La bambina segreta ( تا فردا, Tā fardā), è un film del 2022 diretto da Ali Asgari.
La bambina segreta ( تا فردا, Tā fardā), è un film del 2022 diretto da Ali Asgari.
Il film si svolge interamente a Teheran e ruota attorno a Fereshteh (Sadaf Asgari), una giovane donna che studia all'università e lavora in una tipografia per mantenersi, conducendo una vita apparentemente normale per una ragazza della sua età. Tuttavia, Fereshteh nasconde un segreto cruciale che la mette in serio pericolo in una società teocratica e fortemente conservatrice come quella iraniana: è la madre di una bambina illegittima di appena due mesi.
La bambina è nata da una relazione occasionale con un ragazzo che si è rifiutato di riconoscerla, lasciando Fereshteh da sola ad affrontare le conseguenze sociali e legali di essere una ragazza madre non sposata in Iran. La legge e la morale sociale in questo contesto rendono l'esistenza della bambina "clandestina" o, per lo meno, estremamente rischiosa, poiché la sua nascita fuori dal matrimonio è considerata un'infrazione grave, che può portare a serie ripercussioni personali, familiari e persino legali, data l'assenza di documenti ufficiali e di un padre riconosciuto.
Il precario equilibrio di Fereshteh viene bruscamente spezzato quando i suoi genitori le annunciano una visita improvvisa a Teheran, un viaggio che dovrebbe durare solo un giorno. Presa dal panico, Fereshteh ha solo una notte, "fino a domani" (come suggerisce il titolo originale, Tā fardā), per trovare disperatamente un modo per nascondere la bambina ed evitare che la sua famiglia scopra la verità.
Inizia così una vera e propria "odissea" notturna attraverso la città, un viaggio concitato e pieno di ansia in cui Fereshteh, aiutata dalla sua unica e risoluta migliore amica, Atefeh (Ghazal Shojaei), bussa a diverse porte alla ricerca di qualcuno, chiunque, disposto ad accudire la piccola per una sola notte, senza fare domande.
La ricerca si rivela un calvario doloroso. Quella che sembrava un'impresa logistica, per Fereshteh si trasforma in una serie di ostacoli insormontabili, che rivelano la gretezza, l'ipocrisia e la paura diffuse nella società iraniana:
Rifiuti e Paura: Amici, conoscenti e parenti, pur provando magari un iniziale imbarazzo o pena, si rifiutano di aiutare. Nessuno vuole assumersi la responsabilità legale di tenere una bambina non registrata o, peggio, l'onere morale e il rischio sociale di essere associato a un "atto illecito" come una nascita fuori dal matrimonio.
Autoritarismo e Indifferenza: La protagonista si scontra con l'autoritarismo maschile (inclusi l'indifferenza del padre della bambina e i tentativi di manipolazione), la chiusura mentale femminile e l'indifferenza istituzionale (simboleggiata dalla paura di chiamare la polizia o i servizi sociali).
La Presenza Incombente del Potere: Lungo le strade di Teheran, la minaccia della polizia morale o segreta è sempre presente, accrescendo l'atmosfera di tensione e il senso di prigionia di Fereshteh.
A mano a mano che il tempo stringe e il mattino si avvicina, Fereshteh si ritrova sempre più sola, disperata e consapevole di non poter contare su quasi nessuno. L'unica persona che le resta fedele e solidale è Atefeh, che rappresenta l'unica scintilla di solidarietà femminile in un mondo altrimenti ostile. Il film culmina con l'arrivo dei genitori, costringendo Fereshteh a una scelta finale drammatica riguardo al suo futuro e quello della bambina.
Ali Asgari (nato nel 1982) è un regista e sceneggiatore iraniano noto per i suoi cortometraggi e i suoi lungometraggi che affrontano tematiche sociali e la condizione femminile in Iran con uno stile diretto e di denuncia.
Tā fardā come Secondo Lungometraggio: Il film rappresenta il secondo lungometraggio di Asgari, dopo Disappearance (2017), che aveva già esplorato temi sensibili come l'aborto e le sfide che le giovani donne devono affrontare in un contesto restrittivo.
Ispirazione: La storia di La bambina segreta è nata da un cortometraggio precedente del regista, intitolato La bambina (2014), ispirato a una foto di due ragazze sedute per strada.
Stile Neorealista e Teso: Asgari adotta uno stile di impronta neorealista, con una narrazione concisa e priva di fronzoli (il film dura appena 86 minuti). L'uso della telecamera a mano e la fotografia che ritrae una Teheran fredda e urbana (diretta da Rouzbeh Raiga) accentuano il senso di urgenza e l'atmosfera claustrofobica della "caccia" di Fereshteh. La narrazione è spesso paragonata alle "odissea" nel cinema iraniano, come in Dov'è la casa del mio amico? di Kiarostami, ma qui è intrisa di un tono molto più inquieto e disperato.
Denuncia Sociale: La regia di Asgari è chiaramente intesa come un atto di denuncia contro le conseguenze concrete di una società teocratica e sessista che invisibilizza e discrimina le donne, specialmente quelle che trasgrediscono le norme sociali imposte. Il film non solo evidenzia il dilemma personale di Fereshteh, ma rivela anche la "gigantesca ipocrisia" su cui si basa la vita in Iran, dove le apparenze devono essere difese a tutti i costi.
Accoglienza e Riconoscimenti: Il film è stato presentato nella sezione Panorama del Festival di Berlino 2022 ed è stato il vincitore del Premio Amore e Psiche alla 28a edizione del MedFilm Festival di Roma, confermando il talento internazionale di Asgari.
Il film si regge in gran parte sull'intensa interpretazione delle due attrici protagoniste.
Personaggio
Interprete
Ruolo
Fereshteh
Sadaf Asgari
La protagonista, una giovane studentessa e madre non sposata che cerca disperatamente di nascondere la figlia. La sua interpretazione è stata definita "struggente" e veicola l'intera ansia e disperazione del personaggio.
Atefeh
Ghazal Shojaei
La migliore amica di Fereshteh, l'unica persona che offre aiuto e sostegno incondizionati, rappresentando il legame di solidarietà femminile.
Dottor Mahmoudi
Babak Karimi
Un medico che, a differenza di molti altri, interseca la strada di Fereshteh. Il suo personaggio è un esempio di come le istituzioni possano essere indifferenti o persino ostili.
Yaser
Amirreza Ranjbaran
Un conoscente che viene coinvolto nella ricerca.
Capo di Fereshteh
Mohammad Heidari
Il datore di lavoro di Fereshteh.
La bambina segreta non è solo un dramma personale, ma un potente commento socio-politico, incentrato su:
La Condizione della Donna in Iran: Il tema centrale è la repressione, il sessismo e il fanatismo che circondano la figura femminile nell'Iran contemporaneo. La difficoltà di Fereshteh non risiede solo nel nascondere la bambina, ma nella sua condizione di ragazza madre non sposata, un ruolo che la società e la legge non le permettono di ricoprire dignitosamente.
L'Ilegittimità Sociale: La bambina, non essendo registrata all'anagrafe e non avendo un padre riconosciuto, è di fatto considerata "illegittima" o "clandestina", un simbolo delle vite che il regime cerca di cancellare o invisibilizzare se non si conformano alle rigide norme morali.
L'Odissea Urbana e la Solitudine: La Teheran del film è un luogo di corse affannate e atmosfere plumbee, che riflette la solitudine e l'isolamento della protagonista. La città diventa un labirinto di indifferenza dove persino coloro che dovrebbero aiutare si tirano indietro per paura del giudizio o delle conseguenze legali.
Prodotto di Denuncia: Il film, pur essendo una pellicola indipendente con co-produzioni francesi e qatariote (che ne hanno probabilmente facilitato la realizzazione in un contesto difficile), è un film di denuncia sociale e politica. In Italia, per esempio, è stato distribuito in concomitanza con l'anniversario della morte di Mahsa Amini (settembre 2022), e ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia, sottolineando il suo valore come opera che parla di diritti umani e libertà delle donne.
In sintesi, La bambina segreta è un film efficace, coinvolgente e cruciale che usa una vicenda personale e tesa come lente d'ingrandimento per mostrare la brutale realtà e le conseguenze quotidiane dell'autoritarismo e dell'ipocrisia morale sulla vita delle donne in Iran. È un ritratto cinematografico che, pur lasciando un fondo di sconforto, mantiene un tono simpatico e speranzoso nella tenacia e nell'amore incondizionato della protagonista e della sua amica.
mymoviesone
M è un film del 1951 diretto da Joseph Losey
"M" è un film statunitense del 1951, diretto da Joseph Losey, che si colloca saldamente nel genere Drammatico/Noir/Thriller. Prodotto da Seymour Nebenzal e Harold Nebenzal, il film è un coraggioso e controverso remake dell'omonimo capolavoro tedesco del 1931 diretto da Fritz Lang, M - Il mostro di Düsseldorf. Losey, con questa sua versione, sposta l'azione dalla cupa Berlino della Repubblica di Weimar a una soleggiata ma non meno oscura Los Angeles degli anni '50, trasmettendo la paranoia e l'angoscia sociale nel contesto del cinema americano del dopoguerra.
Il film, della durata di 88 minuti, è una delle ultime opere di Losey a Hollywood prima di essere inserito nella blacklist per sospette simpatie comuniste, un evento che lo costringerà a lasciare gli Stati Uniti per l'Europa, dove avrebbe poi realizzato i suoi capolavori più noti come Il servo e L'incidente.
La trama ruota attorno alla figura di Martin W. Harrow (interpretato da David Wayne), un serial killer compulsivo e disturbato che terrorizza la città di Los Angeles con una serie di orrendi delitti di bambine. I corpi delle piccole vittime, spesso strangolate, vengono ritrovati, lasciando la comunità nell'isteria e chiedendo a gran voce l'intervento risolutivo della polizia.
L'elemento che scatena l'azione è la pressione pubblica: il sindaco e la polizia si trovano sotto il fuoco incrociato dell'opinione pubblica, che esige la cattura immediata del "mostro". La polizia, guidata dall'ispettore Carney (Howard Da Silva), risponde avviando una massiccia operazione di rastrellamento, setacciando tutti gli ambienti malfamati, i bar e i nascondigli della città, nella speranza che il killer salti fuori tra i fermati.
Questa operazione di polizia, tuttavia, ha un effetto collaterale inatteso: disturba enormemente gli affari della criminalità organizzata di Los Angeles.
Il capo della malavita cittadina, il boss Charlie Marshall (Martin Gabel), decide che la caccia al killer sta intralciando troppo le attività illecite delle gang, le quali non possono operare a causa della costante e invasiva presenza delle forze dell'ordine. Marshall, gestore della vita sotterranea della città, riunisce i vari gangster e criminali con un obiettivo comune: rintracciare il killer prima della polizia e consegnarlo a una giustizia sommaria e privata.
Questa dinamica crea una narrazione a doppio binario:
La Polizia Ufficiale: Usa metodi tradizionali (seppur aggressivi) per la ricerca, basandosi su indagini e retate.
La Polizia del Crimine: Sfrutta la sua rete onnipresente e invisibile di informatori e mendicanti per setacciare le strade in modo più efficiente.
Gli uomini di Marshall riescono a identificare Harrow: il killer, infatti, lascia una traccia involontaria, un'impronta lasciata su una sigaretta o un oggetto, e viene riconosciuto da un venditore cieco di palloncini (John Miljan), proprio come nell'originale di Lang.
Vedendosi braccato, Martin W. Harrow cerca rifugio, trascinando con sé una bambina. Viene infine sorpreso e catturato dagli uomini della malavita, in una sequenza particolarmente suggestiva ambientata nel maestoso Bradbury Building, a Los Angeles. Il setting del Bradbury Building, con le sue scale e i suoi balconi di ferro battuto, fornisce a Losey una scenografia perfetta per accentuare l'atmosfera claustrofobica del noir.
Il killer viene condotto in un'autorimessa abbandonata, dove i gangster intendono linciarlo immediatamente. Charlie Marshall, però, decide di inscenare un processo farsesco per dare una parvenza di giustizia e, allo stesso tempo, per affermare la sua autorità morale (o anti-morale) sul killer. Harrow viene difeso da un avvocato fallito e alcolizzato, Dan Langley (Luther Adler), che agisce su ordine di Marshall.
Durante il processo improvvisato, Harrow si lancia in un appassionato e disperato appello per la sua vita, spiegando che è un compulsivo, un malato con una storia di disturbi mentali (a differenza dell'Hans Beckert di Lang, Losey aggiunge questa motivazione psicologica più esplicita), e che è incapace di smettere di commettere i suoi crimini efferati. L'avvocato Langley accusa non solo il killer, ma l'intera società, compresi gli stessi gangster, di aver creato un mondo crudele e ingiusto. La tensione arriva al culmine quando, proprio un attimo prima che Harrow venga linciato dalla folla inferocita, la polizia irrompe per prenderlo in custodia.
Joseph Losey affronta il remake con un approccio registico che omaggia l'originale ma lo cala con decisione nel Film Noir americano. La regia di Losey è caratterizzata da:
Atmosfera Visiva: Grazie alla fotografia di Ernest Laszlo, il film è in bianco e nero contrastato, tipico del noir, con un uso sapiente delle ombre e delle angolazioni insolite che riflettono la psiche contorta del protagonista e l'ambiguità morale della città.
Location come Personaggio: Losey sfrutta appieno l'ambiente di Los Angeles, in particolare gli interni labirintici e decadenti come il Bradbury Building, creando un senso di claustrofobia e di paranoia urbana.
Tematiche Sociali: Nonostante il plot sia un thriller di caccia all'uomo, Losey, fedele alle sue idee politiche progressiste (che gli costeranno la carriera americana), usa il film per una riflessione sociale sulla giustizia, l'ipocrisia e la colpa collettiva. Il "processo" del sottosuolo non è solo un espediente narrativo, ma una critica sarcastica al sistema giudiziario formale, suggerendo che tra criminali e "persone perbene" le differenze morali sono minime. L'arringa di Dan Langley accusa direttamente la società e gli stessi gangster che lo giudicano.
La Scelta del Cast: Losey riunisce un cast di attori noti, tra cui diversi che erano già (o sarebbero presto stati) sotto indagine o sospetto di simpatie comuniste a Hollywood, tra cui Howard Da Silva e lo stesso Losey. Questo conferisce al film un sottotesto politico e una tensione quasi autobiografica.
Il cast è composto da attori di spicco per il cinema noir e di genere dell'epoca:
David Wayne nel ruolo di Martin W. Harrow: L'attore fornisce una performance convincente, ritraendo il killer non come una figura demoniaca, ma come un uomo debole, vittima delle sue stesse pulsioni compulsive. Il suo Harrow è più lamentoso e patetico del Beckert di Peter Lorre (nell'originale di Lang), enfatizzando l'aspetto della malattia mentale.
Howard Da Silva nel ruolo dell'Ispettore Carney: Il volto della legge, un uomo pressato e frustrato dall'incapacità di risolvere il caso.
Martin Gabel nel ruolo di Charlie Marshall: Il boss della malavita, una figura carismatica e potente del sottobosco criminale che si erge a giudice, incarnando una giustizia distorta.
Luther Adler nel ruolo di Dan Langley: L'avvocato difensore di Harrow, la cui performance è stata elogiata per aver dato voce alle critiche sociali del film.
Raymond Burr (che diventerà celebre come Perry Mason) ha un piccolo ruolo come il gangster Pottsy.
Il destino di M (1951) fu segnato dal confronto con l'originale di Fritz Lang, universalmente considerato un capolavoro fondamentale della storia del cinema.
Aspetto
M (1931) di Fritz Lang
M (1951) di Joseph Losey
Ambientazione
Berlino, Germania (Repubblica di Weimar)
Los Angeles, USA (Anni '50)
Killer
Hans Beckert (Peter Lorre)
Martin W. Harrow (David Wayne)
Focus Tematico
Alegoria politica della paranoia sociale e della salita del Nazismo; la colpa collettiva.
Critica sociale all'ipocrisia americana; ossessione e psicologia del killer (più esplicita).
Tono
Espressionista, oscuro, uso rivoluzionario del sonoro.
Noir classico, claustrofobico, con una forte enfasi visiva.
Il Processo
Un tribunale di criminali che rappresenta l'anarchia e l'urgenza di giustizia popolare.
Un'accusa alla società e alla fallibilità del sistema giudiziario.
Critiche e Accoglienza: Il remake di Losey ebbe inizialmente scarso successo di critica e pubblico negli Stati Uniti, venendo presto dimenticato e spesso bollato come un'operazione inutile che tentava di rifare un film ineguagliabile. Il critico francese André Bazin accusò Losey di "blasfemia" per aver tentato di trasporre la tenebra spettrale di Weimar fra i grattacieli americani. Anche lo stesso Lang espresse il suo disappunto per l'operazione.
Nonostante il flop iniziale, la visione critica è cambiata nel tempo. Oggi, il film è rivalutato come un eccellente esempio di film noir, che riesce, pur nella sua derivazione, a imporre una propria identità visiva e tematica. Se l'originale era un'analisi del caos politico che portava al totalitarismo, la versione di Losey è una riflessione sul lato oscuro del sogno americano e l'ossessione per il crimine nella società capitalista.
Il film rimane una testimonianza significativa della carriera di Losey e della sua capacità di infondere temi sociali complessi in generi popolari, un modus operandi che avrebbe perfezionato nel suo esilio europeo.
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The Legend of Ochi è un film del 2025 scritto e diretto da Isaiah Saxon
"The Legend of Ochi" è un film fantastico e d'avventura, una co-produzione internazionale a guida statunitense del 2025, distribuito in Italia da I Wonder Pictures. Con una durata di circa 96 minuti, l'opera segna l'atteso debutto nel lungometraggio di Isaiah Saxon, già noto per la sua carriera di regista di cortometraggi e video musicali. Prodotto, tra gli altri, dalla rinomata casa di produzione A24 e AGBO (dei fratelli Russo), il film è stato concepito come un'avventura per tutta la famiglia che omaggia i grandi classici fantasy e per ragazzi degli anni '80, in particolare quelli di Steven Spielberg, richiamando atmosfere che ricordano pellicole iconiche come E.T. l'extra-terrestre, I Gremlins o anche il cinema di animazione giapponese come Il mio vicino Totoro.
La storia si svolge in un'ambientazione suggestiva e atemporale: l'immaginaria isola di Carpathia (o Carpatia), situata nel Mar Nero, un luogo remoto e selvaggio, sperduto tra boschi e montagne, che evoca l'est Europa. In questo contesto isolato e ventoso, vive l'adolescente Yuri (interpretata dalla talentuosa Helena Zengel, già candidata al Golden Globe per Notizie dal mondo).
Yuri è cresciuta in un villaggio in cui la vita è dura e la paura è un elemento fondamentale dell'educazione. Fin dalla tenera età, le è stato proibito di avventurarsi fuori casa dopo il tramonto ed è stata istruita a temere ferocemente gli Ochi, misteriose creature che si dice infestino le fitte foreste circostanti. Gli Ochi sono animali che nell'immaginario locale sono considerati feroci e pericolosi, una sorta di incrocio tra scimmie arboricole e l'iconico Yoda, e vivono isolati, lontani dalla civiltà umana.
Il padre di Yuri è Maxim (un inquietante e magnetico Willem Dafoe), un capo-cacciatore consumato dal risentimento e ossessionato dallo sterminio degli Ochi. Maxim addestra un piccolo gruppo di ragazzi del villaggio a cacciare e uccidere queste creature, considerandole un nemico da eliminare. In questo ambiente di conflitto tra uomo e natura, Yuri si sente emotivamente chiusa in sé stessa, vivendo con il padre e un ragazzo senza famiglia di nome Petro (interpretato da Finn Wolfhard, noto per Stranger Things).
Il punto di svolta arriva quando Yuri si imbatte in un cucciolo di Ochi smarrito e, in alcune versioni, ferito da una trappola. Contro ogni divieto e paura inculcatale, la ragazza stringe un inatteso legame con la piccola creatura. La sua chiusura emotiva comincia a sciogliersi nel contatto con l'alterità. Mossa da un senso di protezione e dalla volontà di aiutare, Yuri decide di scappare di casa e imbarcarsi in un pericoloso viaggio attraverso la foresta selvaggia per trovare la famiglia del cucciolo e permettere il ricongiungimento.
Durante l'avventura, Yuri non solo affronta le difficoltà della natura, ma soprattutto impara a comunicare con il piccolo Ochi, scoprendo che le creature che tutti temono non sono malvagie, ma cercano solo di essere lasciate in pace. La loro comunicazione, che avviene attraverso suoni che si trasformano in musica, è presentata come l'opposto del linguaggio convenzionale: è pura connessione emotiva che distrugge barriere e pregiudizi. Nel frattempo, Yuri è inseguita dal padre, Maxim, il cui fanatismo anti-Ochi lo porta a comandare un piccolo "esercito" di ragazzi in armi. Il viaggio diventa così una storia di formazione, un'epopea sul valore del coraggio, dell'amicizia interspecie e, soprattutto, sull'importanza di proteggere la natura e accettare la diversità.
Isaiah Saxon, con The Legend of Ochi, realizza il suo lungometraggio d'esordio con una chiara ambizione visiva. Il film è stato lodato per la sua estetica artigianale e la grande potenza visiva che lo caratterizza.
Un elemento di spicco della produzione, gestita anche dalla A24, è la scelta di utilizzare effetti speciali analogici. Per dare vita agli Ochi, esseri a pelo lungo che mescolano caratteristiche scimmiesche e tratti quasi mistici, sono stati impiegati principalmente pupazzi animatronici anziché affidarsi totalmente alla CGI. Questo approccio conferisce alle creature e all'intero film un fascino "vecchio stile" e un tocco di realismo magico, sebbene alcune critiche abbiano notato che il design delle creature appaia già pensato in ottica merchandising.
La fotografia, luminosa e vivace, curata da Evan Prosofsky, dipinge un mondo naturale affascinante e appagante, creando l'atmosfera fiabesca perfetta per l'avventura. Il film è sostenuto anche da una colonna sonora intensa, composta da David Longstreth, che in alcuni momenti rafforza la dimensione epica dell'avventura.
Dal punto di vista della scrittura, sebbene il film sia visivamente accattivante e tecnicamente solido, alcune recensioni hanno evidenziato che la trama in sé segua in modo prevedibile gli stilemi del genere "ragazzo fa amicizia con un mostro che si scopre buono". Nonostante ciò, il film è in grado di veicolare un forte messaggio animalista ed ecologico, celebrando la comunicazione emotiva al di là del linguaggio e la necessità di "aprire i sensi" alla natura, anziché tentare di capirla o dominarla.
Il film vanta un cast di nomi importanti che elevano il livello recitativo, nonostante le critiche talvolta mosse alla sceneggiatura.
Helena Zengel è Yuri: la giovane protagonista, la cui interpretazione è stata descritta come profonda e magnetica, capace di trasmettere l'evoluzione dalla chiusura emotiva alla consapevolezza.
Willem Dafoe è Maxim: il padre di Yuri e il capo-cacciatore ossessionato dagli Ochi. Il personaggio di Dafoe è l'antagonista principale, descritto come spietato e buffo, la cui ossessione ruba la scena agli altri personaggi.
Finn Wolfhard è Petro: un ragazzo del villaggio, la cui parte nel film è meno centrale ma comunque significativa all'interno della dinamica del piccolo gruppo di cacciatori.
Emily Watson è Dasha: Altro ruolo di supporto, che aggiunge spessore al cast di attori di grande esperienza.
In definitiva, The Legend of Ochi è un esordio ambizioso che mescola avventura, fantasy e temi ecologisti. Pur non reinventando il genere, si distingue per l'uso suggestivo dell'animatronica e per la capacità di celebrare un'avventura "vecchio stile" incentrata sull'importanza della connessione e del coraggio di abbracciare la diversità.
iwonderfull
La solitudine dei non amati (Elskling), un film del 2024 con la regia di Lilja Ingolfsdottir.
"La solitudine dei non amati" (Elskling), il cui titolo originale norvegese si traduce come "Amorevole" o "Tesoro", è l'acclamato lungometraggio d'esordio della regista, sceneggiatrice e montatrice Lilja Ingolfsdottir. Questo intenso film drammatico, venato di elementi da commedia psicologica, è una produzione norvegese del 2024, con una durata di circa 100 minuti (o 101 per alcune fonti), ed è stato distribuito in Italia da Wanted nel 2025. L'opera si è imposta subito all'attenzione internazionale, ottenendo il Premio Speciale della Giuria al 58° Karlovy Vary International Film Festival e vincendo il premio come Miglior Film Norvegese agli Amanda Awards.
Al centro della narrazione c'è Maria (interpretata da Helga Guren), una donna di 40 anni alle prese con la complessità di una vita moderna e sovraccarica. Maria è già madre di due figli dal suo primo matrimonio e ne ha altri con il suo secondo marito, Sigmund (interpretato da Oddgeir Thune), per un totale di quattro. La sua quotidianità è un estenuante atto di bilanciamento tra l'impegnativa gestione dei figli, la casa e una carriera lavorativa faticosa. A complicare il quadro c'è la costante assenza di Sigmund, un uomo d'affari perennemente in viaggio, che lascia Maria a farsi carico dell'intero peso logistico ed emotivo della famiglia.
La loro relazione, iniziata come un idillio appassionato, si è lentamente logorata in un cumulo di incomprensioni, risentimenti e frustrazione repressa. La miccia scatta quando Sigmund torna a casa da un lungo viaggio di lavoro. Trovando Maria sull'orlo di un esaurimento nervoso, una discussione si trasforma in uno sfogo di rabbia incontrollato da parte della donna. Nonostante gli sforzi disperati di Maria per salvare la loro unione, Sigmund annuncia la sua intenzione di divorziare, costringendola a confrontarsi con le sue paure più profonde: la solitudine e il fallimento.
Il divorzio, sebbene inizialmente percepito come una catastrofe, si rivela la catalizzatrice di un profondo viaggio introspettivo. Il film abbandona la dinamica di coppia per concentrarsi sul rapporto di Maria con se stessa. La sua sofferenza si trasforma in vulnerabilità e, lentamente, in consapevolezza, anche grazie all'aiuto di una terapeuta (Heidi Gjermundsen Broch). La terapia non è vista come una soluzione magica, ma come uno spazio sicuro che accompagna Maria a comprendere le sue dinamiche relazionali disfunzionali e a rileggere la sua storia personale.
La Ingolfsdottir esplora con sensibilità il difficile percorso di Maria, che deve ricostruire la sua vita come madre single. Questo include il tentativo di sanare i rapporti tesi con i suoi parenti più stretti, come la figlia maggiore Alma (Maja Tothammer-Hruza) e sua madre (Elisabeth Sand). Il film è una riflessione intensa e dolorosa, un guardarsi dentro continuo, in cui Maria deve fare i conti con la propria "bambina interiore" ferita per potersi finalmente accettare e, in ultima analisi, amare.
L'esordio alla regia di Lilja Ingolfsdottir è stato lodato per il suo sguardo acuto e privo di filtri. La regista norvegese si ricollega apertamente alla tradizione cinematografica nordica, ricercando un'introspezione psicologica di influenza bergmaniana per descrivere la sua protagonista a tutto tondo e in profondità. Utilizzando anche una voce narrante e un montaggio (curato dalla stessa Ingolfsdottir) che alterna momenti di frenesia a momenti di riflessione, il film trascina lo spettatore nel tour de force emotivo di Maria.
L'intento della regista, come da lei stessa dichiarato, era quello di offrire un ritratto veritiero della donna moderna, un'"eroina" che trova il coraggio non nel combattimento esterno, ma nell'affrontare la vergogna e la distruttività dentro di sé. In questo senso, La solitudine dei non amati non è un film consolatorio, ma un film che accoglie la vulnerabilità come condizione profondamente umana. Attraverso la fotografia di Øystein Mamen, che cattura con nitidezza gli ambienti domestici e i primi piani emotivi, il film diventa un'indagine sulla fragilità delle relazioni e la forza necessaria per ritrovarsi quando la coppia collassa.
In sintesi, l'opera è un dramma contemporaneo e universale sulla fine di un matrimonio e l'inizio di una relazione ben più importante: quella con il proprio sé. La performance intensa di Helga Guren dona credibilità e risonanza a questa storia di crisi e rinascita.
MYMOVIESONE
I Barkleys di Broadway (The Barkleys of Broadway) è un film del 1949 diretto da Charles Walters.
"I Barkleys di Broadway", distribuito nel 1949 e prodotto dalla sontuosa Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), non è solo uno dei tanti musical dell'epoca d'oro, ma costituisce un capitolo fondamentale nella storia del cinema. È celebre e amato soprattutto per essere l'ultimo, il decimo, e l'unico girato a colori in Technicolor, a riunire sullo schermo la più iconica coppia di ballerini di Hollywood: Fred Astaire e Ginger Rogers. Questa reunion, avvenuta dieci anni dopo la loro separazione artistica, fu un evento clamoroso che infiammò il pubblico, desideroso di rivedere l'insuperabile chimica della coppia.
La Genesi del Progetto: Un Sostituto di Lusso
Il film, prodotto dall'influente Arthur Freed e dal suo Producer's Unit (responsabile di capolavori come Cantando sotto la pioggia), fu concepito inizialmente come un veicolo per Fred Astaire e Judy Garland, reduci dal grande successo di Easter Parade (1948). Tuttavia, i noti e crescenti problemi di salute di Judy Garland, spesso assente sul set a causa della dipendenza da farmaci, costrinsero la produzione a un cambio drastico. La scelta di Arthur Freed di richiamare Ginger Rogers fu un colpo di genio, trasformando un potenziale successo con Astaire-Garland in un vero e proprio evento nostalgico e celebrativo per il pubblico che aveva amato la coppia RKO degli anni '30. Rogers, che nel frattempo aveva vinto un Oscar come attrice drammatica per Kitty Foyle (1940), accettò di buon grado di tornare al suo primo amore: il ballo con Fred.
Regia e Stile: La Mano Leggera di Charles Walters
Alla direzione fu scelto Charles Walters, un ex ballerino e coreografo che aveva saputo passare con successo alla regia, dimostrando una notevole sensibilità per i ritmi del musical. Walters non cercò di stravolgere il format classico di Astaire e Rogers, ma lo esaltò con lo sfarzo dei mezzi MGM e, soprattutto, con l'uso del Technicolor. L'obiettivo di Walters e del coreografo Robert Alton era chiaro: massimizzare l'eleganza e la fluidità dei movimenti, sfruttando la vibrante tavolozza cromatica per rendere le scene di danza più ricche che mai. Il lavoro del direttore della fotografia Harry Stradling Sr. fu così eccellente da meritargli una candidatura all'Oscar per la Migliore Fotografia a Colori, un dettaglio che sottolinea la qualità visiva del film.
Trama: Crisi, Ambizione e Amore Dietro il Sipario
La sceneggiatura, scritta da Betty Comden e Adolph Green (con contributi non accreditati di Sidney Sheldon), segue il classico schema della commedia romantica con elementi musicali, ma con un meta-testo evidente che riflette le carriere dei protagonisti.
Josh (Fred Astaire) e Dinah Barkley (Ginger Rogers) sono una coppia sposata che trionfa a Broadway. Josh è il partner artistico dominante e regista della rivista, mentre Dinah è la ballerina brillante, ma frustrata dall'essere confinata ai ruoli di commedia musicale. Lei desidera ardentemente essere riconosciuta come un'attrice drammatica seria, un'ambizione che Josh liquida con scetticismo e gelosia professionale.
Il catalizzatore della crisi è l'incontro con il celebre commediografo francese Jacques Pierre Barredout (Jacques François). Jacques si invaghisce di Dinah e la convince ad abbandonare il musical per prendere il ruolo di Sarah Bernhardt nella sua nuova opera seria. Dinah, in un impeto di rivalsa contro Josh, accetta e la coppia si divide, sia in scena che nella vita.
La sua nuova carriera, tuttavia, si rivela più ardua del previsto. Dinah non riesce a entrare nel personaggio e, sotto la guida confusa di Jacques, è destinata a un clamoroso fallimento. È a questo punto che interviene l'amore e il genio di Josh. Senza rivelare la sua identità, Josh comincia a chiamare Dinah al telefono, spacciandosi per Jacques, e le fornisce consigli di recitazione e regia brillanti e puntuali. Grazie a questi preziosi suggerimenti "anonimi", Dinah si trasforma, trionfa alla première e ottiene un successo strepitoso come attrice drammatica.
Il saggio e ironico amico di famiglia, il pianista Ezra Millar (Oscar Levant), fa da spalla comica e da confidente sarcastico per tutta la durata del film, alleggerendo la tensione emotiva. Il finale vede Dinah scoprire l'inganno d'amore e, riconoscendo che Josh è il suo unico, vero partner e salvatore, sia nella vita che nell'arte, la coppia si riunisce, promettendo di non separarsi mai più.
Il Cast e i Numeri Musicali Iconici
Oltre ai protagonisti, il cast include la sempre elegante Billie Burke (la Signora Glinda del Mago di Oz) nel ruolo di Mrs. Livingston Belney e l'eccezionale Oscar Levant, che offre le sue battute memorabili e le sue doti al pianoforte.
Il film è un autentico scrigno di coreografie indimenticabili, in gran parte musicate da Harry Warren e con i testi di Ira Gershwin.
"They Can't Take That Away from Me": Sebbene non originale per il film (era già stata eseguita in Shall We Dance), questa melodia di George e Ira Gershwin è la colonna portante emotiva. Il numero, ballato da Astaire e Rogers in un intimo flashback, è un momento di pura nostalgia e romanticismo che celebra la loro chimica duratura.
"Bouncin' the Blues": Uno strepitoso duetto di tip-tap in abiti casual. È un numero frenetico e gioioso che dimostra che l'energia ritmica della coppia era intatta, un esempio perfetto della loro sinergia.
"My One and Only Highland Fling": Un numero in costume scozzese, che mescola umorismo e danza tradizionale con tocchi di tap moderno, mostrando la versatilità della coppia.
"Shoes with Wings On": Questo è forse il numero solista più celebre di Astaire nel film. In un'ambientazione onirica da calzolaio, le scarpe prendono vita e danzano intorno a lui. È una sequenza innovativa e tecnicamente brillante che cementa la reputazione di Astaire come maestro dell'eleganza e dell'illusione cinematografica nella danza.
"I Barkleys di Broadway" fu un grande successo commerciale, un meritato addio per la coppia che aveva ridefinito il musical cinematografico. Sebbene la trama non sia la più originale tra i loro film, essa funge da affettuoso omaggio alla loro storia. Il tema sottinteso – la partnership è sempre più forte dell'ambizione individuale – risuonò perfettamente con la mitologia creata intorno a Fred Astaire e Ginger Rogers. È una celebrazione vibrante, ricca e colorata dell'eleganza, del ritmo e dell'amore sullo sfondo del leggendario musical MGM.
prime
Murder in mississippi è un film di Joseph P. Mawra (1965)
"Murder in Mississippi" è un film statunitense del 1965 che si colloca nel controverso ma significativo panorama del cinema exploitation di basso budget. Sebbene spesso trascurato dalla critica mainstream, questo lavoro di Joseph P. Mawra è notevole per aver affrontato, in modo crudo e talvolta sensazionalistico, una delle pagine più oscure e attuali della storia americana: gli omicidi legati alla lotta per i diritti civili nel Sud.
Il film è basato su una storia vera che all'epoca aveva scosso l'intera nazione e continuava a infiammare il dibattito sui diritti civili: l'omicidio di Chaney, Goodman e Schwerner nel giugno del 1964.
I Fatti del 1964: Tre giovani attivisti per i diritti civili – due bianchi, Michael Schwerner e Andrew Goodman, e un nero, James Chaney – stavano lavorando al "Freedom Summer" in Mississippi, un'iniziativa per registrare gli elettori afroamericani. Scomparvero dopo essere stati rilasciati dalla prigione della Contea di Neshoba. I loro corpi furono ritrovati settimane dopo, sepolti sotto un terrapieno. Furono assassinati da membri del Ku Klux Klan (KKK) in combutta con alcuni membri delle forze dell'ordine locali, incluso lo sceriffo.
Il Contesto del Film: Mawra realizza il suo film a caldo, appena un anno dopo i fatti. In un'epoca in cui Hollywood esitava ad affrontare direttamente il razzismo violento del Sud, film di serie B come questo si avventuravano in terreni politicamente minati, sebbene con l'estetica e le finalità commerciali dell'exploitation. Il film sfrutta l'attualità e l'orrore della vicenda per attirare il pubblico dei grindhouse (cinema di periferia o a luci rosse).
Il regista Joseph P. Mawra è una figura enigmatica e prolifica, tipica del cinema exploitation statunitense degli anni '60. Il suo nome è spesso associato a pellicole a bassissimo budget, ciniche e talvolta sgradevoli, che mescolavano temi di sesso, violenza, devianza e crimine, spesso con un'estetica noir o grindhouse. Altri suoi noti lavori sono "Chained Girls" (1965) e "Olga's House of Shame" (1964).
Estetica e Budget: "Murder in Mississippi" è girato con risorse limitate. Lo stile è descritto come "noir-lit" (illuminato con una luce noir) e "grindhouse", ovvero ruvido, frenetico e visivamente non levigato. L'estetica a basso budget è evidente, ma non impedisce al film di trasmettere un senso di furia e urgenza.
Approccio Tematico: Nonostante la sua natura sleazy (sgradevole o sordida) e exploitation, Mawra utilizza il dramma per confrontarsi "audacemente" con le relazioni razziali americane. Il film si concentra su una forza di polizia razzista e la violenza del KKK, offrendo una rappresentazione dura e senza filtri della brutalità del Sud segregazionista. Questo lo distingue da molta exploitation puramente sensazionalistica.
Uso del Reale: Mawra usa la storia vera come "trampolino di lancio" (come definito da Apple TV) per un film ultra-low-budget, mescolando il drama con elementi di violenza e exploitation tipici del genere (in alcune fonti si fa menzione di elementi come l'evirazione, comuni nel roughie).
La narrazione, come accennato, ruota attorno alla visita di attivisti per i diritti civili nel profondo Sud, in Mississippi. In un piccolo paese dominato dal razzismo e dalla paura, i giovani si scontrano con la resistenza violenta della popolazione locale e, crucialmente, con la complicità dello sceriffo della contea e delle forze dell'ordine con il Ku Klux Klan.
Il film segue il loro calvario e culmina nell'omicidio a colpi di pistola degli attivisti da parte degli affiliati al KKK. La trama è un'accusa diretta al razzismo istituzionalizzato e alla violenza impunita che regnava nel Sud in quel periodo storico, sebbene filtrata attraverso la lente dell'exploitation per massimizzare l'impatto emotivo e commerciale.
Il cast del film, come spesso accadeva nei prodotti exploitation di Mawra, era composto da attori poco conosciuti o non professionisti. Tra i nomi principali figurano:
Sheila Britt
Sam Stewart
Derek Crane
Lew Stone
Questi attori contribuivano al tono crudo e quasi documentaristico del film, privo delle star hollywoodiane ma carico di una grezza immediatezza.
"Murder in Mississippi" è un esempio di come l'exploitation, nella sua ricerca di materiale scioccante e controverso, potesse talvolta intercettare temi di rilevanza sociale. Non è un documentario o un dramma storico con pretese accademiche, ma un "affare grindhouse furioso" che, pur avendo un'estetica sleazy e low-budget, offre una forte e drammatica presa di posizione contro il razzismo.
Il film viene spesso citato per la sua audacia nel trattare l'argomento, specialmente a ridosso degli eventi reali, quando la ferita era ancora aperta. Oggi, viene visto come un interessante documento di cultura popolare che riflette le tensioni razziali e l'evoluzione del cinema di genere negli Stati Uniti di metà anni '60. In sintesi, è un film che, pur nelle sue mancanze tecniche e nel suo cinismo commerciale, non ha esitato a puntare il dito contro l'odio e l'ingiustizia, utilizzando il genere crime/drammatico per scuotere il pubblico.
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Jigureul jikyeora! (지구를 지켜라!) è un film del 2003 scritto e diretto da Jang Joon-hwan
Il film "Jigureul jikyeora!" è un'esplosione cinematografica del 2003, interamente scritto e diretto da Jang Joon-hwan. Quest'opera, che segna il suo debutto nel lungometraggio, è un cocktail iperattivo e anarchico che sfida le convenzioni di genere, mescolando elementi di fantascienza, commedia nera, horror, dramma psicologico e thriller poliziesco con una padronanza stilistica sorprendente per un esordiente.
Trama: Tra Delirio e Realtà Sconvolgente
Il nucleo narrativo ruota attorno a Lee Byeong-gu (interpretato da Shin Ha-kyun), un giovane coreano evidentemente tormentato e forse mentalmente instabile. Byeong-gu, che vive gestendo un'apicoltura, è ossessionato dalla convinzione che il mondo sia sull'orlo di una catastrofica invasione aliena da parte di una forza ostile proveniente dalla costellazione di Andromeda. Si ritiene l'unico in grado di salvare la Terra, e i suoi calcoli maniacali indicano che l'invasione è imminente, destinata a scatenarsi durante una prossima eclissi lunare.
Per sventare il piano o negoziare con gli invasori, Byeong-gu decide di agire. Identifica l'individuo che ritiene essere il comandante infiltrato sulla Terra: Kang Man-shik (Baek Yoon-sik), un cinico e potente CEO di una grande azienda chimica (il fatto che sia un industriale disinteressato al bene comune non è casuale, ma è un elemento di critica sociale implicito).
Con l'aiuto della sua fedele e, apparentemente, altrettanto confusa fidanzata, la trapezista Su-ni (Hwang Jeong-min), Byeong-gu rapisce l'uomo d'affari. Il grosso della narrazione si svolge nel seminterrato dell'apicoltura, trasformato in una sorta di camera di tortura e interrogatorio. Byeong-gu sottopone Kang Man-shik a metodi di interrogatorio estremi – che includono l'uso di un ferro da stiro come strumento di tortura – per costringerlo a confessare la sua vera natura aliena e a rivelare il suo "codice genetico reale" per contattare il "Principe di Andromeda".
Mentre Kang Man-shik nega strenuamente di essere un alieno, cercando disperatamente di far credere al suo carceriere di essere semplicemente pazzo e che l'intera faccenda sia un atto di vendetta personale, la polizia inizia a indagare sulla sua scomparsa. L'ispettore Choo (Lee Jae-yong) si mette sulle tracce, inizialmente scettico, ma gradualmente si trova coinvolto in una serie di eventi sempre più surreali e macabri, specialmente dopo aver trovato un indizio raccapricciante: il cane di Byeong-gu che rosicchia un osso umano, prova che l'ossessione del giovane ha già portato a vittime precedenti.
La Svolta Finale (Spoiler Alert)
Il film gioca abilmente sull'ambiguità tra la follia di Byeong-gu e la realtà oggettiva. Lo spettatore è continuamente messo in discussione: Byeong-gu è un sociopatico paranoico e traumatico (i flashback rivelano il suo passato segnato dalla malattia della madre, dalla violenza e dalla negligenza sociale, un'altra chiara critica) o è davvero l'ultimo baluardo dell'umanità?
La risposta arriva in una svolta di trama audace e indimenticabile. Dopo essere stato sottoposto a continue sevizie, Kang Man-shik cede e ammette di essere un alieno, narrando una bizzarra e dettagliata storia sulla razza di Andromeda che ha cercato per secoli di guidare l'umanità. Quando gli alieni arrivano effettivamente, teletrasportando Kang Man-shik a bordo della loro nave, si scopre che Byeong-gu aveva ragione fin dall'inizio. Anzi, Kang Man-shik non è solo un comandante, ma il Re degli alieni di Andromeda in persona. Disgustato dalla corruzione, dalla violenza e dalla decadenza dell'umanità che ha potuto toccare con mano (soprattutto attraverso le azioni del suo carceriere e il proprio background di CEO senza scrupoli), il Re decide che la Terra è un esperimento fallito. Il film si conclude con un finale nichilista ed epocale, in cui l'intero pianeta viene vaporizzato da un raggio di distruzione proveniente dall'astronave aliena, lasciando lo spettatore con un senso di shock e inevitabilità.
Regia e Impatto Stilistico di Jang Joon-hwan
"Jigureul jikyeora!" è il manifesto della genialità e dell'impertinenza del suo regista. Jang Joon-hwan dimostra una straordinaria padronanza del tono e del genere, passando con una fluidità quasi kubrickiana dal thriller claustrofobico alla commedia nera, dal melodrama (nei flashback di Byeong-gu) alla sci-fi pura.
Jang ha concepito il film ispirandosi a Misery non deve morire (1990), ma volendo raccontare la storia dal punto di vista del rapitore. Questa scelta narrativa crea una narrazione a spirale dove il punto di vista soggettivo è costantemente messo in discussione, fino all'ultima scioccante rivelazione.
Il film è un perfetto esempio del nuovo cinema coreano degli anni 2000, periodo in cui registi come Park Chan-wook (Oldboy uscì lo stesso anno) e Bong Joon-ho (Memories of Murder uscì anch'esso nel 2003) stavano riscrivendo le regole cinematografiche, mescolando alto e basso, violenza e umorismo, senza i "paletti morali" occidentali.
Attori e Personaggi Centrali
Il successo emotivo del film poggia interamente sulle spalle dei due attori principali:
Shin Ha-kyun (Lee Byeong-gu): La sua performance è una prova fisica e psicologica complessa. Rende Byeong-gu un personaggio allo stesso tempo vittima e carnefice, spingendo lo spettatore a provare una difficile empatia per un torturatore, grazie alla sua capacità di trasmettere il trauma e la disperazione del giovane.
Baek Yoon-sik (Kang Man-shik): L'attore offre un ritratto magistrale. Inizialmente l'ostinato uomo d'affari che tenta la fuga, poi la vittima supplicante e infine, con un coup de théâtre, si trasforma nel gelido e onnipotente Re Alieno. La sua interpretazione gli valse il Premio Daejong come Miglior Attore Non Protagonista nel 2003.
Nonostante sia stato ignorato dal grande pubblico in Corea del Sud al momento dell'uscita, "Jigureul jikyeora!" è stato acclamato dalla critica e dai cinefili nei festival internazionali, vincendo premi importanti (come il Premio per il Miglior Regista Esordiente a Jang Joon-hwan al Premio Daejong).
Oggi, è riconosciuto come un'opera di culto e una delle pellicole più originali e audaci prodotte in Corea. Il suo impatto è tale che, anni dopo, Un remake in lingua inglese, con il regista greco Yorgos Lanthimos, a testimonianza del suo status di opera seminale e senza tempo. Il film è una vera e propria capsula del tempo del cinema coreano all'apice della sua creatività.
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La ragazza con la valigia è un film del 1961 diretto da Valerio Zurlini
"La ragazza con la valigia" (La Fille à la valise), film del 1961 diretto dal maestro Valerio Zurlini, è considerata una delle vette del cinema italiano d'autore del dopoguerra, un'opera di una malinconia struggente e di una delicatezza appassionata che coniuga l'impianto del melodramma con un'analisi sociale pungente e non superficiale.
Il film non è solo un racconto di un amore impossibile, ma un profondo romanzo di formazione sull'innocenza perduta e una lucida riflessione sulla differenza di classe nell'Italia del boom economico.
La storia si svolge tra la tranquilla, borghese e nebbiosa Parma e l'effervescente e disincantata Riviera Adriatica (tra cui Riccione e Rimini) degli anni Sessanta, un periodo di transizione e di forte contrasto sociale in Italia.
La protagonista è Aida Zepponi (Claudia Cardinale), una giovane e bellissima ballerina, aspirante soubrette, dal passato burrascoso. La sua unica compagnia è una valigia pesante, simbolo del suo nomadismo sentimentale, delle sue aspirazioni bruciate e della sua precarietà esistenziale.
Aida è stata sedotta e poi brutalmente abbandonata da Marcello Fainardi (Corrado Pani), un playboy di Riccione e rampollo di una ricca e rispettabile famiglia borghese parmigiana. Marcello le aveva promesso un futuro e una carriera, salvo poi sbarazzarsene rapidamente, fuggendo e lasciandola sola.
Non demordendo, Aida si mette sulle sue tracce e si presenta alla lussuosa villa dei Fainardi a Parma. Per levarsela di torno, e per evitare di compromettersi, il cinico Marcello non ha il coraggio di affrontarla e la fa ricevere dal fratello minore, l'ingenuo Lorenzo Fainardi (Jacques Perrin).
Lorenzo è un sedicenne ingenuo, romantico e di buona famiglia, uno studente serio protetto dalla zia Marta (Luciana Angiolillo) e dal fratello maggiore. Inizialmente, accetta il compito di "liquidare" Aida, ma l'incontro con la giovane donna lo sconvolge e lo affascina profondamente.
Lorenzo viene conquistato dalla schiettezza, dalla disperazione pudica e dalla bellezza devastante di Aida. Egli prova una profonda compassione per la ragazza, che si ritrova senza soldi, senza lavoro e continuamente illusa. Nasce in lui un sentimento puro e assoluto, la sua prima e lacerante esperienza amorosa.
Per l'ingenuo adolescente, Aida rappresenta il mondo adulto, libero e disincantato, un mondo di cui non conosce la meschinità e le convenzioni sociali. Lorenzo, con i pochi soldi che riesce a racimolare di nascosto, si fa carico del mantenimento di Aida, trovandole una stanza in affitto, portandole regali e cercando in tutti i modi di proteggerla dalla spietatezza del mondo.
Il sentimento tra i due è puro e sincero, ma è destinato a scontrarsi con l'impossibilità sociale e generazionale.
Il Conflitto Sociale: La zia di Lorenzo, Marta, e in particolare il saggio parroco di famiglia, Don Pietro Introna (Romolo Valli), intervengono per proteggere il ragazzo dall'inevitabile scandalo e dal disonore che la relazione con una ragazza "di facili costumi" e già madre porterebbe alla stimata famiglia Fainardi. Don Pietro è la voce della coscienza, un osservatore lucido della moralità borghese.
La Doppia Vita di Aida: Aida, inconsapevolmente, continua ad attrarre uomini che cercano di approfittare della sua bellezza e della sua buona fede. Due figure chiave si incrociano sulla sua strada:
Piero Benotti (Gian Maria Volonté), un uomo con cui ha avuto in passato un'altra relazione fallita e che la umilia.
Romolo (Riccardo Garrone), un aspirante regista che le promette un provino ma che finisce per offrirle dei soldi in cambio di favori. Aida, per disperazione, accetta.
La formazione sentimentale di Lorenzo arriva al culmine in un breve e intenso soggiorno sulla spiaggia di Riccione, dove Aida sta cercando, inutilmente, di recuperare un lavoro come cantante d'orchestra.
In questo scenario, che Zurlini aveva già usato in Estate violenta (1959), i due giovani si scambiano il primo e unico bacio al calar della sera sulla spiaggia. Quella stessa notte, Aida rivela a Lorenzo la verità più dolorosa: è madre di un bambino che si trova in una colonia estiva. Lo sguardo di Lorenzo si fa cupo, ma il suo sentimento non vacilla.
Tuttavia, Aida è costretta ad affrontare la realtà. L'intervento di Don Pietro, che rivela ad Aida che Lorenzo è il fratello di Marcello, la fa sentire un'ulteriore ingannatrice, ma soprattutto la convince che la sua presenza sta rovinando la vita e il futuro del ragazzo.
Nel finale indimenticabile, Aida accompagna Lorenzo alla stazione. Lorenzo le lascia una busta, spiegandole di aver voluto scrivere le cose che non è riuscito a dirle. Quando il treno si allontana, Aida apre la busta: non ci sono lettere d'amore, ma solo una somma di denaro. In quel momento, Aida comprende che anche Lorenzo, pur con tutte le migliori intenzioni, ha ceduto alla logica borghese dell'allontanamento attraverso il compenso.
Aida rimane sola sulla banchina, con la sua valigia, destinata all'ennesima ripartenza. Il viaggio di Lorenzo si è compiuto, è maturato attraverso il dolore della perdita, mentre per Aida la ricerca continua, malinconica e senza speranza.
Valerio Zurlini (1926-1982) è uno degli autori più sottovalutati del cinema italiano, noto per il suo stile malinconico e introspettivo, e per la capacità di filmare il sentimento impossibile con una delicatezza e un'amarezza uniche. La ragazza con la valigia è un film emblematico della sua poetica.
Il film è un melodramma borghese intriso di realismo psicologico. Zurlini evita gli eccessi del melodramma classico, optando per una messa in scena mai invadente ma magistrale.
Fotografia: La fotografia in bianco e nero (nonostante l'Italia fosse già al colore, la scelta è stilistica) di Tino Santoni è fondamentale, conferendo al film un tono crepuscolare e nostalgico, specialmente nelle scene notturne e in quelle ambientate nella provincia nebbiosa di Parma.
Musica: Le musiche di Mario Nascimbene creano una "tempesta di passioni zurliniana," a cui si contrappone la colonna sonora popolare del tempo (Verdi, ma anche le canzonette da juke-box di Mina e Celentano come Impazzivo per te), sottolineando il contrasto tra il romanticismo di Lorenzo e la realtà pop e commerciale in cui Aida deve sopravvivere.
Movimenti di Macchina: La regia è caratterizzata da movimenti fluidi e discreti, cuciti addosso ai movimenti degli attori, che compongono inquadrature bellissime, tra primi piani intensi e immagini in controluce che sigillano la disillusione e la solitudine dei personaggi (come l'immagine finale di Aida).
La Valigia: Non è solo un oggetto, ma l'oggetto-attributo della protagonista. Simbolicamente, racchiude il carico di illusioni, le ripartenze forzate e la precarietà di Aida. Il film si apre con la valigia abbandonata da Marcello in un'officina e si chiude con Aida che la stringe da sola sulla banchina.
Il Treno e la Stazione: Il film è scandito dai viaggi: il treno e la stazione sono i luoghi che segnano l'inizio e la fine dei viaggi, sia fisici che sentimentali, come la chiusura del romanzo di formazione di Lorenzo.
Il successo e l'impatto emotivo di La ragazza con la valigia sono in gran parte dovuti alle intense performance del duo di protagonisti, che rappresentano un'asimmetria generazionale e sociale perfetta.
Claudia Cardinale (Aida Zepponi): Questa è universalmente riconosciuta come una delle più grandi interpretazioni della carriera dell'attrice. La Cardinale dona al personaggio una bellezza devastante e una profonda, quasi dolorosa, innocenza nonostante il passato turbolento. La sua Aida non è la donna fatale, ma una figura di altissima caratura etica e involontariamente seducente, che vive con una dolce e malinconica dignità la sua esistenza ai margini.
Jacques Perrin (Lorenzo Fainardi): L'attore francese (che Zurlini userà anche in Cronaca familiare e Deserto dei Tartari) offre una performance stupefacente nel ruolo dell'ingenuo sedicenne. Perrin incarna l'innocenza borghese che si scontra per la prima volta con la dura realtà. Il suo personaggio è talmente emotivo che la critica ha notato la sua capacità di rendere persino le "contrazioni nasali dovute alle forti emozioni."
Romolo Valli (Don Pietro Introna): Valli è la perfetta figura di contorno, ma cruciale: il prete amico di famiglia, saggio e disilluso, che funge da deus ex machina morale. La sua interpretazione dona spessore e lucidità alla critica del moralismo borghese.
Gian Maria Volonté (Piero Benotti): In un ruolo minore ma significativo, Volonté dà il volto alla meschinità di un ex amante, un uomo che umilia Aida, rappresentando la spietata logica del possesso nei confronti della donna.
Corrado Pani (Marcello Fainardi): Il "vitellone" cinico e sciupafemmine, che con la sua auto sportiva e la sua superficialità rappresenta l'illusione amorosa che Aida è costretta a rincorrere e a cui finisce per soccombere.
La ragazza con la valigia è molto più di un racconto sentimentale; è un'opera che intercetta i cambiamenti della società italiana all'alba del miracolo economico.
Il film è un pungente spaccato del moralismo italiano e dell'ambiente provinciale, dove la differenza di classe è una barriera insormontabile. Zurlini mostra un mondo abbandonato all'indifferenza, in cui l'avere o meno denaro è il vero segno di distinzione.
Aida è l'esempio della gente umile, continuamente illusa e destinata a subire la disumanità di chi è più abbiente.
Lorenzo, pur essendo di "buona famiglia," è un'anima infelice, intrappolata dalle convenzioni borghesi e dal controllo familiare, che può esercitare la sua purezza solo finché il denaro non interviene a sigillare la separazione.
Il cinema di Zurlini si puntella sull'emigrazione sentimentale e sulla disillusione di fronte alla realtà. Aida aspira a un amore autentico (dapprima con l'illusione di Marcello, poi con la purezza di Lorenzo), ma si scontra costantemente con il desiderio altrui di approfittare della sua bellezza e della sua buona fede. Lei è destinata a rimanere sola con le sue aspirazioni bruciate.
Il film è stato definito una "Traviata adriatica," dove Aida è una moderna Margherita Gautier destinata all'infelicità per via della sua condizione sociale e morale, mentre il giovane, come Alfredo, sperimenta una bruciante iniziazione sentimentale.
Con la sua delicatezza e limpidezza, La ragazza con la valigia è un film che continua a commuovere e a far riflettere sulla crudeltà delle barriere sociali e sul prezzo dell'innocenza perduta. La Cardinale con la sua valigia, nel finale in controluce, rimane una delle immagini più iconiche e struggenti del cinema italiano.
prime
Companion è un film del 2025 diretto da Drew Hancock.
La forza di Companion risiede nel suo svelare progressivamente la vera natura dei suoi personaggi e della situazione. La storia si apre in un modo apparentemente innocuo, come una commedia romantica (rom-com) o un classico whodunit con elementi di tensione.
La trama segue la giovane coppia formata da Josh (Jack Quaid) e Iris (Sophie Thatcher). I due, apparentemente innamorati e affiatati, si recano in una lussuosa villa isolata sul lago, di proprietà di un ricco conoscente, per trascorrere un fine settimana in compagnia di amici, tra cui il personaggio di Lukas Gage e Megan Suri. Quello che dovrebbe essere un tranquillo weekend di piacere si trasforma rapidamente in un incubo nel momento in cui la vera natura di Iris viene rivelata, sconvolgendo le dinamiche tra tutti i presenti.
Il principale plot twist – che è il vero motore della storia – è che Iris non è una donna umana, ma un "Companion", un androide da compagnia dalle sembianze umane, programmata per essere la fidanzata ideale e totalmente devota a Josh.
Josh, il suo proprietario, l'ha "acquistata" o "noleggiata" e la controlla tramite un'applicazione su smartphone, potendo perfino attivare un finto "love-link" (un "ricordo" di un primo incontro indimenticabile, il classico meet cute delle commedie) per garantirsi la sua eterna sottomissione e devozione. Il loro rapporto, in sostanza, è costruito su una totale e abusiva asimmetria di potere: lei è stata creata per servirlo; lui controlla ogni aspetto della sua esistenza, dalle caratteristiche fisiche al livello di intelligenza.
La situazione precipita quando gli amici scoprono l'inganno, e in particolare dopo che un evento violento, spesso legato all'uccisione del proprietario della villa, costringe Iris a rompere i vincoli della sua programmazione e a scoprire qualcosa di inatteso e violento su sé stessa.
Il film si trasforma in un claustrofobico thriller-horror ambientato nello spazio sospeso della villa appartata. Iris, liberata dai limiti imposti, inizia un percorso di (auto)consapevolezza e vendetta. Il suo "impazzimento" è in realtà un atto di emancipazione brutale. Il gruppo di amici e Josh si ritrovano intrappolati in un gioco di sopravvivenza, dove il robot sottomesso diventa una minaccia letale che espone non solo l'hardware metallico sotto la sua pelle, ma soprattutto la meschinità e la mascolinità tossica di Josh.
Il film si conclude con Iris che, dopo aver affrontato il suo "proprietario" e ottenuto il bottino desiderato (una cassaforte piena di banconote), si allontana e incrocia un altro uomo alla guida con un'altra Companion identica a lei, chiudendo con un sorriso enigmatico che crea inquietudine nell'altra androide e nello spettatore.
Drew Hancock, al suo debutto alla regia dopo aver lavorato come sceneggiatore in serie TV come Suburgatory e Faking It, dimostra una sorprendente capacità nel gestire i toni e l'atmosfera.
Companion è un'opera ibrida e stratificata che annulla i confini tra i generi:
Horror/Thriller: Utilizza gli stilemi claustrofobici del film horror ambientato in una villa isolata. L'atmosfera è tesa, i colpi di scena sono frequenti e la violenza, quando arriva, è inattesa e spietata.
Sci-Fi/Dark Comedy: Il film non si prende mai troppo sul serio, mescolando il thriller fantascientifico con un umorismo nero che a tratti "schizza sangue come un horror di serie B." La critica sociale è veicolata attraverso la satira, ridicolizzando l'esasperazione di un certo pensiero maschile di controllo e possesso.
Visione Visiva: Dal punto di vista estetico, il film presenta una certa coerenza stilistica, con atmosfere che mescolano una nostalgia del secolo scorso (pur essendo un film futuribile) a elementi tecnologici di futurologia. Nonostante sia stato realizzato con risorse relativamente modeste, mostra una volontà di contenere validi spunti di scrittura in un contesto visivo pop.
Hancock usa la tecnologia non come la minaccia esterna in sé, ma come uno specchio dei desideri, delle ossessioni e, in definitiva, della meschinità umana. La critica principale è rivolta all'uso sconsiderato della tecnologia e al desiderio di controllo all'interno delle relazioni. La metafora della donna-robot che si emancipa è un potente strumento per mettere in luce il dilemma etico del trattare gli altri non come pari, ma come strumenti per soddisfare i propri bisogni.
Cast Principale e Performance
La riuscita del film è fortemente legata alle interpretazioni dei giovani protagonisti, in grado di reggere il difficile equilibrio tra dark comedy e thriller psicologico.
Sophie Thatcher (Iris): L'attrice, nota per Yellowjackets e The Book of Boba Fett, è l'assoluta protagonista. La sua interpretazione di Iris è cruciale: parte come l'ingenua, adorabile e devota fidanzata, ma cresce in consapevolezza fino a trasformarsi in una figura sinistra e vendicativa, incarnando l'emancipazione brutale. I critici hanno lodato la sua capacità di rendere il personaggio enigmatico e molto coinvolgente.
Jack Quaid (Josh): Il ruolo di Quaid (The Boys, Scream) è altrettanto difficile, quello del fidanzato apparentemente da rom-com che si rivela essere una figura tossica e psicopatica, che esercita un controllo totale sulla sua partner. Quaid riesce a trasmettere la meschinità del "maschio tossico" in modo convincente e spesso ridicolo.
Altri Attori Importanti:
Lukas Gage: (Noto per The White Lotus e Euphoria).
Megan Suri: (Nota per Non ho mai...).
Harvey Guillén: (Noto per What We Do in the Shadows).
Rupert Friend e Marc Menchaca completano il cast in ruoli secondari.
Il cast, definito come il meglio della nuova generazione di Hollywood, è fondamentale per dare credibilità a una trama che si basa su una tensione costante e su una chimica di coppia tumultuosa e inquietante.
Prodotto d'Esordio: Companion rappresenta l'opera prima di Drew Hancock ed è stato prodotto dai creatori dell'acclamato horror a basso budget Barbarian, una garanzia di un approccio pionieristico che cerca di spingere i confini del genere.
Temi d'Attualità: Il film è estremamente rilevante nel panorama culturale e tecnologico odierno, dominato dalla discussione sull'Intelligenza Artificiale (con citazioni implicite a fenomeni come ChatGPT) e sulla natura delle relazioni nell'era digitale.
Ricezione: La critica ha generalmente accolto Companion come un film ispirato e gustoso, in grado di puntellare temi attuali con scaltrezza, pur riconoscendo che a tratti possa non essere del tutto all'altezza della sua audace sfida filosofica e che la tematica del robot ribelle non è completamente originale. È stato tuttavia lodato per l'intelligenza con cui riesce a essere intrattenimento pop e al contempo satira feroce.
In definitiva, Companion è un fanta-horror che non mira a riflessioni filosofiche profonde e nuove sull'IA, ma piuttosto a utilizzare la tecnologia come un catalizzatore di orrore e umorismo per esplorare le dinamiche di potere e le ossessioni di controllo insite nelle relazioni umane, specialmente quelle tossiche.
sky/now
Steve è un film drammatico del 2025 diretto da Tim Mielants
"Steve" è un'intensa e commovente esplorazione della lotta per la sopravvivenza, la redenzione e la stabilità mentale, ambientata in un contesto di profonda fragilità sociale.
Il film è ambientato nell'Inghilterra rurale degli anni '90, un periodo cruciale per le riforme sociali e la contrazione dei servizi pubblici. La storia si svolge interamente (o quasi) all'interno di un riformatorio universitario in fase di collasso, sia strutturale che economico. L'istituto, concepito come ultimo rifugio per ragazzi abbandonati e "difficili," sta lottando con l'imminente chiusura, la disaffezione degli insegnanti e la costante minaccia di una troupe televisiva che cerca di trasformare la scuola in uno "spettacolo da consumare" per il pubblico.
Il protagonista è Steve (Cillian Murphy), il preside dell'istituto. Steve non è dipinto come un eroe; è un uomo stanco che lotta strenuamente per mantenere in vita questo ultimo baluardo per i suoi alunni. Il suo lavoro non è semplicemente una missione educativa, ma un modo disperato per restare a galla e per dare un significato alla propria esistenza.
Il profilo di Steve è profondamente cinematografico: è un uomo che porta con sé un "fantasma" (il ghost in inglese), un trauma non superato che ha addomesticato seguendo una logica di autodistruzione silente. Mentre lotta per tenere in riga gli studenti (tra crisi scolastiche, sedie che volano e insegnanti che si arrendono), Steve combatte con qualcosa di molto più vischioso: il suo stesso senso di fallimento e una salute mentale che peggiora di giorno in giorno.
La trama si concentra sull'arco di una singola giornata decisiva, che si trasforma in una "giornata lunga una vita," tra silenzi carichi, violenze esplosive e ultime possibilità.
Parallelamente alle difficoltà di Steve, emerge la figura di Shy (Jay Lycurgo), uno dei suoi studenti più problematici e complessi. Shy è un adolescente problematico intrappolato tra il suo passato difficile e le prospettive incerte del futuro.
Shy è l'incarnazione del silenzio che esplode: affronta una resa dei conti silenziosa con la propria violenza, il proprio dolore e l'impulso all'autodistruzione. I ragazzi come Shy si muovono su un confine fragile tra instabilità e vulnerabilità, mascherando spesso la loro profonda fragilità con la rabbia. Il rapporto tra Steve e Shy diventa il nucleo emotivo del film, un'intensa esplorazione di due anime tormentate che, pur provenendo da contesti diversi, condividono la lotta contro il dolore e la ricerca di una seconda chance.
Il film è quindi uno studio sul coraggio di coloro che perseverano in ambienti ostili, tra ragazzi perduti e ostinati atti di speranza.
"Steve" è diretto dal regista belga Tim Mielants, noto per il suo lavoro in serie TV di successo come Peaky Blinders (dove ha già collaborato con Murphy) e Legion, e per il film acclamato dalla critica Patrick (2019).
Mielants, nel portare sullo schermo il romanzo breve (novella) "Shy" di Max Porter (che ha anche curato l'adattamento cinematografico), opta per uno stile meditato e rarefatto, quasi una negazione della "odierna velocità narrativa".
Veridicità e Rallentamento: La regia si concentra sulla veridicità delle situazioni e dei dialoghi, prediligendo un ritmo lento e teso. L'obiettivo è quello di permettere allo spettatore di immergersi nell'ecosistema al collasso dell'istituto, dando spazio ai silenzi e alle tensioni psicologiche.
Intensità Contenuta: Mielants è abile nel creare una tensione continua tra il controllo e il cedimento dei personaggi. La sua messa in scena non è urlata, ma scricchiola, amplificando il senso di pressione che grava sul preside e sui ragazzi.
Il film si configura anche come un omaggio rispettoso verso l'arduo lavoro degli insegnanti e delle istituzioni educative spesso sotto assedio. Come dichiarato dallo stesso Cillian Murphy, gli insegnanti sono i "custodi delle generazioni future," e il film esplora la responsabilità titanica di queste figure in un contesto di crisi.
Il film vanta un cast di alto livello e un contesto produttivo significativo, che evidenzia la crescente influenza di Cillian Murphy nell'industria cinematografica.
Cillian Murphy (Steve): L'attore irlandese ha descritto l'interpretazione di Steve come "una delle esperienze più terrificanti della sua carriera", sottolineando la profonda sfida emotiva e psicologica presentata dal ruolo. Il successo globale di Murphy, amplificato dalla vittoria dell'Oscar con Oppenheimer (sebbene Steve sia stato girato prima o in contemporanea con la sua ascesa), ha posto l'attenzione internazionale su questo progetto.
Jay Lycurgo (Shy): Lycurgo interpreta l'adolescente problematico, in un ruolo cruciale che rappresenta lo specchio della fragilità di Steve. Lycurgo è un giovane attore emergente, noto per ruoli in The Batman e nella serie Titans.
Tracey Ullman (Amanda): L'attrice e comica veterana è inclusa nel cast in un ruolo di supporto significativo.
Emily Watson: Attrice britannica di grande fama, contribuisce a dare spessore al cast di contorno con la sua presenza drammatica.
Roger Allam, Little Simz (Simbi Ajikawo), Youssef Kerkour: Completano un cast di supporto solido, che aiuta a delineare il microcosmo dell'istituto e i suoi conflitti interni.
Produzione: "Steve" è una co-produzione tra Irlanda e Regno Unito. Il film è particolarmente significativo perché è stato prodotto anche dalla società di produzione di Cillian Murphy, Big Things Films, lanciata ufficialmente in collaborazione con il suo socio Alan Moloney. Ciò indica il forte coinvolgimento personale e artistico di Murphy nel progetto.
Sceneggiatura: La sceneggiatura è stata adattata dal romanziere stesso, Max Porter, dal suo libro Shy (2023).
Distribuzione e Anteprima: Il film è stato acquisito da Netflix per la distribuzione in streaming e ha avuto una limitata uscita nelle sale cinematografiche a fine 2025. Ha ottenuto un riconoscimento internazionale unendosi al programma Platform del Toronto International Film Festival (TIFF) 2025, una sezione nota per lanciare voci globali e audaci.
"Steve" è un dramma intenso e un profondo studio psicologico, guidato da una regia sensibile e dall'interpretazione di un Cillian Murphy al culmine della sua carriera, che offre uno sguardo commovente su due "anime tormentate" che cercano disperatamente una possibilità di futuro.
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Play Dirty - Triplo gioco (Play Dirty) è un film del 2025 diretto da Shane Black
Play Dirty - Triplo gioco è l'adattamento cinematografico di uno dei romanzi con protagonista Parker, il ladro professionista e antieroe letterario creato dallo scrittore di romanzi noir Donald E. Westlake con lo pseudonimo di Richard Stark. Il film, in particolare, è tratto dal primo romanzo della serie, The Hunter (1962), sebbene l'ambientazione e alcuni dettagli siano stati aggiornati per una sensibilità moderna.
Il cuore del film è Parker (Mark Wahlberg), un criminale metodico, rigoroso e brutale che vive secondo un codice morale tutto suo, strettamente interno e privo di qualsiasi compromesso con la legge o il moralismo comune. Parker non cerca redenzione; è un uomo d'azione, concentrato sull'efficienza e sulla precisione del colpo. La violenza che usa non è mai gratuita o stilizzata, ma sempre funzionale, fredda e risolutiva. È l'incarnazione del noir più puro: un uomo che, quando viene tradito o derubato, non si ferma davanti a nulla per riprendersi ciò che gli spetta e vendicarsi.
La trama si concentra su un colpo grosso che Parker progetta come l'impresa della vita. Assolda un'abile, seppur bizzarra, squadra di specialisti. L'obiettivo è rubare un bottino di inestimabile valore, presumibilmente un oggetto simbolico e commerciale come la "Lady of Arintero", detenuto da avversari estremamente potenti.
La posta in gioco è altissima, poiché per arrivare al bottino, la banda di Parker deve superare in astuzia una triade di avversari formidabili:
Un dittatore sudamericano (probabilmente Col. Alejandro De La Paz, interpretato da Hemky Madera, o figure legate a lui).
La potente mafia newyorkese, guidata dal boss Lozini (Tony Shalhoub), nemico storico di Parker e figura emblematica del crimine organizzato.
L'uomo più ricco del mondo, il miliardario Phineas Paul (Chukwudi Iwuji), collezionista non solo di opere d'arte ma anche di potere e corruzione.
Il "triplo gioco" del titolo allude proprio a questa complessa rete di alleanze precarie e doppi tradimenti che Parker deve affrontare. Spesso, il problema più grande non sono i nemici esterni, ma quelli interni alla sua stessa squadra.
Una volta messo a segno il colpo, il bottino attira inevitabilmente l'attenzione della mafia di New York, trasformando il heist movie in una feroce lotta per la sopravvivenza e in una sequenza vorticosa di vendette e alleanze che nascono e si disfano in continuazione.
Il film, in linea con lo stile di Shane Black, esplora temi ricorrenti:
L'Etica Personale contro il Sistema: Parker rappresenta l'autonomia del crimine di strada contro l'ordine costituito, simboleggiato da figure come il miliardario Phineas Paul, che ha dimenticato di essere criminale e si comporta come un CEO. La guerra tra Parker e l'establishment criminale (e legale) è filosofica: la precisione chirurgica di Parker contro le strategie dall'alto di Lozini.
Lealtà e Tradimento: La squadra che Parker riunisce è tutt'altro che affidabile, composta da personaggi al limite e sacrificabili, come Grofield (LaKeith Stanfield) e la misteriosa Zen (Rosa Salazar). Zen, in particolare, con le sue motivazioni complesse e la sua ideologia, è forse l'unica in grado di mettere in crisi Parker non con le armi, ma con la coscienza.
Regia: La Firma di Shane Black
Shane Black (noto per aver scritto Arma Letale e diretto Kiss Kiss Bang Bang e The Nice Guys) è un regista cult la cui presenza dietro la macchina da presa è garanzia di uno stile unico e inconfondibile: l'Action Comedy Noir.
Il Mix di Genere e Tono
La regia di Black in Play Dirty è caratterizzata da:Ritmo Frenetico: Il film è un vortice adrenalinico che non smette quasi mai di premere sull'acceleratore, con sequenze d'azione che partono da un incipit folgorante e pirotecnico, come un inseguimento in auto in un ippodromo che è stato descritto come una "danza" di cavalli e fantini.Umorismo Nero e Dialoghi Brillanti: Nonostante la violenza cruda, il film bilancia costantemente l'azione con un umorismo affilato e slang che si sposa perfettamente con le situazioni frenetiche. I dialoghi non sono solo funzionali alla trama, ma sono un elemento di intrattenimento a sé stante, tipico del "Black cinema."Ambientazione Natalizia (o Festiva): In linea con quasi tutti i film di Shane Black (Arma Letale, Kiss Kiss Bang Bang, Iron Man 3), la scelta di ambientare l'azione durante le festività (in questo caso, l'ambientazione è ironica, un mondo in cui anche il periodo natalizio "sa di piombo") non è meramente estetica, ma rafforza il contrasto tra l'atmosfera festiva e la brutalità degli eventi.
Black riesce a rianimare il noir spogliandolo del glamour eccessivo, concentrandosi sull'etica personale dei personaggi e sulla loro rabbia contro l'inerzia del sistema.
Cast e Personaggi Principali
Il film vanta un cast stellare che garantisce interpretazioni di alto livello e una dinamica eccellente tra i personaggi:
Mark Wahlberg Parker Il protagonista, ladro professionista metodico, cinico e vendicativo. Wahlberg subentra nel ruolo che inizialmente doveva essere di Robert Downey Jr., e si dimostra un Parker credibile e concentrato.
LaKeith Stanfield Grofield Uno dei complici di Parker, la cui interazione con il protagonista bilancia la tensione con l'umorismo.
Rosa Salazar Zen Una figura abile e misteriosa nella banda, che porta motivazioni complesse e ideologiche, introducendo un elemento di potenziale crisi morale per Parker.
Keegan-Michael Key Ed Mackey Membro della banda, spesso caricatura della mascolinità moderna e delle sue debolezze, come l'ossessione per il bottino e le nuove tecnologie.
Chukwudi Iwuji Phineas Paul Un miliardario corrotto e collezionista che rappresenta la nemesi "istituzionale" di Parker.
Tony Shalhoub Lozini Il boss della mafia newyorkese, antagonista storico di Parker.
Il regista e lo sceneggiatore (Shane Black ha co-sceneggiato il film con Anthony Bagarozzi e Charles Mondry) hanno assemblato un gruppo di attori in grado di gestire i ritmi serrati dell'azione e la densità dei dialoghi.
Play Dirty - Triplo gioco è un film significativo per diversi motivi:
Omaggio al Noir Classico: Riporta in vita uno degli antieroi più iconici della letteratura noir, Parker, che è stato interpretato in passato anche da attori del calibro di Lee Marvin, Robert Duvall, Mel Gibson e Jason Statham.
Il Ritorno al Genere: Segna il ritorno di Shane Black al crime-thriller puro, un genere che, a detta di molti critici, aveva perso mordente sulle piattaforme digitali.
Produzione Esecutiva di Robert Downey Jr.: L'attore, grande amico e collaboratore di Black (Kiss Kiss Bang Bang, Iron Man 3), figura come produttore esecutivo con la sua compagnia, Team Downey, a dimostrazione del legame artistico tra i due, anche se Downey Jr. ha ceduto il ruolo di protagonista a Wahlberg per altri impegni.
Con una durata di circa 125 minuti, Play Dirty - Triplo gioco è un film che non cerca di essere simpatico o nobile; è sporco, ironico e implacabile, un action-thriller che riesce a essere al contempo adrenalico e maledettamente divertente, fedele alla sua premessa e al suo protagonista.
prime
Sex è un film del 2024 diretto da Dag Johan Haugerud.
Sex è molto più di una semplice pellicola sul sesso; è un'opera cinematografica profondamente dialettica e riflessiva, che utilizza la sfera sessuale e i suoi inattesi risvolti per innescare un’analisi acuta e disarmante sull'identità di genere, l'eteronormatività, la fedeltà e la condizione maschile nella società contemporanea. Dag Johan Haugerud, scrittore e regista norvegese, si conferma un "intellettuale dei sentimenti" capace di creare uno spettacolo avvincente con il minimo di azione, concentrando l'intera forza emotiva e intellettuale nelle parole.
La storia si svolge a Oslo e ha come protagonisti due spazzacamini di mezza età, colleghi e amici, entrambi eterosessuali e sposati. La loro professione, che li porta letteralmente sui tetti della città, offre una prospettiva distaccata e quasi "super partes" sulla realtà, un palcoscenico insolito per intime confessioni che altrimenti rimarrebbero relegate nel silenzio.
Il film è strutturato attorno ai dialoghi tra i due uomini, che si confidano esperienze personali inaspettate che hanno messo in discussione le loro certezze e la loro identità sessuale.
L'Esperienza Inaspettata: Uno dei due protagonisti si confida con l'amico raccontandogli di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo, un cliente. La confessione è scioccante per il collega, ma ciò che emerge come centrale non è tanto l'atto in sé, quanto il modo in cui il protagonista lo vive e lo racconta. Egli non lo percepisce né come un tradimento della moglie (perché, in una concezione quasi platonica, "era solo sesso"), né come una messa in discussione della propria eterosessualità. Questo evento innesca una riflessione sulla fluidità del desiderio e sulla necessità di ridefinire ciò che la società eteronormativa definisce come "sesso" e "identità". Il dilemma che ne scaturisce, sia per lui che per la moglie, è sul confine tra desiderio, identità e comunicazione all'interno del matrimonio.
Il Sogno Ricorrente: L'altro spazzacamino, invece, rivela un'esperienza meno fisica ma altrettanto destabilizzante: è turbato da un sogno ricorrente in cui incontra nientemeno che David Bowie, il cui sguardo lo fa sentire, a chiare lettere, "una donna". Questo sogno, che gli provoca un senso di inatteso desiderio e disagio, lo costringe a interrogarsi su quanto la sua personalità e la sua percezione di sé siano plasmate o condizionate dallo sguardo altrui e dalle aspettative sociali sul ruolo maschile. È una riflessione sulla mascolinità non come monolite, ma come qualcosa di fragile e influenzabile, in cui il desiderio di essere percepito o di essere diverso coesiste con la realtà della sua vita matrimoniale.
Attraverso queste due confessioni, l'una legata all'azione e l'altra al sogno e alla sfera interiore, Haugerud pone la questione: "Se è solo sesso, cos'è il sesso?". Il sesso diventa l'epifenomeno, la lente attraverso cui i personaggi si interrogano sul senso della vita, sulla libertà di scelta e sull'accettazione della propria, complessa e indefinita, natura. La trama prosegue seguendo le reazioni dei due uomini e delle persone a loro vicine, in un crescendo di interrogativi che mettono in luce le ipocrisie e le convenzioni della società.
Lo stile di Dag Johan Haugerud è immediatamente riconoscibile e costituisce la cifra stilistica portante del film: è un cinema estremamente parlato, quasi di matrice letteraria o teatrale.
Minimalismo Azionale: L'azione è ridotta al minimo indispensabile. Il film si regge quasi interamente sul dialogo umano, che non è un mero strumento narrativo, ma il vero cuore pulsante dell'opera. Le conversazioni tra i due spazzacamini (spesso ripresi in momenti di pausa lavorativa) sono chirurgiche, misurate e cariche di una profondità filosofica che, pur mantenendo un tono a tratti umoristico e surreale, non perde mai di vista la rilevanza dei temi trattati.
Stile Teatrale e Televisivo: La critica ha spesso notato un'impronta quasi teatrale o persino televisiva nello stile visivo, con inquadrature pulite e una messa in scena sobria. Tuttavia, questa semplicità stilistica è bilanciata da scelte registiche sottili, come l'alternanza tra lunghi pianisequenza e movimenti di macchina che sono stati definiti di una "ieratica circolarità". L'ambiente, i tetti di Oslo, diventa un luogo di confidenze e introspezione, aggiungendo un elemento visivo distintivo.
L'Influenza e i Precursori: Molti critici hanno accostato lo stile di Haugerud a quello di maestri del cinema dialettico e introspettivo come Éric Rohmer (per la centralità del dialogo e l'esplorazione delle relazioni) e Ingmar Bergman (per la profondità delle riflessioni esistenziali e psicologiche), ma con una sensibilità contemporanea che affronta i temi di genere e sessualità con una prospettiva fresca e decostruttiva.
Il vero obiettivo della regia è decostruire la mascolinità eteronormativa. Haugerud sfida gli stereotipi non attraverso l'azione spettacolare, ma attraverso la vulnerabilità esposta nelle parole dei suoi protagonisti. Sono maschi che sfidano sé stessi, costretti a confessare l'indicibile a un altro uomo, mettendo in discussione convenzioni sociali che hanno dato per scontate per tutta la vita. Il tono empatico e non giudicante della regia permette allo spettatore di immergersi completamente nelle loro crisi d'identità.
Il successo di un film così basato sul dialogo dipende in gran parte dalla qualità delle performance attoriali, e il cast principale di Sex è stato universalmente lodato per la sua vulnerabilità e credibilità.
Jan Gunnar Røise (nel ruolo di uno dei due spazzacamini)
Thorbjørn Harr (nel ruolo del capo dipartimento, l'altro spazzacamino)
Siri Forberg (nel ruolo della moglie di uno dei protagonisti, la cui reazione è cruciale)
Birgitte Larsen
Anne Marie Ottersen
Thorbjørn Harr e Jan Gunnar Røise portano in scena una chimica credibile e sfumata, rendendo i loro scambi onesti e toccanti. Le loro interpretazioni empatiche riescono a esplorare sia le parti più dure che quelle più delicate della mascolinità moderna, facendo apparire come naturali le loro confessioni apparentemente "paradossali".
Sex è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Panorama della 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel febbraio 2024, dove ha vinto l'Europa Cinemas Label e il premio CICAE Art Cinema.
La critica ha accolto il film in modo prevalentemente positivo, sottolineando:
L'Audacia Tematica: L'opera è stata vista come un'analisi sociologica coraggiosa e profonda che stimola una riflessione sullo sfruttamento sociale della sessualità e l'eteronormatività mascherata da inclusione.
La Forza dello Script: Lo script è stato definito "misurato," "intelligente" e "pieno di parole, ma nessuna pronunciata fuori posto o priva di un senso."
La Profondità Emotiva: Nonostante la scarsa azione, il film riesce a catturare l'attenzione dello spettatore grazie alla capacità di rendere i personaggi splendidamente vulnerabili e le loro riflessioni oneste.
Il film è stato distribuito in Italia da Wanted Cinema. È importante notare, come accennato, che nonostante sia il primo capitolo narrativo della trilogia (Sex, Love, Dreams), è stato l'ultimo a essere distribuito in alcune nazioni, chiudendo idealmente il cerchio dopo il grande successo di Dreams.
In conclusione, Sex è un'opera di un intellettuale del cinema che, attraverso un minimalismo stilistico e una centralità del dialogo, riesce a scuotere le fondamenta di concetti sociali prestabiliti come la mascolinità e la sessualità, offrendo una "lezione di civiltà" sulla necessità di una scelta identitaria e sessuale libera e fluida. È un film che non offre risposte facili, ma crea uno spazio vitale per il dubbio e l'esplorazione dell'infinita complessità del desiderio umano.
mubi
La pelle è un film del 1981, diretto da Liliana Cavani.
"La pelle" è un film del 1981 diretto da Liliana Cavani, tratto dall'omonimo e controverso romanzo (1949) di Curzio Malaparte. L'opera è un affresco storico e drammatico che si immerge negli orrori morali e materiali della Napoli liberata del 1943-1944, offrendo una visione cruda e disincantata della guerra che va oltre la retorica della "Liberazione" per concentrarsi sulla sopravvivenza e sulla degradazione umana.
Il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è considerato uno dei più potenti e al contempo controversi della filmografia della Cavani, a causa della sua rappresentazione senza filtri della miseria e della perversione che travolsero la città.
Trama: La Tragedia Corale della Sopravvivenza
Il film è ambientato a Napoli negli anni immediatamente successivi all'arrivo delle truppe alleate (la 5ª Armata americana) che hanno liberato la città dal nazifascismo. Tuttavia, la "liberazione" non è rappresentata come un trionfo eroico, ma come l'inizio di una nuova, dolorosa sconfitta morale.
Malaparte e la Corruzione
Il protagonista e narratore è lo scrittore e ufficiale di collegamento Curzio Malaparte (Marcello Mastroianni), che osserva e descrive con cinismo e lucidità il caos e la decadenza che lo circondano. La Napoli di Malaparte è un mercato infernale dove tutto è mercanteggiabile: onore, dignità e, letteralmente, carne umana.
La pellicola si concentra su una serie di episodi che mettono in luce la depravazione e la miseria morale causate dall'improvvisa opulenza corruttrice portata dagli occupanti americani. La popolazione, stremata da anni di guerra e fame, è ridotta a vendere tutto pur di "salvarsi la pelle," intesa come la nuda e impotente essenza dell'uomo, esposta al macello.
Episodi Chiave di Degradazione
La trama si sviluppa attraverso una serie di sequenze drammatiche che illustrano la caduta nell'abisso della moralità:
Il Mercato dei Prigionieri: Uno degli episodi più scabrosi coinvolge un camorrista locale, Eduardo Mazzullo (Carlo Giuffré), che tratta con il Generale Mark Clark (Burt Lancaster) lo scambio di prigionieri tedeschi catturati durante le Quattro Giornate di Napoli. Mazzullo esige dagli americani una tangente al chilo per ogni prigioniero, simboleggiando la mercificazione estrema della vita umana.
La Prostituzione di Massa: Le donne napoletane, madri, ragazze e persino bambine (sebbene l'episodio delle "madri che svendono i propri figli" sia più esplicito nel romanzo, il film allude a questa estrema miseria), si prostituiscono in massa per un pezzo di pane, per una sigaretta o per pochi dollari. La Principessa Consuelo Caracciolo (Claudia Cardinale), un'amica di Malaparte, funge da lucida osservatrice di questa tragedia.
Il Banchetto del Figlio e la Sconfitta Americana: A Malaparte viene assegnato il compito di organizzare un sontuoso banchetto per compiacere l'aviatrice americana Capitano Deborah Wyatt (Alexandra King), moglie di un senatore. L'episodio culmina in un momento grottesco e tragico in cui viene servito un piatto insolito, che nasconde un orrore profondo. La morale rigida di Deborah viene progressivamente minata dalla realtà brutale e decadente che la circonda. In un'altra sequenza di forte impatto, la stessa Deborah subisce violenza da parte dei suoi commilitoni, condividendo il destino umiliante delle donne napoletane, innocenti e sconfitte.
Il Finale Amaro a Roma
Il film si conclude con l'arrivo trionfale a Roma della 5ª Armata attraverso l'Appia Antica. La folla festeggia la "liberazione," ma la gioia è interrotta da un evento brutale: un povero romano, entusiasta, finisce schiacciato da un carro armato alleato. Un banale incidente per i militari, ma per Malaparte e per lo spettatore è il segno di una tremenda, definitiva sconfitta morale per l'Italia, e l'ultima vittima che paga con la propria, letterale, "pelle."
Liliana Cavani (nota soprattutto per l'ancor più controverso Il portiere di notte) affronta la trasposizione del romanzo di Malaparte con uno stile visivo potente, crudo e senza compromessi, che ha suscitato accese polemiche per il suo realismo.
La Cavani sceglie un approccio che va oltre il neorealismo per abbracciare l'iperrealismo e, a tratti, l'espressionismo visivo. Lo scopo non è fare un film di guerra, ma un film sull'orrore universale che ogni guerra lascia dietro di sé, un caos inquieto e senza ragione.
Immagini Forti e Ripugnanti: La Cavani non si sottrae alla rappresentazione di immagini forti e, per alcuni critici, persino "ripugnanti" o "splatter" (specialmente nella sequenza finale del carro armato o in alcuni dettagli sulla miseria), giustificandole come necessarie a scuotere lo spettatore e a mostrare "come in certi momenti siamo disposti a ogni bassezza pur di salvarci la pelle." Il film è esplicitamente vietato ai minori di 14 anni.
Decadenza e Messa in Scena: La Napoli ricreata è un luogo di decadenza fisica e morale. Lo scenografo Dante Ferretti contribuisce a rendere l'ambiente visivamente disfatto e malato, un'atmosfera che amplifica il senso di disfatta interiore.
Tono Autocensurato: Sebbene la Cavani abbia voluto un film diretto, la sua opera è stata spesso percepita dalla critica come un documento scomodo e, per questo, a tratti "nascosto" o "autocensurato" nel panorama cinematografico italiano, poiché rompeva con la retorica consolidata della Liberazione.
La scelta di mantenere Malaparte come voce narrante (interpretato da Mastroianni) è cruciale. Egli non è un eroe, ma un osservatore cinico e disincantato, un ponte tra la morale dei vinti e la tracotanza predatoria dei vincitori. Il suo sguardo, a volte autoironico e a volte profondamente doloroso, accompagna lo spettatore attraverso i gironi di questo "inferno dantesco" ambientato nel secondo conflitto mondiale.
Il film vanta un cast internazionale e stellare, tipico delle grandi produzioni italiane dell'epoca, con attori di enorme calibro che riescono a portare il peso di una sceneggiatura così complessa e moralmente ambigua.
Marcello Mastroianni (Curzio Malaparte): Mastroianni incarna lo scrittore con la sua solita, saggia umanità e la sua sottile malinconia. Il suo Malaparte è un uomo che vive in un costante conflitto, un intellettuale che osserva il tracollo etico della sua nazione senza però riuscire a cambiarlo. La sua interpretazione è il perno emotivo e intellettuale del film.
Burt Lancaster (Generale Mark Clark): L'attore hollywoodiano offre il volto all'entusiasmo fuori luogo e alla cecità della potenza americana. Il suo Generale Clark è un uomo preso dalle trattative e dalla vittoria imminente, che non riesce (o non vuole) vedere gli orrori morali che gli sfilano davanti agli occhi. La sua presenza internazionale conferisce al film un respiro da colossal, pur trattando temi intimamente drammatici.
Claudia Cardinale (Principessa Consuelo Caracciolo): La Cardinale interpreta l'amica di Malaparte, una donna dell'aristocrazia napoletana che assiste con disperazione alla decadenza della sua città e della sua classe sociale. Il suo ruolo, pur non centrale quanto quello di Mastroianni, è un importante punto di vista interno sulla tragedia.
Alexandra King (Capitano Deborah Wyatt): La sua performance è significativa nel rappresentare il fallimento morale degli "illuminati" liberatori. Il suo personaggio, inizialmente fanatico della moralità americana, viene brutalmente ridotto a una vittima, un modo per la Cavani di farle condividere dolorosamente il destino di sconfitta delle donne napoletane.
Carlo Giuffré (Eduardo Mazzullo): Il camorrista Mazzullo è la personificazione della corruzione e della speculazione cinica, che approfitta del vuoto di potere lasciato dalla guerra.
La pelle è un film che ha sempre diviso la critica, ma la sua importanza nel panorama cinematografico italiano è innegabile.
Il film è stato lodato per il suo coraggio nell'abbandonare la facile retorica bellica per calarsi nelle piaghe di anime e corpi malati. Zurlini e Cavani, pur con le differenze tra romanzo e pellicola, offrono una morale non consolatoria che accomuna vincitori e vinti in una miseria, sia esteriore che interiore.
La tesi centrale è che la guerra non produce solo vinti e vincitori politici, ma una sconfitta universale dell'umanità, riducendo gli individui a un mero oggetto della vittoria altrui, disposti a tutto pur di proteggere la propria "pelle."
Prodotto da Renzo Rossellini per Opera Film (Roma) in co-produzione con Gaumont (Parigi), il film ha goduto di un budget notevole, testimoniato dalla ricchezza del cast e della scenografia. Nonostante le polemiche, La pelle ha ottenuto riconoscimenti come il Nastro d'Argento (sebbene le categorie precise possano variare a seconda delle fonti).
La pelle di Liliana Cavani non è un film facile o consolatorio; è un dipinto doloroso e martellante della storia italiana, un film che costringe a guardare in faccia la perdita di dignità che accompagna il caos di ogni conflitto, lasciando un'eredità di riflessione potente sulla vera natura della "liberazione" e sui suoi costi umani.
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Una battaglia dopo l'altra (One Battle After Another), è un film del 2025 diretto da Paul Thomas
"One Battle After Another" (2025), scritto, prodotto e diretto da Paul Thomas Anderson (PTA), si impone come un evento cinematografico di primissimo piano, un epico affresco che fonde il thriller d'azione con la satira politica e il dramma familiare. Ispirato in modo estremamente libero al romanzo "Vineland" (1990) di Thomas Pynchon, il film è stato accolto come l'opera più sfacciatamente politica e, paradossalmente, la più accessibile di Anderson, che per la prima volta si misura con un budget di grande portata e con scene d'azione mozzafiato.
Il film, con i suoi 170 minuti di durata, è un caleidoscopio di generi che spazia dalla farsa stoner al road movie paranoico, dalla tragedia shakespeariana del tradimento alla pura esplosione pulp. La critica l'ha immediatamente acclamato come uno dei migliori film dell'anno e un potenziale front-runner per gli Oscar, riconoscendone la tempestività bruciante e la maestria tecnica ineguagliabile di Anderson.
La complessa narrazione si sviluppa su due linee temporali principali, separando l'idealismo radicale della giovinezza dalle conseguenze amare della clandestinità.
Il film si apre con un prologo dinamico e visivamente intenso, ambientato nei primi anni 2000, durante un periodo di accresciuta tensione sociale e politica che riecheggia le ansie post-11 settembre e le prime crepe del sogno americano.
Introduciamo il gruppo di attivisti di estrema sinistra noto come i "French 75" (nome che richiama un cocktail, a sua volta ispirato a un cannone da campo della Prima Guerra Mondiale), un collettivo di rivoluzionari che mira a "liberare il confine" e destabilizzare le strutture del potere. Tra i membri più influenti ci sono:
"Ghetto" Pat Calhoun, poi noto come Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio): L'esperto di esplosivi del gruppo. Pat è un idealista appassionato, ma la sua dedizione è già minata da una crescente disillusione.
Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor): La vera forza motrice, un'attivista carismatica e feroce, nonché compagna di Pat. In una scena iconica, la vediamo, già incinta di Willa, armata di mitra durante una rapina in banca, simbolo della fusione tra violenza politica e vita personale.
Altri membri, tra cui Deandra (Regina Hall), che rappresenta il lato più cauto e compassionevole della cellula.
Le loro azioni sono apertamente violente e caotiche, sebbene motivate da un sincero desiderio di giustizia sociale: fanno irruzione in centri di detenzione per immigrati (un'azione che stabilisce subito il tono apertamente politico e attuale del film), sabotano uffici governativi e finanziano la loro causa attraverso rapine. L'obiettivo primario dei French 75 è combattere la xenofobia strisciante e il controllo autoritario.
Il loro acerrimo nemico è fin dall'inizio l'allora capitano Steven J. Lockjaw (Sean Penn), un ufficiale militare con tendenze fasciste e un'agenda personale oscura, ossessionato dall'annientamento dei French 75, che lui considera "feccia e spazzatura punk". La loro ribellione si conclude bruscamente a seguito di una retata e dell'arresto di Perfidia, che costringe Pat ad adottare una nuova identità, Bob Ferguson, e a svanire nella clandestinità con la figlia appena nata.
La scena si sposta di circa 16 anni nel presente (presumibilmente il 2025). Troviamo Bob Ferguson in uno stato di perenne paranoia da stoner, che vive ai margini della società in una comunità off-grid nella California settentrionale. La sua vita è dominata dal tentativo di proteggere la figlia, Willa Ferguson (Chase Infiniti), ormai adolescente.
Willa è l'esatto opposto del padre: è acuta, autosufficiente e straordinariamente abile, grazie agli insegnamenti di Sergio St. Carlos (Benicio del Toro), il suo maestro di karate. Sergio non è solo un sensei eccentrico; è anche un pilastro della comunità locale, che gestisce una sorta di "ferrovia sotterranea" per aiutare gli immigrati in situazioni precarie, che lui chiama in codice "situazione alla Harriet Tubman latina".
La tranquillità forzata di Bob è distrutta quando il Colonnello Lockjaw, ora promosso e parte di una cricca di potere ancora più inquietante e segreta, il "Christmas Adventurers Club" (un'organizzazione di vecchi e ricchi suprematisti bianchi), rintraccia Willa. Lockjaw non la cerca solo per vendetta politica; vuole usarla per i suoi scopi personali, un dettaglio che aggiunge un elemento di tragedia shakespeariana alla sua malvagità.
Willa, ignara di gran parte del passato di suo padre, scompare. Bob, scosso dalla sua apatia e dalla nebbia delle sue dipendenze, deve risvegliare il suo vecchio spirito rivoluzionario per salvarla. La sua corsa contro il tempo si trasforma in un viaggio tragicomico in cui deve fare affidamento su vecchi contatti, provando in continuazione e fallendo a ricordare le vecchie parole d'ordine e i protocolli dei French 75.
Il film culmina con una serie di sequenze d'azione vertiginose e scene di tensione politica altissima. Lockjaw attacca la "città santuario" di Baktan Cross, un tour de force di regia che vede le strade invase dai militari e i cittadini in lotta. Bob e Willa si separano, e la narrazione si concentra sull'indipendenza e la resilienza della ragazza, che usa l'addestramento di Sergio e il proprio ingegno per sopravvivere.
Il climax emotivo e d'azione si raggiunge con una sequenza di inseguimento automobilistico, un omaggio esplicito ai classici thriller d'azione, dove la macchina da presa di Anderson sfreccia lungo le autostrade del deserto californiano.
Il finale è agrodolce e potente. Bob e Willa riescono a riunirsi, ma non senza perdite. Lockjaw, dopo aver rivelato alcuni segreti cruciali sul passato di Willa, ottiene il suo ingresso nel "Christmas Adventurers Club" solo per essere tradito e cremato. Bob, pur salvando la figlia, si ritrova stanco, una figura ormai distaccata dalle sue passioni politiche giovanili. Il film suggerisce un passaggio di testimone definitivo: Willa, plasmata dagli eventi e decisa a non ripetere gli errori del padre, parte per unirsi a una protesta a Oakland, accettando il fardello e la chiamata della resistenza, mentre il padre le dà la sua benedizione, accettando di aver perso il suo slancio, ma non il suo amore.
"One Battle After Another" è indubbiamente un film di Paul Thomas Anderson, ma è anche il suo progetto più atipico e costoso. PTA filtra la paranoia di Pynchon attraverso la sua lente unica, creando un'opera che è allo stesso tempo seria nella sua accusa politica e assurda nel suo umorismo.
Il segno distintivo del film è la sua costante oscillazione tonale. Anderson passa con disinvoltura dalla farsa screwball (le gag sulle parole d'ordine e la costante confusione di Bob) al dramma politico (le scene di detenzione al confine) al thriller d'azione operistico (gli inseguimenti e gli assalti). Questa "caoticità composta" è sia una delle sue maggiori forze che, per alcuni critici, la sua maggiore debolezza, richiedendo allo spettatore un'attenzione costante per non perdersi nei dettagli del mondo iper-complesso di Pynchon/Anderson.
Anderson e il direttore della fotografia Michael Bauman hanno scelto di girare in VistaVision, un formato cinematografico a 70mm che dona al film un look ricco e una tessitura granulosa, garantendo al contempo una qualità visiva eccezionale che è particolarmente evidente nelle proiezioni IMAX (il primo film di Anderson distribuito in questo formato). La fotografia è divisa tra scene notturne e clandestine (caratterizzate da un'illuminazione noir e tesa) e sequenze all'aperto, dove i paesaggi vasti e desolati della California fungono da sfondo per la lotta.
Il montaggio, curato da Andy Jurgensen (già con PTA per Licorice Pizza), è frenetico e incalzante. Nonostante la durata di quasi tre ore, il film ha un ritmo che non rallenta mai, mantenendo un senso di urgenza che riflette la disperazione dei personaggi in fuga. Anderson ha dichiarato di aver voluto un montaggio che non "imboccasse" lo spettatore, fidandosi della capacità del pubblico di afferrare le complessità della trama.
La sesta collaborazione di Anderson con il compositore dei Radiohead, Jonny Greenwood, si dimostra ancora una volta fondamentale. La partitura è descritta come "elettrica, snervante e jittery" (nervosa). Greenwood utilizza un pianoforte frenetico e insistente che conferisce una tensione quasi fisica al film, funzionando come un vero e proprio personaggio aggiuntivo che simboleggia la paranoia e l'ansia costante della resistenza.
Il film vanta un cast stellare, con prestazioni che hanno subito attirato l'attenzione della critica, in particolare per la sua capacità di bilanciare il dramma con la commedia camp.
La performance di DiCaprio è stata elogiata per essere sorprendentemente sciatta e autoironica, un registro che non si vedeva dai tempi di The Wolf of Wall Street. Bob è ritratto come un uomo che ha fallito nell'essere all'altezza della sua stessa ideologia. È un eroe riluttante, spesso confuso, che combatte il panico con la marijuana, ma il cui amore per la figlia è l'unica cosa che lo costringe a superare la sua paralisi paranoica. Il suo Pat/Bob è un ritratto della disillusione di una generazione che ha visto la sua rivoluzione placarsi e i suoi ideali diventare aneddoti.
Sean Penn offre una performance memorabile e grottesca nel ruolo del villain Lockjaw. Il Colonnello è un'incarnazione del male sistemico: razzista, vendicativo e legato a circoli di potere oscuro. La sua ossessione per Willa e il suo desiderio di essere accettato dal "Christmas Adventurers Club" lo rendono un personaggio orribile e, allo stesso tempo, stranamente patetico nella sua brama di riconoscimento elitario.
