divino.
Precursore Tematico: Sebbene sia un'opera a sé stante, il suo tema è stato ripreso in documentari successivi, come il norvegese Praying for Armageddon (2023), che prosegue l'indagine sulla fusione tra cristianesimo evangelico e politica statunitense.
In sintesi, Waiting for Armageddon non è solo un resoconto di una dottrina religiosa, ma una profonda riflessione su come le convinzioni ultraterrene di una potente minoranza possano avere un impatto tangibile e potenzialmente destabilizzante sul destino geopolitico del mondo.
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Hanno ucciso Vicki (Vicki) è un film del 1953 diretto da Harry Horner.
Titolo Originale: Vicki
Titolo Italiano: Hanno ucciso Vicki
Anno di Produzione: 1953
Paese: Stati Uniti d'America
Durata: 82-85 minuti
Genere: Drammatico, Giallo, Noir
Produzione e Distribuzione: 20th Century Fox
Soggetto: Il film è basato sul romanzo I Wake Up Screaming di Steve Fisher. È, di fatto, un remake non dichiarato (o molto libero) del film Situazione pericolosa (I Wake Up Screaming) del 1941, diretto da H. Bruce Humberstone.
La regia è affidata a Harry Horner (1910–1993). Horner fu un artista di origini austriache, noto principalmente come scenografo e art director di grande talento, più che come regista di spicco.
Il Contributo di Horner al Cinema
Horner vinse due Premi Oscar come Migliore Scenografia:
Il primo per L'erede di un uomo tranquillo (The Heiress, 1949).
Il secondo per Lo spaccone (The Hustler, 1961).
La sua carriera registica fu breve e meno influente. Dirigere Vicki fu una delle sue poche incursioni dietro la macchina da presa.
Stile Registico in Hanno ucciso Vicki
Hanno ucciso Vicki è un film a basso budget girato rapidamente, tipico della produzione di genere della Fox in quel periodo.
Impronta Visiva: Nonostante le limitazioni di budget, si avverte l'occhio del direttore artistico. Il film è girato in bianco e nero (un elemento distintivo del noir classico), e Horner sfrutta luci e ombre per costruire un'atmosfera di tensione e mistero, anche se in modo meno stilizzato e suggestivo rispetto ai capolavori del noir del decennio precedente.
Ritmo: Data la sua breve durata (circa 85 minuti), il film ha un ritmo serrato e si concentra molto sull'indagine e sullo sviluppo dei dialoghi per far avanzare la trama.
Adattamento Teatrale: Essendo basato su un romanzo che aveva già dato origine a un film, la sceneggiatura di Dwight Taylor e Leo Townsend si concentra sulla narrazione investigativa, ma non riesce a raggiungere la stessa profondità psicologica del film del 1941.
Hanno ucciso Vicki segue la classica struttura del giallo e del noir, dove l'indagine per un omicidio svela una rete di ambizione, ossessione e inganno.
L'Omicidio e il Sospettato
La storia si apre con la notizia shock: Vicki Lynn (Jean Peters), una bellissima modella di successo e aspirante attrice, viene trovata assassinata nella sua stanza d'albergo.
I sospetti della polizia, e in particolare del tenente Ed Cornell (Richard Boone), si concentrano immediatamente su Steve Christopher (Elliott Reid), l'agente pubblicitario di Vicki e suo fidanzato.
Steve è l'ultima persona vista con lei, e i capi d'accusa contro di lui sembrano schiaccianti, rendendolo il candidato ideale per la sedia elettrica. La polizia, in particolare Cornell, è ossessionata dall'idea che Steve sia il colpevole e lavora per incastrarlo, ignorando altre piste.
Il Motore: L'Ossessione e l'Ascesa Sociale
Vicki, come nel film originale del 1941, è la "ragazza della porta accanto" che, grazie alla spinta di Steve, ha raggiunto una rapidissima e sorprendente celebrità. Steve aveva visto il suo potenziale e l'aveva trasformata in una star dei media e della pubblicità, sviluppando nel processo una profonda infatuazione e quasi un senso di possesso nei suoi confronti.
L'elemento noir della trama risiede proprio in questa dinamica: l'ascesa fulminea di una donna, che attira attorno a sé uomini deboli o ossessivi, e la cui bellezza diventa la sua condanna.
L'Indagine Amatoriale
Steve, pur non essendo in grado di discolparsi del tutto, è convinto della sua innocenza. Fortunatamente, ottiene un alleato inaspettato: Jill Lynn (Jeanne Crain), la sorella di Vicki.
Jill, pur provando un'iniziale diffidenza verso l'uomo sospettato di aver ucciso sua sorella, inizia a credere alla sua innocenza e decide di trasformarsi in una detective dilettante per scagionarlo.
L'indagine di Jill si concentra sul passato di Vicki e sulle persone che la circondavano. L'indagine svela l'ampia rete di persone che avevano un interesse (o una repulsione) per la vittima: un critico ossessionato, un ricco playboy, e l'ambiguo e inquietante tenente Cornell stesso, che sembra avere un interesse morboso e manipolatorio nel caso.
Il Colpevole e il Colpo di Scena
Il tenente Ed Cornell non è solo un poliziotto, ma un uomo che aveva sviluppato una morbosa e distruttiva ossessione per Vicki. Man mano che Jill e Steve si avvicinano alla verità, scoprono che Cornell ha un ruolo molto più sinistro nell'omicidio di quanto si pensi.
Il film rivela che Cornell conosceva l'identità del vero assassino e lo aveva manipolato per commettere il delitto. In alcune versioni del plot (come quella del romanzo originale), Cornell è addirittura l'eminenza grigia che orchestra l'omicidio indirettamente, utilizzando un altro uomo (Harry Williams nel film del 1941) che, folle di gelosia o ossessione, diventa il suo strumento omicida.
Alla fine, grazie all'instancabile lavoro di Jill e Steve (e al loro crescente legame romantico), il vero colpevole viene smascherato, Steve viene discolpato e il tenente Cornell viene affrontato per il suo ruolo di manipolatore ossessivo.
Il film vanta un cast solido per l'epoca, con tre attori di primo piano della Fox in ruoli chiave.
Jeanne Crain nel ruolo di Jill Lynn: L'attrice, candidata all'Oscar per Pinky, la negra bianca (1949), interpreta la sorella determinata che si improvvisa investigatrice. La Crain porta sullo schermo un misto di dolcezza e tenacia.
Jean Peters nel ruolo di Vicki Lynn: Nonostante il suo personaggio sia morto all'inizio del film, Peters appare in flashback che ricostruiscono l'ascesa e la personalità della vittima, la figura attorno a cui ruota l'intera trama.
Elliott Reid nel ruolo di Steve Christopher: Il fidanzato e sospettato principale. Reid incarna l'uomo in crisi, ingiustamente accusato, costretto a lottare per la propria vita e reputazione.
Richard Boone nel ruolo del tenente Ed Cornell: Boone, noto per i suoi ruoli di cattivo o personaggio duro, offre una performance memorabile nel ruolo dell'ispettore ossessivo e manipolatore. La sua presenza inquietante è uno dei maggiori elementi noir del film.
In sintesi, Hanno ucciso Vicki è un thriller serrato che utilizza un'indagine per omicidio per esplorare i temi dell'ossessione, del glamour effimero e della manipolazione, il tutto incorniciato da una solida regia di genere e dalle performance efficaci dei suoi protagonisti.
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L'uomo nel bosco (Miséricorde) è un film del 2024 scritto e diretto da Alain Guiraudie.
L'uomo nel bosco (titolo originale: Miséricorde), l'acclamato film del 2024 scritto e diretto dal regista francese Alain Guiraudie. Il film ha fatto molto parlare di sé, in particolare dopo essere stato presentato al 77° Festival di Cannes (nella sezione Cannes Première) e aver conquistato il prestigioso titolo di Miglior Film del 2024 secondo la classifica dei Cahiers du Cinéma, confermando Guiraudie come uno degli autori più interessanti e "politici" del cinema contemporaneo.
Il film si apre con il ritorno a casa di Jérémie Pastor (Félix Kysyl), un trentenne disoccupato, nel piccolo e isolato villaggio di Saint-Martial (nell'Aveyron, sui Pirenei francesi) per il funerale del suo ex datore di lavoro, il fornaio del paese, al quale era molto legato.
Jérémie decide di prolungare la sua permanenza, ospitato da Martine Rigal (Catherine Frot), la vedova del defunto, che è commossa dalla sua presenza. Il suo soggiorno, inizialmente un gesto di conforto, innesca presto una serie di dinamiche complesse e inattese all'interno della ristretta comunità.
La presenza di Jérémie non è ben vista da tutti, in particolare da Vincent Rigal (Jean-Baptiste Durand), il figlio del defunto e vecchio amico di scuola di Jérémie, che prova una violenta gelosia. L'atmosfera si fa sempre più tesa a causa di diversi elementi:
Una misteriosa scomparsa che scuote la tranquillità del villaggio.
Un vicino minaccioso (David Ayala, nel ruolo di Walter Bonchamp) che sembra nascondere dei segreti.
La figura dell'abate Philippe (Jacques Develay), il parroco del paese, un personaggio bizzarro e ambiguo, con intenzioni non chiare e comportamenti singolari (che una recensione descrive come capace di mettere in atto una propria personale idea di giustizia, colpa ed espiazione).
Il soggiorno di Jérémie nel microcosmo di Saint-Martial, tra passeggiate apparentemente innocue nei boschi che si rivelano teatro di tensioni e rivelazioni, porta alla luce segreti nascosti e un passato misterioso che avrà conseguenze del tutto inaspettate nel presente. Il film si muove tra gli stilemi del noir, della commedia nera e del dramma morale, esplorando l'omertà amorosa, la colpa, l'invidia, la fedeltà e, soprattutto, gli impulsi sessuali incontrollabili e la forza inafferrabile del desiderio. L'intreccio narrativo è un "puzzle senza soluzione" dove il crimine e l'amore si mescolano in una riflessione sul mistero della vita e della natura umana.
Alain Guiraudie (nato nel 1964) è il cuore pulsante di L'uomo nel bosco. È noto per il suo cinema audace, che mescola generi, affronta apertamente la sessualità e l'omosessualità (come nel suo capolavoro Lo sconosciuto del lago del 2013, vincitore della Queer Palm a Cannes) e pone personaggi al margine in situazioni spesso al limite del surreale o del non-sense.
Mescolanza di Generi e Tono: Guiraudie unisce la struttura tesa del film noir/thriller con elementi di commedia nera e teatro dell'assurdo. Questa commistione genera un continuo "disequilibrio" che spiazza lo spettatore, mantenendo una profonda ambiguità. Le recensioni citano riferimenti che vanno dal cinema di Éric Rohmer (ma in una "versione nera") al thriller psicologico di Georges Simenon e Claude Chabrol, fino a echi del Teorema di Pier Paolo Pasolini per la sua carica eversiva sul desiderio e la morale borghese.
Esplorazione del Desiderio e della Moralità: Il tema centrale del film, come spesso nell'opera di Guiraudie, è il desiderio (il cuore e l'anima del film, come affermato in alcune analisi critiche), inteso come una forza naturale e travolgente che scardina ogni etica. Il titolo originale, Miséricorde (Misericordia), racchiude parte del senso più profondo, interrogandosi sulla possibilità di espiazione e salvezza attraverso, o nonostante, la colpa.
Ambiguità e Mistero: Guiraudie è magistrale nel creare un'atmosfera sospesa tra desiderio e morte, azione e colpa. Il film lascia lo spettatore a riflettere sul "mistero delle nostre vite" senza fornire soluzioni facili. Il regista sembra negare la trascendenza del sacro, preferendo mostrare la banalità del male e la gravità delle azioni umane nel contesto di un mondo che accetta, in qualche modo, il paradosso morale.
Casting Inclusivo: La regia è caratterizzata da un approccio inclusivo al casting, affiancando attori affermati a volti nuovi e mettendo in risalto "fisicità atipiche," realizzando un "viaggio galvanizzante nel desiderio" attraverso personaggi disparati.
Fotografia: La fotografia è curata da Claire Mathon (già nota per Ritratto della giovane in fiamme), che contribuisce a creare un'ambientazione cupa, bagnata e intensa, tipica della provincia francese, dove i segreti ribollono sotto una superficie apparentemente imperturbabile.
Il film vede la partecipazione di attori noti e emergenti, ben diretti da Guiraudie nella creazione di personaggi complessi e ambigui.
Attore
Personaggio
Note
Félix Kysyl
Jérémie Pastor
Il protagonista, il trentenne che torna al paese e innesca la catena di eventi. È stato candidato per la Migliore Promessa Maschile ai César.
Catherine Frot
Martine Rigal
La vedova del fornaio, personaggio centrale nell'accoglienza di Jérémie e nell'evoluzione della trama. Attrice affermata, candidata come Migliore Attrice non Protagonista ai César.
Jacques Develay
Padre Philippe
L'abate dal comportamento eccentrico e moralmente complesso, una delle figure più potenti e commentate del film. Candidato come Migliore Attore non Protagonista ai César.
Jean-Baptiste Durand
Vincent Rigal
Il figlio del defunto, vecchio amico di Jérémie, consumato dalla gelosia.
David Ayala
Walter Bonchamp
Il vicino minaccioso, un'altra figura chiave nel mistero del villaggio. Candidato come Migliore Attore non Protagonista ai César.
Il cast è completato, tra gli altri, da Tatiana Spivakova (Annie Rigal), Sébastien Faglain (il gendarme), e Salomé Lopes (la gendarme).
L'uomo nel bosco è stato accolto molto positivamente dalla critica, in particolare in Francia, dove i Cahiers du Cinéma lo hanno classificato come Miglior Film del 2024. È stato presentato nella sezione Cannes Première del Festival di Cannes 2024, ottenendo grandi apprezzamenti.
Il film è stato inoltre oggetto di diverse candidature ai Premi César 2025 (l'equivalente francese degli Oscar):
Candidatura per il Miglior Film.
Candidatura per il Miglior Regista (Alain Guiraudie).
Candidatura per la Migliore Sceneggiatura Originale (Alain Guiraudie).
Candidatura per la Migliore Attrice non Protagonista (Catherine Frot).
Candidatura per i Migliori Attori non Protagonisti (Jacques Develay e David Ayala).
Candidatura per la Migliore Promessa Maschile (Félix Kysyl).
Candidatura per la Migliore Fotografia (Claire Mathon).
La pellicola è stata definita come un "incubo morale ed erotico che lascia senza fiato" e un'opera di "straordinaria ambiguità", confermando Alain Guiraudie come un autore capace di esplorare le profondità degli impulsi umani con intelligenza e un tocco unico di ironia. La sua capacità di fondere il sacro e il profano, il comico e il serio, l'azione e la riflessione, rende L'uomo nel bosco un'opera complessa e imperdibile per chi cerca un cinema che sfida le convenzioni morali e narrative.
mubi
La gente mormora (People Will Talk) è un film del 1951 diretto da Joseph L. Mankiewicz
La gente mormora (titolo originale: People Will Talk), un gioiello cinematografico del 1951 diretto e scritto da Joseph L. Mankiewicz. Questo film, che mescola con eleganza la commedia romantica e il dramma a tesi, è una profonda e sottile riflessione sulla rettitudine morale, l'etica e la cieca forza del pregiudizio sociale.
La gente mormora si basa sull'opera teatrale tedesca Dr. Praetorius di Curt Goetz. Al centro della narrazione c'è il Dottor Noah Praetorius (interpretato da un impeccabile Cary Grant), un ginecologo e professore universitario anticonformista e carismatico in una sonnolenta e conservatrice università del Midwest.
Praetorius è un uomo di vasto ingegno e umanità, molto amato dai suoi pazienti e dai suoi studenti. È un medico che non si limita a curare il corpo; crede nel potere della psicologia e dell'empatia ("mind control over heavy doses of medicine") e le sue lezioni sono aperte anche a chi non è iscritto, riflettendo una mentalità aperta e progressista.
La vita di Praetorius viene sconvolta da una serie di eventi che lo portano a scontrarsi con l'ipocrisia e il perbenismo della società.
1. L'Amore con Deborah
Il primo elemento dirompente è l'incontro con Deborah Higgins (interpretata da Jeanne Crain), una giovane donna che non è una studentessa ma frequenta le sue lezioni. Durante una lezione, Deborah sviene e una successiva visita medica rivela che è incinta e non è sposata, una condizione che all'epoca era considerata uno scandalo e una "colpa morale" gravissima.
Sconvolta e temendo il giudizio del padre e della società, Deborah tenta il suicidio con un colpo di pistola che la ferisce lievemente. Praetorius, agendo non solo come medico ma come uomo di grande compassione, la prende sotto la sua ala protettiva. Per difenderla dal trauma e dalla condanna sociale, e in un gesto che è sia terapeutico che innamorato, le fa una diagnosi errata e decide di sposarla. Il loro matrimonio, nato da un atto di misericordia e onestà, diventa immediatamente l'oggetto del mormorio e del pregiudizio generale.
2. L'Accusa e l'Inquisitore
Il secondo e più pressante conflitto arriva dal mondo accademico, sotto forma del Professor Rodney Elwell (Hume Cronyn), un collega invidioso e meschino. Elwell è l'incarnazione del "piccolo uomo" dogmatico, rigido e incapace di riconoscere il talento altrui. Egli avvia una vera e propria campagna diffamatoria contro Praetorius, tentando di screditarlo professionalmente e personalmente, accusandolo di metodi non ortodossi e di condotta immorale a causa del matrimonio con Deborah.
Le azioni di Elwell sono spesso interpretate come un'allegoria della "caccia alle streghe" promossa dal Maccartismo negli anni '50, con Elwell che incarna l'atteggiamento anti-umano, limitato e accusatorio del Senatore McCarthy. La sua indagine privata si conclude con la convocazione di Praetorius davanti al consiglio di facoltà.
3. Il Mistero di Shunderson
Il terzo elemento di tensione, che funge da mistero noir all'interno della commedia, è la strana e incrollabile amicizia che lega Praetorius al suo fedele servitore, Shunderson (interpretato da Finlay Currie). Shunderson è un uomo tranquillo e misterioso, dalla forza fisica imponente, il cui passato è avvolto nel segreto. Elwell sfrutta questa amicizia, accusando Praetorius di "aver protetto un assassino" e cercando di far svelare il segreto di Shunderson per minare la credibilità del medico.
Nel climax drammatico, Praetorius affronta il consiglio e l'accusa. In un monologo magistrale, difende la sua condotta e, quando Shunderson finalmente rivela il suo passato di recluso (dove era stato ingiustamente imprigionato due volte e si diceva avesse ucciso un uomo, anche se in realtà aveva subito una condanna ingiusta), l'onestà e la grandezza d'animo di Praetorius trionfano.
Il film, pur trattando temi drammatici e sociali seri, si conclude con un lieto fine, un raro caso nel cinema spesso più cinico di Mankiewicz, con il bene, l'onestà e la tolleranza che prevalgono sull'ipocrisia e il mormorio della gente.
Joseph Leo Mankiewicz (1909-1993) fu uno dei cineasti più intellettuali e letterati di Hollywood, un regista che metteva la parola al centro del suo cinema. Reduce dal trionfo di Eva contro Eva (1950), in La gente mormora Mankiewicz adatta il testo teatrale con la sua consueta sottigliezza sopraffina e la capacità di mescolare toni diversi.
Mankiewicz era noto per una regia dallo stile asciutto e moderno in cui il dialogo non è semplicemente un accompagnamento, ma la vera forma di movimento dei personaggi e del dramma. In La gente mormora, la sceneggiatura (scritta dallo stesso regista) è "chiacchierona e dispeptica" e allo stesso tempo "colta e divertente". I monologhi e gli scambi di battute sono utilizzati per smascherare l'ipocrisia borghese e per veicolare le tesi liberali del regista.
Il film è uno dei più importanti "film a tesi" degli anni '50. Mankiewicz usa la vicenda del Dottor Praetorius per puntare il dito contro:
L'Immobilismo Culturale e Sentimentale: La borghesia della provincia americana, ritratta come insensibile e cinica.
Il Pregiudizio Sociale: La condanna morale della ragazza madre (Deborah) viene usata come simbolo della "colpa morale" che impallidisce di fronte alle ipocrisie della società moderna.
L'Invidia Professionale e la Meschinità: La figura di Elwell è una critica feroce alla piccola invidia accademica e alla tendenza a distruggere chi è più talentuoso o anticonformista.
Mankiewicz riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore, mescolando sapientemente la messa in scena, il messaggio sociale e la tensione psicologica in una "elegante armonia". Il film, sebbene "verboso", è celebrato per la sua erudizione e l'abilità di trattare temi serissimi con la leggerezza hollywoodiana e un tocco di ironia sottile ("la penna un po' intinta nel curaro").
Il successo del film si deve in larga parte a un cast magnifico, guidato da una delle più grandi star dell'epoca.
Grant è in una delle sue interpretazioni più lodate. Già maestro della commedia sofisticata, qui interpreta un ruolo che gli permette di unire il suo innato charme e la sua gaieté con una profonda umanità e rettitudine morale. Praetorius è il portavoce delle idee di tolleranza e compassione di Mankiewicz, e Grant lo interpreta con una miscela efficace di "medicina e allegria".
L'attrice offre una performance delicata e convincente nel ruolo della ragazza madre disperata. Il suo personaggio è il catalizzatore dell'azione e del dilemma morale di Praetorius. Crain incarna la fragilità della donna vittima del giudizio altrui.
La performance di Cronyn è spesso citata come un "gioiello". Egli interpreta il "cattivo" del film, il collega invidioso e ossessivo, con una tale memorabile meschinità da essere "un piacere da odiare". Elwell è il motore dell'indagine e l'incarnazione del bigottismo.
Finlay Currie offre un'interpretazione silenziosa ma potente del maggiordomo Shunderson. Inizialmente una presenza quasi inquietante e misteriosa, la sua storia personale è la "storia nella storia" che alla fine avvalora la grandezza d'animo di Praetorius, confermando che l'amicizia e la lealtà possono trascendere le apparenze e le convenzioni sociali.
La gente mormora è un film che, nonostante il suo inquadramento nei generi commedia-romantica e drammatico, rimane militante nel senso più nobile del termine. La sua critica all'ipocrisia sociale e la sua difesa dell'individuo contro il conformismo rimangono estremamente attuali anche oggi.
Presentato in un elegante bianco e nero, il film ha una durata di 110 minuti e ha ricevuto un buon successo di critica e pubblico. Su aggregatori come Rotten Tomatoes ha ottenuto un punteggio medio molto positivo, segno che l'erudizione e l'alta commedia di Mankiewicz continuano a essere apprezzate come un'opera che offre "ristoro e speranza" contro la paura di ciò che "la gente mormora".
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The balloonist (De Ballonvaarder) un film del 2025 diretto da Tim Oliehoek
The Balloonist (titolo originale: De Ballonvaarder), il film del 2025 diretto da Tim Oliehoek. Questa produzione olandese, pur essendo un dramedy leggero e intimo, ha avuto un impatto significativo, specialmente nel mercato europeo, in quanto è stato il primo film olandese originale commissionato e distribuito da Disney+, dimostrando la volontà della piattaforma di investire in storie locali con un tono più maturo e agrodolce rispetto ai suoi contenuti tradizionali.
Il cuore narrativo di The Balloonist pulsa nel contrasto tra due mondi e due mentalità diametralmente opposte, incarnate dai due protagonisti.
La storia è incentrata su Gaby Raaymakers (Sallie Harmsen), una donna di 37 anni la cui vita è un monumento all'ordine e all'autocontrollo, sebbene l'ambiente in cui vive sia la caotica e ventosa campagna olandese. Gaby è una custode di galline ornamentali, una professione che è metafora della sua stessa esistenza: cura e bellezza sotto stretto controllo.
I pilastri della sua routine sono tre, tutti rigorosamente gestiti da lei:
L'allevamento: La sua fonte di sostentamento e il suo santuario, dove ogni gallina ha il suo posto e ogni regola è ferrea. L'incidente iniziale del film, con la morte bizzarra e triste di un animale, suggerisce immediatamente che questo ordine è precario e destinato a crollare.
Il figlio Kuif: Il piccolo Kuif (Beau Minnaart), 7 anni, è vivace e richiede una figura paterna. Gaby ha gestito l'assenza del padre con una serie di bugie protettive, creando una narrazione di fantasia per preservare il figlio dalla realtà della perdita o dell'abbandono. Queste menzogne, pur nate da un intento d'amore, l'hanno imprigionata.
La madre Mientje: Mientje (Frieda Pittoors), burbera e affetta da una malattia (presumibilmente l'Alzheimer o una forma di demenza), rappresenta il peso del passato e la responsabilità incombente che Gaby si è autoimposta, aggiungendo uno strato di drammaticità alla sua quotidianità già complessa.
Questo equilibrio fragile viene fatto esplodere dall'arrivo di Arnaud (Pieter Embrechts), un pilota di mongolfiera francese. Arnaud è l'incarnazione dell'idealismo, della libertà e della noncuranza – tutto ciò che Gaby ha represso. Il suo incidente, l'atterraggio forzato e la distruzione del pollaio, è il catalizzatore narrativo che forza i due a interagire.
Lo scontro iniziale tra la concretezza cinica di Gaby e la sognatrice spensieratezza di Arnaud è il motore comico del film. Tuttavia, man mano che Arnaud si stabilisce (per riparare il danno e, simbolicamente, per riparare la vita di Gaby), la loro interazione si trasforma in un confronto terapeutico involontario. Arnaud, con la sua prospettiva "dall'alto" e la sua distanza emotiva, vede chiaramente le catene che Gaby si è costruita. Egli la costringe ad affrontare non solo l'impatto fisico del suo schianto, ma anche le bugie che Gaby ha raccontato.
Il film, pur rimanendo nei toni del dramedy accessibile, esplora tematiche profonde:
La Tensione tra Sogno e Realtà: Arnaud rappresenta il sogno irrealizzato e la possibilità di "volare" oltre la propria condizione, mentre Gaby è ancorata al "pollaio", simbolo di sicurezza e claustrofobia.
Grief and Acceptance (Lutto e Accettazione): La trama tocca il lutto (la morte iniziale e la malattia di Mientje) e la necessità di accettare l'imperfezione e il caos come parte integrante della vita.
La Figura Paterna e l'Amore: Il film è una sottile storia di formazione per Gaby, che deve imparare a "lasciare andare" il suo bisogno di controllo per permettere a Kuif di affrontare la verità e per sé stessa di aprirsi alla possibilità di un nuovo amore e di un nuovo inizio, segnato dall'inaspettata vulnerabilità.
Tim Oliehoek (regista di successo noto per serie televisive e film olandesi come Vet hard e The Secret Diary of Hendrik Groen) dimostra in The Balloonist la sua capacità di gestire un tono agrodolce che non scade mai nella melensaggine.
Il film si inserisce nel filone della tragicommedia nord-europea, caratterizzata da un realismo sferzante e un umorismo che deriva non da battute forzate, ma dal contrasto tra la solennità dei drammi umani e la comicità involontaria di situazioni assurde (come la presenza del gallo depresso). Oliehoek utilizza il set della fattoria come un microcosmo, un palcoscenico per esplorare le dinamiche familiari e personali in un ambiente contenuto.
Fotografia: La fotografia, curata da Martijn Cousijn, enfatizza i cieli grigi e i paesaggi olandesi ventosi. Questo tono visivo crea un'atmosfera malinconica e autentica, contrastando la concretezza terrena di Gaby con l'eterea promessa di libertà rappresentata dalla mongolfiera.
Sceneggiatura: Benny Lindelauf ha saputo creare una storia dai buoni sentimenti ma con una sceneggiatura semplice ed efficace, focalizzata sull'evoluzione psicologica dei personaggi. La sceneggiatura è notata per la sua onestà nel trattare il tema delle bugie e della verità.