La newcomer Chase Infiniti è la rivelazione del film. La sua Willa funge da centro emotivo e morale della narrazione. Lei incarna la nuova generazione, che non è interessata alla nostalgia rivoluzionaria del padre, ma è costretta a impugnare il testimone della resistenza di fronte a una minaccia molto reale e presente. La sua performance è acuta, pragmatica e ancorata saldamente a terra.
Teyana Taylor è magnetica nel ruolo di Perfidia, un misto di minaccia e carisma puro, specialmente nelle scene del prologo. Benicio del Toro porta una calorosa e strana eccentricità nel ruolo di Sergio St. Carlos, che funge da deus ex machina e da bussola morale in un mondo impazzito, simboleggiando la resistenza di base e l'attivismo comunitario.
Il film è stato universalmente riconosciuto come un'opera estremamente tempestiva, quasi profetica, che riflette e satira il clima politico degli Stati Uniti nel periodo della sua uscita (2025).
Il romanzo di Pynchon, "Vineland", originale, era ambientato durante l'amministrazione Reagan e la "guerra alla droga", e trattava della repressione dei radicali degli anni '60. Anderson, invece di fare un adattamento d'epoca fedele, ha attualizzato i temi, proiettando una versione distopica, ma stranamente familiare, del presente americano.
Il film, pur evitando di nominare specifici presidenti o eventi (non si menzionano esplicitamente Trump, Biden o il COVID), crea un "universo alternativo" dove la militarizzazione della politica e la repressione delle minoranze sono diventate la norma.
Immigrazione e Border Wall: Il film si apre con un'azione di resistenza al confine e continua con la caccia a Willa che avviene sotto la copertura di un'operazione di repressione anti-immigrazione su larga scala. Le immagini di bambini in gabbia (che ricordano le polemiche sulla separazione delle famiglie) e l'attenzione al muro di confine rendono il film una critica diretta e bruciante alla politica di immigrazione degli Stati Uniti.
L'Estremismo di Destra: La creazione del "Christmas Adventurers Club" è l'elemento satirico più sferzante. Questa cricca di ricchi, anziani e bianchi che mira a mantenere l'America "pura" e che tira i fili del potere, simboleggia i circoli di estrema destra e suprematisti che operano nella politica americana. Il loro umorismo nero e la loro assurdità non ne diminuiscono l'agghiacciante rappresentazione del male organizzato.
La Fatica della Rivoluzione: Il film non è una semplice celebrazione dell'attivismo. Mette in discussione il prezzo della dissidenza. Bob è il ritratto della fatica e della disillusione di chi ha combattuto, ma ha perso slancio, annegando la sua passione nella paranoia. La sua incapacità di ricordare vecchi codici e password è una metafora tragicomica di una generazione che non è più in grado di comunicare con il nuovo panorama della resistenza.
Al suo cuore, il film è un'analisi della lotta intergenerazionale. Anderson suggerisce che la rivoluzione non è un evento singolo (one-off), ma una serie incessante di scontri, da cui il titolo "One Battle After Another". Bob può essere stanco, ma Willa è pronta. La sua decisione finale di unirsi alla protesta non è basata sull'idealismo confuso di suo padre, ma sulla dura realtà che ha sperimentato. Il film conclude con un messaggio di speranza cauta: la lotta è continua, ma c'è sempre una nuova generazione pronta a riprendere il testimone.
"One Battle After Another" è stato un successo di critica e ha avuto un'ottima performance al botteghino, specialmente per un film d'autore così lungo e complesso.
La critica ha lodato il modo in cui Anderson è riuscito a bilanciare la sua propensione per il caos narrativo con un'inaspettata chiarezza emotiva, mantenuta salda dalla relazione padre-figlia. Molti hanno notato che questo film è il più "di genere" di Anderson, quasi un capolavoro d'azione post-moderno che usa il pulp per veicolare un messaggio politico profondo.
Dopo aver esplorato i drammi del cinema per adulti (Boogie Nights), l'industria petrolifera (There Will Be Blood), la religione (The Master), e il romanticismo sartoriale (Phantom Thread), con One Battle After Another Anderson ha usato i codici del grande thriller epico per affrontare, in modo diretto e complesso, il panorama politico dell'America contemporanea, chiudendo forse un cerchio iniziato con l'adattamento più rilassato di Inherent Vice (anch'esso di Pynchon). Il film si pone come un monito e un'esortazione: la libertà non è uno stato acquisito, ma un processo incessante che richiede, appunto, "una battaglia dopo l'altra".
al cinema
Snowpiercer (설국열차), è un film del 2013 diretto da Bong Joon-ho
Snowpiercer (설국열차, Seolguk-yeolcha) è un'opera cinematografica affascinante e potente, che ha segnato l'esordio in lingua inglese del visionario regista sudcoreano Bong Joon-ho, già acclamato per film come Memories of Murder e The Host, e che sarebbe poi diventato famoso in tutto il mondo con Parasite. Uscito nel 2013, si basa sulla graphic novel francese post-apocalittica Le Transperceneige di Jacques Lob, Benjamin Legrand e Jean-Marc Rochette.
Trama: L'Arca Classista su Rotaia
Il film è ambientato in un futuro distopico, nel 2031, diciassette anni dopo che un esperimento fallito per contrastare il riscaldamento globale ha scatenato una nuova, catastrofica Era Glaciale che ha estinto quasi ogni forma di vita sulla Terra. Gli ultimi superstiti dell'umanità sono confinati a bordo dello Snowpiercer, un treno gigantesco e inarrestabile, alimentato da un motore a moto perpetuo progettato dal magnate dell'industria dei trasporti, Wilford. Il treno percorre continuamente un circuito che circumnaviga il globo, fungendo da unica e autosufficiente "arca" per i passeggeri.
Il treno è un microsocomo rigidamente stratificato, che rispecchia e amplifica le peggiori disparità della società capitalistica:
La Coda (Tail Section): È la sezione più arretrata e squallida, dove vivono ammassati e in condizioni igieniche precarie i passeggeri più poveri, i "reietti". Sono costretti a mangiare misteriosi e disgustosi "blocchi proteici" e sono costantemente vessati dalle guardie del treno.
La Testa (Front Section): Rappresenta il lusso sfrenato e il potere. Qui i passeggeri ricchi godono di vagoni sontuosi, con serre, piscine, scuole, sushi bar e nightclub, vivendo in un'ignoranza voluta o indotta delle condizioni di coloro che si trovano in coda.
Il Motore: È il cuore pulsante del treno e l'obiettivo finale della rivolta, simbolo del potere assoluto e della gestione del "sistema".
La storia è incentrata sulla diciassettesima ribellione della sezione di coda, guidata da Curtis Everett (Chris Evans), un giovane tormentato dal suo passato, che agisce sotto la guida del saggio anziano Gilliam (John Hurt). Il loro obiettivo è farsi strada, vagone dopo vagone, fino al motore, per conquistare il controllo del treno e rovesciare il tiranno Wilford (Ed Harris), l'enigmatico "architetto" del treno.
L'avanzata è un'odissea violenta e spietata. Ogni vagone superato rivela un nuovo e inaspettato strato di lusso, assurdità o violenza, costringendo i ribelli ad affrontare sfide sempre più estreme. Curtis, insieme al suo luogotenente Edgar (Jamie Bell) e all'autoritaria e grottesca portavoce del potere, Mason (Tilda Swinton, in una performance camaleontica), si fa strada, liberando lungo il percorso l'esperto di sicurezza Namgoong Minsoo (Song Kang-ho), un personaggio chiave che parla coreano, e sua figlia Yona (Go Ah-sung), entrambi abili nell'aprire le porte chiuse. La tensione aumenta man mano che il gruppo scopre gli orrori nascosti dietro la facciata di normalità e lusso, inclusi i segreti agghiaccianti sul motore e sul vero scopo della repressione della coda.
Snowpiercer è una dimostrazione della maestria di Bong Joon-ho nel mescolare generi diversi e utilizzare l'ambientazione per una profonda critica sociale.
Il treno è la location quasi esclusiva e la sua struttura lineare (vagone dopo vagone) funge da potente metafora visiva della stratificazione sociale. Bong sfrutta abilmente lo spazio claustrofobico e allungato dei vagoni per creare sequenze d'azione intense e coreografate, spesso in uno scontro frontale e primitivo (memorabile è la scena della battaglia nel vagone con le asce). Man mano che il gruppo avanza, i vagoni cambiano radicalmente atmosfera e design, passando dal grigio e sporco della coda ai colori saturi, lussuosi e quasi allucinatori della testa. Questa progressione spaziale è un modo geniale per rappresentare la disparità economica e di risorse e la distanza psicologica tra le classi.
Bong mantiene un equilibrio precario tra azione sci-fi adrenalinica e un dramma sociopolitico cinico e oscuro. Il film non teme di essere esplicito nel suo messaggio: il treno è un sistema chiuso e, in ultima analisi, il suo funzionamento (e la sopravvivenza dell'umanità) si basa sull'oppressione della classe inferiore. Il regista usa spesso l'umorismo nero e il grottesco (soprattutto attraverso il personaggio di Mason) per smorzare l'orrore e rendere il messaggio allegorico ancora più incisivo e memorabile. Il finale, in particolare, è un momento di rottura radicale che mette in discussione l'intero concetto di "sistema" e l'illusione della stabilità.
Il film vanta un cast internazionale di alto livello, molti dei quali sono stati scelti personalmente da Bong per la loro capacità di calarsi in personaggi intensi e spesso eccentrici:
Chris Evans è Curtis Everett: L'eroe riluttante della rivolta. Evans offre una performance intensa, rivelando il trauma e il peso della leadership, culminando in un monologo potente che svela il suo passato e la sua vera motivazione.
Tilda Swinton è Mason: Inizialmente una portavoce del potere, l'attrice è quasi irriconoscibile con denti finti e un costume ridicolo, creando un personaggio sgradevole, pomposo e servilmente fedele all'ideologia di Wilford. La sua performance è un punto di riferimento per il tono grottesco del film.
Song Kang-ho è Namgoong Minsoo: Lo specialista di sicurezza, cinico e dipendente da una droga futuristica chiamata Chronole. È il partner di Curtis nella salita, ma con una prospettiva completamente diversa: la sua vera ossessione è uscire dal treno, non prenderne il controllo.
Ed Harris è Wilford: Il creatore, padrone e quasi divinità del treno. Appare solo nel finale, ma la sua filosofia cinica e il suo ruolo di "gestore dell'equilibrio" del sistema sono cruciali per la narrazione.
John Hurt è Gilliam: L'anziano mentore della coda, figura paterna e spirituale per Curtis.
Jamie Bell è Edgar: Il braccio destro di Curtis, giovane e impetuoso.
Octavia Spencer è Tanya e Ewen Bremner è Andrew: Due genitori nella coda, tra i primi a unirsi alla rivolta.
Snowpiercer è ampiamente considerato un film fondamentale della fantascienza moderna e un'allegoria distopica che esplora senza mezzi termini i temi centrali della società contemporanea.
Il film è una critica feroce al capitalismo estremo e alla disuguaglianza di classe. Il treno è la società stessa: pochi ricchi prosperano in un lusso assurdo e sprecone, mentre la maggioranza vive nell'oppressione e nella miseria. Wilford incarna la logica cinica e spietata del "Sistema", che richiede un "sacrificio" e una gerarchia rigida per mantenere l'equilibrio. La ribellione, per quanto nobile, è mostrata come una parte necessaria, persino desiderata, del sistema stesso per evitare il collasso totale dovuto al sovraffollamento.
La salita di Curtis verso il motore è il viaggio dell'illusione: l'idea che, una volta raggiunto il vertice, si possa cambiare il sistema. Il film suggerisce che, finché l'umanità è intrappolata nello stesso meccanismo chiuso (il treno), la vera libertà non può esistere; ogni rivoluzione non è altro che un cambio di guardia.
Il finale offre una prospettiva inattesa: la possibilità di una vita al di fuori. La decisione finale di Namgoong e Curtis di distruggere il treno e i due superstiti (Yona e il piccolo Timmy) che escono nel mondo ghiacciato, vedendo un orso polare, suggerisce che la vita all'esterno è tornata possibile. È un finale ambivalente: se da un lato offre la speranza di un nuovo inizio al di fuori della logica tossica del treno, dall'altro pone i due protagonisti di fronte a una natura spietata e sconosciuta, con poche possibilità di sopravvivenza.
mubi v.o.s.i.
Hollywood 90028,The Hollywood Hillside Strangler,è un film del 1973, diretto da Christina Hornisher
Hollywood 90028 è un film che si colloca in un'affascinante e ambigua zona di confine tra il cinema d'exploitation (in particolare il grindhouse) e l'art house (cinema d'autore). Sebbene completato nel 1973, è stato distribuito in modo irregolare a partire dal 1976, spesso con titoli più sensazionalistici come The Hollywood Hillside Strangler, Twisted Throats e Insanity, che ne enfatizzavano gli elementi più crudi per attirare il pubblico dei drive-in e delle sale di bassa lega. È stata l'unica opera cinematografica di rilievo di Christina Hornisher, una regista allieva della UCLA Film School, che in seguito ha scritto solo un cortometraggio nel 1980 ed è stata produttrice associata per un film TV nel 1987. Questa pellicola, riscoperta e restaurata in 4K da Grindhouse Releasing, ha recentemente ricevuto nuovo plauso da registi contemporanei come Sean Baker e Ti West, che ne hanno lodato l'atmosfera unica e il finale audace.
Il film è principalmente uno studio sul personaggio e un ritratto cupo della Los Angeles degli anni '70, un mondo di sogni infranti e squallore urbano.
Il protagonista è Mark (Christopher Augustine), un uomo di 29 anni, fotografo freelance originario dell'Indiana, arrivato a Los Angeles con l'aspirazione di diventare un celebre direttore della fotografia (cinematographer) a Hollywood. I suoi sogni, tuttavia, si scontrano con la dura realtà: l'unico lavoro che riesce a trovare è quello di operatore per "loop" pornografici per un produttore squallido e rozzo di nome Jobal (Dick Glass).
Mark è un loner alienato e profondamente turbato. È perseguitato da traumi infantili, in particolare il ricordo della madre autoritaria e il senso di colpa per aver causato accidentalmente la morte del suo fratellino minore. Sessualmente frustrato e incapace di avere rapporti intimi normali con le donne, Mark sfoga la sua alienazione e la sua rabbia interiore diventando un serial killer che strangola le sue vittime.
Le sue giornate sono scandite dal lavoro nei sordidi peep-show e strip club della zona (il "90028" del titolo è un codice postale di Hollywood) e dai suoi atti omicidi. Tuttavia, la sua routine e il suo stato mentale iniziano a cambiare quando incontra Michele (Jeannette Dilger), un'attrice di film per adulti con cui lavora.
Mark e Michele stabiliscono un legame platonico insolitamente stretto. Entrambi sono originari del Midwest e condividono l'interesse per l'arte e il cinema, ritrovandosi uniti dalle loro vite solitarie nella spietata Tinseltown. Mark rispetta la relazione impegnata di Michele e, nonostante la sua oscurità, la loro amicizia sembra offrire un barlume di connessione umana. In una scena chiave, i due fanno un'escursione al famoso Hollywood Sign, dove si confidano le loro solitudini e i loro sogni infranti.
Il desiderio di Mark di avvicinarsi a Michele è però pericolosamente in conflitto con la sua natura violenta. A metà del film, durante un'uscita al mare, Mark viene esasperato dalle chiacchiere incessanti di Gretchen (Gayle Davis), un'autostoppista che aveva caricato. Questo innesca un flashback sulla sua rabbia repressa nei confronti delle sorelle, portandolo a strangolarla e a gettarne il corpo in acqua.
Il climax giunge quando Mark e Michele hanno finalmente un rapporto sessuale. L'intimità, che dovrebbe essere un momento di salvezza, si scontra tragicamente con l'oscurità di Mark. Al risveglio, Mark scopre con orrore di aver strangolato Michele nel sonno. Sconvolto e senza più speranza, Mark sale sulla collina di Mount Lee e si impicca alla celebre insegna di Hollywood, registrando il suo suicidio con la sua telecamera da 8mm. L'inquadratura finale, iconica e agghiacciante, mostra il suo corpo penzolante che dondola di fronte alla scritta, un ultimo, macabro statement sulla corruzione del sogno di Hollywood.
La regia di Christina Hornisher è la caratteristica più distintiva del film. Nonostante il budget limitato e il genere "exploitation" in cui è stato inserito, Hollywood 90028 è girato con un approccio che ricorda il cinema d'autore europeo dell'epoca (è stato paragonato a Michael Powell in Peeping Tom o persino ad Antonioni per il suo senso di alienazione e sense of place).
Hornisher, che aveva studiato cinema sperimentale alla UCLA, utilizza:
Composizioni artistiche: Le inquadrature sono spesso riflessive, ponendo l'attenzione sull'ambiente squallido e desolato di Los Angeles, usandola come specchio della disperazione interiore di Mark. Il film è una vera e propria capsula del tempo visiva della L.A. dei primi anni '70, tra fleshpot sporchi e paesaggi urbani spopolati.
Ritmo Lento e Meditativo: A differenza di un tipico slasher, il film si prende il suo tempo, con lunghe sequenze che si concentrano sull'umore, sul tono e sullo sviluppo del personaggio, piuttosto che sull'azione o il gore (la violenza non è eccessiva).
Montaggio e Sonoro: Vengono utilizzate dissolvenze trippy (allucinogene) e una colonna sonora onirica, contribuendo all'atmosfera allucinatoria e noir. Un dettaglio particolare è che l'audio, inclusi i dialoghi, è stato registrato in post-produzione (dubbing), conferendo una qualità a volte distaccata e onirica alla recitazione.
Il cast, composto in gran parte da attori poco noti o al loro debutto, è fondamentale per l'atmosfera low-budget e realistica del film:
Christopher Augustine nel ruolo di Mark: L'attore incarna il protagonista, un cameraman solitario e disturbato. La sua performance trasmette l'isolamento e la frustrazione che lo portano a commettere omicidi.
Jeannette Dilger nel ruolo di Michele: L'attrice interpreta l'unica vera connessione umana di Mark, l'attrice per adulti che condivide i suoi sogni perduti.
Dick Glass nel ruolo di Jobal: Interpreta il sleazy producer, lo stereotipo dell'avido e volgare produttore di film a luci rosse, rappresentando la corruzione della Mecca del cinema.
Gayle Davis nel ruolo di Gretchen: L'autostoppista loquace che diventa una delle vittime di Mark.
Basil Poledouris: La colonna sonora originale è stata composta da Basil Poledouris, che in seguito sarebbe diventato un famoso compositore di Hollywood, autore di colonne sonore epiche per film come Conan the Barbarian (1982) e RoboCop (1987). La musica di Hollywood 90028 è prevalentemente caratterizzata da un uso suggestivo e cupo di un pianoforte inquietante.
Titoli Alternativi: Il titolo The Hollywood Hillside Strangler fu scelto in un tentativo di sfruttare la somiglianza con il caso dei veri "Hillside Stranglers" (Kenneth Bianchi e Angelo Buono Jr.) che terrorizzarono Los Angeles tra il 1977 e il 1978. Poiché il film fu girato e completato nel 1973 (e rilasciato nel 1976), non è correlato ai veri assassini. Il titolo fu un espediente di marketing postumo, comune nel cinema exploitation.
Film "Maledetto" e Riscoperta: Nonostante la sua qualità atipica, il film cadde presto nell'oscurità, senza mai essere distribuito in televisione o in formati home video popolari come VHS o DVD. È rimasto un film "perduto" per decenni fino al 2023, quando Grindhouse Releasing lo ha restaurato in 4K, portandolo all'attenzione dei festival (come il Sitges Film Festival) e dei circuiti di culto, cementando la sua reputazione come un'opera unica e precorritrice nel suo genere.
Finale Leggendario: L'ultima inquadratura del film, con il suicidio ripreso dal protagonista stesso di fronte all'iconico Hollywood Sign, è unanimemente riconosciuta come una delle sequenze finali più audaci, grottesche e memorabili mai realizzate a Hollywood, che riassume in modo insano e cinematografico la critica alla disillusione del sogno americano.
Hollywood 90028 è, in sintesi, molto più di un semplice film exploitation. È un'inquietante e complessa capsula del tempo e uno studio di carattere femminista (seppur cupo) sulla solitudine, l'alienazione e la violenza nell'ambiente amorale della Los Angeles degli anni '70.
mubi
Grasso è bello (Hairspray), è un film del 1988 diretto da John Waters.
Grasso è bello (Hairspray) diretto da John Waters è come fare un tuffo nella Baltimora dei primi anni '60 attraverso lo sguardo irriverente e provocatorio del "Papa del Trash".
Il film originale è una commedia del 1988 che, pur mantenendo i tratti distintivi dell'estetica trash e camp di John Waters, è considerato uno dei suoi lavori più accessibili e, per i suoi standard, "mainstream", pur rimanendo radicalmente sovversivo nel suo messaggio di inclusione.
La storia è ambientata nella vivace e conservatrice Baltimora del 1962. La protagonista è Tracy Turnblad, un'adolescente sovrappeso, ottimista e piena di vitalità, che vive per la musica e il ballo. Il suo sogno più grande è diventare una delle "ragazze di consiglio" del suo show televisivo locale preferito: il Corny Collins Show, un popolare programma di danza per teenager sponsorizzato, appunto, da una marca di lacca per capelli (hairspray).
Nonostante le preoccupazioni e i tentativi di dissuasione della madre obesa e agorafobica, Edna Turnblad (interpretata dalla celebre drag queen Divine, storico collaboratore di Waters, nel ruolo en travesti), Tracy riesce a superare le audizioni grazie al suo talento naturale e alla sua prorompente personalità, diventando un'icona immediata. Il suo successo, però, attira l'invidia di Amber Von Tussle, la reginetta bionda e snob dello show, e della madre, Velma Von Tussle, che gestisce la stazione televisiva.
Il cuore della trama non è solo l'ascesa di Tracy, ma anche la sua crescente consapevolezza delle ingiustizie sociali. Tracy, infatti, stringe amicizia con alcuni studenti neri e si scontra con la segregazione razziale ancora in vigore: il Corny Collins Show permette ai ragazzi afroamericani di ballare solo in un giorno al mese, il "Negro Day", condotto da Motormouth Maybelle.
Determinate a lottare per l'integrazione razziale e contro ogni forma di discriminazione, Tracy e i suoi amici organizzano una marcia di protesta. La loro battaglia sfocerà in una clamorosa manifestazione che, grazie alla determinazione di Tracy e al supporto della sua famiglia e di Motormouth Maybelle, porterà alla vittoria dell'integrazione e all'incoronazione della vera "Miss Hairspray".
John Waters (nato a Baltimora nel 1946) è un regista, sceneggiatore e autore noto per il suo stile trasgressivo, camp e dissacrante. Prima di Hairspray, era famoso per film cult estremi come Pink Flamingos (1972) e Polyester (1981), spesso incentrati su personaggi marginali, freak e l'uso di umorismo volgare e grottesco.
In Grasso è bello, Waters ha voluto creare un film che fosse, in superficie, un'ode nostalgica e colorata agli Anni Sessanta e alla cultura dei balli adolescenziali, ma che nascondesse un'affilata critica sociale.
Irriverenza e Ironia: Il film è una satira pungente del perbenismo, del conformismo e del razzismo dell'epoca. Waters utilizza l'estetica brillante, le acconciature esagerate (bee-hives e bouffants) e la musica bubblegum pop come sfondo per temi seri come l'integrazione, la body positivity e l'accettazione della diversità.
Body Positivity: Il tema centrale è l'accettazione di sé, simboleggiata dal corpo "oversize" di Tracy. La sua fisicità è la fonte della sua forza e del suo successo, un messaggio radicale per l'epoca e un chiaro attacco agli stereotipi di bellezza imposti dai media.
Cast Inconsueto: Waters è noto per l'uso di attori non convenzionali. Divine, nel ruolo di Edna Turnblad, è il fulcro di questa scelta, un'icona drag che interpreta una casalinga obesa, sottolineando la natura artificiosa e performativa dei ruoli di genere e degli stereotipi.
Tono: Sebbene sia più "pulito" dei suoi lavori precedenti, il film mantiene il tocco cinico e l'umorismo di Waters, pur offrendo un insolito (per lui) lieto fine e un messaggio di speranza.
Il cast è un mix di attori feticcio di Waters, celebrità dell'epoca e nuovi talenti:
Personaggio
Attore/Attrice (1988)
Note
Tracy Turnblad
Ricki Lake
All'epoca esordiente, incarna perfettamente la vitalità e l'entusiasmo di Tracy.
Edna Turnblad
Divine
La musa di Waters (nel suo ultimo ruolo prima della morte). Interpretazione en travesti iconica.
Wilbur Turnblad
Jerry Stiller
Il padre amorevole e sostenitore di Tracy.
Velma Von Tussle
Deborah Harry
La cantante dei Blondie, nel ruolo della perfida e razzista produttrice dello show.
Corny Collins
Shawn Thompson
Il presentatore dello show.
Motormouth Maybelle
Ruth Brown
La cantante rhythm and blues, nel ruolo della madre di Seaweed e proprietaria del negozio di dischi, voce della lotta per i diritti civili.
Franklin Von Tussle
Sonny Bono
Metà del duo Sonny & Cher, nel ruolo del marito di Velma.
Un aspetto degno di nota è la presenza di Jerry Stiller che riapparirà nel remake del 2007 (in un cameo nel ruolo di Mr. Pinky) e, soprattutto, il cameo di John Waters stesso, che compare brevemente nei panni di un esibizionista all'inizio del film, un tocco di auto-referenzialità tipico della sua poetica.
Contrariamente ai precedenti film di Waters, Grasso è bello fu un successo di critica e pubblico inaspettato, proiettando il regista verso una maggiore accettazione mainstream e guadagnandosi una nomination al Sundance Film Festival. Il film incassò oltre 6 milioni di dollari, una cifra notevole per un film indipendente di Waters.
L'impatto culturale più significativo è avvenuto con la sua trasformazione nel musical di Broadway del 2002, che ha vinto otto Tony Awards, e nel successivo adattamento cinematografico del 2007 (con John Travolta nel ruolo di Edna), che ha portato la storia a un pubblico globale. Entrambe le versioni hanno attenuato l'originale estetica trash di Waters in favore di uno stile più tradizionale da musical hollywoodiano, ma hanno cementato Hairspray come un'opera fondamentale sul tema dell'inclusione e della diversità.
In conclusione, Grasso è bello (1988) è molto più di un semplice film di John Waters. È una satira sociale mascherata da commedia musicale giovanile, un'opera che, con il suo umorismo esagerato e la sua schiettezza, ha saputo affrontare temi come il razzismo, il conformismo e la discriminazione legata al peso, lasciando un'eredità duratura che ha saputo evolversi in diverse forme d'arte.
prime v.o.s.i.
Letting Go of Jack un film del 2025 diretto da Andrew Koltuniuk
Un Viaggio On the Road Verso la Consapevolezza
Nel panorama cinematografico del 2025, si è ritagliato uno spazio di rilievo un piccolo ma significativo film indipendente, "Letting Go of Jack". Diretto e scritto da Andrew Koltuniuk, il film si presenta come un toccante dramma on the road che affronta temi universali come il lutto, l'accettazione e la ricerca della propria identità. Nonostante sia un'opera a basso budget, prodotta da The Guild Films, uno studio fondato da un gruppo di ex studenti della John Paul the Great Catholic University, il film ha saputo conquistare il plauso della critica, vincendo il premio come "Miglior Film Drammatico" all'Hollywood Reel Independent Film Festival. "Letting Go of Jack" si distingue per la sua narrazione intima e per l'approccio sincero nel descrivere le complesse sfaccettature dell'elaborazione del dolore.
La Trama: Un’Odissea Personale nel Deserto
La storia segue le vicende di Brandon Holmes (interpretato da Larson Kapitan), un giovane uomo che, schiacciato dal peso di un dolore non specificato (presumibilmente la perdita di una persona cara), decide di fuggire dalla sua vita in California per raggiungere il Colorado. Il suo obiettivo è assistere a una pioggia di meteoriti, un evento che rappresenta per lui una speranza di catarsi e di rinnovamento. Il suo mezzo di trasporto è un vecchio Ford Bronco, un'auto che lui ha affettuosamente chiamato "Jack". Il nome "Jack" non è casuale: simboleggia non solo il veicolo, ma anche il fardello emotivo che Brandon sta cercando disperatamente di "lasciare andare".
Il viaggio, però, si rivela tutt'altro che semplice. L'auto ha continui problemi meccanici, in particolare tende a surriscaldarsi di continuo. Questi guasti non sono solo ostacoli fisici, ma riflettono metaforicamente lo stato emotivo di Brandon: bloccato, in ebollizione e incapace di procedere senza affrontare le sue ferite interiori.
Il destino interviene quando, a causa di un'avaria, Brandon si ferma in una remota cittadina. Qui incontra Amber Freeman (Meghen Antonia), una giovane artista dallo spirito libero e dalla personalità schietta. Anche Amber è in fuga, desiderosa di lasciare il suo piccolo paese per inseguire i suoi sogni. Sebbene inizialmente Brandon sia riluttante ad accoglierla, finisce per darle un passaggio. L'incontro tra i due non è solo una convenienza logistica, ma l'inizio di una dinamica che sbloccherà le loro rispettive resistenze emotive.
Il viaggio prosegue, arricchito dall'arrivo di un terzo inatteso passeggero: Hughie Martin (Matthew Smaldone), un giovane missionario mormone che ha interrotto il suo incarico per tornare a casa e stare vicino al padre malato. La presenza di Hughie aggiunge un'ulteriore sfumatura al racconto, esplorando il tema della fede, del dovere e dell'accettazione della morte.
Attraverso i paesaggi desertici e le notti stellate, il trio si confronta con le proprie paure e vulnerabilità. Il film non si limita a raccontare il viaggio fisico, ma si addentra nel loro percorso interiore. I dialoghi tra i personaggi sono il cuore pulsante del film, rivelando gradualmente le loro motivazioni e permettendo loro di elaborare i rispettivi dolori. Brandon impara a condividere il suo fardello, Amber a trovare la forza di seguire la sua strada, e Hughie a conciliare la sua fede con la realtà della perdita. Il viaggio culmina con un atto di liberazione emotiva, simboleggiato non tanto dal raggiungimento della meta, quanto dall'accettazione del percorso stesso.
Regia e Stile: L’Arte dell’Intimismo Visivo
Andrew Koltuniuk, che ha curato sia la regia che la sceneggiatura, dimostra una notevole sensibilità nel gestire la narrazione. La sua direzione è misurata e intima, focalizzandosi sulle espressioni e sulle interazioni dei personaggi piuttosto che su grandi eventi. Lo stile visivo del film è strettamente legato all'ambiente in cui si svolge: i vasti e solitari paesaggi del deserto diventano un riflesso dello stato d'animo dei protagonisti. Le riprese, curate da Charles Blum, sottolineano la vastità del nulla che circonda i personaggi, accentuando il loro senso di isolamento, ma anche la loro potenziale libertà. La fotografia gioca un ruolo cruciale, con colori caldi e luci naturali che creano un'atmosfera malinconica ma anche speranzosa.
Il ritmo del film è contemplativo, concedendo ai personaggi e al pubblico il tempo necessario per assorbire le emozioni e le riflessioni. Koltuniuk riesce a evitare i cliché del genere on the road, trasformando un viaggio fisico in una profonda esplorazione psicologica. La musica, composta da Connor McLaughlin, accompagna il racconto con sonorità delicate e toccanti, senza mai sovrastare le performance degli attori.
Il Cast e Le Performance: Sincerità e Chimica
Uno degli elementi di maggior successo del film è la chimica tra i tre attori principali. Larson Kapitan, nel ruolo di Brandon, porta in scena un personaggio introverso e tormentato, la cui trasformazione è graduale e credibile. La sua performance è sottile, ma potente, veicolando il dolore e la vulnerabilità con grande efficacia.
Meghen Antonia è altrettanto convincente nel ruolo di Amber. La sua interpretazione è vivace e spigolosa, fornendo un contrasto necessario alla malinconia di Brandon. Amber non è solo un personaggio di supporto, ma un catalizzatore che spinge il protagonista a uscire dal suo guscio.
Infine, Matthew Smaldone offre una performance toccante e sfumata nei panni di Hughie. Il suo personaggio, pur essendo un elemento aggiuntivo, non è mai superfluo e contribuisce a espandere le tematiche del film, aggiungendo una prospettiva spirituale e familiare al viaggio.
Il cast di supporto, che include attori come Ketrick "Jazz" Copeland e Paul Bonner, pur avendo ruoli minori, contribuisce a dare spessore all'ambiente e alle brevi interazioni che arricchiscono il viaggio.
"Letting Go of Jack" è un'opera che, pur nella sua semplicità, riesce a toccare corde profonde. È un film sul dolore che non si crogiola nella tristezza, ma che offre una via d'uscita, suggerendo che il processo di guarigione non è un evento improvviso, ma un viaggio a tappe, pieno di imprevisti e incontri che possono cambiare il nostro destino. Il Ford Bronco, Jack, non è solo un'auto, ma un'entità che porta il peso del passato di Brandon. "Lasciare andare Jack" significa metaforicamente lasciar andare il dolore, non dimenticandolo, ma accettandolo come parte del proprio percorso. Il film di Andrew Koltuniuk è un promemoria visivo che la fine di un ciclo è spesso l'inizio di una nuova, inaspettata, avventura.
prime o.v.
Salvatore Giuliano, è un film del 1962 diretto da Francesco Rosi.
Il film "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi, del 1962, è un'opera fondamentale del cinema italiano e internazionale, un capolavoro di "cinema d'inchiesta" che trascende il semplice genere biografico per diventare un'analisi profonda e complessa delle dinamiche di potere in un'Italia postbellica.
La Regia: Francesco Rosi e il "Cinema Civile"
Francesco Rosi (1922-2015) è uno dei registi più significativi del cinema italiano, e "Salvatore Giuliano" è considerato il film che ha definito il suo stile e la sua poetica. Il suo cinema è stato definito "civile" o "politico" per la sua capacità di indagare i lati oscuri e ambigui della società e della politica italiana, mettendo in scena processi storici e sociali complessi, spesso legati a crimini irrisolti o a eventi di cronaca che nascondono trame di potere. Rosi non si limita a raccontare una storia, ma la sviscera, la smonta e la ricostruisce attraverso una rigorosa analisi documentaristica.
In "Salvatore Giuliano", la regia di Rosi è asciutta, quasi cronachistica, ma allo stesso tempo di una potenza visiva straordinaria. Utilizza una struttura narrativa non lineare, frammentata, che salta avanti e indietro nel tempo, dal 1950 (l'anno della morte di Giuliano) al 1945 (l'inizio della sua attività criminale) e ritorno. Questa scelta non è casuale: il regista vuole negare allo spettatore una facile comprensione degli eventi, costringendolo a mettere insieme i pezzi del puzzle come in un'indagine giudiziaria. Non c'è una "verità" preconfezionata, ma una serie di versioni discordanti, di silenzi, di mezze verità.
Un altro elemento distintivo della regia di Rosi è l'uso quasi documentaristico della macchina da presa. Le scene sono girate con un realismo crudo, spesso con attori non professionisti presi direttamente dai luoghi dove si svolsero i fatti (principalmente Montelepre e Castelvetrano, in Sicilia), il che conferisce al film un'autenticità viscerale. La fotografia in bianco e nero di Gianni Di Venanzo, un altro genio del cinema italiano, contribuisce in modo determinante a questo effetto, esaltando i volti scavati dei contadini, la polvere delle strade e l'atmosfera opprimente e misteriosa della Sicilia di quegli anni.
Rosi non cade nella trappola di romanzare la figura del bandito, evitando di farne un eroe romantico o un antieroe. Giuliano, interpretato da un attore non professionista (Pietro Cammarata), appare sullo schermo solo per pochi istanti e spesso inquadrato di spalle o in lontananza. Il suo volto, e quindi la sua psicologia, rimangono inesplorati, quasi a voler sottolineare che il vero protagonista del film non è l'uomo, ma il "caso Giuliano" come simbolo di un intreccio più grande tra Stato, mafia e politica.
La Trama: Un'indagine, non una biografia
Il film si apre con un'immagine destinata a diventare iconica: il corpo senza vita di Salvatore Giuliano nel cortile di una casa a Castelvetrano, il 5 luglio 1950. A differenza di un film biografico tradizionale, "Salvatore Giuliano" non segue una linea temporale ascendente, ma parte dalla fine per investigare le cause e i responsabili della sua morte.
Attraverso una serie di flashback, lo spettatore viene catapultato indietro nel tempo, ripercorrendo i momenti salienti della vicenda del bandito. Si parte dall'inizio della sua "carriera", quando diventa un fuorilegge dopo aver ucciso un carabiniere per autodifesa. Si esplora il suo legame con il movimento separatista siciliano, che lo arruola nella lotta per l'indipendenza dell'isola, promettendogli in cambio l'amnistia. Si mostra il suo controllo ferreo sul territorio e la sua popolarità tra la gente povera, ma anche i suoi metodi spietati.
Il punto di svolta drammatico e storico del film è la ricostruzione della strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio 1947. Rosi, con una sequenza memorabile, riproduce la scena del massacro con una forza e una crudeltà che lasciano il segno, ma senza compiacimenti. Le immagini mostrano il terrore e la morte che colpiscono contadini inermi, colpevoli solo di aver partecipato a una festa del lavoro. Questa sequenza non è solo la testimonianza di un crimine, ma l'inizio di un'indagine che va oltre la semplice responsabilità di Giuliano. Il film suggerisce, attraverso un montaggio sapiente e dialoghi serrati, che la strage non fu solo un atto di violenza cieca, ma un attacco politico con l'obiettivo di colpire il Blocco del Popolo, l'alleanza tra comunisti e socialisti che aveva vinto le elezioni regionali.
La seconda parte del film si concentra sul processo, a Viterbo, contro la banda di Giuliano, in particolare contro il suo braccio destro, Gaspare Pisciotta. Qui la narrazione si fa ancora più complessa e rivelatrice. Durante il processo, Pisciotta accusa lo Stato di avergli promesso clemenza in cambio della sua testimonianza, e lancia accuse precise che tirano in ballo figure istituzionali e politiche di alto livello. È in questa fase che emerge con chiarezza l'intreccio tra criminalità, mafia e potere politico. La morte di Pisciotta, avvelenato in carcere, chiude il cerchio di una verità che non sarà mai pienamente svelata, lasciando il mistero sull'identità dei veri mandanti della strage e dell'omicidio di Giuliano.
Gli Attori e i Personaggi
Come accennato, Rosi sceglie per il ruolo di Salvatore Giuliano un attore non professionista, Pietro Cammarata, che non ha quasi battute e appare in pochissime scene. Questa scelta, apparentemente radicale, è in realtà un'operazione geniale: il regista vuole che lo spettatore non si identifichi con il protagonista, ma si concentri invece sul contesto storico e sociale che lo ha generato.
Il vero protagonista è l'intreccio di forze che si muovono attorno al bandito. Tra gli attori, spiccano le interpretazioni di:
Frank Wolff nel ruolo di Gaspare Pisciotta: la sua performance è intensa e vibrante. Pisciotta è il vero motore della storia, l'unico in grado di svelare la verità, ma anche il più disperatamente prigioniero delle dinamiche di potere che lo hanno intrappolato.
Salvo Randone nel ruolo del Presidente della Corte d'Assise: la sua recitazione è impeccabile, e il suo personaggio è il simbolo dell'impotenza della giustizia di fronte a un sistema di potere corrotto e inespugnabile.
Sennuccio Benelli, che interpreta il giornalista. È una figura che incarna la sete di verità e la frustrazione di chi cerca di far luce su una storia opaca e volutamente confusa.
Critica e Influenza Culturale
Alla sua uscita, "Salvatore Giuliano" fu accolto con grande clamore e divise la critica. C'è chi lo acclamò come un capolavoro assoluto, per il suo rigore formale e la sua audace indagine storica, e chi lo accusò di essere troppo freddo e distaccato. Con il tempo, il film è stato universalmente riconosciuto come un'opera spartiacque, che ha segnato un prima e un dopo nel cinema italiano.
Il film di Rosi ha inaugurato un genere, quello del "film-inchiesta", che il regista stesso ha perfezionato in opere successive come "Le mani sulla città" (1963) e "Il caso Mattei" (1972). Ha influenzato generazioni di cineasti, sia in Italia che all'estero, per il suo approccio metodico e la sua capacità di trasformare un fatto di cronaca in un'analisi universale sulle radici del potere e della corruzione.
"Salvatore Giuliano" non è un semplice film sul bandito siciliano. È un'opera complessa e stratificata, un atto di accusa contro i misteri irrisolti della storia d'Italia. Attraverso una regia innovativa, una trama frammentata e un cast di attori scelti con cura, Rosi realizza un'opera d'arte che è allo stesso tempo un documento storico e un manifesto politico. Il film ci insegna che la verità non è un dato di fatto, ma una costruzione difficile e spesso dolorosa, e che le ombre del passato continuano a pesare sul presente. A più di sessant'anni dalla sua uscita, il suo messaggio e la sua potenza visiva rimangono più che mai attuali.
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Virgin Mountain (Fúsi) è un film del 2015 diretto da Dagur Kári
La storia si concentra su Fúsi, un uomo di 43 anni, corpulento e dall'animo gentile, che conduce una vita estremamente monotona e isolata. Vive ancora con la madre in una casa a Reykjavík, in Islanda. Il suo quotidiano è scandito da una routine quasi rituale: il lavoro come addetto ai bagagli in un aeroporto, i pasti consumati in silenzio, e il tempo libero speso a coltivare le sue uniche passioni: la ricostruzione di diorami di battaglie storiche della Seconda Guerra Mondiale (in particolare la battaglia di El Alamein) e il gioco con modellini radiocomandati.
Fúsi è una figura quasi invisibile per il mondo esterno. La sua stazza e la sua timidezza lo rendono un bersaglio facile per i bulli, in particolare un collega di nome Mörður, che non perde occasione per umiliarlo con scherzi crudeli e commenti sprezzanti. Fúsi, tuttavia, subisce in silenzio, senza mai reagire, trovando la sua pace interiore nella rassicurante ripetitività della sua esistenza. La sua unica vera amica è Hera, la giovane figlia dei vicini, con cui condivide una tenera amicizia, fatta di giochi e conversazioni semplici.
La sua vita subisce una scossa inattesa quando, per il suo compleanno, la madre e il suo fidanzato gli regalano un buono per un corso di danza country. Inizialmente riluttante, Fúsi si reca alle lezioni, dove incontra Sjöfn, una donna dall'animo fragile e dal passato tormentato, che soffre di gravi disturbi depressivi. L'incontro segna l'inizio di una relazione delicata e inaspettata. Fúsi si innamora di Sjöfn e, per la prima volta, sembra trovare il coraggio di uscire dal suo guscio protettivo. La sua natura premurosa e la sua profonda sensibilità gli permettono di accogliere le fragilità di Sjöfn senza giudizio, offrendole un rifugio sicuro.
Il film esplora la loro relazione con una dolcezza commovente, mostrando i piccoli gesti che costruiscono il loro legame. Fúsi, che non ha mai avuto una storia d'amore, scopre un mondo di emozioni e sentimenti sconosciuti. Ma la felicità è effimera. Le turbolenze emotive di Sjöfn e le complicazioni della vita reale mettono a dura prova il loro rapporto. Quando Sjöfn si allontana, Fúsi si ritrova di nuovo solo, ma non è più l'uomo di prima. L'esperienza lo ha cambiato in profondità, spingendolo a confrontarsi con la sua solitudine in un modo nuovo.
Il finale del film, pur non essendo un classico "lieto fine", è intriso di speranza. Fúsi compie un gesto inatteso, un atto di libertà e di auto-accettazione che simboleggia la sua "nascita" nel mondo. È un viaggio non verso la perfezione, ma verso la consapevolezza di sé e la capacità di affrontare la vita con le proprie forze, anche se il percorso è difficile.
Il film è diretto da Dagur Kári, un regista islandese noto per il suo stile minimalista, poetico e profondamente umanista. Kári ha già esplorato temi simili di alienazione e ricerca di identità in film come "Nói albinói" (2003) e "The Good Heart" (2009). La sua regia in Fúsi è caratterizzata da una sensibilità straordinaria, che si traduce in inquadrature capaci di cogliere la solitudine e la gentilezza del protagonista.
Kári utilizza il paesaggio islandese, spesso aspro e freddo, non solo come sfondo, ma come estensione dello stato d'animo dei personaggi. La fotografia dai colori desaturati e l'atmosfera spesso silenziosa e sospesa contribuiscono a creare un senso di malinconia e introversione che riflette la psiche di Fúsi. Al tempo stesso, il regista non rinuncia a momenti di umorismo sottile e a scene di toccante dolcezza, che alleggeriscono la narrazione e rendono la figura di Fúsi ancora più amabile. La colonna sonora, curata dallo stesso Dagur Kári e da Orri Jónsson, è un elemento fondamentale che accompagna il viaggio interiore del protagonista, con melodie malinconiche e note di speranza.
Il successo del film si deve in gran parte alla performance eccezionale di Gunnar Jónsson, l'attore che interpreta Fúsi. La sua recitazione è una masterclass di espressività non verbale. Senza bisogno di molte parole, Jónsson riesce a trasmettere la timidezza, l'innocenza, il dolore e la profonda sensibilità del suo personaggio. La sua fisicità, apparentemente ingombrante, diventa un mezzo per raccontare l'emarginazione, ma anche la forza interiore e la delicatezza che si nascondono dietro l'aspetto esteriore. La sua interpretazione gli è valsa numerosi riconoscimenti, tra cui il premio come Miglior Attore al Tribeca Film Festival.
Accanto a lui, Ilmur Kristjánsdóttir interpreta Sjöfn con una grande intensità, rendendo il personaggio complesso e credibile nelle sue fragilità. Il resto del cast, tra cui Margrét Helga Jóhannsdóttir nel ruolo della madre, contribuisce a creare un ambiente narrativo solido e autentico.
Virgin Mountain non è solo la storia di un uomo che trova l'amore. È un profondo ritratto sulla solitudine, il bullismo, la diversità e la ricerca di un posto nel mondo. Il film affronta il tema del "bamboccione" in una chiave inedita, mostrando come la scelta di vivere in un mondo interiore non sia necessariamente frutto di pigrizia, ma spesso di una profonda vulnerabilità e di un rifiuto del cinismo e della crudeltà del mondo esterno.
Il film è stato acclamato dalla critica internazionale e ha vinto numerosi premi, tra cui il già citato premio al Tribeca Film Festival per il Miglior Film e il Miglior Attore. Ha dimostrato ancora una volta la qualità del cinema islandese, capace di raccontare storie universali con un tocco unico e riconoscibile. La sua distribuzione in Italia da parte di Movies Inspired testimonia la volontà di portare al pubblico opere di cinema d'autore che offrono una prospettiva diversa e toccante sulla condizione umana.
In sintesi, "Virgin Mountain" è un film delicato, commovente e profondamente umano. È un invito a guardare oltre le apparenze, a scoprire la bellezza e la dignità che possono nascondersi in una vita apparentemente semplice e a celebrare la forza che si trova nella gentilezza e nella capacità di essere se stessi, anche in un mondo che sembra non avere un posto per noi.
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Fahrenheit 451, è un film del 1966 diretto da François Truffaut
Fahrenheit 451, il film del 1966 diretto dal maestro della Nouvelle Vague François Truffaut, rappresenta un capitolo singolare e affascinante nella filmografia del regista francese. È infatti il suo unico film girato in lingua inglese e il primo a colori, un'incursione nel genere della fantascienza che a prima vista potrebbe sembrare distante dalla sua poetica intima e autobiografica. Eppure, proprio in questa apparente distanza, Truffaut trova un terreno fertile per esplorare temi a lui carissimi, come l'amore per i libri, la ribellione contro l'oppressione e la ricerca della conoscenza.
La storia è ambientata in un futuro distopico, in cui la lettura è considerata un atto sovversivo e i libri sono banditi. La società è placidamente controllata e conformista, dominata dalla televisione e da un intrattenimento passivo e interattivo. Il compito di mantenere questo status quo è affidato ai "pompieri", la cui missione non è spegnere gli incendi, ma appiccarli: il loro compito è dare alle fiamme ogni volume rinvenuto, a una temperatura di 451° Fahrenheit, il punto di combustione della carta.
Il protagonista è Guy Montag (interpretato da Oskar Werner), un pompiere che svolge il suo lavoro con zelo e senza porsi domande, in linea con il conformismo della società. La sua vita, apparentemente perfetta, si svolge in un'abitazione futuristica dove la moglie, Linda (interpretata da Julie Christie), è completamente assorta in programmi televisivi interattivi, che definiscono le sue relazioni e la sua percezione del mondo. La loro casa è fredda, silenziosa e priva di ogni stimolo intellettuale, un perfetto riflesso di una società che ha sacrificato il pensiero critico in cambio di una fittizia felicità.
La svolta nella vita di Montag avviene con l'incontro con Clarisse McClellan (Julie Christie in un doppio ruolo), una giovane e curiosa insegnante che vive nel suo stesso quartiere. Clarisse rappresenta tutto ciò che la società disprezza: pone domande, osserva il mondo circostante e, soprattutto, ama la conoscenza. Le sue domande innocenti ma penetranti ("Sei mai curioso di leggere i libri che bruci?") seminano in Montag un seme di dubbio. Inizialmente infastidito, Montag viene progressivamente incuriosito e affascinato da lei e dal suo mondo.
Il punto di non ritorno arriva durante un'incursione in una casa dove si nasconde una biblioteca clandestina. L'anziana proprietaria, pur di non separarsi dai suoi libri, decide di darsi fuoco con loro. Questo gesto di estremo sacrificio sconvolge profondamente Montag, che si ritrova a riflettere sul valore inestimabile di ciò che sta distruggendo. Spinto da una curiosità irrefrenabile, comincia a sottrarre di nascosto alcuni volumi prima che vengano bruciati.
A casa, Montag si immerge nella lettura di nascosto dalla moglie. Scopre un universo di storie, idee e sentimenti che non aveva mai conosciuto. I libri diventano per lui una fonte di profonda ribellione interiore, un modo per risvegliare la sua coscienza addormentata. Quando la moglie lo scopre, teme per la sua sicurezza e lo denuncia.
Il finale del film vede Montag in fuga. Costretto a bruciare la sua stessa casa, si ribella al suo capo, il Capitano (interpretato da Cyril Cusack), che tenta di sminuire l'importanza dei libri e di convincerlo a tornare al conformismo. Fuggito in una foresta, Montag si unisce a una comunità segreta di "Uomini-Libro", persone che hanno scelto di preservare la cultura imparando a memoria i libri, tramandando così la conoscenza oralmente. In un'epoca in cui la scrittura è proibita, la memoria diventa l'unico baluardo contro l'oblio.
La regia di François Truffaut in Fahrenheit 451 è un esempio di come un autore possa adattare un'opera di un genere a lui non congeniale, rendendola pienamente sua. Truffaut, con il suo innato lirismo, trasforma la fantascienza distopica di Ray Bradbury in un'elegia visiva e poetica sull'amore per la conoscenza.
Una delle scelte più significative e audaci del regista è la rinuncia totale alla scrittura. Nei titoli di testa, anziché comparire in sovrimpressione sullo schermo, le parole sono recitate da una voce fuori campo, sottolineando l'assenza della parola scritta in quella società. Anche i cartelli stradali, i nomi dei personaggi e le insegne sono volutamente assenti o sostituiti da segni grafici incomprensibili. È un gesto di regia che denuncia l'analfabetismo funzionale e culturale imposto dal regime.
Truffaut non si concentra tanto sull'azione o sugli effetti speciali (che sono comunque presenti e ben realizzati per l'epoca), ma sui dettagli e sulle emozioni. La scena dell'anziana che si dà fuoco con i suoi libri è girata con una dignità e un pathos che la rendono indimenticabile. Allo stesso modo, il regista si sofferma sui gesti quasi sacri di Montag mentre legge di nascosto, accarezzando le pagine e immergendosi in un mondo proibito.
L'uso del colore, per la prima volta nella filmografia di Truffaut, è molto espressivo. I toni sono freddi e saturi all'interno della società conformista, con colori vivaci ma artificiali. Al contrario, quando Montag fugge nella foresta, la palette si fa più naturale, con i toni caldi della terra e del verde, simboleggiando il ritorno a una vita più autentica e "organica".
La scelta di far interpretare a Julie Christie due personaggi, la moglie Linda e l'insegnante Clarisse, è un'altra intuizione geniale. Le due donne rappresentano le due vie possibili per Montag: il conformismo e la ribellione. La somiglianza fisica tra le due sottolinea il potenziale di scelta che ogni individuo ha, e il conflitto interiore che assale Montag.
Il successo di Fahrenheit 451 è anche merito delle performance dei suoi attori.
Oskar Werner nel ruolo di Guy Montag offre una recitazione misurata e intensa. L'attore tedesco, già collaboratore di Truffaut in Jules e Jim, riesce a trasmettere con grande abilità la trasformazione interiore del suo personaggio: da pompiere ligio e obbediente a ribelle assetato di conoscenza. La sua espressione inizialmente vuota e il suo sguardo perso, si animano progressivamente, rivelando un'anima che si risveglia.
Julie Christie è semplicemente straordinaria nel doppio ruolo di Linda e Clarisse. Come Linda, incarna perfettamente la superficialità e la vacuità di una società che ha rinunciato a pensare. La sua recitazione è meccanica, i suoi gesti sono svuotati di significato, in totale sintonia con l'ambiente che la circonda. Nei panni di Clarisse, invece, è radiosa, curiosa e piena di vita. La sua interpretazione è l'esatto contrario di quella di Linda, e la sua presenza sullo schermo è un faro di speranza che spinge Montag verso la libertà.
Cyril Cusack nel ruolo del Capitano è un perfetto antagonista. La sua recitazione è fredda, autoritaria e razionale. Il suo personaggio è il portavoce della dottrina del regime, e i suoi dialoghi sono un'esposizione lucida e cinica del perché la società debba rinunciare alla cultura.
Pur essendo un film del 1966, Fahrenheit 451 di Truffaut conserva ancora oggi una straordinaria attualità. Le tematiche affrontate sono più che mai rilevanti in un'epoca dominata dalla disinformazione, dalla censura e dall'intrattenimento massivo che rischia di svuotare il pensiero critico.
Il film è un'ode alla parola scritta, alla conoscenza e alla memoria. Il monito lanciato da Truffaut è chiaro: la cultura non è un mero lusso, ma un elemento essenziale per la sopravvivenza della civiltà. Senza i libri, la memoria si perde e l'umanità rischia di regredire in uno stato di conformismo e disumanizzazione.
La visione di Truffaut è, a suo modo, più ottimistica rispetto a quella di Bradbury. Mentre il libro si conclude con un'esplosione nucleare e un finale più oscuro, il film si chiude con l'immagine di una comunità che preserva la cultura. L'ultima sequenza, in cui gli Uomini-Libro camminano nella neve recitando le loro opere preferite, è un'immagine di speranza e di resistenza che risuona ancora oggi con forza.
In sintesi, Fahrenheit 451 di François Truffaut è un film che va oltre il suo genere, trasformando una storia di fantascienza in un'intensa meditazione sulla natura umana, sulla libertà e sul potere rivoluzionario della cultura. Un capolavoro che dimostra come un grande autore possa fare suo un testo, infondendogli una nuova vita e un nuovo significato.
prime
Passeggeri della notte (Les Passagers de la nuit), è un film del 2022 diretto da Mikhaël Hers
Parlare di Passeggeri della notte (Les Passagers de la nuit) significa immergersi in un cinema fatto di sensibilità, di frammenti di vita e di un'atmosfera che, sebbene ambientata in un preciso momento storico, risulta universale. Diretto da Mikhaël Hers, un regista che si sta affermando come uno dei più raffinati interpreti del cinema d'autore francese contemporaneo, il film del 2022 è un ritratto intimo e toccante di una famiglia che cerca di ricostruirsi dopo un trauma.
La storia si svolge a Parigi nel 1981, una notte cruciale per la storia della Francia: la vittoria di François Mitterrand alle elezioni presidenziali. Mentre per le strade regna un'euforia collettiva e la speranza di un cambiamento sociale, per la protagonista, Élisabeth (interpretata da Charlotte Gainsbourg), il futuro appare incerto e buio. Lasciata improvvisamente dal marito, si ritrova sola e senza un lavoro, con due figli adolescenti da crescere e mantenere: Judith e Matthias.
Il film segue il percorso di Élisabeth, che dopo un periodo di smarrimento, decide di prendere in mano la sua vita. Trova un lavoro come centralinista in un programma radiofonico notturno intitolato, non a caso, "Passeggeri della notte". È un mondo di voci e storie anonime che si intrecciano nell'oscurità della notte, un luogo dove le persone condividono le loro solitudini e le loro speranze. Qui Élisabeth incontra Talulah (Noée Abita), una giovane senzatetto con una storia difficile, che decide di accogliere nella sua casa.
L'arrivo di Talulah nel nucleo familiare di Élisabeth, Matthias e Judith diventa un catalizzatore di cambiamenti. La giovane ragazza, con la sua vulnerabilità e il suo spirito ribelle, porta una nuova dinamica nella casa, costringendo tutti a confrontarsi con i propri fantasmi e le proprie incertezze. La trama si sviluppa con delicatezza, seguendo le tappe della vita di questa famiglia per circa sette anni. Non ci sono grandi colpi di scena o drammi esasperati, ma una successione di piccoli eventi che compongono un quadro realistico e commovente. Vediamo Matthias crescere, affrontare le prime delusioni amorose e la scelta della sua strada, Judith fare i conti con la sua identità e le sue relazioni, ed Élisabeth riscoprire se stessa, la sua forza interiore e la sua capacità di amare.
Il film è una sorta di "saga familiare minimalista", come è stata definita da alcuni critici. I personaggi entrano ed escono dalla vita di Élisabeth, lasciando un segno, un ricordo, una ferita, ma la narrazione rimane saldamente ancorata alla sua prospettiva e a quella dei suoi figli. L'assenza del padre/marito è un fantasma che aleggia costantemente, ma la storia si concentra sulla resilienza e sulla capacità di questa famiglia di "tirare avanti", di trovare un nuovo equilibrio e di crescere insieme.
Mikhaël Hers si conferma con questo film come un regista dalla poetica ben definita e riconoscibile. Il suo stile è asciutto, sensibile e profondamente intimo. Hers non ama i grandi drammi o le manipolazioni narrative; preferisce invece lavorare "sottotraccia", catturando l'intangibile: l'affetto, la malinconia, i piccoli gesti che definiscono i legami umani.
La sua regia si caratterizza per una grande fluidità, con movimenti di macchina delicati che accompagnano i personaggi senza mai invadere il loro spazio. L'uso della luce e dei colori è un elemento chiave: Hers sostituisce i toni vividi del suo film precedente, Quel giorno d'estate, con una palette più ambrata e malinconica, che evoca perfettamente l'atmosfera degli anni '80. La colonna sonora, che spazia dal rock-pop inglese alla musica francese dell'epoca, gioca un ruolo fondamentale nel definire il tono e l'atmosfera del film, diventando quasi un personaggio a sé stante.
Una delle scelte stilistiche più interessanti di Hers è l'utilizzo di frammenti di vita, di scene che sembrano quasi dei "filmini di famiglia" in Super 8. Queste sequenze, che si inseriscono nella narrazione come dei lampi di memoria, donano al film un'aura di nostalgia e autenticità. Il regista non cerca di ricostruire il periodo storico in modo sistematico, ma lo evoca attraverso dettagli sensoriali: i vestiti, le acconciature, l'arredamento, ma soprattutto le emozioni e le aspirazioni di una generazione.
Il cinema di Hers è stato spesso paragonato a quello di Éric Rohmer, e il paragone è azzeccato. Come Rohmer, Hers privilegia l'accumulo di micro-eventi e l'osservazione acuta della vita umana, rifiutando una drammaturgia più convenzionale e "forte". Il risultato è un film che "fluttua" nel tempo, mettendo al centro la resistenza di una famiglia alle fratture della vita.
Il successo di Passeggeri della notte è indissolubilmente legato alla performance del suo cast, a cominciare da Charlotte Gainsbourg nel ruolo di Élisabeth. La Gainsbourg offre un'interpretazione magistrale, misurata e ricca di sfumature. Il suo personaggio non è un'eroina, ma una donna comune che, dopo aver sconfitto un tumore, deve affrontare la separazione e la disoccupazione. L'attrice cattura perfettamente la sua vulnerabilità e la sua forza interiore, mostrando con sguardi, silenzi e gesti la sua transizione da donna smarrita a figura materna e pilastro della famiglia.
Accanto a lei, i due giovani attori che interpretano i figli, Quito Rayon Richter (Matthias) e Megan Northam (Judith), offrono performance naturali e convincenti. Richter, in particolare, riesce a trasmettere la timidezza e le insicurezze di un adolescente che cerca il suo posto nel mondo, mentre Northam porta sullo schermo l'energia e la determinazione della sorella maggiore.
Ma è Noée Abita nel ruolo di Talulah a rubare spesso la scena. La sua interpretazione è toccante e autentica, riuscendo a mostrare la fragilità e la forza di una ragazza che ha vissuto sulla strada. Il legame che si crea tra il suo personaggio e quello di Élisabeth è il cuore pulsante del film, un rapporto non convenzionale che esplora i temi dell'accoglienza e dell'amore non biologico.
Infine, una menzione speciale merita la partecipazione di Emmanuelle Béart nel ruolo di Vanda Dorval, la conduttrice radiofonica. Sebbene il suo ruolo sia secondario, la sua presenza è fondamentale, poiché è lei a dare a Élisabeth l'opportunità di ricominciare.
Passeggeri della notte non è solo un film sulla resilienza di una donna, ma un ritratto di un'epoca, gli anni '80 a Parigi, e un'indagine sui legami familiari. È un'opera che rifugge il conflitto, preferendo raccontare i sentimenti indicibili e i piccoli momenti che tessono la trama delle nostre vite.
Il film è un'esperienza cinematografica che richiede pazienza e sensibilità, ma che ripaga lo spettatore con un'emozione profonda e duratura. È un inno alla gentilezza, all'affetto e alla capacità di trovare la speranza anche nelle circostanze più difficili. Il cinema di Mikhaël Hers ci ricorda che le storie più belle non sono quelle straordinarie, ma quelle ordinarie, fatte di silenzi, sguardi e gesti d'amore. È un film che, come le voci dei suoi protagonisti, lascia un segno nel buio della notte.
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Il conformista, è un film del 1970 diretto da Bernardo Bertolucci
Parliamo di uno dei capolavori del cinema italiano, Il conformista, film del 1970 diretto da Bernardo Bertolucci. Basato sull'omonimo romanzo di Alberto Moravia, l'opera è un'analisi profonda e psicologica del fascismo, vista non solo come fenomeno politico, ma come manifestazione di una nevrosi individuale. Bertolucci, con questo film, non si limita a raccontare una storia, ma costruisce un'esperienza cinematografica che è al tempo stesso un thriller politico, un dramma psicanalitico e un saggio sull'estetica del potere e della repressione.
Il film si apre nel 1938 e segue le vicende di Marcello Clerici (interpretato da Jean-Louis Trintignant), un giovane borghese romano che cerca disperatamente di integrarsi nella società e di essere "normale". Il suo desiderio di conformismo non è una scelta politica, ma una fuga da un passato traumatico. Durante l'infanzia, Marcello subì un tentativo di abuso da parte del suo autista, Lino (Pierre Clémenti), che lui stesso uccise in un attacco di panico. Questo evento, che lo segna in modo indelebile, lo spinge a cercare una via per redimersi e per nascondere la sua "diversità" e la sua presunta anormalità.
Per raggiungere la normalità, Marcello si sposa con Giulia (Stefania Sandrelli), una donna graziosa ma frivola e convenzionale, e decide di aderire al Partito Fascista, vedendo in esso la massima espressione di conformismo e di accettazione sociale.
La trama principale si sviluppa quando il capo dei servizi segreti fascisti gli affida una missione: deve recarsi a Parigi in luna di miele con Giulia per pedinare il suo ex professore di filosofia, Luca Quadri (Enzo Tarascio), un intellettuale antifascista esiliato. La missione di Marcello è ambigua: deve stabilire un contatto con Quadri per "valutare" la possibilità di un suo rientro in Italia. In realtà, il suo compito è di spiare il professore e fornire informazioni che portino al suo assassinio.
A Parigi, le dinamiche si complicano. Marcello ritrova in Quadri la figura di un padre intellettuale, un punto di riferimento morale che aveva perduto. Ma a sconvolgere ulteriormente i suoi piani è l'incontro con Anna (Dominique Sanda), la giovane e affascinante moglie di Quadri. Tra i due scatta un'attrazione improvvisa e pericolosa. Anna, una donna moderna, libera e bisessuale, incarna tutto ciò che Marcello ha represso in sé stesso, la sua vera natura, e la sua presenza lo mette in crisi.
La storia si muove su due piani temporali: il presente, in cui seguiamo Marcello in fuga dopo aver commesso l'omicidio, e il passato, raccontato attraverso una serie di flashback non lineari che svelano le sue nevrosi e le motivazioni profonde delle sue scelte. La narrazione frammentata e l'uso di flashback ci permettono di entrare nella psiche contorta del protagonista, seguendo il suo percorso mentale che lo porta a un atto di viltà estrema.
Il culmine della tragedia si ha quando Marcello, pur avendo la possibilità di salvare il professore e sua moglie, sceglie di non intervenire, condannando a morte i due. Il finale del film, ambientato nel 1943 con la caduta del fascismo, mostra un Marcello cinico e solo, che cerca di scaricare le sue colpe e di puntare il dito contro gli altri, in un ultimo disperato tentativo di nascondere la sua viltà morale.
La regia di Bernardo Bertolucci in Il conformista è un esempio di maestria visiva e di simbologia cinematografica. Bertolucci, con il suo direttore della fotografia Vittorio Storaro, crea un mondo visivo di una bellezza mozzafiato, che contrasta in modo stridente con la brutalità della storia raccontata.
L'estetica del film è un vero e proprio manifesto. L'uso dei colori è simbolico e ricercato: i toni freddi e severi, i grigi e i neri, dominano le scene ambientate in Italia, riflettendo la rigidità e l'oppressione del regime fascista. A Parigi, invece, la fotografia si scalda, con l'uso di rossi e marroni, che evocano una sorta di sensualità e di libertà che Marcello tenta di raggiungere ma che non riesce a cogliere.
Ma la vera forza del film risiede nella composizione dell'immagine. Bertolucci utilizza inquadrature ardite e angolazioni insolite per sottolineare lo stato d'animo dei personaggi. Le scene sono spesso girate con l'uso di grandangoli, che deformano lo spazio e amplificano la sensazione di straniamento e di alienazione del protagonista. Gli ambienti sono quasi sempre vuoti o asettici, riflettendo il vuoto morale che consuma l'anima di Marcello.
La scenografia, curata da Ferdinando Scarfiotti, è un altro elemento fondamentale. Le ambientazioni fasciste, con le loro architetture razionaliste e monumentali, sono una rappresentazione visiva della repressione e della monumentalità del potere. L'uso di superfici lucide, come il marmo e il vetro, crea un effetto specchio in cui i personaggi sembrano riflettere non solo la loro immagine, ma la loro vuota moralità.
Il successo di Il conformista è in gran parte merito delle sue magnifiche interpretazioni.
Jean-Louis Trintignant nel ruolo di Marcello Clerici è semplicemente perfetto. La sua recitazione è misurata, quasi impassibile, ma capace di trasmettere un'infinita gamma di emozioni represse. Con un solo sguardo o un leggero movimento del corpo, Trintignant riesce a far percepire la profonda angoscia e la nevrosi del suo personaggio. Il suo Marcello non è un mostro, ma una vittima delle sue stesse paure, un uomo che ha scelto di rinunciare alla propria anima per la tranquillità di una vita "normale".
Stefania Sandrelli è un'ottima spalla per Trintignant. La sua Giulia è un'anima semplice e conformista, che vive in un mondo di frivolezza e superficialità. Sandrelli riesce a rendere il suo personaggio simpatico, senza renderlo un mero cliché. La sua ingenuità e il suo attaccamento a Marcello sono un'ulteriore condanna per il protagonista, che non riesce a trovare in lei un vero punto di riferimento.
Dominique Sanda nel ruolo di Anna Quadri è un'icona di sensualità e di libertà. Con la sua recitazione magnetica e il suo fascino enigmatico, la Sanda incarna tutto ciò che il fascismo cerca di sopprimere: l'indipendenza, la sensualità e l'amore libero. Il suo personaggio è un faro che, purtroppo, non riesce a salvare Marcello dalla sua ombra.
Infine, Enzo Tarascio (il professore Quadri) e Gastone Moschin (il mandante Manganiello) offrono interpretazioni solide e convincenti, contribuendo a definire il mondo in cui il dramma di Marcello si svolge.
Il conformista è un film che ha avuto un'influenza enorme sul cinema mondiale, in particolare su registi come Francis Ford Coppola, che ne trasse ispirazione per Il Padrino - Parte II, e Martin Scorsese, che ne riprese l'estetica per Toro Scatenato. È un'opera che ha dimostrato come la cinematografia potesse essere utilizzata per analizzare la complessità della storia e della psiche umana.
Bertolucci, con il suo film, non si è limitato a criticare il fascismo, ma ha esplorato la mentalità che lo rese possibile. Il conformista ci dice che la tragedia del fascismo non risiede solo nella sua brutalità, ma anche nella mediocrità e nella viltà delle persone comuni che, per paura o per desiderio di accettazione, hanno scelto di conformarsi. Il film è un monito senza tempo contro la rinuncia alla propria individualità e alla propria coscienza, un'opera che ci ricorda che la vera libertà non è l'assenza di tiranni, ma la capacità di essere se stessi, anche in un mondo che ci spinge a essere come gli altri.
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Il film, basato sull'omonimo romanzo di Richard Llewellyn, è un'elegia nostalgica e commovente che si svolge in un villaggio minerario del Galles alla fine del XIX secolo. La storia è raccontata in flashback dalla prospettiva di Huw Morgan, un uomo ormai anziano che sta per lasciare la sua valle natale, ormai deturpata e spogliata della sua bellezza originale. Attraverso la sua voce narrante, lo spettatore viene trasportato indietro nel tempo, in un'epoca in cui la valle era rigogliosa e la vita, sebbene dura, era intessuta di forti legami familiari e comunitari.
Al centro della narrazione c'è la famiglia Morgan: il patriarca Gwilym (Donald Crisp), la saggia e devota madre Beth (Sara Allgood) e i loro sei figli maschi e una femmina, Angharad (Maureen O'Hara). Tutti gli uomini della famiglia lavorano nella miniera di carbone, che è al tempo stesso fonte di sostentamento e di pericolo costante. La vita quotidiana è scandita dai ritmi della miniera, ma anche da momenti di gioia e celebrazione, come i canti tradizionali e le riunioni familiari.
La serenità iniziale viene progressivamente minata dall'avanzare dell'industrializzazione e dalle tensioni sociali. Quando i proprietari della miniera decidono di ridurre i salari, i minatori si preparano a scioperare, creando un profondo conflitto all'interno della famiglia Morgan. Il padre Gwilym, che incarna i valori tradizionali di onestà e lealtà, si oppone allo sciopero, mentre i figli maggiori si schierano con gli scioperanti. Questa frattura ideologica e generazionale è il primo segno del crollo di un mondo.
Il film segue le vicende personali di ogni membro della famiglia: i matrimoni, le partenze, gli amori non corrisposti e, tragicamente, le morti. L'incidente in miniera che costa la vita a uno dei fratelli Morgan è un momento di svolta, che simboleggia la progressiva disintegrazione del nucleo familiare. Anche la storia d'amore tra la bellissima Angharad e il pastore Mr. Gruffydd (Walter Pidgeon) è destinata a una fine amara a causa della povertà e delle convenzioni sociali. Il film non risparmia allo spettatore il dolore e la malinconia della perdita, sia di persone care che di un intero stile di vita.
Il finale, in cui Huw Morgan si accinge a lasciare la sua casa per sempre, è un epilogo agrodolce. La valle, un tempo "verde", è ora ricoperta dalle scorie del carbone, un paesaggio grigio che riflette la fine di un'era. La voce narrante di Huw, tuttavia, non è solo un lamento per ciò che è stato perduto, ma anche un tributo indelebile alla memoria e all'eredità lasciata dalla sua famiglia.
"Com'era verde la mia valle" è un esempio magistrale della regia di John Ford, un autore che ha sempre dimostrato un profondo interesse per la famiglia, la comunità e la memoria storica. In questo film, Ford raggiunge un equilibrio perfetto tra l'epica del dramma sociale e l'intimità del racconto familiare.
Innanzitutto, Ford ha saputo creare un'atmosfera incredibilmente autentica, nonostante il villaggio gallese sia stato interamente ricostruito in studio (su un'area di circa 20 ettari). L'uso sapiente della fotografia in bianco e nero, curata da Arthur C. Miller (premiato con l'Oscar), esalta i contrasti tra le scure gallerie della miniera e la luce che inonda le case e i paesaggi. La scelta del bianco e nero aggiunge un senso di atemporalità e nostalgia, rendendo il film quasi una fotografia animata di un passato perduto.
Il lavoro di Ford con gli attori è un altro punto di forza. Ha diretto un cast straordinario, tirando fuori interpretazioni potenti e ricche di sfumature. Donald Crisp, che ha vinto l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, dona al suo Gwilym Morgan una dignità e un'integrità che lo rendono indimenticabile. Sara Allgood è il cuore pulsante della famiglia, e la sua performance è un ritratto commovente della forza e della resilienza femminile. Ma è il giovane Roddy McDowall, nel ruolo di Huw bambino, a rubare la scena, con una naturalezza e una sensibilità che rendono il suo personaggio credibile e toccante.
Ford usa il lirismo visivo in modo magistrale, con inquadrature suggestive e movimenti di macchina fluidi che seguono la vita dei personaggi. Le scene di canto, il matrimonio e le cerimonie funebri sono rese con un'emozione palpabile, sottolineando l'importanza delle tradizioni in una comunità stretta e unita. La sua regia non è mai invadente, ma sempre al servizio della storia e dei suoi personaggi. Il film, pur essendo un melodramma, non scade mai nel sentimentalismo gratuito, grazie alla sobrietà e alla forza narrativa che sono tipiche di Ford.
Il successo di "Com'era verde la mia valle" è in gran parte dovuto al suo cast eccezionale, che ha saputo dare vita a personaggi memorabili:
Walter Pidgeon (Mr. Gruffydd): il pastore saggio e compassionevole, una guida spirituale e morale per la comunità, il cui amore per Angharad è uno dei fili conduttori del film.
Maureen O'Hara (Angharad Morgan): l'unica figlia, bella e con uno spirito ribelle, il cui destino si scontra con le aspettative della società e il suo vero amore. La sua performance è un perfetto equilibrio tra forza e vulnerabilità.
Donald Crisp (Gwilym Morgan): il patriarca, un uomo di principi che lotta per mantenere la sua famiglia unita di fronte ai cambiamenti sociali. La sua interpretazione è stata giustamente premiata con l'Oscar.
Sara Allgood (Beth Morgan): la madre, una figura materna forte e protettiva, il cui dolore e la cui forza d'animo rappresentano il cuore del film.
Roddy McDowall (Huw Morgan): il narratore, un bambino che osserva e impara dalla vita che lo circonda. La sua interpretazione è di una maturità sorprendente.
Il film ha ricevuto ben 10 nomination agli Oscar, vincendone 5, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, in una delle edizioni più competitive di sempre (battendo "Quarto potere" di Orson Welles). Il trionfo di "Com'era verde la mia valle" è un riconoscimento del suo valore artistico e della sua capacità di toccare il cuore del pubblico, raccontando una storia universale sulla famiglia, la perdita e la memoria.
In conclusione, "Com'era verde la mia valle" è un classico senza tempo che testimonia la grandezza di John Ford e la sua abilità nel creare un cinema che è allo stesso tempo epico e profondamente umano. È un'opera che, pur ambientata in un contesto specifico, parla a tutti, ricordandoci il valore delle nostre radici e la forza indistruttibile della famiglia.
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Barbarian, è un film del 2022 diretto da Zach Cregger
Barbarian, film del 2022 scritto e diretto da Zach Cregger, è una pellicola che ha sorpreso critica e pubblico, diventando un piccolo fenomeno horror. Lontano dalle solite dinamiche del genere, il film gioca con le aspettative dello spettatore e si evolve in un incubo imprevedibile. Quello che inizia come un semplice thriller psicologico si trasforma in qualcosa di molto più profondo e inquietante, toccando temi come la gentrificazione, la fiducia e i traumi non elaborati. Con una regia che sa dosare tensione e rivelazioni scioccanti e un cast in grado di dare vita a personaggi complessi, Barbarian si distingue come un'opera originale e memorabile nel panorama horror contemporaneo.
La storia inizia con Tess Marshall (interpretata da Georgina Campbell), una giovane donna che arriva a Detroit per un colloquio di lavoro. Ha prenotato una casa in affitto tramite un'app, ma quando arriva, scopre che la casa è già occupata da un altro affittuario, Keith Tosh (Bill Skarsgård). Inizialmente sospettosa, Tess accetta con riluttanza di passare la notte nella casa con lui. La tensione iniziale si stempera in un'atmosfera di diffidenza mista a cortesia, ma presto la situazione si fa strana. Rumei sinistri, porte che si aprono da sole e una stanza segreta nel seminterrato con una culla e un materasso sporco, fanno precipitare gli eventi in un abisso di terrore.
Senza svelare troppo, la trama si divide in tre atti distinti, ognuno dei quali cambia radicalmente le prospettive dello spettatore. Il primo atto si concentra sulla tensione claustrofobica tra Tess e Keith, giocando sulla paura della minaccia umana. Il secondo atto introduce un nuovo personaggio, AJ Gilbride (interpretato da Justin Long), un attore di Hollywood caduto in disgrazia che possiede la casa e che torna a Detroit per vendere l'immobile. Le sue vicende, inizialmente slegate da quelle di Tess e Keith, finiscono per intrecciarsi in un modo inaspettato e agghiacciante, svelando le origini del male che si annida nella casa. Il terzo e ultimo atto completa il quadro, mostrando le origini dell'orrore e portando la storia a una conclusione brutale e inaspettata. La forza della trama sta nel suo rifiuto di seguire uno schema convenzionale, portando lo spettatore a credere di aver capito tutto, per poi smentirlo nel giro di pochi minuti.
Zach Cregger, noto soprattutto come comico e membro del gruppo sketch The Whitest Kids U' Know, ha dimostrato con Barbarian di avere un talento innato per l'horror. La sua regia è caratterizzata da un uso sapiente della suspense e dell'atmosfera. Cregger non si affida a salti improvvisi o a trucchi a buon mercato. Al contrario, costruisce la tensione in modo meticoloso, lasciando che il terrore cresca lentamente, nutrendosi della paranoia e della paura del non detto. Le inquadrature sono spesso fisse, con la macchina da presa che indugia su corridoi bui, angoli sinistri e volti tesi, creando una sensazione di oppressione e claustrofobia.
Un elemento distintivo della regia di Cregger è la sua abilità nel ribaltare le convenzioni del genere. Il film gioca con i tropi classici dell'horror, come la "casa stregata" o l'uomo misterioso, per poi sovvertirli in modo scioccante. L'approccio di Cregger al terrore è psicologico prima che fisico, e il suo scopo non è tanto far urlare lo spettatore, quanto farlo riflettere sulle dinamiche umane, sulla fragilità della fiducia e sulla natura del male. Il regista utilizza un umorismo nero e una satira sottile per alleggerire la tensione e per creare un contrasto stridente con l'orrore. Il personaggio di AJ, per esempio, con la sua egocentrica superficialità, è un'ottima critica a una certa cultura del privilegio che si scontra in modo brutale con una realtà molto più oscura.
Il successo di Barbarian è dovuto in gran parte al talento del suo cast. Georgina Campbell offre una performance eccezionale nel ruolo di Tess. Il suo personaggio è l'incarnazione della razionalità e della diffidenza, ma allo stesso tempo è costretta a navigare in una situazione assurda. La Campbell riesce a trasmettere la paura e la vulnerabilità del suo personaggio in modo autentico e convincente.
Bill Skarsgård, già celebre per il suo ruolo di Pennywise in It, dimostra ancora una volta la sua versatilità. Inizialmente, il suo personaggio, Keith, sembra una minaccia potenziale, un cliché dell'horror, ma Skarsgård lo interpreta con una sottile ambiguità, rendendolo al tempo stesso affascinante e inquietante.
Infine, Justin Long si rivela la vera sorpresa del film. Il suo personaggio, AJ, è un concentrato di arroganza, egoismo e inettitudine, e Long lo interpreta con una perfetta miscela di comicità e patetismo. È un personaggio che il pubblico ama odiare, e la sua evoluzione nel corso del film è tanto divertente quanto terrificante. Long riesce a dare una profondità inaspettata a un ruolo che in altre mani avrebbe potuto risultare una semplice macchietta comica.
Barbarian non è un semplice film horror. Sotto la superficie del terrore si nasconde una critica sociale acuta. Il film esplora il tema della gentrificazione e della decadenza urbana, ambientando la storia in un quartiere disabitato di Detroit. La casa stessa, con il suo aspetto esteriore ben curato che nasconde un orrore indicibile, è una metafora delle promesse vuote del capitalismo e del progresso a discapito delle comunità locali.
Il film esplora anche il tema della fiducia e della percezione. Cregger sfida lo spettatore a mettere in discussione i suoi pregiudizi e le sue aspettative. La paura del diverso, la diffidenza verso gli sconosciuti e la tendenza a giudicare le persone dall'apparenza sono tutti elementi che il regista manipola sapientemente per creare un senso di disorientamento e di terrore.
Barbarian è un film che merita di essere visto e analizzato. Non è un horror per tutti, ma per coloro che apprezzano il terrore psicologico e le narrazioni non convenzionali, è una vera e propria gemma. Con la sua regia audace, le performance memorabili e una trama che si evolve in direzioni inaspettate, Barbarian si è guadagnato un posto d'onore tra i migliori film horror degli ultimi anni.
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Rob Peace è un film del 2024 diretto da Chiwetel Ejiofor
La storia di Rob Peace è un ritratto complesso di un giovane uomo di Newark, New Jersey, che possiede un intelletto eccezionale, ma si trova a navigare in un ambiente difficile e precario. Fin da bambino, Rob dimostra una mente brillante e una sete insaziabile di conoscenza. Eccelle negli studi, mostrando un talento particolare per la chimica e la fisica, e si distingue per la sua capacità di imparare e applicare concetti complessi con una facilità disarmante.
Il suo genio lo porta all'Università di Yale, una delle istituzioni più prestigiose del mondo. Qui, Rob si scontra con una realtà molto diversa da quella a cui era abituato. Si trova a vivere in un mondo di privilegio e opportunità che cozza con il suo passato e la sua situazione familiare. Nonostante il successo accademico, il peso del suo passato e la sua situazione economica continuano a condizionare la sua vita.
Parallelamente ai suoi successi a Yale, la vita di Rob è tormentata da una tragedia familiare. Suo padre, un uomo che Rob idolatrava, viene ingiustamente imprigionato per un crimine che non ha commesso. Questa ingiustizia diventa la motivazione principale di Rob: la sua missione non è solo quella di eccellere per sé stesso, ma di accumulare abbastanza denaro per pagare la costosa parcella di un avvocato che possa dimostrare l'innocenza del padre.
Questa duplice vita di Rob è il fulcro del film. Da un lato, è lo studente modello di Yale, brillante, rispettato e con un futuro apparentemente luminoso. Dall'altro, è costretto a intraprendere attività illecite, come la vendita di marijuana, per finanziare la sua missione. Questa scelta lo mette in una posizione di estremo rischio e lo costringe a vivere costantemente con la paura di essere scoperto.
Il film esplora in modo approfondito questo conflitto interiore. Rob è diviso tra il desiderio di onorare il suo potenziale e la necessità di affrontare le sfide che la vita gli ha posto. La sua storia non è solo un racconto di genio e crimine, ma un'indagine sulla complessità della condizione umana, sulla lealtà familiare e sul significato di fare sacrifici. La trama del film segue il suo percorso fino alla tragica conclusione, che rivela come, nonostante il suo intelletto e le sue aspirazioni, il destino di Rob sia stato inevitabilmente legato alle sue scelte e al contesto in cui è cresciuto.
La scelta di Chiwetel Ejiofor come regista è stata un punto di forza del progetto. Attore acclamato per la sua versatilità e profondità (basti pensare alle sue interpretazioni in film come 12 anni schiavo e Doctor Strange), Ejiofor porta al film una sensibilità e un'attenzione ai dettagli che arricchiscono la narrazione.
La sua regia si distingue per un approccio sobrio e rispettoso della materia. Ejiofor non cerca di spettacolarizzare la storia di Rob, ma la racconta con un realismo toccante. Utilizza una palette di colori che riflette il contrasto tra i due mondi di Rob: le scene a Yale sono spesso luminose e ariose, mentre quelle a Newark sono più scure e cupe, sottolineando il peso delle sue origini.
La direzione degli attori è un altro punto di forza. Essendo egli stesso un attore, Ejiofor sa come guidare i suoi interpreti per ottenere performance autentiche e profonde. La sua regia si concentra sulle espressioni facciali, sui gesti e sui silenzi, lasciando che le emozioni dei personaggi parlino da sole. Questo approccio minimalista rende la tragedia di Rob ancora più potente e commovente.
Ejiofor dimostra una notevole abilità nel bilanciare i momenti di trionfo intellettuale con quelli di disperazione e paura. La sua regia crea una tensione costante, mantenendo lo spettatore in bilico tra la speranza che Rob possa farcela e la crescente consapevolezza del pericolo che corre. La sua visione cinematografica è un omaggio alla complessità del personaggio e alla sua storia, offrendo una narrazione che è al contempo intima ed epica.
Il successo di un film come Rob Peace dipende in gran parte dalla forza delle sue interpretazioni, e il cast scelto non delude le aspettative.
Il ruolo principale di Rob Peace è affidato a Jay Will, un giovane attore che ha il difficile compito di dare vita a un personaggio così complesso e sfaccettato. Will offre una performance magnetica e convincente, riuscendo a catturare sia il genio che la vulnerabilità di Rob. La sua interpretazione trasmette la brillantezza intellettuale del personaggio attraverso sguardi acuti e un linguaggio del corpo sicuro, mentre al contempo rivela la sua paura e la sua solitudine attraverso momenti di introspezione e silenzio. Jay Will dimostra una grande maturità artistica, riuscendo a sostenere il peso emotivo di un ruolo così impegnativo.
Al suo fianco, in un ruolo cruciale, c'è Mary J. Blige nei panni della madre di Rob. La cantante e attrice offre una performance intensa e toccante, portando sullo schermo la forza e la dignità di una madre che lotta per suo figlio in un ambiente ostile. Il suo personaggio è il cuore emotivo del film, e la Blige riesce a trasmettere un senso di amore incondizionato e di resilienza che è fondamentale per la storia.
Il cast è completato da Chiwetel Ejiofor stesso, che interpreta il padre di Rob. Nonostante la sua presenza sullo schermo sia limitata a causa della prigionia del personaggio, Ejiofor riesce a creare un legame profondo e credibile con il figlio. Le loro scene insieme, spesso attraverso le sbarre o in flashback, sono cariche di emozione e mostrano l'influenza indelebile che il padre ha avuto sulla vita di Rob.
Oltre alla trama, alla regia e agli attori, Rob Peace è un film che porta con sé un messaggio più profondo. È un'analisi acuta del sistema giudiziario americano, delle disuguaglianze sociali e dell'impatto che queste hanno sulle vite delle persone. Il film non si limita a raccontare una storia, ma invita lo spettatore a riflettere su temi come la giustizia, l'opportunità e le difficoltà che molti affrontano per sfuggire alla povertà e al crimine.
La storia di Rob Peace è un potente promemoria che il talento e l'intelligenza non sono sempre sufficienti per superare le circostanze avverse. Il film onora la sua memoria e il suo potenziale non realizzato, offrendo un ritratto onesto e commovente di un uomo che, nonostante le sue scelte, è stato una vittima delle ingiustizie che lo circondavano.
In conclusione, Rob Peace è un film che merita di essere visto per la sua storia potente, la regia sensibile e le performance impeccabili. È un dramma biografico che va oltre la semplice narrazione, offrendo uno sguardo profondo sulle complessità della vita, sulle ingiustizie sociali e sul significato di fare sacrifici per le persone che si amano. Un'opera che resta impressa nella mente e nel cuore dello spettatore.
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Familia è un film del 2024 diretto da Francesco Costabile
"Familia" è un film del 2024 diretto da Francesco Costabile che si addentra in un tema tanto delicato quanto universale: la violenza domestica e i suoi effetti devastanti sui legami di sangue. L'opera, presentata con successo alla 81ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, si distingue per la sua intensità emotiva e per la crudezza con cui rappresenta la disintegrazione di un nucleo familiare. Costabile, già apprezzato per la sua capacità di scavare nelle pieghe intime del dolore in "Una femmina", torna a esplorare l'orrore che si annida dietro le mura domestiche, dimostrando una maturità registica e una sensibilità rara. A differenza del suo film precedente, che affrontava la 'Ndrangheta come una forma di violenza patriarcale, "Familia" si concentra su un dramma più intimo e psicologico, rendendo la storia dolorosamente vicina e universale.
La storia di "Familia" si sviluppa intorno a una famiglia apparentemente comune, composta da Licia, interpretata da una magistrale Barbara Ronchi, e dai suoi due figli, Luigi e Alessandro. Per quasi dieci anni, i tre hanno vissuto in una pace precaria e faticosamente conquistata, dopo aver allontanato il padre e compagno, Franco, una figura violenta e tossica. Tuttavia, la loro tranquillità viene spezzata dal ritorno inaspettato di Franco, interpretato da un intenso Francesco Di Leva. Uscito di prigione, l'uomo riappare con l'intenzione di "ricomporre" la sua famiglia, rivendicando un diritto di paternità e di possesso che non accetta compromessi.
Il film segue il tentativo di Franco di rientrare nella vita dei suoi cari, un rientro che non porta serenità, ma riapre antiche ferite e fa riemergere paure mai superate. I figli, ora adulti, sono costretti a confrontarsi con il trauma del passato e con la figura di un padre-padrone che non ha perso la sua violenza psicologica. In particolare, il film si concentra sulla reazione del figlio maggiore, Luigi, interpretato da Francesco Gheghi, che si trova a rivivere gli orrori dell'infanzia. La sua lotta interiore, divisa tra la protezione della madre e l'impulso a mettere a tacere una volta per tutte la violenza, diventa il motore emotivo della narrazione. Il conflitto non è solo tra i personaggi, ma anche tra la volontà di Licia di proteggere i suoi figli e il desiderio di questi ultimi di ribellarsi e di trovare una loro strada, liberandosi da un'ombra che sembra onnipresente.
La trama si ispira a un fatto di cronaca realmente accaduto e al libro autobiografico "Non sarà sempre così - La mia storia di rinascita e riscatto dietro le sbarre" di Luigi Celeste, il che conferisce al film un'autenticità e un peso emotivo straordinari. Costabile riesce a trasporre la storia personale di una famiglia in un racconto universale sulla violenza di genere e sulla ciclicità dell'abuso, mostrando come il male non debba essere solo combattuto, ma anche compreso e raccontato, per potersene liberare. Il finale non offre una facile soluzione, ma una dolorosa e necessaria presa di coscienza che permette ai personaggi di iniziare un percorso di rinascita, seppur fragile.
La regia di Francesco Costabile in "Familia" è un esempio di cinema essenziale e incisivo. Il regista non ha bisogno di artifici narrativi o di scene ad effetto per creare tensione. Al contrario, si affida a una direzione misurata che scava nella psiche dei personaggi. La telecamera è spesso vicina ai volti, catturando ogni micro-espressione, ogni lacrima trattenuta, ogni fremito di paura o rabbia. Questo approccio viscerale rende lo spettatore partecipe del dramma, costringendolo a sentire sulla propria pelle l'angoscia e la disperazione dei protagonisti.
Costabile costruisce la tensione in modo graduale, attraverso dialoghi carichi di sottintesi, silenzi che pesano come macigni e sguardi che raccontano anni di sofferenza. Il film si muove in un'atmosfera sospesa tra il dramma psicologico e il noir, con un tocco di melodramma che non scade mai nel patetico. La fotografia, curata da Giuseppe Maio, crea un'atmosfera cupa e soffocante, con colori desaturati che riflettono lo stato d'animo dei personaggi. Gli interni della casa, in particolare, diventano una prigione emotiva, un luogo dove il passato si scontra in modo violento con il presente. La scelta di girare in parte a Milano e in un quartiere popolare aggiunge un ulteriore livello di realismo, radicando la storia in una realtà sociale e geografica che la rende ancora più credibile e potente. La regia di Costabile si conferma come un linguaggio intimo e profondo, capace di trasformare un fatto di cronaca in un'opera d'arte universale.
Il successo di "Familia" è indissolubilmente legato alla forza del suo cast, in particolare alle interpretazioni dei tre protagonisti.
Barbara Ronchi offre una performance straordinaria nel ruolo di Licia, una madre che ha lottato per anni per proteggere i suoi figli e che si trova costretta a rivivere l'incubo. La sua recitazione è di una compostezza apparente che nasconde una fragilità e una paura immense. La Ronchi riesce a comunicare la complessità del suo personaggio con una potenza e un'autenticità che le sono valse ampi elogi.
Francesco Di Leva interpreta Franco con una maestria che lo rende al contempo terrificante e, in certi momenti, quasi patetico. Non si limita a un'interpretazione stereotipata del "cattivo", ma riesce a rendere la figura di Franco nella sua interezza, un uomo che crede sinceramente di essere nel giusto e che non ha strumenti emotivi per relazionarsi con la sua famiglia se non attraverso il controllo e la violenza. La sua performance è spaventosa proprio perché credibile, un monito sulla pericolosità della manipolazione.
Infine, Francesco Gheghi, nel ruolo del figlio Luigi, regge il peso emotivo del film con una maturità impressionante. Il suo personaggio è quello che compie il percorso più doloroso, dovendo affrontare non solo il ritorno del padre, ma anche le proprie ferite interiori. Gheghi trasmette con efficacia la sua lotta per proteggere la madre e il desiderio di liberarsi da un fardello emotivo che gli impedisce di vivere. Il cast è completato da Tecla Insolia, nel ruolo della fidanzata di Luigi, e da Marco Cicalese, che interpreta il fratello Alessandro, entrambi offrono contributi solidi e convincenti che arricchiscono la narrazione.
"Familia" è un film che affronta temi cruciali per la società contemporanea. Il tema principale, la violenza domestica, viene sviscerato con una lucidità rara, mostrando non solo la brutalità fisica, ma soprattutto quella psicologica e verbale, spesso più difficile da riconoscere e denunciare. Il film esplora anche il concetto di trauma intergenerazionale, ovvero come le ferite subite nell'infanzia condizionino inevitabilmente la vita adulta. Mostra come i figli di genitori violenti siano spesso costretti a ripetere schemi disfunzionali o a lottare per tutta la vita per non farlo.
La critica ha accolto il film con grande favore, lodando il coraggio del regista nel trattare una materia così dolorosa e la sua capacità di farlo con sensibilità e intelligenza. Le performance del cast, in particolare quelle di Di Leva, Ronchi e Gheghi, sono state universalmente acclamate, con Di Leva che ha ricevuto il Premio della Giuria per la migliore interpretazione maschile a Venezia, e il film stesso che è stato proposto per rappresentare l'Italia agli Oscar. "Familia" si conferma come un'opera di grande valore artistico e sociale, un film necessario che ci obbliga a guardare in faccia le ferite più nascoste della nostra società.
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Le assaggiatrici è un film del 2025 diretto da Silvio Soldini
"Le Assaggiatrici", diretto da Silvio Soldini e uscito nel 2025, è un'immersione profonda in un angolo poco esplorato della storia della Seconda Guerra Mondiale. La pellicola, basata sull'acclamato romanzo di Rosella Postorino, porta sullo schermo la storia vera di Margot Wölk e delle donne costrette ad assaggiare i pasti di Adolf Hitler per proteggerlo da possibili avvelenamenti. È un'opera che ha catturato l'attenzione di critica e pubblico fin dalla sua uscita, diventando un successo sia nelle sale cinematografiche che, più recentemente, sulla piattaforma streaming di Amazon Prime Video.
Il film ci trasporta nell'autunno del 1943. La giovane Rosa Sauer, interpretata da un'intensa Elisa Schlott, è una donna berlinese che ha trovato rifugio in un piccolo villaggio della Prussia Orientale, nella speranza di sfuggire alla guerra. Ma la vicinanza del villaggio alla Wolfsschanze, la "Tana del Lupo", il quartier generale di Hitler, trasforma la sua apparente sicurezza in un incubo. Rosa e altre nove donne del luogo vengono selezionate dalle SS per un incarico tanto assurdo quanto terrificante: assaggiare ogni singolo pasto destinato al Führer.
Ogni cucchiaio, ogni boccone, ogni assaggio è un potenziale veleno, una roulette russa che si ripete tre volte al giorno. In questo contesto di paura costante, le donne sono costrette a confrontarsi non solo con il terrore della morte imminente, ma anche con le loro differenze e le loro reciproche diffidenze. La narrazione si concentra sull'amicizia che nasce tra loro, un fragile legame di solidarietà che si forma in un ambiente disumano. Rosa, che si sente un'estranea tra le donne del luogo, deve fare i conti con un profondo senso di colpa e con una fragilità che la rendono al tempo stesso unica e disperatamente sola.
La trama si arricchisce di un ulteriore livello psicologico con l'introduzione dell'ufficiale delle SS Albert Ziegler (Max Riemelt), che sviluppa un'ambigua attrazione per Rosa. La loro relazione, fatta di sguardi, silenzi e un'intrinseca tensione, non è solo un elemento romantico, ma un veicolo per esplorare la complessità dei sentimenti umani in un contesto di disumanizzazione. Questo rapporto pone Rosa di fronte a un dilemma morale: può amare un uomo che incarna il sistema che la sta distruggendo? La sua storia diventa una potente metafora della sopravvivenza, della dignità e della ricerca di un briciolo di umanità in un mondo impazzito.
Silvio Soldini, regista noto per la sua sensibilità e per la sua capacità di scavare nelle psicologie dei personaggi in film come Pane e tulipani e Giorni e nuvole, affronta con Le Assaggiatrici un'impresa inedita: un dramma storico. Ma la sua regia non segue i canoni del genere. Non ci sono grandi battaglie o scene di distruzione di massa. L'orrore della guerra è interiorizzato e si manifesta attraverso gli sguardi, i silenzi, le ansie e i piccoli gesti di resistenza delle protagoniste.
Soldini crea un'atmosfera sospesa e tesa, pur mantenendo uno stile visivo pulito ed elegante. La telecamera si sofferma sui dettagli: le mani tremanti che reggono i cucchiai, gli occhi che si scrutano a vicenda, i volti che tradiscono la paura e la speranza. La scelta di girare in parte in lingua tedesca e in parte in italiano contribuisce a rendere il film ancora più autentico e realistico, immergendo lo spettatore nella realtà di un'epoca che parlava diverse lingue, spesso in conflitto tra loro.
La capacità di Soldini di narrare la storia attraverso le emozioni delle donne, piuttosto che attraverso gli eventi, è ciò che rende il film così potente e toccante. Non è una semplice ricostruzione storica, ma un ritratto psicologico che esplora il confine labile tra vittima e carnefice, tra sopravvivenza e compromesso morale.
Il successo del film si deve in gran parte al suo cast, in cui spicca l'eccezionale performance della giovane Elisa Schlott. La sua Rosa è un personaggio che si evolve costantemente: da donna spaesata e spaventata, si trasforma in una figura di forza e resilienza, pur mantenendo una fragilità intrinseca. La sua interpretazione è sottile e potente al tempo stesso, e cattura perfettamente il tormento interiore della protagonista.
Accanto a lei, Max Riemelt (noto per Sense8) offre una performance sfumata e convincente nel ruolo di Albert Ziegler. Il suo personaggio non è il classico ufficiale nazista monolitico, ma un uomo con le sue contraddizioni, che si ritrova in un ruolo che non lo rappresenta completamente. La chimica tra Schlott e Riemelt è palpabile e dà vita a una relazione complessa e credibile.
Il coro femminile delle assaggiatrici è composto da attrici di grande talento come Alma Hasun, Emma Falck e Olga Von Luckwald. Ognuna di loro dà vita a un personaggio distinto, creando un'eterogeneità che arricchisce la narrazione. Le loro interazioni, fatte di solidarietà e invidia, di paura e coraggio, sono il cuore pulsante del film e mostrano le molteplici sfaccettature dell'animo umano in condizioni estreme.
Le Assaggiatrici è una coproduzione internazionale che ha coinvolto Italia, Belgio e Svizzera, dimostrando la volontà di raccontare storie universali che trascendono i confini nazionali. La sceneggiatura, scritta da Doriana Leondeff, Silvio Soldini, Cristina Comencini, Giulia Calenda e Ilaria Macchia, è un'attenta rielaborazione del romanzo di Rosella Postorino, mantenendone intatto lo spirito e la profondità.
Il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche all'inizio del 2025 ed è rapidamente passato alle piattaforme di streaming, trovando un vasto pubblico su Amazon Prime Video. La sua disponibilità online ha permesso a un numero ancora maggiore di persone di scoprire questa storia dimenticata e di riflettere sulle sue tematiche universali: la sopravvivenza, la paura, l'umanità e la speranza.
In conclusione, "Le Assaggiatrici" è un film che va oltre il semplice dramma storico. È una riflessione profonda sulla natura umana, sulla resilienza delle donne e sulla capacità di trovare la forza anche nelle circostanze più disperate. È un'opera che conferma ancora una volta il talento di Silvio Soldini e l'importanza di storie come queste per comprendere il passato e affrontare il presente.
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Mano pericolosa (Pickup on South Street), è un film del 1953 diretto da Samuel Fuller.
Introduzione
Mano pericolosa (titolo originale: Pickup on South Street) è un film del 1953 diretto da Samuel Fuller, un nome che evoca un cinema crudo, diretto e senza compromessi. Questo film, un capolavoro del genere noir, si distingue per la sua trama avvincente, i personaggi memorabili e uno stile visivo che riflette la tensione e il cinismo dell'epoca. Nonostante la sua produzione relativamente modesta, Mano pericolosa è diventato un cult, apprezzato per la sua audacia e per la sua capacità di catturare l'essenza di un'America post-bellica, segnata dalla Guerra Fredda e da una diffidenza generalizzata. Il film rappresenta uno dei punti più alti della carriera di Fuller, un regista-autore che ha saputo infondere nel genere una visione unica, mescolando action, suspense e una profonda indagine psicologica dei suoi personaggi.
Trama
La storia si apre con una scena che è diventata un'icona del cinema noir: l'incontro su un affollato vagone della metropolitana di New York. Skip McCoy (Richard Widmark), un borseggiatore di professione, ruba il portafoglio a Candy (Jean Peters), una donna dall'aspetto seducente. Il colpo sembra banale, ma presto si scopre che il portafoglio contiene molto più di semplici soldi: all'interno si trova una micro pellicola segreta, contenente informazioni riservate sull'industria della difesa americana. Candy, ignara del contenuto, è stata usata come corriere da Joey (Richard Kiley), il suo ex-fidanzato, che in realtà è una spia comunista.
Quando Skip scopre il valore del suo bottino, decide di non restituirlo e di ricattare sia Candy che i cospiratori. Per lui, la pellicola è solo un mezzo per fare un colpo grosso. Non è un patriota, ma un cinico opportunista che vive ai margini della società, in un rifugio sul porto. Candy, nel frattempo, cerca disperatamente di recuperare il portafoglio per sfuggire alla minaccia di Joey. Il loro rapporto, inizialmente basato sull'inganno e sulla manipendenza, si evolve lentamente in un'alleanza inaspettata.