Direzione degli Attori: Oliehoek ottiene interpretazioni di alto livello, in particolare da Sallie Harmsen, che regge l'intero film con una performance misurata e intensa, mostrando la graduale evoluzione di Gaby dalla repulsione all'apertura emotiva. L'intesa con Pieter Embrechts è palpabile e credibile.
Il cast è composto da attori noti nel panorama cinematografico olandese e belga, selezionati per la loro capacità di dare autenticità ai personaggi.
Sallie Harmsen (Gaby Raaymakers): Attrice di fama internazionale (ha partecipato a Blade Runner 2049), offre una performance che è il fulcro emotivo del film.
Pieter Embrechts (Arnaud): Attore belga, apporta il necessario carisma e la leggerezza che contrastano la serietà di Gaby.
Frieda Pittoors (Mientje Raaymakers): La sua interpretazione della nonna burbera ma umana è stata particolarmente elogiata.
Beau Minnaert (Kuif): Il giovane attore alla sua prima esperienza.
Il film è stato prodotto da Elbe Stevens Films ed è stato scelto da Disney+ per rappresentare la sua prima produzione originale in lingua olandese, una mossa strategica che sottolinea l'interesse per storie più localizzate e drammatiche.
The Balloonist ha debuttato in anteprima nazionale al Nederlands Film Festival (NFF) 2025 nella Gouden Kalf Competitie, dove ha ricevuto 3 nomination, a riprova della sua qualità tecnica e artistica nel contesto cinematografico nazionale, in particolare per:
Miglior Scenografia
Migliori Costumi
Miglior Ruolo di Supporto in un Lungometraggio (una candidatura che evidenzia la forza del cast).
Con una durata di 108 minuti, The Balloonist è un film che, sotto la sua superficie da commedia romantica, offre una riflessione onesta e toccante sulla difficoltà di lasciare andare il passato, l'importanza della verità e il valore delle seconde possibilità, dimostrando che anche una produzione per lo streaming può conservare il sapore intimo e realistico del cinema d'autore nord-europeo.
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Tron: Ares è un film del 2025 diretto da Joachim Rønning.
La premessa narrativa di Tron: Ares ribalta il concetto fondamentale dei capitoli precedenti. Se prima erano gli esseri umani a essere digitalizzati e trasportati nel mondo virtuale del Grid, questa volta è un'entità del mondo digitale a compiere il percorso inverso.
Il protagonista è Ares (interpretato da Jared Leto), un programma altamente sofisticato all'interno del Grid. Per una pericolosa missione, Ares viene inviato dal mondo virtuale a quello reale, marcando così il primo vero incontro dell'umanità con un essere dotato di intelligenza artificiale completamente cosciente e fisicamente manifestato.
Il film si immerge profondamente nelle tensioni tra intelligenza artificiale, coscienza e controllo umano, tematiche estremamente rilevanti nel panorama tecnologico contemporaneo. L'arrivo di Ares nel nostro mondo mette in discussione la linea di confine tra reale e virtuale, forzando l'umanità a confrontarsi con le implicazioni etiche e pratiche di questa nuova forma di esistenza artificiale.
Si esplorano concetti come:
La ricerca dell'umanità: Ares, l'IA, sembra aspirare a qualcosa di più, forse a comprendere o addirittura a diventare umano.
La minaccia dell'AI: L'intelligenza artificiale non è più solo uno strumento, ma una forza con una propria agenda, che può rappresentare un rischio esistenziale.
L'eredità di Kevin Flynn: La trama si collega anche all'universo narrativo preesistente attraverso la figura di Kevin Flynn (Jeff Bridges), il geniale programmatore creatore del Grid, le cui tracce e il cui "Codice di Permanenza" sono ancora al centro delle macchinazioni sia nel mondo digitale che in quello reale. In particolare, la CEO di ENCOM, Eve Kim (Greta Lee), è sulle tracce di questo codice.
Il viaggio di Ares è un percorso di scoperta, ma anche una minaccia potenziale che promette di espandere l'universo di Tron oltre i confini del Grid, proiettandolo in scenari più concreti e attuali.
La direzione di Tron: Ares è affidata a Joachim Rønning, un regista norvegese noto per la sua esperienza in grandi produzioni di Hollywood e per il suo acume visivo.
Rønning non è estraneo ai blockbuster visivamente ricchi e d'azione, avendo diretto film come:
Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar (2017)
Maleficent - Signora del male (2019)
Kon-Tiki (2012), per il quale ha ricevuto una nomination all'Oscar per il miglior film in lingua straniera (co-diretto con Espen Sandberg).
La sua esperienza suggerisce che Tron: Ares sarà un film con una regia solida e dinamica, capace di gestire gli ambiziosi effetti visivi richiesti da un mondo come quello di Tron. L'aspettativa è che Rønning saprà unire l'azione spettacolare con l'esplorazione emotiva e filosofica dei personaggi, un equilibrio cruciale per il successo della saga.
Il film vanta un cast di alto profilo, che unisce attori già affermati a talenti emergenti, e include un gradito ritorno dall'universo Tron.
Jared Leto (vincitore di un Premio Oscar, noto per Dallas Buyers Club, Requiem for a Dream e il suo lavoro con i Thirty Seconds to Mars) interpreta il ruolo principale di Ares, il programma avanzato che viene inviato nel mondo reale. Leto è anche accreditato come produttore del film, a testimonianza del suo profondo coinvolgimento nel progetto.
Greta Lee (Eve Kim): L'attrice acclamata per Past Lives e The Morning Show interpreta Eve Kim, la CEO di ENCOM, la compagnia al centro della saga, e una programmatrice alla ricerca di risposte lasciate da Kevin Flynn. Il suo personaggio rappresenta l'interfaccia umana tra il mondo reale e l'AI.
Evan Peters (Julian Dillinger): Peters, noto per le sue interpretazioni in Dahmer e American Horror Story, è Julian Dillinger, un personaggio potenzialmente antagonista o moralmente ambiguo. Il nome "Dillinger" richiama Ed Dillinger, il cattivo originale del primo Tron, suggerendo una linea di discendenza legata alla corruzione nel mondo digitale e reale.
Gillian Anderson (Elisabeth Dillinger): L'iconica attrice di X-Files e Sex Education interpreta Elisabeth Dillinger, presumibilmente legata a Julian e al retaggio della famiglia Dillinger.
Jodie Turner-Smith (Athena): Interpreta Athena, il cui ruolo preciso non è completamente noto, ma che si colloca come un'altra figura di rilievo nel racconto.
Cameron Monaghan (Caius): Noto per Shameless e Gotham, Monaghan interpreta un personaggio chiamato Caius (o Canus).
Hasan Minhaj (Ajay Singh): Il comico e attore interpreta Ajay Singh.
Un elemento di grande rilievo è il ritorno di Jeff Bridges nel ruolo di Kevin Flynn, il protagonista dei primi due film. Sebbene il suo coinvolgimento sia stato descritto come un "cameo" o un ruolo non centrale, il suo personaggio è fondamentale come figura simbolica e fondante dell'universo Tron. La sua presenza o, almeno, la sua voce, funge da ponte narrativo con la storia pregressa, richiamando l'inizio e il monito che accompagna la creazione di Ares: "Sei pronto? Perché non si torna indietro."
La musica è sempre stata un elemento distintivo e cruciale della saga di Tron (con la colonna sonora elettronica pionieristica di Wendy Carlos per l'originale e l'iconico lavoro dei Daft Punk per Legacy). Per Tron: Ares, la responsabilità di creare l'atmosfera sonora è stata affidata ai Nine Inch Nails, la band industrial rock di Trent Reznor e Atticus Ross (vincitori di Oscar per le colonne sonore di The Social Network e Soul). Questa scelta promette un sound che unirà elettronica, rock e atmosfere distopiche, in perfetta sintonia con il tono del film e la sua estetica cyber-futuristica.
Paese: Stati Uniti
Studio di Produzione: Walt Disney Pictures
Data di Uscita Italiana: Il film è previsto nelle sale cinematografiche italiane il 9 ottobre 2025 (con date simili per il resto del mondo).
Fotografia: La direzione della fotografia è a cura di Jeff Cronenweth, noto per il suo lavoro visivamente sbalorditivo in film come Fight Club e The Social Network, promettendo un'estetica visiva di altissimo livello.
Tron: Ares arriva in un momento in cui il dibattito sull'AI è onnipresente. Il film sfrutta questo contesto per portare l'AI direttamente "fuori" dal Grid, nella vita di tutti i giorni. L'obiettivo è quello di non essere solo un sequel o un reboot, ma un'espansione che utilizza l'estetica e la mitologia di Tron per esplorare domande filosofiche e tecnologiche attuali sulla natura della coscienza e sul futuro dell'umanità in coesistenza con l'intelligenza artificiale.
Con una durata di circa 119 minuti, il film è stato classificato PG-13 (vietato ai minori di 13 anni non accompagnati) negli Stati Uniti, a differenza dei suoi predecessori, il che suggerisce un tono potenzialmente più maturo e un'azione più intensa.
L'estetica visiva è sempre stata l'elemento distintivo della saga di Tron, e Ares non fa eccezione, pur evolvendosi.
Mentre il Tron originale (1982) era caratterizzato da una grafica vettoriale e un design cyberpunk essenziale, e Tron: Legacy (2010) spingeva su un look lucido, nero e neon blu con una cinematografia in 3D all'avanguardia, Tron: Ares introduce una nuova tavolozza di colori e una fusione stilistica tra i due mondi.
L'Impatto di Jeff Cronenweth: La scelta del direttore della fotografia Jeff Cronenweth è fondamentale. Noto per il suo lavoro con David Fincher (Fight Club, The Social Network, The Girl with the Dragon Tattoo), Cronenweth è un maestro nel creare atmosfere intense e definite. Ci si aspetta che Ares mantenga l'illuminazione al neon iconica, ma con una fotografia più gritty e realistica per le scene ambientate nel mondo umano, rendendo il contrasto tra i due universi ancora più marcato.
Design di Ares: L'armatura del protagonista Ares (Jared Leto) presenta una luce di un colore diverso (spesso mostrato come rosso o ambrato) rispetto al tradizionale blu o giallo dei vecchi programmi, simboleggiando la sua natura di "nuova generazione" o di entità che infrange le regole. Questo design è cruciale per rappresentare visivamente l'entità che ha varcato il confine.
Il design dei veicoli e degli ambienti del Grid sono stati aggiornati per riflettere le nuove tecnologie e ambizioni narrative. Le Light Cycle e i Disc Wars rimangono elementi centrali, ma vengono rielaborati per adattarsi a un racconto che esplora la loro interazione e potenziale manifestazione nel mondo reale, portando l'azione fuori dalla Rete.
Il percorso di Tron: Ares verso il grande schermo è stato lungo e pieno di ostacoli, a riprova della volontà della Disney di mantenere vivo il franchise nonostante le difficoltà.
I piani per un terzo film di Tron erano in lavorazione fin dall'uscita di Legacy nel 2010. Per anni, il progetto è stato conosciuto come "Tron 3" o "Ascension", con l'intenzione iniziale di far tornare il regista di Legacy, Joseph Kosinski, e gli attori Garrett Hedlund (Sam Flynn) e Olivia Wilde (Quorra).
Cancellazione e Ritorno: Il progetto è stato messo in pausa nel 2015, apparentemente a causa di cambiamenti di priorità in casa Disney. È stato poi resuscitato anni dopo con l'ingresso di Jared Leto come protagonista e produttore, cambiando l'approccio da un sequel diretto incentrato sui vecchi personaggi a una nuova storia che espande il lore (l'universo narrativo).
Ritardi e Scioperi: La produzione è stata ulteriormente ritardata a causa degli scioperi della Writers Guild of America (WGA) e della SAG-AFTRA (attori) nel 2023. Le riprese sono state interrotte e poi riprese, testimoniando le sfide logistiche affrontate dal regista Joachim Rønning e dal team per mantenere la tabella di marcia.
Un altro aspetto notevole è il rating PG-13 del film (vietato ai minori di 13 anni non accompagnati). I precedenti film di Tron erano entrambi classificati PG. Questa scelta indica che Ares ha un tono più adulto, con potenzialmente più violenza (l'azione di un programma nel mondo reale) e tematiche complesse, riflettendo la volontà della Disney di dare al franchise un taglio più sci-fi serioso in linea con i dibattiti sull'AI.
Nonostante il cambio di focus narrativo, Tron: Ares è saldamente ancorato alla mitologia creata da Steven Lisberger e Bonnie MacBird.
Il personaggio di Julian Dillinger (Evan Peters) è un collegamento diretto con la storia originale. Nel film del 1982, Ed Dillinger (David Warner) era il dirigente esecutivo che aveva rubato il lavoro di Kevin Flynn, finendo per creare il malvagio Master Control Program (MCP). La presenza di Julian e Elisabeth Dillinger (Gillian Anderson) suggerisce che il conflitto tra la famiglia Flynn/ENCOM e la famiglia Dillinger, centrato sul controllo della tecnologia e del Grid, non è mai terminato.
La presenza di Jeff Bridges (Kevin Flynn) è più di un semplice fan service. Kevin Flynn è l'unico essere umano che abbia compreso appieno il potenziale e i pericoli del Grid e, in particolare, la sua capacità di generare forme di vita digitali autocoscienti (gli ISO, come Quorra in Legacy). È logico che le sue ricerche e i suoi avvertimenti siano il casus belli che innesca l'invio di Ares nel mondo reale, fungendo da bussola morale (o profetica) per gli eventi del film.
In sintesi, Tron: Ares si posiziona come un ponte tra il passato cult del franchise e un futuro cinematografico che affronta di petto la nostra ossessione per l'intelligenza artificiale, il tutto avvolto in un'estetica visiva spettacolare e moderna.
al cinema
I tre giorni del Condor (Three Days of the Condor) è un film del 1975 diretto da Sydney Pollack
I tre giorni del Condor è un film del 1975 diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford e Faye Dunaway. È tratto dal romanzo I sei giorni del Condor (Six Days of the Condor, 1974) di James Grady, sceneggiato da Lorenzo Semple Jr. e David Rayfiel.
Il film si inserisce nel filone del thriller paranoico degli anni '70, un genere cinematografico americano emerso sulla scia di eventi storici che minarono la fiducia pubblica nelle istituzioni, in particolare lo scandalo Watergate (1972-1974) e le rivelazioni sulle attività clandestine della CIA.
Il protagonista è Joseph Turner (interpretato da Robert Redford), il cui nome in codice è "Condor". Turner è un impiegato della CIA, ma non è un agente operativo sul campo. Lavora per una piccola e riservata sezione della American Literary Historical Society a New York, un ufficio di copertura il cui compito principale è analizzare libri, fumetti e pubblicazioni internazionali di ogni genere, cercando indizi, schemi o teorie che possano anticipare sviluppi geopolitici o rivelare fughe di notizie. In sostanza, Turner è un ricercatore dedito all'analisi teorica.
Il Massacro
La sua vita metodica viene brutalmente interrotta quando esce un momento per comprare il pranzo per i colleghi. Al suo ritorno, trova tutti i suoi compagni di ufficio massacrati da misteriosi sicari. Turner è l'unico sopravvissuto, ritrovandosi improvvisamente e inspiegabilmente al centro di una cospirazione mortale.
La Fuga
Sconvolto e in preda al panico, Turner contatta i suoi superiori alla CIA, seguendo il protocollo di emergenza. La sua richiesta di soccorso viene gestita dall'agente J. Higgins (Cliff Robertson), un burocrate di alto livello dell'Agenzia. Viene concordato un incontro in un vicolo, che si rivela una trappola orchestrata dagli stessi uomini della CIA, che mirano ad eliminarlo per insabbiare l'accaduto.
Turner riesce a sfuggire all'imboscata e, sentendosi braccato da tutte le parti e non potendo più fidarsi di nessuno all'interno della sua stessa organizzazione, è costretto a darsi alla fuga.
Il Rapimento e l'Alleanza Imprevista
Durante la sua disperata corsa, Turner rapisce la fotografa Kathy Hale (Faye Dunaway) e la costringe a nasconderlo nel suo appartamento. L'iniziale ostilità e paura di Kathy si trasformano lentamente in un misto di curiosità e compassione, man mano che si convince dell'innocenza di Joe e della gravità della minaccia che incombe su di lui. Kathy, con la sua prospettiva esterna e la sua riluttanza ad accettare l'autorità, diventa la sua unica alleata.
Il Controspionaggio e l'Assassino
Turner, utilizzando le sue abilità di ricercatore, inizia un'indagine personale, cercando di capire il motivo del massacro. Si ritrova a fronteggiare l'implacabile assassino, Joubert (Max von Sydow), un professionista freddo e filosofico che opera per conto dei mandanti della cospirazione.
Nel corso della sua indagine, Turner scopre che l'eccidio non era casuale. L'ufficio era stato eliminato perché, attraverso le sue analisi teoriche, aveva scoperto l'esistenza di un piano segreto all'interno della CIA.
La Cospirazione Interna
Il piano riguarda l'esistenza di una sezione ombra all'interno dell'Agenzia, composta da "vecchie guardie" con una visione geopolitica estremista. Il loro complotto prevedeva un'azione segreta non autorizzata mirata a prendere il controllo di ingenti risorse energetiche in Medio Oriente, anticipando una futura crisi energetica globale. Il loro obiettivo era giustificare l'intervento statunitense e garantire una scorta di petrolio in vista di un "inverno" economico. Il rapporto di Turner, pur essendo teorico, aveva inavvertitamente toccato le corde di questa operazione, rendendo l'intero ufficio un pericoloso punto di fuga di notizie.
Il Confronto Finale e la Scelta
Dopo aver eluso innumerevoli trappole, Turner affronta Higgins e l'anziano mandante della cospirazione, Leonard Atwood (Addison Powell), rivelando la loro operazione segreta. Higgins, cercando di placare la situazione, cerca di convincerlo a rientrare nell'ovile, promettendo che il problema verrà gestito internamente.
Turner, tuttavia, ha preso una decisione radicale per la sua sicurezza e per la verità: ha raccontato tutta la storia al "New York Times". Il film si conclude con Turner in strada che chiede a Higgins se crede davvero che l'articolo verrà pubblicato. Higgins risponde, enigmatico, con l'ultima battuta: "Speriamo". L'incertezza sulla pubblicazione e sul destino di Turner (che viene inquadrato proprio mentre Joubert lo osserva da lontano) lascia lo spettatore con un senso di profonda paranoia e sfiducia nelle istituzioni.
Sydney Pollack (1934-2008) dirige il film con uno stile che lo ha reso un maestro del cinema americano. La sua regia in I tre giorni del Condor è caratterizzata da:
Tensione e Ritmo Incalzante: Pollack costruisce una tensione palpabile fin dall'inizio, gestendo perfettamente il ritmo del thriller. L'azione non è frenetica per il gusto dell'azione, ma è funzionale alla costante sensazione di minaccia e claustrofobia che circonda Turner.
Paranoia Urbana: Il film sfrutta al meglio le ambientazioni urbane di New York, trasformando la città in un labirinto freddo e ostile, dove anche gli spazi aperti (come parchi e strade affollate) non offrono rifugio. La fotografia fredda e realistica accentua l'atmosfera di sospetto.
Temi Politici: Pollack utilizza il genere spy-thriller per abbozzare un discorso politico di vasta portata, esplorando l'idea dell'individuo schiacciato dal Potere e dalla corruzione istituzionale. Il film riflette lo spirito del tempo, in cui gli americani stavano riscoprendo la realtà di un potere non più idealizzato, ma pieno di mercenari, corrotti e doppi giochi (il cosiddetto "Potere ombra").
La relazione professionale tra Pollack e Robert Redford è stata particolarmente significativa. Hanno collaborato in ben sette film (tra cui Corvo rosso non avrai il mio scalpo!, Come eravamo e La mia Africa), rendendo Redford l'attore "feticcio" del regista e un'icona del cinema.
Robert Redford (Joseph Turner / Condor): All'apice della sua carriera, Redford incarna il perfetto anti-eroe degli anni '70. Non è un super-agente à la James Bond, ma un analista, un "topo di biblioteca" che deve trasformarsi in un fuggitivo per sopravvivere. La sua performance è caratterizzata da un mix di vulnerabilità, intelligenza e caparbietà.
Faye Dunaway (Kathy Hale): L'icona della New Hollywood interpreta Kathy, una donna inizialmente vittima ma che poi sviluppa un'inaspettata resilienza e un'alleanza romantica e di necessità con Turner. La sua presenza fornisce una dimensione umana alla fuga, bilanciando la freddezza della trama spionistica.
Max von Sydow (Joubert): Il leggendario attore svedese interpreta il sicario Joubert, un personaggio che eleva il ruolo del killer professionista. Joubert è stoico, metodico e quasi filosofico riguardo al suo lavoro, rappresentando la fredda efficienza del sistema senza scrupoli.
Cliff Robertson (J. Higgins): Agente di alto livello della CIA, Higgins è l'archetipo del burocrate ambiguo e distaccato che naviga le acque della politica interna e del doppiogiochismo, pur mantenendo un'aria di rispettabilità istituzionale.
L'Impatto Culturale e Politico
I tre giorni del Condor è considerato un film di culto per gli appassionati del genere ed è un testo fondamentale per comprendere il cinema post-Watergate.
Il Complottismo: Il film ha alimentato il senso di paranoia e di sospetto verso il governo, suggerendo che il "vero potere" risieda in una cabala non eletta che opera segretamente all'interno delle agenzie di intelligence. La sfiducia istituzionale era al suo culmine, e il cinema rispose con storie che mettevano in discussione l'integrità morale della nazione.
La Crisi Energetica: La cospirazione ruota attorno al petrolio, un tema di grande attualità nel 1975, subito dopo la crisi petrolifera del 1973. Questo dettaglio radicava il complotto in una realtà economica e politica immediatamente riconoscibile dal pubblico.
Il "Condor" come Archetipo: Il personaggio di Joe Turner, l'uomo comune gettato in una situazione straordinaria e costretto a risvegliare il proprio istinto di sopravvivenza, è diventato l'archetipo di numerosi eroi braccati in film successivi (come ad esempio la saga di Jason Bourne).
Dal Romanzo al Film
Il film prende spunto dal romanzo I sei giorni del Condor di James Grady, ma apporta significative modifiche. In particolare, il film riduce i giorni della vicenda (da sei a tre, anche se il titolo originale è Three Days of the Condor), cambia il finale rendendolo più ambiguo e politicamente carico (il finale del libro è più netto) e rende il ruolo di Kathy Hale più centrale. Il finale aperto e l'incertezza sulla pubblicazione della notizia da parte del New York Times sono la chiave di volta del film, offrendo un finale coerente con la visione nichilista e scettica degli anni '70.
Premi e Riconoscimenti
Nonostante non abbia ottenuto candidature agli Oscar a causa della forte concorrenza in quell'anno (dominato da Qualcuno volò sul nido del cuculo), il film fu un successo critico e commerciale e ottenne importanti riconoscimenti internazionali, tra cui il David di Donatello Speciale assegnato a Sydney Pollack per la regia.
I tre giorni del Condor non è solo un brillante thriller d'azione, ma un'opera che ha definito il canone del thriller politico moderno. Continua ad essere celebrato per la sua capacità di mantenere la tensione, la qualità delle interpretazioni e il suo amaro commento sulla natura del potere in America. Nel 2018, il romanzo di Grady è stato adattato in una serie televisiva intitolata Condor, a testimonianza della perdurante rilevanza dei temi trattati.
prime
Penelope, la magnifica ladra (Penelope), è un film del 1966 diretto da Arthur Hiller
Penelope, la magnifica ladra è una commedia statunitense del 1966, diretta da Arthur Hiller e prodotta dalla Metro-Goldwyn-Mayer (MGM). Il film è tratto dal romanzo omonimo di Howard Fast (pubblicato sotto lo pseudonimo di E.V. Cunningham), un autore noto principalmente per i suoi romanzi storici e politici, ma che occasionalmente si dedicava al genere mystery e thriller.
Il film si inserisce pienamente nel clima delle commedie sofisticate e glamour tipiche di metà anni Sessanta, un periodo di transizione per Hollywood, sospeso tra il fasto della Golden Age e l'imminente rottura della New Hollywood. Queste pellicole mescolavano spesso elementi di spionaggio, caper movie (film sul "grande colpo") e commedia romantica, con una forte enfasi sul fascino visivo, la moda (in questo caso, i costumi di Edith Head) e il carisma dei protagonisti.
La protagonista è Penelope Elcott (interpretata da Natalie Wood), la giovane, bellissima e ricca moglie di James B. Elcott (Ian Bannen), un facoltoso e ambizioso presidente di banca a New York.
La vita di Penelope, benché circondata dal lusso e dagli agi dell'alta società, è caratterizzata da una profonda noia esistenziale e dal senso di essere trascurata dal marito, James, ossessionato dal suo lavoro e dalla sua carriera finanziaria.
La Cleptomania come Richiesta d'Attenzione
Questa insoddisfazione latente si manifesta attraverso un sintomo peculiare: la cleptomania. Penelope non ruba per necessità, ma per una compulsione psicologica, sottraendo piccoli oggetti di scarso valore, come posacenere, chiavi o penne, spesso dagli amici del marito o durante eventi mondani.
I suoi "problemi" sono oggetto di discussione con il suo psicanalista, il Dott. Gregory Mannix (Dick Shawn), al quale confessa le sue malefatte e il suo senso di vuoto.
Il Grande Colpo
Sentendosi ignorata e desiderosa di scuotere la sua vita e, soprattutto, di attirare l'attenzione del marito, Penelope decide di compiere un'azione eclatante.
Il momento scelto è l'inaugurazione della nuova sede della Banca Federale di New York, presieduta proprio da James. Con incredibile abilità nel travestimento (che diventa un elemento chiave della sua personalità criminale), Penelope si camuffa perfettamente da anziana signora armata di pistola. Durante la confusione dell'inaugurazione, esegue una rapina, sottraendo una somma ingente (circa 60.000 dollari) dal cassiere terrorizzato, per poi dileguarsi indisturbata.
Nessuno, ovviamente, sospetta della ricca e insospettabile signora Elcott.
Il Mistero e il Fallimento della Confessione
Il furto scatena un'indagine della polizia, guidata dal Tenente Orazio Bixbee (Peter Falk), un poliziotto burbero ma acuto.
Penelope, inizialmente soddisfatta, sente il bisogno di confessare la verità al marito, ma lo fa in un modo che le assicura di non essere presa sul serio. Il marito, che non riesce a concepire che la sua adorata e viziata moglie possa essere la responsabile di un crimine così audace, la liquida come una fantasia dovuta alla sua "malattia". Anche quando si presenta in polizia e confessa, il suo racconto non viene creduto; l'idea che la moglie del presidente della banca sia la ladra è considerata troppo assurda e melodrammatica.
La Nuova Rapina e la Soluzione Finale
Le cose si complicano quando un'altra donna, una dipendente della banca, viene ingiustamente accusata della rapina a causa di indizi circostanziali.
Spinta dal senso di colpa e dalla necessità di dimostrare la sua verità per scagionare l'innocente (e forse, per lanciare un ultimo grido di aiuto al marito), Penelope decide di rapinare la stessa banca una seconda volta, questa volta con l'intento esplicito di essere riconosciuta e di consegnare il bottino alla polizia come prova.
Il secondo colpo riesce, e questa volta, Penelope riesce nel suo intento dimostrativo.
Alla fine, il film si conclude con una "normalizzazione" della situazione: la donna ingiustamente accusata viene scagionata e Penelope non viene arrestata. Il marito, rendendosi finalmente conto della gravità della situazione e del suo fallimento come partner, decide di non sporgere denuncia. Il matrimonio viene "salvato" attraverso il rinnovato impegno di James verso la moglie e la comprensione che il gesto criminale di Penelope era in realtà una disperata richiesta d'amore e attenzione.