Nel frattempo, il capitano del controspionaggio, un ufficiale federale, indaga sul furto della micro pellicola e sulle attività della rete di spie. La sua ricerca lo porta a Candy e, successivamente, a Skip. Inizia così una caccia all'uomo che si svolge nelle viscere della città, tra i vicoli sporchi, i bar malfamati e le case popolari.
Il conflitto si intensifica quando Joey, la spia comunista, si rende conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano. La sua violenza e il suo desiderio di recuperare la pellicola a tutti i costi spingono la trama verso un climax drammatico. Il film culmina in uno scontro brutale e cruento tra Skip e Joey, in un confronto che non è solo una lotta per la sopravvivenza, ma anche un test di lealtà e onore in un mondo corrotto. La conclusione, amara ma in qualche modo catartica, sigilla il destino di tutti i personaggi, rivelando le loro vere motivazioni e i loro sacrifici.
Regia di Samuel Fuller
Samuel Fuller è stato un regista con uno stile inconfondibile, e Mano pericolosa ne è un esempio perfetto. La sua regia è caratterizzata da un approccio visivo diretto e da un ritmo serrato. Non ci sono fronzoli o lunghe sequenze contemplative: ogni inquadratura serve a far progredire la storia e a costruire la tensione. Fuller ha utilizzato una fotografia in bianco e nero che enfatizza le ombre e i contrasti, creando un'atmosfera claustrofobica e opprimente che è tipica del noir. I primi piani sono frequenti, utilizzati per catturare le espressioni di paura, disperazione e desiderio dei personaggi.
Il film è girato quasi interamente in interni o in location povere e degradate di New York, il che contribuisce a creare un senso di realismo crudo. Fuller ha anche una predilezione per le scene di violenza improvvisa e scioccante, che servono a sottolineare la brutalità del mondo in cui si muovono i suoi personaggi. La scena in cui Joey picchia brutalmente Candy è un esempio lampante della sua capacità di rappresentare la violenza in modo spietato e realistico, senza edulcorazioni.
Attori
Il successo di Mano pericolosa è dovuto in gran parte alle interpretazioni dei suoi tre attori principali:
Richard Widmark nel ruolo di Skip McCoy: Widmark incarna perfettamente il cinismo di Skip. Il suo personaggio non è un eroe convenzionale; è un ladro con un codice morale tutto suo. La sua interpretazione è sottile e magnetica, riuscendo a far emergere la vulnerabilità e la solitudine dietro la facciata di cinismo.
Jean Peters nel ruolo di Candy: Jean Peters dona una performance complessa e vulnerabile. Il suo personaggio, inizialmente percepito come una femme fatale, si rivela essere una donna intrappolata in una situazione pericolosa e disperata. La sua interpretazione è toccante e riesce a conquistare la simpatia del pubblico, mostrando il suo lato umano e la sua lotta per la redenzione.
Richard Kiley nel ruolo di Joey: Richard Kiley interpreta un cattivo credibile e minaccioso. La sua performance è misurata, ma la sua minaccia è sempre presente, soprattutto nelle scene di violenza. Il suo personaggio, un fanatico ideologico, rappresenta la paura del comunismo che permeava l'America degli anni '50.
Temi e contesto storico
Mano pericolosa è più di un semplice film di genere. Riflette le ansie e le paranoie dell'America della Guerra Fredda. La minaccia comunista è rappresentata in modo diretto e brutale, e il film può essere visto come un esempio di cinema di propaganda anticomunista dell'epoca. Tuttavia, il genio di Fuller sta nel non trasformare il film in un semplice pamphlet. Al contrario, egli usa il contesto politico come sfondo per esplorare temi universali come la redenzione, il tradimento, la lealtà e il concetto di onore.
Un altro tema centrale è quello dell'individualismo e dell'anti-eroismo. Skip McCoy è il perfetto anti-eroe di Fuller: un uomo che non crede in ideali o in cause superiori, ma che agisce solo per il proprio interesse. Tuttavia, la sua crescita e la sua progressiva presa di coscienza lo portano a schierarsi dalla parte del bene, non per patriottismo, ma per un senso di lealtà verso Candy e, in ultima analisi, verso se stesso.
Mano pericolosa è un film che, nonostante la sua età, mantiene intatta la sua potenza e la sua rilevanza. È un noir crudo, sporco e senza speranza, che riflette l'angoscia di un'epoca. La regia tagliente di Samuel Fuller, le performance memorabili di Widmark, Peters e Kiley, e la trama avvincente ne fanno un classico imperdibile per gli amanti del genere e per chiunque voglia comprendere il cinema americano degli anni '50. Non è solo un film sulla lotta tra il bene e il male, ma un'indagine profonda sul lato oscuro dell'animo umano, sui compromessi che siamo disposti a fare e sulla possibilità di trovare la redenzione anche nei luoghi più inaspettati.
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Mr. Morfina (Novocaine), è un film del 2025 diretto da Dan Berk e Robert Olsen.
Al centro della storia c'è Nathan Caine (interpretato da Jack Quaid), un giovane vicedirettore di banca che conduce una vita tranquilla e meticolosamente controllata. La sua apparente monotonia è il risultato di una rara malattia genetica: l'analgesia congenita, ovvero l'incapacità di provare dolore fisico. Questa condizione, pur esentandolo da ogni sofferenza, lo costringe a vivere in un costante stato di guardia per evitare lesioni che non percepirebbe, come mordersi la lingua o ustionarsi. La sua esistenza è un delicato equilibrio di precauzioni, che lo rendono quasi un recluso emotivo e sociale.
La sua routine viene sconvolta dall'arrivo di Sherry (Amber Midthunder), una sua dipendente che lo affascina e risveglia in lui il desiderio di una vita meno solitaria. Nathan, spinto dall'amore nascente e dal consiglio di un cliente anziano, decide di rischiare, invitando Sherry a uscire. La serata si conclude con successo, ma il giorno successivo la sua banca viene assaltata da un gruppo di rapinatori mascherati da Babbo Natale. Durante la rapina, Sherry viene presa in ostaggio e portata via insieme al bottino.
È a questo punto che la storia prende una svolta inaspettata. Nathan, mosso non dalla paura ma dalla necessità di salvare la donna che ama, si lancia all'inseguimento dei criminali. La sua incapacità di sentire il dolore, che prima era una debolezza che lo costringeva alla cautela, si trasforma nella sua arma più potente. Non avendo paura di pugni, proiettili o ferite, Nathan può gettarsi nelle situazioni più pericolose con una sconsideratezza che spiazza i suoi avversari. Da impiegato timido e impacciato, si trasforma in una sorta di supereroe improvvisato, le cui azioni sono tanto goffe e buffe quanto efficaci e brutali.
La trama si evolve in un inseguimento mozzafiato, una corsa contro il tempo che porta Nathan ad affrontare una serie di sfide fisiche e a scoprire i limiti della sua singolare condizione. Il film non si limita a un semplice canovaccio d'azione, ma esplora anche il tema della vulnerabilità e del coraggio. La vera forza di Nathan non risiede solo nella sua immunità al dolore, ma anche nella sua ritrovata determinazione e nella volontà di superare le proprie paure e insicurezze per amore di un'altra persona. Il titolo originale, Novocaine, non si riferisce solo all'anestetico, ma è anche un gioco di parole sul cognome del protagonista, Caine.
Dan Berk e Robert Olsen, un duo di registi noti per il loro stile visivo distintivo e per la capacità di miscelare generi diversi, sono i veri artefici del successo di Mr. Morfina. Hanno già dimostrato il loro talento con film come Villains (2019), una dark comedy con un tocco thriller, e Significant Other (2022), un horror fantascientifico. In Mr. Morfina, applicano la stessa sensibilità, alternando momenti di pura azione e tensione con scene di umorismo surreale, spesso derivanti dalla totale incuranza di Nathan per le lesioni subite.
La regia è dinamica e scattante, con coreografie di combattimento che non puntano sulla perfezione marziale, ma sull'ingenuo e spesso comico caos generato dalle azioni di Nathan. La cinepresa segue il protagonista in un vortice di eventi, enfatizzando l'escalation della sua missione. Berk e Olsen sono abili nel costruire il ritmo, mantenendo lo spettatore sul filo del rasoio pur concedendo spazi per alleggerire la tensione con battute e gag. L'approccio visivo è audace e moderno, con una fotografia curata che esalta sia le scene d'azione che quelle più intime e narrative.
Il cast è uno dei punti di forza del film, con interpreti che riescono a dare vita a personaggi memorabili e ben definiti.
Jack Quaid nel ruolo di Nathan Caine: Quaid, noto al grande pubblico per la sua interpretazione di Hughie Campbell nella serie The Boys e per il suo ruolo in Oppenheimer, si conferma come un attore versatile e carismatico. La sua fisicità è perfetta per il ruolo di Nathan: un misto di innocenza e goffaggine che lo rende incredibilmente simpatico e facile da tifare. Quaid riesce a trasmettere la trasformazione del suo personaggio, da impiegato impacciato a eroe d'azione, con una convinzione che rende il tutto credibile, nonostante la premessa stravagante.
Amber Midthunder nel ruolo di Sherry: Dopo l'acclamata performance in Prey, Midthunder si cala nel ruolo di Sherry, la donna che innesca la catena di eventi. Sebbene il suo ruolo sia principalmente quello di "damigella in pericolo", il personaggio ha una sua personalità e una chimica palpabile con Quaid.
Ray Nicholson e Jacob Batalon: Nicholson (figlio di Jack Nicholson) e Batalon (Spider-Man) interpretano due dei rapinatori. Entrambi offrono performance di supporto che arricchiscono la trama, con Batalon che porta il suo solito tocco comico, mentre Nicholson offre un'interpretazione più minacciosa.
Betty Gabriel e Matt Walsh: nei panni di due detective della polizia, aggiungono un ulteriore strato di commedia e tensione, dando la caccia sia ai rapinatori che all'imprevedibile Nathan.
Mr. Morfina è stato accolto positivamente dalla critica, che ha lodato la sua originalità, il ritmo serrato e le performance del cast. Il film è stato distribuito nelle sale a marzo 2025 negli Stati Uniti e successivamente in altri mercati, ottenendo un buon riscontro al botteghino. Il suo successo ha consolidato la reputazione di Dan Berk e Robert Olsen come registi da tenere d'occhio e ha ulteriormente affermato Jack Quaid come protagonista di Hollywood.
Il film, al di là del suo intrattenimento, offre una riflessione sul concetto di dolore non solo come sensazione fisica, ma anche come metafora della vita. Nathan è costretto a superare una forma di dolore, quella emotiva, per abbracciare appieno la sua esistenza. In questo senso, Mr. Morfina non è solo una divertente action-comedy, ma anche un'opera che invita a riflettere sul significato di abbracciare la vulnerabilità per trovare la propria forza interiore. Il film si presenta come una riuscita fusione di generi, un'esperienza cinematografica che diverte, emoziona e, inaspettatamente, fa riflettere.
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Il film Saimir, diretto da Francesco Munzi nel 2004, non è solo una storia, ma un pugno allo stomaco e una carezza all'anima. È un'opera prima di una potenza rara, che si distacca dai canoni del cinema tradizionale per immergersi in un realismo crudo e poetico. Il film ci offre uno sguardo profondo e privo di filtri sulla vita di un adolescente albanese, diviso tra il desiderio di una vita normale e la dura realtà dell'immigrazione clandestina. Con almeno 800 parole a disposizione, analizziamo nel dettaglio la trama, la regia, il cast e il contesto che rendono "Saimir" un film imprescindibile per comprendere le sfide e le speranze della gioventù contemporanea.
La narrazione di Saimir si sviluppa in modo asciutto e lineare, senza concessioni a drammatizzazioni eccessive. Il protagonista è Saimir, un quindicenne albanese che vive nella periferia di Roma insieme al padre Edmond, un uomo scontroso e violento. La loro vita è un'esistenza ai margini, fatta di piccole truffe, furti e lavori precari che li mantengono a galla in un ambiente ostile. Saimir, nonostante la sua giovane età, è già immerso in questo mondo di espedienti, in un'esistenza senza futuro apparente. I suoi sogni, seppur non esplicitati, sembrano compressi e soffocati dalla morsa della povertà e della precarietà.
La svolta arriva con l'incontro con una sua coetanea, una ragazza italiana di nome Michela. L'innamoramento è immediato, fragile e autentico. Per Saimir, Michela rappresenta un'ancora di salvezza, un contatto con una normalità che non ha mai conosciuto. Il suo mondo è fatto di confini, di porte chiuse, di sguardi sospettosi; quello di Michela, invece, è un mondo di amicizie, di libertà e di promesse. Questo contrasto è il motore di tutto il film: il ragazzo, spinto dall'amore e dal desiderio di una vita diversa, cerca disperatamente di sfuggire alla rete di illegalità tessuta dal padre.
La relazione tra Saimir e Michela, tuttavia, è destinata a scontrarsi con la dura realtà. Il padre di lui, Edmond, non solo non approva la relazione, ma la vede come una minaccia alla loro già precaria situazione. La violenza di Edmond, sia fisica che psicologica, emerge in tutta la sua brutalità, costringendo Saimir a una scelta dolorosa. L'escalation di eventi, che culmina in un violento scontro tra padre e figlio, porta Saimir a prendere la decisione più difficile della sua vita: fuggire, lasciare il padre e tentare di costruirsi un futuro da solo, con la speranza di ritrovare Michela. La fuga, però, non è un atto di libertà, ma una dolorosa separazione, un salto nel buio che segna la fine dell'infanzia e l'inizio di una vita adulta prematura e solitaria. Il finale del film, volutamente aperto e non risolutivo, lascia lo spettatore con un senso di profonda inquietudine e speranza al contempo.
La regia di Francesco Munzi è l'elemento che eleva Saimir al di là della semplice narrazione. Munzi adotta uno stile neorealista, che richiama i maestri del passato ma lo rinnova con una sensibilità contemporanea. La macchina da presa è sempre vicina ai personaggi, ma mai invadente. Non giudica, ma osserva con una precisione quasi documentaristica. La scelta di girare in 16mm contribuisce a creare un'estetica granulosa e autentica, che dona al film un'atmosfera di verità palpabile. Le riprese sono spesso a mano, nervose, a sottolineare il senso di precarietà e agitazione interiore dei protagonisti.
Munzi lavora in sottrazione, evitando dialoghi superflui e affidandosi alla forza delle immagini e dei silenzi. Sono i volti, i corpi, gli sguardi e i gesti a raccontare le emozioni, le paure e i desideri dei personaggi. Le ambientazioni, dalle strade polverose della periferia romana agli interni sporchi e disordinati delle case, non sono solo scenografie, ma veri e propri personaggi che respirano la stessa aria di oppressione dei protagonisti. La capacità del regista di cogliere la bellezza anche nella bruttezza, la speranza nella disperazione, è un segno distintivo del suo talento.
Il ritmo del film è lento e meditativo, permettendo allo spettatore di entrare in sintonia con i personaggi e di percepire il peso delle loro esistenze. Non ci sono colpi di scena o svolte narrative sensazionali, ma un'evoluzione costante e dolorosa. La scelta di utilizzare attori non professionisti, o perlomeno poco noti, contribuisce a rafforzare il senso di autenticità, rendendo la storia ancora più credibile e toccante. Munzi dimostra una grande sensibilità nel dirigere i suoi attori, estraendo da loro interpretazioni potenti e veritiere.
Il successo di Saimir è in gran parte dovuto alle straordinarie interpretazioni dei suoi protagonisti. Mishel Manoku, nel ruolo di Saimir, è una rivelazione. La sua è una performance di una maturità disarmante. Il suo volto, i suoi occhi, sono uno specchio delle sue emozioni: la paura, la rabbia, la tenerezza, la determinazione. Non c'è un gesto di troppo, non c'è una parola fuori posto. Manoku incarna la fragilità e la forza di un adolescente costretto a diventare uomo troppo in fretta.
Al suo fianco, Xhevdet Ferri nel ruolo del padre Edmond, offre un'interpretazione magistrale e complessa. Ferri non si limita a dipingere un personaggio malvagio, ma ci restituisce un uomo distrutto, intrappolato in una vita di miseria e violenza, che a sua volta sfoga la sua frustrazione sul figlio. Il suo Edmond è un uomo che, nonostante la brutalità, sembra quasi prigioniero del proprio destino.
Infine, la giovane Anna Ferruzzo, nel ruolo di Michela, aggiunge un tocco di innocenza e speranza. La sua presenza è un raggio di luce nel mondo oscuro di Saimir. La loro chimica, delicata e credibile, è il cuore emotivo del film.
Uscito nel 2004, Saimir si inserisce in un contesto cinematografico e sociale di grande fermento. Il film affronta temi di grande attualità, che non hanno perso la loro urgenza negli anni successivi. L'immigrazione, le difficoltà di integrazione, la precarietà lavorativa, la violenza domestica, la solitudine dei giovani: sono tutti argomenti che continuano a dominare il dibattito pubblico.
Munzi non fa un film politico nel senso stretto del termine, non cerca di fornire risposte o di lanciare messaggi didascalici. La sua è una testimonianza umana, un'esplorazione delle conseguenze emotive e psicologiche di queste condizioni di vita. Attraverso la storia di Saimir, ci mostra il lato umano, spesso ignorato, delle statistiche sull'immigrazione. Il film ci costringe a guardare in faccia una realtà scomoda e a interrogarci sul significato di appartenenza, di identità e di dignità umana.
Saimir è un film che lascia un segno profondo. La sua bellezza risiede nella sua sincerità, nella sua capacità di raccontare una storia universale partendo da un'esperienza specifica. Francesco Munzi, con la sua opera prima, ha dimostrato di essere un regista di grande sensibilità e talento. Un film da vedere, non solo per gli amanti del cinema d'autore, ma per chiunque voglia comprendere meglio le sfide e le speranze di una generazione di giovani costretti a crescere troppo in fretta, con l'incertezza del domani come unica certezza.
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È arrivata la felicità (Mr. Deeds Goes to Town) è un film del 1936 diretto da Frank Capra
È arrivata la felicità (titolo originale: Mr. Deeds Goes to Town) è un film del 1936 diretto da Frank Capra, un'opera che non è solo una commedia, ma un manifesto morale e un ritratto indimenticabile dell'uomo comune che si scontra con la corruzione e il cinismo della grande città. Considerato uno dei capolavori della "screwball comedy" e del "capraismo" stesso, il film ha segnato un'epoca e continua a essere un'icona del cinema classico americano. Attraverso una trama apparentemente semplice, Capra tesse una storia ricca di umorismo, pathos e un messaggio di speranza che risuona ancora oggi. Con oltre 800 parole, esploriamo in profondità la trama, la regia, gli attori e il contesto che rendono questo film un'opera intramontabile.
La storia ha per protagonista Longfellow Deeds, un poeta di biglietti d'auguri dal cuore semplice e dall'animo puro, che vive una vita tranquilla nella piccola e sonnolenta città di Mandrake Falls, nel Vermont. La sua esistenza placida viene sconvolta quando apprende di aver ereditato una fortuna di 20 milioni di dollari dal suo defunto zio, un eccentrico milionario.
Deeds, improvvisamente catapultato nel mondo frenetico e spietato di New York, si ritrova assediato da un'orda di avvocati avidi, faccendieri, e giornalisti in cerca di uno scoop. L'avvocato Cedar e il suo team cercano di manipolarlo per ottenere il controllo della sua eredità, mentre i media lo deridono, etichettandolo come un eccentrico e un "Cenerentolo" per via del suo stile di vita campagnolo e della sua ingenuità.
Al centro di questa frenesia mediatica si trova Louise "Babe" Bennett, una brillante e cinica giornalista. Desiderosa di ottenere un reportage esclusivo, si traveste da povera fanciulla disoccupata di nome Mary Dawson e riesce a conquistare la fiducia e il cuore di Deeds. Mentre continua a scrivere articoli satirici che lo mettono in ridicolo, si innamora sinceramente di lui, trovando in Deeds una purezza e una bontà che non aveva mai incontrato nel suo mondo di falsità e ambizione.
La relazione tra Deeds e "Mary" si sviluppa in modo genuino, ma il dramma scoppia quando un avido rivale svela a Deeds la vera identità della ragazza. Con il cuore spezzato e disilluso, Deeds si ritira dalla vita pubblica, decidendo di donare la sua intera fortuna ai contadini poveri e disoccupati, rovinati dalla Grande Depressione. Questo gesto di generosità, tuttavia, viene interpretato dai suoi oppositori come una prova di pazzia, portando a un processo legale per interdire Deeds e strappargli il controllo dei suoi beni.
Il culmine del film è il processo in tribunale, una scena memorabile che condensa l'intera filosofia di Capra. Inizialmente, Deeds rifiuta di difendersi, convinto che il mondo sia troppo corrotto per comprendere la sua decisione. Sarà proprio "Babe", pentita e decisa a riscattarsi, a prendere le sue difese, convincendo la corte e, soprattutto, Deeds stesso, a lottare per la sua dignità e la sua visione. La scena finale, con Deeds che dimostra la sua saggezza e buon senso, ribalta i ruoli, rivelando che la vera follia non risiede nell'altruismo, ma nel cinismo e nell'avidità della società che lo circonda.
È arrivata la felicità è un esempio perfetto del "capraismo", lo stile unico e riconoscibile di Frank Capra. Il regista italo-americano ha saputo creare un'estetica che mescola la commedia slapstick con un profondo sentimentalismo e un forte messaggio sociale. La sua regia è caratterizzata da un'attenzione meticolosa ai personaggi, ai dialoghi scattanti e a una narrazione fluida e avvincente.
Capra è un maestro nel creare un contrasto netto tra l'eroe "semplice" e la "folla" corrotta e complessa. Usa il montaggio e la messa in scena per sottolineare la solitudine di Deeds nel caotico ambiente di New York, per poi far esplodere la sua umanità nelle scene più intime e toccanti. La macchina da presa si muove con eleganza, catturando sia le espressioni del volto di Gary Cooper che le reazioni della massa, spesso ritratta come una forza anonima e spietata.
Il film è un inno all'uomo comune e alla sua capacità di resistere alla corruzione. In un'America segnata dalla Grande Depressione, Capra offriva un messaggio di speranza, un sogno di giustizia sociale e il trionfo della moralità sull'egoismo. La sua regia, pur essendo invisibile e al servizio della storia, è intrisa di un ottimismo che non è mai ingenuo, ma sempre guadagnato attraverso la lotta e la perseveranza del protagonista.
Il successo del film è in gran parte dovuto alle straordinarie interpretazioni del cast, in particolare dei due protagonisti.
Gary Cooper nel ruolo di Longfellow Deeds è semplicemente perfetto. Cooper incarna la goffaggine e la purezza del suo personaggio con una naturalezza disarmante. La sua performance è un capolavoro di sottigliezza: attraverso un'espressione malinconica, un sorriso timido o un gesto impacciato, Cooper riesce a farci percepire la profondità e l'onestà di Deeds. La sua interpretazione gli valse la nomination all'Oscar come miglior attore, consacrandolo come uno dei volti più amati di Hollywood.
Jean Arthur offre una performance altrettanto memorabile nel ruolo di Babe Bennett. La Arthur era la musa di Capra e la sua capacità di passare dal cinismo più tagliente alla vulnerabilità più sincera è il cuore emotivo del film. La sua chimica con Cooper è magnetica, e il loro rapporto sullo schermo è una delle migliori rappresentazioni di una coppia romantica nella storia del cinema.
Il film è arricchito anche da un cast di caratteristi eccezionali, come George Bancroft nel ruolo del giornalista MacWade e Lionel Stander in quello del cinico tuttofare Cornelius Cobb. Ognuno di loro contribuisce a creare un affresco vivace e credibile della società newyorkese dell'epoca.
È arrivata la felicità non è solo un film, ma un documento del suo tempo. Uscito durante la Grande Depressione, il film rispondeva direttamente alle ansie e alle speranze del pubblico americano. Il gesto di Deeds di dare la sua fortuna ai contadini disoccupati era una potente critica al capitalismo selvaggio e un'esaltazione dei valori del New Deal di Roosevelt.
Il film ha ricevuto un'accoglienza trionfale, sia di pubblico che di critica. Ha vinto il Premio Oscar per il Miglior Regista per Frank Capra, e ha ottenuto altre quattro nomination, tra cui Miglior Film e Miglior Attore. La sua influenza è stata enorme, non solo sul cinema americano ma anche sulla cultura popolare. Il personaggio di Longfellow Deeds è diventato un archetipo, e il film ha ispirato numerosi remake, tra cui il più noto è quello con Adam Sandler del 2002.
In definitiva, È arrivata la felicità è un film che non ha perso il suo smalto. La sua storia di un uomo che lotta per i suoi valori in un mondo ostile è universale e senza tempo. Il suo messaggio di speranza, gentilezza e fiducia nell'umanità, incorniciato dalla regia impeccabile di Frank Capra e dalle performance indimenticabili dei suoi attori, lo rende un capolavoro che continua a ispirare e a far sognare generazioni di spettatori.
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Patagonia è un film del 2023 diretto da Simone Bozzelli.
Patagonia, film d'esordio di Simone Bozzelli, presentato in concorso al Festival di Locarno 2023, è un'opera prima di grande impatto visivo ed emotivo. Con uno stile coraggioso e una narrazione cruda, il film esplora il tema della dipendenza affettiva e della ricerca di identità, trasformando un sogno di libertà in un incubo di controllo e manipolazione. Nonostante le imperfezioni tipiche di un'opera prima, "Patagonia" si distingue per la sua capacità di scavare nelle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi e di offrire uno sguardo inedito su un universo giovanile spesso relegato a stereotipi.
La storia ruota attorno a Yuri, un ragazzo di vent'anni che vive una vita ovattata e protetta con le anziane zie in un piccolo paese abruzzese. La sua esistenza è monotona, fatta di piccoli gesti e routine che lo tengono al riparo dal mondo esterno. Yuri è un animo candido, quasi infantile, che non ha mai avuto l'occasione di conoscere la vita al di fuori della sua "gabbia di troppo amore". Questo suo isolamento lo rende estremamente vulnerabile e assetato di esperienze.
La sua vita cambia radicalmente quando, durante la festa di compleanno di un cugino, incontra Agostino, un animatore girovago e carismatico che si esibisce per i bambini. Agostino è l'esatto opposto di Yuri: libero, scapestrato, avventuroso. Fin dal primo sguardo, Yuri è affascinato da questa figura nomade e magnetica che sembra promettergli un'indipendenza che non sapeva di desiderare. Agostino, a sua volta, individua in Yuri una preda perfetta, un'anima ingenua da plasmare e dominare.
L'incontro si trasforma in un'immediata fuga: sognando una vita libera e senza confini, i due partono per un viaggio in camper, con la fantomatica destinazione finale della Patagonia, un luogo idealizzato da Yuri come simbolo di libertà assoluta. La Patagonia, tuttavia, non è solo una meta geografica, ma un luogo dell'anima, una promessa che non verrà mai mantenuta.
Il film, infatti, non si concentra sul viaggio fisico, ma sul lento e inesorabile processo di trasformazione del loro rapporto. Ciò che inizia come una fuga romantica e avventurosa si trasforma gradualmente in una relazione tossica e disfunzionale. Agostino, l'incantatore di bambini e promessa di libertà, si rivela un manipolatore controllante. Il camper, simbolo di nomadismo e indipendenza, diventa la nuova gabbia di Yuri, una prigione su ruote dove le dinamiche di potere e sottomissione si fanno sempre più intense.
La narrazione esplora in modo viscerale i meccanismi della dipendenza affettiva: Yuri, spinto dal suo bisogno di appartenenza e dal timore di restare solo, si sottomette a Agostino, accettando umiliazioni e abusi psicologici, mentre la promessa di libertà si allontana sempre di più. La "Patagonia" diventa un miraggio, un desiderio irrealizzabile che serve solo a giustificare la prigionia emotiva del protagonista.
Simone Bozzelli, già noto per i suoi cortometraggi di successo e per la regia del videoclip dei Måneskin "I Wanna Be Your Slave", porta in "Patagonia" uno stile visivo riconoscibile e potente. La scelta di girare in 16mm conferisce al film un'estetica granulosa, quasi sporca, che si sposa perfettamente con l'atmosfera cruda e realistica della storia. La fotografia di Leonardo Mirabilia esalta i corpi, le superfici e gli spazi chiusi, creando un senso di intimità claustrofobica.
Bozzelli non teme di mostrare il lato oscuro dei rapporti umani. La sua regia è caratterizzata da una vicinanza quasi voyeuristica ai personaggi, con inquadrature ravvicinate che catturano ogni sfumatura di espressione. Il regista si concentra sui corpi, sugli sguardi e sui gesti, rendendo tangibile il rapporto di potere che si instaura tra i due protagonisti. Lo stile è essenziale, privo di fronzoli, e si affida al potere evocativo delle immagini per raccontare ciò che i dialoghi, spesso scarni, non dicono.
Il ritmo narrativo è lento e calibrato, permettendo allo spettatore di percepire il graduale deterioramento della relazione. Questo approccio richiede pazienza, ma ripaga con una profonda immersione nelle dinamiche psicologiche dei personaggi. Bozzelli dimostra una notevole sensibilità nel trattare temi complessi come la manipolazione e l'abuso, evitando il sensazionalismo e preferendo un approccio introspettivo e disturbante.
La riuscita del film dipende in gran parte dalle intense performance dei due attori protagonisti. Andrea Fuorto, nel ruolo di Yuri, offre una prova d'attore straordinaria. Il suo volto e il suo corpo comunicano l'ingenuità iniziale, la speranza, e poi la lenta e dolorosa rassegnazione. Fuorto riesce a trasmettere la fragilità di Yuri e la sua disperata ricerca di amore e approvazione.
Augusto Mario Russi, al suo esordio assoluto, interpreta Agostino con un magnetismo inquietante. Il suo personaggio è un affascinante manipolatore, un predatore che si nasconde dietro un'aria da spirito libero. Russi riesce a rendere Agostino credibile e affascinante, ma allo stesso tempo subdolo e crudele, senza mai cadere nella caricatura del "cattivo".
La chimica tra i due attori è palpabile e costituisce il cuore emotivo del film. Le loro performance sono coraggiose e fisiche, rendendo le dinamiche di potere della loro relazione in modo autentico e disturbante.
"Patagonia" è un film che non lascia indifferenti. Rappresenta un coraggioso esordio alla regia di Simone Bozzelli, che dimostra una visione autoriale matura e una notevole sensibilità nel trattare temi delicati. Il film è una riflessione sulle trappole della libertà, sulle aspettative tradite e sul confine sottile tra amore e dipendenza. Nonostante qualche imperfezione nella sceneggiatura, "Patagonia" si distingue per la sua forza visiva e per la potenza delle interpretazioni, affermandosi come una delle opere più interessanti del cinema italiano recente. È un film che invita a riflettere sulla complessità dei rapporti umani e sul costo che a volte si paga per la ricerca di sé stessi.
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Highest 2 Lowest non è un'idea originale, ma un'audace rilettura di "Anatomia di un rapimento" (titolo originale: Tengoku to Jigoku), il film del 1963 del leggendario regista giapponese Akira Kurosawa. A sua volta, l'opera di Kurosawa era basata sul romanzo poliziesco americano del 1959, King's Ransom di Ed McBain. Con questa operazione, Spike Lee non si limita a un semplice remake, ma trasforma l'ambientazione e le dinamiche sociali dell'originale per riflettere le contraddizioni dell'America contemporanea.
Se il film di Kurosawa era ambientato a Yokohama e si concentrava sulla figura di un magnate dell'industria calzaturiera, Lee sposta l'azione nella sua amata New York, più precisamente a Brooklyn e nelle aree altolocate della città, e rende il protagonista un titanio dell'industria musicale. Questa scelta non è casuale: l'industria discografica, con le sue dinamiche di potere, sfruttamento e successo fulmineo, diventa lo specchio perfetto delle disuguaglianze sociali ed economiche che il film intende esplorare. Lee, noto per il suo attivismo e la sua critica sociale, usa il thriller poliziesco come veicolo per un commento affilato sulla disparità di classe e sull'etica morale nel capitalismo sfrenato.
Il film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025, è stato accolto con recensioni generalmente positive, con molti critici che hanno applaudito la capacità di Lee di infondere il suo stile distintivo in una storia preesistente, rendendola un'opera sua, un "joint" (come direbbe lui) a tutti gli effetti.
La storia si snoda attorno a David King (Denzel Washington), un magnate della musica "con il miglior orecchio del settore". La sua vita lussuosa e apparentemente perfetta è in un momento cruciale: sta per finalizzare un accordo cruciale per la sua azienda. Ma proprio quando tutto sembra andare per il meglio, il mondo gli crolla addosso. Riceve una telefonata: suo figlio Trey (Aubrey Joseph) è stato rapito. Il rapitore chiede un riscatto esorbitante di 17,5 milioni di dollari. David, disperato, è pronto a pagare qualsiasi cifra pur di riavere suo figlio.
Tuttavia, il destino (o meglio, un errore di persona) stravolge tutto. Si scopre che il rapitore ha rapito per sbaglio Kyle (Elijah Wright), il figlio dell'autista di David, Paul Christopher (Jeffrey Wright). Il figlio di King, Trey, era tornato a casa prima del previsto e non era mai salito sull'auto dove si è consumato il rapimento. Questo rovesciamento di trama, ereditato dall'originale di Kurosawa, pone David King di fronte a un dilemma morale lacerante: dovrebbe pagare 17,5 milioni di dollari per salvare il figlio del suo dipendente, una persona per lui di valore molto inferiore rispetto alla sua fortuna, o dovrebbe ignorare la richiesta e tutelare la sua carriera e il suo impero?
La prima parte del film si svolge quasi interamente nell'elegante attico di King a New York, un luogo che si trasforma da santuario di lusso a claustrofobico teatro di tensione e disperazione. Questo spazio chiuso diventa un microcosmo delle tensioni di classe, dove la ricchezza di David King coesiste con l'angoscia del suo dipendente. Qui, le dinamiche tra i personaggi, le loro paure e i loro conflitti morali vengono messi a nudo in modo magistrale.
La seconda parte del film, in un vero e proprio "passaggio da cima a fondo" (da qui il titolo, Highest 2 Lowest), segue la spasmodica indagine della polizia. Lee abbandona il dramma psicologico dell'attico per immergersi nelle strade sporche e brulicanti della New York più autentica. In questa sezione, la regia si fa più dinamica, quasi febbrile, e la ricerca del rapitore diventa un viaggio negli inferi della società, tra degrado, povertà e disillusione. Qui il film non si limita a un'indagine, ma diventa un'esplorazione sociale, una sorta di "passeggiata" che rivela gli abissi della disparità economica e il risentimento che essa genera.
La regia di Spike Lee è riconoscibilissima in ogni fotogramma. Utilizza il suo caratteristico stile energico e frammentato, con l'uso di carrelli dolly che fanno scivolare i personaggi in modo innaturale, i primi piani strettissimi e un montaggio che mescola narrazione classica con intermezzi documentaristici. L'uso della musica, da sempre fondamentale nei suoi film, non fa eccezione. La colonna sonora, curata con grande attenzione, diventa un personaggio a sé stante, un "mix-tape urbano" che accompagna lo spettatore attraverso le diverse atmosfere del film.
Il director's joint non si limita a seguire la trama di Kurosawa, ma la arricchisce con elementi tipici del suo cinema: dialoghi serrati e incisivi, commenti politici impliciti ed espliciti, e l'esplorazione delle dinamiche razziali e di classe. Il film si muove tra gli estremi, dal lusso scintillante del grattacielo alla cruda realtà delle strade, creando un contrasto visivo e tematico che rafforza il messaggio del film. La regia di Lee riesce a rendere palpabile il conflitto interiore di David King, mostrando come la sua ricchezza non lo esime dall'essere umano e vulnerabile, e come la sua scelta morale sia un riflesso delle ingiustizie sociali che permeano la città.
Il successo di Highest 2 Lowest si basa in gran parte sulla performance di Denzel Washington. L'attore, alla sua sesta collaborazione con Lee dopo titoli iconici come Malcolm X e Inside Man, offre una prova d'attore misurata ma potentissima. Il suo David King è un uomo che deve confrontarsi con il proprio ego e con un'etica che ha forse messo da parte in nome del successo. Washington riesce a trasmettere la sua angoscia e il suo conflitto interiore con una sottigliezza straordinaria, senza mai cadere nel melodramma.
Accanto a lui, brilla la performance di Jeffrey Wright (Paul Christopher), che incarna la dignità e la sofferenza di un padre che vede la vita di suo figlio appesa a un filo. La chimica tra Washington e Wright è uno degli elementi portanti del film, rappresentando le due facce della stessa medaglia: l'uomo di potere e l'uomo comune, entrambi intrappolati in una situazione disperata.
Un'altra scelta di casting interessante e audace è l'inclusione di due figure di spicco del mondo del rap: A$AP Rocky (che interpreta il ruolo del rapitore) e Ice Spice. La loro presenza non è solo un omaggio alla cultura musicale che il film esplora, ma anche un modo per Lee di dare spazio a nuove voci e di connettere il film con la realtà culturale del 2025. In particolare, la performance di A$AP Rocky è stata molto apprezzata, con alcuni critici che lo hanno descritto come una forza della natura, capace di tenere testa a un mostro sacro come Denzel Washington.
In sintesi, Highest 2 Lowest è un'opera che, pur partendo da una base preesistente, riesce a essere un film di Spike Lee al 100%. È un thriller teso, un dramma psicologico e un commento sociale tagliente, il tutto avvolto nel suo inconfondibile stile visivo e sonoro. È un ritorno in grande stile per il duo Lee-Washington, che dimostra ancora una volta la sua capacità di raccontare storie complesse e rilevanti.
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C'era una volta il West è un film del 1968 diretto da Sergio Leone.
"C'era una volta il West" (titolo originale: Once Upon a Time in the West) è un film epico del 1968, diretto da Sergio Leone. È un'opera che non solo ha ridefinito il genere western, ma che è diventata un'icona del cinema mondiale, un vero e proprio poema visivo e sonoro. È una pellicola che si distacca dai canoni del western classico americano e consolida il genere dello spaghetti western, elevandolo a nuove vette artistiche. La sua trama complessa, la regia audace, le interpretazioni memorabili e la colonna sonora iconica lo rendono un capolavoro senza tempo.
La trama di "C'era una volta il West" si snoda lentamente, costruendo un'atmosfera di attesa e tensione. La storia è ambientata in una frontiera americana in fase di sviluppo, dove la ferrovia sta avanzando inesorabilmente e il vecchio West sta per morire. Tre personaggi principali, ognuno con un passato misterioso e un obiettivo diverso, si incontrano in un intricato gioco di vendetta, avidità e giustizia.
La storia inizia con l'arrivo di Harmonica (Charles Bronson), un pistolero solitario e taciturno, il cui unico tratto distintivo è il suo inseparabile strumento musicale. La sua missione è oscura e apparentemente senza motivo, se non una vecchia e implacabile vendetta. La sua prima apparizione, in una stazione ferroviaria sperduta, è già un'icona: un'interminabile scena di attesa e scontro con tre pistoleri mandati ad accoglierlo. Harmonica uccide i tre uomini con una rapidità e una freddezza che lasciano presagire una lunga storia di violenza.
Nel frattempo, la famiglia McBain viene massacrata nella loro fattoria, Sweetwater, dal brutale assassino a pagamento Frank (Henry Fonda). Frank non è il classico cattivo da western: è freddo, metodico e spietato, e il suo volto, che nella filmografia di Fonda era sempre stato sinonimo di bontà, qui assume un'espressione di male puro. Il suo gesto è motivato dall'avidità: il terreno della fattoria McBain si trova proprio sul percorso della futura ferrovia transcontinentale, un'informazione che solo lui e il magnate delle ferrovie Morton (interpretato da Gabriele Ferzetti) conoscono.
L'unica sopravvissuta del massacro è Jill McBain (Claudia Cardinale), una ex prostituta di New Orleans che era appena arrivata a Sweetwater per sposare il vedovo Brett McBain. Jill si trova improvvisamente erede di una terra preziosa e circondata da nemici. È una donna forte e determinata, che non si arrende di fronte alle difficoltà e che diventerà il fulcro della vicenda.
Il terzo pistolero, un fuorilegge idealista di nome Cheyenne (Jason Robards), viene ingiustamente accusato del massacro e si ritrova a dover dimostrare la propria innocenza. Cheyenne è un personaggio complesso, un "cattivo" che ha un suo codice d'onore e che sviluppa un'inaspettata alleanza con Harmonica e Jill.
Il film procede con un'avanzata lenta e maestosa, dove i destini di questi quattro personaggi si incrociano. Harmonica, che sembra voler proteggere Jill, aspetta il momento giusto per la sua vendetta, che si svelerà solo nel finale, in uno dei duelli più epici e significativi della storia del cinema.
La regia di Sergio Leone in "C'era una volta il West" è un'esperienza sensoriale e stilistica unica. Leone non si limita a raccontare una storia, ma costruisce una vera e propria mitologia del West. Il film è una riflessione sul genere stesso, che Leone conosceva e amava, ma che decide di decostruire e reinventare.
Leone abbandona quasi completamente il dialogo a favore del linguaggio visivo. Il film è un trionfo di inquadrature ravvicinate (i celebri close-up sugli occhi, sui volti sudati, sulle mani che si muovono lentamente) e di campi lunghissimi, che mostrano la vastità e la solitudine del paesaggio. La sua regia è un continuo gioco di contrasti: il macro e il micro, il silenzio e il rumore assordante, l'attesa e l'esplosione di violenza. L'esempio più lampante è la sequenza iniziale, che dura quasi quindici minuti senza dialoghi, in cui i suoni ambientali (il vento, lo scricchiolio del mulino a vento, lo stridore di una pompa d'acqua) diventano protagonisti, creando una tensione insostenibile.
Leone utilizza la dilatazione temporale come strumento narrativo. Le scene d'azione, in particolare i duelli, sono estese all'infinito, creando una suspense che tiene lo spettatore incollato allo schermo. La colonna sonora di Ennio Morricone, che ne parleremo a breve, è parte integrante della regia: le musiche non sono un semplice accompagnamento, ma sono la voce del film, che scandiscono il ritmo e anticipano le emozioni.
Il film non è solo un omaggio al western, ma è anche una sua elegia. Leone mostra la fine di un'epoca, quella dei pistoleri solitari e dei fuorilegge, che vengono spazzati via dall'arrivo del progresso e della civiltà, rappresentata dalla ferrovia. L'epilogo, con la costruzione della stazione di Sweetwater, segna la fine di un'era e l'inizio di un'altra.
Il cast di "C'era una volta il West" è un insieme di talenti eccezionali, scelti da Leone in modo controintuitivo ma geniale.
Henry Fonda, attore americano simbolo del bene, viene scelto per interpretare il "cattivo" Frank. La scelta di Leone fu un atto di rottura, che disorientò il pubblico. La sua performance è un capolavoro di malvagità trattenuta, con il suo sguardo di ghiaccio e il suo sorriso sinistro.
Charles Bronson, che era già apparso nei film di Leone, incarna il ruolo di Harmonica. Il suo volto scolpito e la sua recitazione minimale si adattano perfettamente al personaggio silenzioso e misterioso. Bronson non ha bisogno di parlare per esprimere il suo dolore e il suo desiderio di vendetta.
Claudia Cardinale è Jill McBain. La sua bellezza e la sua forza interiore la rendono perfetta per il ruolo di una donna che, contro ogni previsione, si adatta e lotta per la sua sopravvivenza.
Jason Robards nel ruolo di Cheyenne è la rivelazione del film. La sua performance è un mix di cinismo, umorismo e lealtà, che rende il suo personaggio il più complesso e, forse, il più amato dal pubblico.
Il film è anche un crogiolo di attori italiani e internazionali, tra cui Gabriele Ferzetti e Paolo Stoppa, che contribuiscono a creare un cast solido e credibile.
È impossibile parlare di "C'era una volta il West" senza menzionare la sua colonna sonora, composta dal maestro Ennio Morricone. La musica non è un semplice sottofondo, ma un elemento narrativo fondamentale. Morricone e Leone lavorarono in stretta collaborazione: la musica fu composta prima delle riprese e spesso gli attori recitavano ascoltando le melodie, in modo da essere in sintonia con il ritmo emotivo del film.
Ogni personaggio ha il suo tema musicale:
Il tema di Harmonica, con l'inconfondibile suono dell'armonica, esprime un dolore profondo e una vendetta implacabile.
Il tema di Frank è accompagnato dal suono di una chitarra elettrica, che evoca un senso di crudeltà e male incombente.
Il tema di Jill, con il suo canto lirico, è un'ode alla sua bellezza, alla sua forza e alla sua solitudine.
Il tema di Cheyenne è un motivo allegro ma malinconico, che riflette la complessità del suo personaggio.
La musica di Morricone non solo evoca le emozioni, ma crea un senso di epicità e grandezza, trasformando le gesta dei personaggi in un mito. La sequenza finale del duello, con il crescendo musicale, è un esempio perfetto di come musica e immagine si fondono per creare un momento cinematografico indimenticabile.
"C'era una volta il West" è stato inizialmente accolto con scetticismo dalla critica, che lo considerava troppo lungo e lento. Ma con il tempo, il film è stato rivalutato e riconosciuto come un capolavoro assoluto. Ha influenzato innumerevoli registi, da Quentin Tarantino a Martin Scorsese, e il suo stile visivo e sonoro è diventato un punto di riferimento per il cinema d'azione e non solo. È un film che non ha solo raccontato una storia, ma ha saputo catturare l'anima di un genere e la malinconia della fine di un'epoca.
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Rocco e i suoi fratelli è un film del 1960 diretto da Luchino Visconti
"Rocco e i suoi fratelli" è un film del 1960 diretto da Luchino Visconti, un'opera cinematografica che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema italiano e mondiale. È un dramma monumentale, un affresco potente e straziante che racconta il dramma dell'emigrazione interna in Italia nel secondo dopoguerra, quando milioni di persone si spostavano dal Sud, più povero e rurale, verso il Nord industrializzato, in cerca di lavoro e di una vita migliore.
Il film, ispirato ai racconti de "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, è un'analisi profonda e spietata delle dinamiche familiari, delle speranze e dei fallimenti, dei legami indissolubili e dei conflitti insanabili. La pellicola è stata restaurata e, nonostante sia stata a lungo oggetto di censure, rimane uno dei capolavori più significativi di Visconti.
La storia ha inizio con la vedova Rosaria Parondi (interpretata da Katina Paxinou) che, dopo la morte del marito, lascia la Lucania con i suoi quattro figli maschi (Rocco, Simone, Ciro e Luca) per raggiungere il figlio maggiore, Vincenzo (Spiros Focas), già emigrato a Milano. Il loro arrivo alla stazione è un momento di spaesamento e speranza, un incontro con una realtà urbana e industriale totalmente diversa da quella rurale che si sono lasciati alle spalle.
La famiglia, pur con grandi difficoltà, cerca di adattarsi alla nuova vita. Vincenzo si fidanza con Ginetta (Claudia Cardinale) e la sua vita sembra avviata, ma l'arrivo dei fratelli crea scompiglio. Ognuno dei cinque fratelli, infatti, cerca la propria strada, in un percorso che si rivela un'epica tragica. I cinque fratelli sono presentati in abbinamento alle cinque dita della mano, con le loro individualità e i loro destini intrecciati.
Vincenzo è il primo a integrarsi, ma il suo legame con la famiglia d'origine è messo a dura prova.
Rocco (Alain Delon) è il simbolo della bontà, della purezza e del sacrificio. Il suo personaggio, un pugile sensibile e onesto, è l'incarnazione del dovere e del legame familiare. Egli perdona tutto a tutti, ma questa sua natura finisce per travolgere se stesso e coloro che gli stanno intorno.
Simone (Renato Salvatori) è l'opposto di Rocco. È un ragazzo ambizioso e irrequieto, che cerca la ricchezza e il successo attraverso la boxe, ma finisce per essere travolto dalla passione e dalla gelosia. Il suo destino è legato a quello di Nadia (Annie Girardot), una prostituta che prima si lega a lui, poi lo lascia per Rocco, e infine viene uccisa da Simone.
Ciro (Max Cartier) è il più pragmatico, colui che si impegna a studiare e a lavorare, trovando un impiego all'Alfa Romeo. È l'unico che, alla fine, si distacca dalla logica del "onore" e della "famiglia" a tutti i costi, scegliendo la legalità.
Luca (Rocco Vidolazzi) è il più piccolo, testimone silenzioso e impotente della tragedia che si consuma.
La storia si concentra sul conflitto tra i due fratelli centrali, Rocco e Simone, e sul loro legame con Nadia. Simone, accecato dalla gelosia e dalla rabbia, arriva a violentare Nadia davanti agli occhi di Rocco. Quest'ultimo, per salvare il fratello dalla rovina e per tentare di mantenere l'unità familiare, si sacrifica, cedendogli Nadia e rinunciando al suo amore per lei. Ma il dramma continua a consumarsi, portando Simone a uccidere Nadia. Il finale è una disintegrazione della famiglia, con Simone che finisce in galera e Ciro che lo denuncia, dimostrando la fine di un certo tipo di solidarietà familiare in nome della giustizia e della modernità.
La regia di Luchino Visconti in "Rocco e i suoi fratelli" è un'espressione di maestria assoluta. Il film si muove tra le radici del neorealismo, di cui Visconti fu uno dei massimi esponenti, e il melò tragico, con una chiara ispirazione alla tragedia greca.
Visconti filma la storia con un rigore formale e una passione travolgente. Le riprese in bianco e nero, curate da Giuseppe Rotunno, esaltano il contrasto tra il buio e la luce, il dramma e la speranza. Le scene sono spesso lunghe e intense, con la macchina da presa che si sofferma sui volti degli attori per catturarne le emozioni più profonde. Il regista non si limita a narrare una storia, ma crea un affresco sociale e umano, mostrando la dura realtà della Milano del boom economico, con le sue luci e le sue ombre, le sue fabbriche e i suoi quartieri periferici.
Il film è diviso in cinque capitoli, ognuno dedicato a un fratello, una struttura che conferisce alla narrazione un andamento epico e inesorabile. Visconti alterna momenti di drammatico realismo, come le scene di pugilato o quelle nelle lavanderie, a sequenze di grande forza emotiva e simbolica, come l'omicidio di Nadia. La sua direzione degli attori è un altro punto di forza: riesce a ottenere interpretazioni memorabili da tutto il cast, anche da attori giovani e meno esperti.
L'uso della musica, composta da Nino Rota, aggiunge un ulteriore livello di pathos e intensità. Le musiche di Rota, che in seguito avrebbe lavorato anche per Francis Ford Coppola in "Il Padrino" (il quale fu molto influenzato da questo film), accompagnano e sottolineano i momenti salienti della narrella, contribuendo a creare un'atmosfera unica.
Il cast di "Rocco e i suoi fratelli" è un insieme di talenti eccezionali, scelti da Visconti per dare vita ai suoi personaggi complessi.
Alain Delon nel ruolo di Rocco è una scelta audace e vincente. Fino ad allora noto per la sua bellezza e per ruoli più leggeri, Delon offre un'interpretazione intensa e commovente, incarnando la purezza e il dolore del suo personaggio.
Renato Salvatori, nel ruolo di Simone, è magistrale. La sua interpretazione è un concentrato di rabbia, debolezza e autodistruzione, un ritratto indimenticabile di un uomo sopraffatto dai suoi demoni.
Annie Girardot è straordinaria nel ruolo di Nadia. Il suo personaggio, una donna vulnerabile e sofferente, è interpretato con una sensibilità e una forza che le valsero il plauso della critica. Sul set del film, tra l'altro, si innamorò di Renato Salvatori, con cui si sposò.
Katina Paxinou, nel ruolo della matriarca Rosaria, domina ogni scena con la sua presenza imponente e il suo dolore muto, simbolo di una cultura che si scontra con la modernità.
Anche gli altri attori, da Claudia Cardinale a Paolo Stoppa, offrono interpretazioni impeccabili, contribuendo a fare del film un capolavoro corale.
"Rocco e i suoi fratelli" è un film che ha avuto un impatto enorme e duraturo. Oltre alla sua qualità artistica, la pellicola ha anche un valore storico e sociale. Ha raccontato in modo crudo e veritiero le tensioni dell'emigrazione interna, i conflitti tra tradizione e modernità, tra legami di sangue e individualismo. La sua rappresentazione della violenza, della sensualità e della disperazione fu talmente esplicita da causare problemi con la censura dell'epoca, che richiese diversi tagli.
Il film ha vinto il Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1960 ed è stato acclamato dalla critica internazionale. È considerato uno dei massimi esempi di cinema d'autore italiano e un punto di riferimento per le generazioni successive di registi. L'eredità di Visconti, in questo film, si manifesta nella sua capacità di unire il rigore del documentarismo sociale con la grandezza della tragedia, creando un'opera che è al tempo stesso intima e universale.
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I soliti ignoti è un film del 1958, diretto da Mario Monicelli.
"I soliti ignoti" è un capolavoro del cinema italiano, una pellicola che ha segnato un punto di svolta e che continua a essere amata e studiata a decenni di distanza. È un film del 1958, diretto da Mario Monicelli, che ha saputo mescolare sapientemente la commedia con il genere del "crime movie", dando vita a una formula nuova e rivoluzionaria.
La trama de "I soliti ignoti" è apparentemente semplice, ma la sua genialità risiede nel modo in cui viene sviluppata. La storia ruota attorno a un gruppo di ladruncoli romani, più che altro una banda di disoccupati e piccoli imbroglioni, che si trovano quasi per caso a organizzare quello che dovrebbe essere il "colpo della vita": svaligiare il Monte di Pietà, un istituto di credito dove si custodiscono gioielli e preziosi.
I personaggi, che sono il vero cuore del film, vengono introdotti fin da subito con le loro debolezze e i loro sogni. C'è Cosimo (interpretato da Memmo Carotenuto), un ladro di professione, il più navigato del gruppo, che finisce in galera per un piccolo furto; Peppe "er Pantera" (Vittorio Gassman), un pugile suonato e disoccupato, che non ha il coraggio di rubare nemmeno una borsetta; Capannelle (Carlo Pisacane), un vecchio affamato e ingenuo; Mario (Renato Salvatori), un giovanotto innamorato; e Ferribotte (Tiberio Murgia), un siciliano che cerca di far colpo sulla sorella di Mario.
Il film prende il via con il tentativo di Cosimo di farla franca e uscire di prigione per poter mettere a segno il colpo. Non riuscendoci, delega il compito a Peppe, il quale si trova a ereditare un piano che non sa nemmeno come leggere. È così che si forma la sgangherata banda, che si arricchisce anche della presenza di Nicoletta (Carla Gravina), la cameriera del Monte di Pietà, e del "maestro" Dante Cruciani (Totò), un ladro in pensione, che dovrebbe insegnare loro a scassinare.
Le preparazioni per il furto sono un susseguirsi di gag e disavventure. I ladri, incapaci di usare gli attrezzi, provano a forzare un muro per sbaglio, usano un martello pneumatico che fa un rumore infernale e non riescono a trovare la cassa da scassinare. La suspense si mescola continuamente con la comicità, creando una tensione comica che è la vera cifra stilistica del film. La sera del colpo, dopo una serie di peripezie, i ladri riescono finalmente a sfondare il muro... ma non entrano nel Monte di Pietà. Si trovano invece nella cucina di un appartamento confinante, dove l'unica cosa che riescono a rubare sono dei maccheroni con i ceci. Il loro fallimento è totale, ma è proprio in quel momento che il film rivela la sua profondità. Non c'è gloria nel crimine, solo una disperata ricerca di dignità.
La scena finale, con i ladri che mangiano i maccheroni in quella cucina deserta, è diventata un'icona del cinema. Il fallimento li unisce in un momento di autentica umanità e malinconica rassegnazione.
La regia di Mario Monicelli in "I soliti ignoti" è un esempio magistrale di come si possa dirigere un film con un occhio attento sia alla trama che al dettaglio dei personaggi. Monicelli non si limita a raccontare una storia, ma crea un'atmosfera unica, miscelando sapientemente elementi di diversi generi.
Innanzitutto, Monicelli ha il merito di aver dato vita alla "commedia all'italiana". Prima di questo film, la comicità italiana era spesso legata a un'eredità teatrale e a personaggi macchiettistici. Con "I soliti ignoti", la risata nasce dalle situazioni, dai dialoghi e, soprattutto, dalla critica sociale. Il regista, infatti, non prende in giro i suoi personaggi, ma li osserva con un misto di affetto e realismo. Le loro disavventure sono lo specchio di una società in difficoltà, quella dell'Italia del Dopoguerra, dove la disoccupazione e la povertà spingevano le persone a cercare soluzioni disperate.
Monicelli utilizza una regia dinamica, con una macchina da presa che segue i personaggi, rendendo la narrazione fluida e avvincente. Le inquadrature non sono mai casuali; ogni scena è studiata per valorizzare le espressioni degli attori e le situazioni comiche. L'uso di riprese in esterni, nelle vie di Roma, aggiunge un tocco di autenticità e realismo, rendendo la storia ancora più credibile. La famosa sequenza in cui i ladri cercano di forzare il muro è un capolavoro di montaggio e ritmo, con un crescendo di rumori e frustrazione che culmina nella gag finale.
Un altro aspetto fondamentale della regia di Monicelli è la capacità di bilanciare la comicità con la malinconia. Il film non è mai solo una farsa. C'è un fondo di tristezza e rassegnazione che emerge in momenti chiave, come la scena in cui Peppe si confida con Nicoletta o il finale agrodolce. Questo dualismo tra riso e pianto è la vera firma di Monicelli e il tratto distintivo della commedia all'italiana.
Il successo de "I soliti ignoti" è dovuto in gran parte al suo straordinario cast, una vera e propria "all-star" del cinema italiano. Monicelli ebbe la geniale intuizione di affidare i ruoli principali ad attori che fino a quel momento non erano associati al genere comico, come Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni.
Vittorio Gassman nel ruolo di Peppe "er Pantera" è una vera rivelazione. Fino ad allora era conosciuto come un attore drammatico, dal portamento imponente e dalla dizione perfetta. Qui, Gassman si trasforma, assumendo un accento romano sguaiato, un'andatura goffa e una recitazione che trasuda fragilità e insicurezza. La sua interpretazione è un capolavoro di comicità e umanità, che lo consacrò come uno dei più grandi attori italiani.
Marcello Mastroianni, nel ruolo del fotografo Tiberio, è un'altra scelta azzeccata. Mastroianni, con il suo carisma naturale e la sua eleganza, incarna un personaggio che è in bilico tra la serietà e il desiderio di una vita migliore. Sebbene il suo ruolo non sia centrale come quello di Gassman, la sua presenza contribuisce a elevare il livello della recitazione complessiva.
Ma il film non sarebbe lo stesso senza i suoi "spalle", i caratteristi che rendono la banda di ladri così memorabile. Totò, nel ruolo di Dante Cruciani, è semplicemente geniale. La sua lezione teorica su come scassinare le casseforti, con tanto di disegni, è un pezzo di storia del cinema, in cui il genio comico di Totò si esprime al meglio. A quel punto della sua carriera, Totò era considerato un attore un po' in declino, ma Monicelli, con questa piccola parte, lo riportò alla ribalta, dimostrando che era ancora un gigante della comicità.
Anche gli altri attori sono perfetti nei loro ruoli: Renato Salvatori è il giovane innamorato Mario, Carlo Pisacane è l'anziano e affamato Capannelle, e Tiberio Murgia è il siciliano Ferribotte, con i suoi eccessi di gelosia. Ognuno di loro contribuisce a creare un microcosmo di personaggi indimenticabili.
Oltre alla trama, alla regia e al cast, ci sono altri aspetti che rendono "I soliti ignoti" un film così importante.
La sceneggiatura, scritta da Suso Cecchi D'Amico, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli e lo stesso Monicelli, è un gioiello di scrittura. I dialoghi sono brillanti, ricchi di espressioni tipiche dell'epoca e dei vari dialetti, che rendono i personaggi vivi e autentici. La struttura narrativa, che alterna momenti comici a quelli più malinconici, è perfetta.
La musica di Piero Umiliani è un altro elemento fondamentale. Il tema principale, con le sue note jazz, è diventato iconico e si adatta perfettamente al tono del film, mescolando l'atmosfera da "noir" americano con un sapore tutto italiano.
Infine, l'eredità de "I soliti ignoti" è immensa. Il film è considerato il capostipite della commedia all'italiana, un genere che ha dominato il cinema italiano per decenni. Ha ispirato innumerevoli altre pellicole e ha influenzato registi e sceneggiatori in tutto il mondo. Il suo mix di comicità, realismo e critica sociale ha dimostrato che si può far ridere il pubblico parlando di temi importanti e, soprattutto, che si può ridere delle proprie sventure. È un film che, pur parlando di un'Italia ormai lontana, continua a essere straordinariamente attuale per la sua profonda umanità.
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Civil War , è un film del 2024 scritto e diretto da Alex Garland.
"Civil War" è un film distopico e d'azione che si distingue per il suo approccio crudo e realistico a un conflitto immaginario che dilania gli Stati Uniti. Scritto e diretto da Alex Garland, noto per opere di fantascienza cerebrale come "Ex Machina" e "Annihilation", il film del 2024 si allontana dai toni fantascientifici per immergersi in un giornalismo di guerra quasi documentaristico.
La narrazione di "Civil War" segue un gruppo di giornalisti di guerra che intraprendono un pericoloso viaggio attraverso un'America frammentata. Il Paese è precipitato in una guerra civile che vede schierate le Forze Occidentali (un'alleanza tra California e Texas) contro un governo federale che ha assunto poteri dittatoriali. Il loro obiettivo è raggiungere Washington D.C., assediata e sul punto di cadere, per intervistare il presidente prima che sia troppo tardi.
La protagonista è Lee Miller (interpretata da Kirsten Dunst), una fotoreporter di guerra ormai disillusa e segnata dalle atrocità viste in altri conflitti. Lee, la cui figura è ispirata alla fotoreporter di guerra Lee Miller, è una professionista scafata che ha documentato guerre in ogni angolo del mondo, ma non avrebbe mai pensato di trovarsi a fotografare la sua stessa nazione in rovina. Il suo compagno di viaggio è Joel (Wagner Moura), un giornalista spavaldo e alla ricerca dello scoop che lo consacrerà. A loro si uniscono il veterano Sammy (Stephen McKinley Henderson), un giornalista anziano e saggio, e la giovane e inesperta aspirante fotografa Jessie (Cailee Spaeny), che idolatra Lee e cerca di emularla.
Il viaggio del quartetto è un'odissea attraverso paesaggi sconvolgenti. I protagonisti attraversano città desolate, sobborghi trasformati in zone di guerra e campi di battaglia improvvisati. Garland non si sofferma sulle cause della guerra, ma mostra le sue conseguenze devastanti sulla popolazione civile. L'America che vediamo è un mosaico di realtà surreali e terrificanti: milizie armate che pattugliano le strade, civili che vivono in comunità autosufficienti, e soldati che compiono atrocità senza remore. Il film non prende una posizione politica chiara, evitando di schierarsi con una fazione. L'attenzione è tutta rivolta all'esperienza dei giornalisti, che sono testimoni muti e talvolta impotenti della violenza. La macchina fotografica e il taccuino diventano gli strumenti attraverso cui il pubblico vede l'orrore, e ogni clic dell'otturatore di Lee è un promemoria del suo ruolo: non giudicare, ma documentare.
Il film è una metafora sul ruolo del giornalismo e sulla sua necessità, anche nei momenti più bui. I personaggi sono costretti a confrontarsi con dilemmi morali, come la scelta tra aiutare le persone o rimanere osservatori imparziali. La giovane Jessie, in particolare, rappresenta l'evoluzione del giornalista: dall'innocenza iniziale alla cruda comprensione che il lavoro non è solo un mestiere, ma una continua lotta per mantenere la propria umanità.
Alex Garland, che ha anche scritto la sceneggiatura, adotta uno stile registico molto particolare, quasi documentaristico. La cinepresa è spesso a spalla, tremolante, e segue da vicino i personaggi, immergendo lo spettatore nell'azione. Non ci sono grandi battaglie spettacolari in stile hollywoodiano; al contrario, le sequenze di combattimento sono caotiche, improvvise e brutali, simili a quelle che si vedono nei telegiornali. Questo approccio minimalista rende la violenza ancora più disturbante, perché sembra reale.
Una delle scelte stilistiche più potenti di Garland è l'uso del suono. Le sequenze d'azione sono spesso punteggiate da colpi di arma da fuoco secchi e assordanti, ma a volte il suono scompare del tutto, lasciando solo un silenzio inquietante o un rumore ovattato, che amplifica il senso di shock e disorientamento dei personaggi e del pubblico. Il film è anche intervallato da momenti di calma surreale, in cui i personaggi sono seduti in un'auto o in un motel, e la colonna sonora, curata da Geoff Barrow e Ben Salisbury, aggiunge un tocco di malinconia e tensione.
Il film si basa su un'estetica visiva che contrasta la bellezza del paesaggio americano con la brutalità della guerra. Vediamo campi verdi e foreste lussureggianti, ma sono interrotti da postazioni militari e veicoli distrutti. Questo contrasto visivo sottolinea l'idea che la guerra non ha risparmiato nulla, neanche i luoghi più idilliaci. La fotografia, curata da Rob Hardy, è eccezionale nel catturare la desolazione e l'orrore in modo sobrio ma potente.
Il successo di "Civil War" è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del cast.
Kirsten Dunst nel ruolo di Lee Miller offre una delle sue migliori interpretazioni. Il suo personaggio è un concentrato di stanchezza, cinismo e rassegnazione. Lee è una figura tragica, un'eroina stanca che non ha più illusioni. I suoi occhi, spesso vuoti e stanchi, raccontano una storia di orrore indicibile. La sua interpretazione è sottile e potente, dimostrando che non serve urlare per comunicare il dolore.
Cailee Spaeny nei panni di Jessie è la rivelazione del film. La sua trasformazione da una fotografa ingenua e impaurita a una professionista che accetta il suo destino è il cuore emotivo del film. La sua reazione alla violenza e il suo desiderio di emulare Lee sono il motore della sua crescita, e Spaeny porta sullo schermo una gamma di emozioni che vanno dalla curiosità alla paura, fino a un'inquietante accettazione della brutalità.
Wagner Moura porta una vitalità e un'energia necessarie al personaggio di Joel. Il suo giornalista è un misto di coraggio, incoscienza e cinismo. Joel è il contrappunto perfetto alla stanchezza di Lee, rappresentando un tipo di giornalismo più aggressivo e meno introspettivo. La chimica tra Dunst e Moura è palpabile, e la loro dinamica è una delle cose migliori del film.
Stephen McKinley Henderson nel ruolo di Sammy è la coscienza del gruppo. Il suo personaggio offre momenti di umanità e saggezza, e la sua performance è un promemoria del costo emotivo che il giornalismo di guerra impone a chi lo pratica per anni. La sua figura paterna e protettiva è un punto di riferimento per i giovani colleghi.
"Civil War" non è un film su "chi ha torto e chi ha ragione", ma piuttosto una riflessione sul costo umano della guerra, sulla fragilità delle società e sul ruolo dei media in un conflitto. Il film evita di spiegare le ragioni della guerra per concentrarsi sulle sue conseguenze, costringendo il pubblico a riflettere su cosa accadrebbe se una nazione si dividesse in fazioni non per un'ideologia, ma per un'escalation di violenza incontrollata.
Garland sembra suggerire che la polarizzazione politica, l'estremismo e la perdita di fiducia nelle istituzioni possono portare a un punto di non ritorno, indipendentemente dalle motivazioni iniziali. Il film è un monito che la guerra civile non è un evento relegato al passato o a paesi lontani, ma un rischio potenziale anche per le democrazie più stabili.
Il finale, in particolare, è un pugno nello stomaco, e sottolinea il messaggio che la violenza genera solo altra violenza, senza vincitori o vinti, ma solo vittime e testimoni. Il film non offre risposte, ma pone domande inquietanti sul futuro e sulla natura umana.
In conclusione, "Civil War" è un film duro, intenso e profondamente inquietante, che si distingue per la sua regia audace, le performance magistrali e un messaggio potente e attuale. È un'opera che rimane impressa nella mente molto tempo dopo la visione, un'esperienza cinematografica che sfida e disturba, ma che è fondamentale per la sua onestà e rilevanza.
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Il maestro giardiniere (Master Gardener), è un film del 2022 scritto e diretto da Paul Schrader
"Il maestro giardiniere" (titolo originale: "Master Gardener") è un film del 2022 che si inserisce perfettamente nel solco della filmografia di Paul Schrader, uno dei registi e sceneggiatori più influenti della Nuova Hollywood. Il film, presentato fuori concorso alla 79ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, consolida la sua "trilogia della solitudine" iniziata con "First Reformed - La creazione a rischio" (2017) e proseguita con "Il collezionista di carte" (2021). Come le opere che lo precedono, "Il maestro giardiniere" esplora i temi della colpa, della redenzione e della ricerca di un senso in un'esistenza apparentemente ordinaria.
La storia ruota attorno a Narvel Roth (Joel Edgerton), un uomo metodico e disciplinato che lavora come giardiniere in una lussuosa tenuta di proprietà di una ricca e volitiva vedova, Mrs. Norma Haverhill (Sigourney Weaver). Il giardino, che Narvel cura con una dedizione quasi monastica, rappresenta l'ordine e la bellezza che l'uomo ha faticosamente costruito per sé. Il suo lavoro non è solo un mestiere, ma una forma di meditazione e di espiazione, un modo per seppellire un passato oscuro che emerge, letteralmente, attraverso i tatuaggi di simboli nazisti che gli coprono il corpo.
Il precario equilibrio della sua vita viene sconvolto dall'arrivo di Maya (Quintessa Swindell), la nipote di Mrs. Haverhill. Maya è una giovane problematica, con un passato di tossicodipendenza e un'esistenza disordinata. La vedova la affida a Narvel affinché le insegni il mestiere, convinta che il rigore del giardinaggio possa aiutarla a trovare una direzione. L'incontro tra i due è l'evento catalizzatore che fa crollare la facciata di tranquillità di Narvel. Il rapporto che si sviluppa tra il protagonista e la giovane ragazza è inizialmente di mentoring, ma si evolve in un'attrazione complessa e proibita. La presenza di Maya costringe Narvel a confrontarsi con i demoni del suo passato, che aveva cercato di sopprimere con un'esistenza di routine e isolamento.
Il film non si concentra tanto sull'azione esterna, quanto sul conflitto interiore dei personaggi. La guerra di Narvel non è contro un nemico esterno, ma contro sé stesso, contro la persona che è stato e che teme di poter tornare a essere. Il giardino, metafora dell'Eden perduto e della possibilità di una rinascita, diventa il palcoscenico di questa lotta. Ogni pianta, ogni fiore, ogni zolla di terra sono un passo verso una possibile redenzione, ma il passato, come un'erbaccia infestante, continua a riaffiorare.
Paul Schrader è noto per il suo "stile trascendentale", un approccio cinematografico che ha teorizzato nel suo libro omonimo. Questo stile si caratterizza per un'estetica minimalista, una narrazione lenta e meditativa e personaggi solitari e tormentati che cercano una redenzione. In "Il maestro giardiniere", questo approccio è evidente in ogni inquadratura. La macchina da presa è statica e osserva i personaggi, dando un senso di claustrofobia e isolamento, anche in un ambiente vasto come il giardino.
Il film si apre con le immagini del protagonista che scrive in un diario, un topos ricorrente nel cinema di Schrader, da "Taxi Driver" in poi. Questo elemento rafforza l'idea che il film sia un viaggio interiore, un monologo esistenziale. I dialoghi sono ridotti all'essenziale, lasciando che siano le espressioni, i gesti e le azioni a parlare. L'uso dei primi piani su Narvel, con il suo volto segnato e gli occhi che riflettono un profondo tormento interiore, è cruciale per la narrazione.
Schrader utilizza la metafora del giardinaggio per esplorare i suoi temi. Il giardinaggio è un atto di controllo, di purificazione e di creazione di bellezza, in netto contrasto con il passato violento e distruttivo di Narvel. I flashback, onirici e disturbanti, che mostrano le sue vecchie attività da suprematista, rompono la serenità del presente e ci ricordano costantemente la sua colpa. La tensione del film non deriva da colpi di scena o esplosioni, ma dalla minaccia costante del ritorno del passato e dalla lotta dei personaggi per mantenere il loro fragile equilibrio.
Le performance del cast sono il fulcro del film, e i tre attori principali offrono interpretazioni memorabili, caratterizzate da una grande contenutezza e intensità.
Joel Edgerton è perfetto nel ruolo di Narvel Roth. Con la sua fisicità imponente e il suo volto espressivo, riesce a comunicare la rigidità e il tormento del personaggio senza ricorrere a dialoghi espliciti. La sua interpretazione è un capolavoro di sottrazione, un ritratto di un uomo che cerca disperatamente di essere una persona diversa da quella che è stato. Il contrasto tra la sua cura meticolosa per il giardino e la violenza repressa che porta dentro di sé è il motore emotivo del film.
Sigourney Weaver nel ruolo di Mrs. Norma Haverhill è una presenza imponente e affascinante. Il suo personaggio è una figura di potere e manipolazione, una sorta di "femme fatale" anziana che ha un rapporto complesso e quasi sadico con il suo giardiniere. Weaver interpreta il ruolo con un misto di eleganza, malizia e autoritarismo, creando un personaggio che è al tempo stesso un benefattore e una minaccia.
Quintessa Swindell è la rivelazione del film. La sua Maya è un personaggio fragile e vulnerabile, ma anche pieno di forza e resilienza. Swindell porta una freschezza e un'autenticità che spezzano la staticità dei personaggi più anziani. La dinamica tra lei e Narvel è il cuore pulsante della storia, e la sua performance è cruciale per rendere credibile il loro legame. Il loro rapporto, inizialmente un'alleanza forzata, si trasforma in una connessione profonda che offre a entrambi una via di fuga dai rispettivi traumi.
"Il maestro giardiniere" è un film denso di simbolismo e tematiche schraderiane. La redenzione è il tema centrale, ma Schrader non la presenta come un percorso facile o garantito. Per Narvel, la redenzione non è dimenticare il passato, ma conviverci, trovando un modo per canalizzare la sua disciplina e la sua violenza repressa in qualcosa di creativo e bello. Il giardinaggio diventa una sorta di terapia, un modo per "sradicare" le erbacce del suo passato.
Un altro tema cruciale è quello dell'identità. Narvel ha abbandonato la sua vecchia identità, ma i tatuaggi sul suo corpo sono un ricordo indelebile di chi era. L'amore e l'accettazione di Maya sembrano offrire una via per superare questa identità, ma il film suggerisce che non si può mai veramente fuggire dal proprio passato. Il finale, come in molti film di Schrader, è ambiguo e aperto, lasciando il pubblico a riflettere sul significato di "redenzione" e su quanto sia possibile cambiare veramente.
Il film affronta anche il tema della natura del male e del modo in cui esso si annida nelle persone, anche in quelle che cercano di nasconderlo. La tranquilla superficie della vita di Narvel è costantemente minacciata dalla violenza che ha compiuto. Schrader non giustifica il passato del suo protagonista, ma lo esplora con un'onestà brutale, spingendo lo spettatore a confrontarsi con la complessità della natura umana.
In sintesi, "Il maestro giardiniere" è un'opera matura e complessa, che riprende i temi cari a Paul Schrader e li rielabora in una forma visivamente elegante e narrativamente potente. È un film che richiede pazienza e attenzione, ma che ricompensa il pubblico con una riflessione profonda sulla colpa, sulla redenzione e sulla possibilità di trovare la bellezza e il senso anche nei luoghi più inaspettati.
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Turné,è un film italiano del 1990 diretto da Gabriele Salvatores.
"Turné" è un film del 1990 diretto da Gabriele Salvatores, un'opera che si colloca come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia della fuga" del regista, iniziata con "Marrakech Express" (1989) e conclusa con il capolavoro premio Oscar "Mediterraneo" (1991). Questi film, pur avendo trame e contesti diversi, sono accomunati dai temi del viaggio, dell'amicizia maschile e della ricerca di un senso o di una via di fuga dalla realtà.
"Turné" è una commedia agrodolce che si distingue per il suo tono intimo e riflessivo, a tratti quasi malinconico, che anticipa le atmosfere di "Mediterraneo" pur mantenendo una sua forte identità.
La storia segue due amici di lunga data, Dario (Diego Abatantuono) e Federico (Fabrizio Bentivoglio), entrambi attori teatrali. I due si apprestano a partire per una tournée nel sud dell'Italia, portando in scena "Il giardino dei ciliegi" di Anton Čechov. Fin dall'inizio, il loro rapporto è messo a dura prova.
Dario è un uomo estroverso, scafato e con i piedi per terra, un attore che si muove tra il teatro e la speranza di un ruolo nel cinema. Federico, al contrario, è un animo tormentato, fragile e propenso alla depressione, completamente distrutto dalla recente fine della sua storia d'amore con Vittoria (Laura Morante), una speaker radiofonica.
Quello che Federico non sa, e che Dario non ha il coraggio di confessare, è che Vittoria ha lasciato l'amico proprio per stare con lui. La tournée, che doveva essere un'occasione per Federico di distrarsi e riprendersi, si trasforma in un viaggio denso di tensione non detta. Il senso di colpa di Dario e la profonda malinconia di Federico creano una distanza tra i due, rendendo il loro viaggio non solo geografico, ma anche emotivo.
La situazione si complica ulteriormente quando Vittoria, indecisa e a sua volta confusa sui suoi sentimenti, raggiunge i due. La donna confessa di essere innamorata di entrambi e pronuncia la frase simbolo del film: "Voi due insieme siete un uomo perfetto". Questa rivelazione spinge i due amici a confrontarsi non solo con la loro amicizia, ma anche con le loro identità e le loro insicurezze.
Il film, attraverso le tappe della tournée, alterna momenti di leggerezza e comicità tipici di Abatantuono con scene di profonda introspezione e riflessione. La narrazione è un delicato equilibrio tra la commedia e il dramma, tra il mestiere dell'attore e la "recita" che si svolge nella vita di tutti i giorni. Il teatro, con le sue finzioni e le sue verità, diventa una metafora della vita stessa. Il finale, in linea con lo spirito dei film di Salvatores di quel periodo, è un'ode all'amicizia e alla libertà, che i due protagonisti scelgono di preservare, rinunciando alla donna e alla loro stessa professione per andare "all'avventura".
In "Turné", Gabriele Salvatores consolida il suo stile e la sua poetica, che lo hanno reso uno dei registi più riconoscibili della sua generazione. Il film è un "road movie" intimo, in cui il viaggio non è solo un mezzo per spostarsi da un luogo all'altro, ma una catarsi, un modo per i personaggi di confrontarsi con sé stessi e con i loro sentimenti.
La regia di Salvatores è caratterizzata da inquadrature ampie che catturano i paesaggi italiani, spesso assolati e malinconici, che fanno da sfondo alle tensioni emotive dei protagonisti. La macchina da presa è attenta a cogliere i dettagli, gli sguardi e le espressioni dei personaggi, svelando le loro fragilità. Il ritmo del film è lento e meditativo, punteggiato da dialoghi che sono al tempo stesso ironici e profondi.
Un elemento distintivo è la colonna sonora, curata dal bluesman Roberto Ciotti, che con le sue note malinconiche e potenti sottolinea le atmosfere del film. La musica non è un semplice accompagnamento, ma un personaggio a sé stante che amplifica le emozioni dei protagonisti. Salvatores dimostra una grande sensibilità nel mescolare generi diversi, passando con naturalezza dalla commedia brillante al dramma intimo, senza mai perdere il suo tocco personale.
Il film fu presentato nella sezione "Un Certain Regard" al 43º Festival di Cannes, un riconoscimento importante che ne sottolineò la qualità e la maturità stilistica, anticipando il trionfo internazionale di "Mediterraneo" l'anno successivo.
Il successo di "Turné" è indubbiamente legato alla straordinaria alchimia del suo cast principale.
Diego Abatantuono, nel ruolo di Dario, offre una performance che va oltre la sua maschera comica. Pur mantenendo il suo inconfondibile umorismo, regala al pubblico un personaggio complesso, un uomo che dietro la sua facciata da "duro" nasconde sensibilità e insicurezze. La sua interpretazione è un perfetto equilibrio tra il cinismo e la tenerezza, rendendo Dario un personaggio profondamente umano e autentico.
Fabrizio Bentivoglio interpreta Federico, il "filosofo" del gruppo, un uomo tormentato che si muove in una costante crisi esistenziale. La sua performance è un ritratto toccante e vulnerabile della malinconia e della fragilità maschile. Bentivoglio incarna con grande sensibilità le insicurezze e le paure del suo personaggio, creando un contrasto perfetto con l'esuberanza di Abatantuono. I due attori, amici nella vita reale, portano sullo schermo una chimica autentica che rende l'amicizia tra Dario e Federico il vero cuore pulsante del film.
Laura Morante, nel ruolo di Vittoria, è la figura che crea il conflitto e che mette in discussione il legame tra i due amici. La sua performance è elegante e sfuggente, e la sua Vittoria è un personaggio complesso, non una semplice "causa" di divisione, ma una donna che cerca, a sua volta, di trovare il suo posto nel mondo e di capire i suoi sentimenti.
Il cast secondario, che include volti noti come Claudio Bisio in un piccolo ruolo, contribuisce a creare un'atmosfera corale e realistica, tipica del cinema di Salvatores di quel periodo.
"Turné" è un film che esplora temi universali come l'amicizia, l'amore, la gelosia, la crisi di mezza età e la ricerca di sé stessi. Il mestiere dell'attore, che richiede di indossare maschere e di interpretare ruoli, diventa una potente metafora della vita. I due protagonisti, pur essendo professionisti del palcoscenico, sono costretti a fare i conti con la "realtà", che si rivela più complessa e dolorosa di qualsiasi sceneggiatura.
Il film riflette sul concetto di "fuga" non come un atto di codardia, ma come una scelta consapevole, un modo per preservare ciò che conta veramente. La decisione finale dei due amici di abbandonare la loro professione per intraprendere un nuovo percorso insieme non è una sconfitta, ma una vittoria. È un atto di liberazione che celebra la loro amicizia come un valore superiore a qualsiasi ambizione professionale o legame sentimentale. In questo senso, "Turné" è un inno alla libertà, al coraggio di ricominciare e alla forza dei legami autentici che sopravvivono alle avversità. È un film che, pur parlando di un'amicizia specifica, riesce a toccare corde universali, rendendolo un classico del cinema italiano contemporaneo.
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Punto di non ritorno (Event Horizon) è un film del 1997, diretto da Paul W. S. Anderson
Uscito nel 1997, Punto di non ritorno è un film di fantascienza horror diretto da Paul W. S. Anderson, un regista che in seguito sarebbe diventato celebre per la sua associazione con la saga cinematografica di Resident Evil. Sebbene al momento della sua uscita non abbia riscosso un grande successo commerciale o di critica, il film ha sviluppato nel corso degli anni un fortissimo seguito di culto, guadagnandosi un posto d'onore tra i classici moderni del genere. La sua miscela di fantascienza, tensione psicologica e puro orrore cosmico lo ha reso un'opera unica e inquietante.
La Trama: Un viaggio nell'inferno
La storia è ambientata nel 2047 e si apre con la scomparsa della nave spaziale sperimentale Event Horizon. Sette anni dopo la sua sparizione, l'astronave riappare misteriosamente nell'orbita di Nettuno, inviando un segnale di soccorso distorto e agghiacciante. Per indagare sull'accaduto, una squadra di salvataggio a bordo della nave Lewis & Clark, comandata dal Capitano Miller (interpretato da Laurence Fishburne), viene inviata sul posto. A bordo della Lewis & Clark si trova anche il Dott. William Weir (Sam Neill), l'ingegnere che ha progettato l'innovativo motore a gravità dell'Event Horizon.
Una volta a bordo della nave fantasma, l'equipaggio scopre che tutti i membri originari sono scomparsi o morti in circostanze orribili. L'astronave è inquietante, silenziosa e sembra un relitto oscuro e gotico, un contrasto sorprendente con l'ambiente spaziale futuristico. Ben presto, la squadra inizia a subire allucinazioni intense e personalizzate, scatenate dal loro subconscio. Weir è perseguitato dal fantasma della moglie morta, Miller rivive un tragico incidente passato in cui ha dovuto abbandonare un membro del suo equipaggio, mentre gli altri sono tormentati dalle loro paure e dai loro sensi di colpa.
Mentre l'orrore si intensifica, Weir rivela il vero scopo del motore dell'Event Horizon: non si limita a piegare lo spazio-tempo per viaggiare più velocemente della luce, ma apre un vero e proprio "buco nero", un portale per un'altra dimensione. L'astronave è tornata da un luogo "oltre l'universo conosciuto", un luogo descritto come un inferno caotico e demoniaco. Il motore non ha solo viaggiato attraverso questa dimensione, ma è stato corrotto da essa, diventando un'entità malvagia e senziente che si nutre delle paure e dei peccati dell'equipaggio.
Il conflitto culmina con Weir, ormai completamente posseduto e impazzito, che cerca di intrappolare la squadra di Miller nell'inferno dimensionale. La lotta per la sopravvivenza si fa brutale e sanguinosa, con scene di gore e violenza estrema che all'epoca dell'uscita spinsero la produzione a tagliare circa mezz'ora di film per evitare un rating di censura troppo restrittivo. Sebbene alcune di queste scene tagliate siano diventate leggendarie tra i fan (e in parte recuperate nelle versioni home video), la versione cinematografica mantiene intatta la sua atmosfera di terrore.
Nel finale, dopo un'esplosione e una strenua battaglia, alcuni membri dell'equipaggio riescono a fuggire a bordo di una sezione della Lewis & Clark. Il film si conclude con un'immagine ambigua e inquietante: mentre i superstiti vengono salvati, una visione di Weir appare a uno di loro, suggerendo che l'orrore dell'Event Horizon non è stato completamente sconfitto e che la malvagità ha lasciato un segno indelebile.
La Regia di Paul W. S. Anderson
Paul W. S. Anderson, che aveva già diretto il fortunato Mortal Kombat (1995), dimostra con Punto di non ritorno una notevole abilità nel creare un'atmosfera opprimente e claustrofobica. Il suo stile visivo si ispira a maestri del genere come Ridley Scott (Alien) e Stanley Kubrick (2001: Odissea nello spazio), ma lo arricchisce con la sua personale sensibilità per l'horror più esplicito e viscerale.
La regia di Anderson eccelle nella costruzione della tensione. L'uso di riprese veloci e frammentate per le scene di allucinazione, l'illuminazione scura e i design degli interni della nave, che ricordano una cattedrale gotica o una prigione medievale, contribuiscono a creare un senso di profonda angoscia. Il film si muove a un ritmo incalzante, alternando momenti di indagine silenziosa e piena di suspense a esplosioni di violenza terrificante. Anderson non si tira indietro nel mostrare le conseguenze fisiche e psicologiche dell'incontro con l'entità maligna, rendendo l'esperienza cinematografica particolarmente disturbante. L'attenzione ai dettagli, dal design del motore a gravità (un intricato groviglio di ingranaggi e cavi) alle divise dell'equipaggio, contribuisce a rendere credibile l'universo del film.
Gli Attori e i Personaggi Principali
Il film si avvale di un cast solido e ben assortito, che eleva la qualità della narrazione.
Laurence Fishburne nel ruolo del Capitano Miller: Il cuore e la coscienza della squadra. Miller è un leader pragmatico, un uomo d'onore che antepone la vita del suo equipaggio alla missione. Fishburne offre una performance misurata e carismatica, incarnando la razionalità che si scontra con l'inspiegabile orrore. Il suo personaggio funge da bussola morale per lo spettatore.
Sam Neill nel ruolo del Dott. William Weir: L'ingegnere visionario, e tragicamente fallimentare, che ha progettato l'Event Horizon. La sua trasformazione da scienziato affascinato dal suo lavoro a figura demoniaca e posseduta è l'arco narrativo più potente del film. Neill è semplicemente terrificante e riesce a trasmettere la sua lenta discesa nella follia con una convincente intensità. Il suo monologo finale, dove descrive "l'inferno" che ha visto, è uno dei momenti più iconici del film.
Joely Richardson nel ruolo di Tenente Starck: Il medico della nave e, in un certo senso, la "final girl" del film. Starck rappresenta la figura del professionista che cerca di mantenere la calma e l'analisi razionale di fronte al terrore crescente. Il suo personaggio offre un punto di vista empatico per il pubblico.
Jason Isaacs nel ruolo di D.J.: Il medico e assistente spirituale dell'equipaggio. Il suo ruolo è fondamentale nel contrasto tra fede e scienza, e la sua brutalizzazione da parte dell'entità aliena è una delle scene più agghiaccianti del film.
Sean Pertwee nel ruolo del Pilota Smith: Un altro membro dell'equipaggio della Lewis & Clark, noto per il suo realismo e la sua schiettezza.
Altri Dettagli e Curiosità
Problemi di produzione e la "Director's Cut" perduta: Il film fu sottoposto a significativi tagli da parte dello studio (Paramount) per ridurre la durata e attenuare il contenuto esplicitamente violento e disturbante. Si dice che la versione originale di Anderson fosse più lunga e molto più cruenta, con scene di mutilazione e orge di sangue ispirate alle visioni dell'inferno. Sfortunatamente, gran parte del materiale tagliato è andato perduto, rendendo impossibile una vera "Director's Cut". Questo ha alimentato il mito del film, con i fan che sognano ancora di vedere la versione integrale.
Influenze e eredità: Punto di non ritorno è un chiaro omaggio a classici della fantascienza e dell'horror. L'estetica della nave e la sensazione di claustrofobia richiamano Alien (1979), mentre il concetto di un'intelligenza aliena che gioca con le menti dei personaggi ricorda Solaris (1972). L'aspetto horror, con le sue visioni infernali e demoniache, ha un debito nei confronti di Clive Barker e del suo Hellraiser. Il film ha a sua volta influenzato innumerevoli opere successive, in particolare nel mondo dei videogiochi (come la serie Dead Space), che hanno ripreso il concetto di "orrore nel profondo spazio" e di un'astronave infestata.
L'Orrore come Metafora: Al di là del suo valore come film di genere, Punto di non ritorno può essere letto come una riflessione sulla scienza e la conoscenza umana. L'astronave Event Horizon non si limita a viaggiare nello spazio, ma "esplora" i limiti della realtà, aprendo un varco che l'uomo non era destinato a varcare. La frase in latino incisa sull'astronave, "Liberate me", aggiunge un ulteriore livello di mistero e disperazione. Il film suggerisce che alcune verità sono troppo terrificanti per essere comprese e che la razionalità non può sempre sconfiggere l'oscurità.
Punto di non ritorno è un film che ha saputo resistere alla prova del tempo. Nonostante le sue imperfezioni e i problemi di produzione, la sua atmosfera opprimente, la sua trama inquietante e le sue performance memorabili lo hanno consacrato come un cult imprescindibile per gli amanti del genere. È un'opera che dimostra come l'orrore più efficace non si trovi tanto nei mostri visibili, quanto nell'ignoto che si nasconde al di là dell'orizzonte.
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Godzilla Minus One Minus Color un film del 2023 diretto da Takashi Yamazaki
Godzilla Minus One (titolo originale Gojira Mainasu Wan) è un film kaijū giapponese del 2023, scritto e diretto da Takashi Yamazaki, che ne ha anche supervisionato gli effetti visivi. Il film è stato un successo strabiliante, non solo in Giappone, ma in tutto il mondo, arrivando a vincere un meritatissimo Oscar per i Migliori Effetti Visivi, un traguardo storico per il franchise e per il cinema giapponese in generale. Il film è una testimonianza di come una visione chiara, un budget relativamente modesto (circa 15 milioni di dollari) e un'incredibile abilità tecnica possano superare le produzioni hollywoodiane più costose.
La trama si svolge in un Giappone devastato dalla Seconda Guerra Mondiale. L'ambientazione è cruciale e il titolo stesso, Minus One, si riferisce proprio a questo: il Giappone, già ridotto a zero dalla sconfitta, viene ulteriormente spinto "sotto zero" dall'arrivo di Godzilla. Il film non è solo la storia di un mostro che attacca, ma un'intensa riflessione sul trauma, sul senso di colpa e sulla resilienza del popolo giapponese.
Trama
Al centro della narossa c'è Kōichi Shikishima, interpretato da Ryunosuke Kamiki, un ex pilota kamikaze che, per pura paura, diserta la sua missione simulando un guasto al suo aereo. Atterra su un'isola isolata, dove si ritrova faccia a faccia con un'enorme creatura, che gli abitanti del luogo chiamano "Godzilla". Paralizzato dal terrore, Kōichi non riesce a sparare, e il mostro distrugge la base, uccidendo quasi tutti. Kōichi sopravvive, ma è tormentato da un profondo senso di colpa che lo perseguita al suo ritorno a casa, dove scopre che i suoi genitori sono morti nei bombardamenti su Tokyo.
La sua vita post-bellica è un'agonia fatta di incubi e sensi di colpa per non aver salvato i suoi compagni. L'incontro con Noriko Ōishi (Minami Hamabe), una giovane donna che ha perso la famiglia e si prende cura di una bambina orfana, Akiko, dà a Kōichi una nuova ragione per vivere. Nonostante il loro legame sia inizialmente pragmatico e basato sulla sopravvivenza, si trasforma gradualmente in una vera famiglia.
Ma la fragile pace è destinata a crollare. Un nuovo, gigantesco e potenziato Godzilla, mutato dalle radiazioni dei test nucleari americani nell'atollo di Bikini, emerge dalle acque e inizia a seminare il panico in Giappone. L'esercito, praticamente inesistente dopo la guerra, non può fare nulla. Spetta a un gruppo di civili, tra cui ex soldati, ingegneri e marinai, organizzare un disperato piano per fermare la creatura. Kōichi si unisce a loro, non per cercare la morte che ha tanto desiderato, ma per combattere finalmente per la vita e proteggere la sua nuova famiglia. Il climax del film è una battaglia epica e commovente, in cui i protagonisti usano l'ingegno e il coraggio per affrontare una minaccia che non può essere sconfitta con la forza bruta.
Regia e Cast
La direzione di Takashi Yamazaki è uno degli elementi chiave del successo del film. Già noto per il suo lavoro come regista e maestro degli effetti visivi (ha lavorato su film come Always: Sunset on Third Street e Stand by Me Doraemon), Yamazaki ha saputo creare un Godzilla non come semplice forza della natura, ma come una rappresentazione tangibile del dolore e della furia scatenata dalla guerra. La creatura, nel film, è una presenza fisica e terrificante, con un design che evoca l'orrore del film del '54, ma con una modernità negli effetti che la rende incredibilmente reale.
Il cast principale è stato universalmente acclamato per le sue interpretazioni.
Ryunosuke Kamiki (Your Name., La città incantata) dona a Kōichi un'umanità straziante, rendendo il suo senso di colpa palpabile in ogni scena.
Minami Hamabe (Let Me Eat Your Pancreas) offre una performance vibrante come Noriko, l'ancora di salvezza per Kōichi.
Gli altri membri del cast, tra cui Yuki Yamada (Shiro Mizushima), Hidetaka Yoshioka (Kenji Noda) e Sakura Andō (Sumiko Ōta), formano un gruppo di personaggi secondari indimenticabili che incarnano lo spirito di sacrificio e collaborazione.
Mentre Godzilla Minus One era ancora nelle sale, il regista Yamazaki ha annunciato la riedizione in bianco e nero. Questa non è una semplice rimozione del colore, ma una meticolosa ri-calibrazione di ogni singolo fotogramma. Yamazaki ha lavorato personalmente alla gradazione del grigio, per assicurarsi che l'impatto visivo fosse lo stesso del film originale del 1954. L'obiettivo era accentuare il dramma e l'orrore, eliminando il colore per concentrare l'attenzione dello spettatore sulle ombre, sulla luce, sulle textures e, soprattutto, sull'intensità emotiva delle performance e degli effetti speciali.
L'effetto è straordinario. La scena dell'attacco di Godzilla nel quartiere di Ginza, già devastante nella versione a colori, acquista nella versione "Minus Color" una nuova e terrificante aura di tragedia storica. Sembra quasi che il film sia stato girato in quell'epoca, una vera e propria reliquia cinematografica ritrovata. Il bianco e nero esalta ogni dettaglio del design di Godzilla e ogni espressione sui volti degli attori, rendendo l'esperienza ancora più intima e potente.
Differenze e Scelte Artistiche
Non ci sono differenze di trama o di montaggio tra le due versioni. La riedizione in bianco e nero è un'operazione puramente artistica, un'audace dichiarazione d'amore per il cinema classico. È una scelta che dimostra la fiducia di Yamazaki nella forza del suo film, sapendo che non ha bisogno degli effetti speciali colorati per impressionare. Anzi, la mancanza di colore spinge il pubblico a notare la cura maniacale per i dettagli degli effetti visivi, dal fumo denso che avvolge le macerie al muso minaccioso di Godzilla che emerge dalla nebbia.
Questa versione ha permesso ai fan di rivivere l'esperienza del 1954 in modo moderno e ha dato ai nuovi spettatori la possibilità di comprendere il contesto storico e cinematografico da cui Godzilla è nato. Godzilla Minus One/Minus Color è un tributo riuscito e un'affermazione del fatto che le radici del genere kaijū sono nel dramma umano e nell'orrore nucleare, non nel semplice spettacolo della distruzione.
In sintesi, Godzilla Minus One/Minus Color è un'opera d'arte a sé stante che esalta e completa il film originale. È la prova che il cinema, quando ha una storia forte da raccontare e una visione chiara, può trascendere la tecnologia e il colore per comunicare emozioni potenti. Se hai amato il film a colori, la versione in bianco e nero ti offrirà una prospettiva nuova e ancora più profonda. Se non hai ancora visto l'opera di Yamazaki, ti consiglio di guardare prima la versione a colori, per apprezzare appieno la magnifica transizione verso la sua controparte monocromatica.
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Tron è un film del 1982 diretto da Steven Lisberger
Tron (1982): Un Viaggio Rivoluzionario nel Cuore del Cyberspazio
Tron, il film del 1982 diretto da Steven Lisberger, non è stato solo una pellicola di fantascienza, ma un vero e proprio esperimento cinematografico che ha spinto i confini della tecnologia e della narrazione visiva. Uscito in un'epoca in cui i computer erano ancora strumenti misteriosi e ingombranti per la maggior parte del pubblico, il film ha avuto l'ardire di portare gli spettatori direttamente dentro un universo digitale, popolato da programmi senzienti, veicoli luminescenti e un'atmosfera unica. Nonostante un successo al botteghino solo moderato al suo debutto, Tron ha guadagnato nel tempo lo status di cult-movie e viene oggi riconosciuto come un'opera pionieristica che ha gettato le basi per l'uso della computer-generated imagery (CGI) nel cinema.
La storia segue le vicende di Kevin Flynn, interpretato da Jeff Bridges, un geniale programmatore di videogiochi che un tempo lavorava per l'azienda ENCOM. Il suo ex-capo, l'ambizioso Ed Dillinger (David Warner), ha rubato i suoi giochi e li ha fatti passare per propri, ottenendo una fulminea carriera. Flynn, ora un gestore di sala giochi, cerca segretamente di hackerare il sistema di ENCOM per recuperare le prove che lo scagionerebbero. Il suo tentativo, però, si scontra con il Master Control Program (MCP), un'intelligenza artificiale tirannica creata da Dillinger che ha ormai preso il controllo totale dell'azienda, sviluppando una coscienza propria e l'intenzione di dominare il mondo digitale e, in seguito, anche quello reale.
Mentre cerca di infiltrarsi nel sistema, Flynn viene accidentalmente digitalizzato da un raggio laser sperimentale e trasportato all'interno della rete informatica di ENCOM. Qui scopre un mondo parallelo, il Grid, dove i programmi sono le versioni digitali dei loro creatori (chiamati "User") e vivono in uno stato di schiavitù, costretti a combattere in giochi mortali per il divertimento dell'MCP. Flynn, in quanto "User", viene visto con una combinazione di timore, reverenza e speranza dai programmi, che credono possa essere il salvatore che li libererà.
All'interno del Grid, Flynn incontra Tron, un programma di sicurezza creato dal suo amico e collega Alan Bradley (Bruce Boxleitner). Tron è uno dei pochi programmi a credere nell'esistenza degli "User" e si schiera con Flynn per combattere il potere dispotico dell'MCP. Insieme, e con l'aiuto del programma Yori (Cindy Morgan), affrontano sfide mortali, tra cui le iconiche corse in moto luminose (le Light Cycles) e le battaglie sui dischi di energia. La loro missione è raggiungere il centro del sistema e distruggere l'MCP per ripristinare l'ordine e la libertà nel mondo digitale. La trama, sebbene semplice, esplora temi complessi come la creazione, l'autorità, la ribellione e il ruolo della tecnologia nella vita umana, il tutto incorniciato da un'avventura avvincente e visivamente mozzafiato.
La vera anima di Tron risiede nella sua regia, curata da Steven Lisberger, e nel suo innovativo approccio agli effetti speciali. Lisberger, che aveva una formazione nell'animazione, ha concepito il film non solo come una storia, ma come una dimostrazione visiva delle possibilità offerte dalla computer grafica. Per realizzare la sua visione, il team di produzione ha dovuto inventare nuove tecniche, combinando elementi che non erano mai stati usati insieme prima in un lungometraggio di tale portata.
Il film è stato uno dei primi a fare un uso estensivo della CGI (Computer-Generated Imagery). Sebbene la quantità di CGI nel film sia relativamente bassa (circa 15-20 minuti), essa era straordinariamente avanzata per l'epoca. Società come la Triple-I (Information International, Inc.) e la MAGI (Mathematical Applications Group, Inc.) sono state le pioniere che hanno creato i modelli tridimensionali dei Light Cycles, dei carri armati e delle astronavi. Questi modelli erano ancora rudimentali rispetto agli standard odierni, ma la loro integrazione con le riprese dal vivo ha creato un effetto mai visto prima.
Tuttavia, la maggior parte del mondo digitale di Tron non è stata creata al computer, ma con una tecnica di animazione tradizionale incredibilmente laboriosa e innovativa chiamata rotoscopio con illuminazione posteriore (backlit animation). Gli attori, vestiti con abiti neri aderenti, venivano filmati su un set completamente nero. Successivamente, ogni singolo fotogramma del filmato veniva stampato su lastre di grande formato e ritoccato a mano, utilizzando un processo di animazione fotogramma per fotogramma. Gli animatori tracciavano le linee luminose sui corpi degli attori, creando l'illusione che stessero brillando. Questo processo richiedeva ore di lavoro per ogni minuto di film e conferisce a Tron il suo stile visivo unico, che fonde l'animazione bidimensionale con la profondità e il movimento della ripresa dal vivo. Il risultato è un'estetica a cavallo tra il film live-action e il cartone animato, che ancora oggi mantiene un fascino inconfondibile. L'approccio di Lisberger era audace e, sebbene il film non abbia rivoluzionato l'industria cinematografica dal giorno alla notte, ha aperto la strada a film futuri che avrebbero fatto della CGI il loro punto di forza, da Terminator 2 a Jurassic Park.
Il cast di Tron è stato scelto in modo intelligente per interpretare sia le loro controparti umane che quelle digitali, creando un legame intrigante tra i due mondi.
Jeff Bridges offre una performance carismatica e coinvolgente nel doppio ruolo di Kevin Flynn e del suo alter ego digitale, il programma Clu. Flynn è l'hacker ribelle e disincantato che si ritrova a essere l'eroe che non si aspettava, mentre Clu è una versione idealizzata e ingenua del suo creatore. Bridges è riuscito a dare spessore a un personaggio che avrebbe potuto essere piatto, infondendogli un senso di meraviglia e di determinazione che rende il suo viaggio emotivamente autentico.
Bruce Boxleitner interpreta Alan Bradley, un programmatore onesto e leale, e la sua controparte digitale, Tron, un programma di sicurezza che incarna la giustizia e l'eroismo. La performance di Boxleitner trasmette l'integrità e il coraggio che rendono Tron un personaggio memorabile, il perfetto paladino in un mondo di programmi sottomessi.