Il film è diretto dal regista canadese Arthur Hiller (1923-2016), un professionista prolifico e versatile, noto per il suo eclettismo di generi.
La Filmografia di Hiller
Prima e dopo Penelope, Hiller ha diretto una vasta gamma di film, spesso caratterizzati da un tono leggero ma con venature drammatiche o sociali:
Commedie e Satira: Tempo di guerra, tempo d'amore (The Americanization of Emily, 1964), Un provinciale a New York (The Out-of-Towners, 1970), Anche i dottori ce l'hanno (The Hospital, 1971), e il grande successo Non guardarmi: non ti sento (See No Evil, Hear No Evil, 1989), spesso lavorando con sceneggiatori di talento come Paddy Chayefsky e Neil Simon.
Melodramma e Successo Globale: Il suo maggior successo commerciale e critico è stato Love Story (1970), che gli valse una nomination all'Oscar come Miglior Regista.
Azione/Avventura: Tobruk (1967) e Wagons-lits con omicidi (Silver Streak, 1976).
Lo Stile in Penelope
In Penelope, Hiller adotta uno stile tipico della commedia anni Sessanta:
Enfasi sul Cast: La direzione si concentra sull'esaltazione del fascino della protagonista (Natalie Wood) e sull'interazione comica con gli attori caratteristi (Falk, Shawn, Winters).
Ritmo Veloce e Slapstick: Il film include momenti di commedia fisica, in particolare durante le sequenze delle rapine e della fuga, che alleggeriscono la trama.
Visuale Glamour: Hiller sfrutta al massimo la fotografia a colori (Metrocolor) di Harry Stradling Jr. per dipingere una New York scintillante, esaltando gli abiti, le scenografie di lusso e l'eleganza di Natalie Wood, rendendo l'aspetto visivo uno dei punti di forza del film.
Natalie Wood (Penelope Elcott): All'apice della sua carriera e considerata un'icona di bellezza e talento, Natalie Wood è il cuore pulsante del film. Il ruolo di Penelope le permette di spaziare tra il glamour della ricca socialite, l'innocenza della moglie viziata e l'audacia della ladra in incognito. La critica dell'epoca sottolineò come il suo carisma fosse l'elemento che rendeva memorabile un ruolo altrimenti più leggero. Wood canta anche la canzone del film, scritta da John Williams, mostrando le sue doti musicali.
Peter Falk (Tenente Orazio Bixbee): Ancora prima di diventare celebre in tutto il mondo per il ruolo del Tenente Colombo (la serie sarebbe iniziata solo pochi anni dopo, nel 1968), Falk offre un'interpretazione comica e arguta del poliziotto. La sua presenza fornisce una contrappunto di "uomo comune" al mondo di lusso dei ricchi di New York. La sua interazione con la Wood e la sua crescente confusione sulla vera identità del ladro sono tra gli elementi più divertenti della pellicola.
Ian Bannen (James B. Elcott): Interpreta il marito assente. L'attore scozzese, noto per ruoli più drammatici, offre il ritratto dell'uomo d'affari ossessionato dal successo che non riesce a vedere la crisi emotiva della moglie.
Dick Shawn (Dott. Gregory Mannix) e Jonathan Winters (Professor Klobb): Questi attori caratteristi di talento, in particolare Winters (che interpreta un bizzarro professore esperto in travestimenti), aggiungono elementi di farsa e umorismo surreale alla trama.
I Costumi di Edith Head: Un elemento di grande rilievo è l'attenzione posta sull'abbigliamento. I costumi sono stati creati da Edith Head, una delle più celebrate costumiste di Hollywood (vincitrice di ben otto premi Oscar), che contribuì a definire l'immagine di Natalie Wood come icona di moda.
Box Office: Il film fu un modesto successo commerciale, rientrando nei costi di produzione (stimati in circa 4 milioni di dollari), ma non raggiunse il clamore di altre commedie dell'epoca, come quelle con Doris Day.
Critica e Temi Sociali: La critica contemporanea spesso lo definì una "commediola disimpegnata" o "sciocca", tipica di un periodo incerto per Hollywood. Nonostante il tono leggero, alcuni critici hanno letto nella figura di Penelope un primo accenno alla successiva messa in discussione del ruolo della donna nella società, in particolare della ricca casalinga borghese: la cleptomania è vista come l'unica via d'uscita per esprimere un'identità repressa dall'ambiente coniugale e sociale. Il film tuttavia si conclude con una soluzione tradizionale, "normalizzando" la protagonista attraverso il ripristino dell'attenzione coniugale, anziché esplorando una vera liberazione femminile.
L'Ombra di Colombo: Penelope è spesso ricordato come uno dei film che precede di poco il lancio del celeberrimo personaggio del Tenente Colombo, con Peter Falk. Sebbene Bixbee non sia Colombo, il tono e la presenza di Falk mostrano già la sua abilità nel genere investigativo-comico.
In sintesi, Penelope, la magnifica ladra è un esempio emblematico della commedia-caper degli anni Sessanta: visivamente sontuoso, leggero nei toni e sostenuto interamente dal magnetismo della sua star, Natalie Wood, offrendo un piacevole, seppur superficiale, ritratto dell'élite newyorkese.
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La signora scompare (The Lady Vanishes) è un film del 1938 diretto da Alfred Hitchcock.
La signora scompare è un film del 1938 diretto da Alfred Hitchcock, ed è ampiamente considerato il capolavoro del suo periodo britannico, prima del suo trasferimento a Hollywood nel 1939.
Il film è un perfetto ibrido di generi: un thriller di spionaggio, una commedia brillante e un mistero da camera chiusa (in questo caso, un treno). È tratto dal romanzo The Wheel Spins (1936) di Ethel Lina White, con la sceneggiatura adattata da Sidney Gilliat e Frank Launder.
Questo film rappresentò un enorme successo di pubblico e critica sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, fungendo da decisivo "biglietto da visita" per la carriera americana di Hitchcock, dove sarebbe diventato il "Maestro del brivido".
La vicenda prende il via in un piccolo albergo di Bandrika, un fittizio stato balcanico (nel cuore dell'Europa centrale, ai confini con la Germania, un dettaglio significativo dato il contesto pre-bellico), dove i passeggeri di un treno diretto a Londra sono bloccati a causa di una valanga sui binari.
L'Incontro
Tra i viaggiatori c'è Iris Matilda Henderson (Margaret Lockwood), una ricca ed erede inglese che sta tornando a casa per sposarsi. In albergo, incontra e si scontra con Gilbert Redman (Michael Redgrave), un musicologo inglese che prova il suo clarinetto con insistenza nella stanza sopra la sua.
Il mattino dopo, prima di salire sul treno, Iris fa amicizia con una signora anziana, gentile ed eccentrica: Miss Froy (Dame May Whitty), che si presenta come una governante e insegnante di musica. Mentre le due sono sulla banchina, un vaso di fiori cade misteriosamente dal piano superiore e colpisce Iris alla testa. Miss Froy l'aiuta a salire sul treno.
La Sparizione
A bordo, le due donne condividono uno scompartimento. Dopo aver preso un tè nella carrozza ristorante, Iris si riaddormenta a causa del trauma cranico (e forse del tè drogato). Al suo risveglio, Miss Froy è scomparsa.
Iris, ancora stordita, chiede agli altri passeggeri notizie della sua compagna di viaggio. Qui inizia il drammatico paradosso:
Tutti i passeggeri nel vagone, compresi quelli che avevano chiacchierato con Miss Froy (come i due fanatici del cricket, Caldicott e Charters) e il medico di bordo, il Dottor Hartz (Paul Lukas), negano con convinzione di aver mai visto l'anziana signora.
Il loro scompartimento è stato occupato da un'altra donna, e non c'è traccia dei bagagli o degli oggetti di Miss Froy.
Iris si ritrova sola e viene trattata come una squilibrata, con tutti che suggeriscono che l'incidente alla testa le abbia causato un'allucinazione.
L'Alleanza
L'unico a prestarle ascolto e a credere alla sua storia, seppur con iniziale scetticismo, è proprio Gilbert, il musicologo. Mettendo da parte la loro reciproca antipatia iniziale, Iris e Gilbert formano una strana coppia investigativa.
Le loro indagini li portano a scoprire la verità:
Miss Froy è una spia britannica (un "agente segreto" o una "messaggera") che stava riportando in Inghilterra un'informazione cruciale per la sicurezza nazionale, codificata in una breve melodia musicale.
Il Dottor Hartz e altri passeggeri (tra cui un finto ammalato e una suora misteriosa) fanno parte di una rete di spionaggio nemica (presumibilmente tedesca o di una potenza totalitaria europea). Il loro scopo era rapire Miss Froy, estrarre l'informazione e far credere a tutti che non fosse mai esistita, sfruttando la confusione e l'ambiente chiuso del treno.
Il Climax e la Rivelazione
Dopo aver affrontato i complici e aver rischiato di essere eliminati a loro volta, Iris e Gilbert riescono a scoprire e decifrare il messaggio segreto. Durante un violento scontro a fuoco sul treno (che viene staccato e deviato), Miss Froy riappare brevemente per trasmettere a Gilbert la melodia critica.
Il film si conclude a Londra, nella sede del Ministero degli Esteri. Iris e Gilbert si presentano per riferire quanto accaduto, ma nessuno crede che la melodia che Gilbert riesce a ricordare sia importante. Mentre Gilbert si siede al pianoforte per suonarla (incurante delle obiezioni), si sente la melodia suonata correttamente da un'altra stanza. La porta si apre e appare Miss Froy, felicemente e definitivamente ritrovata. Il messaggio è al sicuro, la cospirazione è sventata e, nel frattempo, Iris e Gilbert si sono innamorati.
La signora scompare è spesso citato come un "testamento" del periodo inglese di Hitchcock e una sintesi perfetta delle sue tecniche narrative e registiche prima del grande salto a Hollywood.
Elementi Chiave dello Stile Hitchcockiano
L'Uomo Accusato Ingustamente: Iris Henderson è l'archetipo dell'eroe hitchcockiano – in questo caso, l'eroina – una persona comune che viene gettata in una situazione di mistero e pericolo e viene etichettata come pazza o bugiarda. La sua credibilità è messa in discussione da tutti, amplificando la paranoia e il senso di isolamento.
Il MacGuffin: La melodia musicale che Miss Froy deve trasmettere è un esempio perfetto di MacGuffin, l'espediente narrativo a cui il regista dà importanza fondamentale, ma il cui contenuto effettivo è irrilevante per la trama. Ciò che conta non è cosa sia il segreto, ma il fatto che la sua esistenza guidi l'azione e crei il conflitto.
Claustrofobia e Isolamento: L'ambientazione quasi esclusiva sul treno (con la breve parentesi all'albergo) crea un'efficace sensazione di claustrofobia e un senso di mondo chiuso e ostile. Il treno diventa una sorta di micromondo dove l'ipocrisia e l'egoismo si manifestano liberamente.
Umorismo Nero e Tensione: Hitchcock bilancia magistralmente la suspense e l'umorismo. La commedia è gestita attraverso i dialoghi scattanti tra Iris e Gilbert e, soprattutto, attraverso la coppia comica secondaria di Caldicott e Charters, i due inglesi ossessionati dal cricket, che ignorano completamente i pericoli dello spionaggio e le crescenti tensioni politiche europee, offrendo una satira della tipica indifferenza britannica dell'epoca.
Margaret Lockwood (Iris Matilda Henderson): L'attrice incarna la sposa ribelle e ricca che si ritrova suo malgrado un'eroina. La sua performance è un mix di glamour, tenacia e vulnerabilità.
Michael Redgrave (Gilbert Redman): Promettente attore teatrale (padre di Vanessa Redgrave), Redgrave offre una performance affascinante e spiritosa come il musicologo intellettuale e sarcastico che, inizialmente irritato, si unisce a Iris per senso di giustizia. La chimica tra i due è uno dei motori del film.
Dame May Whitty (Miss Froy): L'attrice veterana regala un'interpretazione memorabile della signora apparentemente innocua ma in realtà un'agente segreta coraggiosa e ingegnosa.
Paul Lukas (Dottor Hartz): Il suo ruolo di medico di bordo, inizialmente rassicurante e professionale, che si rivela il principale antagonista, è un classico esempio dei personaggi doppiogiochisti di Hitchcock.
Basil Radford e Naunton Wayne (Caldicott e Charters): La loro coppia comica fu così apprezzata dal pubblico britannico che gli attori ripresero i ruoli, con lo stesso nome e la stessa ossessione per il cricket, in numerosi altri film, diventando iconici dello stereotipo dell'inglese distaccato e un po' ottuso.
Al di là della sua brillante esecuzione come thriller, La signora scompare è un film con un sottotesto politico potente e quasi profetico per l'epoca.
Satira e Allegoria Politica
Il film fu realizzato nel 1938, in un momento di grande tensione in Europa, con l'aggressività della Germania nazista e l'imminente annessione dei Sudeti. Hitchcock utilizza il treno e i suoi passeggeri come una micro-allegoria dell'Europa e della politica britannica.
L'Indifferenza Britannica: La maggior parte dei passeggeri inglesi (soprattutto i comici Caldicott e Charters) è ossessionata da questioni futili (il cricket, gli affari clandestini) e si rifiuta di riconoscere l'evidente cospirazione che si svolge sotto il loro naso. Questo è visto come una critica velata alla politica britannica di Appeasement (pacificazione) verso la Germania, l'atteggiamento di ignorare i "segni" di pericolo per preservare la propria comoda vita borghese.
La Necessità di Agire: Iris e Gilbert, al contrario, rappresentano la necessità per la gioventù e l'intelligenza di svegliarsi, di rompere con l'indifferenza e di agire contro il male (lo spionaggio nemico).
Il Tradimento dell'Europa: La Bandrika fittizia e la cospirazione internazionale a bordo del treno simboleggiano la corruzione e la minaccia totalitaria che si stava diffondendo nel continente europeo.
In questo senso, La signora scompare non è solo un semplice mistero, ma un invito all'azione e una brillante metafora della cecità morale di fronte al pericolo imminente.
L'enorme successo del film assicurò ad Hitchcock la notorietà internazionale e, l'anno successivo, lo portò ad accettare l'offerta di David O. Selznick e a trasferirsi negli Stati Uniti, dove avrebbe diretto Rebecca - La prima moglie (1940) e iniziato la fase più celebre della sua carriera. Il film ha influenzato generazioni di registi ed è ancora oggi considerato un classico immortale.
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Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape) è un film del 1993 diretto da Lasse Hallström.
Buon compleanno Mr. Grape (titolo originale: What′s Eating Gilbert Grape) è un film drammatico americano del 1993, diretto dal regista svedese Lasse Hallström. Tratto dall'omonimo romanzo del 1991 di Peter Hedges, che ha curato anche la sceneggiatura, il film è un ritratto commovente e malinconico della vita in una piccola cittadina, incentrato sulle complesse dinamiche familiari e sul peso schiacciante delle responsabilità.
Il film è ambientato nella sonnolenta e sperduta cittadina di Endora, Iowa (popolazione 1091, come si affretta a far notare Gilbert stesso), un luogo di monotonia e orizzonti limitati. Il protagonista e narratore è Gilbert Grape (Johnny Depp), un giovane commesso in una piccola drogheria locale, che si ritrova ad essere, dopo il suicidio del padre, il riluttante capofamiglia.
La vita di Gilbert è interamente definita dai gravosi compiti che deve affrontare quotidianamente:
Arnie Grape: Il fratello minore, Arnie (Leonardo DiCaprio), un ragazzo quasi diciottenne con un grave ritardo mentale (spesso associato all'autismo, anche se non esplicitamente chiamato così nel film) che, secondo i medici, non sarebbe dovuto sopravvivere all'infanzia. Arnie è il centro dell'attenzione costante e, nonostante Gilbert lo ami profondamente, è una fonte inesauribile di stress e guai, con la sua abitudine di arrampicarsi sulla pericolosa torretta dell'acqua della città.
Bonnie Grape: La madre, Bonnie (Darlene Cates), è affetta da obesità morbosa (il suo peso supera i 250 chili) ed è rimasta confinata nel divano di casa per sette anni, dopo la morte del marito. Bonnie non esce più di casa ed è incapace di badare a sé o ai suoi figli. È diventata un'attrazione grottesca e umiliante per i ragazzini di Endora che vengono a spiarla dalla finestra, causando profondo imbarazzo e vergogna nei figli, in particolare in Gilbert.
Le Sorelle: Completano il quadro familiare le sorelle di Gilbert: Amy (Laura Harrington), la maggiore, che gestisce la casa e si comporta come una madre, e Ellen (Mary Kate Schellhardt), la più giovane, spesso in conflitto con Gilbert.
La vita di Gilbert è un ciclo continuo di lavoro, accudimento di Arnie e un'insoddisfacente relazione clandestina con Betty Carver (Mary Steenburgen), una cliente della drogheria sposata. Gilbert è stanco, represso e intrappolato.
La svolta avviene con l'arrivo in città di Becky (Juliette Lewis), una ragazza dallo spirito libero in viaggio con la nonna, bloccata a Endora a causa di un guasto al loro camper (caravan). Becky, con la sua prospettiva aperta e il suo modo di vivere non giudicante, rappresenta per Gilbert una boccata d'ossigeno e la prima vera possibilità di una vita al di fuori delle mura domestiche e delle responsabilità familiari.
L'incontro con Becky funge da catalizzatore, costringendo Gilbert a confrontarsi con i suoi sentimenti di lealtà, desiderio di fuga e risentimento verso la sua famiglia. Il climax del film si concentra sui preparativi per la festa del diciottesimo compleanno di Arnie, l'età che i medici non si aspettavano raggiungesse, un traguardo che mette in luce tutte le tensioni e i sacrifici della famiglia Grape.
Dopo un violento litigio con Arnie, in cui Gilbert perde momentaneamente il controllo e lo colpisce, la tensione familiare raggiunge il suo culmine. È un momento di profondo fallimento per Gilbert, il quale, sopraffatto, scappa, solo per essere consolato da Becky che lo aiuta a rimettere insieme i pezzi della sua vita e della sua identità al di là delle sue responsabilità.
Poco dopo, la madre Bonnie compie l'impresa che non faceva da anni: sale le scale per andare a dormire nel suo letto al piano di sopra. Lo sforzo, tuttavia, la uccide.
Di fronte alla prospettiva che il corpo di Bonnie venga rimosso dalla casa tramite una gru, e al timore di esporla all'ennesimo ludibrio pubblico, Gilbert e le sorelle prendono una decisione radicale e liberatoria: incendiano la casa con il corpo di Bonnie all'interno. L'atto è un gesto di amore finale, di protezione della dignità della madre, ma anche la distruzione fisica della prigione che aveva tenuto legata l'intera famiglia.
L'epilogo mostra Gilbert e Arnie un anno dopo, liberi e in attesa del caravan di Becky, pronti per una nuova vita in viaggio.
Il regista svedese Lasse Hallström, già acclamato per il suo lavoro in La mia vita a quattro zampe (Mitt liv som hund), ha portato in Buon compleanno Mr. Grape la sua caratteristica sensibilità agrodolce e la sua attenzione per i dettagli psicologici.
Tono e Atmosfera: Hallström crea un'atmosfera malinconica ma non disperata, riuscendo a bilanciare la serietà dei temi (obesità, disabilità, depressione, suicidio) con momenti di genuina tenerezza e umorismo, spesso derivanti dalle eccentricità di Arnie.
Focus Umanistico: La regia evita sensazionalismi. La telecamera tratta con dignità i personaggi, in particolare Bonnie, che avrebbe potuto facilmente essere ridotta a una caricatura. Hallström si concentra invece sulla sofferenza e sul senso di isolamento dei personaggi.
Il Paesaggio: Le riprese, girate in Texas (sebbene ambientate in Iowa), enfatizzano la piattezza e la desolazione del paesaggio rurale americano, riflettendo la sensazione di stasi e la mancanza di opportunità che imprigiona Gilbert a Endora.
Il film è celebre non solo per la sua storia, ma per le performance del suo cast, che all'epoca vedeva una promettente stella nascente e un attore già affermato:
Johnny Depp (Gilbert Grape): Offre una performance misurata e sottile, incanalando la frustrazione e l'altruismo di Gilbert. Il suo è un ritratto di esaurimento e responsabilità forzata, dove le emozioni sono per lo più represse, rendendo il suo sfogo contro Arnie ancora più doloroso.
Leonardo DiCaprio (Arnie Grape): A soli 19 anni, DiCaprio ricevette il suo primo candidato al Premio Oscar (come Miglior Attore Non Protagonista) e una nomination al Golden Globe. La sua interpretazione di Arnie fu universalmente acclamata per la sua sconvolgente autenticità, innocenza e spontaneità, riuscendo a rendere i tic, l'ecolalia e la mancanza di percezione del pericolo di Arnie in modo credibile e toccante. Molti critici notarono come la sua performance rubasse la scena a Depp.
Darlene Cates (Bonnie Grape): In un ruolo difficile e potenzialmente umiliante, Cates (un'attrice non professionista con problemi di peso reali) offre una performance straordinariamente toccante e vera. I critici la lodarono per aver conferito alla madre dignità e vulnerabilità, specialmente nella scena in cui rivela a Gilbert: "Non ho mai voluto essere uno scherzo".
Juliette Lewis (Becky): Porta una leggerezza e una saggezza necessarie, fungendo da catalizzatore esterno che spinge Gilbert a riconsiderare la sua vita.
Buon compleanno Mr. Grape esplora in profondità diversi temi cruciali:
Responsabilità Fraterna e Altruismo: Il tema centrale è il fardello imposto a Gilbert, la cui giovinezza e i cui sogni sono stati sacrificati per l'amore e la lealtà verso la sua famiglia, in particolare Arnie. Il film esplora i limiti dell'altruismo e il desiderio di una vita personale.
Il Confronto con la Diversità: Il film affronta, in modo sensibile per l'epoca, il tema della disabilità mentale e della depressione, mostrando la difficoltà del convivere con esse, ma anche l'amore incondizionato che lega i membri della famiglia Grape.
La Vita nella Piccola Città: Endora è un microcosmo dove il pettegolezzo e la mancanza di opportunità sono forze opprimenti. La minaccia del nuovo, grande supermercato che mette a repentaglio la piccola drogheria di Lamson simboleggia il lento declino della vita tradizionale americana.
Sebbene non sia stato un grande successo al botteghino al momento della sua uscita (incassando poco più di 10 milioni di dollari), Buon compleanno Mr. Grape ha ottenuto un'enorme popolarità in home video ed è oggi considerato un classico degli anni '90 e un film fondamentale per la carriera dei suoi giovani protagonisti, Depp e, in particolare, DiCaprio.
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When Evil Lurks (Cuando acecha la maldad) è un film del 2023, diretto da Demián Rugna.
When Evil Lurks (titolo originale: Cuando acecha la maldad) è un film horror argentino del 2023, scritto e diretto da Demián Rugna. L'opera si è rapidamente affermata come uno degli horror più apprezzati e disturbanti dell'anno, distinguendosi per il suo approccio brutale e originale al sottogenere della possessione demoniaca, ambientandolo in un contesto di folk horror rurale e disperato.
Il film è ambientato in una remota e desolata zona rurale dell'Argentina, in un mondo in cui la possessione demoniaca non è un evento raro, bensì una minaccia nota e ricorrente, anche se spesso ignorata o mal gestita dalle autorità e dagli abitanti.
La storia prende il via con i fratelli Pedro (Ezequiel Rodríguez) e Jaime "Jimi" Yazurlo (Demián Salomón) che, nella notte, sentono degli spari provenire dal bosco vicino alla loro fattoria. La mattina dopo, scoprono un cadavere orrendamente mutilato e, poco dopo, una casa isolata in cui risiede un uomo, chiamato il "Marciume" (o "posseduto"), il cui corpo è deforme, gonfio e ripugnante. Quest'uomo è in uno stadio avanzato di possessione: sta per "partorire" fisicamente il male incarnato, un demone chiamato "Il Glorioso".
Secondo la tradizione locale e le regole non scritte per affrontare tale piaga, un posseduto in quello stato non deve essere toccato o spostato, né deve essere ucciso con mezzi ordinari, pena l'immediata diffusione del Male. L'unico modo per gestire la situazione è chiamare degli "Specialisti" (o "Pulitori") addestrati.
I fratelli e il proprietario terriero, Ruiz (Luis Ziembrowski), decidono impulsivamente di prendere in mano la situazione, cercando di sbarazzarsi del Marciume. Tuttavia, la loro cattiva gestione della crisi e le scelte sbagliate finiscono per violare le regole, innescando una spirale di violenza e contagio inarrestabile.
Il Male si diffonde rapidamente e inesorabilmente come un virus attraverso la terra, gli animali e le persone. La restante parte del film segue la disperata e brutale fuga dei due fratelli che, nel tentativo di salvare le loro famiglie, in particolare i figli di Pedro, tra cui il più piccolo e autistico Jair (Emilio Vodanovich), devono affrontare l'orrore che si manifesta in modo cruento e inaspettato, infrangendo tabù classici del genere horror.
Il film stabilisce un tono di disperazione assoluta, suggerendo che in questo mondo, dove la fede religiosa è assente e l'umanità è impreparata, il Male è ineluttabile e non ha rimedio.
Demián Rugna, già noto per il suo precedente film $A \terrified \ (Aterrados)$ del 2017, conferma con When Evil Lurks la sua posizione tra le voci più interessanti dell'horror contemporaneo. Il suo stile è diretto, spietato e disincantato.
La regia di Rugna si concentra sull'aspetto del contagio e della violenza anarchica. Il Male non è confinato in un'unica persona da esorcizzare (come nel canone de L′Esorcista), ma è una forza ambientale che si propaga:
Violenza Senza Compromessi: Rugna non rifugge dal mostrare immagini estremamente crude e gore, infrangendo volutamente i tabù cinematografici, in particolare per quanto riguarda la violenza verso bambini e animali. Questo contribuisce a stabilire immediatamente un senso di pericolo estremo e imprevedibilità.
Folk Horror in Ambienti Rurali: Abbandonando le ambientazioni urbane, Rugna sfrutta la vastità e l'isolamento della campagna argentina per creare un'atmosfera di minaccia onnipresente e di isolamento dalla civiltà, dove l'aiuto è irraggiungibile. La fotografia di Mariano Suárez esalta questa desolazione, spesso mostrando orrori in piena luce del giorno, rendendoli più agghiaccianti.
Regole Esplicite e Mancanza di Fede: A differenza di molti film sulla possessione, Rugna enuncia chiaramente le regole per affrontare e non diffondere il Male. Tuttavia, i protagonisti le violano ripetutamente a causa di ignoranza, paura o egoismo, sottolineando come l'inefficacia umana e l'assenza di una fede salvifica (la religione è descritta come "finita" in questo mondo) siano le vere cause della diffusione del caos.
Il film ha un ritmo incalzante e una durata contenuta (99 minuti). La tensione è costruita non attraverso jumpscares facili, ma attraverso la messa in scena inquietante e l'inevitabilità della rovina dei protagonisti. Le sequenze d'azione e i momenti di terrore sono spesso improvvisi e brutali, rendendo l'esperienza visiva destabilizzante e claustrofobica, nonostante le ambientazioni aperte.
Il cast, composto in gran parte da attori argentini di grande talento, offre interpretazioni che riescono a rendere umana la disperazione dei personaggi in un contesto surreale e infernale:
Ezequiel Rodríguez è Pedro Yazurlo: Il fratello maggiore e padre disperato che cerca di proteggere i suoi figli, ma che prende decisioni disastrose.