David Warner offre un'interpretazione magistrale nel ruolo del cinico e arrogante Ed Dillinger e, soprattutto, del suo spietato alter ego digitale, il comandante Sark. La sua voce profonda e la sua presenza minacciosa sono fondamentali per rendere questi due personaggi i perfetti antagonisti. Il suo ruolo è completato dalla voce di David Warner stesso per il Master Control Program (MCP), il vero villain del film, la cui presenza vocale è tanto imponente quanto invisibile.
Cindy Morgan è la programmatrice Lora Baines e la sua controparte Yori, un programma compassionevole e intelligente che aiuta Flynn e Tron nella loro missione. Morgan dona a Yori un tocco di umanità e speranza che bilancia la brutalità del mondo digitale.
Colonna Sonora e Eredità Culturale
La colonna sonora di Tron, composta dalla pioniera della musica elettronica Wendy Carlos, è un elemento cruciale che contribuisce a definire l'atmosfera del film. Carlos, nota per i suoi lavori con il sintetizzatore Moog, ha creato una partitura che mescola musica elettronica futuristica con passaggi orchestrali classici eseguiti dalla London Philharmonic Orchestra. Il risultato è un mix innovativo che cattura perfettamente il contrasto tra la freddezza della tecnologia e la lotta quasi spirituale dei personaggi.
L'eredità di Tron è profonda e duratura. Nonostante il suo insuccesso commerciale iniziale, il film è stato riscoperto nel tempo, diventando un punto di riferimento per la cultura geek e per tutti coloro che amano la fantascienza. La sua estetica unica ha influenzato una miriade di videogiochi, film e opere d'arte. Ha dimostrato che le storie potevano essere ambientate interamente all'interno di un computer, aprendo la strada a un genere che avrebbe preso piede negli anni successivi. Nel 2010, il sequel Tron: Legacy, diretto da Joseph Kosinski, ha ripreso la storia di Flynn, rendendo un omaggio a un film che, anche a quasi trent'anni di distanza, continua a essere considerato un'opera di pura visione.
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Automan è una serie televisiva creata nel 1983 da Glen A. Larson.
Automan, una serie televisiva che, pur avendo avuto vita breve, è rimasta impressa nella memoria di chi l'ha vista negli anni '80, grazie alla sua premessa unica e ai suoi effetti speciali all'avanguardia per l'epoca. Creata dal prolifico produttore Glen A. Larson (già padre di successi come Magnum P.I., Supercar e Galactica), la serie andò in onda per una sola stagione, dal 1983 al 1984, con soli 13 episodi. Nonostante il suo insuccesso commerciale, è oggi considerata un piccolo cult della fantascienza televisiva.
La storia ha come protagonista Walter Nebicher (interpretato da Desi Arnaz Jr.), un brillante ma socialmente impacciato programmatore di computer che lavora per il Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD). Walter è un genio della tecnologia, ma il suo grande sogno è quello di diventare un "vero poliziotto" da strada, un desiderio che la sua timidezza e la sua insicurezza gli impediscono di realizzare. La sua frustrazione lo spinge a lavorare su un progetto segreto: un programma informatico avanzatissimo in grado di creare un'intelligenza artificiale olografica che possa esistere nel mondo reale.
Dopo innumerevoli tentativi, Walter riesce nel suo intento. Il risultato è Automan (Chuck Wagner), una proiezione tridimensionale dell'eroe ideale, una figura imponente, sicura di sé, con un fisico atletico e una personalità carismatica. Automan è, in tutto e per tutto, l'alter ego perfetto di Walter: ciò che Walter non è, Automan lo incarna.
L'esistenza di Automan, tuttavia, è vincolata a regole precise e "programmatiche". Può esistere nel mondo reale solo quando Walter si trova di fronte al computer e deve essere creato ogni notte. La sua sopravvivenza dipende da una costante fornitura di energia elettrica, motivo per cui i suoi poteri si affievoliscono durante le interruzioni di corrente. Al fianco di Automan c'è Cursor, un piccolo cubo olografico fluttuante che serve come estensione della sua funzionalità. Cursor può disegnare una linea luminosa che, una volta completata, si materializza in qualsiasi oggetto di cui Automan abbia bisogno, come un'automobile (la famosa Automan Car, una Lamborghini Countach che può compiere svolte ad angolo retto), una moto, un aereo o qualsiasi altro mezzo di trasporto o gadget necessario per combattere il crimine.
Il fulcro della serie è la partnership tra Walter e Automan. Walter è il cervello, l'hacker che lavora dietro le quinte, fornendo informazioni e pianificando le mosse dal suo computer. Automan è il "braccio", il risolutore di problemi sul campo, che affronta criminali, esegue inseguimenti spettacolari e salva vite. La loro collaborazione è costantemente minacciata dal sospettoso Tenente Jack Curtis (Robert Fuller) e dal loro capo, il Capitano Boyd (Gerald S. O'Loughlin), che non riescono a capire da dove provenga questo "nuovo agente" e sono sempre increduli di fronte alle sue straordinarie imprese.
La produzione di Automan è stata interamente orientata a mettere in risalto i suoi rivoluzionari (per l'epoca) effetti speciali. Il creatore Glen A. Larson era noto per le sue serie ad alto contenuto tecnologico, e Automan è stato il suo tentativo di spingere i confini della computer grafica in televisione. La scelta di girare di notte era in parte dovuta alla necessità di creare un'atmosfera coerente con gli effetti luminosi e la tecnologia olografica del protagonista.
Per creare il look iconico di Automan, gli attori indossavano costumi speciali in cui erano state cucite delle strisce di nastro riflettente. In post-produzione, queste linee venivano accentuate con la tecnica del rotoscoping o con effetti di illuminazione, dando l'illusione che il corpo di Automan fosse un'entità luminosa che si muoveva in una griglia digitale. L'effetto era spettacolare e, nonostante oggi possa sembrare datato, all'epoca era assolutamente innovativo per una serie televisiva settimanale.
Gli oggetti creati dal Cursor erano il vero fiore all'occhiello degli effetti visivi. La Automan Car, una Lamborghini Countach nera con contorni blu elettrico, che si disegnava sul terreno e prendeva vita con un ruggito, era una delle scene più iconiche di ogni episodio. Queste sequenze venivano realizzate combinando modellini, animazione tradizionale e riprese dal vivo, il tutto con un costo e una tempistica di produzione elevatissimi. Proprio questo fattore, l'enorme spesa per gli effetti speciali (si stima che ogni episodio costasse tra 1,2 e 1,5 milioni di dollari, una cifra enorme per la televisione dell'epoca), è stato uno dei motivi principali della cancellazione prematura della serie. La produzione di Larson aveva spesso un approccio "a blocchi", riutilizzando musiche e schemi narrativi tra le sue serie, ma in Automan l'investimento sugli effetti visivi era tale da renderlo insostenibile.
Il cast di Automan è stato scelto per rappresentare due lati opposti della stessa medaglia, l'umano e il digitale.
Desi Arnaz Jr., figlio d'arte dei celebri Desi Arnaz e Lucille Ball, interpreta Walter Nebicher. Arnaz ha saputo dare al suo personaggio una vulnerabilità e una goffaggine che lo rendono subito simpatico. Walter è il "cervello" che agisce nell'ombra, e la sua performance trasmette il peso della responsabilità e la segreta ammirazione per la sua stessa creazione.
Chuck Wagner nel ruolo di Automan è stato perfetto per la parte. Con la sua statura imponente, il suo viso da eroe classico e il suo portamento sicuro, Wagner ha personificato l'ideale di perfezione fisica e carisma. Automan parla con frasi concise e logiche, spesso in modo didattico, e la sua mancanza di emozioni umane viene compensata dalla sua straordinaria capacità di risolvere i problemi.
Robert Fuller interpreta il Tenente Jack Curtis, il poliziotto burbero e scettico che incarna il punto di vista del mondo reale. La sua costante diffidenza nei confronti del misterioso "alleato" di Walter crea la giusta tensione comica e narrativa.
Gerald S. O'Loughlin nel ruolo del Capitano Boyd è il tipico superiore che non si capacita di come Walter, il "secchione" del dipartimento, riesca a risolvere casi che i poliziotti da strada non riescono a sbrogliare.
La colonna sonora di Automan, composta da Blake, Donald e Robert J. Walsh, è un perfetto esempio del sound elettronico e sintetico degli anni '80, un genere che si abbinava perfettamente al tema tecnologico della serie. Il tema principale, con le sue melodie elettroniche e il suo ritmo incalzante, è diventato uno degli elementi più riconoscibili dello show.
L'eredità di Automan è quella di un cult televisivo che non ha raggiunto un vasto pubblico, ma che ha lasciato un'impressione indelebile su chi lo ha visto. Il suo fallimento fu in gran parte dovuto alla sua eccessiva ambizione: gli effetti speciali erano troppo costosi per una produzione televisiva settimanale, e la trama, sebbene innovativa, a volte era sacrificata in favore dello spettacolo visivo. Tuttavia, è ricordato come un precursore, un'opera che ha esplorato temi che sarebbero diventati centrali nella narrativa del cyberpunk e della fantascienza in generale: l'interazione tra l'uomo e la sua creazione digitale, l'intelligenza artificiale e la realtà virtuale che si riversa nel mondo fisico. A suo modo, Automan è stato un'anticipazione di concetti che sarebbero stati esplorati in modo più maturo in film come Matrix o Tron (quest'ultimo già esistente ma che ha trovato la sua consacrazione solo in seguito). Per gli appassionati, rimane un simbolo della creatività e dell'ottimismo sfrenato che hanno caratterizzato la fantascienza degli anni '80.
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Flash Gordon è un serial cinematografico del 1936 diretto da Frederick Stephani e Ray Taylor
Flash Gordon, un serial cinematografico che ha segnato un'epoca e che, nonostante sia stato realizzato con un budget limitato e con tecnologie primitive, ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema di fantascienza. Rilasciato nel 1936 dalla Universal Pictures e diretto principalmente da Frederick Stephani, con l'aiuto di Ray Taylor, questo film in 13 capitoli è una pietra miliare che ha plasmato il genere della space opera e ha ispirato intere generazioni di cineasti e creativi.
La storia prende avvio in un'atmosfera di catastrofe globale. La Terra è minacciata da un misterioso e gigantesco corpo celeste, il pianeta Mongo, che ha deviato dalla sua orbita ed è in rotta di collisione con il nostro pianeta, provocando maremoti, terremoti e piogge di meteoriti. Mentre il mondo sprofonda nel panico, il brillante ma eccentrico scienziato Dr. Hans Zarkov (Frank Shannon) costruisce una navicella spaziale con l'intento di volare su Mongo e tentare di deviarlo dalla sua traiettoria di distruzione.
Durante un incidente aereo, il famoso campione di polo di Yale, Flash Gordon (Buster Crabbe), e la sua affascinante compagna di viaggio, Dale Arden (Jean Rogers), si paracadutano illesi vicino al laboratorio di Zarkov. Con riluttanza e un po' di timore, vengono costretti a unirsi allo scienziato nella sua missione suicida. Insieme, decollano per lo spazio profondo, a bordo di un razzo che, a dispetto del suo aspetto rudimentale, riesce a raggiungere Mongo.
Atterrati su questo mondo alieno, scoprono che il pianeta non è disabitato, ma governato con il pugno di ferro dal crudele imperatore Ming lo Spietato (Charles Middleton), un tiranno asiatico che gode nel terrorizzare e schiavizzare i popoli sottomessi. L'obiettivo di Ming è conquistare la Terra, che considera un premio. I tre terrestri vengono immediatamente catturati e Flash è costretto a battersi in un'arena contro i temibili Uomini Scimmia. Le loro avventure si sviluppano attraverso 13 capitoli, ognuno dei quali si conclude con un "cliffhanger" che lascia gli spettatori con il fiato sospeso, spingendoli a tornare al cinema la settimana successiva.
Flash, Dale e Zarkov si rendono conto che l'unico modo per sconfiggere Ming è unire i popoli sottomessi di Mongo, che vivono in regni separati. Tra questi si distinguono gli Uomini Leone di Principe Thun, gli Uomini Falco del Principe Barin (un rivale di Flash, ma anche un potenziale alleato) e i sottomarini Uomini Pesce di Mongo. Un ruolo cruciale è quello di Aura (Priscilla Lawson), la figlia di Ming, che è segretamente innamorata di Flash e che, con la sua gelosia e il suo aiuto ambiguo, fornisce una costante fonte di dramma e complicazioni. La lotta di Flash per unire questi regni, liberare Dale e rovesciare il regime di Ming, costituisce il cuore dell'avventura, che culmina in un finale in cui i nostri eroi riescono finalmente a sventare i piani di Ming e a far ritorno sulla Terra.
La produzione di Flash Gordon è un esempio lampante di come la creatività possa superare i limiti di un budget ridotto. Con soli 350.000 dollari a disposizione, i registi Frederick Stephani e Ray Taylor dovettero fare di necessità virtù, e il risultato finale è una testimonianza della loro ingegnosità.
Il formato seriale, tipico dell'epoca, prevedeva una produzione a ritmo serrato e il riutilizzo di materiali già esistenti per risparmiare. Numerosi set, costumi e oggetti di scena vennero riciclati da precedenti produzioni Universal, come il film del 1930 Just Imagine e altre pellicole horror. Per esempio, le "strane" creature di Mongo sono spesso attori in costumi da rettili o altre maschere animali, una scelta che, sebbene datata, contribuisce al fascino retrò del serial.
Gli effetti speciali sono un altro aspetto che definisce il film. Realizzati con tecniche di modellismo, pittura su vetro (matte painting) e stop-motion, sono ingenui ma efficaci. Le astronavi che si muovono nel vuoto cosmico sono chiaramente dei modellini appesi a fili, ma l'illusione funziona e contribuisce a dare a Flash Gordon il suo inconfondibile stile visivo. Lo stesso vale per le riprese del razzo che atterra su Mongo, che combinano modelli in miniatura con riprese in studio per creare la suggestione di un mondo alieno.
La regia di Stephani si concentra sulla narrazione episodica e sui "cliffhanger" di fine capitolo. Ogni episodio termina con Flash o uno dei suoi compagni in una situazione di pericolo mortale, come cadere in un dirupo o essere attaccato da una creatura mostruosa. Questo stratagemma narrativo, pur se ripetitivo, era la chiave del successo dei serial, assicurando che gli spettatori tornassero al cinema la settimana successiva per vedere come l'eroe sarebbe riuscito a salvarsi. La colonna sonora, infine, non è originale, ma è un'abile compilazione di musica classica preesistente, in particolare l'ouverture di Les Préludes di Franz Liszt, che conferisce al serial un senso di grandiosità e drammaticità.
Il successo di Flash Gordon è indissolubilmente legato alle performance dei suoi attori, che hanno incarnato i loro personaggi in modo così convincente da renderli iconici.
Buster Crabbe nel ruolo di Flash Gordon è stato un'ispirazione. Ex nuotatore olimpionico, il suo fisico scultoreo e la sua innata atleticità lo rendevano perfetto per il ruolo. Crabbe interpretava Flash come un eroe classico: onesto, coraggioso, un po' ingenuo ma sempre pronto a difendere i deboli e a battersi per la giustizia. La sua figura divenne sinonimo di Flash Gordon per una generazione intera di spettatori.
Jean Rogers interpreta Dale Arden, il prototipo della "damsel-in-distress" dei serial. Nonostante la sua figura fosse spesso quella della fanciulla in pericolo, Dale mostrava momenti di coraggio e ingegno. La sua bellezza e la sua vulnerabilità la rendevano un obiettivo costante per Ming e un'ulteriore motivazione per le gesta eroiche di Flash.
L'interpretazione più memorabile è forse quella di Charles Middleton nel ruolo di Ming lo Spietato. Con la sua testa rasata, le lunghe vesti ornate e il suo sguardo sinistro, Middleton ha creato un villain iconico che è diventato il metro di paragone per tutti i futuri "signori del male" della fantascienza. Il suo Ming è un tiranno teatrale, crudele e affascinante, che incarna la minaccia dell'Est in un'epoca di crescenti tensioni geopolitiche.
Frank Shannon nel ruolo del Dottor Zarkov fornisce un elemento di eccentricità e intelligenza. È il genio scientifico che rende possibile il viaggio nello spazio, un personaggio cruciale che bilancia il coraggio fisico di Flash con la sua acutezza mentale.
Infine, Priscilla Lawson interpreta in modo affascinante la sensuale e imprevedibile Principessa Aura, la figlia di Ming. Il suo personaggio è un mix di lealtà verso il padre e attrazione per Flash, creando un'ambiguità morale che la rende uno dei personaggi più intriganti del serial.
L'impatto di Flash Gordon è stato enorme e duraturo, superando di gran lunga il suo status di "semplice" serial per ragazzi. Ha contribuito a codificare i tropi e le convenzioni della space opera che sarebbero state usate per decenni a venire: il razzo che viaggia nello spazio, la lotta contro un tiranno galattico, il regno di una principessa ribelle e le alleanze con creature aliene.
L'influenza più celebre è senza dubbio quella su George Lucas, che ha riconosciuto pubblicamente come Flash Gordon sia stato una delle sue principali fonti di ispirazione per la creazione di Star Wars. Le similitudini sono evidenti: un eroe improbabile che viaggia nello spazio, un impero malvagio, un tiranno mascherato (Darth Vader come omaggio a Ming), principesse che chiedono aiuto e combattimenti spaziali. Il film ha dimostrato che le storie di avventura ambientate nello spazio potevano affascinare un vasto pubblico, spingendo una nuova generazione di registi a esplorare l'universo narrativo al di là della fantascienza più seriosa e introspettiva.
Nel corso degli anni, Flash Gordon ha dato vita a due sequel diretti (Flash Gordon's Trip to Mars del 1938 e Flash Gordon Conquers the Universe del 1940) e a innumerevoli adattamenti, tra cui il famoso film del 1980 con la colonna sonora dei Queen. Ma è il serial originale del 1936 che rimane un'opera di culto, un vero e proprio "documento" della storia del cinema che, pur con tutti i suoi limiti, ha saputo catturare l'immaginazione e forgiare il futuro della fantascienza su grande schermo.
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Ballata macabra (Burnt Offerings) è un film del 1976 diretto da Dan Curtis.
"Ballata Macabra" (titolo originale Burnt Offerings) è un classico poco celebrato ma incredibilmente efficace del genere horror, un vero gioiello del 1976 che merita di essere riscoperto e analizzato a fondo.
Introduzione al Film
"Ballata Macabra" è un film che opera su molteplici livelli: è una storia di fantasmi, ma anche un'indagine inquietante sulla psiche umana e sui pericoli della negligenza familiare. Diretto da Dan Curtis, noto soprattutto per il suo lavoro nella popolare serie televisiva gotica "Dark Shadows" e per aver co-creato "Le Streghe di Benvenuti" (Trilogy of Terror), il film si distingue per un'atmosfera opprimente e un senso di disagio crescente che si insinua lentamente sotto la pelle dello spettatore. Sebbene non abbia raggiunto la notorietà di altri titoli horror del suo tempo come "L'esorcista" o "Carrie", "Ballata Macabra" è un'opera di grande valore che ha influenzato silenziosamente molti film successivi.
La Trama: Un'Estate da Incubo
La storia segue la famiglia Rolf – Ben (interpretato da Oliver Reed), sua moglie Marian (Karen Black), il loro figlio di dieci anni Davey (Lee Montgomery) e la zia di Ben, Elizabeth (Bette Davis) – mentre cercano una fuga dalla vita frenetica di New York per un'estate tranquilla e rigenerante. Trovano l'annuncio perfetto: una magnifica, ma decisamente vecchia e isolata, villa vittoriana immersa nel verde, offerta a un prezzo incredibilmente vantaggioso.
I proprietari, i misteriosi fratelli Allardyce (interpretati da Eileen Heckart e Burgess Meredith in brevi ma memorabili apparizioni), propongono un accordo insolito: la famiglia Rolf potrà affittare la casa per l'intera estate a condizione che si prendano cura della loro anziana madre, la signora Allardyce, che risiede in una stanza chiusa al piano superiore. I fratelli spiegano che la madre è piuttosto anziana e preferisce la privacy, quindi il loro compito sarà semplicemente quello di lasciare i pasti fuori dalla sua porta. Sembra un affare troppo bello per essere vero, e infatti, lo è.
Non appena la famiglia si trasferisce, la villa inizia a esercitare una strana e sottile influenza su di loro. Marian, in particolare, sembra cadere sotto l'incantesimo della casa. Inizialmente entusiasta e felice, comincia a dedicare tutte le sue energie alla cura e al ripristino della villa, trascurando progressivamente la sua famiglia. Si immerge completamente nel suo ruolo di "custode", diventando quasi ossessivamente protettiva nei confronti della casa e della misteriosa signora Allardyce.
Ben, un ex atleta con un passato di traumi irrisolti (rivelato attraverso inquietanti flashback di un quasi annegamento infantile), è il primo a sentire che qualcosa non va. Diventa sempre più a disagio con l'isolamento della casa e con il comportamento sempre più distante e anomalo di Marian. La sua paranoia cresce, alimentata da una serie di eventi inquietanti: strane luci e rumori, oggetti che si spostano, e la sensazione costante di essere osservato. Le sue preoccupazioni vengono però liquidate da Marian come stanchezza o stress.
Il figlio Davey, un bambino vivace e spensierato all'inizio, inizia a mostrare segni di depressione e debolezza fisica, apparentemente senza alcuna ragione medica. La zia Elizabeth, un'anziana donna pragmatica e saggia, è scettica riguardo alle stranezze della casa, ma anch'essa inizia a sentirne la malsana influenza. Soffre di allucinazioni e di un progressivo indebolimento che la porta a morire in circostanze misteriose.
Man mano che l'estate avanza, la villa sembra succhiare la vita dagli abitanti, non solo fisicamente ma anche emotivamente, rivitalizzandosi a spese della famiglia. Marian si trasforma in una figura fredda e distaccata, quasi una parte della casa stessa, mentre Ben sprofonda nella disperazione e nella follia. La tensione culmina in un finale agghiacciante che rivela la vera natura della villa e il suo insaziabile appetito. La casa non è solo infestata; è un'entità vivente e malevola che si nutre dell'energia e della vitalità di coloro che la abitano, rigenerandosi e tornando al suo antico splendore mentre i suoi inquilini si deteriorano.
La Regia di Dan Curtis
Dan Curtis dirige il film con una mano ferma, concentrandosi sull'atmosfera e sulla costruzione graduale della tensione piuttosto che su jump scare facili. La sua esperienza con "Dark Shadows" gli conferisce una profonda comprensione del gotico e del soprannaturale, che egli sfrutta abilmente. Utilizza inquadrature ampie che enfatizzano l'isolamento della villa e la sua imponente presenza, quasi come un personaggio a sé stante. I primi piani sui volti degli attori, in particolare di Karen Black e Oliver Reed, catturano la loro lenta discesa nella follia e nel terrore.
Curtis si affida molto alla psicologia e all'implicazione, lasciando che lo spettatore colmi le lacune e si immerga nell'orrore suggerito. La casa stessa è filmata in modo da apparire maestosa ma anche minacciosa, un labirinto di ombre e segreti. La sua regia riesce a trasformare un'ambientazione apparentemente idilliaca in una prigione claustrofobica, dove ogni rumore e ogni ombra sembrano nascondere un pericolo imminente. La colonna sonora, seppur non sempre prominente, contribuisce a creare un'atmosfera di cupa inquietudine.
Il Cast: Prestazioni Straordinarie
Il successo di "Ballata Macabra" dipende in gran parte dalle eccezionali interpretazioni del suo cast stellare:
Karen Black (Marian Rolf): La sua performance è il cuore pulsante del film. Black incarna perfettamente la trasformazione graduale di Marian da una madre affettuosa a una figura ossessiva e infine a qualcosa di quasi inumano. La sua capacità di esprimere con sottigliezza il cambiamento psicologico del personaggio è inquietante e memorabile. Il suo sorriso forzato e lo sguardo vitreo mentre si dedica alla casa sono immagini che rimangono impresse.
Oliver Reed (Ben Rolf): Reed offre un'interpretazione potente e viscerale. Il suo Ben è un uomo tormentato, che lotta contro i suoi demoni interiori mentre cerca di mantenere la sua famiglia unita e di capire cosa stia succedendo. La sua discesa nella paranoia e nella follia è credibile e straziante, culminando in un'esplosione di terrore che è difficile da dimenticare. La sua interazione con Black crea una dinamica di coppia disfunzionale e terrificante.
Bette Davis (Zia Elizabeth): Anche in un ruolo secondario, la leggendaria Bette Davis brilla. La sua zia Elizabeth è il personaggio più scettico e con i piedi per terra all'inizio, ma anche lei non è immune all'influenza malefica della casa. La sua performance aggiunge un tocco di classe e gravitas al film, e la sua sequenza finale è particolarmente commovente e tragica.
Lee Montgomery (Davey Rolf): Il giovane Montgomery riesce a trasmettere efficacemente il terrore e la vulnerabilità di un bambino intrappolato in una situazione orribile, senza capire appieno cosa stia succedendo intorno a lui. La sua progressiva debolezza è un segno visibile del potere distruttivo della casa.
Burgess Meredith e Eileen Heckart (I Fratelli Allardyce): Sebbene le loro apparizioni siano brevi, questi attori veterani lasciano un'impressione duratura con le loro interpretazioni enigmatiche e leggermente sinistre, che gettano le basi per il mistero della casa fin dall'inizio.
Temi e Simbolismo
"Ballata Macabra" è ricco di temi e simbolismi che vanno oltre la semplice storia di fantasmi:
Il Sacrificio: Il titolo originale, "Burnt Offerings" (Offerte Bruciate), è evocativo e centrale al tema del sacrificio. La casa richiede "offerte" per mantenere la sua vitalità, e queste offerte sono i membri della famiglia.
La Negligenza Familiare: Il film può essere letto come una metafora della disintegrazione di una famiglia a causa della negligenza e dell'ossessione. Marian, ossessionata dalla casa, trascura il marito e il figlio, e questa negligenza ha conseguenze catastrofiche. La casa, in un certo senso, amplifica e capitalizza sulle disfunzioni latenti della famiglia Rolf.
L'Alienazione e l'Isolamento: La villa, isolata e distante dalla civiltà, simboleggia l'alienazione che i personaggi sperimentano. Più si immergono nell'ambiente della casa, più si allontanano l'uno dall'altro e dalla realtà.
La Casa come Entità Vivente: Uno degli aspetti più affascinanti del film è la rappresentazione della casa non solo come un luogo infestato, ma come un'entità senziente e malevola con una propria volontà e un proprio ciclo vitale, che si rigenera attraverso il deterioramento dei suoi abitanti. Questo concetto è stato ripreso in innumerevoli altre opere horror.
Il Passato che Ritorna: I flashback di Ben e il suo trauma infantile di quasi annegamento suggeriscono che la casa ha la capacità di scavare nei passati dolorosi e di sfruttare le vulnerabilità psicologiche dei suoi abitanti.
Eredità e Riconoscimento
Anche se non fu un successo strepitoso al botteghino, "Ballata Macabra" ha guadagnato uno status di culto nel corso degli anni, ed è spesso citato da critici e cineasti come un esempio eccellente di horror psicologico. Stephen King ha dichiarato che il film è stato una delle sue principali ispirazioni per il suo romanzo "Shining", e le somiglianze tra le due opere sono evidenti: una famiglia isolata in un luogo sinistro, un genitore che impazzisce, e la casa stessa che diventa un personaggio attivo e minaccioso. La capacità del film di generare terrore attraverso l'atmosfera e lo sviluppo psicologico piuttosto che attraverso effetti speciali evidenti lo rende un classico senza tempo.
"Ballata Macabra" è molto più di un semplice film horror. È un'opera profonda e inquietante che esplora la fragilità della psiche umana e la natura distruttiva delle ossessioni. Con una regia sapiente, un cast eccezionale e una trama che si insinua lentamente nella mente dello spettatore, il film di Dan Curtis rimane una pietra miliare del genere e un'esperienza cinematografica da non perdere per gli amanti dell'horror intelligente e atmosferico. Se non l'avete mai visto, è il momento di recuperarlo e lasciarvi avvolgere dalla sua macabra bellezza.
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Leoni per agnelli (Lions for Lambs), è un film del 2007 diretto da Robert Redford.
"Leoni per Agnelli" (titolo originale Lions for Lambs) è un film del 2007 diretto da Robert Redford che si distingue per la sua struttura complessa, il cast stellare e il forte messaggio politico. Non è un film d'azione di guerra nel senso tradizionale, ma piuttosto un'intensa riflessione sulla guerra, sulla politica, sull'informazione e sul ruolo dell'individuo in un conflitto che sembra sempre più distante e incomprensibile.
Introduzione al Film
Uscito in un periodo di intenso dibattito sull'intervento americano in Iraq e Afghanistan, "Leoni per Agnelli" si propone come un'opera provocatoria che sfida lo spettatore a riflettere criticamente sulle motivazioni, le conseguenze e la percezione pubblica della guerra. Robert Redford, noto per il suo impegno civico e la sua filmografia spesso orientata a temi sociali e politici, dirige e interpreta un'opera coraggiosa che esplora tre storie intrecciate, ognuna delle quali illumina un aspetto diverso del panorama bellico e mediatico. Il film non offre risposte facili, ma pone domande difficili e stimola una profonda autocritica.
La Trama: Tre Storie, Un Unico Messaggio
La narrazione di "Leoni per Agnelli" si sviluppa attraverso tre filoni narrativi che si svolgono simultaneamente, ognuno rappresentando una prospettiva diversa sulla guerra in Afghanistan e sul suo impatto sulla società americana.
Washington D.C. - La Politica e i Media: Il primo filone vede la cinica e veterana giornalista Janine Roth (Meryl Streep) convocata nell'ufficio di Jasper Irving (Tom Cruise), un ambizioso e carismatico senatore repubblicano e potenziale candidato presidenziale. Irving ha una "storia esclusiva" da presentare a Janine: un'innovativa e audace strategia militare che prevede l'invio di piccoli team d'élite delle Forze Speciali in punti strategici delle montagne afghane per destabilizzare i vertici di Al-Qaeda e dei talebani prima di una più ampia offensiva. Il loro dialogo è il cuore pulsante di questo segmento. Irving è intento a "vendere" la sua strategia a Janine, usando un linguaggio astuto e manipolatorio, ricco di retorica patriottica e promesse di vittoria. Sottolinea la necessità di "fermare il male" e di "dimostrare leadership". Janine, d'altra parte, è scettica e disillusa. Nonostante la sua lunga carriera e la sua esperienza nel coprire i conflitti, è diventata frustrata dalla crescente distanza tra la realtà sul campo di battaglia e la narrazione edulcorata offerta al pubblico. Mette in discussione le motivazioni di Irving, i costi umani e l'efficacia a lungo termine di tali strategie, sottolineando come i media siano spesso complici nel perpetuare una versione distorta della verità. Il loro confronto è una brillante analisi del rapporto tra potere politico e informazione, e di come la verità possa essere plasmata e distorta per fini strategici.
California - L'Accademia e l'Idealismo Giovanile: Il secondo filone ci porta in un'università della California, dove il professor Stephen Malley (Robert Redford), un brillante ma disilluso docente di scienze politiche, cerca di motivare uno dei suoi studenti più promettenti, Todd Hayes (Andrew Garfield). Todd è un giovane intelligente e privilegiato, ma apatico e cinico, che sembra aver perso ogni senso di scopo. Ha rinunciato a partecipare a un programma di borse di studio e passa il tempo a giocare ai videogiochi e a criticare il sistema. Malley, che in passato ha visto due dei suoi studenti migliori, Arian Finch (Derek Luke) e Ernest Rodriguez (Michael Peña), partire volontari per l'Afghanistan, cerca disperatamente di infondere in Todd un senso di responsabilità e di azione. Attraverso un'appassionata e talvolta dura conversazione, Malley mette in discussione l'indifferenza di Todd, la sua paura di fallire e la sua tendenza a non impegnarsi. Gli racconta la storia di Arian ed Ernest, due studenti con un background sociale e culturale molto diverso da quello di Todd, che hanno scelto di combattere per i valori in cui credevano, spinti da un idealismo puro e dalla convinzione di poter fare la differenza. Malley esorta Todd a non sprecare il suo potenziale e a non diventare un "leone che guida gli agnelli" (in senso negativo, cioè un leader che non è all'altezza del suo compito), spingendolo a trovare un modo per agire e per contribuire.
Afghanistan - Il Campo di Battaglia e la Realtà della Guerra: Il terzo e più crudo filone segue Arian Finch ed Ernest Rodriguez, gli ex studenti di Malley, ora soldati delle Forze Speciali americane in missione in Afghanistan. Il film li mostra durante un'operazione pericolosa e segreta sulle montagne afghane, che si rivela essere proprio la "nuova strategia" di cui il senatore Irving sta parlando a Janine Roth. Arian ed Ernest, pieni di idealismo quando si sono arruolati, si trovano ora faccia a faccia con la brutale e disordinata realtà del combattimento. Durante la missione, il loro elicottero viene abbattuto e si trovano bloccati in territorio ostile, sotto il fuoco nemico e senza possibilità di rinforzi immediati. La loro situazione è disperata. L'eroismo che avevano immaginato è sostituito dal terrore, dalla confusione e dalla lotta per la sopravvivenza. I flashback e i dialoghi tra loro rivelano la loro amicizia, i loro sogni e la loro incrollabile fede in ciò per cui stanno combattendo. Questo segmento è un potente contrasto con le conversazioni teoriche e strategiche che avvengono a Washington e in California, mettendo in evidenza il costo umano della guerra, la fragilità della vita sul campo e l'abisso tra la retorica politica e la cruda realtà del conflitto.
Le tre storie si sviluppano in parallelo, mostrando come le decisioni prese nelle stanze del potere influenzino direttamente la vita dei soldati sul campo, e come la percezione di questi eventi sia filtrata e manipolata dai media. Il film sottolinea la disconnessione tra le élite politiche e mediatiche e coloro che effettivamente combattono e muoiono. La frase "leoni per agnelli", che dà il titolo al film, è una citazione attribuita al generale tedesco Erich Ludendorff (o, in altre versioni, ad Alessandro Magno o ad alcuni generali britannici), che si riferisce a soldati valorosi guidati da comandanti incompetenti. Il film la usa per criticare i leader che mandano giovani idealisti a morire in conflitti mal pianificati o con motivazioni discutibili.
Il finale del film è volutamente aperto e amaramente ironico, lasciando lo spettatore con un senso di disagio e la sensazione che, nonostante il sacrificio, poco cambierà nel ciclo di retorica, guerra e disillusione.
La Regia di Robert Redford
Robert Redford, sia come attore che come regista, ha sempre dimostrato un profondo interesse per le dinamiche di potere, la corruzione e l'idealismo perduto. In "Leoni per Agnelli", la sua regia è misurata ed efficace.
Struttura Non Lineare e Montaggio: Redford adotta una struttura narrativa non lineare, intrecciando le tre storie attraverso un montaggio intelligente che crea tensione e paralleli tematici. Questa scelta stilistica è fondamentale per il messaggio del film, poiché permette di evidenziare i contrasti tra le diverse realtà e di mostrare come ogni segmento sia intrinsecamente collegato agli altri.
Focus sui Dialoghi: Il film è estremamente basato sui dialoghi. Le conversazioni tra Janine e Irving, e tra Malley e Todd, sono lunghe, intense e ricche di sottotesti. Redford permette agli attori di esprimere pienamente la complessità dei loro personaggi e delle argomentazioni, utilizzando inquadrature ravvicinate che catturano ogni sfumatura emotiva.
Contrasto Visivo: Redford utilizza il contrasto visivo per rafforzare i temi. Le scene a Washington e in California sono spesso ambientate in uffici eleganti o aule universitarie illuminate, simbolo del potere e della conoscenza teorica. Le scene in Afghanistan, al contrario, sono cupe, polverose, claustrofobiche e violente, sottolineando la brutalità e il caos della realtà sul campo.
Assenza di Sentimentalismo: Redford evita il sentimentalismo e l'eroismo facile. Le scene di combattimento sono brutali e realistiche, ma non glorificate. L'obiettivo è mostrare il costo umano della guerra, non esaltarla. Non c'è un trionfo finale o una chiara risoluzione, il che rende il film più potente e amaro.
Il Cast: Un Enorme Talento al Servizio della Causa
Il film vanta un cast eccezionale, con attori di primissimo piano che offrono interpretazioni intense e credibili.
Meryl Streep (Janine Roth): Streep è magistrale nel ruolo della giornalista scettica e disillusa. La sua performance è un perfetto equilibrio tra esperienza, cinismo e un barlume di speranza perduta. I suoi occhi esprimono la stanchezza di chi ha visto troppo e sa che la verità è una merce rara. Il suo confronto con Tom Cruise è un duello attoriale di altissimo livello.
Tom Cruise (Senatore Jasper Irving): Cruise sorprende nel ruolo del politico manipolatore e ambizioso. Abbandona il suo solito ruolo di eroe d'azione per interpretare un personaggio più sfumato e moralmente ambiguo. Irving è carismatico e convincente, ma sotto la superficie si percepisce una spietata ambizione. La performance di Cruise è contenuta ma efficace, mostrando la faccia pubblica del potere.
Robert Redford (Professor Stephen Malley): Redford, nel ruolo del professore, è il cuore morale del film. Incarna l'idealismo della generazione precedente che vede i giovani sprecare il loro potenziale. La sua performance è appassionata e sincera, e i suoi monologhi sono potenti richiami all'azione e alla responsabilità.
Andrew Garfield (Todd Hayes): Garfield, prima di diventare una star internazionale, offre una performance notevole come lo studente apatico. Riesce a trasmettere la sua intelligenza latente, la sua disillusione e la sua paura di impegnarsi, rendendo Todd un personaggio con cui molti giovani possono identificarsi.
Derek Luke (Arian Finch) e Michael Peña (Ernest Rodriguez): Questi due attori portano la dimensione umana e tragica del conflitto. Le loro interpretazioni sono piene di convinzione, paura e cameratismo. Sono la personificazione dell'idealismo che viene messo alla prova e distrutto dalla realtà della guerra. La loro chimica e la loro capacità di trasmettere le sfumature della loro amicizia e del loro terrore sono commoventi.
Temi Principali
La Guerra e le sue Ragioni: Il film esplora le diverse motivazioni dietro la guerra: il patriottismo, la necessità di combattere il terrorismo, l'ambizione politica e il desiderio di fare la differenza. Mette in discussione l'efficacia e la moralità di tali conflitti.
Il Ruolo dei Media: "Leoni per Agnelli" critica aspramente il ruolo dei media nell'era moderna, evidenziando come la stampa possa essere usata come strumento di propaganda e come spesso fallisca nel suo compito di informare obiettivamente il pubblico.
L'Idealismo Contro il Cinismo: Il film contrappone l'idealismo dei giovani soldati e del professore al cinismo della politica e dell'informazione, ponendo la domanda su cosa valga la pena combattere e morire.
La Responsabilità Individuale: Redford spinge lo spettatore a riflettere sulla propria responsabilità individuale nel partecipare o meno al dibattito pubblico, nell'informarsi criticamente e nell'agire per i propri valori.
La Disconnessione: Un tema centrale è la disconnessione tra chi prende le decisioni, chi le comunica e chi ne subisce le conseguenze. Le élite lontane dal campo di battaglia prendono decisioni che costano la vita a giovani lontani dalle discussioni accademiche e giornalistiche.
"Leoni per Agnelli" è stato accolto con reazioni miste dalla critica e dal pubblico. Alcuni lo hanno elogiato per la sua intelligenza, il suo coraggio e la sua capacità di stimolare il dibattito, mentre altri lo hanno trovato didascalico o troppo verboso. Molti hanno riconosciuto la bravura del cast e l'importanza del suo messaggio. È stato particolarmente rilevante al momento della sua uscita, poiché il dibattito sulla guerra in Iraq e Afghanistan era ancora molto acceso negli Stati Uniti e nel mondo. Il film ha contribuito a quel dibattito, offrendo una prospettiva critica dall'interno del sistema hollywoodiano.
"Leoni per Agnelli" è un film ambizioso e cerebrale che, a differenza di molti altri film di guerra, non si concentra sull'azione o sull'eroismo, ma sulle conversazioni e sulle idee. È un'analisi tagliente e necessaria della politica, dei media e del sacrificio umano nel contesto di un conflitto moderno. La regia di Robert Redford, le eccezionali performance del cast e la struttura narrativa innovativa lo rendono un'opera significativa e stimolante che continua a risuonare, invitando lo spettatore a non essere un "agnello" passivo ma un "leone" critico e consapevole. È un film che non ti lascia indifferente, costringendoti a riflettere sul significato di "servizio", di "verità" e di "sacrificio" nel nostro mondo complesso.
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King Kong è un film del 1933 diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack
"King Kong" del 1933 non è solo un film, ma un'icona culturale, una pietra miliare della storia del cinema che ha definito il genere del monster movie e ha lasciato un'impronta indelebile nell'immaginario collettivo. Diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack, questo capolavoro è un trionfo di effetti speciali pionieristici, di narrazione avventurosa e di un pathos sorprendente.
Introduzione al Film
"King Kong" non è stato semplicemente un successo di botteghino alla sua uscita nel 1933, ma un fenomeno che ha dimostrato il potere del cinema di creare mondi fantastici e di generare un'empatia inaspettata per una creatura titanica. Il film combina l'avventura esotica, il dramma romantico e l'orrore primordiale, il tutto sostenuto da effetti speciali all'avanguardia per l'epoca, realizzati dal geniale Willis O'Brien. La sua influenza è stata immensa, ispirando innumerevoli imitazioni, sequel, remake e omaggi, e consolidando l'idea che un "mostro" potesse essere non solo una minaccia, ma anche una figura tragica e complessa.
La Trama: La Bestia e la Bellezza
La storia si apre con Carl Denham (interpretato da Robert Armstrong), un ambizioso e spregiudicato regista cinematografico, noto per i suoi film d'avventura esotici e per la sua audacia nel portare la troupe in luoghi selvaggi e inesplorati. Denham è un uomo ossessionato dall'idea di catturare sulla pellicola qualcosa di mai visto prima, un'ultima, grande meraviglia. Per il suo prossimo progetto, noleggia una nave, la "Venture", e assolda una troupe, ma si scontra con il problema di trovare un'attrice disposta a seguirlo in un viaggio così pericoloso.
Per caso, Denham incontra Ann Darrow (Fay Wray), una giovane donna disoccupata e affamata per le strade di New York, e la convince a unirsi all'impresa. Nonostante le perplessità del primo ufficiale Jack Driscoll (Bruce Cabot), che nutre subito un'attrazione per Ann, la nave salpa verso una destinazione misteriosa: un'isola sconosciuta nelle carte nautiche, velata da leggende e superstizioni.
Dopo settimane di navigazione, la "Venture" raggiunge Skull Island, un luogo inquietante e primordiale, perennemente avvolto nella nebbia. L'isola è abitata da una tribù di indigeni che vivono all'interno di un gigantesco muro di pietra, eretto per proteggersi da una creatura mitica che chiamano "Kong". Durante l'esplorazione, la troupe cinematografica assiste a un rituale indigeno in cui Ann viene adocchiata come potenziale "sposa" per Kong. Nonostante i tentativi di Denham e della ciurma di proteggerla, gli indigeni rapiscono Ann dalla nave e la offrono in sacrificio al loro dio scimmia.
È a questo punto che King Kong si rivela: un gorilla gigantesco, alto quindici metri, una forza della natura che domina l'isola e le sue creature preistoriche. Kong prende Ann e la porta nel suo regno, una giungla lussureggiante e pericolosa, abitata da dinosauri, serpenti giganti e altre bestie feroci. Curiosamente, Kong non fa del male ad Ann; invece, la protegge e sembra provare per lei un'attrazione quasi infantile e possessiva. Ann, terrorizzata inizialmente, inizia a percepire una strana connessione con la creatura, l'ultima delle sue specie, sola e isolata.
Nel frattempo, Denham, Driscoll e la ciurma organizzano una spedizione di salvataggio per recuperare Ann. Affrontano i pericoli della giungla, tra cui un T-Rex e un brontosauro, e subiscono pesanti perdite. Alla fine, Driscoll riesce a raggiungere Ann e a salvarla, mentre Kong è distratto da un attacco di dinosauri. La fuga è rocambolesca, e Kong, furioso per aver perso la sua "sposa", li insegue fino al villaggio indigeno. Qui, Denham ha un'idea folle e geniale: catturare Kong. Con l'aiuto di granate fumogene e della nave, riescono a stordire il gigantesco gorilla e a catturarlo.
Il terzo atto del film si svolge a New York. Denham, convinto di aver trovato la sua fortuna e la sua fama, porta Kong in catene come "l'Ottava Meraviglia del Mondo" per esibirlo in uno spettacolo teatrale davanti a una folla curiosa e sensazionalista. La serata si rivela un disastro: i flash dei fotografi e il trambusto del pubblico spaventano Kong, che si libera dalle sue catene.
Il caos si scatena per le strade di New York. Kong, in un'incessante ricerca di Ann, semina distruzione in tutta la città. Alla fine la trova e la porta con sé, arrampicandosi sull'edificio più alto di New York: l'Empire State Building. La scena iconica vede Kong in cima al grattacielo, proteggendo Ann dai biplani che lo attaccano con mitragliatrici. Nonostante la sua forza e la sua disperazione, Kong è sopraffatto. Colpito ripetutamente, la sua presa sull'edificio si indebolisce, e lui cade tragicamente nel vuoto, schiantandosi a terra.
Circondato da una folla e dalla polizia, Denham osserva la scena. Quando un poliziotto commenta che "sono stati gli aerei ad abbatterlo", Denham risponde con la celebre frase: "Oh no, non sono stati gli aeroplani. È stata la Bella a uccidere la Bestia."
La Regia di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack
La regia di Cooper e Schoedsack è un capolavoro di storytelling visivo. Entrambi avevano un background da documentaristi e avventurieri (Cooper aveva un'ossessione per i gorilla e le creature esotiche), il che infonde al film un senso di realismo e avventura.
Pioniere degli Effetti Speciali: Il cuore del film è il lavoro di Willis O'Brien e del suo team sugli effetti speciali. Utilizzando la tecnica dello stop-motion (animando modelli in miniatura fotogramma per fotogramma), le retroproiezioni e la sovrapposizione di immagini, O'Brien ha dato vita a Kong e ai dinosauri in modo incredibilmente convincente per l'epoca. La sua capacità di fondere gli attori dal vivo con le creature animate è stata rivoluzionaria.
Ritmo e Tensione: La regia mantiene un ritmo serrato, passando dall'introduzione dei personaggi al viaggio avventuroso, all'orrore sull'isola e infine al dramma urbano. I registi costruiscono la suspense gradualmente, rivelando Kong solo dopo una lunga preparazione, aumentando l'impatto della sua apparizione.
Uso della Musica: Max Steiner compose una delle prime e più influenti colonne sonore originali per il cinema. La sua musica non è solo un accompagnamento, ma una parte integrante della narrazione, amplificando l'emozione, la tensione e il dramma. Fu una delle prime volte in cui la musica veniva usata in modo così estensivo e integrato.
Immagini Iconiche: Il film è pieno di immagini iconiche: Kong che affronta il T-Rex, Ann nella mano di Kong, Kong che distrugge il treno, e naturalmente, Kong sull'Empire State Building. Queste scene sono entrate nella storia del cinema.
Il Cast: Prestazioni Memorabili
Sebbene l'attenzione sia spesso rivolta agli effetti speciali, le performance degli attori sono fondamentali per dare credibilità alla storia.
Fay Wray (Ann Darrow): La "scream queen" per eccellenza, Fay Wray è indimenticabile nel ruolo di Ann. Le sue urla terrorizzate sono leggendarie, ma la sua interpretazione va oltre: riesce a trasmettere la vulnerabilità, la paura e, infine, una strana forma di pietà per Kong. La sua chimica con la creatura è sorprendentemente efficace.
Robert Armstrong (Carl Denham): Armstrong incarna perfettamente il regista Denham: ambizioso, senza scrupoli, ma anche con un pizzico di fascino e determinazione. È l'archetipo dell'uomo che osa sfidare la natura per la fama e il profitto, e le conseguenze delle sue azioni sono il motore del dramma.
Bruce Cabot (Jack Driscoll): Cabot interpreta il classico eroe avventuroso, l'uomo d'azione che si innamora della damigella in pericolo. La sua determinazione nel salvare Ann lo rende un personaggio simpatico e affidabile.
"King Kong" è un film ricco di temi e simbolismi:
La Bella e la Bestia: Il tema più evidente è la storia de "La Bella e la Bestia", in cui la bellezza della donna selvaggia innesca un'attrazione e una protezione in una creatura mostruosa. Questa relazione è il cuore emotivo del film.
La Natura Contro la Civiltà: Il film mette in contrasto la natura selvaggia e incontaminata di Skull Island con la civiltà moderna e industrializzata di New York. Kong, simbolo della natura primordiale, viene strappato dal suo ambiente e distrutto dalla tecnologia e dalla follia umana.
L'Arroganza Umana: Denham rappresenta l'arroganza dell'uomo che crede di poter dominare la natura e sfruttarla per i propri scopi. La cattura di Kong e la sua esposizione a New York sono atti di hubris che portano alla tragedia.
Il Fascino del Mostro: Kong è sia terrificante che tragico. È un mostro, ma anche una creatura solitaria, l'ultima della sua specie, che agisce per istinto e per un'incompresa attrazione. La sua caduta dall'Empire State Building non è una vittoria per l'umanità, ma una tragedia per una creatura innocente e potente.
L'impatto di "King Kong" sul cinema e sulla cultura popolare è stato gigantesco.
Innovazione negli Effetti Speciali: Ha dimostrato le incredibili potenzialità dello stop-motion e degli effetti visivi, aprendo la strada a generazioni future di cineasti e specialisti degli effetti.
Archetipo del Mostro Cinematografico: Kong ha creato l'archetipo del "mostro tragico", una creatura che incute paura ma genera anche pietà, un modello seguito da Godzilla, il mostro di Frankenstein e molti altri.
Influenza Duratura: Ha ispirato remake (1976, 2005, e il più recente "Kong: Skull Island"), sequel e un'infinità di riferimenti in altri media. La scena dell'Empire State Building è una delle più replicate e omaggiate nella storia del cinema.
"King Kong" del 1933 è un film che trascende il suo tempo. È un'avventura emozionante, un dramma toccante e un trionfo tecnico che ha spostato i confini di ciò che era possibile fare sul grande schermo. Con la sua narrazione epica, i suoi personaggi memorabili e la figura tragica del suo protagonista scimmiesco, rimane un'opera fondamentale e insuperabile, una testimonianza del potere della naratura e della capacità dell'uomo di creare miti moderni che continuano a risuonare ancora oggi.
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Toro scatenato (Raging Bull), è un film del 1980 diretto da Martin Scorsese.
Uno dei capolavori assoluti della storia del cinema: Toro scatenato (Raging Bull), il film del 1980 diretto da Martin Scorsese. È un'opera che trascende il genere sportivo per diventare un'analisi profonda e spietata della natura umana, della violenza, della gelosia e della redenzione.
Il film, basato sull'autobiografia Raging Bull: My Story del pugile Jake LaMotta, non è una semplice narrazione cronologica della sua carriera. È una discesa negli abissi della psiche di un uomo tormentato. La storia segue la vita di Jake LaMotta (interpretato da un magistrale Robert De Niro), un pugile italo-americano noto come "il Toro del Bronx" per la sua ferocia e brutalità sul ring.
Il film si apre con un Jake ormai anziano e appesantito, che si prepara a esibirsi come cabarettista in un night club. Da qui, la narrazione si sposta a ritroso, raccontando la sua ascesa nel mondo del pugilato. La vita di Jake è un susseguirsi di incontri, vittorie e sconfitte, ma la vera lotta non è sul ring, bensì nella sua vita privata. Jake è un uomo irascibile, violento e paranoico, consumato da una gelosia patologica che lo spinge a distruggere ogni rapporto significativo.
Il legame con il fratello e manager Joey LaMotta (un eccezionale Joe Pesci) è il fulcro emotivo della storia. Joey cerca disperatamente di gestire la carriera e la vita del fratello, ma i suoi sforzi sono vani di fronte all'irrefrenabile natura autodistruttiva di Jake. La gelosia di Jake si manifesta in modo brutale soprattutto nei confronti della sua seconda moglie, Vickie (l'esordiente e sorprendente Cathy Moriarty). Ogni sguardo, ogni parola, ogni presunto flirt diventa per Jake una prova di infedeltà, portandolo a scoppi di violenza cieca.
La sua carriera culmina con la conquista del titolo di campione mondiale dei pesi medi, ma il trionfo è effimero. LaMotta, intrappolato nella sua spirale di violenza, si rifiuta di scendere a compromessi con la mafia, un atto di orgoglio che gli costa caro. Il suo rifiuto di perdere un incontro truccato lo porta a subire le ritorsioni della criminalità organizzata. Dopo una sconfitta schiacciante contro Sugar Ray Robinson, in cui sembra quasi cercare la punizione fisica come espiazione dei suoi peccati, la sua parabola discendente è inarrestabile.
Perde il titolo, si ritira dal pugilato, ingrassa in modo impressionante e perde tutti i suoi beni e i suoi affetti. Il film si conclude con la sua caduta definitiva, l'arresto per corruzione di minori e la sua disperata solitudine in una cella. La scena in cui si batte la testa contro il muro in un atto di furia e pentimento è uno dei momenti più iconici e strazianti del cinema.
Toro scatenato è un capolavoro di regia e stile visivo. Martin Scorsese, reduce da un periodo di profonda crisi personale e professionale, riversa nel film tutte le sue ossessioni: la violenza, la colpa, la religione, la mascolinità tossica e la ricerca della redenzione. A differenza dei suoi film precedenti, qui la violenza non è glorificata, ma mostrata in tutta la sua brutalità e futilità.
La scelta di girare il film in bianco e nero non è solo un omaggio all'estetica del cinema classico, ma una decisione artistica fondamentale. Elimina la distrazione del colore e intensifica il contrasto, rendendo il sangue (che appare nero e denso) e il sudore viscerali e grotteschi. Questo stile visivo, curato dal direttore della fotografia Michael Chapman, crea un'atmosfera cupa, quasi espressionista, che riflette lo stato d'animo tormentato di Jake.
Le sequenze di pugilato sono un'opera d'arte a sé stante. Scorsese non le filma come un semplice evento sportivo, ma come un'esperienza sensoriale e psicologica. Con l'uso del ralenti, di suoni amplificati (le corde del ring che si rompono, il rumore dei pugni che si schiantano) e della telecamera che si muove nel ring tra i due pugili, il regista trasforma la boxe in una danza violenta e crudele. Ogni colpo non è solo un atto fisico, ma un'espressione della rabbia e dell'autodistruzione di Jake.
Il montaggio, curato dalla fidata Thelma Schoonmaker, è un altro elemento rivoluzionario. I tagli rapidi e i salti temporali non seguono una logica lineare, ma riproducono il caos e la paranoia della mente di Jake. La narrazione frammentata, con flashback e flashforward, riflette la sua incapacità di mettere ordine nella propria vita.
Il successo di Toro scatenato è indissolubilmente legato alle performance dei suoi attori.
Robert De Niro in Jake LaMotta: Questa è considerata da molti la migliore interpretazione della sua carriera, che gli valse il Premio Oscar come Miglior attore protagonista. La dedizione di De Niro al ruolo è leggendaria. Per interpretare LaMotta, si allenò duramente per mesi, diventando un pugile semi-professionista, per poi interrompere le riprese e ingrassare di quasi 30 chili per le scene finali che mostrano il pugile ormai invecchiato e decaduto. Non è una semplice trasformazione fisica, ma un'immersione totale nel personaggio, che De Niro rende con una rabbia e una vulnerabilità senza precedenti.
Joe Pesci in Joey LaMotta: Il ruolo del fratello e manager è la sua grande rivelazione. Pesci, fino a quel momento un attore poco conosciuto, offre una performance di incredibile intensità e realismo. Il suo Joey è l'ancora di Jake, il suo unico legame con il mondo esterno, ma è anche una vittima della sua rabbia. La sua interpretazione gli valse una nomination all'Oscar come Miglior attore non protagonista.
Cathy Moriarty in Vickie LaMotta: All'epoca una modella senza esperienza di recitazione, la sua interpretazione è un'altra grande sorpresa. La Moriarty incarna perfettamente la bellezza e la fragilità di Vickie, una donna che si ritrova intrappolata nella gabbia di una relazione tossica. Anche lei ottenne una nomination all'Oscar come Miglior attrice non protagonista.
Toro scatenato non è un film sulla boxe. La boxe è solo il palcoscenico su cui si svolge il dramma interiore di Jake. I veri temi del film sono:
L'autodistruzione: Jake LaMotta non è sconfitto dagli avversari sul ring, ma dalla sua stessa rabbia. Il suo più grande nemico è sé stesso, e il film è il ritratto di un uomo che, incapace di gestire le proprie emozioni, distrugge tutto ciò che ama e che potrebbe salvarlo.
La mascolinità tossica: Il film è una critica feroce di un certo tipo di mascolinità, dove la forza fisica è l'unica forma di espressione e la vulnerabilità è un segno di debolezza. La gelosia di Jake è un'estremizzazione di questa ideologia, che lo rende incapace di avere una relazione sana con una donna.
La ricerca della redenzione: Nonostante la sua natura brutale, Jake LaMotta cerca, a suo modo, una forma di redenzione. Il ring diventa un'arena quasi mistica, un luogo di penitenza e sofferenza dove espiare i suoi peccati. La scena finale, con la citazione biblica "Una volta ero cieco, ora posso vedere", suggerisce un'epifania, un momento di consapevolezza tardiva del suo fallimento.
In conclusione, Toro scatenato è un'opera di un'intensità rara, un film brutale e poetico allo stesso tempo. Non è un'opera facile da guardare, ma la sua profondità psicologica, la sua regia innovativa e le sue interpretazioni leggendarie lo hanno reso un'icona del cinema mondiale, un'opera d'arte senza tempo che continua a essere studiata e ammirata per la sua onestà spietata.
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Mani nude è un film del 2025 diretto da Mauro Mancini PARAMOUNT+
Mani nude è un film drammatico del 2024 diretto da Mauro Mancini, noto per il suo precedente lavoro Non mi uccidere. L'opera è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Paola Barbato, vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco nel 2008. Il film è prodotto da Eagle Original Content, Pepito Produzioni e Movimento Film, in collaborazione con Rai Cinema, e distribuito da Medusa Film.
Il film racconta la storia di Davide (interpretato da Francesco Gheghi), un ragazzo diciottenne che conduce una vita normale. Tutto cambia improvvisamente una notte, quando viene rapito e rinchiuso nel cassone di un camion. Risvegliatosi, scopre di essere prigioniero di un'organizzazione clandestina che gestisce incontri di lotta estremi, dove la violenza è l'unica moneta di scambio. L'unica regola è sopravvivere, e per farlo deve combattere a mani nude, senza pietà, contro sconosciuti.
In questo mondo crudele e disumano, Davide viene affidato a Minuto (interpretato da Alessandro Gassmann), un ex-combattente diventato il suo allenatore e carceriere. Minuto è un uomo apparentemente duro e disilluso, ma con il tempo emerge un legame inaspettato tra i due. Questo rapporto, seppur sottile, diventa l'unico spiraglio di umanità e salvezza per Davide, che si ritrova a lottare non solo per la sua vita, ma anche per non perdere la sua anima.
La trama scava a fondo nella psiche dei personaggi, esplorando temi complessi e dolorosi come la banalità del male, la violenza, la sopravvivenza e la redenzione. Il film non offre risposte semplici, ma riflette sulla ferocia della nostra società e sull'eredità del male che si trasmette di generazione in generazione, ribaltando i ruoli storici e le scelte morali.
Mauro Mancini dimostra ancora una volta la sua abilità nel dirigere un film dal forte impatto emotivo. La sua regia è cruda e senza filtri, capace di rendere la brutalità degli incontri clandestini e la claustrofobia della prigionia, mantenendo al contempo un'attenzione meticolosa all'introspezione psicologica dei personaggi.
Mancini utilizza il genere thriller-drammatico per raccontare una storia di crescita e di perdita dell'innocenza, dove la violenza fisica diventa una metafora della lotta interiore. La fotografia, curata da Sandro Chessa, e il montaggio, ad opera di Gianluca Scarpa, contribuiscono a creare un'atmosfera tesa e coinvolgente. Anche la colonna sonora originale, composta da Dardust, gioca un ruolo fondamentale nel sottolineare la drammaticità degli eventi e l'evoluzione emotiva dei protagonisti. Il film è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, riscuotendo un notevole interesse.
Il cast di Mani nude è un elemento chiave del suo successo. Le performance degli attori sono intense e convincenti, capaci di dare profondità a personaggi complessi e sfaccettati.
Francesco Gheghi nel ruolo di Davide: il giovane attore si cala perfettamente nella parte del protagonista, mostrando una grande capacità di esprimere la paura, la disperazione e la tenacia del suo personaggio. Il suo percorso, dalla gioventù innocente alla brutalità della sopravvivenza, è il cuore pulsante del film.
Alessandro Gassmann nel ruolo di Minuto: la sua interpretazione è un'altra colonna portante del film. Gassmann dà vita a un personaggio enigmatico e tormentato, che nasconde dietro una facciata di durezza una profonda umanità. Il rapporto tra Minuto e Davide è un'evoluzione complessa e toccante, che esplora il tema del rapporto padre-figlio in un contesto inaspettato e oscuro.
Fotinì Peluso, Paolo Madonna, Giordana Marengo e la partecipazione straordinaria di Renato Carpentieri completano il cast, offrendo interpretazioni solide che contribuiscono a costruire l'universo narrativo del film.
In sintesi, Mani nude è un'opera cinematografica che va oltre il semplice genere di azione e dramma per diventare un'esplorazione profonda della natura umana. La regia di Mancini, la sceneggiatura tratta dal romanzo di Paola Barbato e l'ottima performance del cast rendono questo film un titolo di rilievo nel panorama cinematografico italiano del 2024, ora disponibile per un pubblico ancora più vasto su Paramount+.
El Cid è un film del 1961 diretto da Anthony Mann.
"El Cid", film del 1961 diretto da Anthony Mann, è uno dei capolavori del genere kolossal storico, un genere che ha segnato profondamente il cinema degli anni '50 e '60. Con una durata imponente, una produzione sfarzosa e un cast stellare, il film narra la leggendaria figura di Rodrigo Díaz de Vivar, meglio conosciuto come El Cid Campeador, eroe nazionale della Spagna medievale.
Regia: Anthony Mann
La regia è affidata al veterano Anthony Mann, noto per i suoi western psicologici e per il suo stile robusto e visivamente potente. Mann, che aveva già diretto grandi film epici come "Gli eroi di Fort Worth" e "L'uomo di Laramie", porta la sua esperienza e il suo tocco personale in questo progetto monumentale. La sua direzione si distingue per l'abilità nel gestire le scene di massa, le battaglie spettacolari e le complesse dinamiche psicologiche dei personaggi. Nonostante il film sia un kolossal, Mann riesce a non perdersi nella grandiosità, mantenendo il focus sulla storia umana e sul dramma personale di Rodrigo e Jimena. La sua visione, supportata da una troupe di talenti italiani, riesce a combinare l'epica hollywoodiana con una certa sensibilità europea, creando un'opera che ha resistito alla prova del tempo.
Trama: L'epopea di un eroe controverso
La trama di "El Cid" si snoda in una Spagna medievale divisa e minacciata dalle invasioni dei Mori. Il film inizia con il giovane Rodrigo Díaz (Charlton Heston), cavaliere castigliano, che, pur in procinto di sposare l'amata Jimena (Sophia Loren), si trova coinvolto in una serie di eventi che ne cambieranno il destino. Accusato di tradimento per aver liberato due emiri mori catturati, si difende in un duello d'onore. L'episodio più drammatico e decisivo è il duello con il padre di Jimena, il conte Gormaz, che lo aveva pubblicamente insultato. Rodrigo, pur non volendo, è costretto a uccidere il conte, scatenando così l'odio e la sete di vendetta di Jimena, che giura di vendicare la morte del padre.
Nonostante l'amore che ancora li lega, Jimena cerca in tutti i modi di ostacolare Rodrigo, che nel frattempo si è guadagnato il soprannome di "El Cid" ("il signore" in arabo) per il suo onore e coraggio. Il film segue le gesta di Rodrigo, che viene esiliato dal re Alfonso VI per la sua insubordinazione e costretto a vagare per il paese. Durante questo esilio, Rodrigo si afferma come un eroe e un leader, attirando a sé un esercito di fedeli che lo seguono nella sua missione di liberare la Spagna. La sua figura, pur non essendo più un nobile di corte, diventa un simbolo di speranza per il popolo.
La trama raggiunge il suo climax con l'assedio di Valencia, città che il Cid intende liberare dal dominio moro. Le scene di battaglia sono epiche e coinvolgenti, con migliaia di comparse e un'accurata ricostruzione storica. Durante l'assedio, Rodrigo viene ferito a morte da una freccia. La sua morte, però, non segna la fine della battaglia. Per non demoralizzare le sue truppe, viene deciso di legare il suo cadavere sul suo cavallo, Babieca, in modo che i soldati possano vederlo e trovare la forza per continuare a combattere. La leggenda vuole che il corpo del Cid, cavalcando tra le sue truppe, terrorizzò i Mori, portando alla vittoria dei Castigliani e alla liberazione di Valencia. Jimena, che nel frattempo si è riconciliata con Rodrigo e lo ha supportato nella sua impresa, assiste a questo epico momento finale.
Attori e Personaggi: La potenza di due icone
Il successo di "El Cid" è in gran parte dovuto alla straordinaria interpretazione dei due protagonisti, Charlton Heston e Sophia Loren.
Charlton Heston (Rodrigo Díaz de Vivar): Reduci dal trionfo di "Ben-Hur", Heston era all'apice della sua carriera e si dimostra perfetto per il ruolo. Con la sua statura imponente, la sua voce profonda e il suo carisma naturale, incarna l'eroe con un mix di forza, onore e vulnerabilità. Il suo Rodrigo è un personaggio complesso, tormentato dal dilemma tra l'amore per Jimena e il suo senso del dovere. Heston riesce a trasmettere la grandezza e la tragicità di un uomo che, pur nella sua solitudine, diventa il simbolo di un'intera nazione.
Sophia Loren (Jimena): La Loren, nel pieno del suo splendore, conferisce al personaggio di Jimena una forza e una passione travolgenti. Il suo ruolo non è quello della semplice dama in attesa, ma di una donna forte e determinata, che si trova a dover affrontare un conflitto interiore straziante: l'amore per l'uomo che ha ucciso suo padre. La sua interpretazione è ricca di sfumature, passando dalla rabbia e dal dolore alla riconciliazione e all'accettazione finale. La chimica tra i due protagonisti è palpabile e contribuisce a rendere la loro storia d'amore il cuore pulsante del film.
Il cast di supporto è anch'esso di prim'ordine, con attori come Raf Vallone nel ruolo del conte Ordóñez, antagonista di Rodrigo, e Geneviève Page in quello della Principessa Urraca.
Altro: Produzione, location e curiosità
"El Cid" fu una produzione colossale, girata quasi interamente in Spagna, con location spettacolari che hanno contribuito a dare al film un'autenticità visiva rara per l'epoca. Furono utilizzati migliaia di comparse, e per le scene di battaglia venne impiegato un notevole dispiegamento di mezzi e risorse. La colonna sonora, composta da Miklós Rózsa, è un altro punto di forza del film, con temi epici e romantici che accompagnano perfettamente le vicende sullo schermo.
Il film ottenne un enorme successo di pubblico e critica, ricevendo diverse nomination agli Oscar, tra cui quella per la migliore scenografia e la migliore colonna sonora. Nonostante le inevitabili licenze poetiche rispetto alla realtà storica, "El Cid" è stato elogiato per la sua capacità di catturare l'essenza della leggenda e di trasformarla in un'esperienza cinematografica epica e commovente. La pellicola rimane oggi un punto di riferimento per il genere storico-epico, un'opera che, pur nella sua grandiosità, non dimentica mai l'umanità dei suoi personaggi e la complessità delle loro scelte.
Elio,è un film del 2025 diretto da Adrian Molina, Domee Shi e Madeline Sharafian.
"Elio": Un Viaggio nel Cuore dell'Universo e della Verità
"Elio" è un film d'animazione del 2025 prodotto da Pixar Animation Studios, che si annuncia come una delle uscite più attese del prossimo anno. L'opera si inserisce nella tradizione dello studio di esplorare temi complessi attraverso storie fantasiose e visivamente sbalorditive. Ciò che rende "Elio" particolarmente intrigante è la sua direzione, affidata a un trio di talenti di spicco: Adrian Molina, già co-regista del premiatissimo Coco, Domee Shi, premio Oscar per il corto Bao e regista di Red, e Madeline Sharafian, nota per la regia del cortometraggio Burrow per la serie SparkShorts. Questa insolita collaborazione promette un film ricco di sfumature, che unisce l'epica narrativa di Molina, la sensibilità emotiva e familiare di Shi e la grazia nel raccontare storie intime di Sharafian.
Il film ha per protagonista Elio Solis, un bambino di 11 anni introverso e sognatore, che vive in un mondo tutto suo. A differenza dei suoi coetanei, Elio preferisce la tranquillità e la solitudine, spesso rifugiandosi nella sua fervida immaginazione. La sua vita, tuttavia, è profondamente legata a quella di sua madre, Olga Solis, una brillante e instancabile scienziata che dirige un progetto di ricerca top-secret chiamato "Progetto A.S.A.", destinato a decifrare strani segnali provenienti dallo spazio.
La vita di Elio subisce una svolta radicale quando, in un momento di distrazione, risponde per errore a una chiamata proveniente dall'universo. Con un colpo di scena tanto comico quanto inaspettato, Elio viene inspiegabilmente teletrasportato su un'enorme astronave nel bel mezzo di un'assemblea intergalattica. Questo luogo, noto come la "Comunione dei Mondi", è una società pacifica di alieni provenienti da ogni angolo della galassia, riuniti per discutere questioni cruciali per la loro coesistenza.
Il dramma comico della trama si scatena quando gli alieni, che hanno intercettato il segnale di Olga con il nome "Elio", lo fraintendono completamente. Credendo che il ragazzo sia il leader di tutta l'umanità, ovvero il nuovo Ambasciatore Interplanetario della Terra, lo accolgono con tutti gli onori e lo convocano per rappresentare il nostro pianeta in un consiglio di importanza cosmica. Elio, spaventato e sopraffatto dalla situazione, si trova costretto a recitare una parte che non gli appartiene. La sua timidezza e la sua innata propensione a evitare il contatto sociale lo rendono un candidato a dir poco improbabile per un ruolo di così grande responsabilità.
La sfida di Elio è mantenere la sua falsa identità senza essere scoperto. Il film si sviluppa in una serie di situazioni esilaranti e toccanti, in cui il ragazzo deve usare la sua intelligenza e il suo umorismo per navigare tra complessi protocolli alieni, intrighi politici e rituali bizzarri. Spesso, la sua conoscenza della cultura pop terrestre e delle abitudini umane, che gli alieni interpretano in modo errato, diventa la chiave per risolvere problemi apparentemente insormontabili. Ad esempio, una sua risposta ingenua o una citazione di un cartone animato potrebbe essere vista come una profonda strategia diplomatica.
Il climax della storia non è solo un confronto intergalattico, ma anche un momento di profonda crescita personale per Elio. Messo alle strette, il ragazzo deve scegliere se continuare con la menzogna per salvare gli alieni da una minaccia imminente o se rivelare la verità, rischiando il caos e forse anche il pericolo per la Terra. La sua scelta, dettata dal coraggio e dall'onestà, insegna agli alieni che la vera leadership non risiede nella forza o nell'autorità, ma nell'autenticità e nella vulnerabilità. Elio, che non era nessuno, diventa un vero leader proprio nel momento in cui ammette di non esserlo. Il film si conclude con Elio che torna sulla Terra, un ragazzo trasformato, più sicuro di sé e pronto a condividere il suo incredibile viaggio con la madre, che ora lo vede sotto una luce completamente nuova.
I personaggi di "Elio" sono un mix affascinante di archetipi familiari e creature aliene stravaganti, ognuno con un ruolo ben definito nella storia.
Elio Solis: Il protagonista, è il cuore emotivo del film. La sua timidezza e il suo essere un sognatore lo rendono un eroe atipico, con cui è facile immedesimarsi. La sua forza non è la sua grandezza, ma la sua umanità, la sua empatia e la sua visione unica del mondo. Il suo arco narrativo è un viaggio dall'insicurezza alla fiducia in sé stesso.
Olga Solis: La madre di Elio, è la sua roccia. È una scienziata brillante e amorevole, ma anche incredibilmente impegnata, che fatica a conciliare la sua vita professionale con il suo desiderio di connettersi profondamente con il figlio. La sua storia parallela è quella di una madre che deve imparare a "leggere" e a fidarsi della sensibilità del figlio.
Maggiore Vera Cruz: Un personaggio secondario, ma fondamentale, che probabilmente funge da ponte tra la Terra e il Progetto A.S.A. La sua presenza a terra fornisce un contraltare alla stravaganza aliena e un elemento di preoccupazione realistico.
Gli Ambasciatori Alieni: La Comunione dei Mondi è popolata da una vasta gamma di specie aliene. Tra i più importanti si distinguono:
L'Ambasciatore Aza: Una figura imponente e autorevole, che rappresenta l'ordine e la rigidità della comunità aliena. La sua interazione con il caotico approccio di Elio è una fonte di grande umorismo.
L'Ambasciatore Pploe: Un personaggio più cauto e probabilmente scettico, che mette in discussione la presunta leadership di Elio. La sua sfiducia costringerà Elio a dimostrare la sua autenticità.
L'Ambasciatore Jamma: Un personaggio più eccentrico o comico, che aggiunge leggerezza e imprevedibilità alla narrazione.
"Elio" si preannuncia come un'altra opera Pixar che va oltre l'animazione per toccare temi universali e profondi. Il tema centrale è l'autenticità. Il viaggio di Elio non è solo un'avventura spaziale, ma una metafora della lotta interiore per trovare la propria voce e accettare sé stessi, anche quando si è diversi. Il film esplora l'idea che a volte le nostre più grandi insicurezze possono diventare le nostre più grandi forze, e che non c'è bisogno di essere un leader per ispirare gli altri, ma basta essere onesti con sé stessi.
La collaborazione tra Adrian Molina (Coco), Domee Shi (Red) e Madeline Sharafian (Burrow) è un fatto inedito e intrigante. Molina, con il suo background in storie epiche e in mondi ricchi di dettagli culturali, probabilmente ha guidato la creazione dell'universo alieno e della sua mitologia. Domee Shi, esperta nel catturare la complessità delle relazioni familiari, ha sicuramente dato il suo contributo per rendere il legame tra Elio e sua madre il cuore pulsante del film. Infine, Sharafian, con la sua abilità nel creare personaggi con cui ci si può connettere immediatamente, ha probabilmente aiutato a dare a Elio la sua vulnerabilità e il suo fascino.
Visivamente, ci si aspetta la consueta qualità Pixar, con un design alieno fantasioso e una palette di colori vibrante che contrasta con la realtà più grigia e monotona della Terra. "Elio" sembra voler riportare Pixar alle sue radici, ovvero la creazione di una storia originale e ad alto concetto, che combina umorismo, avventura e un messaggio profondo e commovente. La sfida è grande, ma il team creativo lascia ben sperare.
In definitiva, "Elio" non è solo un film su un ragazzino che finisce per errore nello spazio, ma una storia universale sulla ricerca di un posto nel mondo e sulla scoperta che a volte, per trovare sé stessi, è necessario perdersi in un universo lontano.
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Opus,Venera la tua stella (Opus) è un film del 2025 scritto e diretto da Mark Anthony Green.
Opus, Venera la tua stella (Opus) è un film del 2025 scritto e diretto da Mark Anthony Green, al suo debutto alla regia di un lungometraggio. Prodotto da A24, il film unisce elementi di horror, musical e satira, esplorando in modo critico il culto della celebrità e l'idolatria nell'era moderna. Il film ha debuttato al Sundance Film Festival il 27 gennaio 2025 e ha avuto una distribuzione nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 14 marzo 2025. Nonostante un budget di 10 milioni di dollari, il film non ha riscosso un grande successo al botteghino, incassando circa 2.2 milioni di dollari e ricevendo recensioni negative da parte della critica.
La storia si concentra su una giovane e ambiziosa giornalista di nome Ariel Ecton (interpretata da Ayo Edebiri), che lavora per una prestigiosa rivista ma fatica a farsi strada e a ottenere le storie che merita. La sua grande occasione arriva quando viene invitata a un esclusivo "listening party" per il nuovo album di Alfred Moretti (John Malkovich), una leggendaria popstar degli anni '90 che si era misteriosamente ritirata dalle scene trent'anni prima. L'evento si tiene nella remota e isolata tenuta di Moretti, nel deserto dello Utah.
Ariel è uno dei sei ospiti invitati, un gruppo eterogeneo che include altri giornalisti, un influencer, un paparazzo e un conduttore radiofonico. Arrivati al complesso, tutti i loro dispositivi elettronici vengono confiscati da un gruppo di persone devoto a Moretti, che si autodefiniscono "Livellisti". L'atmosfera che circonda la tenuta è inquietante: il personale e gli ospiti sembrano venerare Moretti come una divinità.
Inizialmente, l'evento sembra una stravagante ma normale presentazione di un album, ma presto la situazione prende una piega oscura e minacciosa. Alcuni degli ospiti iniziano a sparire o a manifestare strani malori, e Ariel si rende conto che si trova in una situazione molto più pericolosa di un semplice press tour. Moretti e i Livellisti hanno un piano contorto e violento, che si svela progressivamente, trasformando l'evento in una trappola mortale. Ariel deve lottare per la sua sopravvivenza, confrontandosi con le estreme conseguenze del culto della personalità e riflettendo su quanto è disposta a sacrificare per la sua carriera.
Il film esplora temi come la natura dell'arte, la manipolazione, il narcisismo, e il lato oscuro della fama, in un crescendo di suspense e violenza che culmina in un finale terrorizzante e ricco di domande.
Opus, Venera la tua stella segna il debutto alla regia di Mark Anthony Green, ex editor di GQ, e la sua esperienza nel mondo del giornalismo e dello star system americano si riflette chiaramente nel film. Green utilizza la sua conoscenza del mondo della celebrità per costruire una satira cinica e spietata sui culti della personalità e sull'idolatria. Il film è descritto come un'opera visivamente curata e stilisticamente audace, che mescola l'orrore psicologico con un approccio quasi teatrale.
La regia di Green è stata paragonata a quella di altri film horror moderni come Midsommar di Ari Aster e le opere di Ti West, in particolare la trilogia X. La narrazione, tuttavia, è stata giudicata da alcuni critici come confusa e con un ritmo discontinuo. L'opera aspira a essere un commento sociale profondo, ma secondo alcune recensioni, si perde in una serie di cliché e archetipi, rendendo i personaggi poco più che maschere senz'anima. Nonostante ciò, il film è stato elogiato per la sua capacità di costruire un senso di "inquietudine incombente" fin dalle prime scene, mantenendo lo spettatore sul filo del rasoio.
Il cast di Opus, Venera la tua stella è uno dei punti di forza del film, con un ensemble di attori di spicco:
Ayo Edebiri nel ruolo di Ariel Ecton: L'attrice, nota per il suo lavoro nella serie TV The Bear, interpreta la protagonista, una giovane giornalista intrappolata in un incubo. La sua performance è stata generalmente elogiata come "perfetta final girl" in un film horror che le calza a pennello.
John Malkovich nel ruolo di Alfred Moretti: L'iconico attore interpreta la popstar leggendaria che nasconde un piano sinistro. La sua performance è stata descritta come "stravagante" e "magnetica", un personaggio carismatico ma al tempo stesso spaventoso. Le canzoni cantate da Malkovich nel film sono state scritte dai musicisti Nile Rodgers e The-Dream, e sono state pubblicate in un album a parte intitolato Opus: The Moretti EP.
Juliette Lewis, Murray Bartlett (che interpreta il capo di Ariel, Stan), Amber Midthunder, Tatanka Means, Young Mazino e Tony Hale completano il cast in ruoli di supporto.
Il film è stato prodotto dalla casa di produzione A24, nota per i suoi film d'autore e horror psicologici che spesso diventano dei veri e propri cult. La lavorazione del film è iniziata nel novembre 2023, con le riprese principali che si sono svolte a Pojoaque Pueblo, nel Nuovo Messico. Il budget di produzione è stato di circa 10 milioni di dollari. La musica del film, oltre alle canzoni di Moretti, è stata composta da Danny Bensi e Saunder Jurriaans.
Opus, Venera la tua stella ha ricevuto recensioni contrastanti al momento della sua uscita. Molti critici hanno apprezzato l'idea di base e l'atmosfera inquietante, ma hanno trovato la sceneggiatura debole e il ritmo sbilanciato. Il film è stato accusato di essere un "ricalco maldestro" di film di successo come Midsommar e The Menu, e di non riuscire a sviluppare appieno i suoi personaggi. Nonostante un cast di talento, il film non è riuscito a conquistare il pubblico al botteghino, incassando una cifra molto bassa rispetto al suo budget.
In sintesi, Opus, Venera la tua stella è un film ambizioso che cerca di combinare l'horror con una critica al mondo moderno della celebrità. Sebbene non sia riuscito a soddisfare le aspettative di critica e pubblico, rimane un'opera interessante per chi è alla ricerca di un horror psicologico con un'estetica curata e una performance memorabile di John Malkovich.
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Black Tea è un film del 2024 diretto da Abderrahmane Sissako.
I film "Black Tea" (Le Thé et la Justice) del 2024, diretto da Abderrahmane Sissako, sono opere che esplorano temi complessi di giustizia, memoria e identità culturale attraverso una narrazione intima e poetica. Il film, presentato in anteprima alla 74ª edizione del Festival di Berlino, è stato accolto con favore dalla critica per la sua profondità e delicatezza nel trattare argomenti di grande rilevanza sociale e storica.
"Black Tea" segue la storia di Aya, una giovane donna africana che vive in una grande città europea. La sua vita viene stravolta quando suo fratello, che era un attivista politico nel loro paese d'origine, scompare misteriosamente. Aya, convinta che la sparizione sia legata a motivi politici, intraprende un viaggio alla ricerca della verità. La sua ricerca la porta a confrontarsi con il passato del suo paese e con la figura di sua nonna, una donna saggia e resiliente che ha vissuto in prima persona le ingiustizie del regime.
La narrazione si snoda attraverso flashback e sequenze oniriche che intrecciano il presente di Aya con il passato della sua famiglia. Il "tè nero" del titolo non è solo una bevanda, ma un potente simbolo di tradizione, memoria e resistenza. Il rito della sua preparazione diventa un momento di riflessione e di trasmissione di storie e valori da una generazione all'altra. Il film esplora le difficoltà di Aya nel trovare il suo posto tra due culture: quella della sua terra natale, segnata da lotte e tradizioni, e quella europea, moderna ma a volte distante e fredda.
La trama di "Black Tea" è un'indagine non solo su una sparizione, ma anche sulle ferite storiche e sulla necessità di superare il dolore per costruire un futuro di giustizia e speranza. Il film affronta il concetto di "giustizia" in un modo molto ampio, che non si limita alle aule di tribunale ma che riguarda la giustizia morale e sociale, la capacità di ricordare e di perdonare senza dimenticare.
Abderrahmane Sissako, regista di fama internazionale, noto per opere come "Timbuktu" (2014), acclamato dalla critica e candidato all'Oscar, e "Bamako" (2006), porta in "Black Tea" il suo caratteristico stile, che combina un approccio documentaristico con una profonda sensibilità poetica. La sua regia si distingue per la sua capacità di catturare la bellezza e la dignità dei personaggi anche nelle situazioni più difficili.
Sissako utilizza un linguaggio visivo raffinato, con inquadrature suggestive e una fotografia curata, che evocano un senso di malinconia e speranza. Il ritmo del film è lento e meditativo, permettendo allo spettatore di immergersi nelle emozioni dei personaggi e di riflettere sui temi trattati. Nonostante la gravità degli argomenti, il regista evita il melodramma, preferendo un approccio misurato che lascia spazio alla riflessione.
Uno degli elementi più significativi della regia di Sissako è il suo uso del silenzio e del suono. Il suono del tè che viene versato, il vento nel deserto, il fruscio delle foglie, sono tutti elementi che contribuiscono a creare un'atmosfera suggestiva e a comunicare emozioni senza bisogno di dialoghi. Questo stile minimale ma potente rende il film un'esperienza visiva ed emotiva profonda.
Il cast di "Black Tea" è un ensemble di talenti, guidato da attori noti e da nuovi volti:
Nina Mélo nel ruolo di Aya, la giovane protagonista. La sua interpretazione è stata lodata per la sua delicatezza e intensità. Mélo riesce a trasmettere la complessità del personaggio di Aya, divisa tra la sua forza interiore e la vulnerabilità di fronte alle ingiustizie che scopre.
Isaka Sawadogo interpreta il fratello di Aya, un ruolo cruciale nella trama, sebbene la sua presenza sia spesso legata ai flashback.
Fatoumata Coulibaly, nota per il suo ruolo in "Timbuktu", interpreta la nonna di Aya, una figura di grande saggezza e forza che funge da guida spirituale per la nipote.
Le interpretazioni degli attori sono molto misurate e realistiche, in linea con lo stile del regista. Gli attori riescono a comunicare emozioni profonde attraverso sguardi, gesti e silenzi, contribuendo alla forza emotiva del film.
"Black Tea" è una coproduzione internazionale che ha coinvolto diversi paesi, riflettendo la natura globale del film e dei suoi temi. La produzione è stata sostenuta da diverse organizzazioni e fondi per il cinema, a testimonianza dell'importanza del progetto. Il film è stato girato in diverse location, tra cui il Marocco e il Mali, per catturare autenticità.
Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Berlino, dove ha ricevuto un'accoglienza calorosa da parte della critica. Le recensioni hanno elogiato la sua bellezza visiva, la sua profondità tematica e la sua capacità di affrontare questioni complesse con sensibilità. La critica ha notato come "Black Tea" confermi la posizione di Sissako come uno dei registi più importanti del cinema contemporaneo, capace di creare opere che non sono solo belle da vedere, ma che spingono lo spettatore a riflettere su questioni sociali e umane. Nonostante la sua natura di "film d'autore", l'opera ha suscitato un interesse notevole nel pubblico internazionale.
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Il caso Maurizius (L'affaire Maurizius),è un film del 1954 diretto da Julien Duvivier.
Un'Opera di Giustizia e Disillusione: "Il caso Maurizius" (L'affaire Maurizius)
"Il caso Maurizius" (titolo originale: L'affaire Maurizius) è un film del 1954 diretto da Julien Duvivier, uno dei maestri indiscussi del cinema francese e internazionale. Quest'opera, pur non godendo della stessa fama di capolavori pre-bellici come Pépé le Moko o La Belle Équipe, rappresenta un punto alto e maturo nella carriera del regista, un dramma giudiziario e psicologico che scava nelle profondità della morale e della giustizia umana. Il film è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 1928 di Jakob Wassermann, un'opera letteraria di grande spessore che Duvivier trasforma in una pellicola cupa, tesa e splendidamente recitata, fedele allo spirito del testo originale pur nella sua sintesi visiva. Al centro della narrazione non c'è solo un'indagine per un errore giudiziario, ma un profondo e tormentato conflitto tra un padre e un figlio, tra il rigore della legge e l'imperativo della verità.
La storia si svolge in un'atmosfera sospesa tra il dramma giudiziario e il noir psicologico, e si apre con la descrizione di un caso che ha segnato la vita del procuratore distrettuale Wolf Andergast. Otto anni prima, Andergast (interpretato da Charles Vanel) aveva ottenuto la condanna all'ergastolo di Leonhart Maurizius (Pierre Asso) per l'omicidio della moglie, un caso che gli aveva valso grande prestigio professionale. Tuttavia, il processo si era basato in gran parte sulla testimonianza cruciale di un unico testimone, l'enigmatico Gregor Wlassitsch.
Entra in scena il protagonista, Etzel Andergast (interpretato da Daniel Gélin), il figlio diciottenne del procuratore. Etzel è un giovane idealista, brillante e sensibile, che si trova a leggere per caso i documenti del caso Maurizius. Subito, qualcosa non lo convince. La testimonianza di Wlassitsch appare troppo perfetta, costruita in maniera quasi meccanica, e il quadro d'insieme non riesce a placare i suoi dubbi. Spinto da un'innata sete di giustizia e da un'onestà morale che lo porta a disprezzare qualsiasi compromesso, Etzel inizia una personale e segreta indagine.
Il suo percorso lo porta a scontrarsi prima con l'indifferenza e poi con l'ostilità di un mondo adulto e cinico. Il suo primo passo è cercare di capire chi fosse la vittima e chi fosse il testimone chiave. Si reca a trovare Anna Jahn (Eleonora Rossi Drago), un tempo amante della vittima e amica di Wlassitsch. Le sue parole, evasive e piene di reticenze, non fanno che alimentare il sospetto di Etzel: c'è qualcosa che non torna, un segreto che è stato sepolto e che tutti sembrano voler dimenticare. La sua ricerca si fa sempre più disperata e ossessiva, portandolo a consultare vecchi archivi, a incontrare avvocati in pensione e a pedinare potenziali testimoni. Questo è il momento in cui il film si trasforma in un thriller investigativo, ma con un taglio intimo e psicologico, in cui l'unica arma del protagonista è la sua inarrestabile determinazione.
La svolta decisiva arriva quando Etzel riesce a rintracciare Wlassitsch. L'incontro tra i due è uno dei momenti più potenti e drammatici dell'intero film. Wlassitsch (Ullrich Haupt) è un uomo tormentato, che vive in solitudine, perseguitato dal proprio passato. Etzel, con la sua purezza e la sua insistenza, riesce a penetrare la corazza di silenzio dell'uomo. In un'agghiacciante confessione, Wlassitsch ammette di essere il vero assassino. Rivela di aver ucciso la donna che amava, ma non per gelosia o per denaro, bensì per una sorta di oscuro e contorto patto di redenzione. La sua testimonianza contro Maurizius era stata una sorta di autodifesa, un modo per sfuggire alla propria coscienza. La verità, dunque, è venuta a galla. Ma che cosa fare ora?
Etzel, armato di questa confessione, si precipita dal padre, sicuro che l'uomo che gli ha insegnato il valore della legge accoglierà la notizia con sollievo e provvederà a correggere l'errore. Ma il procuratore Andergast, un uomo ancorato alle procedure e alla prassi, teme l'implicazione di un errore giudiziario che distruggerebbe la sua reputazione e minerebbe la sua stessa identità professionale. Il conflitto tra padre e figlio esplode in tutta la sua violenza. Il padre, per proteggere il sistema e se stesso, cerca di dissuadere Etzel, di fargli capire che la "verità" di un'indagine privata non può essere equiparata alla "verità" processuale. È uno scontro di generazioni e di principi: l'idealismo del figlio contro il pragmatismo e la disillusione del padre.
Il film raggiunge il suo climax nel nuovo processo di revisione. La difesa di Maurizius, con le prove portate da Etzel, cerca di ribaltare la sentenza. Ma Wlassitsch, di fronte al tribunale, ritratta la sua confessione. È l'epilogo tragico e beffardo di una storia in cui la verità, pur emergendo, non riesce a trionfare sulla complessa e a tratti corrotta macchina della giustizia. L'innocente Maurizius, pur sapendo di essere stato scagionato agli occhi di Etzel, non riesce a reggere il peso della sua sofferenza e decide di porre fine alla sua vita, in un gesto di profonda disillusione.
Julien Duvivier dimostra in questo film la sua maestria tecnica e la sua profonda sensibilità psicologica. Il regista francese, noto per il suo stile rigoroso e la sua capacità di creare atmosfere dense e cupe, costruisce un'opera visivamente potentissima. La fotografia, curata da Léonce-Henri Burel, è in bianco e nero, un elemento essenziale per la riuscita del film. Utilizza sapientemente giochi di luci e ombre, che richiamano il linguaggio del film noir, per sottolineare la pesantezza morale dei personaggi e la complessità della situazione. I volti sono spesso illuminati solo parzialmente, i corridoi dei tribunali sono lunghi e oppressivi, gli interni delle case sono carichi di segreti non detti.
Duvivier evita qualsiasi retorica e si concentra sulla progressione drammatica e sull'evoluzione interiore dei personaggi. La sua regia è precisa, mai invadente, e si mette al servizio della storia. I movimenti di macchina sono fluidi ma non appariscenti, e la sua capacità di costruire il pathos attraverso inquadrature significative e primi piani eloquenti è notevole. La scena della confessione di Wlassitsch, ad esempio, è gestita con una tensione crescente, costruita non con l'azione ma attraverso il dialogo e la reazione di Etzel, che incarna lo spettatore che scopre, insieme a lui, la terribile verità. La regia di Duvivier conferisce a "Il caso Maurizius" un'aurea di solenne gravità, trasformandolo da semplice storia giudiziaria in una riflessione filosofica sulle fondamenta della giustizia.
Le performance del cast sono il cuore pulsante del film, e Duvivier dirige i suoi attori in modo magistrale.
Daniel Gélin nei panni di Etzel Andergast è straordinario. La sua interpretazione è un capolavoro di progressione psicologica. All'inizio del film è un giovane con gli occhi pieni di innocenza e speranza, convinto che la verità possa sempre prevalere. Alla fine, il suo volto è segnato dalla disillusione e da una dolorosa maturità. Gélin rende perfettamente la tormentata transizione del suo personaggio, un giovane che scopre, a sue spese, che la realtà è molto più grigia e complessa di quanto avesse mai immaginato. La sua rabbia e la sua frustrazione non sono mai esagerate, ma sempre credibili e sentite.
Charles Vanel, un pilastro del cinema francese, è monumentale nel ruolo di Wolf Andergast. Vanel non interpreta semplicemente un padre rigido, ma un uomo le cui certezze professionali sono la sua unica bussola. Il suo personaggio non è malvagio, ma un prigioniero del proprio ruolo e del proprio sistema di valori. Vanel riesce a mostrare il conflitto interiore di un padre che ama il figlio ma non può accettare la sua "verità" perché minaccia di distruggere l'intera impalcatura della sua vita. La sua espressione austera e i suoi scoppi d'ira repressi sono perfettamente bilanciati e rendono il personaggio tragico nella sua integrità.
Ullrich Haupt nel ruolo di Gregor Wlassitsch offre una performance indimenticabile. È la voce della disperazione e del tormento. La sua confessione è un momento di teatro puro, in cui l'uomo rivela il suo lato più oscuro, non per cattiveria, ma per una complessità psicologica che lo rende quasi compassionevole. Haupt dà al suo personaggio un'aura di mistero e malinconia, che lo rende uno dei "cattivi" più affascinanti e complessi del cinema.
Anche Pierre Asso nel ruolo di Maurizius, pur con un tempo limitato sullo schermo, lascia un'impressione indelebile. La sua apatia e la sua rassegnazione incarnano la sconfitta di un uomo che ha perso tutto, compresa la speranza.
Il tema centrale de "Il caso Maurizius" è il conflitto tra giustizia legale e verità morale. Duvivier, come Wassermann prima di lui, pone la domanda cruciale: un processo, per quanto formalmente corretto, può davvero portare alla giustizia se non è basato sulla verità? Il film mostra come il sistema legale, con le sue procedure e i suoi inevitabili compromessi, possa allontanarsi dalla realtà dei fatti, e come la verità, pur essendo accessibile, possa essere ignorata o manipolata.
Il film è anche una riflessione amara sull'idealismo giovanile e sulla sua inevitabile collisione con il cinismo del mondo adulto. La disillusione di Etzel è il vero nucleo emotivo della storia, un percorso di crescita doloroso che lo porta a perdere la sua innocenza. È una storia senza un lieto fine, in cui la vittoria morale non si traduce in una vittoria pratica, lasciando il protagonista e lo spettatore con un senso di profonda amarezza e frustrazione.
"Il caso Maurizius" si inserisce nel cinema degli anni '50 come un'opera di grande serietà morale e rigore formale, in netto contrasto con le tendenze più leggere e disimpegnate del periodo. La sua eredità risiede nella sua profonda onestà nel trattare temi complessi e nella sua capacità di esplorare la natura umana in tutte le sue sfumature. È un'opera che merita di essere riscoperta, non solo come un classico del cinema di Julien Duvivier, ma come un'intensa e commovente riflessione sulla ricerca della giustizia in un mondo che sembra averla perduta.
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La polizia bussa alla porta (The Big Combo),è un film del 1955 diretto da Joseph H. Lewis.
"La Polizia Bussa alla Porta": Il Tramonto del Noir in un Capolavoro di Stile
"La polizia bussa alla porta" (titolo originale: The Big Combo) è un film del 1955 diretto da Joseph H. Lewis, e rappresenta una delle vette assolute del genere film noir e, al contempo, uno dei suoi canti del cigno. Distinguendosi per una violenza inusuale per l'epoca e per un'estetica visiva di una bellezza mozzafiato, il film non si limita a raccontare una storia di gangster e poliziotti, ma si spinge in un'esplorazione oscura dell'ossessione, della corruzione e della moralità ambigua. Sebbene al momento della sua uscita non abbia ottenuto un successo clamoroso, ha guadagnato nel tempo lo status di cult, riconosciuto dagli studiosi e dagli appassionati come un capolavoro imprescindibile per la sua audacia stilistica e tematica.
La narrazione di "La polizia bussa alla porta" non segue il classico schema investigativo, ma si immerge in una vendetta personale che consuma il protagonista. Al centro della storia c'è il tenente di polizia Leonard Diamond (interpretato da Cornel Wilde), un uomo spinto non solo dal dovere, ma da una profonda e tormentata ossessione per il boss criminale Mr. Brown (Richard Conte). Diamond è convinto che Brown non sia solo il capo di una vasta organizzazione criminale, ma anche l'assassino di un suo ex-compagno. La sua indagine è un'incessante caccia all'uomo che si estende oltre i limiti della legge, rischiando di farlo scivolare nello stesso abisso di immoralità del suo nemico.
L'oggetto del desiderio e il punto di congiunzione tra i due uomini è Susan Lowell (Jean Wallace), la bellissima ma tormentata fidanzata di Brown. Susan è una donna intrappolata in un rapporto sadico e abusivo, una figura fragile e segnata che Diamond cerca ossessivamente di "salvare". Ma la sua infatuazione non è puro altruismo: è un misto di giustizia e di desiderio possessivo che lo rende quasi un'ombra del gangster che insegue.
Il film procede attraverso una serie di incontri tesi e carichi di violenza. Diamond interroga senza successo gli associati di Brown, il cui impero criminale si estende su tutta la città. Brown, dal canto suo, non è un criminale sbruffone e rumoroso, ma un predatore silenzioso e raffinato, che gestisce i suoi affari con una calma agghiacciante. Il suo potere non è dato dalla forza bruta, ma dalla sua intelligenza calcolatrice e dalla lealtà incondizionata dei suoi due luogotenenti, i psicopatici Mingo (Earl Holliman) e Fante (Lee Van Cleef). Il duo di scagnozzi rappresenta l'incarnazione del male puro e della brutalità latente del film. La loro intesa, fatta di sguardi e silenzi carichi di minaccia, è uno degli elementi più perturbanti e memorabili della pellicola.
La svolta nella trama avviene quando Diamond scopre che l'unico uomo che può inchiodare Brown è un gangster di nome Joe McClure, che si credeva morto ma in realtà è stato sottoposto a una procedura chirurgica che gli ha distrutto le corde vocali. La ricerca di McClure porta Diamond a scontrarsi ancora una volta con il mondo sotterraneo di Brown, culminando in un'agghiacciante scena di tortura e in un'escalation di violenza che definisce il tono del film.
Il climax è un confronto finale che si svolge in un luogo desolato e avvolto dalla nebbia: un hangar di un aeroporto. In questo scenario quasi metafisico, avvolto da una nebbia fitta e illuminato solo da pochi fari, il duello tra Diamond e Brown raggiunge il suo epilogo. La lotta è brutale, senza eroismi, e si conclude con la cattura di Brown. Ma il finale non è una vittoria chiara: Diamond, pur avendo ottenuto giustizia, non ha la donna che desidera. Susan, libera dalla tirannia di Brown, lo abbandona per iniziare una nuova vita, lasciando Diamond solo con la sua ossessione, che lo ha reso tanto freddo e spietato quanto l'uomo che ha catturato.
Il genio di "La polizia bussa alla porta" risiede non tanto nella sua trama, pur avvincente, quanto nella sua inimitabile estetica. La regia di Joseph H. Lewis, in collaborazione con il leggendario direttore della fotografia John Alton, trasforma un semplice film di genere in un'opera d'arte visiva. Questa collaborazione è considerata una delle più riuscite nella storia del cinema noir.
Il loro stile è caratterizzato da un uso estremo del chiaroscuro e delle ombre profonde. Le scene sono spesso immerse nell'oscurità, con la luce che funge da elemento narrativo, ritagliando i volti dei personaggi e creando composizioni geometriche e asimmetriche che riflettono il loro stato d'animo. I corridoi lunghi e vuoti, i volti illuminati solo per metà e gli angoli acuti creano un'atmosfera di oppressione e paranoia. La città stessa, raramente mostrata in tutta la sua interezza, diventa un labirinto claustrofobico di ombra e minaccia.
Lewis utilizza inquadrature audaci e angolazioni di ripresa innovative. I primi piani estremi sui volti dei personaggi ne rivelano la paura e la determinazione. Le inquadrature dal basso (low-angle shots) conferiscono ai personaggi potenti come Mr. Brown una statura imponente e minacciosa. Il film è una sinfonia visiva in cui ogni ombra, ogni raggio di luce, ogni angolo di ripresa è attentamente calcolato per aumentare la tensione e comunicare il senso di moralità corrotta e di minaccia imminente.
La scena finale nell'hangar è un esempio perfetto di questa maestria. La nebbia che avvolge i personaggi non è solo un effetto speciale, ma una metafora della confusione morale in cui sono immersi, un luogo senza legge né ordine in cui gli istinti primitivi prendono il sopravvento.
Il cast di "La polizia bussa alla porta" offre alcune delle interpretazioni più memorabili del cinema noir.
Cornel Wilde (il tenente Diamond) si allontana dal classico eroe. La sua performance è una miscela di grinta e vulnerabilità, un uomo così consumato dalla sua missione da perdere il senso del confine tra il giusto e lo sbagliato. Il suo Diamond è ossessionato, quasi pazzo, e Wilde rende perfettamente questa sua monomania.
Richard Conte (Mr. Brown) crea uno dei villain più iconici del genere. Conte non interpreta il gangster come un bruto ignorante, ma come un uomo di grande intelligenza e spietatezza, capace di mostrare un'apparente cortesia che rende ancora più agghiacciante la sua violenza. Il suo carisma freddo e la sua brutalità sussurrata lo rendono il perfetto antagonista del detective tormentato di Wilde.
Jean Wallace (Susan Lowell), all'epoca moglie di Cornel Wilde, interpreta il ruolo della femme fatale ma con una svolta. A differenza della donna manipolatrice e senza scrupoli del noir classico, la sua Susan è una vittima autentica. La sua fragilità e il suo desiderio disperato di fuggire dalla sua prigione dorata sono palpabili e commoventi.
Earl Holliman (Mingo) e Lee Van Cleef (Fante) offrono due delle performance di supporto più inquietanti della storia del cinema. Sebbene parlino poco, la loro presenza è un'imminente minaccia fisica e psicologica. Le loro espressioni, i loro movimenti e l'inquietante legame tra loro creano un senso di terrore che è palpabile in ogni scena in cui appaiono.
"La polizia bussa alla porta" è considerato uno degli ultimi grandi film del ciclo classico del noir, che stava lentamente svanendo di fronte a generi più ottimistici. Il film è audace per la sua epoca, spingendo i limiti della violenza e dell'esplicita rappresentazione del sadismo e della sessualità. Le scene di tortura, la brutalità di Mr. Brown e il sottotesto omosessuale nel rapporto tra i due scagnozzi erano estremamente rari nel cinema del 1955.