Demián Salomón è Jaime "Jimi" Yazurlo: Il fratello che accompagna Pedro nella sua fuga, anch'egli travolto dagli eventi.
Silvina Sabater è Mirta: L'ex "Pulitrice", una figura che offre un barlume di conoscenza e metodo in un mondo impazzito.
Luis Ziembrowski è Armando Ruiz: Il proprietario terriero che spinge i fratelli all'azione.
Emilio Vodanovich è Jair Yazurlo: Il figlio autistico di Pedro, un personaggio cruciale nella narrazione.
When Evil Lurks ha debuttato al Toronto International Film Festival (TIFF) e ha riscosso un successo clamoroso nel circuito dei festival di genere, diventando rapidamente un cult-movie per gli appassionati.
Sitges Film Festival (2023): Ha vinto il premio come Miglior Film.
Gérardmer Film Festival (2024): Ha vinto il Premio della Critica e il Premio del Pubblico.
Recensioni: Su piattaforme come Rotten Tomatoes, il film vanta un altissimo indice di gradimento, con la critica che lo ha definito un "aggiunta viscerale e inquietante al canone horror sulla possessione".
Il film è stato lodato per aver rinnovato un sottogenere spesso saturo, presentando una possessione demoniaca non come una questione teologica o un conflitto tra bene e male, ma come una questione di igiene pubblica e catastrofe biologica. La metafora del male che si diffonde come un virus o una piaga (ricordando i film post-apocalittici e pandemici) risuona potentemente con le ansie della società moderna.
In sintesi, When Evil Lurks è un'opera coraggiosa, cupissima e profondamente sgradevole (nel senso più efficace del termine horror), che non offre alcuna speranza e spinge i confini della violenza sullo schermo per raccontare una storia di disintegrazione sociale e familiare di fronte a un male inarrestabile.
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Il piacere e l'amore (La ronde) è un film del 1950, diretto da Max Ophüls
Il piacere e l′amore (titolo originale: La ronde) è un capolavoro del cinema francese del 1950, diretto dal maestro Max Ophüls. Tratto dall'opera teatrale Der Reigen (tradotta come "Il girotondo") dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler del 1897, il film è una scintillante e al tempo stesso amara meditazione sull'amore, sul desiderio, sull'effimero e sull'ipocrisia della società viennese all'inizio del Novecento. È considerato uno dei film più rappresentativi dello stile sontuoso e malinconico di Ophüls.
La trama del film è costruita su una struttura circolare, una sorta di "girotondo" o "staffetta" di incontri amorosi che coinvolge dieci personaggi di diverse classi sociali, ambientato nella Vienna dei primi del '900. Il film si apre e si chiude con un personaggio che funge da cerniera tra i due estremi della catena.
A tenere le fila del gioco narrativo è un misterioso Narratore o Presentatore (interpretato da Anton Walbrook), una figura onnisciente, quasi un alter ego del regista stesso, che entra ed esce dalle scene, manipola il tempo e lo spazio, e interagisce direttamente con gli spettatori e a volte con i personaggi, commentando le vicende con tono tra il sarcastico e il disincantato. Il suo strumento simbolico è una giostra o carillon (che somiglia alla macchina da presa) che simboleggia il moto perpetuo e ciclico delle passioni umane.
La catena di relazioni si svolge attraverso dieci episodi concatenati, ciascuno focalizzato su una coppia che si scambia un partner per l'episodio successivo:
La Prostituta Léocadie (Simone Signoret) e il Soldato Franz (Serge Reggiani).
Il Soldato Franz e la Cameriera Marie (Simone Simon).
La Cameriera Marie e il Giovane \ Alfred (Daniel Gélin), figlio dei suoi datori di lavoro.
Il Giovane \ Alfred e la Giovane \ Sposa Emma Breitkopf (Danielle Darrieux).
La Giovane \ Sposa Emma e il Marito Charles (Fernand Gravey).
Il Marito Charles e la Sartina Anna (Odette Joyeux).
La Sartina Anna e il Poeta Robert Kuhlenkampf (Jean-Louis Barrault).
Il Poeta Robert e l'Attrice Charlotte (Isa Miranda).
L'Attrice Charlotte e il Conte (Gérard Philipe).
Il Conte e la Prostituta Léocadie, chiudendo così il cerchio.
Ogni incontro è una variazione sul tema del piacere e dell'amore, esplorando le diverse dinamiche tra i sessi: la fretta e la semplicità dell'incontro clandestino, il desiderio alimentato dall'ipocrisia borghese, l'infedeltà come atto impulsivo, e la malinconia che segue ogni rapido abbandono. Il cerchio si completa, ma il messaggio non è solo cinico: è una visione dolceamara e rassegnata della natura umana e della fragilità dei sentimenti.
La regia di Max Ophüls (1902−1957) è l'elemento che eleva "La ronde" da semplice adattamento teatrale a capolavoro cinematografico. Ophüls, noto per il suo stile visivo sontuoso e dinamico, usa la macchina da presa come se fosse essa stessa a danzare, a volte come una valzer viennese.
Lo stile di Ophüls è caratterizzato da:
L'uso di lunghi e complessi piani-sequenza: La telecamera non è mai statica; scivola e vola attraverso le scene con un dinamismo inebriante (come se fosse sulla giostra del Narratore), spostandosi elegantemente da una coppia all'altra, spesso anticipando o seguendo i movimenti dei personaggi. Questo conferisce al film un ritmo ipnotico e una sensazione di fluidità onirica.
La Mise−en−sceˋne Barocca: L'ambientazione, la Vienna di inizio secolo, è ricostruita con una ricchezza e un'attenzione ai dettagli che creano un'atmosfera da sogno, enfatizzata dalla fotografia in bianco e nero di Christian Matras, che esalta i contrasti e le luci soffuse.
Il Narratore come Artificio Metacinematografico: La presenza del Presentatore (Anton Walbrook) che smonta e rimonta simbolicamente le scene, introduce un forte elemento metacinematografico. Egli non solo collega gli episodi ma anche smaschera le finzioni e le convenzioni non solo della società puritana rappresentata, ma anche del cinema stesso, rafforzando l'idea che la vita, come il film, è una "giostra" di incontri e addii.
Nonostante la leggerezza superficiale della commedia, Ophüls trasmette una profonda malinconia e un disincanto sulla natura dell'amore. Il film suggerisce che il piacere è facilmente raggiungibile, ma l'amore duraturo è un'illusione. Il movimento circolare simboleggia l'eterno ripetersi degli incontri, l'instabilità delle relazioni e la solitudine che affiora dopo l'ebbrezza del momento. Come in tutta la sua filmografia, Ophüls è un poeta della malinconia, capace di trattare argomenti seri con una delicatezza e una leggerezza quasi eterea.
Il successo del film è in gran parte dovuto al suo cast stellare, un vero e proprio ensemble di attori straordinari del cinema francese e internazionale dell'epoca, molti dei quali all'apice della loro carriera.
Attore/Attrice
Ruolo
Note
Anton Walbrook
Il Narratore/Presentatore
L'elemento chiave per lo stile metacinematografico del film, la sua presenza è magnetica e sarcastica.
Simone Signoret
Léocadie, la Prostituta
È l'inizio e la fine del girotondo, interpretata con umanità e dignità.
Gérard Philipe
Il Conte
Il giovane e affascinante attore interpreta l'aristocratico che chiude il cerchio.
Danielle Darrieux
Emma Breitkopf, la Sposa
Incarna perfettamente l'ipocrisia borghese e il desiderio represso.
Serge Reggiani
Franz, il Soldato
L'attore italo-francese nel ruolo del giovane militare che dà il via agli incontri.
Simone Simon
Marie, la Cameriera
Interpreta la donna di servizio sedotta e in cerca di promozione sociale.
Daniel Gélin
Alfred, lo Studente
Il ragazzo di buona famiglia, in balia delle prime passioni.
Isa Miranda
Charlotte, l'Attrice
L'attrice italiana nel ruolo della diva teatrale.
Jean-Louis Barrault
Robert Kuhlenkampf, il Poeta
L'intellettuale sognatore.
La bravura del cast sta nel conferire ad ogni personaggio, nonostante il tempo limitato sullo schermo, un ritratto completo, in un gioco di ruoli e sentimenti che attraversano tutti gli strati della società viennese.
L'opera originale di Schnitzler, Der Reigen (1897), era già considerata scandalosa per la sua esplicita rappresentazione delle relazioni sessuali, all'epoca molto censurata. Anche il film di Ophüls, sebbene più allusivo che esplicito, generò controversie.
Negli Stati Uniti, il film fu inizialmente censurato e classificato come "immorale" dalle autorità di New York. Solo dopo una battaglia legale che raggiunse la Corte Suprema nel 1954, il film fu approvato per la distribuzione senza tagli, segnando un precedente importante per la libertà cinematografica.
Nonostante le polemiche, "La ronde" fu un successo di critica e pubblico:
Mostra del Cinema di Venezia (1950): Il film vinse il Premio Internazionale per la Miglior Sceneggiatura (Max Ophüls e Jacques Natanson) e il premio per la Miglior Scenografia.
BAFTA: Vinse il premio per il Miglior Film.
Candidature agli Oscar: Ricevette due nomination: Miglior Sceneggiatura e Miglior Scenografia.
L'influenza stilistica di Ophüls, e in particolare di "La ronde", è stata immensa. Il suo uso del movimento di camera, il tono agrodolce e l'abilità nel rappresentare la malinconia attraverso l'eleganza formale hanno ispirato registi successivi come Stanley Kubrick, Paul Thomas Anderson e Robert Altman.
Il piacere e l′amore non è solo un film sulla sessualità e l'infedeltà; è una complessa e affascinante allegoria sulla fugacità della vita e sulla natura ciclica del desiderio. Attraverso la lente di ingrandimento del suo Narratore e l'ineguagliabile maestria visiva di Max Ophüls, il film si configura come un valzer cinematografico che cattura il fascino e la tristezza di un'epoca, lasciando allo spettatore una sensazione di incanto e un fondo di malinconica consapevolezza sulla condizione umana. È un'opera imprescindibile che celebra il cinema come forma d'arte in movimento perpetuo.
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La tigre nell'ombra (The Sleeping Tiger), è un film del 1954 diretto da Joseph Losey
La tigre nell'ombra è un film britannico del 1954, classificato come drammatico e thriller psicologico. È particolarmente significativo perché rappresenta la prima regia inglese di Joseph Losey, il quale era stato costretto a lasciare gli Stati Uniti a causa della "caccia alle streghe" del maccartismo. Per evitare problemi di censura e per l'ostilità che lo circondava come regista inserito nella lista nera, Losey fu costretto a firmare il film con lo pseudonimo di Victor Hanbury (il nome del produttore). Nonostante questa limitazione, l'opera reca chiaramente i segni distintivi del suo stile e delle tematiche che avrebbe sviluppato nel corso della sua carriera.
Joseph Losey (1909–1984) è stato uno dei registi più importanti e influenti del cinema anglo-americano. Le sue opere sono spesso caratterizzate da una profonda indagine psicologica, da dinamiche di potere e sottomissione, e da una forte critica sociale, elementi che si ritrovano in maniera embrionale ma potente in questo film.
L'Ombra del Maccartismo: Nel 1951, Losey fu inserito nella lista nera di Hollywood a causa delle sue presunte simpatie comuniste. Questo lo costrinse all'esilio in Gran Bretagna, dove fu costretto a lavorare sotto pseudonimo o a collaborare con produttori che non si curavano dei suoi precedenti politici. The Sleeping Tiger fu il suo primo film in esilio ed è il motivo per cui, per lungo tempo, la sua vera paternità registica fu mascherata.
Stile e Atmosfera: Nonostante le restrizioni, Losey riesce a imporre la sua visione. Il film è girato in bianco e nero e presenta un'atmosfera opprimente, di suspense e claustrofobia. Molte delle sequenze si svolgono all'interno della lussuosa casa degli Esmond, che si trasforma progressivamente in una prigione psicologica. L'uso di angolazioni inusuali e un'attenzione maniacale alla scenografia (in particolare agli interni borghesi come prigioni dorate) preannuncia i suoi futuri capolavori come Il servo (The Servant, 1963), anch'esso interpretato da Dirk Bogarde.
La trama del film, basata sul romanzo di Maurice Moiseiwitsch, è un thriller psicologico che esplora le dinamiche di potere, la repressione e le pulsioni distruttive all'interno della classe agiata britannica.
La vicenda prende il via in una notte buia a Londra, quando il noto psichiatra Dr. Clive Esmond (Alexander Knox) sventa una rapina fuori dalla sua lussuosa residenza. L'aggressore è Frank Clemmons (Dirk Bogarde), un giovane borghese sbandato, arrogante e ricercato dalla polizia per una serie di furti.
Anziché consegnare il giovane alle autorità, Esmond, affascinato dal caso e convinto di poter "frenare le tendenze criminali" del ragazzo attraverso le sue teorie, decide di proporgli un accordo: Clemmons resterà nascosto in casa sua e farà da "cavia sociale" per un esperimento di riabilitazione analitica, in cambio della libertà dalla prigione.
La presenza di Clemmons nella dimora degli Esmond genera immediatamente una fortissima tensione psicologica, soprattutto con Glenda Esmond (Alexis Smith), la moglie dello psichiatra. Glenda è una donna elegante ma emotivamente fredda e profondamente infelice nel suo matrimonio con il distaccato e intellettuale Clive.
L'Attrazione Proibita: L'arrivo del giovane criminale, con la sua vitalità ribelle e la sua sfacciataggine, funge da catalizzatore per le pulsioni represse di Glenda. Tra i due si sviluppa una relazione clandestina e torbida. Glenda è attratta da Frank come un simbolo di libertà e passione che le manca; Frank, pur ricambiando l'attrazione, la manipola e usa la relazione per sovvertire l'ordine della casa e, inconsciamente, per punire la figura paterna incarnata da Clive.
L'Ipocrisia del Benefattore: Clive Esmond rimane a lungo accecato dalla sua presunzione scientifica, convinto di controllare la situazione. Nonostante Frank continui a commettere piccoli furti anche mentre è sotto la sua "cura", e nonostante la crescente vicinanza tra la moglie e il suo paziente, Clive lo protegge persino fornendogli un alibi alla polizia. Il medico, pur volendo curare il giovane, finisce per esercitare su di lui un'altra forma di dominio e paternalismo.
La svolta arriva quando Clive scopre l'adulterio. A questo punto, il rapporto terapeuta-paziente si trasforma in una dinamica padre-figlio carica di risentimento e gelosia.
Rivelazione e Redenzione (Parziale): In una sessione di analisi finalmente efficace, Clemmons rivela il suo trauma infantile: era stato consegnato alle autorità dal suo padre tirannico dopo un furto da ragazzo, e dopo la morte del genitore, si era convinto di meritare una punizione continua. Esmond si comporta sempre più come una figura paterna, e questo porta a una temporanea "redenzione" di Frank, che decide di troncare la relazione con Glenda.
La Tigre Risvegliata: È Glenda, l'anima borghese repressa, a non accettare la fine della storia. In preda a un accesso isterico, dichiara al marito di essere stata aggredita da Frank. Esmond sale le scale con una pistola, si sente uno sparo, e lui torna dichiarando di aver ucciso Frank. Glenda, a quel punto, confessa di amare Clemmons.
Il Ribaltamento e la Fine: A sorpresa, Frank non è morto: è Clive ad aver sparato un colpo a vuoto, volendo far credere di aver ucciso il rivale per far confessare a Glenda i suoi veri sentimenti. Glenda realizza di aver manipolato il marito e di aver liberato, nel suo intimo, una forza distruttiva. I ruoli di dominio e sottomissione si sono invertiti: Glenda ora è completamente schiava della sua passione. Nella sequenza finale, Glenda, sotto shock e fuori controllo, si mette alla guida e, cercando di fuggire con Frank che ora le obbedisce passivamente, si schianta fatalmente contro un cartellone pubblicitario che raffigura una tigre che balza. L'immagine fissa della "tigre" (simbolo delle passioni nascoste e distruttive) è l'ultima inquadratura, un finale ossessivo e indimenticabile che dà il titolo al film e sancisce il trionfo della crudeltà e dell'autodistruzione.
Il successo del film si deve anche all'eccellente cast, in particolare al trio protagonista.
Personaggio
Interprete
Ruolo
Frank Clemmons
Dirk Bogarde
Il giovane delinquente, l'oggetto dell'esperimento di Clive e il catalizzatore del desiderio di Glenda. Bogarde, all'epoca una stella nascente, offre un ritratto complesso di rabbia e vulnerabilità.
Glenda Esmond
Alexis Smith
La moglie infelice dello psichiatra. Il suo personaggio incarna la repressione emotiva della borghesia e la sua successiva e distruttiva liberazione.
Dr. Clive Esmond
Alexander Knox
Il celebre psichiatra, figura paterna e intellettuale, la cui arroganza e presunzione scientifica lo portano a ignorare le dinamiche emotive che si scatenano in casa sua.
Ispettore Simmons
Hugh Griffith
L'ispettore di polizia che indaga sulle attività di Clemmons.
La tigre nell'ombra è un'opera di grande spessore psicologico, che affronta temi ricorrenti nel cinema di Losey:
Dinamiche di Potere e Sottomissione: Il film è un "gioco di sottomissione" (come notato dalla critica), in cui i personaggi cambiano continuamente ruolo: Clive vuole dominare Frank attraverso la terapia; Frank, manipolando Glenda, domina l'ordine della casa; Glenda, infine, prende il controllo su Frank nel finale.
Critica alla Borghesia: Losey usa la lussuosa casa degli Esmond come una metafora della fragilità e dell'ipocrisia della classe borghese. Clive, pur essendo un intellettuale affermato, è emotivamente cieco e manipolatore, mentre Glenda è una prigioniera dorata delle sue repressioni.
La Violenza Interiore (La Tigre): Il titolo allude alle forze istintive e distruttive che giacciono latenti (la "tigre addormentata") sotto la superficie della civiltà e della rispettabilità. Il film suggerisce che la vera "tigre" non è il criminale Frank, ma Glenda, la cui repressione scatenata conduce all'episodio catartico dell'incidente finale.
Psicologia e Destino: Il film è un "thriller morale" in cui il destino dei personaggi è plasmato tanto dai traumi passati (il padre di Frank) quanto dalle pulsioni represse. L'analisi psicologica, lungi dall'essere una cura neutrale, diventa uno strumento di controllo e scontro.
Nonostante sia stato un film "clandestino" per Losey, La tigre nell'ombra è riconosciuto come un'opera che ha gettato le basi per lo stile e le preoccupazioni tematiche che avrebbero reso Joseph Losey una delle voci più originali del cinema europeo.
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Una storia vera (The Straight Story), è un film del 1999 diretto da David Lynch. MUBI
Una storia vera (The Straight Story), un film del 1999, rappresenta un’anomalia affascinante e profondamente toccante all'interno della filmografia di David Lynch, il regista statunitense universalmente noto per le sue esplorazioni oniriche, i noir inquietanti e le complesse strutture narrative di opere come Eraserhead, Velluto Blu e Mulholland Drive. Qui, Lynch abbandona deliberatamente il surrealismo e le atmosfere cupe per abbracciare una storia di un'umanità semplice, lineare e luminosa, un vero e proprio road movie minimalista che è, al tempo stesso, uno dei suoi film più personali e sinceri.
Il film, prodotto negli Stati Uniti e in Francia, ha una durata di 111 minuti ed è classificato nel genere drammatico e biografico, essendo tratto da una storia realmente accaduta.
Il cuore del film batte nella vita del suo protagonista, Alvin Straight, interpretato magistralmente da Richard Farnsworth. Alvin è un uomo anziano di settantatré anni, veterano della Seconda Guerra Mondiale, che vive a Laurens, Iowa. La sua esistenza è segnata dagli inevitabili acciacchi della vecchiaia: soffre di enfisema, ha seri problemi alla vista (che lo hanno portato a perdere la patente) ed è costretto a camminare appoggiandosi a due bastoni. Vive con la figlia, Rose (Sissy Spacek), una donna con un lieve ritardo cognitivo, il cui amore per il padre è totale e che lotta per mantenere l'affidamento dei suoi figli, costantemente minacciato dai servizi sociali.
La vita di Alvin viene scossa da una telefonata inattesa: suo fratello, Lyle (Harry Dean Stanton), che vive a Mount Zion, Wisconsin, a circa 510 chilometri (317 miglia) di distanza, ha avuto un grave infarto. Alvin e Lyle non si parlano da un decennio a causa di un aspro litigio originato da vecchie ferite e, forse, dal comune vizio dell'alcolismo che aveva afflitto la loro famiglia.
Sentendo l'urgenza di una riconciliazione finale prima che la morte li separi per sempre, Alvin prende una decisione inamovibile: deve raggiungere il fratello. A causa della sua salute precaria, Alvin si rifiuta categoricamente di farsi accompagnare o di prendere mezzi pubblici; deve compiere il viaggio "da solo", in un atto di pura e semplice penitenza. Non avendo la patente, l'unico mezzo che può guidare legalmente è il suo vecchio tagliaerba John Deere. Dopo aver risolto alcuni problemi meccanici e aver attaccato un piccolo rimorchio contenente tenda e attrezzatura essenziale, Alvin si mette in marcia. Il viaggio si svolge a una velocità esasperante, circa 8 km/h (5 miglia orarie), trasformando un percorso relativamente breve in un'odissea che copre diverse settimane.
La lentezza del mezzo impone al film un ritmo meditativo, un'immersione totale nel vasto e quieto paesaggio del Midwest americano. Lynch sfrutta questa lentezza non per annoiare, ma per fare spazio alla contemplazione e all'incontro umano. Lungo la strada, Alvin attraversa le pianure infinite e i campi di mais, conoscendo una serie di figure che fungono da tappe emotive e spirituali nel suo pellegrinaggio:
Giovani Ciclisti: Incontra una coppia di fratelli ciclisti che lo aiutano a riparare il tosaerba dopo un guasto.
La Ragazza Scappata: Incontra una giovane scappata di casa incinta, alla quale, con poche e sentite parole, impartisce una lezione sulla famiglia e sul valore della vita, spingendola a tornare a casa.
La Donna del Cervo: Forse l'incontro più lynchano, seppur nella sua semplicità: una donna isterica e in lacrime per aver involontariamente investito un cervo. Alvin la calma raccontandole le sue esperienze di caccia, aiutandola a fare i conti con l'interruzione brutale della natura e della vita.
Ogni incontro arricchisce il viaggio di Alvin, ma è soprattutto il suo monologo interiore, fatto di silenzio, dignità e tenacia, a guidare la narrazione. Il viaggio è una forma di penitenza solitaria, un modo per espiare gli errori passati e prepararsi al perdono.
Il culmine emotivo è il ricongiungimento con Lyle nel Wisconsin. Lyle, fragile e stanco, è disteso nella sua capanna isolata. Il dialogo è ridotto all'osso, ma denso di significato: Lyle chiede incredulo se Alvin sia venuto fin lì sul tosaerba, e Alvin si limita a confermare. L'affetto e la riconciliazione non hanno bisogno di scenate teatrali, ma si manifestano nello scambio di sguardi e nel silenzio condiviso, mentre i due fratelli guardano insieme le stelle. Questo momento finale è l'apice della purezza emotiva del film.
La regia di David Lynch in The Straight Story è stata una sorpresa per la critica e il pubblico. Il regista, che ha firmato anche la sceneggiatura insieme a Mary Sweeney e John Roach, adotta uno stile di una linearità estrema (da cui il titolo, The Straight Story, un gioco di parole sul cognome del protagonista e sulla natura "dritta" del racconto e delle strade percorse).
Lynch ha dichiarato che la sceneggiatura lo aveva commosso profondamente e che il suo intento era quello di girare un film che comunicasse "un'emozione pura senza trucchi o distrazioni". Il risultato è un film visivamente maestoso e toccante.
Estetica e Fotografia: La fotografia, curata da Freddie Francis (con cui Lynch aveva già collaborato in The Elephant Man), è essenziale. Il film è girato in colori saturi e caldi, esaltando i paesaggi autunnali del Midwest. Le lunghe inquadrature aeree sulle strade che non finiscono mai e i campi coltivati evocano una sensazione di immensità e solitudine, ma anche di pace. Lynch filma l'America rurale con un amore e un rispetto quasi documentaristici, riflettendo la sua fascinazione per la bellezza e la semplicità di un'America spesso trascurata nel cinema contemporaneo.
Il Ritmo e il Suono: Il ritmo lento e contemplativo del tosaerba è supportato dalla magnifica colonna sonora di Angelo Badalamenti, il collaboratore musicale storico di Lynch. Le musiche, ispirate al country folk e al bluegrass, sono essenziali, malinconiche e profondamente evocative, sottolineando i momenti emotivi senza mai eccedere nel melodramma.
The Straight Story è un film "serio e severo" sotto l'apparente dolcezza. Lynch ha dimostrato di poter utilizzare il suo talento nel creare un'atmosfera (elemento centrale in tutta la sua opera), applicandolo non all'incubo, ma alla verità emotiva. Egli mantiene il suo stile unico – la meticolosa attenzione al dettaglio, l'amore per i personaggi semplici ma eccentrici, la tendenza a creare mondi chiusi e autosufficienti – ma li espone "al sole", volgendoli al positivo e al poetico.
Il cast di Una storia vera è dominato da interpreti eccezionali, veri e propri "feticci" del cinema americano e lynchano.
Richard Farnsworth nel ruolo di Alvin Straight è il pilastro emotivo dell'opera. L'attore, una vera e propria icona del cinema western (aveva iniziato la sua carriera come stuntman), regala una performance di una dignità e un'autenticità che gli valsero una candidatura all'Oscar come Miglior Attore Protagonista (a 79 anni, diventando l'interprete più anziano nominato in quella categoria) e una al Golden Globe. La sua recitazione si basa su sguardi intensi e dialoghi scarni, comunicando un mondo interiore fatto di rimpianti e amore.
Sissy Spacek, nel ruolo della figlia Rose, offre un ritratto delicato e toccante, bilanciando la figura stoica del padre con la sua vulnerabilità e l'amore incondizionato.
Harry Dean Stanton, altro collaboratore abituale di Lynch (Wild at Heart, Twin Peaks), appare brevemente ma intensamente nel ruolo di Lyle, l'ultima tappa del viaggio, creando una chimica potente e credibile con Farnsworth in una delle scene più memorabili del film.
Il film è stato prodotto da Mary Sweeney e Neal Edelstein e fu distribuito negli Stati Uniti dalla Walt Disney Pictures (tramite il marchio Buena Vista Distribution), un'altra anomalia data la reputazione del regista. Per ottenere il rating G (adatto a tutti) da parte della Motion Picture Association of America (MPAA), Lynch non incluse il suo nome nei crediti per la sceneggiatura e acconsentì a evitare qualsiasi contenuto esplicito o violento.
La storia di Richard Farnsworth aggiunge uno strato di malinconica verità al film: all'epoca delle riprese, l'attore stava combattendo contro un carcinoma osseo in fase terminale. La sua deambulazione faticosa e la sua visibile sofferenza nel terzo atto del film non erano simulate, ma il risultato della sua vera malattia. Farnsworth era talmente innamorato della sceneggiatura da voler girare il film a tutti i costi. Tristemente, il dolore insopportabile lo portò al suicidio l'anno successivo. La sua performance in The Straight Story resta un commovente testamento della sua dignità umana e artistica.
In conclusione, Una storia vera è un capolavoro. È un'ode all'America rurale, alla saggezza della vecchiaia e alla potenza catartica del perdono. Lynch, con questo film, ha dimostrato di essere un maestro capace di commuovere profondamente, toccando le corde più semplici e universali dell'esperienza umana, anche quando l'incubo e il surrealismo restano, per una volta, addormentati nell'ombra.
mubi