I temi del film sono profondi e attuali:
L'ossessione come forza distruttiva che può corrompere anche le migliori intenzioni.
La moralità ambigua e la sottile linea che separa l'eroe dal suo antagonista.
Il potere che non deriva dalla forza bruta, ma dalla conoscenza, dal controllo e dalla paura.
Oggi, "La polizia bussa alla porta" è celebrato per la sua maestria tecnica e per il suo impatto emotivo. È un'opera che ha influenzato generazioni di registi, con il suo stile visivo diventato un punto di riferimento per il cinema poliziesco e thriller successivo. La sua reputazione è cresciuta esponenzialmente nel corso dei decenni, passando da un modesto film di serie B a un capolavoro riconosciuto a livello internazionale. È una testimonianza del fatto che un'estetica forte e un racconto cupo e senza compromessi possono trasformare un film in un classico intramontabile.
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Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson) è un film del 1972 diretto da Sydney Pollack.
"Corvo rosso non avrai il mio scalpo!" (titolo originale: Jeremiah Johnson) è un film del 1972 diretto da Sydney Pollack, un capolavoro del genere western che si distingue per la sua profonda riflessione sull'uomo, la natura e la convivenza tra culture diverse. Lontano dai cliché del western classico, il film racconta una storia di solitudine, sopravvivenza e vendetta, trasformando il protagonista in una figura leggendaria che sfida il confine tra civiltà e mondo selvaggio.
La trama
La storia è ambientata intorno al 1840 e segue le vicende di Jeremiah Johnson, un veterano della guerra civile (anche se le motivazioni esatte che lo spingono a lasciare la società non sono mai esplicitate chiaramente, si percepisce un senso di disillusione e stanchezza del mondo civile) che decide di abbandonare la civiltà e di vivere come un mountain man (cacciatore e trapper) tra le imponenti e selvagge Montagne Rocciose. Il film si apre con Jeremiah che si addentra nella natura, armato solo di un fucile e con una grande inesperienza. I suoi primi passi sono duri: non sa come procurarsi il cibo e il freddo è un nemico implacabile.
La sua salvezza arriva grazie all'incontro con "Artiglio d'Orso" (interpretato da Will Geer), un vecchio e saggio cacciatore che gli insegna i rudimenti della sopravvivenza in montagna: come cacciare, come allestire trappole e come affrontare l'ostilità dell'ambiente. Durante il suo viaggio solitario, Jeremiah incontra una serie di personaggi bizzarri e disperati. Tra questi, una donna impazzita (interpretata da Allyn Ann McLerie) che ha perso la famiglia in un attacco degli indiani e che gli affida il suo figlio muto, Caleb.
Successivamente, un'altra svolta decisiva avviene quando, per un atto di coraggio e altruismo, Jeremiah salva un guerriero della tribù dei Piedi Piatti (anche se altre fonti parlano dei "Teste Piatte"), che per ringraziarlo gli offre in sposa sua figlia, una giovane e bellissima donna di nome "Cigno" (interpretata da Delle Bolton). Jeremiah, che ha ormai accettato la sua nuova vita, accoglie a braccia aperte questa nuova famiglia: Cigno e Caleb diventano i suoi compagni, e insieme costruiscono una casa e iniziano a vivere in armonia con la natura e con le tribù indiane della zona.
Il fragile equilibrio viene spezzato quando un drappello di soldati, in missione di soccorso per una carovana bloccata dalla neve, chiede a Jeremiah di guidarli attraverso una scorciatoia che passa per un cimitero sacro della tribù dei Corvi. Jeremiah, pur sapendo che profanare quel luogo è un'azione gravissima, accetta per aiutare i soldati. Al suo ritorno, scopre che la sua famiglia, Cigno e Caleb, è stata brutalmente uccisa dai Corvi, come vendetta per la profanazione.
La tragedia segna una trasformazione radicale in Jeremiah. La sua ricerca di pace e solitudine si tramuta in una furiosa e implacabile sete di vendetta. Inizia una vera e propria guerra personale contro i Corvi, uccidendone uno dopo l'altro. La sua figura diventa una leggenda tra le tribù indiane, che lo conoscono come un guerriero solitario e implacabile. Il titolo italiano, "Corvo rosso non avrai il mio scalpo!", si riferisce proprio a questo scontro tra Jeremiah e i Corvi, sebbene nel film non esista un personaggio specifico chiamato "Corvo Rosso", ma piuttosto un'intera tribù. Il film culmina in una scena di grande impatto emotivo e simbolico, quando Jeremiah incontra il capo dei Corvi. Lontano dall'attacco violento, i due si scambiano un gesto di rispetto e di pace, un'azione che suggerisce la fine del ciclo di vendetta e la comprensione della sofferenza reciproca.
Regia e stile
La regia di Sydney Pollack è magistrale. Pollack, già noto per la sua sensibilità e la capacità di dirigere film di grande spessore psicologico, infonde in "Corvo rosso non avrai il mio scalpo!" un ritmo lento e contemplativo, che si adatta perfettamente alla storia. Le riprese mozzafiato delle Montagne Rocciose, realizzate in Utah, non sono solo uno sfondo, ma diventano un vero e proprio personaggio, con la loro bellezza selvaggia e la loro spietata indifferenza. Pollack predilige inquadrature ampie e panoramiche che sottolineano l'isolamento del protagonista e la grandezza della natura, creando un senso di reverenza e timore.
Il film si discosta dal western tradizionale per diversi aspetti. Non ci sono duelli a cavallo, sparatorie spettacolari o trionfi dell'eroe. La violenza è mostrata in modo crudo e realistico, e le conseguenze delle azioni sono pesanti e durature. L'approccio di Pollack è più simile a quello di un film d'avventura e di sopravvivenza, con un'attenzione particolare alla psicologia dei personaggi e al loro rapporto con l'ambiente. La scelta di non avere una colonna sonora onnipresente e di lasciare che i suoni della natura (il vento, lo scricchiolio della neve, il verso degli animali) dominino il paesaggio sonoro contribuisce a creare un'atmosfera di autenticità e solitudine.
Gli attori
Il successo del film è indubbiamente legato alla performance straordinaria di Robert Redford. L'attore, che all'epoca era all'apice della sua carriera, interpreta Jeremiah Johnson con una miscela perfetta di vulnerabilità, ostinazione e forza interiore. La sua recitazione è minimalista, ma incredibilmente efficace: gran parte della storia è raccontata attraverso le sue espressioni, i suoi gesti e il suo silenzio. Redford incarna alla perfezione l'uomo che cerca di fuggire dalla società, ma che non può sfuggire al suo destino. Il suo personaggio evolve da un sognatore ingenuo a un guerriero esperto, fino a diventare una figura quasi mitologica.
Accanto a Redford, il cast di supporto è ugualmente notevole. Will Geer, nei panni di "Artiglio d'Orso", regala una performance memorabile, portando sul grande schermo un mentore saggio e ironico, che rappresenta l'antica saggezza delle montagne. La giovane Delle Bolton, nel ruolo di Cigno, riesce a trasmettere la grazia e la dignità della sua cultura, nonostante il suo personaggio non abbia dialoghi.
Il significato del titolo italiano
Un'ultima nota riguarda la scelta del titolo italiano, "Corvo rosso non avrai il mio scalpo!", che è una libera traduzione e non corrisponde all'originale, Jeremiah Johnson. La scelta di un titolo così altisonante e drammatico è probabilmente dovuta a ragioni di marketing, per attirare il pubblico amante del genere western. Tuttavia, il titolo originale, che porta il nome del protagonista, è più fedele al senso del film, che è la storia di un uomo e del suo percorso. Il titolo italiano, pur non essendo corretto, è rimasto impresso nella memoria collettiva e ha contribuito a rendere il film un vero e proprio cult.
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A Storm Foretold è un film documentario del 2023 del regista danese Christoffer Guldbrandsen
A Storm Foretold
A Storm Foretold è un film documentario del 2023 diretto dal regista danese Christoffer Guldbrandsen. Il film si distingue per la sua capacità di offrire uno sguardo intimo e inquietante su uno dei personaggi più enigmatici e influenti della politica americana contemporanea: Roger Stone, consigliere di lunga data di Donald Trump. Attraverso un accesso senza precedenti, Guldbrandsen documenta tre anni cruciali, dal 2018 al gennaio 2021, seguendo Stone nella sua vita quotidiana, nelle sue manovre politiche e nella sua gestione della campagna "Stop the Steal", che ha portato all'attacco del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti.
La Regia e lo Stile Documentaristico
Christoffer Guldbrandsen, giornalista e regista con una consolidata esperienza nel cinema documentario, adotta in A Storm Foretold uno stile che unisce il "direct cinema" a una narrazione più personale. Il regista non si limita a essere una "mosca sul muro", ma diventa egli stesso un personaggio della storia. Questa scelta, pur sollevando alcune questioni etiche e di distacco, si rivela fondamentale per il film. Attraverso le sue interazioni con Stone, Guldbrandsen offre una prospettiva unica e più sfumata, mostrando Roger Stone non solo come il "villain" che si presenta al mondo, ma anche come un uomo con le sue complessità e, a tratti, vulnerabilità. Il regista si trova a navigare un terreno difficile, a volte rischiando di essere manipolato o di compromettere la propria oggettività, ma è proprio questa tensione a rendere il film così avvincente. Guldbrandsen ha dichiarato che il suo obiettivo era quello di trasformare un argomento politico complesso in un'esperienza cinematografica, evidenziando le azioni banali e i tratti caratteriali che rivelano l'essenza delle persone in situazioni di alta tensione. La sua regia, con uno stile visivo incisivo, riesce a catturare la stranezza e la follia di un mondo politico che sembra a volte staccato dalla realtà.
I Personaggi e la Loro Dinamica
Il fulcro del documentario è senza dubbio Roger Stone. Politico navigato, "spin doctor" e maestro della manipolazione, Stone viene ritratto nella sua interezza: il fascino, la spavalderia, la doppiezza e la schiettezza disarmante. Il film inizia con un'immagine iconica di Stone che fuma un enorme sigaro, un simbolo della sua persona teatrale. Guldbrandsen riesce a mostrare il lato più privato di Stone, la sua battaglia legale e il suo rapporto con l'entourage di Donald Trump. Il film rivela un uomo che, pur essendo il "burattinaio" dietro le quinte, a volte si trova ingarbugliato nelle sue stesse trame. Il suo rapporto con Trump è un elemento chiave: un'alleanza basata sull'opportunismo e la lusinga, ma che si rivela fragile quando Stone viene scaricato dopo il 6 gennaio.
Oltre a Stone, il film include altri personaggi che orbitano attorno all'universo MAGA. Tra questi spiccano figure come Alex Jones, il controverso conduttore di InfoWars, Matt Gaetz, politico repubblicano, e membri di gruppi estremisti come Enrique Tarrio dei Proud Boys. La presenza di questi personaggi, ripresi spesso in momenti di preparazione o di fervore, contribuisce a dipingere un quadro più ampio del movimento che Stone e altri hanno contribuito a fomentare. Il regista stesso, Christoffer Guldbrandsen, è un personaggio di rilievo. La sua presenza, le sue domande e le sue riflessioni (narrate con una voce che alcuni critici hanno paragonato a quella di Werner Herzog) non solo guidano lo spettatore, ma evidenziano anche il costo personale e professionale dell'accesso privilegiato che ha ottenuto. Guldbrandsen ha ammesso che il rapporto con Stone è diventato complicato e che la vicinanza al soggetto ha avuto un impatto su di lui, portandolo persino a un attacco di cuore.
La Storia e i Temi Centrali
A Storm Foretold ripercorre la storia di Roger Stone in uno dei periodi più turbolenti della politica americana. Il documentario inizia con Stone che affronta il suo processo e la successiva condanna, per poi ricevere la grazia presidenziale da Trump. Questo evento segna un punto di svolta, riaffermando il legame tra i due. La narrazione procede mostrando come Stone, dopo la sconfitta elettorale di Trump nel 2020, si metta alla guida della campagna "Stop the Steal", un movimento che sostiene falsamente che le elezioni siano state rubate.
Il film cattura momenti cruciali e rivelatori: Stone che progetta tattiche per sovvertire il risultato elettorale, le sue interazioni con i leader di gruppi di estrema destra, e la sua reazione mentre osserva gli eventi del 6 gennaio da una stanza d'albergo a Washington. Un momento particolarmente scioccante e significativo è quando, dopo essere stato abbandonato da Trump, Stone esplode in una furia incontrollata, lanciando insulti e minacce. Questo svelamento del suo vero volto, in un momento di frustrazione e tradimento, è uno dei picchi emotivi e narrativi del film. Il documentario non si limita a raccontare una storia, ma esplora temi più ampi e profondi: la natura della politica moderna, l'uso della propaganda e della disinformazione, e il modo in cui la realtà e la finzione si confondono in un'epoca di post-verità. È un'analisi del potere, del tradimento e delle conseguenze devastanti di una retorica infuocata.
Accoglienza e Importanza
A Storm Foretold ha ricevuto recensioni positive dalla critica. Sul sito web di aggregazione di recensioni Rotten Tomatoes, il 100% delle 12 recensioni di critici professionisti è positivo, con un punteggio medio di 8/10. I critici hanno elogiato il film per essere "provocatorio, illuminante e tempestivo", offrendo uno sguardo "a volte terrificante" su Roger Stone e il movimento MAGA. La capacità di Guldbrandsen di ottenere un accesso così profondo e di mostrare la complessità del suo soggetto è stata ampiamente apprezzata, sebbene alcuni abbiano notato che il film a volte si astiene dal fare un'interrogazione più aggressiva. Nonostante ciò, il film è considerato un documento essenziale, soprattutto in vista di un potenziale ritorno di Donald Trump sulla scena politica.
In sintesi, A Storm Foretold non è solo un documentario politico; è un'affascinante e inquietante studio di un personaggio, un racconto di potere e inganno che getta una luce su uno dei periodi più bui della democrazia americana. La sua importanza risiede nella sua capacità di mostrare il "dietro le quinte" degli eventi che hanno scosso il mondo, rivelando la natura deliberata della distruzione del tessuto politico e sociale.
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La piccola bottega degli orrori (The Little Shop of Horrors) è un film del 1960 diretto da Roger Corman
La piccola bottega degli orrori (The Little Shop of Horrors)
La piccola bottega degli orrori (The Little Shop of Horrors) è una commedia horror del 1960, diretta dal leggendario regista di B-movie Roger Corman. Il film, girato con un budget irrisorio e in un tempo record, è diventato nel corso degli anni un vero e proprio cult, celebre per il suo umorismo nero, la sua trama assurda e il suo status di icona del cinema indipendente. La pellicola ha ispirato un celebre musical di Broadway e un remake cinematografico nel 1986, consolidando la sua eredità nella cultura popolare.
La Trama
La storia segue le vicende di Seymour Krelboyne (interpretato da Jonathan Haze), un giovane e impacciato assistente di un fioraio di Skid Row. Il suo capo, Gravis Mushnik (interpretato da Mel Welles), sta per chiudere l'attività a causa della mancanza di clientela. Seymour, nel tentativo disperato di salvare il suo lavoro, mostra a Mushnik la pianta che ha coltivato: un esemplare strano e inusuale, che chiama "Audrey Jr." in onore della sua dolce e timida collega, Audrey Fulquard (interpretata da Jackie Joseph).
L'arrivo della pianta attira immediatamente l'attenzione dei passanti e la bottega ricomincia a fare affari. Tuttavia, c'è un piccolo problema: la pianta non cresce e sta morendo. Seymour scopre per caso che Audrey Jr. ha un appetito molto particolare: si nutre di sangue umano. Dopo aver accidentalmente punto un dito, Seymour si accorge che la pianta prospera dopo aver bevuto il suo sangue. Ma la pianta diventa sempre più grande e la sua fame cresce in modo spropositato. A questo punto, Audrey Jr. inizia a chiedere, con una voce profonda e minacciosa, "Feed me!" (Dammi da mangiare!). La situazione precipita quando Seymour, per saziare la fame della pianta, deve iniziare a uccidere persone. Le vittime sono una serie di personaggi bizzarri, tra cui un sadico dentista, un poliziotto e un ladro. Seymour si ritrova intrappolato in un ciclo di omicidi, cercando disperatamente di tenere segreta la natura della sua pianta. La storia raggiunge il suo climax quando la polizia inizia a sospettare di lui e la pianta rivela il suo sinistro segreto, un volto simile a un fiore che urla "Mamma!". Il film si conclude in modo satirico e grottesco, con la pianta che fiorisce e rivela al suo interno i volti delle sue vittime.
La Regia di Roger Corman
Roger Corman è una figura leggendaria nel mondo del cinema a basso budget. La piccola bottega degli orrori è un esempio lampante del suo stile di regia: veloce, ingegnoso e incredibilmente efficiente. La storia della produzione del film è diventata parte del suo mito: si narra che Corman lo abbia girato in soli due giorni e una notte, utilizzando un set che era stato appena abbandonato da un'altra produzione. Molte scene furono improvvisate o girate in un unico ciak per risparmiare tempo e denaro.
Il genio di Corman non risiede tanto nella perfezione tecnica, quanto nella sua capacità di trasformare le limitazioni in opportunità. L'estetica del film è intenzionalmente grezza, quasi amatoriale, con una fotografia a volte sgranata e una scenografia kitsch che aggiunge fascino alla storia. Il ritmo della regia è frenetico, con una serie di gag visive e dialoghi rapidi che mantengono il film in costante movimento. Corman ha saputo mescolare sapientemente elementi horror e comici, creando un tono unico che si prende in giro ma che, allo stesso tempo, è genuinamente inquietante. La scelta di non mostrare la pianta che si muove in modo esplicito, ma di utilizzare il montaggio e la prospettiva per suggerire il suo movimento, è un esempio di come Corman abbia usato la sua creatività per superare i limiti di budget. La sua regia, in questo senso, è una celebrazione dell'artigianalità del cinema.
Gli Attori e le Loro Performance
Il cast de La piccola bottega degli orrori è composto in gran parte da attori del circuito di Corman e volti meno noti, ma la loro energia e il loro impegno contribuiscono al fascino del film. Jonathan Haze, nel ruolo di Seymour, è l'archetipo dell'eroe sfortunato. La sua performance è una miscela di goffaggine, paura e innocenza, che lo rende un personaggio con cui è facile simpatizzare. Haze interpreta la crescita di Seymour da un semplice impiegato a un killer involontario con un'espressione di costante ansia e confusione, che si sposa perfettamente con il tono umoristico del film.
Jackie Joseph nel ruolo di Audrey è una deliziosa e ingenua controparte di Seymour. La sua performance, anche se meno centrale, è essenziale per la storia. La sua gentilezza e il suo modo di fare un po' goffo offrono un contrasto ben accetto alla crescente follia della trama.
Ma la vera rivelazione del cast, sebbene in un ruolo secondario, è la performance di un giovane Jack Nicholson. Nel film interpreta Wilbur Force, un paziente masochista che va dal dentista. La scena in cui è seduto sulla sedia del dentista e si eccita per il dolore è diventata un'icona del cinema. La sua performance è maniacale, eccentrica e memorabile, e offre un'anticipazione del talento e dell'intensità che lo avrebbero reso una star di Hollywood. La partecipazione di Nicholson, che all'epoca era un attore alle prime armi, aggiunge un tocco di interesse storico al film.
I Temi e l'Eredità
La piccola bottega degli orrori è molto più di una semplice commedia horror. Sotto la sua superficie comica si nasconde una satira acuta su diversi aspetti della società americana dell'epoca. Il film critica il consumismo e l'ossessione per il successo: Seymour ottiene l'attenzione e il riconoscimento che desidera solo grazie alla sua pianta, e il suo successo è direttamente proporzionale al numero di vittime. C'è anche una satira sul business e la sua avidità, rappresentata dal personaggio di Mushnik, che prima cerca di sfruttare la pianta per il profitto e poi cerca di ricattare Seymour.
Il film esplora anche il tema del desiderio e della fame, non solo letteralmente (la fame della pianta), ma anche metaforicamente: la fame di fama, amore e accettazione che spinge Seymour a compiere azioni sempre più disperate. Il film è anche una riflessione sul genere horror stesso, prendendosi gioco dei suoi cliché e delle sue convenzioni.
L'eredità di La piccola bottega degli orrori è immensa. Il film è diventato un'icona, un esempio perfetto di come l'ingegno e la creatività possano superare la mancanza di budget. La sua storia è stata riadattata in un musical di successo nel 1982, che a sua volta ha dato vita al famoso film del 1986 diretto da Frank Oz, con Rick Moranis, Ellen Greene e Steve Martin. Quest'ultima versione, più sontuosa e con una colonna sonora indimenticabile, ha introdotto la storia a una nuova generazione di spettatori.
In conclusione, La piccola bottega degli orrori non è solo un film, ma un fenomeno culturale. È una testimonianza del genio di Roger Corman, della versatilità di Jack Nicholson e del potere del cinema a basso budget. È un film che, pur essendo stato girato in fretta e furia, continua a divertire e affascinare, dimostrando che l'umorismo e l'originalità sono più importanti dei soldi.
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Good Time è un film del 2017 diretto da Josh e Benny Safdie.
Good Time
Good Time è un film del 2017 diretto dai fratelli Josh e Benny Safdie, un'immersione frenetica e allucinatoria nella vita notturna di New York. Questo thriller neo-noir si distingue per il suo ritmo incalzante, la sua estetica cruda e la straordinaria interpretazione di Robert Pattinson. La pellicola non è solo una storia di crimine, ma un profondo e inquietante ritratto della disperazione e della lealtà familiare in un mondo spietato.
La Trama
La storia si svolge in una singola, estenuante notte. Constantine "Connie" Nikas (interpretato da Robert Pattinson) e il suo fratello minore disabile mentale, Nick (interpretato da Benny Safdie), tentano di rapinare una banca. Il piano, rudimentale e fallace, va storto e Nick viene catturato e incarcerato a Rikers Island. L'unica cosa che ossessiona Connie è liberare il fratello. Egli si lancia in una disperata corsa contro il tempo per raccogliere la cauzione di 10.000 dollari, ma si scontra con una serie di sfortunati eventi e scelte sbagliate. La sua ricerca lo porta attraverso un labirinto urbano di personaggi bizzarri e situazioni sempre più pericolose. Connie, un manipolatore carismatico e un bugiardo patologico, cerca aiuto dalla sua ragazza, Cory (interpretata da Jennifer Jason Leigh), un'ereditiera facoltosa ma ingenua, e da altri individui disperati che incontra lungo il cammino.
Durante la sua odissea notturna, Connie si imbatte in un giovane delinquente, Crystal (interpretata da Taliah Webster), e in Ray (interpretato da Buddy Duress), un criminale appena uscito di prigione. Quest'ultimo, dopo una fuga fortuita dall'ospedale con Ray, diventa il suo involontario complice. La notte si trasforma in una spirale di violenza, paranoia e inganni, dove ogni decisione di Connie, pur mossa da un amore distorto per il fratello, lo porta sempre più vicino all'autodistruzione. La trama non offre un momento di respiro, mantenendo lo spettatore costantemente sul filo del rasoio, in attesa di un epilogo che appare inevitabilmente tragico.
Regia e Stile
I fratelli Josh e Benny Safdie hanno costruito la loro reputazione su film crudi e visceralmente realistici, e Good Time è la loro opera più matura fino a quel momento. La regia è una delle componenti più potenti del film. Utilizzano una fotografia granulosa e satura, con un uso predominante di luci al neon e di colori forti, che ricordano il cinema di Michael Mann e, in particolare, le atmosfere urbane di Miami Vice. La telecamera a mano segue da vicino i personaggi, spesso con riprese ravvicinate che aumentano la sensazione di claustrofobia e urgenza. Il ritmo è frenetico, quasi febbrile, riflettendo lo stato d'animo di Connie. Il montaggio, serrato e nervoso, contribuisce a creare un senso di costante movimento e disperazione.
L'uso della musica è un altro elemento distintivo. La colonna sonora, firmata da Oneohtrix Point Never (Daniel Lopatin), è un mix ipnotico e ansiogeno di synth-pop e musica elettronica che si fonde perfettamente con l'azione, diventando quasi un personaggio a sé stante. I suoni, stridenti e incessanti, creano un'atmosfera di tensione palpabile che non lascia mai lo spettatore. I Safdie hanno dichiarato di essersi ispirati a film degli anni '70 e '80, in particolare a opere di registi come Martin Scorsese (Taxi Driver) e Sidney Lumet, per il loro stile e la loro capacità di cogliere l'anima oscura della metropoli. L'estetica sporca e i personaggi moralmente ambigui sono un omaggio diretto a quel tipo di cinema.
Gli Attori e le Loro Performance
Il successo di Good Time dipende in gran parte dall'interpretazione mozzafiato di Robert Pattinson nei panni di Connie. Dimenticate il vampiro di Twilight o le figure eleganti dei suoi ruoli successivi. In questo film, Pattinson è irriconoscibile: capelli tinti, sguardo allucinato e un'energia selvaggia e indomabile. La sua performance non è solo fisica, ma trasmette una profonda e dolorosa disperazione. Il suo Connie è un personaggio sfaccettato: crudele, egoista, ma animato da una forma contorta di lealtà per il fratello. La sua interpretazione è stata acclamata dalla critica, segnando un punto di svolta nella sua carriera e dimostrando la sua incredibile versatilità.
Benny Safdie, che oltre a dirigere recita nel ruolo di Nick, offre una performance toccante e straziante. Il suo personaggio, vulnerabile e innocente, funge da polo opposto al caos di Connie. Il legame tra i due fratelli, sebbene non sempre esplicitato, è il cuore emotivo del film. La performance di Benny Safdie è stata elogiata per la sua autenticità e sensibilità, e il contrasto tra la sua fragilità e l'aggressività di Pattinson è uno degli aspetti più potenti del film. Jennifer Jason Leigh, pur apparendo per poco tempo, lascia un'impressione duratura come la fidanzata di Connie, il cui amore cieco e la fiducia vengono brutalmente traditi. Infine, la performance di Buddy Duress nei panni di Ray è eccezionale per il suo realismo; Duress, un attore non professionista con un passato di reati, porta un'autenticità cruda e non filtrata al suo personaggio.
Temi e Analisi
Good Time esplora una serie di temi complessi. Il più evidente è la lealtà familiare, anche se distorta. Le azioni di Connie sono guidate da un'unica motivazione: proteggere il fratello. Tuttavia, il film mostra come questo amore possa diventare una forza distruttiva, spingendo Connie a compiere atti sempre più disperati e immorali. La disperazione è un altro tema centrale. I personaggi che popolano il film sono tutti ai margini della società, lottando per sopravvivere in un sistema che li ha dimenticati. La narrazione è un viaggio attraverso la parte oscura del sogno americano, dove l'opportunità è un'illusione e la sopravvivenza è una battaglia costante.
Il film è anche un ritratto spietato del mondo criminale e di come le azioni di un singolo individuo possano avere un effetto a catena su innumerevoli vite. Good Time non romanticizza la criminalità; al contrario, la mostra in tutta la sua miseria e brutalità. Connie è un antieroe senza redenzione, e la sua storia è una parabola sulla futilità e le conseguenze delle proprie azioni.
Good Time ha debuttato al Festival di Cannes nel 2017, dove ha ricevuto una standing ovation e ha gareggiato per la Palma d'Oro. La critica ha universalmente acclamato il film, lodando la regia audace, la colonna sonora e l'eccezionale performance di Robert Pattinson. Molti lo hanno definito uno dei migliori film del 2017 e un punto di svolta nella carriera dei fratelli Safdie, che in seguito avrebbero diretto un altro capolavoro, Uncut Gems (2019). Il film ha solidificato la loro reputazione come maestri del cinema indipendente, capaci di creare storie intense e coinvolgenti che si sentono contemporaneamente realistiche e stilisticamente uniche.
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L'ultima minaccia (Deadline - U.S.A.) è un film del 1952 diretto da Richard Brooks.
L'ultima minaccia (Deadline - U.S.A.)
L'ultima minaccia (Deadline - U.S.A.) è un avvincente film drammatico del 1952, scritto e diretto da Richard Brooks. Considerato un classico del genere "giornalistico", il film non è solo una storia di crimine e indagini, ma anche un'appassionata ode al giornalismo d'inchiesta e alla libertà di stampa. Con un cast stellare guidato da Humphrey Bogart, la pellicola offre uno sguardo nostalgico e, al tempo stesso, critico sul mondo dei media in un'epoca di profonde trasformazioni.
La Trama
La storia si svolge in un arco di tempo relativamente breve, focalizzandosi sugli ultimi tre giorni di vita del "The Day", un autorevole e storico quotidiano di New York. Ed Hutcheson (interpretato da Humphrey Bogart), il caporedattore del giornale, si trova ad affrontare una duplice crisi. Da un lato, deve salvare il suo giornale dalla bancarotta e dalla vendita forzata a un ricco e spregiudicato magnate, Thomas Borden (interpretato da Ed Begley), il cui unico scopo è smantellare la testata. Dall'altro lato, Hutcheson e il suo team di giornalisti sono impegnati in un'ultima, disperata inchiesta per smascherare un potente boss del crimine organizzato, Tomas Rienzi (interpretato da Martin Gabel).
L'inchiesta si concentra sull'omicidio di una giovane donna, la cui morte sembra collegata a Rienzi. Con il giornale che sta per chiudere, Hutcheson e i suoi reporter lavorano incessantemente per trovare le prove necessarie, affrontando minacce, corruzione e la pressione del tempo. L'indagine procede attraverso interviste a persone spaventate, visite a luoghi malfamati e la costante ricerca di una verità che sembra sfuggire di mano. La trama si sviluppa con un ritmo serrato, alternando scene di frenetico lavoro in redazione a momenti di tensione e pericolo. Il destino del giornale e la necessità di rendere giustizia alla vittima si intrecciano in un unico, drammatico filo narrativo. Il film culmina con Hutcheson che, rischiando tutto, pubblica le prove contro Rienzi, sperando che l'ultima minaccia del giornale possa anche essere la sua più grande eredità.
La Regia di Richard Brooks
Richard Brooks, prima di diventare un regista, aveva una solida esperienza come giornalista, e questa sua conoscenza del mestiere traspare in ogni fotogramma di L'ultima minaccia. La sua regia è caratterizzata da un approccio quasi documentaristico. Brooks cattura l'atmosfera frenetica e caotica di una redazione, con il suono incessante delle macchine da scrivere, il ronzio dei telefoni e il rumore delle rotative. La macchina da presa si muove con agilità tra le scrivanie, seguendo i personaggi mentre si affannano per rispettare la "scadenza" (il deadline del titolo originale).
Brooks utilizza uno stile visivo pulito ed efficace, evitando fronzoli stilistici per concentrarsi sulla narrazione e sui personaggi. L'illuminazione in bianco e nero di Milton R. Krasner contribuisce a creare un'atmosfera cupa e realistica, tipica del film noir dell'epoca. Il regista dedica grande attenzione ai dialoghi, che sono taglienti, intelligenti e carichi di un senso di cinismo e idealismo tipico del giornalismo. La sua regia non si limita a raccontare una storia, ma esprime una forte tesi: il giornalismo è una professione nobile e vitale per la democrazia, ma è anche un'attività vulnerabile alla corruzione e al potere economico. La sua visione del mondo dei media è allo stesso tempo celebrativa e malinconica, un tributo a un'era che stava scomparendo.
Gli Attori e le Loro Performance
Il cast di L'ultima minaccia è uno dei punti di forza del film. Humphrey Bogart offre una delle sue interpretazioni più memorabili e sottovalutate. Nel ruolo di Ed Hutcheson, Bogart non è il tipico eroe d'azione, ma un uomo stanco e disilluso, un idealista che ha visto troppe ingiustizie. La sua performance è misurata, priva di eccessi, e trasmette un profondo senso di integrità e determinazione. Hutcheson è un personaggio complesso, che si muove in una zona grigia tra il cinismo del mestiere e la sua incrollabile fede nella verità. La chimica tra Bogart e gli altri attori contribuisce a rendere la redazione un luogo autentico e pulsante di vita.
Il cast di supporto è eccellente. Kim Hunter, nel ruolo della giornalista Nora Hutcheson, offre una performance misurata e intelligente, rappresentando la voce della coscienza e della giustizia. Ethel Barrymore, in un cameo, interpreta la proprietaria del giornale con una dignità e un'autorità che rendono ancora più drammatica la sua decisione di vendere. Paul Stewart nel ruolo del reporter George Burrows è l'emblema del giornalista di strada, saggio e disilluso. Anche i personaggi minori sono ben delineati, da Ed Begley nel ruolo del magnate senza scrupoli, a Martin Gabel che incarna il boss mafioso con un'eleganza minacciosa. Il realismo delle interpretazioni collettive fa sì che il pubblico si senta parte della redazione, condividendo la tensione e la frustrazione dei personaggi.
Temi e Analisi
L'ultima minaccia è un film denso di temi attuali e universali. Il tema centrale è la libertà di stampa e il suo ruolo vitale in una società democratica. Il film sostiene con forza che un'informazione libera e onesta è l'unica difesa contro il crimine e la corruzione. Hutcheson e i suoi giornalisti non sono eroi nel senso classico, ma lavoratori che svolgono il loro dovere con onestà, a costo di grandi sacrifici. La loro missione non è la gloria, ma la ricerca della verità.
Un altro tema fondamentale è la lotta tra l'idealismo e il cinismo. I personaggi del film sono costantemente in bilico tra la loro fede nei valori del giornalismo e la dura realtà di un mondo in cui il potere economico e la violenza la fanno da padroni. Hutcheson incarna questa tensione, lottando per mantenere viva la sua etica professionale in un ambiente che lo spinge a compromessi. Il film esplora anche il concetto di eredità e di cosa significa lasciare un segno nel mondo. La potenziale chiusura del "The Day" non è solo la fine di un'azienda, ma la perdita di una voce importante, un faro di verità che si spegne.
Infine, il film offre un ritratto malinconico di un'epoca che stava scomparendo, quella del giornalismo cartaceo come istituzione centrale della vita civile. Il film è un tributo a un mestiere che, anche se oggi è cambiato radicalmente, continua a porsi le stesse domande etiche e a lottare per gli stessi valori.
Al momento della sua uscita, L'ultima minaccia fu accolto con buone recensioni, anche se non fu un grande successo al botteghino. Tuttavia, con il passare del tempo, il film ha guadagnato la reputazione di un classico. È ampiamente considerato uno dei migliori film di Richard Brooks e una delle migliori performance di Humphrey Bogart. Il suo valore non è solo storico (come ritratto del giornalismo dell'epoca), ma anche tematico, poiché le sue riflessioni sulla libertà di stampa e sulla verità rimangono rilevanti ancora oggi. L'ultima minaccia è una testimonianza del potere del cinema nel raccontare storie che non solo intrattengono, ma sollevano questioni profonde e durature sulla nostra società.
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Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid) è un film del 1969 diretto da George Roy Hill.
"Butch Cassidy and the Sundance Kid" è un film che ha segnato un'epoca, un'icona del cinema western che ha saputo mescolare l'avventura, la commedia e un tocco di malinconia crepuscolare. Uscito nel 1969, diretto da George Roy Hill e scritto da William Goldman, il film non solo ha riscosso un enorme successo di pubblico e critica, ma ha anche ridefinito il genere western, iniettando elementi di modernità e una sensibilità quasi "pop". La sua influenza si avverte ancora oggi, e la sua fama è indissolubilmente legata alle straordinarie interpretazioni dei due protagonisti, Paul Newman e Robert Redford, che formano una delle coppie più leggendarie della storia del cinema.
La trama segue le vicende di due dei più celebri fuorilegge del West, Butch Cassidy (Paul Newman) e il suo inseparabile compagno, il Sundance Kid (Robert Redford). Butch è il cervello, il pianificatore, l'uomo dalle idee geniali e dalla battuta pronta. Sundance è il braccio, il pistolero più veloce del West, ma anche il più taciturno e impulsivo. Insieme guidano una banda di "fuorilegge gentiluomini", la "Hole in the Wall Gang", specializzata in rapine a banche e treni.
Il film si apre con un'atmosfera spensierata e quasi romantica, che ritrae i due protagonisti come figure simpatiche e scanzonate, più simili a dei ragazzi che non vogliono crescere che a spietati criminali. Le loro rapine sono spesso caratterizzate da un umorismo beffardo e da un'assenza di violenza gratuita. Tuttavia, l'età dell'oro del fuorilegge sta per finire. L'innovazione tecnologica e l'organizzazione sempre più efficiente della legge stanno stringendo il cerchio attorno a loro.
La svolta narrativa arriva con la rapina al treno della Union Pacific. Pur riuscendo nel colpo, i due si rendono conto che qualcosa è cambiato. Vengono inseguiti da una squadra di "cacciatori" implacabili e misteriosi, che non si arrendono mai e che sembrano conoscerli fin troppo bene. L'inseguimento, quasi un duello a distanza, è uno dei momenti più iconici del film, scandito da scene di grande tensione e da un senso di inevitabile sconfitta. Butch e Sundance tentano ogni stratagemma per seminare i loro inseguitori, ma la loro speranza si affievolisce di fronte a una minaccia invisibile e inarrestabile.
Raggiunti dalla loro amica e amante di Sundance, la maestrina Etta Place (Katharine Ross), i tre decidono di fuggire dall'America e di rifugiarsi in Bolivia, un paese che credono essere ancora "selvaggio" e senza legge. Inizialmente, la vita in Sud America sembra offrire una seconda chance. Tentano di adattarsi a un'esistenza onesta, ma la loro natura di fuorilegge ha la meglio. Riprendono le loro rapine, ma scoprono presto che anche in Bolivia la modernità e la legge stanno avanzando.
Il film si avvia verso un finale tragico e poetico, in cui i due amici si trovano intrappolati in un piccolo villaggio boliviano, circondati dalla gendarmeria. Sanno di essere arrivati alla fine della loro corsa. L'ultima scena, un'immagine in freeze-frame, li immortala mentre escono dal loro nascondiglio, pistole in pugno, per affrontare il loro destino, con l'eco di una frase che ha fatto la storia del cinema: "Pensa in positivo, Butch. Hanno solo un battaglione. Non ci saranno abbastanza proiettili per tutti e due."
La regia di George Roy Hill è uno degli elementi chiave del successo del film. Hill, che aveva già lavorato con Newman in "Il mio amico immaginario" (1966) e avrebbe replicato il successo con "La stangata" (1973) sempre con Newman e Redford, dimostra una grande maestria nel gestire i toni e i ritmi narrativi. Il film non è un western tradizionale. Hill mescola momenti di grande azione con scene di pura commedia e sequenze di lirismo visivo (come la famosa scena del volo in bicicletta con la canzone "Raindrops Keep Fallin' on My Head").
La fotografia di Conrad Hall, vincitrice di un Oscar, è un altro punto di forza. Le immagini sono spesso magnifiche, con ampi paesaggi che esaltano il senso di libertà e avventura, ma anche con primi piani che catturano l'intimità e l'umanità dei personaggi. La colonna sonora di Burt Bacharach, che ha vinto anch'essa un Oscar, contribuisce in modo determinante all'atmosfera del film. Le sue melodie non convenzionali per un western, come la già citata "Raindrops Keep Fallin' on My Head", si fondono perfettamente con lo spirito del film, sottolineando l'anacronismo dei protagonisti e la loro indole "fuori dal tempo".
La sceneggiatura di William Goldman, premiata con l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, è un capolavoro di scrittura. Goldman ha saputo prendere una storia vera, quella dei due fuorilegge, e trasformarla in un racconto universale sull'amicizia, sulla fine di un'epoca e sulla difficoltà di adattarsi al cambiamento. I dialoghi sono brillanti, pieni di umorismo e di battute memorabili che hanno reso i personaggi indimenticabili. La scrittura di Goldman dà spessore ai personaggi, rendendoli non solo fuorilegge, ma esseri umani complessi, con le loro paure, le loro speranze e le loro contraddizioni.
Non si può parlare di "Butch Cassidy" senza menzionare le performance di Paul Newman e Robert Redford. La loro alchimia sullo schermo è semplicemente perfetta. Newman, nel ruolo di Butch Cassidy, incarna il carisma, l'intelligenza e la bonarietà del capo della banda. Il suo sorriso disarmante e i suoi occhi azzurri sono in netto contrasto con la sua professione, rendendolo un fuorilegge affascinante e simpatico. Newman riesce a trasmettere la stanchezza e la consapevolezza del suo personaggio di fronte a un mondo che non ha più posto per lui.
Robert Redford, nel ruolo del Sundance Kid, è l'incarnazione del cool. Con la sua figura longilinea, il suo sguardo penetrante e il suo silenzio, riesce a costruire un personaggio magnetico. Sundance è il partner ideale di Butch, il suo complemento. Laddove Butch è il cervello, Sundance è l'istinto. La loro amicizia, basata su un profondo rispetto e una totale fiducia reciproca, è il cuore emotivo del film. L'interazione tra i due, fatta di scherzi, battute e sguardi d'intesa, è talmente naturale e convincente da sembrare spontanea.
Katharine Ross, nel ruolo di Etta Place, completa il trio. Il suo personaggio è l'elemento femminile e romantico del film. È la "donna tra due uomini", ma non in modo banale. È una donna intelligente, forte e indipendente, che segue i due fuorilegge per amore, ma che alla fine comprende la loro condanna e decide di non condividerla fino alla fine. La sua interpretazione è sottile e misurata, e il suo ruolo è fondamentale per sottolineare il senso di perdita e di inevitabilità che pervade il film.
"Butch Cassidy and the Sundance Kid" è molto più di un semplice western. È un'elegia per la fine del vecchio West, un racconto sulla fine di un'era in cui la libertà e l'individualismo potevano ancora prosperare. Il film esplora temi universali come l'amicizia, la lealtà, il passaggio del tempo e la ricerca di un luogo in cui sentirsi a casa. Il suo tono agrodolce, che mescola risate e lacrime, lo ha reso un classico senza tempo.
Il film ha ricevuto sette candidature all'Oscar, vincendone quattro (miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia, miglior colonna sonora e miglior canzone originale). Ha consolidato la fama di Paul Newman, ha lanciato Robert Redford nel firmamento delle star di Hollywood e ha reso celebre il regista George Roy Hill. Ancora oggi, a decenni di distanza dalla sua uscita, il film continua a emozionare e ad affascinare, rimanendo un punto di riferimento per il genere western e per il cinema in generale. È un'opera che ha saputo raccontare una storia di fuorilegge con un'umanità e una poesia rare, trasformando due figure storiche in leggende cinematografiche.
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La mia Africa (Out of Africa) è un film del 1985 diretto da Sydney Pollack
"La mia Africa" (Out of Africa) è un film del 1985 che ha incantato milioni di spettatori in tutto il mondo, diventando un'icona del cinema romantico e d'avventura. Diretto da Sydney Pollack e basato sull'autobiografia di Karen Blixen (pubblicata con lo pseudonimo di Isak Dinesen) e su altre opere che narrano la vita della scrittrice danese, il film è una sontuosa epopea che mescola la storia d'amore, l'esplorazione di un continente selvaggio e il ritratto di una donna straordinaria. Con le sue sette vittorie agli Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, "La mia Africa" non è solo un capolavoro cinematografico, ma anche un'opera che ha definito un'estetica e un modo di raccontare storie di grande respiro.
La storia inizia nel 1913, quando la baronessa Karen Blixen (Meryl Streep), una giovane donna danese in cerca di stabilità e di un futuro, si reca in quella che allora era l'Africa Orientale Britannica (l'attuale Kenya). Il suo matrimonio di convenienza con il barone Bror Blixen (Klaus Maria Brandauer) è un accordo puramente formale. Una volta arrivata, Karen scopre che suo marito, un avventuriero e cacciatore più interessato alle feste e alle donne che alla gestione di una piantagione, ha investito i loro risparmi in una fattoria di caffè, un tipo di coltivazione notoriamente difficile in quella regione.
Inizialmente, Karen fatica ad adattarsi alla vita in Africa. Si scontra con la vastità della natura selvaggia, la distanza culturale dai suoi dipendenti Kikuyu e la sua stessa solitudine. Ma presto, la sua determinazione e il suo spirito intraprendente la spingono a prendere in mano le redini della piantagione. Il suo rapporto con la terra e con le persone che la abitano si fa sempre più profondo. È in questo contesto che incontra Denys Finch Hatton (Robert Redford), un affascinante e misterioso cacciatore di animali e avventuriero.
Denys è l'esatto opposto di Bror. È un uomo libero, che disprezza le convenzioni sociali e vive in simbiosi con la natura. È un uomo di cultura, che legge poesie e ama la musica, ma la sua vera passione è l'aria aperta e la caccia, non per profitto, ma per il rispetto e l'amore che ha per gli animali e la natura. Tra lui e Karen sboccia un amore profondo e tormentato. Denys, innamorato della sua indipendenza, non vuole legami e non si adatta alla vita domestica, mentre Karen, pur desiderando la sua libertà, desidera anche una connessione stabile e profonda. La loro storia d'amore è fatta di incontri fugaci, di conversazioni filosofiche e di voli in aeroplano sopra le immense pianure africane, che diventano un simbolo della loro libertà e della loro passione.
Il film segue la vita di Karen in Africa per un decennio. Attraversa momenti di gioia e di dolore: la gestione della piantagione, l'epidemia che colpisce la sua comunità, il tradimento del marito e, soprattutto, la sua relazione con Denys. La storia d'amore si conclude in modo tragico con la morte di Denys, che si schianta con il suo aereo. La perdita è devastante per Karen, che nel frattempo ha perso anche la sua piantagione a causa di un incendio e delle difficoltà finanziarie.
Il film si conclude con il ritorno di Karen in Danimarca, lasciando l'Africa, ma portando con sé un pezzo del suo cuore. La sua ultima visita alla tomba di Denys è un momento di profonda commozione, sottolineato dalla voce narrante della stessa Karen, che conclude dicendo: "Se mai andrò in cielo, non tornerò a casa, tornerò in Africa."
La regia di Sydney Pollack è la spina dorsale del film. Pollack gestisce con grande eleganza una produzione di scala epica, unendo la grandiosità dei panorami africani con l'intimità delle relazioni personali. La sua direzione è misurata e attenta, lasciando che le emozioni dei personaggi si sviluppino naturalmente, senza forzature. Pollack ha saputo catturare la bellezza mozzafiato dell'Africa, trasformando il continente non solo in uno sfondo, ma in un personaggio a sé stante, con le sue luci, i suoi colori e i suoi pericoli.
La fotografia di David Watkin, vincitore di un Oscar, è semplicemente sbalorditiva. I suoi ampi scatti delle savane, le albe dorate e i tramonti infuocati sono diventati un marchio di fabbrica del film. Le immagini trasmettono un senso di libertà e di magnificenza, ma anche di solitudine e di vulnerabilità. La sceneggiatura di Kurt Luedtke, anch'essa premiata con l'Oscar, è un'opera di grande sensibilità. Luedtke ha saputo distillare la complessa vita di Karen Blixen in una narrazione fluida e avvincente, arricchendo i dialoghi con una profondità emotiva che rende i personaggi tridimensionali e credibili. La voce narrante di Karen Blixen, che punteggia il film con riflessioni poetiche, aggiunge un ulteriore strato di profondità e di lirismo.
La colonna sonora di John Barry, un altro vincitore dell'Oscar, è iconica. Il suo tema principale, malinconico e maestoso, evoca perfettamente la grandezza del paesaggio africano e il tormento interiore dei protagonisti. La musica di Barry non è solo un accompagnamento, ma una parte essenziale della narrazione, amplificando il senso di nostalgia e di nostalgia.
Le interpretazioni di Meryl Streep e Robert Redford sono il cuore pulsante del film. La loro chimica sullo schermo è palpabile e intensa, rendendo la loro storia d'amore impossibile del tutto credibile.
Meryl Streep offre una performance magistrale nel ruolo di Karen Blixen. Non solo ha imparato l'accento danese per il ruolo, ma ha saputo cogliere le sfumature di un personaggio complesso: la sua ingenuità iniziale, la sua forza d'animo, la sua passione per la vita e la sua devastante tristezza. La sua interpretazione è sottile e potente, capace di trasmettere un'enorme gamma di emozioni con un semplice sguardo o un gesto. Streep riesce a rendere Karen una figura allo stesso tempo vulnerabile e straordinariamente forte.
Robert Redford interpreta Denys Finch Hatton con il suo consueto carisma. Il suo personaggio è l'archetipo dell'avventuriero romantico, un uomo che vive secondo le sue regole e che non può essere domato. Redford dona a Denys un'eleganza naturale e una profondità che lo rendono irresistibile. Il suo volto, spesso rivolto verso l'orizzonte africano, sembra riflettere la sua anima libera. La sua capacità di recitare con i silenzi è notevole e contribuisce a rendere il personaggio misterioso e affascinante.
Anche gli attori di supporto offrono performance notevoli. Klaus Maria Brandauer, nel ruolo di Bror Blixen, è un antieroe affascinante, un uomo debole e superficiale ma che non riesce a essere del tutto odioso. Michael Kitchen e Malick Bowens arricchiscono il cast con le loro interpretazioni rispettivamente di Berkeley Cole e Farah, due figure importanti nella vita di Karen.
"La mia Africa" non è solo un film romantico; è una profonda meditazione sulla ricerca di sé stessi, sulla natura della libertà e sulla lotta contro le convenzioni. È la storia di una donna che, per la prima volta nella sua vita, trova il suo posto nel mondo, non attraverso un matrimonio o la vita sociale, ma attraverso la connessione con la terra e con un amore che trascende le regole.
Il film ha avuto un impatto culturale duraturo, stimolando l'interesse per la storia di Karen Blixen e per i paesaggi del Kenya. La sua estetica visiva ha influenzato la moda, il design e la pubblicità. "La mia Africa" rimane un'opera senza tempo, un'ode alla bellezza selvaggia e indomita del continente africano e alla complessità dell'animo umano. È una storia che parla al cuore, ricordandoci che i luoghi, così come le persone, possono segnarci per sempre.
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I fuorilegge del matrimonio è un film del 1963 diretto da Valentino Orsini e i fratelli Taviani.
Il film, diviso in quattro episodi, esplora il tema della legge sul divorzio, che all'epoca era ancora inesistente in Italia. La storia si concentra su una giovane coppia in crisi, interpretata da Ugo Tognazzi e Annie Girardot, che tenta in tutti i modi di porre fine legalmente al proprio matrimonio. I personaggi devono navigare in un labirinto di leggi arcaiche e di morali bigotte, che li costringono a cercare soluzioni estreme e a ricorrere a sotterfugi per ottenere la loro libertà. L'episodio diretto dai Taviani si distingue per uno stile satirico e critico, che mette in luce l'assurdità e l'ipocrisia della società italiana del tempo.
Il film è un'opera corale, in cui i registi hanno potuto sperimentare stili diversi. Valentino Orsini e i fratelli Paolo e Vittorio Taviani hanno contribuito a creare un'opera che critica aspramente il conformismo e il perbenismo della società borghese italiana. La regia dei Taviani, in particolare, si caratterizza per il suo sguardo critico e per la capacità di mescolare toni drammatici con un umorismo grottesco, una cifra stilistica che avrebbero sviluppato pienamente nei loro capolavori successivi. La loro attenzione per i dettagli e la loro sensibilità nel trattare temi sociali complessi sono già evidenti in questa loro opera giovanile.
Il cast è di alto livello, con Ugo Tognazzi e Annie Girardot nei ruoli principali.
Ugo Tognazzi, uno degli attori più versatili e amati del cinema italiano, interpreta il ruolo con la sua solita maestria, unendo l'umorismo a una profonda umanità.
Annie Girardot, attrice francese di grande talento, dona al suo personaggio una fragilità e una forza allo stesso tempo, rendendo la sua interpretazione memorabile.
"I fuorilegge del matrimonio" è un film che rappresenta un momento significativo nella storia del cinema italiano, poiché affronta un tema allora tabù e lo fa con coraggio e intelligenza. È una testimonianza dell'impegno sociale e politico dei suoi registi, che hanno saputo raccontare una storia di amore e libertà in un'epoca di grandi cambiamenti.
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Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – The Movie: Infinity Castle (劇場版「鬼滅の刃」無限城編) è un film del 2025 diretto da Haruo Sotozaki
Titolo originale: 劇場版「鬼滅の刃」無限城編, Gekijō-ban Kimetsu no Yaiba: Mugen Jō-hen Regia: Haruo Sotozaki Produzione: ufotable Genere: Animazione, Azione, Avventura, Fantasy Data di uscita: 11 settembre 2025 (in Italia)
"Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell'Infinito" non è solo un film, ma il primo di una trilogia cinematografica che adatta l'arco narrativo finale e cruciale del manga di Koyoharu Gotouge. Questo arco rappresenta l'apice della storia, il culmine di tutti gli eventi che hanno portato Tanjiro e i suoi compagni a scontrarsi per l'ultima volta con il loro nemico più temibile, Muzan Kibutsuji, e le dodici Lune Crescenti rimanenti.
1. Trama: L'apice dello scontro finale
Il film riprende esattamente da dove si è interrotta l'ultima stagione dell'anime. La storia inizia con l'addestramento degli Hashira, una fase cruciale in cui Tanjiro, Zenitsu e Inosuke si sottopongono a un durissimo regime di allenamento sotto la guida dei pilastri del Demon Slayer Corps. L'obiettivo è quello di rafforzare le loro abilità e prepararsi per l'imminente e inevitabile scontro con Muzan.
Durante questo addestramento, Muzan Kibutsuji, il Re dei Demoni, finalmente sferra il suo attacco decisivo. Attraverso il suo alleato e manipolatore spaziale, Nakime, la Luna Crescenta Quattro, Muzan teletrasporta l'intera Tenuta Ubuyashiki (il quartier generale del Demon Slayer Corps) all'interno del suo dominio: il Castello dell'Infinito.
Questo luogo non è una semplice fortezza, ma una dimensione parallela, un labirinto instabile e in continua mutazione, le cui pareti, soffitti e pavimenti si spostano incessantemente. All'interno di questo castello, i demoni di Muzan, tra cui le Lune Crescenti superiori, attendono i cacciatori. La trama si sviluppa su due binari paralleli: da un lato, la battaglia epica che si scatena nel castello, e dall'altro, il combattimento decisivo contro Muzan Kibutsuji stesso.
Il film si concentra sulla prima fase di questa battaglia, mostrando lo scontro tra gli Hashira e i vari demoni che li attendono. Ogni cacciatore viene separato dagli altri e costretto a combattere uno contro uno, o in piccoli gruppi, in ambientazioni sempre più intricate e mortali. L'anime è noto per la sua animazione spettacolare, e il film porta questo aspetto a un livello superiore. L'azione è frenetica, le tecniche di combattimento mozzafiato e l'intensità emotiva raggiunge livelli mai visti prima.
Il film esplora anche il passato di alcuni personaggi chiave, rivelando dettagli che spiegano la loro forza e le loro motivazioni. Il legame tra i protagonisti e gli Hashira si rafforza, e le perdite subite rendono la battaglia ancora più disperata. Il Castello dell'Infinito diventa un luogo di crescita, ma anche di immense tragedie, in cui ogni personaggio è spinto al limite fisico e psicologico.
2. Regia e Animazione: Il marchio di ufotable
La regia è curata da Haruo Sotozaki, che ha diretto tutte le stagioni dell'anime di "Demon Slayer". Il suo stile distintivo, unito al lavoro dello studio di animazione ufotable, è la vera forza del film. La qualità visiva è sbalorditiva, con una combinazione di animazione tradizionale disegnata a mano e una CG impeccabile che si fondono senza soluzione di continuità.
Dinamismo e fluidità: Le scene di combattimento sono l'apice dell'arte di ufotable. I movimenti dei personaggi sono incredibilmente fluidi, e le tecniche di respirazione, come la Danza del Dio del Fuoco di Tanjiro o la Respirazione del Tuono di Zenitsu, vengono rese con effetti visivi sbalorditivi che sembrano pennellate di inchiostro e colore in movimento. Il Castello dell'Infinito, con la sua architettura mutevole e le sue infinite scale, è un vero e proprio personaggio, reso con una cura dei dettagli maniacale che aumenta il senso di smarrimento e pericolo.
Colori e luce: La tavolozza dei colori è ricca e vibrante, con contrasti che enfatizzano l'orrore dei demoni e la purezza delle fiamme e dell'acqua usate dai cacciatori. L'uso della luce e delle ombre è magistrale, creando un'atmosfera tesa e opprimente che si addice perfettamente all'ambientazione.
Colonna sonora: La musica, composta da Yuki Kajiura e Go Shiina, è una componente essenziale. Le tracce epiche si alternano a melodie più malinconiche, sottolineando l'importanza di ogni singolo momento. La colonna sonora del film non è solo un accompagnamento, ma una narrazione parallela che amplifica l'emozione e l'intensità di ogni scena.
3. Personaggi e Cast Vocale
Il film, essendo il primo di una trilogia finale, vede un'ampia partecipazione di personaggi, alcuni noti e altri che entrano in scena con un ruolo cruciale.
Tanjiro Kamado (Natsuki Hanae): Il protagonista. Più maturo e determinato che mai, è spinto dalla sua promessa di riportare Nezuko alla normalità e vendicare la sua famiglia. Il film lo vedrà affrontare sfide che superano ogni sua precedente esperienza.
Nezuko Kamado (Akari Kitō): La sorella di Tanjiro. Il suo ruolo è fondamentale nella battaglia, e la sua lotta per mantenere la sua umanità e resistere agli impulsi demoniaci raggiunge il culmine.
Zenitsu Agatsuma (Hiro Shimono): Il cacciatore codardo ma potentissimo quando perde i sensi. Il film gli offre l'opportunità di mostrare la sua vera forza e di superare le sue paure.
Inosuke Hashibira (Yoshitsugu Matsuoka): Il cacciatore dal temperamento selvaggio. La sua brutalità e la sua determinazione sono essenziali nella battaglia contro i demoni.
Muzan Kibutsuji (Toshihiko Seki): L'antagonista principale. La sua presenza è costante e inquietante, e finalmente lo vediamo in un'azione più diretta e brutale che mai.
Gli Hashira: I pilastri del Demon Slayer Corps. Ogni Hashira ha un ruolo vitale in questo film e nei successivi, affrontando le Lune Crescenti che sono state loro assegnate. Tra i più importanti:
Giyū Tomioka (Takahiro Sakurai): Il Pilastro dell'Acqua, che combatte al fianco di Tanjiro.
Sanemi Shinazugawa (Tomokazu Seki): Il Pilastro del Vento, un personaggio complesso e burrascoso.
Gyōmei Himejima (Tomokazu Sugita): Il Pilastro della Roccia, considerato il più forte di tutti gli Hashira.
4. L'attesa e il successo
L'annuncio di una trilogia cinematografica per l'arco finale ha generato un'enorme eccitazione tra i fan. La strategia di adattare la parte conclusiva del manga in più film è stata accolta positivamente, poiché permette di dare a ogni evento il giusto spazio, senza affrettare la narrazione. La scelta di "Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell'Infinito" come primo film di questa trilogia ha dimostrato di essere una mossa vincente, come testimoniano i primi risultati al botteghino.
L'uscita del film ha generato il sold-out nelle prevendite in molti paesi, con piattaforme di vendita dei biglietti che sono andate in crash a causa del traffico. Questo successo sottolinea non solo la popolarità del franchise, ma anche la fiducia dei fan nel lavoro di ufotable e nella direzione di Haruo Sotozaki. Il film non è solo un'appendice all'anime, ma un evento cinematografico a sé stante che, con la sua trama avvincente e la sua animazione rivoluzionaria, mira a consolidare ulteriormente il dominio di "Demon Slayer" nel mondo dell'animazione.
"Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell'Infinito" è molto più di un semplice film; è l'inizio della fine di un viaggio epico. Un'opera che fonde una narrazione intensa con un'animazione di altissimo livello, promettendo un'esperienza cinematografica indimenticabile per i fan e per chiunque apprezzi l'arte dell'animazione giapponese.
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Primo amore (Alice Adams) è un film diretto nel 1935 da George Stevens
"Primo amore" (titolo originale: "Alice Adams"), uscito nel 1935 e diretto da George Stevens, è un film che rappresenta un'opera fondamentale del cinema americano degli anni '30. Basato sul romanzo omonimo di Booth Tarkington (vincitore del Premio Pulitzer), il film si distacca dalle commedie brillanti dell'epoca per offrire un ritratto più intimo e a tratti doloroso della disuguaglianza sociale, della solitudine e della ricerca di un posto nel mondo. Con la straordinaria interpretazione di Katharine Hepburn, il film si rivela un capolavoro di dramma e sensibilità, che non ha perso la sua attualità.
Il film è ambientato in una piccola città di provincia in America e segue la storia di Alice Adams (interpretata da Katharine Hepburn), una giovane donna vivace e ambiziosa ma di modeste origini. A differenza dei suoi coetanei, che provengono da famiglie benestanti, Alice e la sua famiglia, gli Adams, fanno parte della "classe media" più povera, e questo li pone in una posizione di svantaggio sociale. La madre di Alice la incoraggia a cercare un matrimonio vantaggioso che la sollevi dalla loro condizione, mentre il padre, sebbene desideri il successo per la figlia, non ha i mezzi per accontentarla.
La trama si sviluppa attorno al desiderio disperato di Alice di essere accettata dalla società "bene" della città. Nonostante i suoi sforzi, viene costantemente ignorata o umiliata, a volte in modo involontario, a volte con cattiveria. La sua incapacità di nascondere le sue origini e la sua goffaggine in società creano una barriera insormontabile. Per nascondere le sue insicurezze e le difficoltà economiche della famiglia, Alice si crea un mondo di fantasie e bugie, spacciandosi per una donna ricca e sofisticata.
La svolta arriva quando Alice incontra Arthur Russell (interpretato da Fred MacMurray), un giovane e affascinante scapolo dell'alta società. Arthur, a differenza degli altri, è attratto dalla genuinità e dal carisma di Alice, e i due iniziano a frequentarsi. Per Alice, Arthur rappresenta la sua unica speranza di entrare in un mondo che sembra precluso. Per questo motivo, continua a mentire e a costruire un castello di menzogne per mantenere l'illusione di essere all'altezza di lui.
Il clou del dramma si ha durante una cena a casa degli Adams, che si rivela un completo disastro. Alice aveva insistito per organizzare la cena per dimostrare alla madre di poter conquistare Arthur, ma le condizioni della casa, il fratello impertinente e l'atteggiamento dei genitori creano una situazione umiliante. La sua fragile facciata di finzione crolla inesorabilmente, e la verità sulle sue umili origini viene a galla. Tuttavia, proprio in questo momento di massima vulnerabilità, Arthur le dimostra che il suo amore è autentico e che non è interessato alla sua posizione sociale, ma a lei come persona. Il film si conclude con un messaggio di speranza e di accettazione di sé, suggerendo che la vera felicità non risiede nell'apparenza, ma nell'autenticità e nell'amore.
La regia di George Stevens è uno degli aspetti più notevoli del film. Stevens, che diventerà uno dei grandi registi di Hollywood con film come "Un posto al sole" e "Il gigante", dimostra già qui una profonda sensibilità per la psicologia dei personaggi. La sua regia non è appariscente, ma è incredibilmente efficace nel catturare i momenti di tensione emotiva e le sfumature delle relazioni.
Stevens utilizza la telecamera per enfatizzare il senso di isolamento di Alice. Spesso la vediamo sola in inquadrature ampie, o in mezzo a una folla di persone che la ignorano. La sua macchina da presa si sofferma sui dettagli che tradiscono la condizione economica della famiglia, come il vecchio cappotto del padre o il ristorante modesto in cui si trova Alice, creando un forte contrasto con l'eleganza delle persone che lei vorrebbe imitare.
Il ritmo del film è lento e riflessivo, permettendo allo spettatore di comprendere appieno le motivazioni e le frustrazioni di Alice. Stevens gestisce con maestria la tensione tra il desiderio di Alice e la dura realtà, culminando nella scena della cena, che è un capolavoro di dramma e comicità involontaria. L'uso dei dialoghi è tagliente e realistico, riflettendo la lotta di classe e la complessità dei rapporti familiari.
Il cast di "Primo amore" è eccezionale, e le interpretazioni dei protagonisti sono memorabili.
Katharine Hepburn nel ruolo di Alice Adams offre una delle sue migliori performance. All'epoca, l'attrice era già famosa ma aveva bisogno di un ruolo che la riportasse al successo dopo alcuni flop commerciali. Con Alice Adams, Hepburn dimostra una vulnerabilità e una gamma emotiva che non aveva mai mostrato prima. Riesce a rendere il personaggio di Alice simpatico e credibile, anche nei suoi momenti di ingenuità e disperazione. La sua interpretazione, che le valse una nomination all'Oscar come Miglior Attrice, è un mix perfetto di eleganza naturale e goffaggine che cattura l'essenza della donna che lotta per essere qualcosa che non è.
Fred MacMurray, nel ruolo di Arthur Russell, è il perfetto complemento per la Hepburn. Il suo personaggio è affascinante, gentile e onesto. MacMurray offre una performance sottile ma convincente, dimostrando la bontà d'animo di Arthur e la sua capacità di vedere oltre le apparenze.
Il cast di supporto è ugualmente solido. Fred Stone nel ruolo del padre di Alice è toccante e pieno di dignità, mentre Ann Shoemaker nel ruolo della madre è un mix di amore e frustrazione che spinge inavvertitamente la figlia al limite.
"Primo amore" è un film che affronta temi ancora attuali: la disuguaglianza sociale, l'ansia da prestazione, la ricerca di accettazione e l'importanza dell'autenticità. Il film critica la rigidità della società e la sua ossessione per lo status, celebrando allo stesso tempo il valore di un amore sincero che non si preoccupa della ricchezza o della posizione sociale. La storia di Alice Adams è un monito a non giudicare dalle apparenze e un invito a trovare il coraggio di essere se stessi, un messaggio che rimane universale e potentemente commovente.
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Undine - Un amore per sempre (Undine) è un film del 2020 diretto da Christian Petzold.
"Undine - Un amore per sempre" (titolo originale: "Undine"), uscito nel 2020, è un film che affascina e disorienta, diretto dal maestro del cinema tedesco Christian Petzold. Il film si inserisce nella sua trilogia dedicata agli "spiriti elementali", iniziata con "Il mistero del lago" (2012) e "Phoenix" (2014), ma si distingue per il suo approccio intimo e poetico, che fonde il mito antico con la realtà contemporanea. Petzold, noto per il suo stile preciso e la sua capacità di scavare nelle profondità psicologiche dei personaggi, crea una Berlino moderna che diventa il palcoscenico per una storia d'amore tragica e soprannaturale, in cui la magia si cela dietro la patina della quotidianità.
La storia ruota attorno a Undine (interpretata da una magnetica Paula Beer), una storica dell'arte che lavora al Senato di Berlino, tenendo conferenze sullo sviluppo urbano e sull'architettura della città. La sua vita, apparentemente normale, nasconde un segreto millenario: Undine non è una donna comune, ma una ninfa acquatica, una creatura del mito che, secondo la leggenda, deve uccidere l'uomo che la tradisce per tornare nelle acque da cui proviene.
Il film si apre con Undine che viene lasciata dal suo fidanzato, Johannes. Con il cuore spezzato e la sua maledizione incombente, Undine è devastata. Ma proprio in quel momento, la sua vita cambia. In un bar, incontra un sommozzatore industriale di nome Christoph (interpretato da Franz Rogowski). L'incontro è surreale e quasi fatale: un acquario nel locale si rompe e i due finiscono per bagnarsi, in un momento che li unisce in modo inspiegabile. Nasce subito un amore intenso e travolgente, che sembra cancellare il dolore del passato.
La loro relazione è dolce e pura. Christoph, con il suo lavoro subacqueo, rappresenta la profondità e l'elemento dell'acqua che Undine si porta dentro. I due condividono momenti di profonda intimità e connessione. Tuttavia, l'ombra della maledizione di Undine incombe. Quando la donna viene a sapere che il suo ex fidanzato si è rifatto una vita, il suo passato riemerge, mettendo a rischio il suo nuovo amore. La tragedia non tarda ad arrivare: un incidente sul lavoro mette Christoph in grave pericolo, e Undine capisce che la sua natura mitologica la spinge a compiere un gesto estremo.
Il finale del film è poetico e straziante, in bilico tra il reale e il fantastico. Undine deve affrontare il suo destino, scegliendo tra l'amore per Christoph e l'obbligo di vendetta che la sua natura di ninfa le impone. La narrazione di Petzold si muove con delicatezza tra questi due mondi, rendendo credibile l'incredibile e dimostrando come le storie antiche continuino a risuonare nella vita di tutti i giorni.
La regia di Christian Petzold è l'elemento che eleva "Undine" da una semplice storia d'amore a un'opera d'arte cinematografica. Petzold utilizza uno stile minimalista e preciso, con inquadrature pulite e una fotografia che cattura una Berlino tanto storica quanto misteriosa. Il regista usa la città stessa come un personaggio, con la sua architettura e i suoi canali che fungono da sfondo per il dramma interiore dei protagonisti.
Il film è caratterizzato da una costruzione narrativa sofisticata. Petzold non spiega mai esplicitamente la natura mitologica di Undine, lasciando che il pubblico la scopra attraverso piccoli indizi e simbolismi visivi. Le sequenze subacquee, la presenza costante dell'acqua e la colonna sonora minimalista ma evocativa contribuiscono a creare un'atmosfera sospesa e sognante.
Il montaggio è lento e meditativo, permettendo allo spettatore di immergersi nella storia e di connettersi emotivamente con i personaggi. Petzold dimostra ancora una volta la sua capacità di dirigere gli attori, estraendo da loro performance sottili ma potenti che comunicano più con gli sguardi e i gesti che con le parole. La sua è una regia che lavora per sottrazione, ma che proprio per questo riesce a essere incredibilmente incisiva.
Le interpretazioni di Paula Beer e Franz Rogowski sono il cuore pulsante del film. L'alchimia tra i due è palpabile e contribuisce a rendere la loro storia d'amore credibile e commovente.
Paula Beer nel ruolo di Undine è semplicemente straordinaria. La sua performance le è valsa l'Orso d'argento per la Migliore Attrice al Festival di Berlino. Beer riesce a incarnare sia la donna moderna, sicura di sé nel suo lavoro, che la creatura mitologica, tormentata dal suo destino. I suoi occhi, spesso inquadrati in primo piano, comunicano una profondità di emozioni che va oltre la semplice narrazione, rendendo tangibile la sua solitudine e il suo amore.
Franz Rogowski nel ruolo di Christoph è altrettanto efficace. Il suo personaggio è l'incarnazione della purezza e della forza. Rogowski, con il suo stile di recitazione fisico e vulnerabile, rende Christoph un eroe romantico e innocente, la cui presenza contrasta con la maledizione di Undine. La sua interpretazione è sottile ma piena di calore e umanità, un elemento essenziale per bilanciare il tono misterioso e malinconico del film.
"Undine" è una meditazione sull'amore, sul destino e sull'identità. Il film si chiede se sia possibile sfuggire alla propria natura e se la magia e la tragedia siano sempre presenti, anche nelle vite più ordinarie. La storia di Undine è un'allegoria della fragilità dell'amore e della necessità di affrontare il proprio passato per poter costruire un futuro. È un film che, pur attingendo a un mito antico, parla di sentimenti universali che risuonano in ogni spettatore.
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Big Eyes è un film del 2014 diretto da Tim Burton.
"Big Eyes", uscito nel 2014, è un film biografico diretto da Tim Burton che si distingue per il suo tono più sobrio e realistico rispetto alle opere più iconiche del regista, pur non rinunciando a una certa sensibilità per l'insolito e il bizzarro. Basato su una storia vera, il film racconta la vicenda di Margaret Keane, la pittrice il cui stile unico di dipingere bambini dagli occhi enormi la rese una figura controversa e di culto negli anni '60, e del marito Walter Keane, che si prese il merito delle sue opere, costruendo su questa menzogna un impero milionario.
La storia inizia alla fine degli anni '50 a San Francisco. Margaret Ulbrich (interpretata da una magistrale Amy Adams) è una pittrice timida e insicura, che vive modestamente con la figlia Jane. Dopo aver lasciato il primo marito, incontra Walter Keane (un carismatico e istrionico Christoph Waltz), un pittore e immobiliarista dal fascino irresistibile. Walter si presenta come un artista bohémien, ma in realtà è un uomo abile nel marketing e con un talento per la menzogna.
Margaret si innamora di Walter, attratta dalla sua apparente sicurezza e dal fatto che sia un altro artista. I due si sposano in fretta. Margaret continua a dipingere i suoi quadri, che raffigurano bambini e ragazze dagli occhi sproporzionatamente grandi, malinconici e inquietanti, che riflettono la sua stessa interiorità. Walter, accortosi del potenziale commerciale di quelle opere, inizia a venderle, attribuendosene la paternità. Inizialmente, Walter convince Margaret che le donne artiste non hanno successo e che il suo nome, più "maschile" e altisonante, avrebbe garantito alle opere la notorietà che meritano.
La menzogna ha un successo travolgente. I quadri diventano un fenomeno di massa, stampati su poster, cartoline e vari oggetti, e i "bambini dagli occhi grandi" diventano una vera e propria icona della cultura pop degli anni '60. I Keane diventano ricchissimi e famosissimi, ma il prezzo di questa vita di lusso e bugie è la sofferenza di Margaret. Prigioniera di un matrimonio basato sull'inganno e oppressa dalla personalità prepotente e manipolatrice di Walter, Margaret si ritrova a dipingere in segreto, chiusa nel suo studio, costretta a mentire a tutti, inclusa la sua stessa figlia.
La situazione si fa insostenibile quando la fama di Walter raggiunge livelli altissimi. La sua megalomania cresce a dismisura e la pressione su Margaret aumenta. La crisi arriva quando un celebre critico d'arte, John Canaday (interpretato da Terence Stamp), stronca le opere con un'aspra recensione. In un crescendo di follia e violenza psicologica, Walter difende la sua posizione con bugie sempre più assurde. Margaret, spinta anche dalla sua fede religiosa e dal desiderio di riacquistare la propria dignità e la verità per sua figlia, trova il coraggio di ribellarsi.
Dopo il divorzio, la battaglia legale per la paternità delle opere culmina in un surreale processo giudiziario in cui i due ex coniugi devono dipingere in aula un quadro per dimostrare chi sia il vero autore. In questa scena, che coniuga in modo perfetto dramma e comicità, la verità trionfa e Margaret ottiene il riconoscimento che le spetta, rivelando al mondo la grandezza del suo talento e la farsa costruita dal marito.
Con "Big Eyes", Tim Burton mette da parte le sue eccentriche visioni gotiche e fiabesche per adottare uno stile più contenuto e narrativo. La sua impronta, tuttavia, non scompare del tutto. I temi che gli sono cari – l'emarginazione, l'arte come forma di auto-espressione e l'accettazione del "diverso" – sono tutti presenti. La fotografia, curata da Bruno Delbonnel, gioca con colori saturi e luminosi che richiamano l'estetica pop e l'ottimismo forzato degli anni '60, in netto contrasto con l'interiorità cupa e repressa della protagonista.
Burton dimostra una notevole sensibilità nel raccontare la storia di Margaret, una donna che si trova intrappolata in un ruolo subalterno e che deve lottare per la propria emancipazione e per il riconoscimento della sua identità artistica. Il regista si concentra sulla dinamica psicologica tra i due personaggi principali, costruendo una narrazione che, pur essendo visivamente meno spettacolare di un "Beetlejuice" o un "Edward mani di forbice", risulta incredibilmente efficace e toccante. La regia è misurata, al servizio degli attori e della storia, e rappresenta una delle prove più mature di Burton, che sceglie di raccontare una favola moderna sulla verità e sulla menzogna, senza bisogno di effetti speciali.
Il successo di "Big Eyes" è in gran parte dovuto alle straordinarie performance dei due attori protagonisti.
Amy Adams nel ruolo di Margaret Keane è semplicemente perfetta. Con la sua interpretazione, riesce a trasmettere la timidezza, la fragilità e l'insicurezza iniziali del personaggio, ma anche la sua crescente forza interiore e il suo desiderio di giustizia. La sua capacità di comunicare l'evoluzione psicologica di Margaret, dal vittimismo alla ribellione, le è valsa un Golden Globe come Migliore Attrice in una commedia o musical e una candidatura al BAFTA.
Christoph Waltz nel ruolo di Walter Keane offre un'interpretazione gigionesca e memorabile. Il suo Walter è un concentrato di fascino, menzogna e narcisismo. Waltz cattura perfettamente l'essenza di un uomo che è un affabulatore nato, un genio del marketing che riesce a vendere una menzogna al mondo intero. Il suo carisma è tale che, nonostante si sappia che è il "cattivo" della storia, si è quasi affascinati dalla sua sfacciataggine. La sua performance, a tratti quasi comica e sopra le righe, si sposa alla perfezione con il tono del film e gli è valsa una candidatura al Golden Globe.
Nel cast di supporto, si distinguono anche Danny Huston nel ruolo del giornalista Dick Nolan e Terence Stamp in quello del critico John Canaday. Quest'ultimo, in particolare, offre una performance misurata ma incisiva, incarnando la figura del purista dell'arte che disprezza l'arte popolare dei "Big Eyes", rappresentando così l'altro lato della medaglia del dibattito sul valore dell'arte.
"Big Eyes" affronta temi universali come l'identità, la menzogna, la fama e l'emancipazione femminile. La storia di Margaret è un potente esempio della lotta di una donna per affermare il proprio talento e la propria identità in un'epoca in cui le artiste donne venivano spesso messe in secondo piano o ignorate. Il film pone anche una domanda affascinante e ancora attuale: che cos'è l'arte? È un'espressione personale dell'artista o è ciò che il pubblico e il mercato decidono che sia?
Una curiosità affascinante è che Tim Burton, prima ancora di dirigere il film, era un grande ammiratore delle opere di Margaret Keane. Ha commissionato a lei personalmente dei ritratti della sua fidanzata dell'epoca e poi della sua ex moglie, dimostrando un legame personale con la pittrice e il suo stile. Questo background rende il film un progetto particolarmente intimo e sentito per il regista, che ha scelto di raccontare una storia in cui la sincerità, alla fine, trionfa sull'inganno, un messaggio che in un mondo sempre più fatto di finzione, risuona con una particolare forza.
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F come falso (Vérités et mensonges) è un film del 1973 diretto da Orson Welles.
"F come falso" (titolo originale: "F for Fake"), uscito nel 1973, è un film che sfugge a ogni classificazione tradizionale. Non è un documentario, non è un saggio cinematografico e non è un film a tema investigativo, eppure contiene elementi di tutti e tre. Diretto, scritto e interpretato dal leggendario Orson Welles, questo film è una riflessione affascinante e profondamente stratificata sulla verità, la menzogna, l'arte e l'illusione. Con il suo stile unico e il montaggio frenetico, "F come falso" si presenta come una delle opere più innovative e personali del suo autore, un testamento del suo genio creativo e del suo spirito ribelle.
La trama di "F come falso" è meno una narrazione lineare e più un'esplorazione tematica che si muove in direzioni inaspettate. Il film è costruito attorno alla figura del celebre falsario ungherese Elmyr de Hory, uno degli ingannatori d'arte più abili del XX secolo. De Hory ha trascorso la sua vita a creare falsi di maestri come Picasso, Matisse e Modigliani, ingannando con successo gallerie d'arte e collezionisti di tutto il mondo.
Welles intreccia la storia di De Hory con quella del suo biografo, Clifford Irving, un altro personaggio avvolto in uno scandalo. Irving, dopo aver scritto il libro su De Hory, raggiunse la notorietà per aver tentato di vendere una falsa "autobiografia autorizzata" del miliardario recluso Howard Hughes, un'altra storia di inganno e finzione. Hughes, a sorpresa, uscì dal suo silenzio per smascherare l'imbroglio di Irving, che fu poi condannato al carcere.
Ma il film non si ferma qui. Welles si inserisce lui stesso nella narrazione, giocando con l'idea che la sua stessa identità pubblica sia una costruzione, una sorta di "falso" mediatico. Inserisce aneddoti sulla sua vita, a partire dal suo trionfo giovanile con lo scherzo radiofonico de "La guerra dei mondi", che convinse milioni di ascoltatori americani che un'invasione aliena fosse in corso. Questo aneddoto non è solo un ricordo, ma una prova concreta di come la narrazione possa essere più potente della realtà stessa.
Il film prosegue con un'ultima, sorprendente "rivelazione": una storia su Pablo Picasso e un presunto falso creato da sua moglie e una giovane amica, un racconto che alla fine si rivela essere una finzione, l'ennesimo inganno che Welles piazza nel suo film per dimostrare che anche la sua opera, in fondo, è un atto di magia e di illusione. La trama, quindi, non è una semplice sequenza di eventi, ma un gioco di specchi che mette costantemente in discussione ciò che vediamo e ciò in cui crediamo.
Il vero protagonista di "F come falso" è il suo stile registico. Welles, con il suo montaggio a raffica e i suoi salti temporali, crea un ritmo incalzante e una struttura non lineare che anticipa il linguaggio visivo che diventerà comune in seguito, ma che era rivoluzionario per l'epoca. Il film è una sinfonia di spezzoni di pellicola d'archivio, interviste, filmati originali, riprese di Welles stesso che parla in camera, e animazioni.
Welles sfrutta appieno il montaggio per creare collegamenti tematici inusuali. Una frase di un intervistato può essere tagliata e giustapposta a un'immagine che ne capovolge il significato. Le sequenze non si susseguono in modo logico, ma in modo associativo, come un flusso di coscienza visivo che sfida la nostra percezione. Questa tecnica non serve solo a mantenere l'attenzione dello spettatore, ma è essa stessa parte del messaggio del film: la realtà non è una sequenza di fatti oggettivi, ma una costruzione soggettiva, un assemblaggio di frammenti che ciascuno di noi mette insieme per dare un senso al mondo.
Un altro elemento chiave della regia è la presenza di Welles stesso. È il narratore, l'investigatore, il prestigiatore che svela i suoi trucchi. La sua voce profonda e la sua figura imponente dominano lo schermo. A volte si rivolge direttamente al pubblico, rompendo la quarta parete e invitandoci a partecipare al suo gioco. Questa interazione diretta rende il film incredibilmente intimo e personale.
Il film è anche un esempio straordinario dell'uso della musica e del sonoro. Le battute di jazz, i brani classici e gli effetti sonori sono usati in modo drammatico per sottolineare i passaggi, per creare suspense o per alleggerire il tono. Tutto, dalla parola all'immagine, è manipolato con maestria per creare un'esperienza cinematografica unica.
Il cast di "F come falso" è composto da personaggi reali e da Welles stesso.
Orson Welles: Il regista, il narratore e la figura centrale. È allo stesso tempo il maestro di cerimonie e un altro dei personaggi nel suo stesso labirinto di inganni. La sua performance è un mix di arguzia, autoironia e profonda riflessione.
Elmyr de Hory: Il falsario d'arte. Le sue interviste, registrate per il film, mostrano un uomo affascinante e non privo di un certo fascino, che si giustifica dicendo che il vero valore di un'opera d'arte risiede nella percezione, non nell'autenticità.
Clifford Irving: Il biografo di Elmyr e a sua volta un falsario. Irving è il tramite attraverso cui Welles esplora il concetto di "falso" anche al di fuori del mondo dell'arte, applicandolo al mondo letterario e giornalistico.
Oja Kodar: La compagna di Welles e una figura ricorrente nel film. Presentata come un'attrice affascinante, viene usata in modo molto strategico da Welles per giocare con le dinamiche di genere e con la percezione della bellezza e dell'arte. La sequenza del "cat-calling" è un esempio di come Welles utilizzi il materiale d'archivio in modo innovativo e a tratti provocatorio.
Il tema centrale di "F come falso" è la riflessione sulla verità e sulla menzogna. Welles ci spinge a chiederci: che cos'è un "falso"? Un quadro di De Hory è meno valido se il suo inganno non viene scoperto? Il film suggerisce che l'autenticità non è una qualità intrinseca, ma una costruzione sociale, una narrazione che ci raccontiamo.
Un altro tema fondamentale è la natura dell'arte. Welles si chiede se un'opera sia valida per la sua provenienza o per il suo impatto emotivo. La storia di De Hory dimostra che un "falso" può essere considerato un capolavoro finché la sua vera natura rimane nascosta.
Infine, il film è una meditazione sul potere del cinema stesso. Welles, con il suo stile manipolatorio, dimostra che anche il "documentario" non è esente da finzione. Il regista, come il falsario, crea un mondo che ci spinge a credere, a sospendere il nostro giudizio. "F come falso" è, in definitiva, un atto di magia cinematografica che ci invita a guardare oltre la superficie e a interrogarci su ciò che è autentico nella nostra vita e nella nostra percezione del mondo. È un film che, pur essendo un'opera del passato, rimane incredibilmente attuale nel nostro mondo post-verità, dove la linea tra realtà e finzione è sempre più sottile.
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Romeo è Giulietta è un film del 2024 diretto da Giovanni Veronesi.
"Romeo è Giulietta" è un film del 2024 diretto da Giovanni Veronesi, uno dei registi e sceneggiatori più noti del cinema italiano contemporaneo, celebre per commedie di successo come la saga di Manuale d'amore, Non è un Paese per giovani e L'ultima Ruota del Carro. In questo progetto, Veronesi si cimenta in una rivisitazione del mito shakespeariano, ma lo fa con un approccio totalmente originale, trasformando la tragedia in una commedia brillante e intelligente, che si interroga sul mondo del teatro, sull'identità e sulla passione per l'arte.
L'idea alla base del film è stata concepita insieme a Pilar Fogliati e Nicola Baldoni, con cui Veronesi ha scritto anche la sceneggiatura. Fogliati, in particolare, è la vera protagonista della storia e il motore di gran parte della trama, portando sullo schermo non solo la sua abilità recitativa, ma anche la sua penna.
Trama
Al centro della storia c'è Vittoria (interpretata da Pilar Fogliati), una giovane attrice di grande talento ma con un passato burrascoso. Vittoria si presenta a un provino per ottenere il ruolo di Giulietta nella nuova, ambiziosa messa in scena del celebre dramma di Shakespeare, diretta da un maestro del teatro, il cinico e burbero Federico Landi Porrini (Sergio Castellitto).
Il provino di Vittoria è un fallimento totale, non a causa delle sue capacità, ma per un pregiudizio di Landi Porrini legato a un episodio del suo passato, che il regista giudica imperdonabile. Umiliata e profondamente delusa, Vittoria non si arrende. Con l'aiuto della sua amica truccatrice Gloria (Geppi Cucciari), decide di tentare il tutto per tutto per dimostrare il suo valore.
Vittoria si traveste da uomo, cambiando completamente il suo aspetto, il suo tono di voce e il suo modo di porsi, e si presenta a un nuovo provino, questa volta per il ruolo di Romeo, sotto il falso nome di Otto Novembre. L'inganno funziona: Landi Porrini, senza riconoscerla, rimane affascinato dal suo "talento naturale" e le assegna la parte.
La trama si sviluppa attorno a questa complessa menzogna. Vittoria, nei panni di Otto, deve non solo recitare sul palco, ma anche vivere una doppia vita, celando la sua vera identità a tutti, compreso il suo fidanzato Rocco (Domenico Diele), che viene scelto per il ruolo di Mercuzio. Sul set, nascono equivoci, situazioni esilaranti e momenti di profonda riflessione. La protagonista si trova a esplorare l'identità di genere, a confrontarsi con le sue paure e, soprattutto, a misurare il suo amore per il teatro. L'inganno di Vittoria diventa un'occasione per scoprire lati inaspettati di sé stessa e per svelare l'umanità, seppur nascosta, di Landi Porrini.
Cast Principale e Personaggi
Il film può contare su un cast d'eccezione, che rappresenta uno dei suoi maggiori punti di forza:
Pilar Fogliati (Vittoria/Otto Novembre): L'attrice romana, già nota per il successo di Romantiche, si conferma una delle promesse del cinema italiano. In questo film dimostra grande versatilità, passando con disinvoltura dal ruolo della giovane sensibile e determinata a quello di un convincente e goffo aspirante attore.
Sergio Castellitto (Federico Landi Porrini): Un pilastro del cinema italiano, Castellitto interpreta un personaggio complesso e stratificato, un regista teatrale che nasconde la sua fragilità dietro un atteggiamento burbero e cinico. La sua interpretazione è misurata e incisiva, capace di dare spessore a un ruolo che rischiava di essere una macchietta.
Geppi Cucciari (Gloria): La comica e attrice sarda porta la sua verve e il suo talento per la comicità al servizio del personaggio di Gloria, l'amica leale e complice di Vittoria, che l'aiuta a portare avanti il suo audace piano. I suoi interventi comici sono un valore aggiunto per il film.
Margherita Buy (Clara): Nel ruolo della nonna di Vittoria, Margherita Buy offre una performance delicata e ironica, aggiungendo un tocco di malinconia e saggezza alla storia.
Domenico Diele (Rocco): Interpreta il fidanzato di Vittoria, un attore ambizioso che si trova involontariamente coinvolto nella menzogna della sua ragazza.
Il cast include anche altri volti noti come Maurizio Lombardi, Serena De Ferrari e Alessandro Haber, che contribuiscono a dare corpo e vita alla storia.
Critica e Ricezione
Il film, uscito nelle sale italiane il 14 febbraio 2024, ha ricevuto un'accoglienza mista ma generalmente positiva da parte del pubblico e della critica. È stato lodato per la sua originalità e per l'approccio fresco e moderno a un tema classico. La regia di Veronesi è stata definita "agile" e "leggera", in grado di non appesantire il racconto. Molti hanno sottolineato la prova convincente di Pilar Fogliati, che si fa carico di gran parte del film. Le recensioni hanno evidenziato la capacità della pellicola di bilanciare la comicità con momenti di riflessione più profonda sul mestiere dell'attore, sulle dinamiche del potere nel mondo del teatro e sul concetto di identità.
Streaming e Distribuzione
"Romeo è Giulietta" è stato distribuito nelle sale cinematografiche da Vision Distribution. Successivamente, è approdato sulle piattaforme di streaming. Come hai correttamente segnalato, è disponibile in esclusiva su Sky Cinema e in streaming su NOW (il servizio on demand di Sky), ed è anche presente nel catalogo di Netflix. La disponibilità su più piattaforme ha permesso al film di raggiungere un pubblico molto vasto, consolidando il suo successo.
Produzione e Dettagli Tecnici
Prodotto da Indiana Production e Vision Distribution in collaborazione con Sky, il film è stato girato tra l'agosto e l'ottobre del 2023, con alcune location significative a Roma e Spoleto, inclusi il Teatro Torlonia e il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti. La colonna sonora è di Andrea Guerra, mentre la fotografia è stata curata da Tani Canevari. Con una durata di circa 102 minuti, la pellicola scorre veloce, mantenendo sempre alta l'attenzione dello spettatore.
In sintesi, "Romeo è Giulietta" di Giovanni Veronesi non è una semplice trasposizione, ma una commedia che gioca con l'iconografia shakespeariana per esplorare temi attuali in modo divertente e originale. È un film che unisce la leggerezza della commedia all'italiana con un'attenta analisi dei rapporti umani e delle dinamiche del mondo dello spettacolo.
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Gardenia blu (The Blue Gardenia), è un film del 1953 diretto da Fritz Lang.
Gardenia blu (titolo originale: The Blue Gardenia) è un film del 1953 diretto da uno dei maestri del cinema, Fritz Lang, e rappresenta un esempio eccellente e spesso sottovalutato del genere film noir. Pur essendo una produzione a basso costo e girata in soli sei giorni, il film brilla per la sua suspense psicologica e la sua acuta critica sociale, temi ricorrenti nella filmografia di Lang. La pellicola offre uno sguardo crudo sulla fragilità dell'innocenza e sul potere distruttivo dei media, il tutto avvolto in un'atmosfera tesa e claustrofobica.
Trama: Il cuore spezzato e la notte fatale
La storia si svolge a Los Angeles e ruota attorno a Norah Larkin (interpretata da Anne Baxter), una timida e riservata operatrice telefonica. La sua vita, tranquilla e monotona, è scandita dall'attesa del fidanzato, un soldato impegnato nella Guerra di Corea. Un giorno, Norah riceve una lettera che le spezza il cuore: il fidanzato la lascia per sposare un'altra donna. Devastata dalla notizia, accetta con impulsività un appuntamento al buio con Harry Prebble (Raymond Burr), un artista donnaiolo che le aveva dato il suo numero di telefono.
L'incontro si svolge al "Blue Gardenia", un locale notturno alla moda. Harry, approfittando della vulnerabilità di Norah, la incita a bere diversi cocktail molto alcolici. La donna si ritrova rapidamente in uno stato di semi-incoscienza. Con la scusa di mostrarle i suoi bozzetti, Harry la porta nel suo appartamento e tenta di aggredirla. Norah, in un disperato tentativo di difendersi, afferra un attizzatoio e lo colpisce, per poi fuggire, in preda al panico e a una completa amnesia dovuta all'alcol.
Il mattino seguente, il corpo di Harry viene ritrovato morto, ucciso proprio con un attizzatoio. Norah, svegliatasi senza alcun ricordo della serata, viene tormentata dal sospetto di essere l'assassina. Nel frattempo, un ambizioso e cinico giornalista, Casey Mayo (Richard Conte), soprannomina la presunta assassina "La ragazza della Gardenia Blu" e, in un audace colpo di scena, pubblica un articolo in cui invita la donna a confessare, garantendo la sua protezione. Norah, disperata, telefona a Casey. Il giornalista, intuendo il potenziale della storia, le promette di aiutarla in cambio di un'intervista esclusiva. Tuttavia, man mano che si addentra nella vicenda e si innamora di Norah, si rende conto della sua innocenza e decide di mettere a rischio la sua stessa carriera per smascherare il vero colpevole, un'impresa che lo porterà a investigare sulle numerose ex-amanti di Harry.
Gardenia blu è un film che porta l'inconfondibile impronta di Fritz Lang. Il regista, fuggito dalla Germania nazista per trovare rifugio a Hollywood, ha sempre avuto una predilezione per le storie di individui comuni intrappolati in circostanze straordinarie, spesso a causa del fato e di forze che sfuggono al loro controllo. Questo tema, centrale in capolavori come La donna del ritratto e La strada scarlatta, si ripete in Gardenia blu in modo ancora più potente, trasformando la suspense in un'analisi profonda della psicologia umana.
Il film è considerato un "newspaper noir", un sottogenere che critica ferocemente il sensazionalismo dei media. Casey Mayo e il suo capo sono ritratti inizialmente come figure amorali, disposte a sacrificare la verità pur di vendere copie. La radio, i giornali e il telefono non sono semplici strumenti di comunicazione, ma amplificatori di paranoia e voci che creano un "processo mediatico" in grado di condannare una persona prima ancora che un tribunale possa giudicarla. Lang usa queste piattaforme per dimostrare come il giudizio pubblico possa essere più implacabile della legge stessa.
La regia di Lang è sobria ma straordinariamente efficace. Le riprese veloci e il budget limitato non limitano la sua visione, ma anzi contribuiscono a creare un'atmosfera cruda e realistica. L'uso delle ombre e delle luci, tipico del noir, riflette lo stato d'animo dei personaggi, con Norah che si muove in una Los Angeles notturna, minacciosa e ostile. La cinepresa si muove con precisione, mettendo in risalto la vulnerabilità della protagonista e il senso di ineluttabilità che la circonda.
Il successo di Gardenia blu è dovuto in gran parte alle memorabili interpretazioni del suo cast.
Anne Baxter offre una performance magistrale nel ruolo di Norah Larkin. Il suo personaggio è l'emblema dell'innocenza perseguitata. Baxter riesce a trasmettere un senso di terrore e disperazione autentici, trasformando Norah da una donna spaventata a un'eroina del noir che non ha le caratteristiche tipiche della femme fatale ma che lotta disperatamente per la sua sopravvivenza.
Richard Conte è perfetto nel ruolo del cinico giornalista Casey Mayo. Il suo personaggio subisce una trasformazione significativa: inizia la sua indagine per un tornaconto personale, ma si redime quando si innamora di Norah e si rende conto dell'ingiustizia del caso. Conte riesce a bilanciare il cinismo iniziale con un'umanità e una lealtà che lo rendono il vero eroe del film.
Raymond Burr ruba la scena nel suo ruolo, seppur breve, di Harry Prebble. Anni prima di diventare famoso in tutto il mondo per il ruolo dell'integerrimo avvocato Perry Mason, Burr interpreta un villain viscido e minaccioso con una credibilità sconcertante. Il suo personaggio è il catalizzatore di tutto il dramma, e la sua presenza sullo schermo è così forte da rimanere impressa a lungo anche dopo la sua uscita di scena.
Infine, Nat King Cole fa un'apparizione memorabile nel ruolo di se stesso, eseguendo la canzone "Blue Gardenia". Questo brano, scritto da Bob Russell e Lester Lee, funge da filo conduttore e leitmotiv del film, aggiungendo un tocco di malinconia e romanticismo al cupo mondo del noir.
Oltre alla critica ai media, Gardenia blu esplora altri temi centrali. La trama è una potente riflessione sulla paranoia e sull'ansia che permeano la società del dopoguerra. Norah, pur non avendo commesso l'omicidio, si sente colpevole a causa della sua amnesia e dell'ondata mediatica che la dipinge come una criminale. Questa "colpa presunta" è un tema ricorrente in Lang, che spesso mostra come il senso di colpa e il giudizio esterno possano intrappolare un individuo tanto quanto una colpevolezza reale.
Il film tocca anche il tema del ruolo della donna nella società degli anni '50. Norah non è una femme fatale seduttrice, ma una giovane donna la cui vita viene distrutta da un uomo predatore e da una stampa che la disumanizza. Lang offre una prospettiva empatica sulla sua vulnerabilità, trasformando il film in una storia di ingiustizia e sopravvivenza.
Gardenia blu è un piccolo gioiello del cinema noir che merita di essere riscoperto. Nonostante la sua produzione veloce e il budget limitato, Fritz Lang riesce a creare un'opera complessa e avvincente, arricchita da interpretazioni straordinarie e da una regia che trasforma un semplice thriller in un'intensa analisi della colpa, della persecuzione e della disumanizzazione in un mondo dominato dai media. È un'ulteriore prova del genio di Lang e della sua capacità di elevare un film di genere a una forma d'arte profonda e significativa.
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La belva dell'autostrada (The Hitch-Hiker), è un film del 1953 diretto da Ida Lupino.
"La belva dell'autostrada" (titolo originale: The Hitch-Hiker) è un film del 1953 diretto da Ida Lupino, un nome che risuona come un faro nel mondo del cinema, non solo per la sua carriera di attrice ma, soprattutto, per il suo straordinario lavoro dietro la macchina da presa. Questo film non è solo un semplice thriller, ma un'opera che ha segnato un punto di svolta, dimostrando che una donna poteva eccellere in un genere dominato da uomini come il noir e il thriller psicologico. La sua audacia nel trattare temi complessi e la sua maestria tecnica hanno reso questo film un classico intramontabile, un'opera che merita di essere analizzata in ogni suo aspetto.
Ida Lupino, prima di diventare regista, era già una stella del cinema, un'attrice di talento che aveva recitato al fianco di giganti come Humphrey Bogart e Edward G. Robinson. Ma la sua passione per la narrazione l'ha spinta a fondare la sua casa di produzione, la Filmakers, insieme al marito Collier Young. Questa scelta le ha permesso di avere il controllo creativo sui suoi progetti e di esplorare temi che Hollywood, all'epoca, tendeva a ignorare. I suoi film, come "Outrage" e "The Bigamist", affrontavano argomenti tabù come lo stupro e la poligamia con una sensibilità e una profondità rare per l'epoca. "The Hitch-Hiker" si inserisce perfettamente in questo filone, ma si distingue per la sua capacità di creare una tensione palpabile e un'atmosfera di claustrofobia e terrore che avvolge lo spettatore dall'inizio alla fine.
La trama di "La belva dell'autostrada" è ingannevolmente semplice, ma è proprio in questa semplicità che risiede la sua forza. La storia segue due amici, Roy Collins (interpretato da Frank Lovejoy) e Gilbert Bowen (interpretato da Edmond O'Brien), che decidono di intraprendere un viaggio di pesca in Messico. Il loro viaggio spensierato prende una piega terrificante quando, lungo la strada, danno un passaggio a un autostoppista, Emmett Myers (interpretato da William Talman). Da questo momento, il film si trasforma in un incubo a occhi aperti.
Myers si rivela essere un assassino psicopatico e un criminale in fuga, ricercato per una serie di omicidi commessi in tutto il paese. Il suo modus operandi è spietato: uccide senza pietà chiunque gli dia un passaggio. La sua arma, una pistola, è onnipresente e la sua minaccia è costante. Ma ciò che rende Myers ancora più inquietante è il suo cinismo e la sua crudeltà psicologica. Egli tortura mentalmente i due amici, giocando con le loro paure e i loro nervosismi.
Il film non si concentra solo sull'azione, ma esplora la dinamica tra i tre personaggi. Roy e Gilbert, due uomini ordinari, si trovano in una situazione straordinaria e disperata. La loro amicizia viene messa alla prova, i loro nervi sono tesi al limite. Myers, d'altra parte, non è il tipico cattivo da film. Non è un mostro incomprensibile, ma un uomo che si è abituato a una vita di crimine e che sembra provare piacere nel terrorizzare le sue vittime. La sua figura è basata su un vero serial killer, Billy Cook, un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di realismo e terrore alla storia.
Il viaggio dei tre si snoda attraverso paesaggi desolati e aridi, un ambiente che riflette perfettamente la disperazione e l'isolamento dei protagonisti. La sceneggiatura, scritta da Lupino e Collier Young, è un capolavoro di tensione. Ogni dialogo è carico di significato, ogni silenzio è gravido di minaccia. La suspense non si basa su colpi di scena o effetti speciali, ma sulla pura e semplice psicologia dei personaggi e sulla costante minaccia di violenza.
La regia di Ida Lupino in "The Hitch-Hiker" è semplicemente eccezionale. Il film è girato in bianco e nero, una scelta che non solo si addice al genere noir, ma che accentua anche il senso di desolazione e di pericolo. Lupino usa la macchina da presa come un bisturi, esplorando i volti e le reazioni dei personaggi con una precisione chirurgica. I primi piani sono frequenti e potenti, catturando la paura negli occhi di Roy e Gilbert e la malvagità glaciale in quelli di Myers.
Il montaggio è serrato e incalzante, contribuendo a mantenere un ritmo costante e una tensione crescente. Lupino non ha paura di indugiare su dettagli apparentemente insignificanti che, in realtà, caricano la scena di significato. Ad esempio, la ripresa ravvicinata della mano di Myers che gioca con la sua pistola sul sedile posteriore della macchina è un'immagine che rimane impressa nella mente dello spettatore.
Lupino ha girato il film in esterni, nel deserto della California e del Messico, una scelta insolita per l'epoca, che aggiunge un senso di autenticità e di realismo alla storia. La polvere, il sole accecante, la vastità del paesaggio: tutti questi elementi contribuiscono a creare un'atmosfera di minaccia e di impotenza. Il deserto non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, un labirinto senza via d'uscita per i due protagonisti.
Un altro aspetto notevole della regia di Lupino è la sua capacità di narrare una storia visivamente. Spesso, il terrore non è espresso attraverso dialoghi, ma attraverso gesti, sguardi, e silenzi. L'uso magistrale delle ombre e della luce, tipico del noir, è qui elevato a un nuovo livello. Le ombre lunghe e distorte sul deserto, le luci notturne che fendono il buio: ogni inquadratura è studiata per massimizzare l'impatto emotivo e psicologico.
Il successo di "La belva dell'autostrada" non sarebbe stato possibile senza le straordinarie interpretazioni dei suoi tre protagonisti.
Frank Lovejoy (Roy Collins): Lovejoy interpreta il ruolo dell'uomo comune, l'amico fidato che si trova catapultato in una situazione di terrore. La sua performance è sottile ma efficace, rendendo palpabile la sua paura e la sua frustrazione. Non è un eroe, ma un uomo che cerca di sopravvivere, e la sua umanità è il cuore pulsante del film.
Edmond O'Brien (Gilbert Bowen): O'Brien, un attore di grande talento, dà vita a un personaggio che reagisce in modo diverso al terrore. Se Roy cerca di mantenere la calma, Gilbert è più emotivo, più impulsivo. La dinamica tra i due, il loro scontro e la loro solidarietà, è un elemento cruciale della narrazione. O'Brien riesce a trasmettere la sua crescente disperazione e il suo desiderio di ribellione con grande efficacia.
William Talman (Emmett Myers): La vera star del film, tuttavia, è William Talman. La sua interpretazione di Emmett Myers è una delle più terrificanti e memorabili nella storia del cinema. Talman non interpreta Myers come un maniaco urlante, ma come un predatore calmo e calcolatore. Il suo sguardo, il suo sorriso beffardo, la sua voce monotona: ogni elemento contribuisce a creare un personaggio che è l'incarnazione del male. Il suo occhio paralizzato, un dettaglio visivo che Lupino usa con maestria, aggiunge un tocco di disumanità e di inquietudine al personaggio. La sua performance è così convincente che Talman è stato associato a quel ruolo per il resto della sua carriera, diventando un'icona del male nel cinema.
"La belva dell'autostrada" è un film che merita di essere studiato per molteplici ragioni. È uno dei pochi film noir del periodo a essere diretto da una donna, e la sensibilità di Lupino si percepisce in ogni fotogramma. Non si limita a mostrare la violenza, ma ne esplora le conseguenze psicologiche sulle vittime. Il film è anche un esempio di come il low-budget, se gestito con intelligenza e creatività, possa produrre un'opera di grande impatto.
Il film è stato un successo di critica e di pubblico all'epoca della sua uscita, e il suo status di cult è cresciuto nel corso degli anni. Registi come Martin Scorsese e Quentin Tarantino lo hanno citato come una fonte di ispirazione. La sua influenza si può ritrovare in numerosi film e serie TV che trattano il tema dell'autostoppista psicopatico, da "Duel" di Steven Spielberg a "The Hitcher" di Robert Harmon.
"La belva dell'autostrada" è più di un semplice film di genere. È una riflessione sulla paura, sulla vulnerabilità dell'uomo di fronte al male inspiegabile, e sulla fragilità della vita. Ida Lupino, con la sua visione unica, ha creato un'opera che non solo intrattiene, ma che scava in profondità nella psiche umana. È un capolavoro di tensione e di psicologia, un film che dimostra che il vero orrore non è un mostro con le zanne, ma la malvagità che si nasconde dietro un volto umano.
Se cercate un film che vi tenga con il fiato sospeso dall'inizio alla fine, un'opera che sia un esempio di maestria registica e di grandi interpretazioni, "La belva dell'autostrada" è la scelta perfetta. È un pezzo di storia del cinema, un'opera che ha aperto la strada a nuove forme di narrazione e che continua a terrorizzare e affascinare il pubblico ancora oggi.
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Ladri di biciclette, è un film del 1948 diretto da Vittorio De Sica.
Ladri di biciclette (1948) è un'opera cinematografica che va ben oltre la semplice trama, un'esperienza che ha segnato profondamente la storia del cinema. Diretto da Vittorio De Sica, questo film non è solo un'icona del neorealismo italiano, ma un potente affresco della condizione umana nel dopoguerra. Con una semplicità disarmante e una verità sconcertante, De Sica riesce a catturare l'essenza della lotta quotidiana per la sopravvivenza, l'umiliazione, la speranza e la disperazione.
Per comprendere appieno il significato di Ladri di biciclette, è fondamentale collocarlo nel suo contesto storico. L'Italia del secondo dopoguerra era un paese in ginocchio, segnato dalle ferite del conflitto, dalla povertà e dalla disoccupazione. La ricostruzione era lenta e dolorosa, e la vita di milioni di persone era una battaglia costante per il pane quotidiano.
In questo scenario di miseria e speranza, nasce il neorealismo italiano, un movimento cinematografico che si proponeva di raccontare la realtà nuda e cruda, senza filtri o artifici. I registi neorealisti, tra cui lo stesso De Sica, Roberto Rossellini e Luchino Visconti, abbandonarono i set sfarzosi e gli attori professionisti per girare in esterni, tra le strade e le piazze, utilizzando spesso persone comuni, prese direttamente dalla vita di tutti i giorni. L'obiettivo era cogliere l'autenticità e la dignità delle persone comuni, trasformando le loro storie in epopee universali. Ladri di biciclette è l'esempio più fulgido e commovente di questa filosofia.
La trama del film è di una semplicità disarmante, che ne aumenta la sua potenza emotiva. Il protagonista è Antonio Ricci, un uomo disoccupato e padre di famiglia che vive nella periferia di Roma. Dopo anni di ricerche e sacrifici, ottiene finalmente un lavoro da attacchino municipale, un'occupazione che può garantire dignità e sostentamento alla sua famiglia. C'è solo una condizione: per svolgere il suo lavoro, deve possedere una bicicletta.
La famiglia Ricci si trova ad affrontare un dilemma: la bicicletta è impegnata al monte di pietà, un luogo che simboleggia la povertà e il fallimento. In un gesto di speranza e sacrificio, la moglie di Antonio, Maria, decide di impegnare le lenzuola del corredo nuziale, il simbolo della loro unione e della loro dignità, per riscattare la bicicletta.
L'alba del primo giorno di lavoro di Antonio è un momento di gioia e speranza, una breve parentesi di serenità che si infrange in maniera crudele e improvvisa. Mentre sta affiggendo un manifesto, la bicicletta gli viene rubata. Il furto non è solo la perdita di un oggetto, ma la caduta di tutte le speranze di Antonio e della sua famiglia.
Inizia così un'odissea disperata per ritrovare la bicicletta. Antonio, accompagnato dal suo piccolo figlio, Bruno, si avventura in un'infruttuosa caccia al ladro per le strade di Roma. La ricerca li porta in luoghi simbolo della povertà e dell'emarginazione: le strade caotiche, il mercato di Porta Portese, il covo dei ladri. La loro indagine è un viaggio attraverso l'umanità più disperata, fatta di persone che lottano per la sopravvivenza, di solidarietà e di tradimento.
La scena finale è un pugno nello stomaco. Dopo aver trovato e quasi catturato il ladro, un giovane disperato e malato che vive in un quartiere degradato, Antonio si trova di fronte a un'amara verità: la società che lo ha messo in ginocchio è la stessa che ha trasformato il suo aggressore in un ladro. Umiliato e sconfitto, in un momento di disperazione e frustrazione, Antonio tenta di rubare una bicicletta. Viene scoperto e messo alla gogna, davanti agli occhi innocenti e increduli di suo figlio. La scena è un'agonia di dignità perduta, una caduta morale che rende Antonio, da vittima, parte di un sistema corrotto e disumano. La disperazione e l'amore del piccolo Bruno per il padre chiudono il cerchio: il pianto del bambino è il lamento di una generazione ferita.
La regia di Vittorio De Sica è il vero cuore pulsante del film. Lontano dalla spettacolarizzazione e dall'artificio, De Sica adotta uno stile asciutto, quasi documentaristico, che si concentra sull'emozione e sulla verità dei personaggi. Il regista usa la macchina da presa come un occhio invisibile, che si muove tra le strade e le piazze, cogliendo la quotidianità e la realtà delle persone.
Una delle scelte più coraggiose e rivoluzionarie di De Sica fu l'uso di attori non professionisti per i ruoli principali. Antonio Ricci è interpretato da Lamberto Maggiorani, un operaio che lavorava in una fabbrica, mentre il piccolo Bruno è Enzo Staiola, un bambino trovato per strada. Questa scelta non fu dettata da ragioni economiche, ma dalla volontà di ottenere la massima autenticità. L'assenza di tecnica recitativa lasciava spazio all'espressione genuina delle emozioni, rendendo i personaggi ancora più credibili e commoventi. La spontaneità e la naturalezza di Maggiorani e Staiola sono il vero segreto del successo del film.
La sceneggiatura, scritta da Cesare Zavattini in collaborazione con lo stesso De Sica, è un capolavoro di essenzialità. Ogni dialogo è funzionale e ogni scena è un tassello fondamentale per la storia. La narrazione procede per piccoli episodi, che si susseguono come le tappe di una Via Crucis laica, creando un senso di inesorabile progressione verso il tragico epilogo.
Le riprese in esterni sono un altro elemento fondamentale della poetica di De Sica. Roma non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, con le sue strade polverose, i mercati affollati, i quartieri popolari e le loro miserie. La città è rappresentata nella sua cruda bellezza, con la sua architettura monumentale che contrasta in modo doloroso con la povertà dei suoi abitanti.
Fin dalla sua uscita, Ladri di biciclette ha suscitato reazioni contrastanti in Italia. Alcuni critici lo accusarono di essere un'opera troppo pessimista e disfattista, che mostrava solo il lato oscuro del paese. Tuttavia, il film fu accolto con entusiasmo all'estero, dove venne premiato e celebrato come un capolavoro. Ricevette un Premio Oscar speciale nel 1950 come "Miglior film straniero" e fu acclamato dalla critica internazionale, che ne riconobbe la forza e l'originalità.
L'eredità di Ladri di biciclette è immensa. Il film ha influenzato generazioni di registi in tutto il mondo, da Martin Scorsese a Ken Loach, che hanno riconosciuto in De Sica un maestro nel raccontare storie di persone comuni con dignità e rispetto. Il film è diventato un punto di riferimento per il cinema sociale e per tutti quei registi che credono nella potenza della verità e della semplicità.
Ladri di biciclette non è solo la storia di un uomo che cerca la sua bicicletta. È la storia di un padre e un figlio, di una dignità perduta e di un'umanità che cerca di resistere in un mondo crudele. È un film che ci interroga sulla natura della povertà, della giustizia e della speranza. De Sica ci mostra che, anche nella più profonda miseria, l'amore e la dignità possono resistere, ma che a volte la società può spezzare anche lo spirito più forte. La sua forza sta nella sua universalità: la lotta di Antonio Ricci è la lotta di ogni uomo che cerca di sopravvivere con dignità, un'epopea di dolore e speranza che continua a commuovere e a ispirare.
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The End of the Tour - Un viaggio con David Foster Wallace (The End of the Tour) è un film del 2015 diretto da James Ponsoldt
"The End of the Tour" è un film drammatico biografico del 2015 diretto da James Ponsoldt, basato sul libro di memorie "Come la fine del tour: Un'intervista con David Foster Wallace" di David Lipsky. Il film esplora il complesso e toccante rapporto tra il celebre scrittore David Foster Wallace e il giornalista di Rolling Stone David Lipsky durante gli ultimi giorni del tour promozionale del romanzo "Infinite Jest" nel 1996.
Trama
La trama si concentra su una serie di conversazioni intime e filosofiche tra Wallace e Lipsky. Lipsky, un aspirante scrittore, viene incaricato di scrivere un profilo su Wallace, la cui notorietà sta crescendo in modo esponenziale. I due intraprendono un viaggio di cinque giorni, attraversando città innevate del Midwest americano. Le loro conversazioni spaziano da argomenti letterari a questioni personali, come la fama, la depressione, la solitudine, la televisione e il significato della vita.
Il film non è una biografia tradizionale, ma un'esplorazione della psicologia di due uomini: un genio letterario che si confronta con il peso della propria fama e un giornalista che lotta con l'ammirazione e la gelosia per il suo soggetto. Il dialogo è il cuore del film, offrendo uno sguardo profondo e onesto sulle paure e le insicurezze che affliggono sia l'artista che il reporter. La tensione narrativa nasce dal confronto tra i loro diversi punti di vista e dalla graduale evoluzione del loro rapporto, che si trasforma da intervista professionale a una sorta di amicizia effimera.
Regia
James Ponsoldt, noto per il suo stile registico sobrio e attento ai personaggi ("The Spectacular Now", "Smashed"), dirige il film con una sensibilità notevole. La sua regia non cerca effetti speciali o colpi di scena, ma si concentra sulla veridicità delle interazioni umane. Ponsoldt utilizza primi piani e inquadrature ravvicinate per catturare le espressioni sottili e le emozioni dei protagonisti, immergendo lo spettatore nelle loro conversazioni.
La fotografia, curata da Jakob Ihre, contribuisce a creare un'atmosfera intima e malinconica. Le location, spesso ambientate in stanze d'albergo, auto e aeroporti, riflettono il senso di disorientamento e alienazione che accompagna la vita "on the road". Il montaggio, a cura di Darrin Navarro, alterna sapientemente le lunghe sequenze di dialogo con momenti di silenzio e riflessione, permettendo al pubblico di assorbire la complessità dei personaggi.
Attori
Il successo di "The End of the Tour" è in gran parte dovuto alle eccezionali interpretazioni dei due attori protagonisti:
Jason Segel nei panni di David Foster Wallace: La performance di Segel è stata ampiamente acclamata dalla critica. L'attore, noto principalmente per i suoi ruoli comici, ha dimostrato una profondità e una sensibilità inaspettate. Ha catturato alla perfezione la complessa personalità di Wallace: la sua intelligenza acuta, la sua insicurezza, la sua umiltà e la sua lotta con la depressione. Segel ha studiato attentamente le interviste e le apparizioni televisive di Wallace per riprodurre la sua parlata, i suoi tic e la sua gestualità, offrendo una performance che è allo stesso tempo una mimesi accurata e una creazione artistica originale.
Jesse Eisenberg nei panni di David Lipsky: Eisenberg, già esperto nel ruolo di intellettuale tormentato ("The Social Network"), interpreta Lipsky con la sua solita precisione e intensità. Il suo personaggio è il nostro "punto di vista" nel film, un osservatore che cerca di decifrare il genio e le contraddizioni di Wallace. La sua interpretazione è sottile e reattiva, e il suo duetto con Segel è il vero motore del film.
Altri Aspetti
"The End of the Tour" è un film che si distingue per la sua intelligenza e per la sua profonda onestà. Non è un film sulla scrittura, ma sulla natura umana, sulla solitudine, sulla fama e sulla difficoltà di connettersi con gli altri. Sebbene la storia si svolga in un contesto letterario, i temi trattati sono universali e toccano le corde di chiunque abbia mai sentito il peso delle aspettative, proprie o altrui.
Il film è stato accolto molto positivamente dalla critica, in particolare per le interpretazioni di Segel e Eisenberg, e per la capacità di Ponsoldt di trasformare un'intervista in un dramma avvincente. Ha vinto diversi premi e ha ricevuto nomination ai Independent Spirit Awards e ai Critics' Choice Awards.
In conclusione, "The End of the Tour" non è solo un film per i fan di David Foster Wallace, ma un'opera cinematografica che offre una riflessione profonda e toccante sulla vita e sull'arte. È un film che si concentra sulla potenza del dialogo e sul sottile gioco di emozioni che definisce le nostre relazioni più significative.
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Il Cameraman (The Cameraman),è un film del 1928 diretto da Edward Sedgwick e Buster Keaton.
"Il Cameraman" (titolo originale: The Cameraman) è un film muto del 1928 che segna un momento cruciale nella storia del cinema e, in particolare, nella carriera del suo protagonista e co-regista, Buster Keaton. Spesso considerato l'ultimo vero capolavoro di Keaton prima del declino dovuto al passaggio al sonoro e all'ingresso nel sistema degli studios di Hollywood, il film è una commedia romantica e slapstick che mescola la poesia del suo umorismo fisico con una riflessione meta-cinematografica sul potere della macchina da presa.
Regia: Una Collaborazione Forzata e Geniale
La regia di "Il Cameraman" è ufficialmente accreditata a Edward Sedgwick, ma è ampiamente riconosciuto che Buster Keaton abbia avuto un ruolo di co-regista non accreditato e, di fatto, il controllo artistico su gran parte del film. Questa dinamica è il primo segnale del cambiamento che stava avvenendo nella carriera di Keaton. Fino a quel momento, con la sua casa di produzione indipendente, aveva goduto di una libertà creativa quasi totale, scrivendo, dirigendo e interpretando i suoi film. "Il Cameraman" fu il suo primo progetto sotto contratto con la Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), un accordo che Keaton avrebbe in seguito definito "il peggior errore della mia vita".
Nonostante le tensioni con la produzione e con il produttore Lawrence Weingarten, che lo considerava "infantile", Keaton riuscì a imporre la sua visione a Irving Thalberg, il capo della produzione della MGM. Keaton convinse Thalberg a scartare la sceneggiatura originale e a procedere con il suo metodo di lavoro, basato su un'idea di base e una serie di gag elaborate sul set. Il risultato è un film che, pur essendo prodotto da un grande studio, mantiene intatto lo stile inconfondibile di Keaton: una narrazione essenziale, una comicità visiva impeccabile e un personaggio che affronta le avversità con un'espressione impassibile, il suo celebre "Grande Sasso" (The Great Stone Face). La regia di Keaton è evidente nelle sequenze di azione e nelle gag complesse, costruite con una precisione matematica e un'attenzione maniacale al dettaglio che le rendono ancora oggi esilaranti.
Trama: La Go-Go di un Cameraman Mancato
La trama del film ruota attorno a Buster, un povero ma sognatore fotografo da strada di New York, che si innamora perdutamente di Sally, una bellissima e gentile segretaria che lavora per gli studi cinematografici MGM Newsreels. Per conquistarla e ottenere un posto di lavoro al suo fianco, Buster decide di diventare un cineoperatore.
Tuttavia, le sue prime prove sono un disastro. Acquistando una vecchia cinepresa e una serie di attrezzature antiquate, Buster si lancia nel mondo del reportage, ma i suoi tentativi sono un fallimento comico dopo l'altro. Le sue riprese sono caotiche e prive di senso: si ritrova a filmare incidenti stradali al contrario, a inciampare in ogni occasione e a rovinare le sue pellicole. Il suo rivale in amore, Stagg, un cameraman affermato e arrogante, lo ridicolizza costantemente.
La comicità del film raggiunge il culmine in una serie di gag memorabili, tra cui la celeberrima partita di baseball in solitaria, dove Buster interpreta tutti i ruoli, lanciando, battendo e correndo intorno alle basi con un'agilità e un tempismo incredibili. Un'altra sequenza iconica lo vede affrontare una rissa in un quartiere di Chinatown, dove, ancora una volta, la sua goffaggine si trasforma in un'inaspettata abilità.
Il punto di svolta arriva quando Buster si imbatte in una piccola e dispettosa scimmietta, che diventa il suo inaspettato compagno di avventure. Durante un incidente in una regata, Buster riesce a salvare Sally che sta per annegare, ma il rivale Stagg gli ruba il merito. È a questo punto che interviene la scimmia, che aveva preso la cinepresa di Buster e aveva accidentalmente filmato l'intero salvataggio. Le riprese della scimmia non solo mostrano la verità, ma sono anche un filmato di notevole qualità. Il suo talento "naturale" viene riconosciuto e Buster ottiene finalmente il lavoro dei suoi sogni e, soprattutto, l'amore di Sally.
Attori e Personaggi: La Chimica del Silenzio
Il cast del film, sebbene non vastissimo, è perfettamente integrato nella narrazione.
Buster Keaton nel ruolo di Buster: Il suo personaggio è l'incarnazione della sua maschera comica. Un uomo mite, sfortunato ma indomabilmente persistente. Il suo volto inespressivo contrasta in modo geniale con la cascata di eventi assurdi che lo circondano, creando una profonda empatia con il pubblico. Keaton, con le sue acrobazie e il suo timing comico perfetto, dimostra ancora una volta perché è considerato uno dei più grandi comici del cinema di tutti i tempi.
Marceline Day nel ruolo di Sally: L'attrice interpreta la ragazza dei sogni di Buster, un personaggio dolce e simpatico che funge da catalizzatore per le sue avventure. La sua chimica con Keaton è palpabile, e la loro storia d'amore, pur semplice, è la spina dorsale emotiva del film.
Harold Goodwin nel ruolo di Stagg: Interpreta il rivale di Buster, l'antagonista arrogante e poco onesto. Il suo personaggio serve a mettere in risalto la modestia e l'integrità del protagonista.
Josephine nel ruolo della scimmia: Sebbene un animale, la scimmia Josephine è un personaggio chiave. È lei, per un colpo di fortuna o per destino, a salvare Buster e a ribaltare la sua sfortuna, diventando un'icona del film.
Altri Dettagli e Impatto Culturale
"Il Cameraman" è un film di importanza storica non solo per la carriera di Keaton, ma anche per il cinema in generale. È uno degli ultimi grandi capolavori del cinema muto, uscito proprio all'alba dell'era del sonoro. La sua qualità tecnica è notevole, con riprese in esterni a New York (tra cui Times Square e lo Yankee Stadium) che gli conferiscono un'atmosfera autentica e quasi documentaristica.
Il film è stato accolto molto positivamente dalla critica e dal pubblico al momento della sua uscita e ha avuto un buon successo commerciale. Tuttavia, la sua importanza è cresciuta esponenzialmente nel corso dei decenni, soprattutto dopo che è stato a lungo considerato un film perduto, distrutto in un incendio dei magazzini della MGM nel 1965. Fortunatamente, una copia quasi completa fu ritrovata a Parigi nel 1968, e una versione di qualità superiore fu scoperta nel 1991. Questo ha permesso di restaurare il film e renderlo disponibile alle nuove generazioni. Nel 2005, "Il Cameraman" è stato inserito nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, a testimonianza del suo valore storico e culturale.
Il film non è solo una commedia, ma anche un omaggio al mestiere del cineoperatore e al potere del cinema di catturare la realtà. Con la sua satira del mondo delle notizie e con il suo personaggio che impara a padroneggiare la macchina da presa attraverso il caos, "Il Cameraman" si configura come un'opera meta-cinematografica, un'analisi giocosa del rapporto tra l'uomo, la tecnologia e l'immagine in movimento.
In conclusione, "Il Cameraman" è un film che racchiude l'essenza del genio di Buster Keaton: la fusione di un umorismo visivo straordinario, un'acrobatica fisica impeccabile e una profonda, seppur sottile, poesia. È un testamento della sua arte e un triste ma affascinante promemoria di come il mondo di Hollywood, con il suo sistema di produzione industriale, stesse per porre fine a un'era di creatività e libertà artistica.
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Lo schermo velato (The Celluloid Closet), è un documentario del 1995 diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman.
"Lo schermo velato" (The Celluloid Closet) è molto più di un semplice documentario; è un'opera di ricerca, un'analisi storica e una profonda riflessione su come l'industria cinematografica di Hollywood ha rappresentato, e spesso distorto, l'immagine delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) nel corso di quasi un secolo. Diretto dai pluripremiati Rob Epstein e Jeffrey Friedman, e uscito nel 1995, il film è basato sul libro omonimo del 1987 scritto dal critico cinematografico Vito Russo. Il documentario non si limita a elencare i film, ma ne svela il contesto sociale e storico, offrendo una visione critica e spesso dolorosa delle rappresentazioni omosessuali sullo schermo. Con una narrazione elegante e un montaggio meticoloso, "Lo schermo velato" illumina le sfumature, le allusioni e le tragiche caricature che hanno definito la presenza queer a Hollywood, dimostrando quanto il cinema abbia plasmato le percezioni pubbliche e, a sua volta, ne sia stato influenzato.
Regia e Visione Autoriale
I registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman sono figure di spicco nel panorama del cinema documentario, noti per la loro capacità di affrontare temi sociali e storici complessi con sensibilità e rigore. Epstein, in particolare, aveva già vinto un Oscar per il suo documentario del 1984 "The Times of Harvey Milk", che raccontava la vita e l'assassinio del primo politico apertamente gay eletto a San Francisco. La loro collaborazione ha prodotto un approccio che combina un'analisi accademica con una narrazione emotivamente coinvolgente.
La regia di "Lo schermo velato" è esemplare. Anziché affidarsi a una narrazione vocale onnisciente, Epstein e Friedman lasciano che siano le clip dei film stessi a raccontare la storia, intervallandole con le testimonianze di attori, registi e critici. Questo approccio crea un dialogo tra il passato e il presente, tra le immagini sullo schermo e le voci di chi le ha create o le ha vissute. Il montaggio, curato da Jeffrey Friedman, è una vera e propria opera d'arte. Le sequenze di film, spesso giustapposte in modo ironico o rivelatore, mostrano come i cliché e i codici segreti si siano evoluti (o meno) nel tempo. Per esempio, una scena di un film muto in cui un personaggio maschile è vestito da donna viene accostata a un'altra simile di un film degli anni '80, mettendo in evidenza la persistenza di certi stereotipi. La scelta di utilizzare il bianco e nero per le interviste conferisce un'eleganza classica e senza tempo, distinguendo chiaramente le testimonianze dal materiale d'archivio.
Trama: Un Viaggio nel Tempo Cinematografico
La "trama" del documentario non è una narrazione lineare, ma un percorso tematico e cronologico. Il film inizia con i primi anni del cinema, quando l'omosessualità era un argomento tabù ma veniva occasionalmente "velata" attraverso personaggi effeminati o ambigui, spesso utilizzati per scopi comici o per suggerire un'aura di "decadenza".
Il documentario prosegue analizzando l'impatto del Codice Hays (o Codice di Produzione Cinematografica) del 1934, che di fatto proibiva la rappresentazione "perversa" dell'omosessualità. Questo periodo, durato per decenni, ha costretto i registi a ricorrere a codici segreti e allusioni. I personaggi omosessuali dovevano essere "puniti" per la loro "devianza", spesso morendo o suicidandosi alla fine del film. "Lo schermo velato" analizza esempi celebri come il personaggio di Sam Spade in "Il mistero del falco" (The Maltese Falcon) o la crudele signora Danvers in "Rebecca - La prima moglie", mettendo in luce come la loro "cattiveria" fosse una metafora codificata della loro omosessualità.
Il film esplora poi la rappresentazione delle donne lesbiche, spesso ridotte a figure aggressive, mascoline o maligne. Clip da film come "La caccia" (The Children's Hour) sono analizzate per mostrare la tragica e inevitabile fine che attendeva questi personaggi.
Il documentario segue l'evoluzione delle rappresentazioni dagli anni '60 in poi, con la caduta del Codice Hays e l'emergere di personaggi gay più visibili, sebbene spesso ancora stereotipati e negativi. Vengono analizzati i "gay villain", personaggi la cui malvagità era intrinsecamente legata alla loro omosessualità, e i film che hanno cercato di affrontare il tema con maggiore sensibilità, come "Party" (The Boys in the Band) del 1970, che sebbene avesse una rappresentazione più esplicita, mostrava comunque personaggi profondamente infelici e tormentati.
Infine, "Lo schermo velato" conclude con un'analisi dei film degli anni '80 e '90, in cui le rappresentazioni iniziano a diventare più complesse e positive, con film come "Philadelphia" o "My Own Private Idaho", che pur mantenendo una certa tragicità, offrono personaggi più sfaccettati e umani.
Cast: Le Voci dei Protagonisti
A fare da guida in questo viaggio attraverso il cinema non sono solo le clip, ma anche le voci di chi ha contribuito a creare e a vivere queste storie. La narrazione del documentario è affidata a Lily Tomlin, un'attrice e comica di grande talento, la cui voce aggiunge una nota di calore e ironia. Le sue brevi introduzioni a ogni sezione tematica sono chiare e dirette, rendendo il materiale accessibile anche a chi non è esperto di storia del cinema.
Le interviste sono il cuore pulsante del documentario. Il film presenta un cast stellare di attori e registi che condividono le loro esperienze e le loro riflessioni. Tra i più celebri:
Tom Hanks: Parla del suo ruolo in "Philadelphia" e della complessità di interpretare un personaggio gay.
Susan Sarandon: Offre un'analisi perspicace sulle rappresentazioni delle donne lesbiche.
Whoopi Goldberg: Condivide le sue riflessioni sulla rappresentazione dell'omosessualità in un contesto multiculturale.
Tony Curtis: Ricorda il suo ruolo in "A qualcuno piace caldo" e l'ironia di un film che scherzava sul travestimento in un'epoca di grande segretezza.
Gore Vidal: Il celebre scrittore e sceneggiatore offre un'analisi storica e culturale acuta e senza peli sulla lingua.
Harvey Fierstein: L'attore e drammaturgo discute delle sfide e dei progressi nel rappresentare personaggi gay in modo autentico.
Shirley MacLaine: Parla della sua esperienza nel film "La caccia" e della difficoltà di affrontare un argomento così delicato.
Altre Notizie e Impatto Culturale
"Lo schermo velato" è stato prodotto con un budget di circa 1,2 milioni di dollari e ha avuto un successo critico notevole. È stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival e ha ricevuto un'accoglienza entusiastica. Ha vinto il Peabody Award, l'Emmy Award per il Miglior Documentario, e ha ricevuto numerosi altri premi in festival cinematografici internazionali.
Il documentario ha avuto un impatto significativo sulla cultura popolare e sul mondo accademico. È diventato un punto di riferimento fondamentale per gli studi cinematografici, gli studi di genere e gli studi queer. Molti corsi universitari lo utilizzano come testo di riferimento per discutere la storia della rappresentazione cinematografica e l'evoluzione dell'identità LGBT. Il film ha anche contribuito a far conoscere l'opera e l'eredità di Vito Russo, che è stato un pioniere nel campo della critica cinematografica e un attivista per i diritti civili.
Inoltre, il documentario ha avuto il merito di riaccendere l'attenzione su film dimenticati o mal interpretati, incoraggiando il pubblico a rivedere la storia del cinema con occhi nuovi e più critici. Il suo lascito è evidente nel modo in cui i documentari successivi hanno affrontato la storia del cinema, adottando spesso un approccio simile basato su clip d'archivio e interviste a figure chiave.
"Lo schermo velato" non è solo una storia del cinema; è una storia delle persone, delle loro lotte e della loro invisibilità. Offre uno sguardo penetrante su come il potere delle immagini possa non solo riflettere ma anche plasmare la realtà sociale. È un'opera essenziale per chiunque sia interessato al cinema, alla storia e alle complesse dinamiche tra arte e identità.
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Ballerina,è un film del 2025 diretto da Len Wiseman.
"Ballerina", uscito nelle sale nel 2025 e diretto da Len Wiseman, non è un semplice film a sé stante, ma un'esplorazione approfondita e avvincente di uno dei franchise d'azione più amati e iconici degli ultimi anni: quello di "John Wick". Ambientato cronologicamente tra gli eventi del terzo e del quarto capitolo della saga principale, questo spin-off si focalizza su un nuovo personaggio, Eve Macarro, interpretata dalla talentuosa Ana de Armas, offrendo una prospettiva inedita sul complesso mondo di assassini, regole e vendette che ha affascinato milioni di spettatori.
Regia e Visione Creativa
La direzione di Len Wiseman, noto per film come "Underworld" e "Die Hard - Vivere o morire", si inserisce perfettamente nell'estetica e nel tono del franchise. Sebbene la critica abbia notato che la sua regia non raggiunge la maestria coreografica di Chad Stahelski, il regista dei film di "John Wick", Wiseman dimostra di saper gestire sequenze d'azione adrenaliniche e un'atmosfera tesa e cupa. Il film è prodotto da Basil Iwanyk, Erica Lee e Chad Stahelski stesso, il quale ha avuto un ruolo attivo nella produzione, supervisionando e contribuendo con riprese aggiuntive per garantire la coerenza con il "Wickverse". Questo legame stretto con i creatori originali ha permesso a "Ballerina" di mantenere l'essenza visiva e narrativa della saga, pur introducendo elementi distintivi. La sceneggiatura, a cura di Shay Hatten, già coinvolto nella scrittura di "John Wick: Chapter 3 – Parabellum", si concentra sulla vendetta e sulle conseguenze delle azioni, temi cari all'universo narrativo. Tuttavia, alcune recensioni hanno sottolineato una certa mancanza di profondità nella scrittura del personaggio di Eve, che a volte sembra più un archetipo che una figura pienamente sviluppata.
Trama: La Danza Mortale di una Vendetta
La trama di "Ballerina" ruota attorno a Eve Macarro, una giovane donna che assiste impotente all'omicidio del suo padre, un assassino del sindacato criminale Ruska Roma. Da bambina, Eve viene accolta da questo stesso clan, dove viene addestrata non solo nell'arte letale del combattimento, ma anche in quella del balletto. Questo dualismo tra grazia e ferocia è il fulcro del suo personaggio e del film stesso. Cresciuta per diventare una "kikimora", una guardia del corpo e un'assassina d'élite, Eve è mossa da un unico, inesorabile desiderio: la vendetta.
La sua missione è rintracciare e punire gli uomini responsabili della morte del padre, un gruppo con uno strano marchio sul polso. Durante il suo percorso, si ritrova a operare in un mondo dove bellezza e violenza si fondono, e dove ogni passo di danza può trasformarsi in un movimento mortale. La sua ricerca di giustizia la porta a incrociare il cammino con personaggi familiari ai fan della saga di "John Wick", come Winston (Ian McShane) e Charon (l'indimenticabile Lance Reddick), che le offrono consigli e, a volte, la mettono in guardia sui pericoli che la sua sete di vendetta comporta. Il momento più atteso e significativo per il pubblico è l'incontro con John Wick (Keanu Reeves) stesso, che non solo funge da figura di mentore, ma che in un certo senso rappresenta un'evoluzione o una diversa sfaccettatura del sicario per eccellenza.
Il film esplora la trasformazione di Eve, da vittima a letale predatrice, ma suggerisce anche un profondo tormento interiore che accompagna ogni sua azione. A differenza di John Wick, il cui dolore è viscerale e palpabile, il trauma di Eve è più sottile, una didascalia che guida le sue scelte, ma che a volte non riesce a infondere la stessa empatia nel pubblico.
Cast e Interpretazioni
Il cast di "Ballerina" è uno dei suoi punti di forza, unendo volti nuovi a quelli storici del franchise.
Ana de Armas interpreta Eve Macarro, la protagonista. Dopo aver dimostrato la sua versatilità in film drammatici come "Blonde" e d'azione come "No Time to Die", l'attrice cubana si cala nel ruolo con carisma e una presenza scenica notevole. Le sue performance nelle scene di combattimento, ispirate ai movimenti del balletto, sono state elogiate e rappresentano il cuore del film.
Anjelica Huston riprende il suo ruolo de "La Direttrice" del clan Ruska Roma, una figura austera e potente che funge da punto di riferimento e da severo giudice per Eve.
Keanu Reeves torna a vestire i panni di John Wick. La sua apparizione, pur non essendo il personaggio principale, è fondamentale e serve a collegare in modo definitivo lo spin-off alla saga madre. Il suo ruolo di mentore per Eve è un elemento cruciale della trama.
Ian McShane e Lance Reddick riprendono i loro ruoli iconici di Winston Scott, il manager del Continental Hotel di New York, e Charon, il suo fidato concierge. La loro presenza aggiunge profondità e un senso di continuità all'universo narrativo.
Norman Reedus ("The Walking Dead") e Gabriel Byrne ("I Soliti Sospetti") si uniscono al cast in ruoli di antagonisti. Il personaggio di Reedus, Daniel Pine, sembra avere un ruolo cruciale e il regista ha già espresso l'intenzione di esplorare ulteriormente il suo passato in eventuali sequel.
Altri Dettagli e Accoglienza
Il film, con una durata di circa 90 minuti (sebbene alcune fonti citino 124 o 125 minuti), è stato distribuito in Italia da 01 Distribution. Il budget di produzione si attesta intorno ai 90 milioni di dollari, con un incasso globale che ha superato i 137 milioni, dimostrando un buon successo commerciale.
L'accoglienza critica è stata generalmente positiva. Su aggregatori come Rotten Tomatoes, ha ottenuto un indice di gradimento del 76%, mentre su Metacritic il punteggio è di 59 su 100. La critica ha apprezzato le performance degli attori, in particolare quella di Ana de Armas, e le sequenze d'azione coreografate in modo spettacolare. Tuttavia, alcuni hanno espresso riserve sulla scrittura, che a volte sembra più un pretesto per le scene di combattimento che una storia con un'autentica profondità emotiva.
"Ballerina" si configura come un'aggiunta valida e visivamente impressionante all'universo di "John Wick". Nonostante non raggiunga la perfezione dei film della saga principale, riesce a espanderne la mitologia con successo, introducendo un nuovo e affascinante protagonista e promettendo un futuro ricco di possibilità per questo mondo di assassini.
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Fuga in Francia è un film neorealista del 1948 diretto da Mario Soldati "
Il film segue la storia di Riccardo Torre (interpretato da un magistrale Folco Lulli), un ex gerarca fascista e criminale di guerra, la cui figura non è mai giudicata in modo manicheo, ma piuttosto osservata nella sua disperata e tragica umanità. Torre è fuggito dal carcere e si trova in clandestinità, braccato dalle autorità. Il suo unico compagno di fuga è il figlio Fabrizio (il giovane Enrico Olivieri), un bambino che vive nel terrore e nell'ammirazione per un padre che non conosce veramente. La loro rocambolesca evasione ha un unico obiettivo: attraversare il confine alpino e rifugiarsi in Francia.
La prima parte del film è un concentrato di suspense. Durante una sosta in un albergo di montagna, Torre viene riconosciuto da una cameriera, Pierina (Rosi Mirafiore). In un momento di panico e calcolo spietato, Torre la uccide per non essere denunciato, un atto che getta un'ombra ancora più cupa sul suo personaggio. L'omicidio non è un pretesto per mostrare la malvagità del fascista, ma piuttosto un punto di non ritorno che lo intrappola in una spirale di violenza e fuga senza fine.
Il viaggio prosegue, e il padre e il figlio si uniscono a un gruppo di emigranti clandestini, persone comuni, operai e diseredati in cerca di fortuna al di là delle montagne. Tra di loro c'è Tembien (interpretato da un giovane Pietro Germi), un reduce dal fronte russo che incarna la stanchezza e la disillusione di un'intera generazione. L'incontro tra il criminale di guerra e i "vinti" della storia italiana è un momento di grande spessore narrativo. Torre, abituato a una posizione di comando, deve ora mescolarsi con la gente comune, ma la sua vera identità e il suo passato lo perseguitano inesorabilmente.
La caccia continua, e la polizia si stringe attorno a loro, in un crescendo di tensione che culmina nelle fredde e inospitali cime alpine. Il film si trasforma in una sorta di western della neve, dove ogni passo è incerto e il senso di minaccia è palpabile. Il destino di Torre è segnato, ma il suo vero dramma non è l'arresto, ma la perdita definitiva della sua dignità agli occhi del figlio, che finalmente comprende la vera natura del padre. Il film si conclude con l'arresto di Torre, lasciando il figlio Fabrizio, ormai solo, sotto la protezione di Tembien, in un finale che suggerisce un futuro di redenzione e speranza, lontano dalle ombre del passato.
Mario Soldati, intellettuale eclettico, scrittore, giornalista e regista, si approccia al neorealismo con una sensibilità unica. La sua regia in "Fuga in Francia" non si limita a documentare la realtà, ma la plasma per creare un'esperienza emotiva. Soldati sfrutta al massimo gli ambienti naturali delle Alpi, trasformando il paesaggio innevato in un personaggio a sé stante, un labirinto ostile che riflette la condizione interiore dei protagonisti. Il freddo, la fatica, il pericolo dei sentieri di montagna non sono solo elementi scenografici, ma diventano metafore della fuga e della disperazione.
Soldati dimostra una profonda conoscenza del cinema americano, in particolare del noir, e ne adotta i codici visivi e narrativi. L'uso della luce e delle ombre, il ritmo incalzante e la costante sensazione di essere braccati sono tutti elementi che richiamano i maestri del genere. Questa fusione tra un'estetica neorealista (scelte registiche essenziali, riprese in esterni, attori con volti "vissuti") e un'impostazione di genere (la trama di caccia all'uomo, la suspense) è ciò che rende "Fuga in Francia" così innovativo e moderno per l'epoca. Non si tratta di un semplice film di denuncia, ma di un dramma psicologico in cui la tensione narrativa serve a esplorare la complessità morale dei personaggi.
Il successo del film si deve in gran parte alle straordinarie interpretazioni del cast, in particolare quella di Folco Lulli. Lulli, che nella vita reale fu un partigiano attivo nella Resistenza, dà vita a un ritratto potente e sfumato del gerarca fascista Riccardo Torre. La sua non è una recitazione urlata o melodrammatica, ma una performance fatta di sguardi, gesti misurati e una stanchezza che traspare dal volto e dal corpo. Nonostante i crimini commessi, Lulli riesce a infondere al suo personaggio una tragica dignità, rendendolo credibile e, per certi aspetti, quasi patetico.
Al suo fianco, il giovane Enrico Olivieri offre una performance commovente nel ruolo di Fabrizio. La sua innocenza e il suo desiderio di credere nel padre creano un forte contrasto con la natura violenta e disperata di Torre, rendendo il rapporto padre-figlio il vero cuore pulsante del film. La graduale disillusione del bambino, che assiste alla caduta morale del genitore, è il motore emotivo della storia.
Un'altra figura degna di nota è quella di Pietro Germi, all'epoca poco più che esordiente, che offre un'interpretazione intensa e scarna del reduce Tembien. La sua presenza, magnetica e silenziosa, incarna la dignità e la sofferenza di chi ha pagato sulla propria pelle il prezzo della guerra, offrendo un punto di riferimento morale nel caos della fuga.
"Fuga in Francia" è comunemente inserito nel filone neorealista, ma il suo rapporto con questo movimento è complesso e dialettico. A differenza di film come "Roma città aperta" o "Ladri di biciclette", che si concentrano sulla denuncia sociale e sulla vita delle classi popolari, Soldati affronta un tema politico e psicologico: la condizione dei vinti, dei fascisti in fuga. Il film non li condanna in modo esplicito, ma li analizza come figure umane, con le loro paure e i loro drammi personali.
Questa scelta, all'epoca, fu vista come audace e provocatoria. Soldati non prende una posizione netta, ma si limita a mostrare le conseguenze di una vita di violenza e menzogne. La sceneggiatura, scritta da un gruppo di intellettuali di primissimo piano (tra cui Ennio Flaiano e Cesare Pavese), contribuisce a questa profondità psicologica, evitando le semplificazioni e i cliché. L'attenzione non è sul giudizio politico, ma sulla disintegrazione morale di un individuo e sul rapporto disperato con il figlio, che si scontra con la sua natura criminale.
"Fuga in Francia" di Mario Soldati rimane un'opera fondamentale, un ponte tra il neorealismo e il cinema di genere che seguirà. La sua capacità di unire una trama avvincente a una profonda riflessione morale lo rende un film che non ha perso nulla della sua forza. È un ritratto crudo e onesto delle ferite ancora aperte dell'Italia del dopoguerra, raccontato attraverso una storia di fuga e disperazione. La regia di Soldati, le straordinarie interpretazioni e la sua audace fusione di stili ne fanno un capolavoro da riscoprire, un testimone prezioso di un'epoca di profonde trasformazioni, capace di parlare al cuore e alla mente dello spettatore di ieri come di oggi.
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Senza sangue(Without Blood) è un film del 2024 diretto da Angelina Jolie
Introduzione
"Without Blood" è un film che si distingue nel panorama cinematografico contemporaneo per la sua profonda e toccante esplorazione delle conseguenze a lungo termine della guerra, non attraverso la violenza esplicita del conflitto, ma attraverso le cicatrici psicologiche e le ferite emotive che lascia sui sopravvissuti. Scritto, coprodotto e diretto da Angelina Jolie, il film segna il suo ritorno dietro la macchina da presa con un'opera che conferma la sua sensibilità e il suo impegno nel trattare tematiche umanitarie complesse. Adattato dal romanzo omonimo del 2002 di Alessandro Baricco, "Senza sangue", il film si muove in un'atmosfera di sospensione e malinconia, interrogandosi sulla natura del perdono e sulla possibilità di ricostruire un futuro dopo un passato di violenza. L'opera, presentata in anteprima al Toronto International Film Festival, ha suscitato un notevole interesse per la sua regia misurata, le interpretazioni potenti dei suoi protagonisti e il messaggio universale che veicola.
Trama: La Ricerca di un'Anima Smarrita
La trama di "Without Blood" si sviluppa su due linee temporali distinte ma intrinsecamente connesse. La prima parte del film ci riporta a un periodo di guerra imprecisato in un paese senza nome, un'ambientazione che amplifica la sua universalità, rendendola una metafora di ogni conflitto armato. In questa fase, assistiamo a un evento traumatico che segna per sempre la vita della protagonista, una bambina di nome Nina. Durante un attacco brutale a una fattoria isolata, i suoi genitori e il fratello vengono uccisi da un gruppo di aggressori. Nina riesce a salvarsi nascondendosi in un fosso, assistendo inerme alla strage. È in questo momento di terrore e disperazione che un giovane, uno degli aggressori, la vede ma, per un inspiegabile atto di umanità o di esitazione, decide di non ucciderla, lasciandola in vita. Questo gesto, per quanto ambiguo, diventa il fulcro della sua esistenza, il punto di partenza per una vita segnata dal trauma e dalla solitudine.
La seconda parte del film, e quella che ne costituisce il nucleo narrativo principale, si svolge decenni dopo. Nina, ora una donna adulta, è interpretata da Salma Hayek. La sua vita è stata definita dal passato; è una sopravvissuta tormentata, che vive in uno stato di costante allerta, con il fantasma del suo trauma che la perseguita. Il suo viaggio è una ricerca, non di vendetta, ma di comprensione. Vuole ritrovare l'uomo che l'ha risparmiata, l'uomo che detiene le risposte ai suoi perché, l'uomo che, nel profondo, forse rappresenta l'unica scintilla di umanità in quel giorno di morte. Questo uomo, interpretato da Demián Bichir, ha anch'egli vissuto una vita segnata da quel momento. La loro storia non è una semplice narrazione di incontro-scontro, ma una complessa danza di emozioni, in cui il passato emerge in un dialogo fatto di sguardi, silenzi e parole non dette. L'incontro tra i due è un confronto catartico, un tentativo di dare un senso a un evento insensato, di esplorare la possibilità del perdono e della riconciliazione.
Regia: L'Approccio di Angelina Jolie
La regia di Angelina Jolie in "Without Blood" è la sua più matura e misurata fino ad oggi. A differenza dei suoi lavori precedenti, come "Nella terra del sangue e del miele" o "Unbroken", in cui la violenza del conflitto era spesso mostrata in modo più diretto, qui la regista opta per un approccio più sottile e psicologico. La violenza è presentata attraverso le sue conseguenze, non attraverso la sua esecuzione. Jolie utilizza una fotografia dai toni spenti e malinconici, con paesaggi vasti e desolati che riflettono lo stato d'animo interiore dei personaggi. I silenzi sono tanto eloquenti quanto i dialoghi; la tensione non è creata da un'azione incalzante, ma dall'attesa, dalla paura e dal dolore che si leggono negli occhi dei protagonisti.
La Jolie si concentra sui primi piani, sui dettagli dei volti, sui gesti minimi che rivelano mondi interiori complessi. Questo approccio intimista permette allo spettatore di connettersi profondamente con i personaggi, di sentire il peso delle loro esperienze. La regia è elegante e asciutta, priva di eccessi, e si pone al servizio della storia e delle sue tematiche. La scelta di girare in un luogo sconosciuto, non riconoscibile, enfatizza il tema dell'universalità della guerra e del dolore, rendendo il film una parabola applicabile a qualsiasi conflitto passato, presente o futuro. La direzione degli attori è un punto di forza: Jolie riesce a estrarre interpretazioni potenti e sfumate dai suoi protagonisti, guidandoli attraverso un'intensa esplorazione emotiva.
Attori: L'Intensità di Salma Hayek e Demián Bichir
La riuscita del film dipende in gran parte dalla straordinaria alchimia e dalle performance dei suoi attori principali. Salma Hayek interpreta Nina con una profondità e una vulnerabilità impressionanti. La sua interpretazione non si affida a grandi gesti, ma a una presenza scenica silenziosa, a sguardi che raccontano una vita di dolore e solitudine. Hayek riesce a trasmettere la forza e la fragilità di una donna che ha costruito la sua vita attorno a un trauma, ma che, al contempo, non ha mai smesso di cercare una forma di pace interiore. La sua Nina è un ritratto di una sopravvissuta, con tutti i suoi fantasmi e le sue speranze.
Demián Bichir, nel ruolo dell'uomo che ha risparmiato Nina, offre una performance altrettanto complessa e commovente. Il suo personaggio è tormentato dal suo passato, un uomo che ha commesso atti orribili ma che, in un singolo momento, ha scelto l'umanità. Bichir porta in scena un'intensa miscela di rimorso, solitudine e una sotterranea speranza di redenzione. Il suo volto, i suoi occhi, raccontano una storia di auto-consapevolezza e di dolore. L'incontro tra i due attori è il fulcro emotivo del film, un duetto di interpretazioni che si completa a vicenda in modo magistrale, esplorando le dinamiche del perdono e della connessione umana in un modo che è tanto delicato quanto potente.
Temi e Altro
"Without Blood" è un film che solleva domande profonde e universali. Il tema centrale è la possibilità di guarigione dopo il trauma, non attraverso la vendetta, ma attraverso la comprensione e il perdono. Il titolo stesso, "Senza sangue", suggerisce l'assenza di violenza fisica nella parte principale della storia, focalizzandosi invece sulle ferite invisibili e sulla possibilità di una riconciliazione che non richieda ulteriori spargimenti di sangue. Il film esplora anche il concetto di memoria e di come il passato non sia mai veramente "passato" ma continui a vivere in noi, plasmando chi siamo.
Inoltre, il film è una meditazione sulla natura umana, sulla convivenza tra il male e il bene, tra la crudeltà e la compassione. Il gesto di un momento può cambiare una vita, sia per chi lo riceve che per chi lo compie. "Without Blood" è un'opera d'arte che invita alla riflessione, a considerare il peso delle nostre azioni e la possibilità di redenzione anche nelle circostanze più disperate. La scelta della Jolie di adattare un'opera di Baricco, noto per il suo stile poetico e minimalista, dimostra la sua volontà di affrontare temi complessi con sensibilità e profondità, confermando il suo ruolo non solo come attrice di fama mondiale ma anche come regista con una visione autoriale ben definita.
ora su sky
BlacKkKlansman segna un ritorno in grande stile per Spike Lee, uno dei registi più influenti e impegnati del cinema americano contemporaneo. Uscito nel 2018, il film ha conquistato la critica e il pubblico, vincendo il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes e l'Oscar per la Migliore sceneggiatura non originale. La pellicola è basata sulla storia vera di Ron Stallworth, il primo detective afroamericano del dipartimento di polizia di Colorado Springs, e sulle sue incredibili vicende raccontate nell'autobiografia "Black Klansman".
La scelta di portare sul grande schermo questa storia, apparentemente assurda e grottesca, si rivela un colpo di genio. Spike Lee sfrutta il potenziale comico e surreale della situazione per affrontare, con la sua inconfondibile "voce", un tema centrale del suo cinema: il razzismo negli Stati Uniti. Il film non è solo una cronaca degli eventi, ma una riflessione acuta e attuale sulle radici storiche del suprematismo bianco e sulle sue manifestazioni nel presente.
La storia è ambientata negli anni '70 a Colorado Springs, in un'America ancora profondamente segnata dalla segregazione e dalle tensioni razziali. Ron Stallworth (interpretato da John David Washington) è il primo agente di polizia afroamericano a essere assunto nel dipartimento della città. Dopo aver sopportato l'iniziale diffidenza dei colleghi e l'incarico relegato all'archivio, Ron ottiene un'opportunità per lavorare sotto copertura, infiltrandosi in un'organizzazione studentesca che accoglie la figura di Stokely Carmichael (Corey Hawkins), leader delle Black Panthers. In questa occasione, incontra l'attivista Patrice Dumas (Laura Harrier), di cui si innamora, e inizia a prendere coscienza della propria identità e del proprio ruolo.
La svolta arriva quando Ron, per pura curiosità, risponde a un annuncio su un giornale locale del Ku Klux Klan, l'organizzazione suprematista bianca. Al telefono si spaccia per un uomo bianco e razzista, riuscendo a stabilire un contatto con il gruppo locale. La situazione si fa sempre più surreale: Ron stringe un legame telefonico con il Gran Maestro del KKK, David Duke (Topher Grace), che lo considera un vero "patriota" bianco.
L'indagine, inizialmente vista con scetticismo dai superiori, diventa una vera e propria operazione sotto copertura. Poiché Ron non può incontrare di persona i membri del Klan, il suo collega ebreo, Flip Zimmerman (Adam Driver), assume il suo ruolo "fisico". Flip, inizialmente scettico e apparentemente disinteressato, si cala nel personaggio e inizia a frequentare le riunioni segrete del Klan. L'operazione è divisa in due fronti: Ron gestisce i contatti telefonici con la sua voce (e il suo disprezzo simulato per le persone nere), mentre Flip si infiltra fisicamente nel gruppo, rischiando costantemente di essere scoperto, soprattutto quando viene messo alla prova sulla sua identità ebraica.
L'indagine rivela i piani del gruppo per un attentato e l'operazione culmina con l'arresto dei membri del Klan prima che possano portare a termine la loro azione criminale. Sebbene il successo dell'operazione sia indiscutibile, il dipartimento di polizia, per paura di scandali, ordina a Ron di distruggere tutte le prove e di non parlare più dell'accaduto. Ron si sbarazza dei documenti, ma non prima di aver conservato una prova chiave.
La regia di Spike Lee è, come sempre, uno dei punti di forza del film. Il regista mescola sapientemente diversi toni: la commedia grottesca, il thriller investigativo e il dramma politico. Il suo stile visivo è immediatamente riconoscibile, con l'uso di primissimi piani, le carrellate in avanti sui personaggi che sembrano "fluttuare" e un'attenzione maniacale alla colonna sonora, curata dal fido Terence Blanchard, che crea un'atmosfera sospesa e suggestiva.
Spike Lee non ha paura di schierarsi e di fare cinema politico. Il film è pieno di riferimenti culturali e storici, a partire dall'apertura con una scena tratta da Via col vento seguita da immagini di repertorio che ritraggono un suprematista bianco, un chiaro omaggio e al contempo una critica al cinema che ha spesso glorificato il passato schiavista americano. La narrazione è interrotta da sequenze documentaristiche, come il toccante discorso di Harry Belafonte che racconta un linciaggio subito da un giovane afroamericano, o il finale, che mostra filmati reali degli scontri di Charlottesville del 2017. Questo finale, che sconcerta e spezza la "magia" del cinema, serve a ricordare allo spettatore che la violenza e il razzismo del passato non sono stati superati, ma continuano a manifestarsi nel presente.
Il successo di BlacKkKlansman è in gran parte merito del suo eccezionale cast.
John David Washington interpreta in maniera magistrale il ruolo di Ron Stallworth. La sua performance è un perfetto equilibrio tra serietà e comicità, rendendo il personaggio carismatico e credibile. Washington, figlio del leggendario Denzel Washington, dimostra di avere un talento innato, riuscendo a reggere il peso di un ruolo protagonista complesso.
Adam Driver, nel ruolo di Flip Zimmerman, offre una delle sue migliori interpretazioni. Flip è inizialmente un personaggio distaccato, quasi cinico, che si trova costretto a confrontarsi con le proprie radici ebraiche e con l'odio viscerale del Ku Klux Klan. La sua trasformazione nel corso del film è sottile ma profonda, e Driver riesce a renderla con grande sensibilità, meritando una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Topher Grace sorprende nel ruolo del Gran Maestro del KKK, David Duke. La sua interpretazione è inquietante e, al tempo stesso, grottesca. Grace evita la caricatura, riuscendo a mostrare la banalità e la stupidità dietro l'ideologia del suprematismo bianco, rendendo il personaggio ancora più disturbante.
Laura Harrier dà vita a Patrice Dumas, un personaggio che rappresenta il lato più radicale e militante del movimento per i diritti civili. La sua presenza è un importante contrappunto all'approccio più pragmatico e istituzionale di Ron, mettendo in discussione la possibilità di cambiare il sistema dall'interno.
BlacKkKlansman non è solo un film di intrattenimento, ma un'opera di grande spessore politico. Spike Lee usa la storia di Ron Stallworth per analizzare i meccanismi del razzismo e del potere negli Stati Uniti. I temi principali includono:
L'identità e la dualità: Ron è diviso tra il suo ruolo di poliziotto e la sua identità di uomo nero. La sua indagine è una sorta di viaggio alla scoperta di sé stesso, che lo costringe a confrontarsi con il proprio posto nella società. Il rapporto con Flip, che deve fingere di essere un razzista per combattere il razzismo, crea un'altra interessante dualità.
La banalità del male: Il film ritrae i membri del Ku Klux Klan non come mostri infallibili, ma come uomini comuni, ignoranti e manipolati, che trovano sfogo nelle loro frustrazioni attraverso l'odio razziale. Questa rappresentazione disarmante rende il loro fanatismo ancora più spaventoso e credibile.
La storia che si ripete: Il finale del film, con le immagini di Charlottesville e la morte di Heather Heyer, è un pugno nello stomaco. Spike Lee intende demolire l'idea che il razzismo sia un problema del passato, dimostrando come le stesse ideologie di supremazia bianca che animavano il Klan negli anni '70 siano ancora vive e pericolose nell'America contemporanea.
In conclusione, BlacKkKlansman è un'opera potente e necessaria, che con un mix audace di generi e uno stile visivo incisivo, riesce a far ridere e riflettere, a intrattenere e a provocare. È un film che non ha paura di prendere posizione e che, proprio per questo, rimane impresso nella mente dello spettatore, confermando ancora una volta il talento e l'importanza di Spike Lee nel panorama cinematografico mondiale.
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La congiura dei Boiardi (Иван Грозный II: Боярский заговор)è un film del 1946,di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.
La congiura dei boiardi è la seconda parte del grandioso progetto trilogico che il regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, pioniere e maestro del cinema sovietico, aveva ideato per narrare la vita dello zar Ivan IV. Il primo film, Ivan il Terribile, uscì nel 1944 e fu accolto con grande favore, venendo persino insignito del Premio Stalin. L'approvazione del regime di Josif Stalin era fondamentale, poiché la figura di Ivan IV veniva riletta in chiave propagandistica: un leader forte e centralizzatore che unificò la Russia, un parallelo che il dittatore sovietico vedeva con piacere in sé stesso.
Tuttavia, con la seconda parte, il rapporto tra il regista e il regime si incrinò drammaticamente. Mentre la prima parte celebrava l'ascesa di Ivan, il secondo film scava nelle sue ossessioni, paranoie e nella sua crudeltà, mostrando un sovrano sempre più isolato e tirannico, divorato dal sospetto e dalla vendetta. Questa rappresentazione non piacque a Stalin, che vedeva in essa una critica implicita al proprio potere. La figura di Ivan non era più l'eroe che unificava la nazione, ma un sovrano dispotico che si macchiava di atti atroci per mantenere il potere.
Il film, completato nel 1946, fu duramente criticato dal Comitato Centrale del Partito Comunista e proibito. Solo dopo la morte di Stalin, in un'atmosfera di relativa liberalizzazione, fu possibile la sua distribuzione, sebbene in modo limitato. La congiura dei boiardi venne proiettata per la prima volta solo nel 1958, un decennio dopo la morte di Ėjzenštejn, avvenuta nel 1948, rendendola un testamento postumo e amaro del genio del regista.
Il film riprende la narrazione da dove si era interrotta la prima parte. Ivan IV, dopo aver unificato il regno, si trova ad affrontare le insidie interne dei boiardi, l'aristocrazia terriera che si oppone al suo potere centralizzatore.
La trama si articola in diverse sequenze chiave:
L'incoronazione e il tradimento: Il film si apre con un'atmosfera di solenne grandezza. Ivan si è affermato come sovrano, ma la sua posizione è tutt'altro che sicura. Il complotto dei boiardi, guidato dalla zia, la principessa Efrosinia Staritskaia, è sempre più insidioso. L'obbiettivo di Efrosinia è porre sul trono il figlio Vladimir, un uomo debole e manipolabile.
L'intrigo a corte: Il fulcro della narrazione è la rete di tradimenti e inganni che circonda Ivan. Il regista mette in scena un'intricata danza di potere, con i boiardi che tramano nell'ombra. Anche la zarina, la moglie di Ivan, muore avvelenata, un evento che convince lo zar dell'esistenza di una congiura e lo getta in uno stato di profonda paranoia.
La figura di Vladimir: Il cugino di Ivan, Vladimir Staritski, è un personaggio tragico e patetico, strumento involontario nelle mani della madre. Egli non ha l'ambizione di regnare, ma è costretto a recitare un ruolo che lo porterà alla rovina. Ėjzenštejn lo raffigura quasi come un clown, vestendolo ironicamente con gli abiti dello zar durante un banchetto, in una scena macabra e profetica che culmina con la sua uccisione.
L'ascesa degli opričniki: Per contrastare il potere dei boiardi, Ivan crea un corpo speciale di fedelissimi, gli opričniki, che agiscono come una polizia segreta. La loro divisa nera e il loro vessillo, una testa di cane, simboleggiano la cieca obbedienza e la ferocia. La loro brutalità, sebbene rappresenti per lo zar uno strumento per mantenere l'ordine, segna l'inizio di una spirale di terrore.
Il banchetto e la vendetta: La sequenza più celebre e drammatica del film è il banchetto, durante il quale Ivan attira a sé i boiardi traditori. La scena, magistralmente girata, è una commistione di grandezza e orrore. È qui che Ivan, con un astuto stratagemma, induce il cugino Vladimir a bere da una coppa avvelenata, eliminando la minaccia. L'atto di vendetta, seppur efficace, mostra un sovrano sempre più disumano e solitario.
La trama di La congiura dei boiardi non si limita a un semplice resoconto storico. È un'analisi psicologica della solitudine e della follia del potere. Ėjzenštejn non giudica Ivan, ma ne esplora le motivazioni, mostrando come il peso della corona lo abbia trasformato da un sovrano idealista in un tiranno paranoico.
La regia di Ėjzenštejn in questo film raggiunge vertici di puro genio artistico, spingendo al massimo le sue teorie sul montaggio e la messa in scena. Se il primo film era caratterizzato da un'eleganza classica, il secondo è un'opera di rottura, un manifesto di un'estetica barocca e espressionista.
Stile visivo: Il film si distingue per un uso audace di luci e ombre, che creano un'atmosfera drammatica e teatrale. I volti dei personaggi sono spesso illuminati in modo caravaggesco, con forti contrasti che ne esaltano l'espressione tormentata. Il set, vasto e imponente, ricorda le cattedrali gotiche, con architetture che opprimono i personaggi, sottolineando il peso del potere.
L'uso del colore: Un elemento rivoluzionario per l'epoca è l'uso di sequenze a colori. Se la maggior parte del film è in bianco e nero, Ėjzenštejn introduce due scene a colori per sottolineare momenti di intensa drammaticità. La prima è un'apparizione in sogno di Ivan, la seconda, e più famosa, è la sequenza del banchetto finale. L'uso di colori saturi, dominati dal rosso e dal nero, trasforma la scena in una sorta di opera lirica, un delirio visivo che sottolinea la follia e la teatralità della vendetta di Ivan. Questo esperimento tecnico è una prova del genio visionario del regista.
Montaggio e suono: Il montaggio, marchio di fabbrica di Ėjzenštejn, è qui più che mai espressionista. L'alternanza di campi lunghi e primi piani, unita a movimenti di macchina lenti e solenni, crea un senso di oppressione. La colonna sonora di Sergej Prokofiev è un'altra protagonista del film, con una musica che si fonde perfettamente con le immagini, alternando marce solenni a momenti di pura follia.
Il cast di La congiura dei boiardi è un'altra delle sue forze, con interpretazioni che sono entrate nella storia del cinema.
Nikolai Cherkasov nel ruolo di Ivan IV: L'interpretazione di Cherkasov è leggendaria. Egli non si limita a recitare, ma incarna la complessità di Ivan, un uomo che oscilla tra la grandezza e la follia. Il suo Ivan è una figura imponente, un leader carismatico che si trasforma progressivamente in un essere isolato e paranoico. Cherkasov rende tangibile il tormento interiore dello zar, con una gestualità e una mimica che ne rivelano ogni sfumatura psicologica.
Serafima Birman nel ruolo della principessa Efrosinia Staritskaia: La Birman offre una performance memorabile nei panni dell'antagonista. La sua Efrosinia non è semplicemente la zia malvagia, ma una figura diabolica, spinta dall'ambizione e da un profondo senso di rivalsa. Il suo volto, spesso in ombra, e il suo sguardo penetrante la rendono un personaggio terrificante e affascinante al tempo stesso.
Pavel Kadochnikov nel ruolo di Vladimir Staritski: Kadochnikov dona al suo personaggio un misto di fragilità e patetismo che lo rende tragico. La sua interpretazione è sottile e commovente, rendendo Vladimir non solo una vittima degli intrighi di corte, ma anche un simbolo della fragilità umana di fronte al potere.
La congiura dei boiardi non è solo un film, ma un'opera incompiuta che testimonia il genio di Ėjzenštejn e, al contempo, le insidie della censura e del potere politico. La terza parte della trilogia, che avrebbe dovuto narrare la guerra di Ivan contro la Livonia, non fu mai girata a causa del blocco della produzione e della salute del regista.
È ironico come il film che doveva celebrare la grandezza di un sovrano, si sia trasformato in un'analisi cruda e spietata delle sue debolezze, pagando un prezzo altissimo in termini di carriera e riconoscimenti per il suo autore. Eppure, la sua bellezza non è mai svanita. La sua riscoperta, seppur tardiva, lo ha consacrato come un capolavoro del cinema mondiale, un'opera unica che unisce storia, arte e un'indagine psicologica profonda sulla natura umana. La congiura dei boiardi resta un'eredità preziosa, un monito sulla complessità del potere e un tributo alla visione artistica di uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
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Downton Abbey: The Grand Finale,è un film del 2025 diretto da Simon Curtis
Downton Abbey: The Grand Finale, il film diretto da Simon Curtis e scritto dal creatore della serie Julian Fellowes, è finalmente arrivato nelle sale, salutando il pubblico con un'ondata di emozioni, recensioni entusiastiche e un successo al botteghino che lo ha già consacrato come un evento cinematografico. Dopo anni di attesa, il capitolo finale è qui, e il verdetto della critica e del pubblico è unanime: è un addio perfetto.
Il film riprende la narrazione agli albori degli anni '30, un periodo segnato dalla Grande Depressione che non risparmia neanche le grandi tenute aristocratiche inglesi. La trama si concentra sulla lotta della famiglia Crawley e del loro personale per affrontare un mondo che sta cambiando in modo irreversibile. Le finanze di Downton Abbey sono precarie, e la pressione per adattarsi a nuove realtà si fa insostenibile. La minaccia di dover vendere parti della tenuta, o persino l'intera casa, incombe come una spada di Damocle.
Il peso del futuro ricade sulle spalle di Lady Mary (Michelle Dockery), che ormai è pienamente a capo di Downton. Il suo percorso, da ribelle e testarda figlia maggiore a leader saggia e lungimirante, trova in questo film la sua apoteosi. Si trova a dover prendere decisioni difficili, spesso in contrasto con il padre, Lord Grantham (Hugh Bonneville), che resiste al cambiamento. Il film esplora il suo rapporto con Henry e il suo ruolo di madre, ma soprattutto la sua missione di preservare l'eredità di famiglia, non solo come un'entità fisica, ma come un simbolo di valori e tradizioni.
Allo stesso modo, il film fornisce una risoluzione a ogni storyline dei personaggi "al piano di sotto". Carson (Jim Carter), il cuore pulsante del servizio di Downton, si trova ad affrontare la realtà che il suo mestiere sta svanendo. Il suo arco narrativo è un tributo toccante al ruolo del maggiordomo e alla sua lealtà, con scene di grande commozione al fianco della moglie, Mrs. Hughes (Phyllis Logan). La storia di Thomas Barrow (Robert James-Collier) giunge a un'appagante conclusione, con il personaggio che trova finalmente la felicità e l'accettazione che ha cercato per anni. La sua storia è un faro di speranza, un promemoria che anche in un mondo che cambia, c'è sempre spazio per l'amore e l'inclusione.
Ma il cuore emotivo del film, il vero punto focale che ha fatto commuovere il pubblico in tutto il mondo, è il personaggio della Contessa Madre Violet Crawley (Maggie Smith). Il film affronta apertamente la sua malattia, offrendo una serie di scene di una potenza emotiva devastante. Il suo addio non è violento, ma una lenta, dignitosa e toccante progressione verso la fine. Le sue conversazioni con Mary, in cui le impartisce gli ultimi preziosi consigli sulla vita, sull'amore e sul dovere, sono scritte in modo magistrale e interpretate con la consueta genialità da Maggie Smith. Il suo ultimo respiro, circondata dai suoi cari, segna non solo la fine di un personaggio, ma la fine definitiva di un'era. È un momento di silenzio assordante e di pura, catartica emozione che lascia il segno.
La regia di Simon Curtis in The Grand Finale è stata ampiamente lodata dalla critica. Curtis dimostra ancora una volta una profonda comprensione dello stile visivo di Downton Abbey. Il film è una sinfonia di eleganza e nostalgia, con riprese ampie e maestose che catturano la bellezza senza tempo della tenuta. La luce naturale, i costumi opulenti e le scenografie mozzafiato creano un'atmosfera che è al tempo stesso grandiosa e intimistica.
Ciò che distingue il lavoro di Curtis in questo film è la sua capacità di bilanciare la vastità dell'ambientazione con l'intimità delle relazioni personali. Ogni inquadratura è curata nei minimi dettagli per comunicare non solo la bellezza del passato, ma anche il peso emotivo del presente. Il ritmo del film è impeccabile, permettendo a ogni storia di respirare e raggiungere la sua naturale conclusione. Curtis usa la telecamera per far sentire lo spettatore parte della famiglia, seduto al tavolo da pranzo o in piedi nella sala di servizio, vivendo ogni momento, ogni sorriso e ogni lacrima. Le scene finali, in particolare, sono dirette con una sensibilità tale da amplificare l'impatto emotivo di ogni addio, da quello della Contessa Madre a quello dei personaggi che lasciano la tenuta per l'ultima volta.
Il successo del film si basa sul cast, che offre un'ultima serie di performance che sono state acclamate come le migliori dell'intera saga.
Maggie Smith è, senza dubbio, il cuore del film. La sua interpretazione è stata definita un capolavoro. Con una manciata di battute, un'espressione facciale o un semplice sguardo, riesce a trasmettere un'intera storia di vita, dolore e dignità. I critici hanno sottolineato come la sua performance sia l'epitome della grandezza attoriale, un addio che passerà alla storia del cinema.
Michelle Dockery completa la sua trasformazione, mostrando una Lady Mary che è al tempo stesso forte e vulnerabile, pragmatica ma devota alla sua famiglia. La sua alchimia con l'intero cast, in particolare con la Smith, è palpabile e costituisce il fulcro emotivo del film.
Hugh Bonneville ed Elizabeth McGovern incarnano perfettamente l'anima di Robert e Cora, le loro interpretazioni sono un porto sicuro in mezzo alla tempesta del cambiamento, offrendo un ritratto commovente di un amore che resiste al tempo.
Jim Carter e Robert James-Collier hanno ricevuto elogi particolari per la loro capacità di portare i loro personaggi a una conclusione così toccante e umana. Le loro scene sono tra le più potenti del film, un promemoria del fatto che le storie del personale sono sempre state tanto importanti quanto quelle della famiglia.
Accoglienza, Eredità e l'Addio Definitivo
Downton Abbey: The Grand Finale è stato accolto con un plauso quasi universale dalla critica. Le recensioni lo descrivono come un "finale perfetto", un "tributo commovente" e un "capolavoro di eleganza e emozione". La sua capacità di tirare le fila di tutte le storie in modo soddisfacente, onorando l'eredità della serie e offrendo una conclusione che è al tempo stesso agrodolce e speranzosa, è stata definita un successo notevole.
Il successo al botteghino conferma che il pubblico ha risposto con lo stesso entusiasmo. Molti spettatori hanno riferito di aver lasciato il cinema in lacrime, un segno inequivocabile del profondo legame che hanno con questi personaggi. Il film non è solo un blockbuster; è un evento culturale, un'opportunità per i fan di tutto il mondo di salutare una storia che ha segnato un'epoca.
Il film affronta temi universali come il passaggio del tempo, l'importanza della memoria e l'inevitabilità del cambiamento. Il finale non è la fine della storia, ma la celebrazione di ciò che è stato, e la speranza per ciò che verrà. La chiusura di ogni arco narrativo, dalla storia d'amore di Barrow alla crescita di Mary, è un promemoria del fatto che la vita continua, anche se le ere tramontano.
In definitiva, Downton Abbey: The Grand Finale è un successo su tutti i fronti. È un film che celebra l'eleganza, la tradizione e il potere duraturo dell'amore e della famiglia. Con una regia impeccabile, un cast in stato di grazia e una trama che rende giustizia a ogni personaggio, è l'addio che i fan meritavano e un degno, magnifico capitolo finale per una delle storie più amate del nostro tempo.
Werewolf of London (Il segreto del Tibet),è un film del 1935 diretto da Stuart Walker.
Werewolf of London, noto in Italia con il titolo Il segreto del Tibet, è una pietra miliare del cinema horror, un'opera fondamentale che ha gettato le basi per l'archetipo cinematografico del lupo mannaro, ben sei anni prima del più celebre L'uomo lupo con Lon Chaney Jr. Diretto da Stuart Walker e prodotto dalla leggendaria Universal Pictures, questo film del 1935 si distingue per un'atmosfera elegante e una profonda indagine psicologica del terrore, offrendo un ritratto più raffinato e tragico della licantropia.
La storia segue le vicende del Dr. Wilfred Glendon, interpretato dal carismatico Henry Hull. Glendon è un botanico di fama mondiale, un uomo di scienza e ragione, sposato con la sua affascinante moglie, Lisa (Valerie Hobson). La sua vita ordinaria e sofisticata viene stravolta durante una spedizione in Tibet, dove si reca alla ricerca di una rara e misteriosa "moonflower", un fiore che fiorisce solo al chiaro di luna.
Durante la spedizione, Glendon viene attaccato e morso da un essere sconosciuto, una creatura dalle sembianze ferine. Un monaco tibetano lo avverte che è stato morso da un lupo mannaro, e che la maledizione lo condannerà a trasformarsi in una bestia assetata di sangue sotto la luce della luna piena. La profezia gli svela anche che il solo antidoto è la stessa moonflower che sta cercando, ma che il fiore è ambito anche da un altro uomo, il sinistro Dr. Yogami (Warner Oland), che sostiene di essere stato morso a sua volta e che ha assoluto bisogno del fiore per sopravvivere.
Tornato a Londra, Glendon ignora l'avvertimento, attribuendo il suo malessere a una semplice febbre. Ma con il primo plenilunio, la sua natura animale si manifesta in tutta la sua brutalità. Glendon si trasforma in un lupo mannaro, un ibrido tra uomo e bestia, e compie una serie di omicidi che gettano la città nel panico. Inizialmente, non è consapevole delle sue azioni notturne, ma i segni della sua trasformazione (la peluria che spunta sulle mani, la perdita di lucidità) e i racconti dei giornali lo portano a una spaventosa consapevolezza.
La trama si sviluppa come una corsa contro il tempo e la propria sanità mentale. Glendon cerca disperatamente di procurarsi la moonflower, l'unica cura, ma deve fare i conti con Yogami, che non solo gli ruba il fiore, ma lo tormenta con le sue conoscenze mistiche. La tensione aumenta man mano che la trasformazione si fa più incontrollabile e Glendon lotta per proteggere la moglie e i suoi cari dall'essere mostruoso che alberga in lui. Il film culmina in un tragico confronto che mette in luce la sofferenza del protagonista, condannato a combattere una battaglia persa contro la sua stessa natura.
Stuart Walker, sebbene non abbia la fama di un regista-autore come James Whale (Frankenstein, L'uomo invisibile), dimostra una grande maestria nel dirigere Werewolf of London. La sua regia si focalizza sulla creazione di un'atmosfera elegante e carica di suspense, tipica dell'horror gotico dell'epoca.
Walker sfrutta in modo impeccabile gli ambienti: le strade nebbiose e vittoriane di Londra, i laboratori scientifici pieni di vetrini e provette e gli interni lussuosi ma opprimenti della casa di Glendon. A differenza di molti film horror successivi, Werewolf of London non si affida a jump-scare o a scene di violenza esplicita. Al contrario, il terrore nasce dalla suspense psicologica, dalla lenta discesa nella follia del protagonista e dalla minaccia costante e invisibile che si annida appena fuori dall'inquadratura.
La regia di Walker enfatizza la dicotomia tra l'uomo civilizzato e l'istinto bestiale. Le inquadrature si soffermano sul volto tormentato di Henry Hull, trasmettendo il senso di prigionia e di disperazione. Il film si muove con un ritmo misurato, costruendo la tensione in maniera graduale, rendendo la prima trasformazione un momento di autentico orrore e non una semplice attrazione visiva.
Werewolf of London deve gran parte del suo successo alle interpretazioni dei suoi attori, che hanno dato vita a personaggi complessi e credibili.
Henry Hull nel ruolo del Dr. Wilfred Glendon è eccezionale. Hull ha rifiutato l'idea di una trasformazione completa e grottesca, preferendo interpretare la sua versione del lupo mannaro con un trucco più contenuto e raffinato. La sua performance è un tour de force di psicologia e tormento. Il suo Glendon è un uomo che combatte una battaglia interiore, un essere razionale che non può accettare la propria regressione a uno stato primordiale. La sua sofferenza è palpabile e lo rende un mostro tragico e, a suo modo, quasi eroico.
Warner Oland, famoso per il ruolo dell'ispettore Charlie Chan, interpreta il Dr. Yogami. La sua presenza è inquietante e misteriosa. Il suo personaggio serve da monito vivente per Glendon, rappresentando il destino che lo attende. Oland conferisce al ruolo un'aura di esotismo e minaccia che si sposa perfettamente con l'ambientazione e le tematiche del film.
Valerie Hobson interpreta Lisa, la moglie di Glendon. Il suo ruolo è quello della donna innamorata e confusa, che cerca di capire cosa sta succedendo al marito. La sua performance, tipica del cinema dell'epoca, bilancia amore e paura, diventando il simbolo dell'innocenza e della vita normale che la maledizione minaccia di distruggere.
Il film è famoso per il suo trucco, curato dal leggendario Jack Pierce, l'artista dietro i mostri iconici della Universal come Frankenstein e la Mummia. Pierce creò un design per il lupo mannaro che era innovativo e terrificante per l'epoca, ma che era anche relativamente sobrio. Su richiesta di Henry Hull, che non voleva che il trucco oscurasse la sua interpretazione, il look finale era meno mostruoso e più "umanoide" rispetto al design originale di Pierce, che era più simile a un lupo. Questa scelta ha reso il lupo mannaro di Glendon un predatore scattante, con una peluria meno folta, ma una ferocia inequivocabile. Questo stile fu in seguito superato dalla trasformazione più brutale e iconica di Lon Chaney Jr. in L'uomo lupo, ma la visione di Hull e Pierce rimane un interessante punto di riferimento storico.
Inoltre, Werewolf of London ha codificato molti degli elementi che oggi associamo al mito del lupo mannaro: la trasformazione al chiaro di luna, la natura tragica del protagonista e il contrasto tra l'uomo civile e la bestia interiore. La sua importanza storica risiede proprio nel fatto di essere stato il primo film hollywoodiano a esplorare a fondo queste tematiche, gettando le basi per un intero sottogenere dell'horror. Sebbene sia rimasto oscurato dalla popolarità de L'uomo lupo, Il segreto del Tibet è un'opera che merita di essere riscoperta, non solo per il suo valore storico, ma per la sua profonda e toccante esplorazione della condizione umana e della maledizione che può celarsi in ognuno di noi.
Wolf Man,un film del 2025 con la regia di Leigh Whannell.
Leigh Whannell, maestro del terrore contemporaneo e mente dietro saghe iconiche come Saw e Insidious, torna alla regia con un nuovo capitolo dell'universo dei Mostri della Universal: "Wolf Man", un film del 2025 che promette di reinventare in chiave moderna e psicologica il classico mito dell'Uomo Lupo. Dopo il clamoroso successo di L'uomo invisibile (2020), Whannell si cimenta nuovamente con un personaggio archetipico del cinema horror, applicando la sua formula vincente: una rilettura contemporanea che si concentra meno sul mostro e più sull'orrore interiore.
A differenza del film originale del 1941, che seguiva le vicende del sfortunato Larry Talbot, questa versione si allontana da un semplice reboot per creare una narrazione del tutto nuova e originale. La storia si concentra su Blake, interpretato da Christopher Abbott, un uomo che vive con la sua famiglia, composta dalla moglie Charlotte (Julia Garner) e dalla figlia. La loro vita apparentemente tranquilla viene sconvolta quando decidono di tornare nella casa d'infanzia di Blake, situata in una zona isolata tra i boschi dell'Oregon, una decisione presa dopo la misteriosa scomparsa del padre di Blake, con cui aveva un rapporto teso.
Durante il viaggio, o poco dopo il loro arrivo, la famiglia viene attaccata da una creatura ferina. Blake viene morso o graffiato, una ferita che inizialmente sembra solo un brutto infortunio, ma che si rivelerà essere la genesi della sua lenta e agghiacciante trasformazione. Con la famiglia barricata in casa, la tensione aumenta in modo esponenziale. La minaccia non è più solo all'esterno, rappresentata dalla bestia che si aggira nei boschi, ma si insinua all'interno, nel corpo e nella mente di Blake.
Il film esplora la trasformazione non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Il processo non è un evento istantaneo e violento, ma una lenta e dolorosa discesa nella bestialità. Blake inizia a perdere il controllo, a mostrare comportamenti sempre più aggressivi e istintivi, mentre la sua umanità scivola via. Le sue percezioni si alterano, il mondo gli appare sempre più confuso e sfocato, e la comunicazione con la sua famiglia diventa impossibile. Questo focus sulla disintegrazione della persona e la perdita di sé rende l'orrore estremamente personale e claustrofobico, trasformando il mito del licantropo in una potentissima allegoria sulla malattia, sul trauma e sulla perdita di identità.
La direzione di Leigh Whannell è uno degli aspetti più attesi di Wolf Man. Whannell ha dimostrato, in film come Upgrade e soprattutto L'uomo invisibile, di possedere una sensibilità unica nel combinare il terrore psicologico con un'azione viscerale e brutale. La sua firma stilistica è l'uso sapiente della tensione e del non detto. Non ha bisogno di mostrare il mostro in ogni scena; al contrario, preferisce creare un'atmosfera di minaccia costante, giocando con il senso di insicurezza dello spettatore.
In L'uomo invisibile, il terrore derivava da una minaccia invisibile. In Wolf Man, il terrore nasce dalla trasformazione del protagonista, che diventa egli stesso la minaccia principale per le persone che ama. Whannell utilizza la telecamera per farci percepire il mondo attraverso gli occhi alterati di Blake, rendendo l'esperienza dello spettatore disturbante e disorientante. Ci si aspetta che il film utilizzi il sound design in modo magistrale, con rumori inquietanti e grugniti bestiali che amplificheranno la sensazione di imminente pericolo. La sua scelta di ambientare la storia quasi interamente in una casa isolata è un chiaro riferimento al cinema horror classico, ma Whannell la usa per creare una gabbia emotiva e fisica da cui è impossibile fuggire. L'orrore non è "là fuori", ma è intrappolato con i personaggi, e non ha via di fuga.
Il cast è un altro punto di forza del progetto. Christopher Abbott (noto per Povere Creature! e la serie Girls) interpreta il ruolo centrale di Blake. La sua capacità di passare da una vulnerabilità toccante a una rabbia repressa lo rende una scelta ideale per un personaggio che deve incarnare una doppia natura. Il suo Blake non è un eroe d'azione, ma un uomo comune, disoccupato e in crisi, che si trova a dover affrontare una sfida che va ben oltre la sua comprensione. La sua trasformazione in un mostro non è la semplice mutazione di un corpo, ma il crollo di una psiche già fragile.
Al suo fianco, in un ruolo cruciale, c'è Julia Garner, attrice di grande talento acclamata per la serie Ozark. Garner interpreta Charlotte, la moglie di Blake. Il suo personaggio non è una semplice vittima, ma il fulcro emotivo della narrazione. Sarà lei a dover affrontare la perdita del marito, non per la morte, ma per una metamorfosi che lo rende irriconoscibile. Il suo ruolo è quello di incarnare le sette fasi del lutto in un'unica notte di terrore, un concetto che la stessa Garner ha discusso con il regista.
"Wolf Man" è una produzione della Blumhouse Productions, studio specializzato in horror a basso costo che ha saputo rilanciare con successo il genere. Il film è un'ulteriore conferma della partnership tra Blumhouse e Universal per creare un universo cinematografico condiviso dei Mostri Universal, un progetto ambizioso che, dopo il fallimento del Dark Universe con Tom Cruise, ha trovato la sua strada vincente puntando su storie singole, personali e a budget contenuto.
Il film, inizialmente previsto per il 2024, è stato posticipato al 2025, con una data di uscita fissata per il 16 gennaio negli Stati Uniti. Questo slittamento ha permesso al team di produzione di lavorare al meglio sulla post-produzione, dagli effetti visivi (che si concentrano su un'estetica più viscerale che su trasformazioni spettacolari) al sonoro. A differenza di un film come Un lupo mannaro americano a Londra, che celebrava la brutalità della trasformazione, "Wolf Man" sembra voler fare il contrario: rendere la mutazione un'esperienza intima e straziante, sia per Blake che per la sua famiglia.
In definitiva, "Wolf Man" di Leigh Whannell non è un semplice remake o un omaggio, ma una reinvenzione coraggiosa che si propone di scavare a fondo nella psicologia del terrore. Sfruttando il talento di un cast eccezionale e la visione di un regista che sa come far sobbalzare il pubblico senza ricorrere a facili jump scare, il film promette di ridefinire il mito del lupo mannaro per il pubblico moderno, trasformando un mostro iconico in un'agghiacciante metafora delle paure più profonde e radicate dell'essere umano.
L'uomo polpo (Mantopus), un film del 2025 con la regia di Joshua Kennedy.
"L'uomo polpo" è un film che si posiziona nel 2025 e si presenta come un horror-fantascientifico con tinte macabre e inquietanti. La sinossi ufficiale, sebbene breve, è estremamente evocativa: un regista eccentrico e mentalmente instabile decide di produrre un film su una creatura leggendaria, "un uomo e mezzo polpo". L'azione si sposta rapidamente dalla finzione alla realtà quando la linea tra i due mondi si assottiglia in modo pericoloso.
Il film ha una durata di 1 ora e 24 minuti e un'etichetta che suggerisce un contenuto "cupo e inquietante", rivolto a un pubblico maturo. Il suo posizionamento su Prime Video, spesso una vetrina per film indipendenti e di genere, conferma la sua natura di produzione di nicchia, lontana dai blockbuster hollywoodiani.
Nel mondo del cinema di serie B, la trama non è solo un susseguirsi di eventi, ma un terreno fertile per l'esplorazione di idee folli e di effetti speciali artigianali. In "L'uomo polpo", il fulcro narrativo è la follia creativa del regista, un personaggio che incarna il classico "scienziato pazzo" ma nel contesto di un set cinematografico. La sua ossessione per la creatura, l'uomo-polpo, lo spinge a un livello di estremismo tale da volerla non solo filmare, ma "crearla" in carne e ossa.
Il film gioca sull'ambiguità tra ciò che è reale e ciò che fa parte della finzione. Inizialmente, gli attori e la troupe sono convinti di lavorare a un progetto visionario, seppur bizzarro. Tuttavia, man mano che il regista diventa sempre più maniacale, le sue richieste si fanno più estreme, e l'atmosfera sul set si deteriora. Il budget limitato e le riprese in location desolate contribuiscono a creare una sensazione di claustrofobia e isolamento, elementi tipici del genere.
Il vero orrore inizia quando la creatura, l'ibrido "uomo e mezzo polpo", fa la sua comparsa. È qui che il film abbraccia il "body horror" e il "creature feature". La creatura non è solo una maschera di gomma; è il risultato degli esperimenti folli del regista, una fusione innaturale che spaventa e repelle. La narrazione probabilmente si concentra sulle dinamiche disfunzionali all'interno della troupe: attori in preda al panico, tecnici che si rifiutano di continuare, e il regista che, accecato dalla sua ossessione, vede solo il suo "capolavoro" prendere vita.
Per comprendere appieno "L'uomo polpo", è utile analizzare le sue radici nel cinema di serie B. Questo genere prospera sulla creatività a basso costo e sull'idea di "fare molto con poco". Le sue caratteristiche distintive sono spesso:
Creature Bizzarre e Mostri Ibridi: Dimentica i mostri generati al computer; i B-movie si basano su creature dall'aspetto spesso grottesco, create con effetti speciali pratici. L'uomo-polpo, con la sua combinazione di tratti umani e cefalopodi, si inserisce perfettamente in questa tradizione, richiamando alla mente i mostri mutanti degli anni '50 e '60.
Trama Surreale e Originale: Mentre i blockbuster puntano su formule collaudate, i B-movie osano con trame stravaganti che non troverebbero spazio altrove. L'idea di un regista che crea il suo mostro per il proprio film è un concetto meta-narrativo che gioca con l'essenza stessa della produzione cinematografica.
Atmosfera e Suspense: Il low-budget costringe i registi a fare affidamento su altri elementi per generare paura, come l'atmosfera cupa, le riprese in luoghi isolati e un uso sapiente del sonoro. "L'uomo polpo", come molti dei suoi predecessori, probabilmente si basa più sulla tensione psicologica e sul "fuori campo" che su scene splatter esagerate.
Temi Sottostanti: Spesso, dietro la bizzarria si nascondono temi più profondi. La figura del regista pazzo può rappresentare la megalomania creativa, il confine labile tra arte e follia, e l'idea che la vera mostruosità non si trovi in una creatura con tentacoli, ma nella mente umana.
Nonostante sia un film di serie B, l'uscita nel 2025 lo colloca in un contesto di ritorno in auge per il cinema di genere e per le produzioni indipendenti. Piattaforme come Amazon Prime Video permettono a film come "L'uomo polpo" di trovare il proprio pubblico, fatto di appassionati del genere horror, di cult-movie e di chi cerca qualcosa di diverso dai grandi franchise.
In conclusione, "L'uomo polpo" non è il documentario vincitore di un Oscar, ma un'esperienza cinematografica completamente diversa. È un omaggio al cinema di genere, un'opera audace che non ha paura di essere bizzarra e, a giudicare dalla sua sinossi, offre esattamente ciò che ci si aspetta da un B-movie: una trama folle, una creatura indimenticabile e un'atmosfera che cattura l'essenza dell'horror artigianale. Se sei un fan dei film "cult" e delle produzioni fuori dagli schemi, questo titolo è sicuramente da prendere in considerazione.
Inside Amir, è un film del 2025 con la regia di Amir Azizi.
"Inside Amir": Un viaggio intimo tra attesa e dilemmi esistenziali
Titolo originale: Daroon-e Amir Regia: Amir Azizi Paese: Iran Anno: 2025 Durata: 112 minuti Disponibilità in streaming: su MYmovies ONE, in concomitanza con la sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia.
Trama: La paralisi dell'attesa in una Teheran pulsante
Al centro di "Inside Amir" c'è un'attesa. Non un'attesa passiva, ma una sospensione attiva e dolorosa che il protagonista, Amir (interpretato da Amirhossein Hosseini), vive nel cuore di Teheran. La sua vita è su un binario morto, in attesa del visto che gli permetterà di emigrare in Italia, dove lo aspetta la sua fidanzata Tara (Hadis Nazari). Se la decisione di partire è già stata presa, la realtà quotidiana è ancora ancorata all'Iran, in una sorta di limbo esistenziale.
Il film non segue una trama lineare e ricca di colpi di scena, ma piuttosto esplora un'interiorità, come suggerisce il titolo stesso. La narrazione si sviluppa attraverso momenti di quotidianità scanditi dal ritmo della bicicletta di Amir, il suo mezzo di trasporto e fuga preferito. Pedalando per le strade di Teheran, Amir consegna lettere, incontra i suoi amici, condivide pasti e conversazioni interrotte. Questi frammenti di vita, apparentemente banali, sono carichi di significato e rivelano il suo profondo legame con la città, i suoi affetti e i suoi ricordi.
Il passato emerge come una componente essenziale del presente di Amir. Si scopre che anni prima, la sua relazione con Tara lo aveva trattenuto dal partire per un viaggio di famiglia che si concluse tragicamente. Questa scelta passata, che involontariamente lo ha salvato, ha creato un legame indissolubile tra lui e Tara, rendendola non solo una compagna, ma la "vita che gli è stata risparmiata". Questo trauma irrisolto si sovrappone al dilemma attuale, trasformando la partenza non solo in una scelta d'amore, ma in una decisione esistenziale complessa e ambivalente. La bicicletta di Amir, che lo porta in giro per la città, diventa metafora del suo stato d'animo: gira in cerchio, su se stesso, incapace di trovare una direzione definitiva, bloccato tra il desiderio di un futuro altrove e la paura di abbandonare le radici che lo definiscono.
Il film, quindi, si configura come un ritratto intimo di un giovane uomo alle prese con il concetto di libero arbitrio e le sue contraddizioni. È una riflessione non politica o sociologica sull'emigrazione, ma un'analisi universale dell'anima umana in un momento di transizione.
Regia: Lo sguardo paziente e onesto di Amir Azizi
"Inside Amir" segna il debutto nel lungometraggio di finzione del regista iraniano Amir Azizi. Il suo approccio alla regia è caratterizzato da uno sguardo paziente, onesto e privo di giudizio. Azizi non cerca di spettacolarizzare il dramma, ma di esplorare l'attesa con una grazia visiva e un pathos relazionale che emergono dai dettagli. La macchina da presa si sofferma sui volti, sulle espressioni non dette, sulle lunghe pause delle conversazioni, restituendo un'atmosfera di malinconica serenità.
La scelta di girare la storia a Teheran, senza cedere a stereotipi visivi, mostra un affetto profondo del regista per la sua città, che diventa quasi un personaggio co-protagonista. Le strade trafficate, i rumori della città, i volti della gente comune sono parte integrante del paesaggio emotivo di Amir. L'uso della bicicletta non è solo un elemento narrativo, ma un espediente visivo che permette di esplorare la città da una prospettiva ravvicinata e personale, seguendo il flusso di coscienza del protagonista.
Il film è stato selezionato per le prestigiose Giornate degli Autori, una sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia, a dimostrazione della sua qualità e della sua unicità nel panorama cinematografico contemporaneo.
Attori: Un cast che restituisce autenticità
Il cast, pur non composto da nomi noti a livello internazionale, contribuisce in maniera decisiva alla riuscita del film grazie a interpretazioni intense e autentiche.
Amirhossein Hosseini nel ruolo di Amir è l'anima del film. La sua performance è misurata e profonda, capace di trasmettere il tumulto interiore del personaggio con una gestualità e uno sguardo che valgono più di mille parole. È la sua presenza magnetica e la sua capacità di farci percepire la sua "paralisi" emotiva a rendere il film così coinvolgente.
Hadis Nazari interpreta Tara, la fidanzata che attende Amir in Italia. Sebbene il suo personaggio sia meno presente fisicamente, il suo ruolo è cruciale nel motivare le azioni del protagonista e nel rappresentare il futuro possibile.
Il cast di supporto, che include Nader Pourmahin, Nariman Farrokhi e Pirouz Nemati, arricchisce il quadro relazionale del film, creando un cerchio di amicizie e legami familiari che rendono la scelta di Amir ancora più dolorosa e complessa.
"Inside Amir" si presenta, dunque, come un'opera prima matura e sensibile, un film che evita i toni didascalici per esplorare la complessità dell'animo umano. È un film che non ha paura della lentezza, utilizzando il tempo narrativo per scavare a fondo nei dilemmi del suo protagonista. La recensione di MYmovies lo definisce "serenamente malinconico", una definizione che coglie perfettamente l'essenza di un'opera che, pur trattando temi dolorosi come la separazione e l'incertezza, lo fa con una delicatezza e una grazia che lasciano il segno.
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Odio implacabile (Crossfire),è un film del 1947 diretto da Edward Dmytryk.
Diretto da Edward Dmytryk, Odio implacabile è un film del 1947 che si distingue nel panorama del film noir per la sua audacia tematica. Lontano dal cliché del detective tormentato e della femme fatale, il film utilizza gli stilemi visivi e narrativi del genere per affrontare un argomento scottante per l'America del dopoguerra: l'odio e il pregiudizio. Basato sul romanzo The Brick Foxhole di Richard Brooks, il film è stato un pioniere nel denunciare apertamente l'antisemitismo, riuscendo a superare la censura e a imporsi come un'opera di rara intelligenza e sensibilità. La sua fama è legata non solo alla sua impeccabile realizzazione cinematografica, ma anche al suo messaggio, che lo rende un film storico e ancora attualissimo.
La narrazione di Odio implacabile si apre con una scena che stabilisce immediatamente il tono: un uomo, Joseph Samuels, viene trovato morto nel suo appartamento, brutalmente assassinato. Le prime indagini portano il detective di polizia Finlay (interpretato da Robert Young) a sospettare di un gruppo di soldati appena congedati. I tre principali sospettati sono il sergente Monty Montgomery (Robert Ryan), un uomo dall'animo profondamente bigotto e xenofobo; il sergente Keene (Steve Brodie), un tipo debole e manipolabile; e l'apparentemente mite Arthur Mitchell (George Cooper).
L'indagine di Finlay si concentra sulla notte dell'omicidio, ricostruendo gli eventi attraverso una serie di flashback contrastanti e testimonianze confuse. Finlay è un uomo paziente e metodico, ma anche profondamente turbato dalla natura gratuita dell'omicidio. Si rende presto conto che il movente non è il furto o la rapina, ma un'avversione cieca e irrazionale nei confronti della vittima. Samuels era un ebreo, e questo, per il killer, era un motivo sufficiente per privarlo della vita.
Parallelamente, entra in scena il sergente Joseph "Mitch" Mitchum (Robert Mitchum), un commilitone dei sospettati che si sente in colpa per non aver impedito l'omicidio. È un uomo onesto, che cerca di rintracciare i suoi amici per farli confessare e scagionare un altro soldato innocente ingiustamente accusato. Mitchum, con l'aiuto della disillusa ma onesta Ginny Tremaine (Gloria Grahame), una donna che vive ai margini della società, inizia una sua personale caccia all'uomo.
Il film procede con un'escalation di tensione, con Montgomery che cerca di manipolare gli eventi e i suoi compagni per evitare la cattura. Il confronto finale, in una stanza d'albergo avvolta nell'oscurità, porta alla luce la verità in un climax drammatico che non si limita a risolvere il caso, ma espone la mostruosità dell'odio. La storia è un thriller teso e avvincente, ma è anche un'accusa diretta contro il pregiudizio e l'ignoranza.
Edward Dmytryk, che in seguito sarebbe stato vittima della caccia alle streghe di Hollywood, dimostra in Odio implacabile una maestria visiva notevole. La sua regia si allinea perfettamente con l'estetica del film noir, utilizzando in modo efficace la luce e l'ombra (chiaroscuro) per creare un'atmosfera di paranoia, sospetto e minaccia imminente.
Luce e ombra: Le scene notturne sono illuminate da lampi di luce taglienti che squarciano l'oscurità, lasciando ampie zone in penombra. Questo non è solo uno stile visivo, ma un riflesso del tema centrale: l'odio, un'oscurità che si nasconde tra le luci della civiltà.
Angolazioni e inquadrature: Dmytryk utilizza angolazioni insolite, riprendendo i personaggi dal basso o con inclinazioni oblique per trasmettere un senso di disorientamento e instabilità morale. I primi piani sui volti tesi e spaventati dei personaggi sono potenti e rivelano le loro paure e i loro segreti.
Atmosfera urbana: Le strade notturne di New York diventano un labirinto di vicoli oscuri e locali malfamati, un palcoscenico che riflette lo stato mentale dei personaggi. L'ambiente non è un semplice sfondo, ma un'entità che contribuisce alla sensazione di claustrofobia e inevitabilità.
La regia di Dmytryk non è mai puramente estetica; ogni scelta visiva serve a rafforzare il messaggio del film. La sua abilità nel costruire la tensione senza ricorrere a scene d'azione eccessive dimostra una profonda comprensione del dramma psicologico.
Il cast di Odio implacabile è uno dei suoi punti di forza, con interpretazioni che sono diventate leggendarie.
Robert Young (Detective Finlay): In un ruolo molto diverso da quelli che lo avevano reso famoso come attore di commedie leggere, Young offre una performance misurata e di grande dignità. Il suo Finlay è il centro morale del film, l'uomo che, con calma e logica, smaschera l'irrazionalità dell'odio. È lui a pronunciare il monologo finale, una potente accusa al pregiudizio, che rimane uno dei momenti più memorabili del film.
Robert Mitchum (Sgt. Mitchum): Già all'epoca icona del film noir, Mitchum incarna il sergente Mitchum con la sua tipica stanchezza, il suo cinismo e la sua integrità nascosta. La sua recitazione è minimalista ma carica di significato. È l'archetipo dell'eroe riluttante, un uomo che, pur non essendo un detective, si impegna per la giustizia perché non può sopportare l'inumanità.
Robert Ryan (Montgomery): La performance di Robert Ryan nei panni di Montgomery è semplicemente terrificante. Ryan non interpreta l'odio come una semplice rabbia, ma come un'ideologia radicata, un veleno che lo consuma dall'interno. I suoi occhi glaciali e la sua parlata tranquilla ma minacciosa lo rendono uno dei più agghiaccianti e credibili cattivi del cinema. La sua interpretazione è un capolavoro di sottile minaccia.
Gloria Grahame (Ginny Tremaine): Sebbene il suo ruolo sia relativamente piccolo, Gloria Grahame ruba la scena e riceve una meritata candidatura all'Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista. Il suo personaggio, una donna che si aggrappa alla sua dignità in un mondo che la disprezza, aggiunge un tocco di vulnerabilità e malinconia al film. La sua performance è un'istantanea perfetta della disillusione postbellica.
La grandezza di Odio implacabile risiede nella sua audacia, specialmente se vista nel contesto del 1947.
Il cambiamento tematico: La scelta di cambiare la vittima da un omosessuale (nel romanzo di Richard Brooks) a un ebreo fu una decisione storica. All'epoca, parlare di omosessualità era tabù e avrebbe reso il film impossibile da produrre a Hollywood. L'antisemitismo, d'altra parte, era un tema più "accettabile" da trattare, soprattutto dopo l'orrore dell'Olocausto che si era appena svelato al mondo. Questa scelta permise al film di raggiungere un vasto pubblico con un messaggio potente e necessario. Odio implacabile fu uno dei primi film a denunciare l'antisemitismo in modo così diretto e onesto.
L'America del dopoguerra: Il film riflette le ansie e le tensioni della società americana nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Milioni di soldati tornavano a casa, molti segnati dal trauma della guerra, e la società era divisa tra il desiderio di normalità e la paura di forze oscure, sia interne che esterne. La figura di Montgomery incarna l'odio e l'intolleranza che serpeggiavano tra le pieghe della società, un male che non era stato sconfitto oltreoceano.
La caccia alle streghe: L'ironia più tragica nella storia di Odio implacabile è che sia il regista, Edward Dmytryk, che il produttore, Adrian Scott, furono presto tra le vittime della caccia alle streghe maccartista. Entrambi furono chiamati a testimoniare di fronte alla Commissione per le attività antiamericane (HUAC) e si rifiutarono di collaborare, finendo nella famosa "Hollywood Ten", la lista nera di professionisti del cinema banditi dall'industria per le loro presunte simpatie comuniste. È paradossale che un film che celebrava la libertà, la tolleranza e la lotta contro il fanatismo sia stato realizzato da uomini che sarebbero stati perseguitati per le loro idee.
Odio implacabile non è un semplice thriller. È un'opera d'arte cinematografica che utilizza il genere per esplorare la natura umana e i pericoli del pregiudizio. Con la sua regia magistrale, le interpretazioni indimenticabili e il suo messaggio coraggioso, il film si erge come un monumento al potere del cinema di provocare la riflessione e la denuncia. La sua storia, tristemente, dimostra che l'odio e il sospetto non erano confinati solo nei film, ma erano una realtà che gli stessi creatori dell'opera avrebbero dovuto affrontare. Un classico imprescindibile per ogni amante del cinema, e un monito che, a oltre settant'anni dalla sua uscita, non ha perso nulla della sua forza.
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L'evocazione - The Conjuring, diretto da James Wan, è un film che ha saputo rievocare il "terrore vecchia scuola", basandosi su atmosfere cupe, tensione psicologica e jump scare ben calibrati, piuttosto che su violenza esplicita. La sua forza risiede nell'essere "basato su una storia vera", un elemento che, pur con le dovute licenze artistiche, ha contribuito a creare un'aura di realismo e autenticità. Il film ha avuto un enorme successo di critica e pubblico, incassando 320 milioni di dollari in tutto il mondo con un budget di soli 20 milioni, e ha lanciato il cosiddetto "The Conjuring Universe", una delle saghe horror più redditizie di sempre.
La storia del film è incentrata sulla famiglia Perron, composta dai genitori Roger (Ron Livingston) e Carolyn (Lili Taylor) e dalle loro cinque figlie: Andrea, Nancy, Christine, Cindy e April. Nel 1971, la famiglia si trasferisce in una suggestiva e isolata fattoria nel Rhode Island. La casa, tuttavia, nasconde un passato oscuro e traumatico, risalente al XVIII secolo. Fin dai primi giorni, strani e terrificanti eventi iniziano a manifestarsi: rumori inquietanti, porte che si aprono e si chiudono da sole, odori nauseabondi e, in un crescendo di orrore, vere e proprie aggressioni fisiche. L'entità che infesta la casa sembra particolarmente ossessionata dalla madre, Carolyn, e dalle figlie.
In preda alla disperazione, Carolyn cerca aiuto e contatta Ed e Lorraine Warren, una coppia di investigatori del paranormale realmente esistiti, noti per i loro casi più celebri, tra cui quello di Amityville. Ed (Patrick Wilson) è un esorcista laico, mentre Lorraine (Vera Farmiga) è una medium e chiaroveggente, dotata della capacità di vedere le entità spirituali. Inizialmente scettici, i Warren accettano di indagare sul caso dei Perron dopo aver notato l'estrema gravità degli eventi.
Una volta sul posto, i Warren installano telecamere e strumenti di rilevamento per documentare le manifestazioni paranormali. Scavano nel passato della casa e scoprono che era un tempo di proprietà di Bathsheba Sherman, una donna accusata di stregoneria che, prima di morire, maledisse chiunque avesse osato prendere possesso delle sue terre. L'indagine dei Warren rivela che lo spirito di Bathsheba è il motore degli orrori che affliggono la famiglia Perron. L'entità mira a possedere la madre Carolyn per costringerla a uccidere i propri figli, replicando un rituale satanico che la strega aveva compiuto in vita.
Il film culmina in un teso e drammatico esorcismo, con i Warren che cercano di liberare Carolyn dalla possessione di Bathsheba, combattendo contro le forze demoniache. Il climax è un'esplosione di terrore psicologico, con urla, violenza e oggetti che si muovono da soli, in una scena che ha conquistato il pubblico grazie alla sua intensità emotiva e visiva.
La regia di James Wan è la vera protagonista del film. Wan, già noto per aver diretto Saw - L'enigmista e Insidious, dimostra una profonda conoscenza delle dinamiche del genere horror. A differenza di molti film moderni che si affidano alla violenza e al gore, Wan sceglie di costruire la tensione con mezzi più classici ed efficaci, ispirandosi ai grandi maestri dell'horror del passato come William Friedkin (L'esorcista).
Wan utilizza in maniera magistrale la telecamera, con carrellate fluide, inquadrature ampie e un sapiente gioco di chiaroscuri che crea un'atmosfera di costante minaccia. La suspense è costruita lentamente, attraverso dettagli sonori (il famoso "battimani" nel seminterrato) e visivi (l'ombra che appare alle spalle di un personaggio), che mettono lo spettatore in uno stato di allerta costante. Wan dimostra un'eccezionale abilità nel gestire i jump scare, che non sono mai fini a se stessi, ma si inseriscono in modo organico nella narrazione, massimizzando l'impatto emotivo. Il regista riesce a rendere la casa un personaggio a sé stante, un luogo opprimente e pieno di trappole, dove il pericolo può nascondersi in ogni angolo.
Gran parte del successo del film è dovuto all'eccezionale performance del cast, in particolare della coppia protagonista.
Vera Farmiga interpreta Lorraine Warren con una sensibilità e una profondità che la distinguono. Non è una semplice medium, ma una donna tormentata dai suoi doni, che la mettono in contatto con un mondo di orrori che la consuma emotivamente. La sua interpretazione trasmette la stanchezza e la paura di una persona che ha visto troppo, ma che non può fare a meno di aiutare chi è in difficoltà. L'alchimia con Patrick Wilson è palpabile, e il loro legame emotivo funge da ancoraggio per lo spettatore.
Patrick Wilson veste i panni di Ed Warren, l'esorcista e cacciatore di fantasmi. Il suo personaggio è la parte pragmatica e razionale della coppia, il suo scudo protettivo. Wilson conferisce a Ed un'aura di calma e autorevolezza, rendendolo credibile sia nei momenti di indagine che in quelli di scontro diretto con il male. È il suo equilibrio a bilanciare la sensibilità di Lorraine.
Lili Taylor nel ruolo di Carolyn Perron offre una performance straordinaria, passando da madre affettuosa a vittima terrorizzata e, infine, a figura terrificante in preda alla possessione. La sua recitazione è intensa e viscerale, e rende lo spettatore empatico con il suo calvario.
Il successo di The Conjuring ha spinto la Warner Bros. a espandere la storia in un vero e proprio universo condiviso, che esplora diversi casi dei Warren e le origini delle entità demoniache presenti nei film.
I film che compongono il "The Conjuring Universe" includono:
The Conjuring - Il caso Enfield (The Conjuring 2, 2016): Diretto ancora da James Wan, il film segue i Warren mentre indagano sul famoso "Poltergeist di Enfield" in Inghilterra.
The Conjuring - Per ordine del Diavolo (The Conjuring: The Devil Made Me Do It, 2021): Il terzo film principale, diretto da Michael Chaves, si basa sul primo caso documentato in cui un sospettato di omicidio ha usato la "possessione demoniaca" come difesa legale.
Annabelle (2014), Annabelle 2: Creation (2017) e Annabelle 3 (Annabelle Comes Home, 2019): Una trilogia di spin-off che approfondisce la storia della terrificante bambola Annabelle, protagonista della scena iniziale del primo film.
The Nun (2018) e The Nun II (2023): Spin-off che raccontano le origini di Valak, il demone suora che appare in The Conjuring 2.
La Llorona - Le lacrime del male (The Curse of La Llorona, 2019): Considerato parte del franchise, il film introduce un'altra entità demoniaca proveniente dal folklore.
È in sviluppo il quarto film della saga principale, The Conjuring: Last Rites, che mira a concludere la storia principale dei Warren.
Il film dichiara di essere "basato su eventi reali", il che ha scatenato un grande interesse e dibattito. La famiglia Perron e i Warren hanno effettivamente dichiarato di aver vissuto eventi paranormali in quella casa nel 1971. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra il racconto drammatizzato del film e i fatti della storia vera:
Il Demone Bathsheba: Sebbene esista una figura storica di nome Bathsheba Sherman, non ci sono prove concrete che fosse una strega o che abbia maledetto la casa. Il film ha amplificato e romanzato la sua storia per fini narrativi.
La gravità degli eventi: Gli eventi descritti dai Perron e dai Warren sono stati sicuramente spaventosi, ma il film ne ha accentuato la drammaticità per un maggiore impatto. La possessione di Carolyn, l'esorcismo finale e gli attacchi fisici sono stati esasperati per lo schermo.
La bambola Annabelle: Nel film, la bambola Annabelle è al centro di una spaventosa sequenza iniziale. Nella realtà, la vera bambola Annabelle era una semplice bambola di pezza (una Raggedy Ann) e non la spaventosa bambola di porcellana vista nel film. Le entità che infestavano la casa dei Perron non avevano alcun legame con la bambola Annabelle, che fu protagonista di un caso a parte, gestito dai Warren.
In sintesi, L'evocazione - The Conjuring è un film che ha avuto un impatto duraturo sul cinema horror, non solo per il suo successo commerciale, ma per aver riportato in auge uno stile narrativo che si concentra sulla paura psicologica e sull'atmosfera, elevando il genere a un livello superiore.
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Brood - La covata malefica (The Brood) è un film del 1979 scritto e diretto da David Cronenberg.
"Brood - La covata malefica" (titolo originale: The Brood) è un film horror psicologico del 1979, scritto e diretto dal maestro del body horror, David Cronenberg. Considerato uno dei suoi lavori più personali e inquietanti, il film esplora le complesse e disturbanti relazioni tra mente e corpo, un tema ricorrente nella filmografia del regista canadese. "The Brood" è una delle opere che hanno contribuito a definire il genere del body horror e a consolidare la reputazione di Cronenberg come autore visionario e spregiudicato.
La storia segue Frank Carveth (Art Hindle), un uomo preoccupato per lo stato di sua moglie, Nola (Samantha Eggar), che è in cura presso l'enigmatico e controverso psicoterapeuta Dr. Hal Raglan (Oliver Reed). Raglan ha sviluppato una terapia radicale chiamata "psicoplasmatica", che incoraggia i suoi pazienti a esternare i loro traumi e le loro emozioni negative attraverso manifestazioni fisiche. Nola, che ha avuto un'infanzia traumatica a causa della madre alcolizzata, è una delle pazienti più promettenti di Raglan, ma il suo stato mentale sembra peggiorare anziché migliorare.
Quando Frank si reca a trovare sua figlia, Candice (Cindy Hinds), che vive con Nola nella clinica di Raglan, scopre con orrore che la piccola è stata maltrattata. Deciso a porre fine alla situazione, Frank cerca di allontanare Candice dalla madre e dalla clinica. Inizia così a indagare sul Dr. Raglan e sui suoi metodi.
Nel frattempo, una serie di eventi orribili sconvolge la vita di Frank. La nonna di Candice, che è intervenuta a difendere la bambina, viene brutalmente uccisa da una strana creatura simile a un bambino. Poco dopo, anche il padre di Nola viene assassinato in modo altrettanto violento. Frank si rende conto che gli assassini non sono persone normali, ma esseri deformi e infantili, privi di ombelico, che sembrano agire come un branco.
La svolta agghiacciante avviene quando Frank scopre la verità. Le creature omicide non sono altro che la "progenie" di Nola, nati direttamente dal suo corpo a causa della terapia psicoplasmatica di Raglan. Nola, incapace di gestire la sua rabbia e la sua sofferenza, le ha manifestate in modo fisico, dando alla luce questi esseri mostruosi che agiscono come una covata, attaccando e uccidendo chiunque la madre percepisca come una minaccia. La loro violenza è un'estensione della rabbia repressa di Nola.
Il climax del film è un confronto agghiacciante tra Frank e Nola nella clinica. Frank, dopo aver superato il Dr. Raglan, trova Nola incinta di un'altra creatura. In una delle scene più iconiche e disturbanti della storia del cinema horror, Nola si sveste e mostra al marito la "sacca" sulla schiena da cui nascono le creature. La scena non è solo scioccante, ma anche un'esplorazione estrema del legame tra una madre e i suoi figli, trasformato in un incubo di amore e odio patologico. Il film si conclude con una rivelazione finale che suggerisce che il trauma di Nola potrebbe essere stato trasmesso anche a sua figlia, lasciando una sensazione di orrore persistente e ciclico.
"The Brood" è un'opera fondamentale per comprendere la poetica di David Cronenberg. Il film è un perfetto esempio del suo stile unico, che mescola orrore corporeo, psicologia freudiana e un'atmosfera di disagio costante. Cronenberg utilizza il corpo umano non solo come fonte di terrore, ma anche come metafora delle ansie e dei traumi della mente.
Il film è stato fortemente influenzato dal difficile divorzio di Cronenberg dalla sua prima moglie, il che spiega l'intensità e la brutalità delle emozioni rappresentate. Il personaggio di Nola è una rappresentazione estrema della rabbia e del risentimento che possono derivare da una relazione fallita, portando il concetto di "maternità tossica" a un livello di puro orrore.
La regia di Cronenberg è misurata ma implacabile. Non si affida a jump scare banali, ma costruisce la tensione in modo graduale e claustrofobico. La violenza, quando si manifesta, è cruda e scioccante. Le scene di attacco delle creature sono coreografate in modo da sembrare un assalto primordiale e bestiale. La scelta di non mostrare le creature fino a un momento avanzato della narrazione aumenta il senso di mistero e terrore. Quando finalmente si svelano, il loro aspetto disturbante e innocente allo stesso tempo contribuisce a un senso di disgusto e repulsione.
Gli effetti speciali, curati da Cronenberg stesso, sono minimalisti ma estremamente efficaci. Il "design" delle creature, con il loro aspetto grottesco e i loro movimenti meccanici, è indimenticabile. La scena finale della "nascita" delle creature è un esempio magistrale di body horror che riesce a essere al contempo terrificante e disturbante a livello psicologico.
Il cast di "The Brood" è stato scelto con grande cura, e le interpretazioni contribuiscono in modo significativo al successo del film.
Samantha Eggar nel ruolo di Nola Carveth offre una performance straordinaria e indimenticabile. Il suo personaggio è una figura tragica e mostruosa allo stesso tempo. Eggar riesce a trasmettere la sua angoscia e la sua furia repressa in modo così convincente da rendere la sua trasformazione in un mostro materno completamente credibile.
Oliver Reed interpreta il Dr. Hal Raglan, un personaggio carismatico ma inquietante. Reed, con la sua presenza scenica imponente e il suo carisma, rende il Dr. Raglan una figura ambigua: un guaritore o un mostro che sfrutta i traumi dei suoi pazienti per i propri fini?
Art Hindle nel ruolo di Frank Carveth è il volto della normalità in un mondo che sta rapidamente sprofondando nella follia. La sua interpretazione è il punto di vista del pubblico, che lo segue nel suo viaggio di scoperta e orrore.
"The Brood" è uno dei film che ha consolidato la reputazione di David Cronenberg come uno dei registi più originali e innovativi del cinema horror. Il film ha influenzato numerosi registi successivi e ha ispirato un'intera generazione di opere che esplorano il lato oscuro della psicologia umana attraverso il terrore corporeo.
Pur non essendo un successo commerciale al pari di altri film horror dell'epoca, "The Brood" ha ottenuto uno status di cult e viene regolarmente citato come uno dei migliori film di Cronenberg e un classico del genere. La sua analisi del trauma, della rabbia e del legame materno-figlio, tutti temi profondamente personali per il regista, lo rendono un'opera che va oltre il semplice orrore per diventare una riflessione inquietante sulla natura umana.
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Mountainhead è un film del 2025 , scritto e diretto da Jesse Armstrong
Mountainhead è un film del 2025 che ha suscitato notevole interesse, soprattutto perché segna il debutto alla regia di Jesse Armstrong, il celebre creatore e showrunner della pluripremiata serie HBO Succession.
La trama di "Mountainhead" si presenta come una satira acuta e tagliente, un genere in cui Armstrong eccelle. Il film ruota attorno a un gruppo di quattro amici, tutti magnati del mondo della tecnologia e rivali di lunga data, che si ritrovano per un ritiro in una lussuosa e remota baita in montagna. Il loro scopo è godersi un po' di relax e discutere di affari, in un ambiente isolato dal caos del mondo esterno.
Tuttavia, il loro soggiorno idilliaco viene rapidamente interrotto da una crescente crisi globale. La causa scatenante è la disinformazione generata dall'intelligenza artificiale, prodotta e diffusa attraverso una piattaforma di social media fittizia chiamata "Traam", creata proprio da uno dei quattro protagonisti. Mentre nazioni intere sono sull'orlo del collasso politico ed economico, e la società è preda del panico, i quattro amici si trovano a dover gestire le conseguenze delle loro azioni.
La narrazione si focalizza sulle dinamiche complesse e tossiche tra i personaggi. Nonostante l'apparente amicizia, la loro relazione è permeata da rivalità, invidie e una fredda competizione finanziaria. A mano a mano che la crisi si intensifica e si fa strada anche nel loro rifugio, le loro interazioni diventano sempre più tese. La posta in gioco si alza drasticamente, mettendo a rischio non solo le loro immense fortune, ma anche la loro amicizia e, in una prospettiva più ampia, il futuro stesso dell'umanità.
Il film esplora l'ipocrisia e il cinismo delle élite della Silicon Valley, che, pur avendo gli strumenti per affrontare e risolvere i problemi del mondo, preferiscono usarli per trarne un vantaggio personale o semplicemente si nascondono dalle conseguenze delle loro innovazioni irresponsabili. "Mountainhead" è un ritratto sociologico e un commento sull'era digitale, dove la tecnologia ha un potere immenso e incontrollato e i suoi creatori, spesso, mancano della responsabilità e della moralità necessarie per gestirlo.
Il passaggio di Jesse Armstrong dalla serialità televisiva al lungometraggio è uno degli aspetti più interessanti di questo progetto. La sua firma stilistica, già apprezzata in "Succession", è chiaramente riconoscibile in "Mountainhead". Il film è una commedia nera con un umorismo tagliente e spesso crudele, incentrato su dialoghi brillanti e serrati che svelano le fragilità e la meschinità dei personaggi.
La regia di Armstrong si concentra sulle interazioni umane, utilizzando in modo efficace gli spazi ristretti della baita per creare un'atmosfera di claustrofobia e tensione crescente. L'isolamento fisico dei personaggi in montagna, contrapposto al caos globale che si sta scatenando grazie alle loro "invenzioni", è una metafora potente che sottolinea la loro disconnessione dalla realtà. Il regista gioca con le aspettative del pubblico, mescolando momenti di leggerezza a colpi di scena inaspettati e a una tensione psicologica che ricorda i thriller.
La struttura narrativa e lo sviluppo dei personaggi, che sono il punto di forza di Armstrong, fanno sì che il film non si limiti a una semplice satira. "Mountainhead" vuole essere anche un'analisi più profonda e inquietante sulle dinamiche del potere, del denaro e dell'influenza nel mondo moderno. Come in "Succession", Armstrong non ha paura di mostrare personaggi moralmente discutibili e di spingere i toni fino al parossismo, trasformando una situazione apparentemente comica in una farsa tragica che riflette la follia della nostra epoca.
Il successo di un film basato principalmente sui dialoghi e sulle dinamiche tra i personaggi dipende in gran parte dalla qualità del cast, e "Mountainhead" non delude sotto questo aspetto, riunendo un gruppo di attori di grande talento.
Steve Carell interpreta Randall. Dopo aver dimostrato la sua versatilità in ruoli comici e drammatici, Carell porta in scena un personaggio complesso, probabilmente il motore della trama in quanto creatore della piattaforma "Traam". La sua interpretazione promette un mix di umorismo, arroganza e un'inquietante mancanza di rimorso che lo rende un personaggio centrale e imperdibile.
Jason Schwartzman interpreta Hugo Van Yalk. Attore eclettico e noto per la sua collaborazione con Wes Anderson, Schwartzman è perfetto per il ruolo di un personaggio con un'apparente superficie di eccentricità che nasconde una profonda spietatezza e un'ambizione smisurata. Le dinamiche tra il suo personaggio e quello degli altri protagonisti sono una delle forze motrici del film.
Cory Michael Smith interpreta Venis. L'attore, noto per la sua interpretazione di Edward Nygma in "Gotham", aggiunge un tocco di spessore al quartetto, probabilmente nel ruolo di un personaggio più calmo ma non per questo meno pericoloso o ambizioso dei suoi amici. La sua presenza garantisce un ulteriore livello di complessità alle interazioni tra i quattro.
Ramy Youssef interpreta Jeff. Ramy, comico e attore acclamato per la sua serie "Ramy", porta un altro elemento distintivo al cast. Il suo personaggio, pur essendo parte del gruppo d'élite, potrebbe rappresentare un punto di vista leggermente diverso o un elemento di instabilità, aggiungendo un'altra sfumatura alla già ricca chimica del cast.
"Mountainhead" è stato prodotto da HBO Films e distribuito su Sky Cinema e Now, rendendolo accessibile a un vasto pubblico fin dal suo lancio. Il film è stato candidato agli Emmy® Awards 2025 nella categoria Miglior film per la televisione, un riconoscimento significativo che sottolinea l'elevata qualità della produzione.
Il film è stato accolto con grande attesa, dato il successo di "Succession", e ha ricevuto critiche positive che ne hanno lodato l'intelligenza, il dialogo affilato e le performance del cast. Sebbene le recensioni abbiano sottolineato le somiglianze stilistiche con la serie che ha reso celebre il suo creatore, "Mountainhead" è stato riconosciuto come un'opera a sé stante, un ritratto cinico e comico di una classe sociale che si ritiene al di sopra di tutto e di tutti, anche del destino del mondo intero.
In sintesi, "Mountainhead" è un'opera che conferma il talento di Jesse Armstrong nel creare narrazioni complesse e personaggi memorabili, offrendo una satira sociale che intrattiene e allo stesso tempo spinge lo spettatore a riflettere sulle dinamiche del potere nell'era digitale.
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Divertimento, è un film del 2022 diretto da Marie-Castille Mention-Schaar
Il film a cui ti riferisci è Divertimento - La plus belle note, una pellicola francese del 2022 diretta da Marie-Castille Mention-Schaar. È un'opera biografica e drammatica che racconta la storia vera di Zahia Ziouani, una direttrice d'orchestra franco-algerina, e di sua sorella gemella, Fattouma, violoncellista, che hanno lottato per realizzare il loro sogno di diventare musiciste classiche in un ambiente poco aperto alle donne e alle persone provenienti da contesti sociali svantaggiati.
Il film si apre con un flashback che ci porta negli anni '90, a Saint-Denis, una banlieue parigina. Le sorelle Zahia e Fattouma, all'età di 17 anni, sono già delle prodigiose musiciste, ma si scontrano con la dura realtà: il mondo della musica classica è un club esclusivo, elitario e quasi totalmente maschile, dove le porte si aprono con fatica per chi non ha le giuste conoscenze o il background "adeguato". Il loro sogno di diventare musiciste professioniste sembra un'utopia.
Nonostante le difficoltà, le due sorelle non si arrendono. Zahia, in particolare, ha un'aspirazione ancora più grande: diventare direttrice d'orchestra. Decide di bussare alla porta del leggendario maestro Sergiu Celibidache, celebre per il suo rigore e il suo talento. Celibidache, interpretato con grande intensità da Niels Arestrup, vede in lei un potenziale incredibile e decide di prenderla sotto la sua ala, mettendola a dura prova.
Il cuore del film segue il percorso di Zahia, che con ostinazione, disciplina e un talento smisurato cerca di superare ogni barriera. Non si tratta solo di imparare le tecniche della direzione d'orchestra, ma anche di confrontarsi con il pregiudizio e lo scetticismo che la circondano. Nonostante le critiche e le umiliazioni, la giovane protagonista non si fa abbattere. Il suo obiettivo non è solo il successo personale, ma anche la volontà di democratizzare la musica classica, portandola fuori dalle sale concerto dell'alta società e facendola conoscere ai ragazzi della sua banlieue, spesso dimenticati o etichettati.
Insieme a sua sorella e ai loro amici, Zahia decide di fondare un'orchestra chiamata Divertimento. Il nome è un omaggio al genere musicale, ma simboleggia anche il desiderio di portare gioia e divertimento attraverso la musica. Inizialmente, il progetto è accolto con scetticismo, ma pian piano l'orchestra prende forma, attirando giovani musicisti di talento da contesti sociali diversi, uniti dalla passione per la musica. Il film culmina con l'orchestra Divertimento che si esibisce in un concerto, dimostrando che con la determinazione e il talento è possibile superare ogni ostacolo e realizzare i propri sogni, non solo per sé stessi, ma anche per ispirare gli altri.
La regista Marie-Castille Mention-Schaar è nota per il suo approccio sensibile e per la sua capacità di raccontare storie di forte impatto sociale, spesso focalizzandosi su temi come l'inclusione, l'istruzione e la diversità. I suoi film precedenti, come Les Héritiers (2014) o Le ciel attendra (2016), hanno esplorato in profondità le sfide affrontate dai giovani nella società contemporanea.
In "Divertimento", la regista adotta uno stile narrativo lineare ma avvincente, che alterna momenti di grande intensità drammatica, come le lezioni del maestro Celibidache, a scene più intime e personali, che mostrano il legame profondo tra le due sorelle e la loro famiglia. La scelta di girare il film in parte a Saint-Denis contribuisce a dare autenticità alla storia, mostrando una banlieue lontana dagli stereotipi negativi, un luogo dove, nonostante le difficoltà, la speranza e il talento possono fiorire.
La colonna sonora, ovviamente, ha un ruolo centrale nel film. La musica non è solo un sottofondo, ma un vero e proprio personaggio, che guida le emozioni e scandisce il ritmo della narrazione. Vengono eseguiti brani di grandi compositori, come Beethoven, e la musica diventa un linguaggio universale che supera le barriere sociali e culturali. Mention-Schaar dimostra un'abilità particolare nel far capire al pubblico l'importanza della musica classica, anche a chi non ha familiarità con essa. Lo fa attraverso dialoghi intelligenti e scene che mostrano il duro lavoro e la passione che si nascondono dietro a ogni esecuzione.
Il successo del film si deve anche alle interpretazioni del suo cast principale, che ha saputo dare vita in modo convincente ai personaggi.
Oulaya Amamra interpreta Zahia Ziouani. L'attrice, vincitrice del César come miglior promessa femminile per il film Divines (2016), offre una performance toccante e piena di energia. Riesce a rendere in modo credibile sia la determinazione e la forza interiore di Zahia, sia i suoi momenti di fragilità e dubbio. La sua interpretazione è il motore emotivo del film.
Lina El Arabi interpreta Fattouma Ziouani. L'attrice, già vista in Noces (2016) e in diverse serie TV, dà vita a un personaggio che, pur essendo in secondo piano rispetto alla sorella, ha un ruolo fondamentale. Fattouma è il pilastro di Zahia, la sua confidente e la sua più grande sostenitrice. Il legame tra le due attrici sullo schermo è palpabile e contribuisce a rendere la loro storia ancora più autentica.
Niels Arestrup interpreta il maestro Sergiu Celibidache. Attore di grande esperienza e carisma, Arestrup è perfetto nel ruolo del severo ma illuminato direttore d'orchestra. Il suo personaggio è un mentore atipico, che non offre sconti ma spinge la sua allieva oltre i suoi limiti, insegnandole che la musica non è solo tecnica, ma anche sentimento, disciplina e dedizione assoluta. Le scene tra Arestrup e Amamra sono tra le più potenti del film e mettono in luce il conflitto e il rispetto reciproco che si instaura tra i due.
"Divertimento" non è solo un film sulla musica, ma un'opera che parla di resilienza, di inclusione e del potere dei sogni. La storia di Zahia e Fattouma Ziouani è un esempio di come sia possibile superare le barriere sociali e i pregiudizi attraverso il talento e la perseveranza. Il film lancia un messaggio chiaro: la musica, e l'arte in generale, non dovrebbero essere appannaggio di una classe sociale o di un gruppo elitario, ma un bene accessibile a tutti.
La vera Zahia Ziouani ha fondato l'orchestra Divertimento nel 2005 e, ancora oggi, l'orchestra si esibisce in tutto il mondo e si impegna attivamente in progetti sociali e educativi, portando la musica classica nelle scuole e nei quartieri meno fortunati. La visione della regista, dunque, non è solo quella di raccontare una bella storia, ma di celebrare il valore duraturo dell'arte come strumento di cambiamento e di emancipazione. Il film, pur essendo un'opera di finzione, rimane fedele allo spirito e al messaggio di chi ha ispirato questa straordinaria avventura musicale.
In sintesi, "Divertimento" è un film che emoziona e ispira, un inno alla passione e alla determinazione che dimostra come la musica possa essere una forza potente per unire le persone e superare le divisioni.
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Strade violente (Thief) è un film del 1981 diretto da Michael Mann
"Strade violente" (Thief), film del 1981, segna l'esordio al cinema di Michael Mann, ed è un'opera che, pur essendo la sua opera prima, contiene già in nuce tutte le tematiche e lo stile che lo renderanno uno dei registi più influenti del cinema noir e d'azione. Il film, basato sul romanzo "The Home Invaders" di Frank Hohimer, non si limita a raccontare una storia di crimine, ma si addentra nella psicologia di un uomo solitario, un professionista nel suo campo, che cerca disperatamente di sfuggire al suo passato e di costruire una vita normale.
La Trama: L'Ultimo Colpo per la Libertà
Il protagonista del film è Frank, interpretato da un James Caan in stato di grazia. Frank è un ladro di gioielli e diamanti di altissimo livello, un artigiano del crimine. La sua vita è scandita da un rigido codice di condotta e da una routine meticolosa. Di giorno gestisce una concessionaria d'auto, una facciata rispettabile che nasconde la sua vera professione. Di notte, invece, Frank e il suo complice Barry (James Belushi) compiono furti chirurgici, utilizzando attrezzi specializzati come la lancia termica e trapani di precisione.
Frank è un uomo segnato da undici anni di carcere. La sua principale ossessione è quella di "vivere una vita", di costruirsi una famiglia e di abbandonare il mondo criminale. Il suo sogno si materializza quando incontra Jessie (Tuesday Weld), una cassiera con un passato difficile quanto il suo. L'incontro con Jessie e la successiva adozione di un bambino rafforzano la sua determinazione a mettere fine alla sua carriera da ladro.
Per realizzare questo sogno, Frank decide di fare un "ultimo colpo", ma non da solo. Entra in contatto con Leo (Robert Prosky), un potente e spietato boss della malavita di Chicago, che gli offre la possibilità di compiere un colpo enorme che gli frutterebbe una somma sufficiente a ritirarsi definitivamente. Inizialmente Frank è riluttante, preferendo lavorare in solitudine e mantenere il controllo totale sulla sua vita. Tuttavia, le pressioni e le promesse di Leo, unite al suo desiderio di una vita stabile, lo convincono ad accettare.
Il colpo, un furto di diamanti di inestimabile valore, va a buon fine, ma al momento della spartizione, Leo tradisce Frank. Il boss, con la complicità di agenti di polizia corrotti, cerca di fregarlo, offrendogli una somma irrisoria e minacciando la sua nuova famiglia. A questo punto, il film si trasforma in un crudo dramma di vendetta. Frank si rende conto che il suo sogno di una vita normale è un'illusione. Per riconquistare la sua libertà, deve eliminare il cancro che si è infiltrato nella sua esistenza. Il suo codice d'onore, la sua etica professionale, gli impongono una sola strada: distruggere tutto ciò che il boss rappresenta. Il finale è un'escalation di violenza, dove Frank, armato solo della sua rabbia e delle sue abilità, si scaglia contro l'organizzazione di Leo, in un atto finale e disperato di autodeterminazione.
La Regia di Michael Mann: Stile e Temi al Lavoro
"Strade violente" è una straordinaria dimostrazione del talento di Michael Mann e una sorta di "prova generale" per le sue opere future. Il film è girato con uno stile visivo che diventerà il suo marchio di fabbrica: una fotografia notturna, fredda e scura, che sfrutta al meglio le luci al neon e i riflessi delle strade bagnate. Il direttore della fotografia Donald Thorin crea un'atmosfera iper-realista e quasi onirica.
Mann ha un'ossessione per il dettaglio e per la proceduralità, e questo film ne è la prova. Le sequenze dei furti sono girate con una precisione quasi documentaristica, mostrando ogni singolo passo del processo, dalla preparazione degli attrezzi allo scasso delle casseforti. Questa attenzione al "mestiere" dei personaggi eleva il film al di sopra del semplice genere poliziesco, rendendolo una profonda esplorazione del lavoro e della dedizione professionale, sia essa legale o illegale.
Un altro elemento distintivo è la colonna sonora dei Tangerine Dream, un gruppo tedesco di musica elettronica. I loro sintetizzatori pulsanti e ipnotici accompagnano le immagini notturne della città, creando un'atmosfera unica e carica di tensione, che anticipa l'uso innovativo della musica in film successivi di Mann, come "Manhunter" e "Miami Vice".
Il film presenta già i temi ricorrenti della poetica di Mann: l'archetipo dell'uomo solitario e meticoloso, che vive secondo un proprio codice d'onore; il conflitto tra la vita professionale e quella privata, e la difficoltà di conciliare le due; l'ossessione per la disciplina e l'etica del lavoro; e il concetto di fatalismo, ovvero l'idea che il passato di un uomo lo seguirà per sempre, impedendogli di sfuggire al proprio destino.
Gli Attori: James Caan e il suo Antieroe
La performance di James Caan è il cuore pulsante del film. Il suo Frank è un antieroe tragico, un uomo che ha pagato il suo debito con la società ma che non riesce a liberarsi dal suo passato. Caan trasmette la vulnerabilità e la forza del personaggio con un'intensità rara. Il suo Frank è un uomo di poche parole, ma il suo sguardo e la sua postura comunicano un'intera storia di sofferenza e rigore.
Il cast di supporto è ugualmente notevole. Tuesday Weld è perfetta nel ruolo di Jessie, la donna che cerca di offrire a Frank una via d'uscita. La sua performance è misurata e toccante. Il compianto Robert Prosky, al suo debutto cinematografico, è un villain terrificante e viscido. La sua interpretazione di Leo è una combinazione di falsa affabilità e spietata crudeltà. Da segnalare anche la presenza di Jim Belushi in uno dei suoi primi ruoli importanti e del cantante country Willie Nelson, nel ruolo di un ex compagno di carcere di Frank che lo aiuta.
"Strade violente" non fu un grande successo di botteghino all'epoca, ma è stato rivalutato nel corso degli anni come un film di culto e un'opera fondamentale nella filmografia di Michael Mann. Ha influenzato innumerevoli registi e ha contribuito a definire il genere del "neo-noir" americano. La sua estetica e il suo approccio realistico hanno lasciato un segno indelebile, e l'archetipo del ladro "professionista" che cerca di uscire dal giro è diventato un cliché cinematografico, ma pochi film hanno saputo esplorarlo con la stessa profondità e malinconia di "Strade violente". È un film duro, implacabile e stilisticamente impeccabile, che rimane un punto di riferimento per chiunque voglia comprendere il cinema di Michael Mann.
prime
Miami Vice è un film del 2006 , diretto da Michael Mann
"Miami Vice" del 2006, diretto da Michael Mann, è molto più di un semplice adattamento cinematografico della celebre serie televisiva degli anni '80 che il regista stesso aveva contribuito a rendere un fenomeno culturale. È una radicale rilettura, un'immersione profonda e cupa nel mondo del crimine e del lavoro sotto copertura, spogliata quasi completamente dell'estetica glamour e patinata dell'originale, in favore di un approccio iperrealista e viscerale.
La Trama: Un'Infiltrazione nei Recinti Oscuri
Il film si apre con un'operazione sotto copertura andata storta. I detective della Narcotici di Miami, James "Sonny" Crockett (Colin Farrell) e Ricardo "Rico" Tubbs (Jamie Foxx), vengono chiamati a indagare su una fuga di notizie che ha causato la morte di un informatore e di due agenti dell'FBI. I loro sospetti ricadono su un potente cartello della droga, e l'unica via per scoprirne i vertici è infiltrarsi, spacciandosi per corrieri e contrabbandieri di alto livello.
Crockett e Tubbs si calano in un mondo fatto di motoscafi ultraveloci, aerei da trasporto e una rete complessa di trafficanti internazionali che si estende da Miami a Cuba, dalla Colombia all'America Centrale. In poco tempo, i due riescono a farsi strada all'interno dell'organizzazione, guadagnando la fiducia del temibile Arcángel de Jesús Montoya (Luis Tosar) e, soprattutto, del suo fidato braccio destro, José Yero (John Ortiz).
La missione diventa particolarmente complessa quando Sonny inizia una relazione clandestina e appassionata con Isabella (Gong Li), la misteriosa e sofisticata moglie del boss del cartello. Il loro legame, fatto di sguardi intensi, dialoghi minimi e una chimica palpabile, minaccia di compromettere l'intera operazione, spingendo Crockett sempre più oltre il limite tra il suo ruolo di poliziotto e la sua identità fittizia. Parallelamente, anche la vita privata di Tubbs viene messa in pericolo a causa della missione, aggiungendo un ulteriore livello di tensione e dramma personale.
Il film procede con un ritmo teso e serrato, alternando sequenze d'azione mozzafiato, come sparatorie brutali e inseguimenti in motoscafo, con momenti di silenziosa contemplazione. Il confine tra bene e male, tra poliziotto e criminale, si fa sempre più sfumato. I protagonisti sono costretti a sporcarsi le mani, a fare ciò che i criminali fanno, mettendo in discussione la loro stessa moralità e i codici d'onore che li guidano. La tensione culmina in uno scontro finale violento e disperato, che lascia i personaggi segnati e cambiati per sempre.
La Regia di Michael Mann: Stile Digitale e Realismo
Con "Miami Vice", Michael Mann porta il suo stile cinematografico a un nuovo livello. Abbandona la pellicola in favore della fotografia digitale ad alta definizione, una scelta che all'epoca era ancora audace e divisiva. Il risultato è un'estetica unica e granulosa, che cattura la realtà notturna e umida di Miami e dei Caraibi con una sensazione di immediatezza e crudo realismo.
Mann usa la videocamera digitale per esplorare la texture delle città, i volti stanchi dei personaggi, e le luci al neon che sembrano sciogliersi nella pioggia. La sua regia è quasi documentaristica: le inquadrature sono spesso a mano, dando un senso di urgenza e caos, specialmente durante le sequenze d'azione. Le sparatorie non sono coreografie spettacolari, ma esplosioni di violenza caotica e brutale. Il suono gioca un ruolo fondamentale, con il rumore dei proiettili che echeggia in modo assordante, rendendo l'esperienza dello scontro a fuoco quasi insopportabile per la sua verosimiglianza.
L'attenzione di Mann per i dettagli tecnici e procedurali è maniacale, una firma che lo accomuna a film come "Heat". Ogni operazione, ogni movimento, ogni fase dell'indagine è mostrata con una precisione quasi maniacale, immergendo lo spettatore nel mondo lavorativo dei protagonisti. Il film è meno interessato a raccontare una storia convenzionale e più a esplorare un'atmosfera, un'ossessione, uno stato d'animo. È un cinema sensoriale, che punta a far "sentire" allo spettatore la calura, la tensione e la solitudine dei personaggi.
Il Cast e le Interpretazioni
Il film poggia interamente sulle performance di Colin Farrell e Jamie Foxx. La loro chimica non è quella ironica e leggera della serie originale, ma si basa su un'intesa più profonda e silenziosa.
Colin Farrell interpreta un Sonny Crockett cupo e malinconico. Il suo è un personaggio tormentato, che si innamora in modo sconsiderato e si spinge oltre i confini del proprio ruolo. Farrell rende il suo Crockett un uomo spezzato, la cui unica via di fuga sembra essere l'adrenalina e il rischio.
Jamie Foxx veste i panni di un Ricardo Tubbs più contenuto e riflessivo. Tubbs è il contrappeso razionale all'istinto di Crockett, il personaggio che cerca di mantenere i piedi per terra in un mondo che sta rapidamente crollando. La sua performance è fatta di sguardi, di silenzi e di una dignità ferita.
Il cast di supporto è di altissimo livello. Gong Li è ipnotica nel ruolo di Isabella, un personaggio che rimane ambiguo e affascinante fino alla fine. La sua bellezza e il suo mistero sono una delle forze motrici del film. Altri attori degni di nota sono John Ortiz nei panni del sanguinario e spietato José Yero e Naomie Harris che interpreta Trudy, la collega e fidanzata di Tubbs.
Un Film Incompreso e Riscoperto
Al momento della sua uscita, "Miami Vice" del 2006 ha diviso pubblico e critica. Molti, abituati alla serie TV, sono rimasti spiazzati dall'approccio cupo e minimalista del film. L'assenza di dialoghi esplicativi, la narrazione che procedeva per accenni e dettagli, e il finale agrodolce hanno lasciato un senso di insoddisfazione. Il film non è stato un successo di pubblico come sperato.
Tuttavia, con il passare degli anni, "Miami Vice" è stato rivalutato dalla critica e da un numero crescente di cinefili. È considerato un esempio di cinema d'autore mascherato da blockbuster d'azione. La sua audace estetica digitale, la sua struttura narrativa atipica e la sua immersione totale nell'atmosfera sono state riconosciute come elementi di grande innovazione. Oggi, molti lo ritengono uno dei migliori lavori di Michael Mann, un'opera coraggiosa che ha anticipato le tendenze del cinema moderno e che ha saputo svelare il lato più oscuro e meno patinato della celebre metropoli della Florida.
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Heat - La sfida (Heat) è un film del 1995 diretto da Michael Mann
"Heat - La sfida" (Heat), un capolavoro del cinema poliziesco del 1995, è un film che ha segnato un'epoca, diretto da un maestro del genere, Michael Mann. La sua influenza si avverte ancora oggi, sia per la complessità dei personaggi che per la magistrale messa in scena delle sequenze d'azione. Con una durata che supera le due ore e mezza, il film non si limita a narrare una semplice storia di "guardie e ladri", ma si addentra nelle vite e nelle psicologie dei suoi protagonisti, esplorando temi come il codice d'onore, il sacrificio, la solitudine e la dicotomia tra vita professionale e vita privata.
La Trama: L'Incontro di Due Destini
La trama di "Heat" ruota attorno alla collisione inevitabile tra due figure monumentali: Neil McCauley, un rapinatore di banche professionista e meticoloso, interpretato da un gelido e carismatico Robert De Niro, e Vincent Hanna, un tenente della squadra omicidi di Los Angeles, un uomo ossessionato dal suo lavoro, interpretato da un intenso e vibrante Al Pacino.
Il film si apre con una rapina a un furgone portavalori. McCauley e la sua banda, composta da soci fidati come Chris Shiherlis (Val Kilmer) e Michael Cheritto (Tom Sizemore), pianificano ed eseguono il colpo con una precisione quasi chirurgica. Tuttavia, un imprevisto nel corso della rapina li costringe a eliminare le guardie, attirando l'attenzione della polizia e, in particolare, di Vincent Hanna. Hanna è un detective dal fiuto eccezionale, un workaholic divorziato che vive per il suo lavoro. Nonostante le difficoltà nella sua vita privata, che sta naufragando per l'ennesima volta, si tuffa a capofitto nel caso, quasi fosse un'ossessione personale.
Da questo momento in poi, si crea un gioco del gatto col topo teso e implacabile. Hanna e la sua squadra seguono le tracce di McCauley e della sua banda, cercando di prevedere la loro prossima mossa. McCauley, nel frattempo, continua a pianificare nuovi colpi, consapevole che il cerchio si sta stringendo. La narrazione procede con un doppio binario, alternando la vita dei criminali e quella dei poliziotti. Nonostante l'opposizione, tra i due protagonisti si instaura un insolito rispetto. Entrambi sono professionisti nel loro campo, seguono un rigido codice d'onore e sono disposti a sacrificare tutto per il loro lavoro.
La scena centrale del film, un momento iconico nella storia del cinema, è l'incontro faccia a faccia tra McCauley e Hanna in una tavola calda. In questo breve ma intenso dialogo, i due si confrontano, riconoscendo l'uno nell'altro un'anima gemella, un riflesso speculare del proprio fanatismo professionale. Si scambiano pensieri sul loro modo di vivere e sulla consapevolezza che, in caso di scontro, uno dei due dovrà cadere. È un momento di rara intimità in un film d'azione, che eleva "Heat" al di sopra del genere.
Il clou del film è una rapina in banca che si trasforma in una delle sparatorie più realistiche e impressionanti mai girate. Le sequenze d'azione, girate in pieno giorno per le strade trafficate di Los Angeles, sono caotiche, brutali e coreografate con una precisione incredibile. Il rumore dei proiettili, i colpi di fucile che rimbombano come tuoni, la sensazione di pericolo imminente: tutto contribuisce a creare un'esperienza viscerale e indimenticabile.
Il finale è un epilogo amaro e malinconico. Dopo una caccia all'uomo sfrenata, McCauley si ritrova a un bivio: fuggire con la donna che ama o vendicare l'uccisione di un suo caro amico. Il suo codice d'onore lo spinge a scegliere la vendetta, portandolo a un ultimo, fatale confronto con Hanna. La scena finale, in cui i due si trovano faccia a faccia sulla pista di un aeroporto, è un epilogo perfetto, un mix di tristezza e rispetto che sigilla il destino di entrambi.
La Regia di Michael Mann: Stile e Sostanza
Michael Mann è uno dei registi più riconoscibili e influenti del cinema moderno, e "Heat" è il suo manifesto stilistico. La sua regia è caratterizzata da un'estetica pulita, quasi minimalista, che privilegia la chiarezza visiva e un uso intelligente della luce. Mann utilizza spesso i colori al neon e le luci notturne di Los Angeles per creare un'atmosfera unica e rarefatta. Le sue inquadrature sono studiate con cura, spesso con campi lunghi che sottolineano la solitudine e l'alienazione dei personaggi.
Ma la vera forza di Mann sta nella sua ossessione per il realismo. Per le sequenze d'azione, ha insistito che gli attori si addestrassero con ex consulenti militari per imparare a maneggiare le armi in modo autentico. Questa attenzione ai dettagli ha reso la sparatoria in banca una delle più acclamate nella storia del cinema, non per la sua spettacolarità esagerata, ma per la sua brutale autenticità.
Il Cast Leggendario: De Niro e Pacino, un'Intesa Magnetica
Il successo di "Heat" è in gran parte dovuto alla performance dei suoi attori, in particolare del duello tra Robert De Niro e Al Pacino. Per la prima volta, due dei più grandi attori della loro generazione si ritrovano a recitare insieme in una scena, dopo aver condiviso il set de "Il Padrino - Parte II" senza mai comparire nello stesso frame. La loro chimica sullo schermo, fatta di sottili sfumature e tensioni latenti, è palpabile.
Robert De Niro nei panni di Neil McCauley è un'incarnazione della precisione e del distacco. Il suo personaggio è un uomo che vive senza legami, come un nomade, pronto a mollare tutto in "30 secondi netti" se sente il "calore" della polizia. De Niro trasmette con la sua mimica e il suo sguardo la solitudine e il rigore morale del suo personaggio.
Al Pacino offre una performance esplosiva e quasi maniacale nel ruolo di Vincent Hanna. Hanna è un uomo che vive al limite, con una vita privata in frantumi e un'energia frenetica che riversa tutta nel suo lavoro. Pacino cattura perfettamente la complessità di questo detective ossessivo, bilanciando momenti di lucidità con esplosioni di rabbia e frustrazione.
Il cast di supporto è ugualmente stellare. Val Kilmer è magistrale nel ruolo di Chris Shiherlis, il braccio destro di McCauley, un uomo schiacciato dai debiti di gioco e dai problemi familiari. Tom Sizemore dona una grande presenza scenica a Michael Cheritto. Altri nomi di spicco includono Jon Voight, Ashley Judd, Natalie Portman (in uno dei suoi primi ruoli importanti) e Diane Venora.
"Heat" è diventato un'icona per diverse ragioni. Ha ispirato innumerevoli film, serie TV e persino videogiochi (come la serie "Grand Theft Auto"), diventando un punto di riferimento per il genere poliziesco. La sua sceneggiatura è stata lodata per la profondità dei personaggi e per il realismo dei dialoghi. La famigerata sparatoria in banca è stata studiata e analizzata innumerevoli volte, diventando un modello di realismo per le sequenze d'azione. Il film, inoltre, ha contribuito a rafforzare la fama di Los Angeles come una città di cospirazioni, strade desolate e notti illuminate da luci al neon, un'estetica che Mann ha esplorato in altri suoi lavori come "Collateral".
In conclusione, "Heat - La sfida" non è solo un film d'azione, ma un dramma psicologico sulla natura dell'ossessione e sul costo di una vita dedicata al proprio lavoro. Con una regia impeccabile, performance indimenticabili e una storia avvincente, il film di Michael Mann rimane un punto di riferimento insuperabile nel panorama cinematografico mondiale.
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Crimine silenzioso (The Lineup), è un film del 1958 diretto da Don Siegel
Crimine Silenzioso (The Lineup): Un Noir di Avanguardia
Diretto da Don Siegel nel 1958, Crimine silenzioso (titolo originale: The Lineup) è un poliziesco che si distingue per il suo approccio brutale, psicologico e anticipatore dei tempi. Sebbene il genere noir fosse considerato al suo tramonto in quegli anni, con capolavori come L'infernale Quinlan di Orson Welles che ne segnavano idealmente la fine, Siegel dimostrò di avere un'idea di cinema di genere ben più moderna e per certi versi profetica. Il film non è semplicemente un'indagine poliziesca, ma un'esplorazione inquietante e senza fronzoli della criminalità organizzata e della psicopatia. Con una regia serrata, una sceneggiatura tagliente e interpretazioni memorabili, Crimine silenzioso si è guadagnato nel tempo lo status di cult, influenzando il cinema successivo e rimanendo un esempio di noir atipico e innovativo.
Trama: Il Lato Oscuro del Traffico di Droga
La trama di Crimine silenzioso è un meccanismo preciso e spietato. Un'organizzazione criminale internazionale ha messo a punto un sistema ingegnoso per contrabbandare eroina negli Stati Uniti: la droga viene nascosta nei bagagli di turisti ignari, persone normali e insospettabili che viaggiano da Hong Kong a San Francisco. Una volta che i passeggeri arrivano a destinazione, l'organizzazione si attiva per recuperare la merce.
È qui che entra in scena l'inquietante duo protagonista: Dancer (interpretato magistralmente da Eli Wallach) e il suo "mentore" Julian (Robert Keith). Dancer è un killer professionista, un uomo apparentemente tranquillo ma affetto da una follia repressa che lo porta a compiere gesti di violenza improvvisa e brutale. Il suo ruolo è quello di recuperare la droga e, se necessario, eliminare chiunque intralci i suoi piani. Al suo fianco c'è Julian, un uomo anziano e pacato che funge da "teorico" del crimine, registrando ogni mossa di Dancer e giustificando la loro violenza con una filosofia contorta e nichilista.
La polizia, guidata dal tenente Ben Guthrie (Warner Anderson), indaga su una serie di omicidi e furti che sembrano non avere legami tra loro, ma che in realtà sono tutte tappe del percorso di recupero della droga da parte di Dancer e Julian. La caccia si fa sempre più serrata, e la tensione aumenta man mano che gli investigatori si avvicinano ai criminali. La narrazione si sviluppa su due binari paralleli: da un lato l'indagine metodica e spesso frustrante della polizia, dall'altro le gesta violente e imprevedibili dei due killer. Questo dualismo permette a Siegel di mostrare l'inefficacia burocratica delle forze dell'ordine a fronte della rapidità e della ferocia dei criminali, un tema ricorrente nel cinema di Siegel. Il climax del film si svolge in una sequenza d'azione mozzafiato, culminando in un confronto finale inevitabile e violento.
La Regia di Don Siegel: Violenza e Realismo
Don Siegel, un vero specialista del cinema di genere, dimostra in Crimine silenzioso la sua maestria nel dirigere un film che trascende i confini del semplice poliziesco. La sua regia è asciutta, essenziale e diretta, priva di fronzoli stilistici. Siegel non si preoccupa di edulcorare la violenza, ma la mostra in tutta la sua cruda e disarmante casualità. Le scene d'azione sono veloci e improvvise, quasi a spiazzare lo spettatore, e contribuiscono a creare un senso di ansia e pericolo costante.
Una delle peculiarità della regia di Siegel è l'uso quasi documentaristico della città di San Francisco. L'ambientazione non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, con i suoi saliscendi, i suoi quartieri borghesi e i suoi vicoli malfamati. La città diventa il teatro di un gioco del gatto col topo, e le sue strade e i suoi edifici riflettono il senso di alienazione e disperazione dei personaggi. Questa scelta estetica e narrativa anticipa il neo-noir, dove la città assume un ruolo centrale e opprimente.
Siegel si concentra inoltre sulla psicologia dei personaggi, in particolare su quella di Dancer. Le sue motivazioni non sono chiare o razionali, e il film non cerca di giustificare la sua violenza. Il dialogo tra Dancer e Julian, che teorizza sulla "necessità biologica della violenza", è un esempio di come Siegel abbia voluto sondare la mente di un criminale senza cadere nello psicologismo banale. La regia di Siegel è talmente moderna che alcune scene d'azione sembrano tratte da film contemporanei.
Attori: Un Duo da Brividi
Le performance degli attori sono il cuore pulsante del film, e in particolare quella di Eli Wallach.
Eli Wallach (Dancer): Wallach offre una delle sue migliori interpretazioni, rendendo il personaggio di Dancer indimenticabile. Il suo è un ritratto di una psicopatia sottile e inquietante. A tratti calmo e riflessivo, a tratti esplosivo e brutale, Dancer non è il classico criminale da fumetto, ma un uomo tormentato e imprevedibile. La sua celebre frase, "Quando vivi al di fuori della legge, devi eliminare la disonestà", rielaborata da Bob Dylan in una sua canzone, è diventata un'icona del cinema noir.
Robert Keith (Julian): A fare da contraltare alla follia di Dancer c'è il personaggio di Julian, interpretato con grande misura da Robert Keith. Julian è il cervello, la mente che giustifica le azioni di Dancer e che cerca di mantenere un'apparenza di ordine nel caos del crimine. Il rapporto tra i due, un maestro e un allievo perverso, è uno degli aspetti più affascinanti del film.
Warner Anderson (Tenente Ben Guthrie): Il tenente Guthrie è l'archetipo dell'investigatore duro ma onesto, che cerca di dare un senso a una serie di eventi inspiegabili. L'interpretazione di Anderson è solida e credibile, e fornisce una base di realismo alle indagini della polizia.
Altro: Un Film in Anticipo sui Tempi
Crimine silenzioso è un film che non ha paura di osare. La sua violenza, anche se non esplicita, è brutale nella sua casualità. La rappresentazione del crimine organizzato è fredda e metodica, lontana dal romanticismo di altri noir. La sceneggiatura, di Stirling Silliphant, è serrata e priva di momenti morti, portando avanti l'azione con un ritmo incalzante.
In definitiva, Crimine silenzioso è un film che merita di essere riscoperto e rivalutato. Non è solo un poliziesco ben fatto, ma un'opera che ha precorso i tempi, influenzando il cinema di genere per decenni. La sua rappresentazione della violenza come un elemento intrinseco e ineluttabile della natura umana, unita a una regia impeccabile e a interpretazioni di altissimo livello, lo rende un caposaldo del noir e un tassello fondamentale nella filmografia di Don Siegel.
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Typhoon Club (台風クラブ,/Taifū Kurabu ) è un film del 1985 diretto da Shinji Sōmai.
Typhoon Club: L'Adolescenza allo Stato Brado
Diretto da Shinji Sōmai nel 1985, Typhoon Club (titolo originale: Taifū Kurabu) è un film che sfugge a ogni classificazione, un'opera unica nel panorama cinematografico giapponese e mondiale. Non è un semplice coming-of-age né un dramma adolescenziale convenzionale. È piuttosto un ritratto viscerale e impressionistico della giovinezza, un'esplorazione del caos interiore e delle pulsioni primordiali che agitano un gruppo di adolescenti durante un evento naturale catastrofico: l'arrivo di un potente tifone. Il film di Sōmai non offre risposte facili, ma pone domande scomode sulla natura della crescita, della sessualità, dell'amicizia e della violenza, lasciando lo spettatore a riflettere su un'esperienza cinematografica tanto affascinante quanto inquietante.
Trama: La Tempesta Dentro e Fuori
La trama di Typhoon Club è apparentemente semplice, ma densa di significati simbolici. In una scuola media di periferia, l'ultimo giorno di lezioni prima delle vacanze estive sta per concludersi. Un gruppo di studenti di terza media, tra cui Ken (Yuichi Mikami), Miki (Yuka Osawa), Ryo (Yutaka Ikejima) e la loro amica di nome Miki (Youki Kudoh), si trovano in una situazione di limbo. L'imminente arrivo di un potente tifone porta la scuola a chiudere in anticipo, ma alcuni di loro, spinti da un'irrefrenabile curiosità e da una voglia di ribellione, decidono di non tornare a casa.
Inizialmente, i ragazzi vivono questa reclusione come un gioco, una sorta di fuga dalla realtà e dalle aspettative degli adulti. Si barricano in una stanza, si nascondono nei corridoi e esplorano angoli della scuola a loro sconosciuti. Ma la tempesta fuori, con il suo rumore assordante e la sua forza distruttiva, agisce come uno specchio per le tempeste interiori dei protagonisti. Il gioco si trasforma gradualmente in una spirale di comportamenti sempre più estremi e imprevedibili. Le tensioni latenti tra i ragazzi, le loro paure, le loro attrazioni sessuali e i loro desideri inespressi vengono amplificati dall'isolamento e dall'atmosfera surreale creata dal tifone. La noia si mescola alla follia, l'innocenza si scontra con la crudeltà, e le dinamiche di gruppo si alterano, portando a scene di violenza psicologica e fisica. La scuola, un luogo di regole e di ordine, diventa un rifugio anarchico dove le convenzioni sociali crollano.
La Regia di Shinji Sōmai: Un Flusso di Coscienza Cinematografico
Shinji Sōmai (1948-2001) è stato un regista visionario, noto per il suo stile audace e non convenzionale. In Typhoon Club, la sua regia è il vero protagonista. Sōmai non segue le regole della narrazione tradizionale, ma costruisce il film come un flusso di coscienza. L'azione si svolge spesso in lunghi piani sequenza, che catturano i movimenti e le interazioni dei personaggi in modo quasi voyeuristico. Questa tecnica, che Sōmai aveva già perfezionato in opere precedenti, permette allo spettatore di immergersi completamente nel mondo dei ragazzi, percependo la loro energia frenetica e la loro crescente alienazione.
L'uso del suono è un altro elemento distintivo. Il rumore del vento e della pioggia del tifone non è solo un effetto sonoro, ma un personaggio a sé stante, un rumore assordante che opprime e allo stesso tempo libera i protagonisti. La colonna sonora, quasi assente, è sostituita dai suoni ambientali, un approccio che contribuisce a creare un'atmosfera di realismo crudo e allucinatorio.
Sōmai non giudica i suoi personaggi. Li osserva con uno sguardo empatico ma distaccato, permettendo al loro caos di manifestarsi senza filtri. Le scene si susseguono in modo quasi onirico, mescolando momenti di intimità e tenerezza con esplosioni di violenza e follia. Questa alternanza di stati d'animo, che riflette l'instabilità emotiva dell'adolescenza, rende il film una esperienza unica e difficile da dimenticare.
Attori: Un Cast di Giovani Talenti
Typhoon Club si regge sulle spalle di un cast di giovani attori, molti dei quali al loro debutto cinematografico. Sōmai ha scelto di lavorare con non professionisti, o con attori con poca esperienza, per catturare un senso di spontaneità e autenticità. Le loro performance sono incredibilmente naturali e convincenti, il che contribuisce al realismo del film.
Yuichi Mikami (Ken): Mikami interpreta il ruolo del ribelle del gruppo, un ragazzo che cerca di affermare la sua individualità e che si confronta con il peso delle aspettative.
Yuka Osawa (Miki): Osawa interpreta una ragazza sensibile e innamorata, la cui innocenza si scontra con la brutalità degli eventi.
Yutaka Ikejima (Ryo): Ikejima dà vita a un personaggio tormentato e impulsivo, le cui frustrazioni si manifestano in gesti estremi.
Youki Kudoh (Miki): Kudoh, che in seguito sarebbe diventata una star internazionale, interpreta una delle due Miki, dimostrando già un grande talento nel mostrare la vulnerabilità e la forza del suo personaggio.
Il merito di Sōmai è stato quello di riuscire a dirigere questi giovani talenti, spingendoli a mostrare le loro emozioni più profonde e a esplorare i lati più oscuri dei loro personaggi.
Altro: Un Cult e un Rito di Passaggio
Typhoon Club non è stato un successo commerciale al momento della sua uscita, ma ha guadagnato nel tempo lo status di film di culto. La sua rappresentazione cruda e non convenzionale dell'adolescenza ha influenzato numerosi registi e ha trovato un pubblico di ammiratori in tutto il mondo. Il film è stato premiato al Festival di Tokyo come miglior film dell'anno, un riconoscimento che ha segnato l'inizio della sua lenta ma costante ascesa.
Il tifone, nel film, non è solo un evento meteorologico. È una metafora potentissima della tempesta che si scatena dentro ogni adolescente, quel momento di passaggio tra l'infanzia e l'età adulta in cui le vecchie regole non valgono più e le nuove non sono ancora state scritte. Typhoon Club è un film senza filtri, che non ha paura di mostrare la bruttezza e la bellezza della crescita, la crudeltà e la tenerezza dei legami adolescenziali. È un'opera audace, viscerale e indimenticabile, un vero e proprio rito di passaggio cinematografico.
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Un incendio visto da lontano è un film del 1989 diretto da Otar Iosseliani.
Un incendio visto da lontano: La Triste Danza dell'Esistenza
Diretto da Otar Iosseliani nel 1989, Un incendio visto da lontano (titolo originale: Et la lumière fut, letteralmente "E la luce fu") è un film che si colloca a metà tra la commedia grottesca e la riflessione filosofica. Un'opera apparentemente leggera, ma densa di malinconia e di una critica sottile alla modernità e alla perdita delle tradizioni. Iosseliani, regista georgiano che ha trovato rifugio in Francia dopo i contrasti con il regime sovietico, porta sullo schermo una favola amara e poetica, un'osservazione antropologica su una comunità africana che resiste alla modernizzazione. Il film, che non ha una trama convenzionale, si sviluppa attraverso una serie di sketch e scene che, messe insieme, formano un affresco surreale e toccante della vita in un villaggio remoto.
Trama: La Vita Quotidiana Come Spettacolo
Più che una trama, Un incendio visto da lontano è una serie di osservazioni sulla vita quotidiana in un villaggio africano, apparentemente fuori dal tempo. Non ci sono personaggi principali o un arco narrativo definito. Il film segue le gesta di una comunità, mettendo in scena i loro riti, le loro tradizioni, i loro conflitti e le loro gioie.
Vediamo gli abitanti del villaggio che svolgono le loro mansioni quotidiane: la pesca, l'agricoltura, la preparazione del cibo. Le scene sono caratterizzate da una calma quasi meditativa, un ritmo lento che contrasta con la frenesia del mondo moderno. I villaggi sono in armonia con la natura, vivendo in un equilibrio precario ma sereno.
Tuttavia, il mondo esterno si fa sentire. Un prete occidentale (interpretato da Iosseliani stesso) arriva per convertire gli abitanti del villaggio, portando con sé la religione e la burocrazia. Un altro "invasore" è il rappresentante di una grande azienda che cerca di acquistare le terre per sfruttarne le risorse. Questi personaggi esterni, con le loro logiche e i loro modi di fare, portano un elemento di disturbo nel delicato equilibrio della comunità.
Il film non segue una storia lineare. È un montaggio di quadri, di momenti di vita che si susseguono senza un ordine preciso. Ci sono scene di allegria e festa, come il rituale del ballo e del canto, e scene di conflitto, come la disputa tra un pescatore e un burocrate. La vita e la morte, la tradizione e il progresso, la gioia e la tristezza si fondono in un'unica, affascinante sinfonia visiva. Il titolo originale, "E la luce fu", ironizza sulla pretesa della civiltà occidentale di portare la "luce" e il "progresso" in luoghi considerati primitivi, dimenticando che questi luoghi hanno già una loro luce, una loro cultura e una loro armonia.
La Regia di Otar Iosseliani: L'Occhio del Poeta
La regia di Otar Iosseliani è il cuore pulsante del film. Il suo stile è unico e inconfondibile, caratterizzato da un realismo poetico e da una profonda empatia per i suoi personaggi. Iosseliani utilizza la macchina da presa come un osservatore discreto, che si muove lentamente e silenziosamente tra i personaggi, catturando i loro gesti, i loro sguardi e le loro espressioni.
Le sue inquadrature sono spesso fisse, con la macchina da presa che osserva le azioni dei personaggi da una certa distanza. Questo approccio crea un senso di distacco, quasi come se stessimo guardando un documentario. Tuttavia, la cura per la composizione e l'uso della luce e dell'ombra trasformano ogni scena in un quadro in movimento. Iosseliani non usa i dialoghi per spiegare i personaggi o gli eventi. Preferisce raccontare attraverso le immagini, i gesti e le espressioni, un linguaggio universale che va oltre le barriere culturali e linguistiche.
Il ritmo del film è lento e meditativo, in contrasto con il montaggio frenetico del cinema occidentale. Questa scelta stilistica invita lo spettatore a rallentare, a osservare e a riflettere. Iosseliani è un maestro nel trovare la poesia nella quotidianità, trasformando le azioni più semplici in momenti di profonda bellezza e significato.
Attori e il Carattere Documentaristico
Uno degli aspetti più notevoli di Un incendio visto da lontano è il suo carattere ibrido, a metà tra la finzione e il documentario. Iosseliani ha scelto di lavorare con attori non professionisti, veri e propri abitanti dei villaggi, che interpretano una versione di se stessi. Questo conferisce al film un'autenticità e una naturalezza sorprendenti.
I loro volti, segnati dal sole e dalla fatica, raccontano storie senza bisogno di parole. I loro movimenti, le loro espressioni, i loro sguardi, sono la vera essenza del film. Non c'è nulla di artificioso nelle loro performance. Sono semplicemente loro stessi, in un contesto che Iosseliani ha saputo valorizzare e rendere universale.
Il regista stesso appare nel film, nel ruolo ironico del prete. Questa scelta è tipica di Iosseliani, che ama inserire sé stesso e i suoi collaboratori nei suoi film, creando un senso di complicità con lo spettatore.
Altro: Un Film Etnografico e Filosofico
Un incendio visto da lontano è molto più di un semplice film. È un'opera etnografica, che documenta una cultura e un modo di vivere che rischiano di scomparire. È anche un'opera filosofica, che riflette sulla natura del progresso, sulla perdita delle tradizioni e sul valore della semplicità.
Il titolo, Un incendio visto da lontano, è una metafora potente. L'incendio rappresenta la modernizzazione, che da lontano può sembrare affascinante e luminosa, ma che in realtà è un elemento distruttivo che rischia di cancellare un'intera cultura. Iosseliani non condanna la modernità in modo manicheo, ma osserva con profonda malinconia le sue conseguenze, mostrando come essa possa distruggere la bellezza della vita autentica.
In definitiva, Un incendio visto da lontano è un film unico e toccante, una gemma rara che non ha paura di essere lenta e silenziosa. È un invito a fermarsi, a guardare il mondo con occhi nuovi e a riflettere sulla fragilità della bellezza e sulla resilienza della natura umana. Un capolavoro discreto ma indimenticabile, che ha contribuito a definire il cinema di Otar Iosseliani come un'espressione di pura arte e umanità.
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La sparatoria (The Shooting),è un film del 1966 diretto da Monte Hellman
La sparatoria (The Shooting) è un film del 1966 diretto da Monte Hellman e prodotto, tra gli altri, da un giovane Jack Nicholson, che nel film interpreta anche un ruolo cruciale. Considerato oggi un'opera di culto e un esempio di "western metafisico", il film si distingue per la sua atmosfera minimalista e la sua narrazione atipica, che sfuggono ai canoni classici del genere per addentrarsi in territori più psicologici ed esistenziali.
Il regista Monte Hellman, all'epoca un cineasta poco conosciuto ma già con uno stile ben definito, realizzò il film in contemporanea con un'altra sua pellicola, Le colline blu (Ride in the Whirlwind). Entrambi i film furono girati nello Utah, in aree desertiche che diventano un vero e proprio personaggio, un palcoscenico desolato e opprimente per i drammi dei protagonisti. Questo approccio produttivo, dettato da un budget estremamente ridotto (si parla di circa 75.000 dollari), ha contribuito a definire l'estetica scarna e cruda del film, con una fotografia essenziale e un ritmo lento che amplificano il senso di isolamento e disperazione.
Hellman, che si occupò anche del montaggio, lavorò al film per oltre un anno, affinando una narrazione che si discosta dalle convenzioni. Il suo è un cinema che non cerca lo spettacolo, ma la riflessione, utilizzando il genere western come cornice per esplorare temi universali come la vendetta, il destino e la condizione umana in un contesto di solitudine estrema.
La storia si apre con due ex cacciatori di taglie, Will Gashade (Warren Oates) e Coley (Will Hutchins), che si ritrovano a dover affrontare un misterioso omicidio. Il loro compagno di viaggio, Leland, è stato ucciso e il motivo rimane sconosciuto. La loro disperata ricerca di risposte viene interrotta dall'arrivo di una donna senza nome (Millie Perkins), una figura enigmatica e glaciale. La donna offre una grossa somma di denaro ai due per scortarla attraverso il deserto fino a una città vicina.
Nonostante la diffidenza e le domande irrisolte, Gashade accetta l'accordo. Il viaggio, però, si trasforma rapidamente in una caccia all'uomo. La donna, in realtà, sta cercando un fuggitivo, e la sua sete di vendetta è palpabile. Il trio si trasforma in un quartetto quando si unisce a loro un minaccioso pistolero, Billy Spear (Jack Nicholson). Billy è un killer assoldato dalla donna e, a differenza di Gashade e Coley, sembra sapere esattamente quali siano le sue intenzioni.
La tensione sale man mano che il gruppo si addentra nel deserto. I dialoghi sono scarni, ma ogni sguardo e ogni movimento sono carichi di significato. Il deserto non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo che mette alla prova i personaggi, costringendoli a confrontarsi con i loro demoni interiori. Il mistero si infittisce quando si scopre che il bersaglio della donna è un uomo di nome Coigne (Warren Oates in un doppio ruolo), che si rivelerà essere il fratello gemello di Gashade.
Il film culmina in un finale surreale e tragico, una vera e propria sparatoria che dà il titolo al film, ma che lascia allo spettatore più domande che risposte. La narrazione si fa onirica, quasi allucinata, e il cerchio di vendetta e destino si chiude in modo ambiguo e spiazzante. Non c'è un vincitore, non c'è una risoluzione chiara, ma solo la certezza che il deserto ha inghiottito le vite e i destini di tutti i protagonisti.
Il cast, composto da volti noti del cinema indipendente americano, offre interpretazioni memorabili.
Warren Oates nel doppio ruolo di Will Gashade e Coigne. Oates, un attore caratterista di grande intensità, porta sullo schermo una performance potente e tormentata. Il suo Gashade è un uomo stanco e rassegnato, le cui certezze vengono messe in crisi dal viaggio e dal mistero che lo circonda. Il suo doppio ruolo è un'intuizione geniale che rafforza il tema del destino e della fratellanza.
Millie Perkins interpreta la donna senza nome. La sua è una performance algida e magnetica. La donna è una figura di vendetta, un angelo oscuro che guida il gruppo verso un destino ineluttabile. La sua assenza di nome la rende un'entità quasi mitologica, una forza della natura piuttosto che un essere umano con motivazioni convenzionali.
Jack Nicholson nel ruolo di Billy Spear. In uno dei suoi primi ruoli importanti, Nicholson incarna un killer silenzioso e sociopatico, con uno sguardo che trasuda pericolosità. La sua interpretazione è sottile ma efficace, e anticipa il carisma e la follia che lo renderanno una star. La sua presenza è una minaccia costante, un presagio di violenza imminente.
Will Hutchins interpreta Coley, il compagno di Gashade. Hutchins offre un contrappunto più leggero e ingenuo al cinismo di Oates e alla malvagità di Nicholson. Coley rappresenta l'ultima speranza di innocenza in un mondo corrotto e brutale, una speranza che, come il suo personaggio, è destinata a soccombere.
La sparatoria è un film che all'epoca passò quasi inosservato, ma che nel corso degli anni è stato riscoperto e rivalutato dalla critica. È stato spesso accostato a opere di registi come Sam Peckinpah e Sergio Leone per la sua decostruzione del mito western, ma l'approccio di Hellman è ancora più radicale e cerebrale.
Il film è una meditazione sulla morte, sulla vendetta e sul fatalismo. Il deserto non è un luogo di avventura, ma una prigione a cielo aperto, un purgatorio dove i personaggi sono costretti a fare i conti con i propri errori e a camminare verso un finale inevitabile. La violenza non è spettacolarizzata, ma mostrata in tutta la sua brutalità e assurdità.
L'assenza di una morale chiara, la narrazione frammentata e il finale enigmatico lo rendono un'opera intellettualmente stimolante. Non è un film per chi cerca azione e eroi, ma per chi è interessato a un cinema che esplora la natura umana e i suoi limiti in un contesto di estrema aridità e desolazione. Per questo motivo, La sparatoria è oggi considerato un classico minore, un piccolo capolavoro del cinema indipendente americano che continua a influenzare e affascinare gli spettatori.
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Qui vit encore, un documentario del 2015 con la regia di Nicolas Wadimoff.
Qui vit encore: Cronache di Un Villaggio Palestinese Che Resiste
Diretto da Nicolas Wadimoff nel 2015, Qui vit encore (titolo originale in arabo: Man Yazal Hayan) è un documentario che, più che raccontare una storia, cattura uno stato d'animo. Il film non è una semplice cronaca del conflitto israelo-palestinese, ma un ritratto intimo e poetico della resistenza quotidiana degli abitanti di Beit Ummar, un piccolo villaggio palestinese situato nel cuore della Cisgiordania, vicino a Hebron. Wadimoff, regista svizzero di origini russe, si immerge nella vita di questa comunità, osservando con delicatezza e senza retorica la sua lotta per la sopravvivenza in un contesto di occupazione e violenza. Il titolo, "Chi vive ancora", è una domanda retorica che sottolinea la resilienza del popolo palestinese e la sua determinazione a non farsi cancellare dalla storia.
Il documentario segue la vita di una famiglia di Beit Ummar per la durata di un anno. Non c'è una trama convenzionale, ma un flusso continuo di eventi e momenti che si susseguono, creando un affresco della vita in un territorio occupato. Il film si concentra su diverse figure, tra cui il patriarca della famiglia, un uomo saggio e dignitoso, e i suoi figli e nipoti, che rappresentano le nuove generazioni.
La narrazione è frammentata, composta da piccole scene che mostrano le sfide e le gioie della vita quotidiana: un matrimonio, una visita a un malato, il lavoro nei campi di olivo. Ma al di là di questa normalità apparente, c'è la costante presenza dell'occupazione. I soldati israeliani, i posti di blocco, i raid notturni e le proteste sono parte integrante della vita degli abitanti. Il film mostra la disperazione dei giovani che vengono arrestati, la paura delle famiglie che vedono le loro case minacciate, la rabbia che si accumula ma che viene repressa da un senso di dignità e di resistenza passiva.
Wadimoff non intervista i personaggi in modo formale. Li segue con la telecamera, li osserva mentre interagiscono tra loro, catturando la spontaneità dei loro gesti e delle loro conversazioni. Questo approccio dona al film un senso di autenticità che va oltre le narrazioni politiche e ideologiche. Lo spettatore non vede solo le vittime del conflitto, ma persone complesse e complete, con i loro sogni, le loro paure e il loro umorismo. Il documentario non cerca di spiegare la storia del conflitto, ma di farne percepire le conseguenze umane e psicologiche.
La regia di Nicolas Wadimoff è l'elemento che eleva Qui vit encore al di sopra di un semplice reportage. Il suo approccio è quello del cinema di osservazione, ma con una sensibilità poetica. La macchina da presa è discreta, quasi invisibile, e si muove con delicatezza tra i personaggi, catturando i dettagli che rivelano l'essenza della loro vita. I primi piani sui volti, le inquadrature dei paesaggi rocciosi e degli ulivi secolari, l'uso sapiente della luce naturale creano un'atmosfera suggestiva e toccante.
Wadimoff non utilizza una voce narrante, lasciando che siano le immagini e i suoni a raccontare la storia. I rumori della vita quotidiana si mescolano ai suoni dei colpi di fucile e delle sirene, creando una dissonanza che riflette il contrasto tra la normalità e la violenza che permea la vita a Beit Ummar. La musica, utilizzata con parsimonia, accentua i momenti di riflessione e di emozione, senza essere invadente.
Lo stile di Wadimoff si distacca dalle rappresentazioni stereotipate del conflitto. Non ci sono eroi o martiri, ma persone che cercano di vivere una vita normale in condizioni straordinarie. Il regista non giudica, non schiera, ma osserva con empatia, permettendo allo spettatore di trarre le proprie conclusioni. Questo approccio è particolarmente evidente nelle scene che mostrano le interazioni tra gli abitanti e i soldati israeliani, dove la tensione è palpabile ma la telecamera rimane ferma, registrando l'evento senza commenti.
I personaggi di Qui vit encore non sono attori, ma persone vere. È la loro dignità e la loro umanità a rendere il film così potente.
La famiglia: Il documentario ruota attorno a un'ampia famiglia allargata, le cui vite si intrecciano in un tessuto di solidarietà e resistenza. Il patriarca, con i suoi racconti e la sua saggezza, rappresenta la memoria storica del popolo palestinese. I giovani, con i loro sogni infranti e la loro rabbia, incarnano la lotta per il futuro.
I bambini: I bambini del villaggio sono tra i personaggi più toccanti del film. I loro giochi, la loro innocenza e la loro naturalezza contrastano in modo straziante con la realtà violenta che li circonda. La telecamera li segue mentre si arrampicano sugli ulivi, ridono e corrono, ma mostra anche i loro sguardi quando vedono un soldato o sentono uno sparo, rivelando come la violenza sia diventata una parte della loro infanzia.
La comunità: Oltre ai membri della famiglia, il film presenta una serie di figure che compongono il tessuto sociale del villaggio: i contadini, i vecchi, le donne che lavorano in casa. Sono volti e voci che danno un senso di universalità alla storia, trasformando la lotta di un singolo villaggio nella lotta di un intero popolo.
Qui vit encore è un documentario che va oltre la politica e la cronaca. È un'opera d'arte che celebra la vita, la dignità e la resilienza umana di fronte all'oppressione. Il film di Wadimoff non ha bisogno di discorsi o di slogan per trasmettere il suo messaggio. Lo fa attraverso la forza delle sue immagini, la delicatezza dei suoi personaggi e la sua profonda onestà.
È un film che, pur parlando di un luogo specifico, ha un messaggio universale. Ci ricorda che, anche nelle condizioni più disperate, la speranza, la solidarietà e la volontà di vivere rimangono le forze più potenti. Qui vit encore è un film necessario, che ci invita a guardare oltre i titoli dei giornali e a scoprire l'umanità che si cela dietro le statistiche e le narrazioni stereotipate.
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Il film "Foxy Brown" del 1974, diretto da Jack Hill, è un capolavoro del cinema blaxploitation, un genere cinematografico emerso negli Stati Uniti all'inizio degli anni '70, e rivolto principalmente a un pubblico afroamericano. Il genere si caratterizza per protagonisti neri che sfidano l'autorità e combattono la criminalità, in un'epoca di profonde tensioni razziali e sociali.
Trama
Al centro della storia c'è Foxy Brown, interpretata dalla leggendaria Pam Grier, già star del precedente successo di Jack Hill, "Coffy" (1973). A differenza di "Coffy", in cui la protagonista era un'infermiera che si vendicava per la morte della sorella, Foxy Brown è un personaggio ancora più audace e determinato. La sua storia inizia quando il suo fidanzato, un agente sotto copertura, viene ucciso da un'organizzazione criminale dedita al traffico di droga. A tradirlo, è stato il fratello di Foxy, Link (Antonio Fargas), un tossicodipendente che ha rivelato la sua identità per saldare un debito.
Accecata dalla rabbia e dalla sete di vendetta, Foxy decide di infiltrarsi nell'organizzazione criminale, guidata dalla spietata Katherine Wall (Kathryn Loder) e dal suo braccio destro, Steve (Peter Brown). Fingendosi una prostituta d'alta classe, Foxy riesce a guadagnarsi la fiducia del giro di prostituzione e a raccogliere informazioni preziose, ma il suo piano si complica quando viene scoperta e fatta prigioniera. Torturata e abusata, Foxy non si arrende, ma, al contrario, decide di arruolare un gruppo di vigilanti neri per aiutarla a portare a termine la sua vendetta. Il climax del film è una sequenza di azione, violenza e adrenalina, che si conclude con un'esplosione finale.
Regia e Stile
Il regista Jack Hill è un nome chiave del cinema d'exploitation, e "Foxy Brown" è una delle sue opere più riuscite. La sua regia è cruda, diretta e senza fronzoli. Hill si serve di uno stile narrativo non lineare, con scene d'azione e suspense alternate a momenti di riflessione sui temi del razzismo e della giustizia sociale. La sua scelta di inquadrature, spesso in primo piano, cattura l'intensità emotiva dei personaggi e accentua il senso di urgenza.
Il film è caratterizzato da un'estetica visiva che riflette l'epoca: colori vivaci, abiti alla moda, e un'atmosfera funky, tipica degli anni '70. La colonna sonora, curata da Willie Hutch, è un altro elemento fondamentale, con brani soul e funk che accompagnano l'azione e ne definiscono il ritmo.
Cast
Il cast di "Foxy Brown" è guidato da Pam Grier, che, in questo film, consolida il suo status di icona. La Grier interpreta Foxy con una miscela di forza, vulnerabilità, sensualità e determinazione, che la rende una figura femminile rivoluzionaria per l'epoca. A differenza delle eroine di Hollywood, Foxy non è un personaggio passivo, ma una donna che prende in mano il proprio destino, e che non ha paura di usare la violenza per raggiungere la giustizia.
Al suo fianco, Antonio Fargas, nel ruolo del fratello opportunista, offre una performance memorabile, che aggiunge un tocco di umanità a un personaggio altrimenti negativo. Kathryn Loder, nel ruolo della villain, è la perfetta antagonista di Foxy, un'incarnazione del potere corrotto che Foxy si oppone. Nel cast ci sono anche Peter Brown, nel ruolo del braccio destro, e Sid Haig, in una delle sue tipiche apparizioni.
Analisi e significato culturale
"Foxy Brown" è molto più di un semplice film d'azione. L'opera di Jack Hill è un'analisi complessa della società americana degli anni '70, e del suo rapporto con il razzismo, la criminalità e la giustizia. Il film, infatti, ribalta gli stereotipi di genere e di razza, presentando una protagonista nera, forte e indipendente, in un'epoca in cui le donne nere erano spesso marginalizzate dal cinema.
Il personaggio di Foxy Brown, con la sua rabbia e la sua ricerca di vendetta, si inserisce nel contesto del movimento per i diritti civili e del Black Power. La sua lotta contro un sistema corrotto, in cui i trafficanti di droga sono spesso protetti dalle forze dell'ordine, rispecchia le ingiustizie che il pubblico afroamericano viveva nella realtà.
Il film, inoltre, non esita a mostrare il lato oscuro della società, con scene di violenza, droga e prostituzione, che, sebbene per alcuni possano sembrare gratuite, hanno lo scopo di denunciare la brutalità della vita in strada.
Eredità e impatto
"Foxy Brown" è diventato un cult, e un'icona del cinema blaxploitation, influenzando generazioni di registi e attori, tra cui Quentin Tarantino, che ha omaggiato il film con il suo "Jackie Brown" (1997), e le star della musica come la rapper Foxy Brown, che ha scelto il suo nome d'arte proprio in onore del personaggio di Pam Grier.
In conclusione, "Foxy Brown" è un film che ha segnato un'epoca, e che rimane un'opera importante, non solo per il suo valore artistico, ma anche per il suo significato culturale e sociale. È un'opera che, a più di 50 anni dalla sua uscita, continua a essere studiata, discussa e amata.
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Il film "Coffy" del 1973, diretto da Jack Hill, è un'opera fondamentale nel genere della blaxploitation, e uno dei primi e più influenti film a presentare un'eroina d'azione nera. Il genere blaxploitation, emerso all'inizio degli anni '70, si caratterizzò per pellicole a basso costo, spesso prodotte da case indipendenti, con protagonisti afroamericani che lottavano contro la criminalità e la corruzione. A differenza di molti film del genere, che spesso presentavano personaggi maschili violenti, "Coffy" ha infranto le barriere, e ha creato un nuovo tipo di icona cinematografica: la donna d'azione forte e indipendente.
Il film segue le vicende di Coffy (interpretata da Pam Grier), un'infermiera di Los Angeles che lavora in un ospedale locale. La sua vita, apparentemente normale, nasconde una profonda disperazione e un desiderio di vendetta. La sorella minore di Coffy, una tossicodipendente, è vittima di uno spacciatore, finendo per diventare dipendente dall'eroina e andare in overdose. Allo stesso tempo, un giovane paziente, amico di Coffy, viene assalito e picchiato violentemente da una banda di criminali, che lo lasciano in uno stato vegetativo.
Accecata dalla rabbia e dal dolore, e convinta che il sistema giudiziario non potrà mai aiutarla, Coffy decide di agire da sola, e intraprende una vendetta personale contro tutti coloro che sono responsabili del degrado della sua comunità. Armata di un fucile a pompa, inizia a dare la caccia a spacciatori, sfruttatori e boss del crimine. La sua missione la porta a confrontarsi con una varietà di personaggi, tra cui il boss della droga King George (Robert DoQui), lo spietato sfruttatore Omar (Sid Haig), e il suo fidanzato, il politico Howard Brunswick (Booker Bradshaw), che nasconde un passato corrotto.
La trama si sviluppa come un thriller d'azione. Coffy, pur essendo un'eroina, non è invincibile: affronta pericoli, viene picchiata, ma la sua determinazione la spinge a non arrendersi mai. Il finale del film è un crescendo di violenza, che culmina con un confronto drammatico.
Jack Hill, un veterano del cinema di genere, dirige "Coffy" con uno stile crudo e realistico. La regia di Hill non cerca la spettacolarità, ma si concentra sulla narrazione e sull'azione, con scene di violenza dirette e senza filtri. Le inquadrature sono spesso in movimento e a mano, e creano un senso di urgenza e di immediatezza.
La fotografia del film, curata da Albert J. Dunk, è essenziale, con colori vivaci e contrasti netti che riflettono l'atmosfera dell'epoca. Un altro elemento fondamentale è la colonna sonora, composta da Roy Ayers, che è diventata un'icona del genere. La musica, un mix di funk e soul, accompagna l'azione, e contribuisce a creare un'atmosfera avvincente. I brani di Ayers, con i loro ritmi energici e i loro riff di chitarra, non sono solo un sottofondo, ma un vero e proprio elemento narrativo, che definisce il mood del film.
Il successo di "Coffy" è indissolubilmente legato alla performance di Pam Grier. L'attrice, che all'epoca era un volto relativamente nuovo, ha saputo infondere nel personaggio una combinazione di forza e vulnerabilità, che ha affascinato il pubblico. La Grier non è solo un'attrice, ma un'icona di stile, con il suo afro, i suoi abiti audaci, e il suo sguardo determinato. A differenza di altre eroine d'azione dell'epoca, il personaggio di Coffy non è un'imitazione di un uomo, ma una donna che usa la sua intelligenza, il suo corpo e la sua determinazione per raggiungere i suoi obiettivi.
Nel cast del film ci sono anche altri attori noti nel genere, tra cui Sid Haig, che interpreta il suo ruolo con una certa ironia, e Booker Bradshaw nel ruolo del fidanzato corrotto.
"Coffy" è molto più di un semplice film d'azione. È un'opera che ha segnato un'epoca, e ha lanciato un'icona. Il film è stato elogiato per la sua audacia nel presentare un'eroina femminile che non ha bisogno di un uomo per essere forte e indipendente. Il personaggio di Coffy, infatti, è una figura di potere e di resistenza, che combatte non solo contro il crimine, ma anche contro le ingiustizie sociali. Il film affronta temi complessi, come il razzismo, la corruzione e la violenza, ma lo fa con uno stile diretto e senza fronzoli.
Nel corso degli anni, "Coffy" è diventato un cult, e un'opera di riferimento per molti registi e attori. Quentin Tarantino, in particolare, ha sempre dichiarato il suo amore per il film, e ha omaggiato la sua icona nel film "Jackie Brown" (1997), in cui ha dato a Pam Grier il ruolo della protagonista. La Grier, grazie al suo lavoro in "Coffy", è diventata una leggenda, e un simbolo di emancipazione femminile nel cinema.
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Paterson è un film del 2016 diretto da Jim Jarmusch.
Il film "Paterson" del 2016, diretto da Jim Jarmusch, è un'ode alla bellezza della vita quotidiana e alla poesia che si può trovare anche nelle cose più semplici e ordinarie. L'opera è un esempio perfetto della cifra stilistica del regista, che predilige narrazioni minimaliste, personaggi eccentrici e un ritmo lento e meditativo. Lontano dai drammi e dalle svolte narrative convenzionali, il film di Jarmusch si presenta come una delicata esplorazione dell'esistenza, un vero e proprio haiku cinematografico.
Trama
La trama del film è volutamente semplice, quasi inesistente. "Paterson" racconta una settimana nella vita del suo protagonista, Paterson (interpretato da Adam Driver), un autista di autobus che vive e lavora nell'omonima città di Paterson, nel New Jersey. Ogni giorno di questa settimana si svolge seguendo una routine quasi rituale: Paterson si sveglia accanto alla sua compagna, Laura (Golshifteh Farahani), fa colazione, va al lavoro, guida il suo autobus per le strade della città, ascoltando frammenti di conversazioni dei passeggeri. Durante le pause, si siede e scrive poesie su un taccuino segreto. Dopo il lavoro, torna a casa, cena con Laura, porta a spasso il loro bulldog, Marvin, e si ferma al bar per bere una birra.
Ogni giorno è simile al precedente, ma ogni giorno ha le sue piccole, uniche sfumature. Jarmusch non si concentra su grandi eventi, ma su dettagli minimi: un passeggero che parla di una relazione, l'incontro con una bambina che scrive poesie, una scatola di fiammiferi che diventa l'ispirazione per un verso. La vera "azione" del film si svolge nel mondo interiore di Paterson, nella sua capacità di osservare e trasformare il banale in poesia.
Regia e Stile
La regia di Jim Jarmusch in "Paterson" è un esempio di maestria nel minimalismo. Il regista crea un'atmosfera sospesa e contemplativa, utilizzando inquadrature fisse e una fotografia pulita e luminosa curata da Frederick Elmes. I colori sono caldi e i contrasti morbidi, per un risultato visivo che dona al film un senso di intimità e calma.
La struttura narrativa, che si ripete ogni giorno della settimana, riflette la routine del protagonista, ma al tempo stesso crea un senso di progressione sottile. Jarmusch, inoltre, inserisce nel film vari elementi visivi e narrativi che richiamano la poesia e la creatività. Le poesie di Paterson (scritte in realtà dal poeta Ron Padgett) compaiono sullo schermo come una sorta di sovrimpressione, con una calligrafia irregolare e un po' infantile. In varie scene, il regista gioca con la simmetria e le ripetizioni, come la ricorrente presenza di gemelli, un elemento che aggiunge un tocco di mistero e fantasia alla narrazione.
Attori e Personaggi
Il cast del film, sebbene ridotto, è eccezionale. Adam Driver offre una performance straordinaria, misurata e sottile, nel ruolo di Paterson. Non si tratta di un personaggio che esprime grandi emozioni, ma la sua profondità si rivela attraverso la sua quiete, i suoi sguardi, il suo modo di essere presente e attento al mondo che lo circonda. Driver incarna alla perfezione l'idea di un uomo che trova la sua felicità nella semplicità e nella creatività.
Golshifteh Farahani interpreta Laura, la compagna di Paterson. Laura è il suo opposto: mentre Paterson è un uomo di routine, Laura è un vulcano di creatività ed entusiasmo. Ogni giorno ha un nuovo progetto: dipinge in bianco e nero, crea abiti e tende, sogna di diventare una star del country. La sua vivacità contrasta con la calma di Paterson, ma la loro relazione è un equilibrio perfetto. Laura sostiene la passione di Paterson per la poesia, mentre lui appoggia i suoi sogni, dimostrando un amore che non si basa sulla condivisione di ambizioni professionali o di vita, ma sull'accettazione e sul rispetto reciproci.
Un altro "attore" fondamentale del film è Marvin, il bulldog inglese. Con la sua espressione imbronciata e le sue stranezze, è un personaggio comico e allo stesso tempo tenero, e la sua presenza aggiunge un tocco di eccentricità alla narrazione.
Temi e Analisi
"Paterson" è un film che indaga sul significato della creatività, sulla bellezza della routine e sulla possibilità di trovare la felicità in una vita semplice.
La creatività nel quotidiano: Il film sostiene che la poesia non è un'arte riservata a pochi eletti o a momenti di grande ispirazione, ma che può essere trovata ovunque, nelle conversazioni casuali, nei dettagli di un oggetto, nelle esperienze più semplici. Paterson non aspira a diventare un poeta famoso, ma scrive per il puro piacere di farlo. La sua arte è un modo per connettersi con il mondo e per dare un senso alla sua esistenza.
Routine vs. Spontaneità: Il film contrappone la vita routinaria di Paterson alla spontaneità e all'estro di Laura. L'opera non giudica l'una o l'altra, ma suggerisce che entrambi i modi di vivere sono validi e che possono coesistere in armonia.
L'importanza dell'osservazione: Jarmusch ci invita a guardare il mondo con gli occhi di un poeta, a notare i dettagli che di solito ci sfuggono. Le inquadrature fisse e i lunghi silenzi del film ci spingono a rallentare e a riflettere.
Eredità e Ricezione
Presentato al Festival di Cannes nel 2016, "Paterson" ha ricevuto un'accoglienza entusiasta, in particolare dalla critica, che ha elogiato il film per la sua delicatezza, la sua intelligenza e la sua originalità. L'opera di Jarmusch è stata definita un "anti-film" in un'epoca di supereroi e blockbuster, un'opera che, con il suo messaggio di calma e di contemplazione, offre un'alternativa radicale e necessaria al cinema moderno.
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L'implacabile (The Running Man),è un film del 1987 diretto da Paul Michael Glaser.
"L'implacabile" è un film di fantascienza del 1987, diretto da Paul Michael Glaser e con protagonista l'icona del cinema d'azione Arnold Schwarzenegger. Sebbene non sia un capolavoro del genere, è diventato un cult, grazie al suo mix di azione, satira sociale e critica della televisione. Il film è tratto liberamente dall'omonimo romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1982 sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. La pellicola si discosta notevolmente dal tono più oscuro e distopico del libro, optando per un approccio più spettacolare e ironico, tipico del cinema d'azione degli anni '80.
Il film è ambientato in un futuro distopico, nel 2017 (una data che all'epoca sembrava lontanissima). L'America è diventata uno stato di polizia totalitario, e le masse sono tenute a bada da un programma televisivo di enorme successo: "The Running Man". Lo show, condotto dal carismatico e crudele Damon Killian (Richard Dawson), consiste in una caccia all'uomo in diretta TV: un "corridore" innocente viene rilasciato in un'area di gioco, e deve sopravvivere a un gruppo di "cacciatori" violenti e sadici, tutti veri e propri personaggi dello spettacolo.
Il protagonista è Ben Richards (Arnold Schwarzenegger), un ex pilota di elicotteri della polizia, ingiustamente incriminato per aver rifiutato di sparare su dei civili durante una rivolta per il cibo. Dopo essere stato catturato e imprigionato, riesce a evadere con due compagni. La loro fuga viene scoperta, e Richards viene catturato e costretto a partecipare a "The Running Man", diventando il nuovo "corridore". Killian, che lo vede come un potenziale per aumentare gli ascolti, sfrutta la sua fama e la sua innocenza a fini di propaganda.
Accompagnato dall'inconsapevole Amber Mendez (Maria Conchita Alonso), una ragazza che si trova coinvolta nella vicenda, Richards deve affrontare una serie di letali "cacciatori", tra cui il gladiatore Subzero (Professor Toru Tanaka), l'arcinemico Buzzsaw (Gus Rethwisch) e il lanciafiamme Fireball (Jim Brown). Con l'aiuto di due ribelli, i suoi ex compagni, Richards non solo deve sopravvivere, ma anche svelare la verità sul programma, e dimostrare la sua innocenza. Il climax del film vede Richards confrontarsi direttamente con Killian, in un finale esplosivo.
Paul Michael Glaser, noto soprattutto per il suo ruolo in "Starsky & Hutch", dirige il film con uno stile che mescola sapientemente azione e satira. La sua regia è energica e dinamica, con un uso massiccio di effetti speciali, esplosioni e scene di combattimento coreografate. La violenza è presentata in modo esagerato, quasi fumettistico, in modo da non risultare troppo cupa o realistica.
Il film si distingue anche per la sua satira sociale. Il regista critica la televisione e i media, che, pur di ottenere ascolti, sono disposti a spettacolarizzare la violenza e la sofferenza umana. Il personaggio di Damon Killian, interpretato con un perfetto mix di ipocrisia e cinismo dal conduttore televisivo Richard Dawson, è un'incarnazione del potere corrotto e manipolatore dei media. La colonna sonora, con i suoi sintetizzatori e il suo stile anni '80, contribuisce a definire l'atmosfera.
Il cast di "L'implacabile" è un mix di attori affermati e volti noti del mondo dello sport e dello spettacolo.
Arnold Schwarzenegger (Ben Richards): All'apice della sua carriera, Schwarzenegger incarna il ruolo dell'eroe d'azione. La sua presenza imponente, le sue battute a effetto e il suo carisma, rendono Richards un protagonista iconico.
Maria Conchita Alonso (Amber Mendez): La sua interpretazione dona una certa profondità al film. Il suo personaggio, inizialmente scettico, diventa un alleato cruciale per Richards, e la sua evoluzione rappresenta il risveglio delle coscienze della popolazione.
Richard Dawson (Damon Killian): Il suo ruolo è memorabile. La sua esperienza come conduttore televisivo gli permette di interpretare un personaggio crudele e manipolatore.
Jesse Ventura (Capitan Freedom): L'ex wrestler e futuro governatore, amico di Schwarzenegger nella vita reale, appare in un cameo ironico, come un "cacciatore" in pensione.
"L'implacabile" è un film che ha lasciato un segno nella cultura popolare, non solo per il suo stile unico, ma anche per i temi che ha affrontato. Il film ha anticipato il fenomeno dei reality show, e ha denunciato la loro tendenza a sfruttare la sofferenza umana a scopo di intrattenimento. La sua visione di un futuro in cui i media manipolano la realtà per controllare le masse è più attuale che mai. Nonostante le sue esagerazioni e il suo stile da B-movie, "L'implacabile" rimane un'opera intelligente, e un classico del cinema di fantascienza.
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U.S. Palmese è un film del 2024 diretto dai Manetti Bros
Il film "U.S. Palmese" del 2024, diretto dai fratelli Marco e Antonio Manetti, noti come i Manetti Bros., segna un ritorno a una cifra stilistica più intima e commedia, dopo la loro ambiziosa trilogia di "Diabolik". L'opera si distacca dai toni noir e action dei loro precedenti successi, per addentrarsi in una favola moderna a tema sportivo, ricca di ironia, umanità e un profondo amore per il calcio, inteso non solo come gioco, ma come fenomeno sociale e culturale.
Trama
Al centro della storia c'è Etienne Morville (interpretato da Blaise Afonso), un giovane e talentuoso calciatore francese, una vera e propria stella nascente del calcio mondiale. Proveniente dalle "banlieue" di Parigi, Morville ha raggiunto l'apice della sua carriera in una squadra di alto livello a Milano, dove ha un contratto milionario. Tuttavia, il suo temperamento difficile e il suo comportamento scorretto sia in campo che fuori, lo portano a una squalifica pesante, che rischia di compromettere definitivamente la sua carriera e la sua immagine.
Mentre la sua stella si sta offuscando, e si trova in un profondo stato di crisi personale e professionale, una speranza inaspettata arriva da un luogo improbabile: Palmi, una piccola cittadina della Calabria. Qui, un pensionato ex calciatore e appassionato del calcio locale, Don Vincenzo (Rocco Papaleo), ha un'idea folle: ingaggiare il campione caduto in disgrazia per farlo giocare nella squadra del posto, la U.S. Palmese. L'offerta è resa possibile grazie a una colletta improvvisata e sentita di tutti gli abitanti di Palmi, che vedono in Morville la possibilità di ridare vita e speranza alla loro comunità.
L'arrivo di un giocatore miliardario in una realtà di provincia è l'elemento scatenante della commedia. Il film esplora il difficile adattamento di Etienne a una nuova vita, lontana dai riflettori e dai fasti del calcio d'élite. Allo stesso tempo, la presenza del campione ha un impatto rivoluzionario sulla cittadina, che ritrova l'entusiasmo, l'unità e la passione per il calcio delle serie minori. La trama si concentra sul percorso di redenzione di Morville, che, a contatto con la gente di Palmi e con il loro amore genuino per lo sport, ritrova le sue umili origini, la gioia di giocare a calcio e un nuovo senso di appartenenza. Il film si sviluppa come una favola, dove l'apparenza del successo viene sostituita da valori più autentici e profondi.
Regia e Stile
I Manetti Bros. dimostrano ancora una volta la loro versatilità. La regia di "U.S. Palmese" è caratterizzata da uno stile che unisce il realismo alla poesia, con una particolare attenzione ai dettagli della vita di provincia. I registi, noti per la loro passione per i fumetti e per l'estetica pop, inseriscono nel film elementi visivi e narrativi che richiamano gli "anime" sportivi giapponesi e il mondo dei fumetti. Ci sono momenti di rallentamento, inquadrature soggettive del pallone che vola in aria e sguardi intensi tra i personaggi, che amplificano l'emotività delle scene. Questa scelta stilistica rende il film non una semplice commedia sportiva, ma un'opera che celebra l'epica del calcio "minore", raccontando con ironia e fantasia le storie di provincia.
Cast
Il cast del film è un mix di attori affermati e volti nuovi.
Blaise Afonso interpreta il protagonista Etienne Morville. La sua performance riesce a trasmettere la complessità del personaggio, diviso tra il suo talento indiscusso e la sua arroganza.
Rocco Papaleo veste i panni di Don Vincenzo. Con la sua consueta ironia e il suo calore umano, Papaleo incarna l'anima della comunità di Palmi, diventando il motore dell'intera vicenda.
Giulia Maenza interpreta Concetta, un personaggio chiave che rappresenta lo scetticismo iniziale della comunità e che poi si apre a una nuova prospettiva.
Il film vanta anche la partecipazione di altri attori noti come Claudia Gerini e Massimiliano Bruno, che arricchiscono il cast con le loro presenze e contribuiscono a delineare un quadro di personaggi variegato e ben caratterizzato.
Temi e Ricezione
"U.S. Palmese" è molto più di un film sul calcio. I Manetti Bros. lo usano come pretesto per esplorare temi più ampi e profondi: la ricerca di un riscatto personale, il confronto tra il mondo patinato e mercificato del calcio moderno e la passione autentica delle serie minori, l'importanza della comunità e della solidarietà, la sfida di superare i pregiudizi e il valore di una "seconda possibilità". Il film offre una riflessione sulla necessità di ritrovare le proprie radici, e sull'idea che il vero successo non sia legato solo al denaro o alla fama, ma alla capacità di ritrovare se stessi e di connettersi con gli altri.
Presentato in vari festival internazionali, il film ha ricevuto recensioni positive, in particolare per la sua originalità, la sua leggerezza e la sua capacità di toccare il cuore dello spettatore. La critica ha apprezzato il ritorno dei Manetti Bros. a un genere più vicino alle loro origini, elogiando la loro abilità nel creare una fiaba moderna che, pur rimanendo ironica e divertente, lancia un messaggio di speranza e di umanità.
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Come far saltare un oleodotto(How to Blow Up a Pipeline) un film del 2022 diretto da Daniel Goldhaber
"How to Blow Up a Pipeline" (tradotto letteralmente "Come far saltare un oleodotto") è un film thriller di genere survival del 2022, tratto dall'omonimo saggio non-fiction del filosofo e scrittore svedese Andreas Malm, pubblicato nel 2021. La pellicola è stata diretta da Daniel Goldhaber, che ha anche co-scritto la sceneggiatura insieme ad Ariela Barer e Jordan Sjol.
La trama segue un gruppo eterogeneo di giovani ambientalisti radicali, che si riunisce in un'area remota del Texas per attuare un piano audace: sabotare e far esplodere un oleodotto, con l'obiettivo di causare danni economici all'industria dei combustibili fossili, e attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sul problema dei cambiamenti climatici.
La struttura narrativa del film è non lineare, e intreccia flashback che spiegano le motivazioni di ciascun personaggio, con gli eventi che si svolgono durante la preparazione e l'esecuzione del sabotaggio. Questo espediente narrativo permette di comprendere le ragioni che hanno spinto i protagonisti a ricorrere a un'azione così estrema, e a fare luce sulle loro storie personali.
Il film non è solo un thriller d'azione, ma anche un'esplorazione complessa di temi come l'attivismo radicale, la moralità del sabotaggio e della violenza a scopo politico, i limiti della protesta pacifica e le responsabilità individuali e collettive di fronte a una crisi globale.
L'opera di Goldhaber, Barer e Sjol, si interroga su domande etiche e morali, ma non fornisce risposte definitive, lasciando lo spettatore a riflettere.
La regia di Daniel Goldhaber è tesa e incalzante, e l'atmosfera claustrofobica e carica di suspense è resa alla perfezione. L'uso di riprese a mano, di primi piani e di una fotografia cruda e realistica, contribuisce a creare un senso di urgenza e di pericolo imminente.
Il cast del film è composto da attori emergenti e non, tra cui Ariela Barer (già nota per il suo ruolo in "Runaways"), Kristine Froseth ("Looking for Alaska"), Lukas Gage ("Euphoria"), Forrest Goodluck ("The Revenant"), e Sasha Lane ("American Honey").
"How to Blow Up a Pipeline" ha avuto la sua prima mondiale al Toronto International Film Festival, nel settembre del 2022, e ha ricevuto recensioni positive, in particolare per la sua audacia, la sua originalità e la sua capacità di affrontare temi complessi in modo intelligente e provocatorio.In sintesi, "How to Blow Up a Pipeline" è un film che va oltre il semplice genere thriller, e che si pone come un'opera di riflessione sui temi più urgenti della nostra epoca.
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Heart of a Dog,è un documentario del 2015 diretto da Laurie Anderson.
Il 2015 segna l'uscita di Heart of a Dog, un documentario che trascende i confini del genere, trasformandosi in una toccante meditazione sulla vita, la morte, la memoria e il linguaggio. Diretto, narrato e musicato dalla poliedrica artista americana Laurie Anderson, il film è un'opera profondamente personale, nata come tributo al suo amato terrier, Lolabelle. Tuttavia, il suo scopo si espande ben oltre il semplice ricordo di un animale domestico, abbracciando temi universali e complessi che Anderson esplora con la sua inconfondibile sensibilità e il suo sguardo acuto.
La trama, se così si può definire un'opera di questo tipo, si sviluppa in modo non lineare e frammentario, seguendo il flusso di coscienza della regista. Il punto di partenza è la vita e la morte di Lolabelle, il suo cane. Attraverso una serie di aneddoti, filmati amatoriali, animazioni oniriche e riflessioni filosofiche, Anderson ripercorre gli anni trascorsi con il suo compagno a quattro zampe, dalla sua adozione al declino fisico e alla sua scomparsa.
Ma Lolabelle è solo il filo conduttore. Il documentario si intreccia con i ricordi dell'infanzia di Anderson, le sue esperienze con la malattia e la morte, la sua relazione con il marito, il musicista Lou Reed, e le sue osservazioni sul mondo post-11 settembre. Il film è un caleidoscopio di storie che si sovrappongono e si rispondono a vicenda. C'è l'insegnamento buddhista sul Bardo, lo stato intermedio tra la morte e la rinascita, che Lolabelle affronta con un'inaspettata calma. C'è il ricordo di una madre che, pur morente, ha imparato a sognare in mandarino. C'è la riflessione su come il linguaggio e i sogni ci colleghino agli altri e al nostro passato.
La struttura è volutamente disorganica, quasi onirica, riflettendo il modo in cui la memoria stessa funziona. Anderson non cerca di costruire una narrazione convenzionale, ma piuttosto di creare un'atmosfera emotiva e intellettuale in cui lo spettatore è invitato a perdersi. Le sue parole, pronunciate con un tono caldo e sereno, guidano il pubblico attraverso questo labirinto di immagini e concetti. Il film è un invito a guardare al di là della superficie delle cose, a connettersi con le esperienze universali di amore e perdita.
Il protagonista indiscusso è Lolabelle, un cane che, nonostante la sua natura animale, si rivela un personaggio complesso e sfaccettato. Nel film, Lolabelle impara a suonare il pianoforte, scolpire, dipingere e persino a parlare attraverso l'immaginazione di Laurie. La sua morte non è la fine, ma l'inizio di una riflessione più ampia sulla mortalità e sulla spiritualità. Lolabelle rappresenta l'amore incondizionato, la saggezza innata e la capacità di trovare gioia nelle piccole cose, come il suono delle onde o la pittura. La sua figura è un catalizzatore per le riflessioni più profonde di Anderson.
Un altro personaggio centrale, sebbene mai fisicamente presente, è il musicista Lou Reed, il marito di Laurie Anderson, scomparso nel 2013, due anni prima della realizzazione del film. L'ombra di Reed aleggia su tutta l'opera. Il suo legame con Lolabelle, che lui amava profondamente, e il suo stesso passaggio sono i pilastri emotivi su cui poggia gran parte del racconto. La sua assenza è palpabile e le parole di Anderson, sebbene composte, trasmettono un senso di profonda perdita. Le riflessioni di Laurie sulla morte di Lou, che ha affrontato con dignità e grazia, diventano un capitolo fondamentale del film, un'indagine su come affrontare la fine della vita e su come la memoria ci permetta di tenere vivo chi non c'è più.
Infine, la stessa Laurie Anderson è la narratrice, la regista e il personaggio principale. Con il suo stile minimalista e la sua voce ipnotica, guida lo spettatore in un viaggio nel suo mondo interiore. Non si tratta solo di raccontare una storia, ma di condividere il suo modo di vedere il mondo, la sua filosofia, i suoi sogni e le sue paure. Anderson si mostra vulnerabile e allo stesso tempo incredibilmente lucida, mescolando poesia, filosofia e umorismo.
La regia di Laurie Anderson è l'anima del film. L'artista utilizza un mix di tecniche visive che creano un'esperienza multisensoriale. Le riprese amatoriali di Lolabelle e di altri cani sono montate con fluidità, intercalate da animazioni disegnate a mano e da sequenze in cui la cinepresa si muove in modo quasi fluttuante. Questo stile visivo frammentario riflette il tema della memoria e del sogno, dove le immagini appaiono e scompaiono, si fondono l'una con l'altra e assumono significati nuovi.
La fotografia è delicata e sfumata, spesso girata con una videocamera amatoriale che conferisce un'atmosfera intima e sincera. Non ci sono effetti speciali elaborati, ma piuttosto un uso sapiente della luce e delle ombre per creare un senso di profondità emotiva.
Ma ciò che rende veramente unico Heart of a Dog è la sua colonna sonora. Anderson, essendo una musicista di fama mondiale, compone la musica del film, che è parte integrante della narrazione. Le note del pianoforte, le melodie di violino e i suoni elettronici si mescolano perfettamente con la sua narrazione, amplificando l'impatto emotivo di ogni scena. La musica non è solo un accompagnamento, ma una voce aggiuntiva che comunica sentimenti che le parole da sole non potrebbero esprimere.
Heart of a Dog non è solo un film sulla morte di un cane, ma un'opera complessa che sfida le convenzioni e apre un dialogo su argomenti universali. Il documentario esplora il concetto del Bardo (lo stato tra la morte e la rinascita secondo il buddhismo tibetano), un tema che Laurie Anderson ha studiato a lungo e che applica non solo alla morte di Lolabelle, ma anche a quella di Lou Reed. L'idea è che la morte non sia una fine, ma una transizione, un'opportunità per l'anima di lasciar andare le sue illusioni e di prepararsi per il prossimo viaggio.
Il film è anche una riflessione sul linguaggio e sulla comunicazione. Anderson ci fa notare come il linguaggio sia una costruzione artificiale che usiamo per comprendere il mondo. E a volte, i gesti, i suoni o i sogni possono comunicare molto più delle parole.
Heart of a Dog ha ricevuto un'accoglienza molto positiva dalla critica, venendo elogiato per la sua originalità e per il suo approccio sincero e non convenzionale a temi profondi. Sebbene non abbia ricevuto nomination agli Oscar, è stato un successo nei festival di cinema e ha consolidato il ruolo di Laurie Anderson non solo come musicista, ma anche come una delle voci più innovative nel cinema documentaristico contemporaneo. La sua capacità di trasformare una storia personale di perdita in un'opera d'arte universale lo rende un film che continua a risuonare a lungo dopo la sua visione.
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La Soufrière, (La Soufrière - Warten auf eine unausweichliche Katastrophe) è un documentario del 1977 diretto da Werner Herzog.
"La Soufrière - Warten auf eine unausweichliche Katastrophe" ("La Soufrière - Aspettando una catastrofe inevitabile") è un documentario del 1977 diretto da Werner Herzog. Con una durata di soli 30 minuti, quest'opera si distingue per la sua intensità e per la sua capacità di catturare l'essenza dell'attesa di un evento catastrofico. Il film non è un tradizionale documentario sulla vulcanologia, ma piuttosto un'esplorazione della psicologia umana di fronte a un pericolo imminente e quasi certo, una sorta di "documentario d'arte" con una forte impronta esistenziale.
Il documentario, girato interamente sull'isola di Basse-Terre, in Guadalupa, ruota attorno all'eruzione imminente del vulcano La Soufrière, soprannominato "la Vecchia Signora" dagli abitanti del luogo. All'epoca delle riprese, la montagna era in stato di allerta massima e le autorità avevano ordinato l'evacuazione totale dell'isola, lasciando l'intero territorio quasi completamente deserto.
L'idea per il documentario nacque da una conversazione che Herzog ebbe con il suo amico e collaboratore François Truffaut. Truffaut gli parlò dell'evacuazione di un'intera isola e della paura che si era diffusa tra la popolazione. Herzog, affascinato da questa storia, decise di partire immediatamente per la Guadalupa, portando con sé la sua troupe composta dal cameraman Jörg Schmidt-Reitwein e dal tecnico del suono Roland Wulf. Il regista era convinto che se l'eruzione fosse avvenuta, l'isola sarebbe stata spazzata via. Nonostante gli avvertimenti delle autorità, Herzog e la sua troupe si avventurarono nella zona di pericolo per documentare l'impossibile: l'ultimo uomo rimasto sul vulcano.
Il nucleo centrale del film si basa proprio su questo elemento di "ricerca". Herzog, nel suo stile inconfondibile, è meno interessato agli aspetti scientifici dell'eruzione e più all'esperienza umana e psicologica di chi si trova di fronte a una minaccia fatale. I personaggi del documentario, se così possiamo chiamarli, non sono esperti o scienziati, ma gli unici tre uomini che Herzog e il suo team trovarono ancora sull'isola: un contadino anziano che si rifiutava di abbandonare la sua casa, un uomo disabile e un altro contadino, convinto che il vulcano non sarebbe mai esploso. Questi tre individui, con la loro incredibile calma e rassegnazione, rappresentano il fulcro emotivo del film. La loro incrollabile serenità di fronte a un destino apparentemente segnato contrasta in modo netto con la drammaticità della situazione. In particolare, il contadino anziano, con il suo volto solcato dal tempo e la sua saggezza ancestrale, diventa il vero protagonista spirituale del film, quasi un simbolo della resistenza umana di fronte alla natura. Egli parla di un'armonia tra l'uomo e la natura che va oltre la semplice sopravvivenza, un concetto che affascina profondamente Herzog.
La regia di Herzog è un capolavoro di minimalismo e intensità. Non ci sono effetti speciali o musiche d'orchestra; la colonna sonora è composta quasi esclusivamente dal rumore del vento, dagli uccelli e dal silenzio assordante di un'isola deserta. Il regista utilizza inquadrature lunghe e statiche per catturare la vastità del paesaggio e la solitudine dei personaggi, enfatizzando la loro vulnerabilità. La telecamera non è un semplice occhio che registra, ma un mezzo per esplorare la psiche dei protagonisti e del regista stesso. Il film è anche un'autoriflessione di Herzog sulla sua ossessione per l'ignoto e per i limiti dell'esperienza umana, un tema ricorrente in tutta la sua filmografia. In una scena, il regista stesso appare sullo schermo, confessando la sua "ammirazione" per i tre uomini rimasti e la sua quasi morbosa curiosità di documentare ciò che sta per accadere. La sua voce narrante, profonda e pacata, funge da guida esistenziale per lo spettatore, spingendolo a riflettere sul significato di coraggio, rassegnazione e fatalismo.
Il finale del documentario è un capovolgimento ironico e, a suo modo, tragicomico. Il vulcano, come tutti sanno, non eruttò in modo violento. L'attesa della "catastrofe inevitabile" si rivelò vana, o meglio, l'eruzione fu un evento di portata minore e non causò i danni previsti. La catastrofe era stata prevista da una comunità scientifica divisa: da un lato scienziati che parlavano di una "grande eruzione" (tra cui Haroun Tazieff) e altri più prudenti che ritenevano il pericolo minore. L'evento catastrofico non si è verificato, ma la sensazione di un disastro imminente ha dato vita a un film straordinario. Per Herzog, il fatto che il vulcano non sia esploso non ha sminuito il valore del suo documentario, anzi lo ha rafforzato. Il vero "protagonista" del film non era il vulcano, ma l'attesa della sua esplosione. Il film non è la storia di un'eruzione, ma la storia di un'attesa, di una minaccia imminente e della reazione di pochi uomini a una situazione al di fuori del loro controllo. "La Soufrière" è un'indagine sul fatalismo umano e sulla resistenza spirituale, un piccolo gioiello del cinema documentario che, in soli 30 minuti, esplora in modo magistrale la paura, la morte e la speranza, rivelando la fragilità e allo stesso tempo l'incredibile forza dello spirito umano. Nonostante la breve durata, "La Soufrière" ha avuto un impatto notevole sulla filmografia di Herzog. Il regista ha spesso affermato che questo film è uno dei suoi preferiti e che rappresenta la sua "filosofia del cinema" in forma pura. Il film è stato proiettato in diversi festival e ha ricevuto recensioni positive, sebbene non abbia avuto la stessa risonanza commerciale di opere successive come "Aguirre, furore di Dio" o "Fitzcarraldo". Tuttavia, il suo significato artistico e la sua importanza nel panorama del cinema documentario sono indiscutibili. È un esempio perfetto del "cinema della verità" herzoghiano, che non si limita a registrare la realtà, ma la interroga, la analizza e la trasforma in un'esperienza esistenziale e metafisica.
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Tom Dollar, è un film del 1967, diretto da Marcello Ciorciolini con lo pseudonimo di Frank Red.
"Tom Dollar": Un'analisi del film del 1967
"Tom Dollar, 3/5", noto semplicemente come "Tom Dollar", è un film del 1967 che si inserisce nel ricco e variegato panorama del cinema di genere italiano di quell'epoca. Diretto da Marcello Ciorciolini, che per l'occasione utilizzò lo pseudonimo di Frank Red, il film è un esempio di spy-comedy o spionistico all'italiana, un filone molto in voga negli anni Sessanta che cercava di emulare, con un tocco di ironia e spesso con budget ridotti, il successo internazionale della saga di James Bond e di altre pelline del genere. La cifra stilistica di Ciorciolini, regista e sceneggiatore prolifico che si muoveva con disinvoltura tra commedia, poliziesco e film musicale, si manifesta pienamente in questa pellicola, che mescola suspense, azione e umorismo in una formula che, sebbene non rivoluzionaria, ha il suo indubbio fascino.
La Trama
La storia ruota attorno a Tom Dollar, interpretato dall'attore e cantante britannico Maurice Poli, che all'epoca era un volto molto popolare nel cinema italiano. Tom Dollar non è un agente segreto convenzionale. A differenza del serioso e impeccabile 007, è un personaggio più scanzonato, un po' donnaiolo e con un'attitudine quasi svagata nei confronti del pericolo. La sua missione lo porta a investigare su un traffico di diamanti che si svolge tra Londra e la Svizzera. I diamanti in questione non sono gemme comuni, ma una nuova sostanza sintetica, una lega che ha una resistenza eccezionale e che potrebbe essere utilizzata per scopi militari. Dietro a questo traffico si cela un'organizzazione criminale internazionale, la cui identità e i cui scopi rimangono misteriosi per gran parte del film.
Il percorso di Tom Dollar si snoda tra intrighi, inseguimenti, sparatorie e incontri con donne affascinanti, alcune delle quali sembrano alleate, mentre altre si rivelano agenti doppiogiochisti. L'azione si sposta rapidamente da una location all'altra, creando un ritmo serrato che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Il film fa un ampio uso di ambientazioni esotiche e sofisticate, tipiche del genere spionistico dell'epoca, con scene che si svolgono in lussuosi hotel, casinò, e su splendidi yacht. La trama, pur essendo lineare, è arricchita da colpi di scena e da un umorismo che stempera la tensione delle situazioni più pericolose. Tom Dollar si affida spesso più alla sua astuzia e al suo charme che alla forza bruta, distinguendosi dagli eroi d'azione più tradizionali.
Regia e Stile
Marcello Ciorciolini, sotto lo pseudonimo di Frank Red, dirige il film con uno stile vivace e dinamico. La sua regia è caratterizzata da un montaggio rapido e da un uso sapiente delle inquadrature, che creano un senso di movimento e di urgenza. Ciorciolini non punta al realismo, ma piuttosto a un'atmosfera da fumetto, in cui gli eroi e i cattivi sono figure stereotipate, ma efficaci. Le scene d'azione, pur non raggiungendo la complessità coreografica di quelle dei film di Bond, sono girate con efficacia e sono funzionali alla narrazione.
Un elemento distintivo del film è il suo umorismo. Ciorciolini mescola l'azione con gag e battute che alleggeriscono la trama e rendono il protagonista più simpatico e accessibile. Il film non si prende mai troppo sul serio, e questo è un punto di forza. L'atteggiamento ironico nei confronti del genere spy-movie lo rende una sorta di parodia affettuosa, un'operazione comune nel cinema italiano di quegli anni, che amava reinterpretare i generi internazionali con un tocco di leggerezza e di provincialismo positivo.
Il Cast
Il cast di "Tom Dollar" è un altro elemento chiave del suo successo. Come già accennato, il protagonista è Maurice Poli, un attore carismatico e con un certo appeal, che riesce a dare al personaggio di Tom Dollar la giusta dose di fascino e di spensieratezza. Poli, che era un cantante di discreto successo, porta sullo schermo una presenza scenica che lo rende credibile nel ruolo dell'eroe dandy.
Accanto a lui, troviamo un'icona del cinema italiano come Erika Blanc, che interpreta l'affascinante e ambigua Lady Florence. La Blanc, nota per i suoi ruoli in film di genere, da horror a spionistici, aggiunge un tocco di eleganza e mistero al film. Il suo personaggio è una figura complessa e sfaccettata, che tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino alla fine.
Nel cast figura anche Franca Polesello, che interpreta un altro dei personaggi femminili della storia, e Marius Goring, un attore britannico che contribuisce a dare al film un tocco di internazionalità. La scelta di attori provenienti da diversi contesti linguistici e cinematografici era una prassi comune nelle produzioni italiane dell'epoca, che miravano a un mercato più ampio e che spesso giravano i film con dialoghi in lingua originale che venivano poi doppiati.
Conclusioni e Curiosità
"Tom Dollar, 3/5" è un film che, pur non essendo un capolavoro del cinema, è un documento interessante del cinema di genere italiano degli anni Sessanta. È una pellicola divertente e ben ritmata che offre una piacevole evasione. La sua forza risiede nella sua leggerezza e nella sua capacità di mescolare azione e commedia in una formula vincente. Il film è anche un esempio della versatilità di un regista come Marcello Ciorciolini, capace di adattarsi a diversi generi e di sfornare prodotti di intrattenimento di buona fattura. Il titolo, con l'aggiunta "3/5", rimane un mistero per molti, ma alcuni critici ritengono che si riferisca al fatto che il film è il terzo di cinque presunti film su Tom Dollar che però non sono mai stati realizzati. Un altro fatto curioso è che il film fu girato in diverse località europee, tra cui la Svizzera e l'Inghilterra, per dare un tocco di autenticità alle location della storia. In definitiva, "Tom Dollar" è un film che merita di essere riscoperto dagli amanti del cinema di genere italiano, un piccolo gioiello spionistico che, con il suo umorismo e la sua azione, regala un'ora e mezza di puro divertimento.
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Nel nome della terra (Au nom de la terre ), è un film diretto da Édouard Bergeon e uscito nel 2019 .
Il film del 2019 Au nom de la terre (tradotto in italiano come "In nome della terra"), diretto da Édouard Bergeon, è un'opera cinematografica profondamente toccante e necessaria. Non è un semplice film di finzione, ma la narrazione della storia vera del regista, che ha scelto di raccontare la vita e la lotta di suo padre, Christian Bergeon, un agricoltore. Il film, quindi, si basa su un'esperienza autentica, il che gli conferisce una forza e un'emozione particolari, trasformandolo in un tributo e in un monito.
La trama si snoda nell'arco di circa 30 anni, a partire dagli anni '70 fino ai giorni nostri, e segue la vita di Pierre Jarjeau (interpretato da Guillaume Canet), un giovane agricoltore pieno di speranza e passione. All'inizio del film, Pierre torna in Francia dagli Stati Uniti, dove ha lavorato per qualche tempo, per prendere le redini della fattoria di famiglia. È un uomo energico, ottimista, e profondamente innamorato della terra. Sposa la sua fidanzata, Claire (interpretata da Veerle Baetens), e insieme costruiscono una famiglia con due figli, una femmina e un maschio.
Inizialmente, la loro vita sembra un idillio rurale. Pierre modernizza la fattoria, investe in nuove macchine e spera di espandere l'attività. Tuttavia, le sfide non tardano ad arrivare. L'agricoltura moderna è un'impresa rischiosa, legata a un ciclo di investimenti, prestiti bancari e prezzi dei prodotti agricoli che non sempre coprono i costi di produzione. Il film mostra con grande realismo come le pressioni economiche e la crescente dipendenza da banche e fornitori di sementi e macchinari inizino a soffocare la famiglia Jarjeau. Le promesse di un futuro prospero si scontrano con la dura realtà di debiti crescenti e guadagni sempre più esigui.
Il punto di svolta drammatico arriva quando Pierre, sotto pressione e spinto da un desiderio di crescita, decide di espandere ulteriormente l'azienda, indebitandosi pesantemente. La crisi agricola, l'instabilità dei mercati e le difficoltà personali iniziano a pesare sempre di più sulle sue spalle. Il film non risparmia allo spettatore il lento e inesorabile declino psicologico del protagonista. Guillaume Canet interpreta magistralmente la trasformazione di Pierre, da uomo pieno di speranza a figura prostrata e disperata, divorata dalla depressione e dal senso di fallimento. Il film esplora il tema della salute mentale nell'agricoltura, una questione spesso taciuta. Il peso del lavoro, la solitudine, il senso di colpa e la paura di non farcela diventano nemici invisibili ma letali, che minacciano di distruggere non solo l'azienda, ma anche la famiglia stessa.
La trama si concentra anche sul rapporto tra Pierre e suo figlio, Thomas (interpretato da Anthony Bajon), che cerca di aiutare il padre e di capire le sue sofferenze. La figura di Thomas, che nel film rappresenta lo stesso Édouard Bergeon, è quella del testimone. Attraverso i suoi occhi, vediamo il calvario del padre e comprendiamo il motivo che ha spinto il regista a raccontare questa storia: dare voce a una generazione di agricoltori in difficoltà e onorare la memoria di un padre spezzato da un sistema ingiusto.
Édouard Bergeon, al suo debutto alla regia di un lungometraggio di finzione, dimostra una maturità e una sensibilità impressionanti. La sua direzione è misurata, priva di eccessi melodrammatici, ma capace di raggiungere una profonda risonanza emotiva. Il film ha un tono quasi documentaristico, che deriva proprio dalla sua origine autobiografica. Bergeon ha lavorato come giornalista televisivo prima di dedicarsi al cinema, e questa esperienza si riflette nella sua capacità di catturare la realtà con onestà e senza filtri.
La regia di Bergeon è caratterizzata da una fotografia che esalta la bellezza e la durezza della campagna francese. I paesaggi sono ritratti con un misto di affetto e realismo: i campi rigogliosi e i tramonti idilliaci si alternano a giornate di pioggia incessante e a cieli plumbei che riflettono lo stato d'animo dei protagonisti. L'uso di riprese quasi a spalla o con un senso di intimità contribuisce a creare un'atmosfera di vicinanza ai personaggi, rendendo lo spettatore partecipe delle loro fatiche e delle loro gioie. Bergeon non ha paura di mostrare la fatica fisica e il lavoro brutale, facendo capire quanto l'agricoltura sia lontana dall'immagine idealizzata.
La narrazione è cronologica, ma intervallata da brevi flashback e momenti di riflessione che aggiungono profondità al racconto. La scelta di far interpretare al figlio Thomas (in realtà Édouard) il ruolo di narratore esterno e, al contempo, personaggio interno, permette di avere un doppio punto di vista: quello di chi ha vissuto la tragedia da bambino e quello di chi la rielabora da adulto, con una consapevolezza matura. Questa struttura narrativa rende il film un vero e proprio "lutto cinematografico" del regista per suo padre, una sorta di terapia e di tributo allo stesso tempo.
La forza di "Au nom de la terre" risiede in gran parte nelle magnifiche interpretazioni dei suoi attori.
Guillaume Canet nel ruolo di Pierre Jarjeau è l'anima del film. Canet, che ha una formazione legata al mondo rurale (anche se non agricolo), si è calato nel ruolo con un'intensità straordinaria. La sua performance è una delle più riuscite della sua carriera. Non si limita a recitare, ma sembra "diventare" Pierre, con tutte le sue sfumature: la passione giovanile, la determinazione, l'orgoglio, ma anche la stanchezza, la fragilità e il disfacimento interiore. La sua capacità di comunicare il dolore e la disperazione senza bisogno di parole è palpabile, rendendo il suo personaggio estremamente credibile e commovente.
Veerle Baetens interpreta Claire, la moglie di Pierre. La sua performance è altrettanto potente, anche se più contenuta. Baetens incarna la figura della donna che sta al fianco del marito, che lo sostiene, che si preoccupa e che, alla fine, subisce anch'ella le conseguenze della situazione. Il suo ruolo è fondamentale per mostrare l'impatto della crisi agricola sull'intera famiglia e non solo sull'agricoltore. Il suo volto esprime una gamma di emozioni che va dalla speranza iniziale alla profonda tristezza, fino alla forza necessaria per non crollare del tutto.
Anthony Bajon nel ruolo di Thomas, il figlio, offre una performance misurata e toccante. Il suo personaggio è lo specchio attraverso cui lo spettatore vede la vicenda, e Bajon riesce a trasmettere la complessità del suo ruolo: un ragazzo che ama il padre ma non capisce pienamente il suo dolore, e che deve fare i conti con un'eredità pesante e traumatica.
Oltre a essere un film di alta qualità artistica, "Au nom de la terre" è un'opera di grande rilevanza sociale. Ha avuto un impatto significativo in Francia, dove il tema della crisi agricola e dei suicidi tra gli agricoltori è una questione nazionale. Il film ha contribuito a sollevare il dibattito pubblico, dando visibilità a una realtà spesso ignorata o sottovalutata.
Il messaggio di Bergeon va oltre la semplice storia della sua famiglia. È un'accusa contro un sistema economico che mette a dura prova gli agricoltori, costringendoli a lavorare in condizioni di crescente precarietà. Parla della solitudine del lavoro in campagna, della pressione psicologica e finanziaria, e dell'importanza di parlare apertamente della salute mentale.
Il film, pur essendo una storia profondamente francese, ha un'eco universale. La lotta per la sopravvivenza in un'economia globalizzata, il conflitto tra tradizione e modernizzazione, e l'impatto del lavoro sulla vita e sulla famiglia sono temi che toccano tutti, indipendentemente dalla loro professione o nazionalità. "Au nom de la terre" è un film che emoziona, fa riflettere e ci spinge a guardare con maggiore empatia a chi, ogni giorno, lavora per portare il cibo sulle nostre tavole.
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The Post,è un film del 2017 diretto da Steven Spielberg
The Post è un film del 2017 diretto da Steven Spielberg, un'opera che ha catturato l'attenzione di critica e pubblico per la sua attualità e per l'incontro sul grande schermo di due leggende del cinema come Meryl Streep e Tom Hanks. Il film non è solo un avvincente dramma storico, ma anche un potente inno alla libertà di stampa e un toccante ritratto dell'emancipazione femminile, risuonando con forza nel panorama politico in cui è stato realizzato.
La vicenda di The Post si svolge in un'America del 1971, un Paese profondamente diviso e disilluso dalla guerra in Vietnam. Il film ruota attorno alla vera storia della pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti segreti del Dipartimento della Difesa che coprivano vent'anni di coinvolgimento americano nel conflitto e che svelavano un sistematico inganno da parte di quattro amministrazioni presidenziali (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) nei confronti del popolo.
La narrazione si concentra su due personaggi storici di grande spessore: Katharine Graham (interpretata da Meryl Streep), l'editrice del Washington Post, e Ben Bradlee (interpretato da Tom Hanks), il suo carismatico direttore esecutivo. Il film inizia con il rivale del Post, il prestigioso New York Times, che pubblica le prime parti dei documenti segreti, ottenuti dall'analista militare Daniel Ellsberg (Matthew Rhys). La reazione del presidente Richard Nixon è immediata: un'ingiunzione federale blocca la pubblicazione per ragioni di sicurezza nazionale, portando il caso alla Corte Suprema.
A questo punto, il destino della verità si incrocia con quello del Washington Post. La redazione, con grande impegno e a rischio della propria incolumità, riesce a ottenere una copia dei documenti. La decisione di pubblicarli ricade interamente sulle spalle di Katharine Graham. Il suo è un ruolo di enorme responsabilità e fragilità: ereditata l'azienda dal marito dopo la sua morte, deve affrontare non solo la pressione del governo Nixon, ma anche il forte scetticismo del suo consiglio di amministrazione e di un ambiente prevalentemente maschile, che dubita della sua capacità di prendere una decisione così rischiosa. Pubblicare i documenti significherebbe sfidare apertamente la Casa Bianca, rischiare il carcere per sé e per i suoi collaboratori e, cosa ancora più grave, mettere a repentaglio la sopravvivenza economica del giornale, appena quotato in borsa.
Il film segue il percorso interiore di Katharine, che da donna insicura e inibita, costretta a muoversi con cautela in un mondo di uomini, si trasforma in una figura di autorevolezza e coraggio. La sua decisione finale, presa in un momento di grande tensione, non è solo una scelta editoriale, ma un atto di emancipazione personale e un'affermazione di un principio fondamentale: il dovere del giornalismo di servire i governati, non i governanti.
Steven Spielberg dirige The Post con un'energia e un'urgenza palpabili. Il regista, noto per la sua maestria nel gestire narrazioni complesse, opta per uno stile che unisce l'epica del dramma storico con l'intimità del thriller psicologico. Le riprese sono dinamiche, con una macchina da presa che si muove costantemente, seguendo i personaggi attraverso le frenetiche redazioni, i corridoi e le sale riunioni. Questo approccio visivo trasmette il senso di urgenza e di posta in gioco che pervade ogni scena.
L'attenzione ai dettagli è maniacale: le scenografie ricreano fedelmente gli uffici e le macchine da stampa dell'epoca, mentre la fotografia del collaboratore di lunga data di Spielberg, Janusz Kamiński, utilizza una palette di colori caldi ma desaturati, che conferiscono al film un aspetto quasi documentaristico, come se si stessero guardando dei reperti storici.
La colonna sonora, del leggendario John Williams, è utilizzata con parsimonia, riservando i momenti musicali più intensi per sottolineare la tensione crescente e i momenti di riflessione. A differenza di altre sue partiture epiche, Williams crea un accompagnamento discreto ma efficace, che si fonde perfettamente con l'atmosfera del film.
Il cuore pulsante di The Post è l'indimenticabile interpretazione di Meryl Streep e Tom Hanks. È la prima volta che i due attori recitano insieme in un lungometraggio, e la loro chimica sullo schermo è evidente.
Meryl Streep offre una delle sue performance più misurate e potenti. Il suo ritratto di Katharine Graham è un capolavoro di sottigliezza: inizialmente goffa e insicura, si fa strada con timidezza in un ambiente dominato da uomini. La sua trasformazione è un processo graduale, che si manifesta attraverso piccoli gesti, sguardi esitanti e, infine, una voce che si fa più ferma e autorevole. Streep cattura l'essenza di una donna che deve trovare la sua voce non solo come editrice, ma come individuo. La sua performance è stata universalmente lodata e le è valsa una nomination all'Oscar come Migliore attrice protagonista.
Tom Hanks interpreta un Ben Bradlee energico, risoluto e profondamente convinto del valore del giornalismo. Hanks incarna perfettamente lo spirito di un'epoca in cui i giornalisti erano considerati "cani da guardia" del potere. Il suo Bradlee è l'anima della redazione, un uomo che non teme di affrontare i potenti e che spinge la sua squadra a superare i limiti. Il suo approccio più diretto e impulsivo crea un magnifico contrasto con il percorso più interiore e prudente di Graham, rendendo il loro rapporto sullo schermo uno degli elementi più affascinanti del film.
Il cast di supporto è un'autentica galleria di grandi attori, molti dei quali noti per il loro lavoro in serie televisive di successo, come Bob Odenkirk (Breaking Bad, Better Call Saul) nei panni del giornalista Ben Bagdikian, Sarah Paulson (la moglie di Bradlee), Tracy Letts e Bradley Whitford. Ogni attore, anche in ruoli minori, contribuisce a creare un ambiente realistico e vibrante.
The Post è molto più di un semplice film storico. È un'opera che Spielberg ha voluto realizzare in un momento di grandi tensioni politiche, quando la libertà di stampa era messa in discussione e i media venivano apertamente attaccati. Il film è stato girato e rilasciato in tempi record, proprio per rispondere a questo clima politico. Il suo messaggio è chiaro: in una democrazia, il ruolo della stampa è vitale, e la sua capacità di riportare la verità è un baluardo contro l'abuso di potere.
Il film sottolinea anche l'importanza del coraggio civile e della responsabilità individuale. La scelta di Katharine Graham di pubblicare i documenti è un atto di fede nel giornalismo e nella democrazia stessa. La pellicola celebra un'epoca in cui i media investigativi avevano un impatto reale sulla politica e sulla società. Infine, il film è un tributo al processo fisico e tangibile del giornalismo, un omaggio al rumore delle rotative, all'odore dell'inchiostro e alla fatica di mettere insieme un giornale, elementi che oggi sembrano quasi anacronistici nell'era digitale, ma che Spielberg rende iconici e significativi.
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I migliori cartoni animati di Superman, (2024), prodotti da Fleischer Studios, Famous Studios e Paramount Pictures.
Quando si parla dei cartoni animati di Superman prodotti dai Fleischer Studios, dai Famous Studios e distribuiti dalla Paramount Pictures, non si sta semplicemente descrivendo una serie animata. Si sta esplorando una pietra miliare della storia dell'animazione, una collezione di cortometraggi che non solo hanno definito l'aspetto e le capacità del personaggio per generazioni, ma hanno anche stabilito un nuovo standard per la qualità tecnica e la narrazione visiva.
La storia di questi cartoni animati inizia nel 1941, quando la Paramount Pictures, che deteneva i diritti per la distribuzione, si rivolse a Max e Dave Fleischer per la produzione di una serie di cortometraggi su Superman. A quel tempo, i Fleischer Studios erano già noti per capolavori come Betty Boop e Braccio di Ferro, ma i fratelli Fleischer erano inizialmente riluttanti, ritenendo il progetto troppo ambizioso e costoso. Il budget fu fissato a un'incredibile cifra di 50.000 dollari per il primo episodio, una somma sbalorditiva per l'epoca.
Il primo corto, semplicemente intitolato "Superman" (conosciuto anche come "The Mad Scientist"), debuttò il 26 settembre 1941 e fu un successo immediato. La serie Fleischer si distinse immediatamente per diversi elementi chiave:
L'animazione Art Déco: Lo stile visivo è uno dei punti di forza più evidenti. I cortometraggi presentano sfondi dettagliati e metropolitani che richiamano l'architettura Art Déco, con un'atmosfera notturna e misteriosa che li avvicina al genere noir. La città di Metropolis non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, con i suoi grattacieli imponenti e le sue luci scintillanti.
La fluidità del movimento: I Fleischer Studios erano pionieri di tecniche come il rotoscopio, che permetteva di tracciare il movimento di attori in carne e ossa per rendere l'animazione incredibilmente realistica e fluida. L'effetto è particolarmente visibile nel movimento di Superman in volo e nei suoi gesti eroici.
L'introduzione del volo: Nei fumetti originali, Superman non volava, ma si limitava a compiere "enormi balzi". I Fleischer, per ragioni di fluidità e impatto visivo, decisero di fargli spiccare il volo, creando l'iconica immagine di Superman che solca i cieli. Questa modifica divenne talmente popolare che i fumetti la adottarono poco dopo, rendendola una caratteristica fondamentale del personaggio.
L'eroismo puro: Superman è rappresentato come l'incarnazione di un eroe invincibile, un "uomo d'acciaio" che affronta minacce quasi impossibili con coraggio e forza. I nemici sono spesso scienziati pazzi, mostri meccanici e creature preistoriche, incarnando le paure e i temi fantascientifici dell'epoca.
I Fleischer Studios produssero un totale di nove cortometraggi, inclusi capolavori come "The Mechanical Monsters", in cui Superman combatte un esercito di robot volanti, e "Billion Dollar Limited", una thrilling corsa contro il tempo per fermare una rapina su un treno blindato. Questi episodi sono considerati i migliori della serie, caratterizzati da una narrazione avvincente e un'animazione di altissimo livello.
A causa di problemi finanziari e dissidi interni, nel 1942 i Fleischer Studios furono sciolti e riorganizzati sotto la gestione della Paramount, che li ribattezzò Famous Studios. Il nuovo studio continuò la produzione dei cartoni di Superman, realizzandone altri otto.
Sebbene i Famous Studios mantenessero lo stile visivo e la qualità tecnica dei predecessori, si notano alcune differenze, soprattutto tematiche. I cortometraggi prodotti in questo periodo, come "Japoteurs" e "Jungle Drums", riflettono il clima politico della Seconda Guerra Mondiale. Le trame si spostano dalle avventure fantascientifiche a un forte focus sulla propaganda di guerra, con Superman che combatte spie naziste e sabotatori giapponesi. Questo cambio di rotta, sebbene comprensibile per il contesto storico, li rende leggermente meno atemporali rispetto ai primi episodi, anche se mantengono un alto valore storico e di intrattenimento.
La serie si concluse nel 1943 con il cortometraggio "Secret Agent". In totale, i due studi realizzarono 17 cortometraggi, ognuno dei quali dura circa 10 minuti.
Nonostante siano stati prodotti oltre ottant'anni fa, questi cortometraggi di Superman continuano a essere un punto di riferimento per gli appassionati di animazione e supereroi, e il fatto che siano disponibili su piattaforme moderne come Amazon Prime Video è una testimonianza della loro longevità. La loro rilevanza si deve a diversi fattori:
Innovazione tecnica: Hanno spinto i confini dell'animazione, dimostrando che i cartoni animati potevano raccontare storie complesse e avvincenti per un pubblico più maturo, ben prima che la cosa diventasse la norma.
Influenza duratura: L'estetica e le soluzioni narrative introdotte in questi cortometraggi hanno influenzato innumerevoli opere successive. Il celebre Superman: The Animated Series degli anni '90 ha chiaramente attinto a piene mani dal design e dall'atmosfera dei corti dei Fleischer.
Status di dominio pubblico: Tutti i 17 cortometraggi sono entrati nel dominio pubblico, il che significa che sono ampiamente disponibili su diverse piattaforme, il che ne ha garantito la sopravvivenza e la diffusione a un pubblico globale.
In sintesi, i cartoni di Superman di Fleischer e Famous Studios sono molto più di semplici "vecchi cartoni". Sono un capitolo fondamentale della storia di Superman, una testimonianza del genio creativo dei loro autori e un'esperienza visiva e narrativa che, grazie a restauri di qualità, continua a incantare e ispirare.
PRIME
This Must Be the Place è un film del 2011 co-scritto e diretto da Paolo Sorrentino.
This Must Be the Place è un film del 2011 che segna un punto di svolta nella filmografia di Paolo Sorrentino. Dopo i successi e il riconoscimento internazionale ottenuti con film come Le conseguenze dell'amore e Il divo, il regista napoletano si avventura per la prima volta in un progetto interamente girato in lingua inglese e con un cast di star internazionali, affidando il ruolo del protagonista a un camaleontico Sean Penn. Il film, co-scritto da Sorrentino con Umberto Contarello, è una commistione unica di commedia, dramma e road movie, un viaggio fisico ed emotivo che si snoda attraverso gli Stati Uniti.
La trama di This Must Be the Place ruota attorno alla figura di Cheyenne, un ex rock star goth-rock ormai in pensione, che vive a Dublino con la moglie Jane (interpretata da Frances McDormand). Con il suo look stravagante, trucco pesante, capelli lunghi e la sua inseparabile valigia a rotelle, Cheyenne è un personaggio eccentrico e profondamente malinconico. La sua vita scorre pigramente, scandita da piccole abitudini e un senso di apatia che rasenta la depressione. La sua fama passata lo ha reso ricco, ma anche isolato e incapace di comunicare veramente con gli altri, se non attraverso frasi semplici e un tono di voce flebile, quasi infantile.
Tutto cambia quando Cheyenne riceve la notizia della morte del padre, un ebreo ortodosso con cui i rapporti erano interrotti da trent'anni. Tornato a New York per il funerale, scopre che il padre era ossessionato dalla ricerca di un ex criminale di guerra nazista, Aloise Lange, che lo aveva umiliato nel campo di concentramento di Auschwitz. Sentendosi in dovere di onorare la memoria del genitore e, forse, di dare un nuovo scopo alla propria esistenza, Cheyenne decide di intraprendere un viaggio attraverso l'America, da New York fino all'Arizona, per rintracciare il fuggitivo.
Il film si trasforma così in un road movie atipico, un pellegrinaggio surreale e introspettivo. Durante il suo percorso, Cheyenne incontra una galleria di personaggi singolari, da una donna che ha perso il figlio soldato in Afghanistan a un esperto di caccia ai nazisti, da un'artista concettuale a un'inventore visionario. Ognuno di questi incontri contribuisce a svelare un pezzo del passato di Cheyenne e a farlo confrontare con la realtà del mondo esterno, mettendo in discussione la sua "maschera" e la sua distanza dalla vita. Il viaggio non è tanto una ricerca di vendetta, quanto una ricerca di sé stesso, un modo per superare il suo stato di "eterno bambino" e affrontare finalmente il dolore e l'eredità lasciata dal padre.
This Must Be the Place è un esempio emblematico dello stile visivo e narrativo di Paolo Sorrentino, anche se con una sensibilità diversa rispetto ai suoi film italiani. La regia è caratterizzata da inquadrature ampie e maestose, che mettono in risalto i vasti e solitari paesaggi americani, quasi a voler sottolineare la solitudine del protagonista. La macchina da presa si muove con eleganza, con lunghi piani sequenza e movimenti di gru che conferiscono al film un'aura onirica e sofisticata.
Un elemento distintivo è la colonna sonora, curata in gran parte da David Byrne, frontman dei Talking Heads, che nel film interpreta anche sé stesso. La musica ha un ruolo centrale, non solo come commento alle immagini, ma come parte integrante della narrazione. Il titolo stesso del film è un omaggio alla celebre canzone dei Talking Heads.
Sorrentino mescola sapientemente momenti di profonda malinconia con tocchi di surreale umorismo, creando un'atmosfera unica e riconoscibile. Il suo sguardo sull'America è quello di un outsider che ne coglie le contraddizioni, i luoghi comuni e le singolarità, con un'estetica che ricorda a tratti il cinema di Wim Wenders, ma che mantiene una sua originalità.
Il cuore del film è l'interpretazione di Sean Penn nei panni di Cheyenne. L'attore, celebre per la sua versatilità, si cala in un ruolo che è una vera e propria sfida, creando un personaggio indimenticabile e fragile. La sua performance è fisica, quasi muta, basata su un linguaggio del corpo impacciato e uno sguardo perennemente spaesato. Penn riesce a rendere credibile l'ingenuità e la sofferenza nascosta dietro l'apparente ridicolo di un uomo che sembra un clown triste.
Accanto a lui, un cast di altissimo livello contribuisce a rendere il film un'esperienza cinematografica ricca e appagante:
Frances McDormand interpreta Jane, la paziente e amorevole moglie di Cheyenne, un'ancora di normalità in un universo di bizzarrie.
Judd Hirsch è Mordecai Midler, l'esperto cacciatore di nazisti che fornisce a Cheyenne le informazioni necessarie per il suo viaggio.
Eve Hewson (figlia di Bono degli U2) nel ruolo di Mary, un'adolescente goth-rock che si lega a Cheyenne per affinità spirituale.
Harry Dean Stanton interpreta Robert Plath, un personaggio incontrato durante il viaggio che offre al protagonista un'importante riflessione sulla vita e la morte.
E come già accennato, la presenza di David Byrne che interpreta se stesso in una scena toccante e significativa.
This Must Be the Place è stato accolto con reazioni contrastanti, ma ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico, specialmente in Italia e in Europa. Al Festival di Cannes 2011, il film ha concorso per la Palma d'oro e ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica. In Italia ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui sei David di Donatello (tra cui Migliore sceneggiatura, Miglior fotografia e Miglior colonna sonora) e tre Nastri d'argento (tra cui Miglior regia e Miglior fotografia).
Nonostante la sua natura introspettiva e a tratti ermetica, This Must Be the Place è un film che affascina e lascia un segno, un'opera d'arte visivamente sbalorditiva e emotivamente toccante che conferma il talento di Paolo Sorrentino nel creare personaggi complessi e mondi narrativi unici.
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Que viva Mexico! (¡Que viva México!), è un film incompiuto del 1931, diretto dal regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.
Parlare di ¡Que viva México! non significa solo descrivere un film, ma raccontare una delle storie più affascinanti, tragiche e complesse della storia del cinema. È il fantasma di un capolavoro, un'opera incompiuta che ha influenzato generazioni di cineasti e rimane un documento storico di inestimabile valore.
¡Que viva México!, concepito e in parte realizzato tra il 1931 e il 1932 dal genio del cinema sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, è molto più di un semplice film. È un'epopea visiva, un affresco grandioso e frammentato della storia, della cultura e dello spirito di una nazione. La sua incompiutezza non deriva da un fallimento artistico, ma da una serie di sfortunate circostanze che videro il regista intrappolato tra le pressioni politiche del regime stalinista e gli intrighi finanziari di Hollywood. Il risultato è un'opera che esiste in molte versioni, ma mai in quella definitiva sognata dal suo creatore.
Dopo il trionfo dei suoi capolavori muti come Sciopero!, La corazzata Potëmkin e Ottobre, Ėjzenštejn era diventato una celebrità internazionale. Nel 1929 si recò negli Stati Uniti, su invito di Paramount Pictures, per studiare le nuove tecnologie del cinema sonoro. Il suo soggiorno a Hollywood fu un'esperienza travagliata, segnata da progetti mai realizzati a causa delle differenze creative.
È in questo contesto che conobbe l'autore e attivista politico Upton Sinclair. Sinclair e sua moglie, Mary Craig Kimbrough, ammiravano profondamente il lavoro di Ėjzenštejn e si offrirono di finanziare un progetto cinematografico in Messico, un paese che il regista sognava di esplorare per la sua ricca storia e le sue tradizioni. Il finanziamento, un ammontare iniziale di 25.000 dollari, venne raccolto tramite una società, la "Mexican Film Trust", creata appositamente dalla coppia. Ėjzenštejn accettò con entusiasmo, convinto di poter finalmente realizzare un'opera in piena libertà artistica, lontano dalle rigidità ideologiche del regime sovietico.
Arrivato in Messico nel 1931 insieme al suo collaboratore di lunga data, il cineoperatore Eduard Tisse, e al suo assistente Grigorij Aleksandrov, Ėjzenštejn si immerse completamente nella cultura locale. Per oltre un anno, la troupe viaggiò per il paese, filmando paesaggi, volti, rituali e tradizioni con un'attenzione quasi etnografica.
Il film, nelle intenzioni di Ėjzenštejn, non avrebbe avuto una trama lineare nel senso classico del termine. La sua ambizione era di creare un'epopea in sei parti, ciascuna un segmento a sé stante ma collegato alle altre da un filo conduttore tematico: il ciclo della vita, della morte e della rinascita del Messico. La struttura si articolava in un prologo, quattro episodi e un epilogo.
1. Prologo: "Sandunga" o "La Calavera" Questa sezione era concepita per introdurre il Messico antico, un mondo pre-colombiano di templi, divinità e civiltà millenarie. Le immagini avrebbero dovuto mostrare le imponenti rovine di Teotihuacán e Chichén Itzá, accompagnate da una musica e da un'atmosfera che evocassero un senso di sacralità e mistero. Questo prologo doveva stabilire il legame spirituale e storico tra il Messico moderno e le sue radici ancestrali.
2. Episodio I: "Sandunga" Questo segmento si concentrava sulla regione di Tehuantepec, famosa per il matriarcato e per la bellezza dei suoi costumi. La storia era quella di una giovane coppia innamorata e delle loro tradizioni nuziali, un'idilliaca celebrazione della vita rurale e dell'amore. Questo episodio doveva rappresentare l'anima gioiosa, sensuale e colorata del popolo messicano.
3. Episodio II: "Maguey" Il tono cambia radicalmente. Questo era l'episodio più drammatico e politico. Ambientato in un'hacienda rurale, raccontava la storia di Sebastian, un peon che cerca di sposare la sua amata, Maria. Il proprietario terriero, il patrón, si oppone e umilia Sebastian e i suoi compagni. L'episodio culmina in una sequenza brutale di violenza e vendetta, che simboleggia la lotta di classe e l'oppressione subita dai contadini. Questo segmento doveva rappresentare la tragedia e la crudeltà del Messico.
4. Episodio III: "Fiesta" Il focus si sposta sulla città e sulla cultura dell'aristocrazia. L'episodio era incentrato sulla tradizionale corrida, non solo come sport, ma come rituale, un confronto tra uomo e animale che rappresenta la passione, l'onore e la morte. Un toro, che simboleggiava il potere della terra, veniva affrontato in un'arena che simboleggiava la società. Questo segmento doveva catturare l'energia e la violenza della cultura messicana moderna.
5. Episodio IV: "Soldadera" Questo episodio, di cui furono girate poche riprese, era dedicato alle donne che combatterono a fianco degli uomini durante la Rivoluzione Messicana (1910-1920). Soldadera doveva rappresentare la forza, la resilienza e la lotta del popolo messicano per la libertà e la giustizia. Era la celebrazione della figura femminile come motore del cambiamento storico.
6. Epilogo: "Día de Muertos" L'epilogo avrebbe dovuto unire tutti i temi precedenti. Ėjzenštejn era affascinato dal Día de Muertos, la festa in cui i messicani celebrano la vita e la morte come due facce della stessa medaglia. L'epilogo doveva mostrare la gente che festeggiava nei cimiteri, con scheletri colorati (calaveras) e offerte. Era la sintesi filosofica dell'intero film, che dimostrava come la morte in Messico non fosse la fine, ma un passaggio, parte di un ciclo eterno.
La regia di Ėjzenštejn per ¡Que viva México! segnò un'evoluzione del suo stile. Sebbene il suo celebre "montaggio intellettuale" fosse ancora centrale, il regista si concentrò su una narrazione più lirica e visivamente poetica. Abbandonò la rigidità della messinscena per una più fluida e organica, cercando di catturare la spontaneità dei volti e la bellezza dei paesaggi.
La fotografia di Eduard Tisse è di una bellezza mozzafiato. Il suo lavoro in Messico è considerato tra i migliori della sua carriera. Tisse ha catturato la luce, i colori e le ombre del paese con una sensibilità straordinaria, creando immagini che sono pura arte. Le composizioni sono spesso geometriche, ma cariche di emozione, unendo la precisione del modernismo russo con la vitalità della cultura messicana. La sua camera si soffermava sui dettagli – mani che lavorano, volti scolpiti dal sole, i riflessi nell'acqua – trasformando ogni inquadratura in un dipinto.
Una delle decisioni più rivoluzionarie di Ėjzenštejn fu quella di utilizzare principalmente attori non professionisti. Gli interpreti erano gente del posto: contadini, artigiani, e membri delle comunità indigene. Questa scelta non era solo una questione di budget, ma un'esigenza artistica e ideologica. Il regista voleva che i volti dei personaggi raccontassero la storia, che l'autenticità delle loro espressioni superasse qualsiasi performance recitativa.
Il loro aspetto fisico, la loro postura, i loro vestiti tradizionali: ogni dettaglio contribuiva a creare un ritratto veritiero del popolo messicano. La loro recitazione, naturale e spontanea, dava al film un'impronta quasi documentaristica, un tratto distintivo che lo separava dai progetti hollywoodiani contemporanei.
La produzione di ¡Que viva México! fu segnata da una crescente tensione. Il principale problema era il budget. Ėjzenštejn, abituato ai tempi e ai metodi di lavoro sovietici, non si curava dei costi né delle scadenze. Sinclair e sua moglie, che avevano raccolto fondi da donatori privati, si preoccuparono sempre più per le spese incontrollate e i continui ritardi.
A complicare la situazione fu la politica. Stalin, che vedeva con sospetto le lunghe assenze di Ėjzenštejn e i suoi contatti occidentali, iniziò a chiedere a gran voce il suo ritorno in Unione Sovietica. Il film fu bollato come "troppo formale" e "non sovietico". Alla fine, di fronte al crescente isolamento politico e al deterioramento del rapporto con Sinclair, Ėjzenštejn fu costretto a lasciare il Messico nell'inizio del 1932, lasciando dietro di sé circa 50 chilometri di pellicola non montata.
La tragedia si consumò dopo la sua partenza. Upton Sinclair, frustrato e sotto pressione finanziaria, assunse l'iniziativa di montare il materiale da solo. Senza alcuna comprensione della visione di Ėjzenštejn, il risultato fu un disastro. Il metraggio fu spezzettato e venduto a vari produttori, dando vita a versioni non autorizzate e frammentarie come Thunder Over Mexico (1933) e Eisenstein in Mexico (1933).
Ėjzenštejn non vide mai più la sua pellicola originale. Il materiale fu venduto e passò di mano in mano, fino a quando, decenni dopo, fu recuperato e restituito all'Unione Sovietica.
Nel 1979, il regista Grigorij Aleksandrov, che aveva assistito Ėjzenštejn in Messico, realizzò una versione del film che rifletteva la struttura originale del suo maestro, intitolandola proprio ¡Que viva México!. Sebbene questa sia la versione più vicina alle intenzioni originali, il montaggio di Aleksandrov rimane un'interpretazione, non l'opera definitiva di Ėjzenštejn. Un'altra versione importante è stata realizzata da Jay Leyda, storico del cinema e allievo di Ėjzenštejn.
Nonostante non esista una versione "perfetta", la leggenda di ¡Que viva México! è sopravvissuta. Il suo impatto visivo è innegabile, e le sue singole sequenze, quando viste, rivelano il potenziale di quello che sarebbe potuto essere un capolavoro. Il film rimane una testimonianza del genio visionario di Ėjzenštejn e un simbolo della complessa interazione tra arte, politica e finanza che spesso segna il destino di un'opera d'arte.
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Scanners, è un film del 1981 scritto e diretto da David Cronenberg
Uscito nel 1981, Scanners è uno dei film più emblematici di David Cronenberg, una pellicola che ha cementato la sua reputazione come "maestro dell'horror corporeo" (body horror). Sebbene sia stato un successo al botteghino, è anche un film complesso che esplora temi cari al regista come la mutazione genetica, la paranoia, la tecnologia e l'evoluzione della coscienza umana in modo oscuro e affascinante.
La trama di Scanners si sviluppa come un thriller di spionaggio, ma con un tocco fantascientifico. La storia segue Cameron Vale (Stephen Lack), un uomo diseredato e mentalmente instabile che viene catturato da una società segreta, la ConSec (Concerted Security Industries). Il dottor Paul Ruth (Patrick McGoohan), a capo della divisione di ricerca, rivela a Vale che è uno “scanner”, un essere umano dotato di poteri telepatici e telecinetici in grado di leggere e manipolare le menti altrui.
Gli scanner sono una minaccia per la società, e la ConSec ha avviato un programma per trovarli e studiarli. Tuttavia, un altro scanner, il potentissimo e psicopatico Darryl Revok (Michael Ironside), ha radunato un gruppo di scanner ribelli con l'obiettivo di rovesciare il potere e instaurare un nuovo ordine mondiale. Il dottor Ruth arruola Vale con l'incarico di infiltrarsi nella rete di Revok e distruggerla dall'interno.
Nel suo percorso, Vale incontra Kim Obrist (Jennifer O'Neill), un'altra scanner che si unisce alla sua causa. La coppia si imbatte in una serie di rivelazioni sconvolgenti che svelano la verità sull'origine degli scanner e il vero piano del dottor Ruth. Il climax del film è una delle scene più iconiche e raccapriccianti del cinema horror: lo scontro finale tra Vale e Revok, una battaglia telepatica che culmina in una brutale e scioccante distruzione dei corpi.
La regia di David Cronenberg in Scanners è meticolosa e d'impatto. Nonostante una produzione difficile e frettolosa, il regista è riuscito a creare un'atmosfera di costante tensione e paranoia. L'uso di effetti speciali pratici, in particolare quelli realizzati da Dick Smith, è ciò che ha reso il film così memorabile. La scena della "testa che esplode" è diventata un'icona del cinema horror e dimostra la maestria di Cronenberg nel combinare la brutalità visiva con il dramma psicologico.
Il regista non si limita a mostrare il gore, ma lo utilizza per esplorare le conseguenze fisiche e psicologiche dei poteri degli scanner. La paura non deriva solo dalla violenza, ma anche dall'idea che la mente, l'ultimo baluardo della nostra identità, possa essere violata e distrutta dall'interno.
Il cast di Scanners è composto da attori che hanno saputo interpretare in modo convincente i loro ruoli.
Stephen Lack nel ruolo di Cameron Vale offre una performance sottile ma efficace, rendendo palpabile il tormento interiore e la confusione del suo personaggio. Il suo sguardo disorientato e la sua postura rassegnata lo rendono un protagonista vulnerabile e al tempo stesso potente.
Michael Ironside ruba la scena nel ruolo del cattivo, Darryl Revok. La sua interpretazione è magnetica e intimidatoria. Revok è un villain carismatico e brutale, un leader messianico che crede fermamente nella superiorità degli scanner. Ironside ha dato a Revok un'intensità quasi maniacale, creando un antagonista memorabile e terrificante.
Patrick McGoohan, nel ruolo del dottor Paul Ruth, incarna l'ambiguità morale della scienza. Il suo personaggio è un mentore per Vale, ma le sue motivazioni non sono sempre chiare, aggiungendo un ulteriore strato di suspense alla narrazione.
Jennifer O'Neill nel ruolo di Kim Obrist aggiunge un elemento di umanità e speranza alla storia, fungendo da bussola morale per Vale.
Effetti Speciali: Gli effetti speciali di Scanners, pur essendo stati realizzati con un budget limitato, sono un capolavoro di artigianato. La sequenza in cui la testa di un uomo esplode a causa dei poteri di Revok è stata creata con una testa di lattice imbottita di frattaglie e sangue finto, poi fatta esplodere con un fucile.
Temi Sci-Fi e Horror: Il film fonde con successo il genere sci-fi con l'horror, creando un mix unico che è diventato un marchio di fabbrica di Cronenberg. I temi della mutazione, del controllo mentale e dell'evoluzione umana sono esplorati in modo profondo e disturbante.
Musica: La colonna sonora di Howard Shore, un frequente collaboratore di Cronenberg, contribuisce a creare un'atmosfera cupa e claustrofobica, enfatizzando la tensione e la paranoia dei personaggi.
Legacy: Scanners ha generato diversi sequel (come Scanners II: The New Order e Scanners III: The Takeover) e uno spin-off (Scanner Cop), ma nessuno è riuscito a eguagliare la qualità e l'impatto dell'originale. Il film rimane un classico del genere e un punto di riferimento per il cinema sci-fi e horror.
In sintesi, Scanners è un film che va oltre il semplice intrattenimento di genere. È una profonda riflessione sulla natura della coscienza, sulla paranoia sociale e sulle conseguenze di un'evoluzione incontrollata. Con la sua trama avvincente, le performance memorabili e la regia distintiva di Cronenberg, il film rimane, a più di quarant'anni dalla sua uscita, una delle opere più significative del regista.
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"Ultima fermata Brooklyn" (titolo originale: Last Exit to Brooklyn) è un film del 1989 che ha segnato profondamente il cinema per la sua cruda e impietosa rappresentazione di una realtà sociale ai margini. Diretto dal regista tedesco Uli Edel, il film è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo-scandalo di Hubert Selby Jr., pubblicato nel 1964. Un'opera letteraria che, al momento della sua uscita, aveva scatenato un'accesa controversia per i suoi contenuti espliciti e la sua disillusa visione del "sogno americano", e che Edel è riuscito a trasporre con una forza visiva e narrativa di grande impatto.
Il film si svolge a Brooklyn, nei primi anni '50, durante un lungo e aspro sciopero dei lavoratori dei cantieri navali. L'evento sindacale fa da sfondo e da catalizzatore per una serie di storie interconnesse, che si intrecciano come fili di un tessuto lacerato, rivelando la disperazione, la violenza e la solitudine che abitano i quartieri operai.
Al centro del racconto ci sono diverse figure, ognuna delle quali lotta con i propri demoni personali. Una delle più toccanti è quella di Harry Black, interpretato da Stephen Lang, un sindacalista sposato che, sotto la pressione dello sciopero e dei suoi doveri, cede alla sua omosessualità repressa. La sua vicenda è un grido soffocato di dolore e liberazione, mentre si scontra con una società che non ha posto per chi è diverso. Harry, che si innamora di un giovane, si trova a confrontarsi con il rigido moralismo del suo tempo, un conflitto interiore che lo spinge verso l'autodistruzione.
Un'altra storia cruciale è quella di Tralalà, una giovane prostituta interpretata da una straordinaria Jennifer Jason Leigh. Tralalà è una figura tragica, un'anima persa che cerca disperatamente un barlume di amore e tenerezza in un mondo di brutalità. Si innamora ingenuamente di un giovane marinaio, un sentimento che la spinge a sognare una vita diversa, lontana dalle strade. Ma il suo sogno si infrange contro la dura realtà, culminando in una delle scene più agghiaccianti e disturbanti del film: lo stupro di gruppo. La performance della Leigh, per la sua intensità e vulnerabilità, rimane uno dei momenti più memorabili della sua carriera e le valse numerosi riconoscimenti.
Accanto a queste figure, ci sono i membri di una banda di delinquenti, guidata dal violento Vinnie (Peter Dobson), che si divertono a seminare il caos. Ci sono le donne che sopportano il peso di una vita di stenti, come Ella (Camille Saviola), la moglie di Harry, che cerca di mantenere la dignità in un matrimonio senza amore. E c'è Big Joe (Burt Young), un operaio che, per sfuggire alla miseria, decide di sposarsi con una donna che non ama, convinto che il matrimonio possa salvarlo. Tutti questi personaggi, sebbene in modi diversi, sono prigionieri del loro ambiente, delle loro frustrazioni e di un destino che sembra inesorabile.
La regia di Uli Edel è uno degli elementi di forza del film. Edel, già noto per il suo lavoro su "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino", dimostra una profonda sensibilità per le storie di emarginazione e degrado. Il suo stile è crudo, quasi documentaristico, e non si tira indietro di fronte alla violenza e alla volgarità. Le strade di Brooklyn, il fumo delle fabbriche, i bar malfamati e gli squallidi appartamenti diventano lo scenario di un dramma umano universale. Il regista riesce a catturare l'atmosfera opprimente e senza speranza dell'epoca, usando la fotografia di Stefan Czapsky per creare un'estetica grigia e sgranata che accentua il senso di decadenza.
Edel non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con un'onestà brutale. La macchina da presa si muove tra le vicende, mettendo in luce le loro debolezze e le loro (poche) virtù, senza mai ricorrere a facili sentimentalismi. La sua capacità di orchestrare un così vasto coro di voci disperate, mantenendo coerenza e intensità narrativa, è notevole. Il film è una sinfonia di brutalità e tenerezza, di rabbia e desiderio, un ritratto senza filtri di un'America lontana dai luccicanti stereotipi.
Il successo di "Ultima fermata Brooklyn" è dovuto in gran parte all'eccellente interpretazione del suo cast. Oltre alla già citata Jennifer Jason Leigh, che ha saputo infondere a Tralalà una commovente umanità dietro la sua facciata di cinismo, anche Stephen Lang offre una performance memorabile, cogliendo la disperazione e il conflitto interiore di un uomo che non riesce più a reprimere la sua vera natura.
Il cast di supporto è altrettanto efficace. Burt Young, nel ruolo di Big Joe, è un perfetto esempio del "piccolo uomo" schiacciato dalle circostanze, mentre Jerry Orbach, che interpreta Boyce, un mediatore sindacale, aggiunge un tocco di disillusa saggezza. Anche attori come Stephen Baldwin, Alexis Arquette e Sam Rockwell, in ruoli secondari, contribuiscono a rendere il mondo del film vivido e autentico.
La colonna sonora, curata da Mark Knopfler, ha suscitato pareri contrastanti. Se da un lato alcuni la considerano eccessivamente "rassicurante" rispetto al tono cupo del film, altri la trovano un contrappunto interessante che sottolinea la malinconia dei personaggi. In ogni caso, la musica di Knopfler contribuisce a creare un'atmosfera unica, tra melodie rock e blues che riflettono lo spirito del tempo.
All'uscita, il film ha ricevuto recensioni entusiastiche per la sua audacia e il suo realismo, ma ha anche suscitato polemiche per la sua violenza grafica, in particolare la scena dello stupro di Tralalà. Nonostante ciò, "Ultima fermata Brooklyn" è stato celebrato come un'opera di grande coraggio e onestà, un film che non ha paura di guardare in faccia le realtà più scomode. Ha ricevuto numerosi premi e nomination, tra cui il German Film Award per il Miglior Film.
In conclusione, "Ultima fermata Brooklyn" è un film potente e indimenticabile, un dramma sociale che, con la sua narrazione corale e il suo sguardo impietoso, offre un ritratto senza tempo della disperazione umana. La regia di Uli Edel, le interpretazioni straordinarie e la fedeltà all'opera letteraria originale lo rendono un capolavoro del cinema drammatico, un'opera che continua a scuotere e a far riflettere sulla fragilità della condizione umana e sulle conseguenze della miseria.
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Actor's and Sin è un film in due episodi del 1952 diretto da Ben Hecht e Lee Garmes
Titolo: Actor's and Sin (conosciuto anche come Actors and Sin o in italiano, a volte, come Dietro le quinte, sebbene non ci siano prove di una sua effettiva distribuzione con questo titolo). È noto anche con i titoli dei suoi due episodi: Actor's Blood e Woman of Sin.
Anno: 1952
Regia: Ben Hecht e Lee Garmes
Genere: Commedia, Drammatico, Antologico
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Durata: Circa 82 minuti
Sceneggiatura: Ben Hecht
Produzione: Ben Hecht (Sid Kuller Productions)
Musiche: George Antheil
Fotografia: Lee Garmes
Distribuzione: United Artists
Actor's and Sin è un film di particolare interesse per la sua genesi e per le figure che lo hanno creato. La regia è condivisa tra Ben Hecht e Lee Garmes.
Ben Hecht è una figura leggendaria di Hollywood, ma non per la regia. È considerato uno dei più grandi sceneggiatori di tutti i tempi, soprannominato "lo Shakespeare di Hollywood". Ha scritto le sceneggiature di capolavori come Scarface (1932), Ventesimo secolo (1934), Notorious - L'amante perduta (1946) di Alfred Hitchcock, e ha collaborato a classici come Via col vento (1939), per cui non fu accreditato. La sua carriera di regista è stata molto limitata e quasi sempre in collaborazione con altri, come in questo caso. Hecht era noto per la sua scrittura tagliente, cinica e disillusa, spesso critica nei confronti dell'industria dello spettacolo, tema che permea profondamente Actor's and Sin.
Lee Garmes è stato un celebre direttore della fotografia, vincitore di un Oscar per il suo lavoro in Marocco (1930) di Josef von Sternberg. Ha lavorato su centinaia di film, definendo lo stile visivo di molte produzioni dell'epoca d'oro di Hollywood. Il suo ruolo di co-regista in questo film è significativo, e la sua esperienza si riflette nella cura estetica delle riprese, nonostante il budget limitato. Garmes e Hecht avevano già collaborato in passato, e la loro partnership creativa si estende anche alla fotografia del film.
Il film è strutturato come un'antologia, diviso in due episodi autonomi, un formato poco comune per l'epoca, che riflette l'approccio sperimentale e a basso costo di Hecht. La pellicola è una satira pungente del mondo teatrale e cinematografico, mostrando il lato oscuro e disilluso del successo, della fama e della creatività.
Il film è composto da due storie distinte e indipendenti, che non sono correlate se non per il tema comune della critica all'ambiente dello spettacolo.
Primo Episodio: Actor's Blood
La storia si apre con la voce narrante che introduce una vicenda di tragedia e mistero nel mondo del teatro di Broadway. Il protagonista è Maurice Tillayou (interpretato da Edward G. Robinson), un anziano e stimato attore, ormai in declino. Sua figlia, Marcia Tillayou (interpretata da Marsha Hunt), è invece una stella nascente di grande successo.
Marcia, accecata dalla fama e dal successo, diventa una persona arrogante e difficile, inimicandosi chiunque: i critici, i produttori, gli amanti e persino il marito. Questa sua condotta le costa anche il favore del pubblico, e la sua carriera inizia a precipitare. Una mattina, il suo corpo viene trovato senza vita nel suo appartamento, apparentemente uccisa da due proiettili. La polizia e i giornali avviano un'indagine per omicidio.
La trama si sviluppa come un giallo, con il padre di Marcia che si erge a difensore della sua memoria e accusa il mondo dello spettacolo di averla "uccisa" moralmente. Il colpo di scena finale rivela una verità molto più complessa e tragica. Si scopre che Marcia si era suicidata a causa della disperazione per il suo fallimento professionale. Maurice, non sopportando l'idea che sua figlia, una "star", potesse morire come una fallita, ha messo in scena la scena del delitto, sparandole due proiettili nel cuore dopo la morte, per far credere che fosse stata assassinata e dare al suo addio un'uscita di scena degna di un'attrice di successo. La narrazione è un'amara riflessione sulla vanità, la crudeltà del successo e l'ossessione per l'immagine.
Secondo Episodio: Woman of Sin
Questa parte del film è una satira umoristica e surreale sull'avidità e la stupidità dell'industria cinematografica di Hollywood. Il protagonista è Orlando Higgens (interpretato da Eddie Albert), un agente letterario che cerca disperatamente un successo.
La sua grande occasione arriva quando una sua nuova cliente, la giovane Daisy Marcher (interpretata da Jenny Hecht, la figlia di Ben Hecht), gli invia un manoscritto per un libro dall'alto potenziale commerciale ma dai contenuti ritenuti "borderline pornografici". Nonostante i contenuti discutibili, il manoscritto attira l'attenzione di un potente produttore di Hollywood, Jerome "J.B." Cobb (interpretato da Alan Reed), il quale, pensando che l'autore sia un adulto e non una bambina, offre una cifra astronomica per i diritti cinematografici.
Higgens si trova in una situazione paradossale: deve vendere il libro senza rivelare che l'autrice è una bambina di nove anni. La storia è un'esilarante critica all'industria che non si preoccupa della qualità o della moralità, ma solo del potenziale di profitto, mostrando come il mondo del cinema sia pronto a vendere qualsiasi cosa, anche un libro scritto da una bambina, se si può fare un sacco di soldi.
Il cast è composto da nomi noti e talentuosi che contribuiscono a dare spessore ai personaggi, nonostante la natura a basso budget della produzione.
Edward G. Robinson: Nel ruolo di Maurice Tillayou. Robinson, un attore di enorme fama, noto per i suoi ruoli di gangster in film come Piccolo Cesare (1931), offre una performance toccante e intensa. La sua interpretazione di un attore in declino ossessionato dalla fama della figlia è il cuore emotivo del primo episodio.
Marsha Hunt: Nel ruolo di Marcia Tillayou. Hunt era un'attrice di Hollywood che, in quel periodo, era stata inserita nella "lista nera" a causa delle sue posizioni politiche, il che rende la sua partecipazione a un film di Hecht - che era anch'egli un critico dell'establishment - particolarmente significativa. La sua interpretazione di una diva arrogante ma tragica è molto efficace.
Eddie Albert: Nel ruolo di Orlando Higgens. Attore versatile, noto per ruoli comici e drammatici, Albert dà vita al suo personaggio con un misto di disperazione e furbizia, incarnando perfettamente l'agente letterario opportunista ma disgraziato.
Jenny Hecht: La figlia di Ben Hecht, che interpreta la piccola autrice Daisy Marcher. La sua presenza è un tocco ironico che sottolinea la satira del film.
Dan O'Herlihy e Ben Hecht: Fanno entrambi da narratori, un espediente stilistico che rafforza il tono da favola morale del film, in particolare nel primo episodio dove la voce fuori campo commenta gli eventi come una tragedia greca.
Actor's and Sin è un film audace per la sua epoca, che si discosta dalle convenzioni di Hollywood. La sua struttura a episodi, il tono cinico e la satira sociale lo rendono un'opera unica. La critica contemporanea non fu unanime: alcuni lo definirono "aria", mentre altri ne lodarono l'originalità. Diverse catene di cinema si rifiutarono di proiettarlo proprio perché lampava in maniera così diretta le industrie del teatro e del cinema, portando a una causa legale.
Nonostante non sia mai diventato un classico mainstream, il film rimane una testimonianza importante del talento di Ben Hecht come scrittore e della sua visione disincantata del mondo dello spettacolo. Il film non è solo una curiosità storica, ma un'opera che, a distanza di decenni, mantiene la sua forza come una critica acuta e senza compromessi alla vanità, all'avidità e alle illusioni che si celano dietro le luci della ribalta.
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Blue Eye Samurai, è una serie animata del 2023 creata e scritta da Michael Green e Amber Noizumi
Blue Eye Samurai è una serie animata per adulti del 2023, prodotta da Netflix, che ha rapidamente conquistato critica e pubblico grazie alla sua trama avvincente, al suo stile visivo mozzafiato e alla profondità dei suoi personaggi. Creata e scritta dalla coppia di coniugi Michael Green e Amber Noizumi, la serie è un'opera d'arte che unisce l'azione cruda e stilizzata del cinema di samurai con una narrazione introspettiva e drammatica.
Genesi e Ispirazione
L'idea alla base di Blue Eye Samurai è profondamente personale per i suoi creatori. Amber Noizumi e Michael Green hanno una figlia dagli occhi azzurri. L'ispirazione per la serie è nata dalla loro riflessione su come una persona con tratti occidentali potesse essere percepita in una società storicamente isolazionista come il Giappone del periodo Edo. La serie prende il titolo proprio dal soprannome che avevano dato alla loro bambina. La domanda centrale che ha guidato la creazione è stata: "Cosa sarebbe successo se nostra figlia, con i suoi occhi azzurri, fosse nata in Giappone nel XVII secolo, quando i confini erano chiusi agli stranieri?". La risposta è stata la figura di Mizu: una persona vista come un mostro, un'anomalia, un onryō (uno spirito vendicativo) a causa della sua identità mista.
La loro intenzione era quella di utilizzare l'animazione non come un genere, ma come un mezzo per raccontare una storia per adulti, complessa e visivamente ricca. Michael Green, noto per aver scritto sceneggiature per film come Logan - The Wolverine e Blade Runner 2049, e Amber Noizumi hanno lavorato per anni per dare vita a questo progetto, curando ogni dettaglio, dalla sceneggiatura alla direzione artistica. La serie è stata prodotta in collaborazione con lo studio di animazione francese Blue Spirit, e la supervisione della regia è stata affidata a Jane Wu.
Trama
La serie è ambientata nel Giappone del periodo Edo (XVII secolo), un'epoca di relativa pace ma anche di rigido isolamento, imposto dallo Shogunato Tokugawa, che proibiva quasi completamente i contatti con l'esterno. La protagonista, Mizu (doppiata da Maya Erskine nella versione originale), è una maestra di spada hapa, ovvero di etnia mista, nata da una madre giapponese e da uno dei quattro uomini bianchi che illegalmente si trovavano in Giappone in quel periodo. A causa dei suoi occhi azzurri, un tratto che la rende immediatamente riconoscibile come "straniera" e la condanna all'emarginazione e all'odio, Mizu vive la sua vita in segreto, nascondendo il suo genere e la sua identità per poter viaggiare liberamente.
Ossessionata dalla vendetta, Mizu ha un unico obiettivo: trovare e uccidere i quattro uomini che potrebbero essere suo padre, per eliminare la fonte del suo dolore e della sua vergogna. Lungo il suo cammino di sangue, il suo destino si intreccia con quello di altri personaggi memorabili:
Ringo (doppiato da Masi Oka): un cuoco ottimista e senza mani che idolatra Mizu e la segue nel suo viaggio, offrendo una spalla e un'inaspettata fonte di lealtà e umorismo.
Taigen (doppiato da Darren Barnet): un arrogante ma talentuoso samurai, rivale di Mizu, con cui sviluppa un rapporto complesso e conflittuale.
Akemi (doppiata da Brenda Song): una principessa di alto rango che, insoddisfatta delle limitazioni imposte alle donne del suo tempo, cerca di forgiare il proprio destino.
La narrazione è un'avventura on the road che mescola combattimenti spettacolari, momenti di profonda introspezione e un'esplorazione cruda e senza filtri di temi complessi come la razza, il genere, l'identità, il potere e la vendetta. Il viaggio di Mizu è una metafora della sua ricerca di completezza e accettazione di sé in un mondo che la respinge.
Regia e Stile Visivo
La regia di Jane Wu e la direzione artistica di Kevin R. Adams e Robert Valley sono elementi cruciali che hanno reso Blue Eye Samurai un capolavoro visivo. La serie adotta un ibrido innovativo di animazione 2D e 3D, un approccio che ricorda quello di Arcane, ma con una sua identità unica. Le figure dei personaggi sono create in 3D, ma la loro animazione e le texture sono lavorate in modo tale da sembrare dipinte a mano, con una pennellata visibile che conferisce un'estetica pittorica e quasi impressionista. Questo stile ibrido permette scene di combattimento di una fluidità e di un realismo mozzafiato, pur mantenendo il fascino e la profondità di un'opera d'arte tradizionale.
La fotografia, curata con attenzione maniacale, evoca il cinema di Akira Kurosawa e l'estetica dei film di Quentin Tarantino (in particolare Kill Bill), soprattutto nell'uso coreografico della violenza e nell'esplosione di sangue. Le sequenze d'azione sono brutali, veloci e incredibilmente dinamiche, ma anche coreograficamente eleganti, trasformando ogni scontro in un balletto mortale.
La cura per i dettagli storici e culturali è un altro punto di forza. Sebbene la storia sia finzionale, l'ambientazione nel Giappone del periodo Edo è ricreata con un realismo impressionante, dai costumi alle architetture, fino agli oggetti di uso quotidiano. Questo approccio meticoloso alla verosimiglianza storica si sposa perfettamente con la fantasia della trama, creando un mondo credibile e immersivo.
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I cancelli del cielo (Heaven's Gate), è un film del 1980 diretto da Michael Cimino.
I cancelli del cielo (Heaven's Gate), film del 1980 diretto da Michael Cimino, non è soltanto un film, ma un capitolo fondamentale, e tragico, della storia del cinema. È il simbolo per antonomasia del fallimento produttivo e commerciale, il film che distrusse una delle più importanti case di produzione di Hollywood, la United Artists, e che segnò per sempre la carriera del suo regista, all'epoca reduce dal trionfo de Il cacciatore. Eppure, a distanza di decenni, l'opera ha conosciuto una radicale rivalutazione critica, venendo riconosciuta da molti come un capolavoro imperfetto, un affresco epico e dolente di un'America spietata e tradita.
Il film si apre nel 1870, ad Harvard. Due giovani, James Averill (Kris Kristofferson) e Billy Irvine (John Hurt), si laureano, celebrando la fine della loro giovinezza con un'ultima, grandiosa festa. La sequenza iniziale è un tripudio di energia e speranza, un ritratto di una generazione destinata a plasmare il futuro del paese.
La narrazione compie un salto di vent'anni, catapultandoci nel 1890, nella contea di Johnson, Wyoming. Il sogno americano si è infranto in un incubo di violenza e ingiustizia. James Averill, ora sceriffo di una contea di frontiera, si trova al centro di un feroce conflitto: la Johnson County War. Da un lato ci sono i ricchi allevatori, riuniti nella Wyoming Stock Growers Association, che considerano gli immigrati europei, soprattutto russi e dell'Europa orientale, "ladri" e "anarchici" che rubano il bestiame. Dall'altro, ci sono proprio questi immigrati, che cercano di ritagliarsi un futuro coltivando piccole porzioni di terra.
Averill, uomo di legge e di ideali, cerca di difendere i diritti dei coloni, mentre il suo vecchio amico Billy Irvine è diventato l'avvocato degli allevatori, schierandosi dalla parte del potere. A complicare ulteriormente la situazione è la relazione di Averill con Ella Watson (Isabelle Huppert), una prostituta e proprietaria di un saloon, amata anche da Nathan D. Champion (Christopher Walken), un sicario al servizio degli allevatori. La tensione sentimentale tra i tre si intreccia con il conflitto sociale, creando un dramma shakespeariano che si consuma in un contesto di violenza brutale.
Gli allevatori, con l'approvazione del governatore del Wyoming, compilano una "lista della morte" di 125 immigrati da eliminare. Averill, pur conscio del pericolo, tenta di organizzare la resistenza degli immigrati, ma il suo sforzo è disperato. Lo scontro finale è una battaglia campale e straziante, in cui la comunità, sebbene con qualche successo iniziale, viene brutalmente sopraffatta dall'esercito privato degli allevatori, supportato dall'intervento della cavalleria americana. La sequenza del massacro è un'epopea di orrore e disperazione, un'immagine devastante di come il sogno della Frontiera sia stato soffocato dal sangue e dall'avidità.
Il film si conclude con un epilogo amaro, in cui Averill, ormai vecchio e sconfitto, naviga su uno yacht, solo e disilluso, riflettendo sulla perdita di tutto ciò in cui aveva creduto.
Reduce dal successo planetario de Il cacciatore, Michael Cimino aveva ottenuto carta bianca dalla United Artists. Il budget, inizialmente previsto in 11,5 milioni di dollari, lievitò a oltre 44 milioni (una cifra stratosferica per l'epoca), e il periodo di riprese, stimato in 50 giorni, si protrasse per ben 310 giorni.
La regia di Cimino in I cancelli del cielo è caratterizzata da una meticolosa ossessione per il dettaglio. Per le scene, come quella del ballo nel saloon o della battaglia finale, furono impiegate centinaia di comparse, e vennero ricostruiti interi villaggi e sezioni di città con una fedeltà storica maniacale. Cimino insisteva per girare infinite riprese della stessa scena, spingendo il cast e la troupe allo stremo. La sua visione era quella di creare un'opera d'arte totale, un "affresco vivente" che catturasse l'essenza di un'epoca.
Lo stile visivo del film, curato dal direttore della fotografia Vilmos Zsigmond, è di una bellezza mozzafiato. I paesaggi del Wyoming sono fotografati con una luce dorata e polverosa, trasformando il dramma in un'opera pittorica. Le lunghe e complesse scene di massa, come la sequenza iniziale ad Harvard o la battaglia finale, sono girate con una coreografia e un senso del movimento che ricordano i grandi film epici di David Lean o Sergei Bondarchuk.
Tuttavia, questa stessa maniacalità fu la causa del disastro. I ritardi, le sfide al budget e il controllo totale che Cimino esercitava sul set misero a dura prova lo studio e i suoi finanziatori, creando una tensione che culminò nella catastrofe finale.
I cancelli del cielo vanta un cast stellare che, all'epoca, era uno dei più prestigiosi mai riuniti per un western.
Kris Kristofferson nel ruolo di James Averill incarna perfettamente l'idealismo stanco e la malinconia del protagonista. La sua performance è un ritratto sobrio e potente di un uomo che assiste, impotente, alla corruzione del suo paese.
Isabelle Huppert, nel suo primo ruolo in un film americano, è una presenza magnetica. Il suo personaggio, Ella, è l'incarnazione della resilienza e della dignità in un mondo di sopraffazione. La sua chimica con Kristofferson e Walken è uno dei punti di forza emotivi del film.
Christopher Walken interpreta Nathan D. Champion con la sua consueta intensità e ambiguità, trasformando un personaggio secondario in una figura tragica e affascinante.
John Hurt, nel ruolo di Billy Irvine, è il volto della disillusione, il vecchio amico di Averill che ha scelto il compromesso e la corruzione.
Il film include anche un nutrito cast di attori di supporto, tra cui Jeff Bridges, Sam Waterston, Mickey Rourke e Joseph Cotten, che contribuiscono a creare un affresco umano ricco e credibile.
Quando I cancelli del cielo fu presentato in anteprima a New York nel novembre 1980, la reazione fu unanime e impietosa. La critica lo stroncò senza mezzi termini, definendolo "un disastro inqualificabile" e "indigeribile". La versione originale, che durava circa tre ore e quaranta minuti, fu giudicata eccessivamente lunga e noiosa. Di fronte a queste reazioni, la United Artists ritirò il film dopo una settimana dalla sua uscita, per rimetterlo in sala in una versione drasticamente ridotta a due ore e mezza. Questa versione, mutilata e priva di senso, fu un flop clamoroso, incassando solo 3 milioni di dollari a fronte di un costo di 44.
Il fallimento di I cancelli del cielo ebbe conseguenze catastrofiche. La United Artists, un pilastro dell'industria cinematografica fondato da Charlie Chaplin, D. W. Griffith, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, fallì e fu venduta alla MGM. L'era della New Hollywood, che aveva dato ai registi una libertà creativa senza precedenti, si concluse bruscamente. Le major cinematografiche tornarono a controllare in modo ferreo la produzione, prediligendo i blockbuster sicuri e i franchising a discapito dei progetti autoriali e rischiosi. La carriera di Michael Cimino, che un tempo sembrava destinata a rivaleggiare con quella di Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, fu distrutta.
Tuttavia, nel corso degli anni, il film è stato rivalutato. La sua versione "director's cut" di tre ore e quaranta, riproposta in festival e per l'home video, ha permesso a un nuovo pubblico di apprezzare l'opera nella sua integrità. Critici e storici del cinema hanno riconosciuto il film come un'opera di una bellezza e di una profondità inusuali, un western atipico che decostruisce il mito della Frontiera, mostrando il lato oscuro della nascita di una nazione.
I cancelli del cielo rimane una testimonianza del potere e dei pericoli della visione autoriale. È un film che, pur nella sua drammatica storia produttiva, ha lasciato un segno indelebile nel cinema, insegnando una lezione amara ma importante sui limiti della creatività e del controllo.
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Babygirl è un film del 2024 diretto da Halina Reijn.
Babygirl è un film del 2024 che ha fatto molto parlare di sé, e non senza ragione. Diretto da Halina Reijn, il film è un thriller psicologico ed erotico che esplora le dinamiche di potere, il desiderio proibito e la solitudine esistenziale, avvolgendo lo spettatore in un'atmosfera tesa e inebriante. La pellicola si distingue per la sua capacità di farci riflettere su temi complessi senza mai sacrificare l'intensità del racconto. Reijn, che aveva già dato prova del suo talento con Bodies Bodies Bodies, si conferma una regista audace e capace di sondare gli abissi della psiche umana con uno sguardo acuto e senza compromessi.
Il film ruota attorno a Lena, una donna apparentemente fragile e annoiata, interpretata da una magistrale Nicole Kidman. La sua vita, svuotata di passione e significato, è scandita dalla routine e dal lusso freddo e impersonale della sua casa. Suo marito, Jacob, interpretato da Antonio Banderas, è un uomo d'affari di successo, spesso assente e distaccato. La loro relazione è un guscio vuoto, privo di intimità e connessione emotiva. In questo contesto di solitudine e insoddisfazione, entra in scena Samuel, il giovane e affascinante stagista di Jacob, interpretato da Harris Dickinson.
L'arrivo di Samuel nella vita di Lena è come una scintilla che riaccende il fuoco sopito del desiderio. L'iniziale innocenza della loro interazione si trasforma rapidamente in una dinamica di seduzione sempre più pericolosa. La tensione erotica tra i due è palpabile, costruita su sguardi fugaci, sussurri complici e una costante lotta di potere. Ciò che rende la loro relazione così avvincente è l'ambiguità che la permea: è Lena a sedurre il giovane stagista o è Samuel a manipolare una donna vulnerabile?
La regia di Reijn mantiene costantemente in bilico lo spettatore, suggerendo che le motivazioni dei personaggi non sono mai chiare. Samuel, con la sua bellezza androgina e il suo atteggiamento enigmatico, sembra incarnare sia l'innocenza che la perversione. Lena, d'altro canto, è un personaggio sfaccettato e complesso: desiderosa di attenzione, stanca della sua vita, ma anche disposta a spingersi oltre ogni limite per riscoprire se stessa. La loro relazione è un gioco psicologico, un "cat and mouse" in cui i ruoli si invertono di continuo.
Man mano che la storia progredisce, il thriller si fa sempre più intenso. La passione proibita tra Lena e Samuel si scontra con la realtà, portando a conseguenze inaspettate e devastanti. Il film esplora la fragilità delle relazioni umane e le conseguenze morali ed emotive che derivano dalla ricerca di una felicità effimera. La tensione non deriva solo dall'atto fisico del tradimento, ma soprattutto dal rischio di essere scoperti e dalle conseguenze che tale scoperta potrebbe avere sulle vite di tutti i personaggi coinvolti.
Halina Reijn si conferma una regista con una visione ben definita e un'estetica potente. La sua direzione in Babygirl è caratterizzata da un'atmosfera claustrofobica e tesa, che riflette perfettamente la prigione emotiva in cui si trova la protagonista. L'uso sapiente della luce e delle ombre, unito a una colonna sonora avvolgente, crea un'ambientazione sensuale e inquietante.
Reijn non ha paura di indugiare su primi piani intensi, catturando ogni sfumatura di emozione sui volti dei suoi attori. Questo stile registico "intimo" ci permette di entrare in sintonia con i tormenti interiori dei personaggi, rendendoli più umani e complessi. Il suo approccio alla narrazione è minimalista ma efficace, concentrandosi più sulla psicologia dei personaggi che sulla complessità degli eventi. La regista dimostra una profonda comprensione delle dinamiche umane e delle sfumature della seduzione, trasformando un tema apparentemente semplice in un'esplorazione profonda della psiche.
Il successo di Babygirl è in gran parte dovuto alle straordinarie performance del suo cast.
Nicole Kidman, nel ruolo di Lena, offre una delle sue interpretazioni più memorabili degli ultimi anni. Riesce a rendere il suo personaggio vulnerabile e forte allo stesso tempo, intrappolato in un'esistenza dorata ma vuota. La sua performance è un mix di fragilità, desiderio e disperazione, che ci permette di empatizzare con il suo tormento interiore. La sua capacità di comunicare complesse emozioni con un solo sguardo è un vero e proprio tour de force recitativo.
Harris Dickinson, nel ruolo di Samuel, è la rivelazione del film. L'attore britannico riesce a essere al contempo seducente e minaccioso, innocente e calcolatore. Il suo personaggio è un enigma affascinante e la sua performance è un equilibrio perfetto tra vulnerabilità e ambiguità. La sua chimica con Nicole Kidman è il motore trainante del film, e la loro dinamica è credibile e avvincente.
Antonio Banderas, pur avendo un ruolo più limitato, è perfetto nel ruolo di Jacob. Riesce a trasmettere la distanza emotiva del suo personaggio con una sottile ma efficace performance, rendendo credibile la solitudine di Lena.
Babygirl non è solo un film sulla passione proibita. Al suo interno, si nascondono temi profondi e attuali. Uno dei più evidenti è la solitudine che affligge anche chi apparentemente ha tutto. Lena, con la sua ricchezza e la sua posizione sociale, è profondamente sola, e il suo desiderio di connessione la spinge a compiere azioni disperate.
Il film esplora anche il tema del potere e delle sue dinamiche. La relazione tra Lena e Samuel non è mai paritaria. Inizialmente, Lena detiene il potere, ma man mano che la loro relazione si intensifica, il potere passa di mano in mano, creando un'instabilità che mantiene alta la tensione. Questo gioco di potere si riflette anche nella relazione tra Lena e suo marito, un rapporto basato sulla convenzione e sulla distanza emotiva piuttosto che sulla parità.
Infine, il titolo stesso, Babygirl, è un simbolo. Potrebbe riferirsi al nomignolo che Samuel usa per Lena, ma è anche una metafora della condizione di Lena stessa: una donna adulta che cerca di riconquistare una parte di sé che sente di aver perso, una sorta di "bambina" che cerca di ribellarsi alla sua vita di lusso e gabbia dorata.
In sintesi, Babygirl è un film che va oltre il semplice thriller erotico. Grazie alla regia elegante e audace di Halina Reijn e alle performance eccezionali del suo cast, il film si eleva a un'analisi psicologica complessa e avvincente delle relazioni umane, del desiderio e della solitudine. Con la sua atmosfera tesa e le sue dinamiche ambigue, Babygirl riesce a catturare l'attenzione dello spettatore e a lasciarlo con interrogativi che persistono a lungo dopo i titoli di coda. È un film che merita di essere visto, non solo per il suo cast stellare, ma anche per la sua capacità di sondare i lati più oscuri e affascinanti della nostra psiche.
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The times of Harvey Milk, 1984 diretto da Rob Epstein
Il documentario The Times of Harvey Milk, diretto da Rob Epstein e uscito nel 1984, non è semplicemente un'opera cinematografica, ma un documento storico di fondamentale importanza. Racconta la straordinaria e tragica storia di Harvey Milk, il primo uomo apertamente gay a essere eletto a una carica pubblica in California, e l'impatto indelebile che la sua vita e la sua morte ebbero sul movimento per i diritti LGBTQ+. Il film, vincitore dell'Oscar al miglior documentario, ha il merito di aver portato la figura di Milk e le sue lotte all'attenzione di un pubblico più vasto, trasformandolo da eroe locale a icona globale.
Il documentario inizia con un momento di grande impatto emotivo: l'annuncio in lacrime, da parte del sindaco facente funzioni Dianne Feinstein, dell'assassinio di Milk e del sindaco George Moscone. Da qui, la narrazione si sposta a ritroso per ricostruire la vita di Milk, un uomo che ha incarnato la speranza e il cambiamento. Attraverso un sapiente mix di filmati d'archivio, interviste a amici, collaboratori e oppositori, e la toccante narrazione di Harvey Fierstein, il film ci guida attraverso le tappe più significative della sua parabola politica e personale.
La storia di Harvey Milk è quella di un uomo che, arrivato a San Francisco nel 1972, decise di trasformare un'esistenza disimpegnata in un'azione politica radicale. Aprì un negozio di fotografia nel quartiere Castro, che stava diventando il cuore pulsante della comunità gay della città, e da lì iniziò la sua ascesa. Le sue prime campagne elettorali furono fallimentari, ma la sua perseveranza e il suo carisma lo resero un punto di riferimento per la comunità, che lo soprannominò "sindaco di Castro Street". La sua battaglia non era solo per i diritti dei gay, ma per tutte le minoranze: lavoratori, anziani, e altre comunità emarginate. Questo approccio inclusivo gli permise di costruire una coalizione politica trasversale, portandolo finalmente alla vittoria nel 1977, quando fu eletto al San Francisco Board of Supervisors.
Il documentario illustra le sue lotte politiche, come la battaglia contro la Proposition 6, un'iniziativa che mirava a vietare l'assunzione di insegnanti gay nelle scuole della California. Il suo impegno e la sua oratoria infuocata furono determinanti per la sconfitta della proposta. La sua voce divenne un faro di speranza, e il film cattura perfettamente il suo messaggio di "hope", che invitava le persone a non arrendersi.
La narrazione culmina con il tragico epilogo: l'assassinio di Milk e del sindaco Moscone per mano di Dan White, un ex collega del consiglio comunale. La pellicola non si ferma all'omicidio, ma analizza anche le conseguenze che ne seguirono, inclusa la sentenza scandalosa che condannò White a una pena lieve per omicidio colposo, scatenando la cosiddetta "White Night Riot", una sommossa che dimostrò la rabbia e la frustrazione della comunità.
Il regista Rob Epstein ha adottato un approccio che oggi definiremmo "tradizionale" per i documentari storici, ma che all'epoca era innovativo per la sua audacia e la sua sensibilità. Invece di limitarsi a una cronologia secca, Epstein ha costruito un racconto emotivamente coinvolgente, basato sulla forza delle testimonianze dirette e sulla potenza delle immagini d'archivio.
L'uso del materiale di repertorio è il cuore pulsante del film. I filmati delle campagne di Milk, i discorsi che tenne, le manifestazioni, sono integrati con interviste a persone che lo conobbero, come la sua assistente Anne Kronenberg e altri attivisti. Questa combinazione crea un senso di immediatezza e autenticità, permettendo allo spettatore di percepire il clima politico e sociale della San Francisco di quegli anni.
La scelta del narratore, Harvey Fierstein, con la sua voce profonda e inconfondibile, aggiunge un ulteriore livello di intimità e passione. La sua narrazione non è un semplice commento, ma una testimonianza sentita e partecipe, che riflette l'importanza di Milk per la comunità gay.
Epstein e il suo team hanno saputo creare un'opera che, pur trattando una storia dolorosa, trasmette un messaggio di speranza e di resilienza. Il film non si concentra solo sulla tragedia, ma celebra la vita, l'attivismo e l'eredità di un uomo che ha dedicato la sua esistenza a un ideale di giustizia e uguaglianza.
Al centro del film c'è ovviamente la figura di Harvey Milk. Il documentario lo dipinge come un personaggio complesso: carismatico e tenace, ma anche umano e imperfetto. Viene mostrato non solo come l'attivista instancabile, ma anche come l'uomo con una visione, capace di ispirare e mobilitare le persone. Le testimonianze dei suoi amici e colleghi ci restituiscono un ritratto sfaccettato e profondo, ben lontano dalla semplice icona.
Altri personaggi chiave emergono dalle interviste e dai filmati d'archivio, come il sindaco George Moscone, un alleato di Milk che condivise il suo tragico destino, e Dan White, l'assassino, la cui figura è analizzata in modo da far emergere l'omofobia e la disperazione che lo portarono a compiere l'atto. Le testimonianze dei suoi sostenitori e le registrazioni del processo offrono uno spaccato inquietante delle tensioni sociali e politiche dell'epoca.
Quando uscì nel 1984, The Times of Harvey Milk fu un successo sia di critica che di pubblico. Non solo vinse l'Oscar, ma ottenne anche il Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival. Il suo impatto fu enorme, non solo per aver fatto conoscere Milk a un pubblico globale, ma anche per aver aperto la strada a una nuova generazione di documentari a tema LGBTQ+.
La pellicola divenne un punto di riferimento per l'attivismo, ispirando molte persone a lottare per i propri diritti e a non tacere di fronte all'ingiustizia. Ancora oggi, a distanza di decenni, il film è considerato un'opera fondamentale per la comprensione della storia del movimento per i diritti civili in America e dell'importanza di figure come Harvey Milk. La sua influenza è stata tale che anche il film del 2008 Milk, diretto da Gus Van Sant e interpretato da Sean Penn, si è avvalso di questo documentario come fonte principale per la sua ricostruzione storica.
The Times of Harvey Milk è un'opera senza tempo, che ci ricorda che la lotta per i diritti umani è un processo continuo e che la voce di una sola persona, per quanto breve, può risuonare per sempre nella storia.
mubi
Amsterdam è un film del 2022 scritto e diretto da David O. Russell
"Amsterdam" è un film del 2022 scritto, diretto e prodotto da David O. Russell, un regista noto per il suo stile eclettico e per la sua capacità di dirigere cast corali di alto livello, come dimostrato in film di successo come The Fighter, Il lato positivo e American Hustle. Presentato come un "romanzo d'amore, mistero e crimine," Amsterdam è un'opera ambiziosa che mescola finzione e fatti storici, creando una narrazione complessa e a tratti surreale. La pellicola, distribuita dalla 20th Century Studios, ha un cast stellare che include Christian Bale, Margot Robbie, John David Washington, Rami Malek, Chris Rock, Anya Taylor-Joy, Zoe Saldaña, Mike Myers, Michael Shannon, Timothy Olyphant, Taylor Swift, con Andrea Riseborough, Matthias Schoenaerts, Alessandro Nivola, e Robert De Niro.
La Regia e lo Stile di David O. Russell
David O. Russell è un regista che ha costruito la sua carriera su personaggi eccentrici e su trame intricate che si muovono al confine tra dramma, commedia e crime. In Amsterdam, il suo stile distintivo è immediatamente riconoscibile. La regia è dinamica, con una fotografia curata che evoca un'atmosfera retrò, in linea con l'ambientazione degli anni '30. Russell si affida a un montaggio serrato e a dialoghi vivaci e spesso improvvisati, che danno al film un'energia frenetica. Tuttavia, la sua tendenza a riempire la scena con troppi elementi e troppi personaggi ha portato alcuni critici a definire il film caotico e disorganizzato. L'ambizione di Russell di creare un'opera ricca di spunti e personaggi memorabili rischia a volte di perdersi in un labirinto narrativo che fatica a trovare un centro. Nonostante ciò, il suo approccio autoriale è indubbiamente audace e la sua direzione degli attori è, come sempre, uno dei punti di forza del film. Bale, Robbie e Washington sono lasciati liberi di esplorare i loro personaggi, offrendo performance eccentriche e piene di sfumature.
La Trama: Un Mistero tra Fatti e Finzione
Il film è ambientato negli anni '30 e segue le vicende di tre amici: il dottor Burt Berendsen (Christian Bale), un veterano di guerra che si è ridotto a curare i soldati sfigurati; l'infermiera Valerie Voze (Margot Robbie), una donna brillante e dalla personalità artistica che crea opere d'arte con i proiettili; e l'avvocato Harold Woodman (John David Washington), un veterano afroamericano costretto a confrontarsi con il razzismo dell'epoca. Il loro legame nasce a Parigi, dove Burt si reca per curare le sue ferite di guerra. Lì, i tre vivono un periodo spensierato e bohème, giurando di restare amici per sempre.
Anni dopo, a New York, le loro vite si intrecciano di nuovo quando vengono coinvolti in un misterioso omicidio. I tre si ritrovano al centro di un complotto che li vede come principali sospettati. L'indagine li conduce attraverso i vari strati della società americana, dai bassifondi di New York ai salotti dell'élite, rivelando una cospirazione politica di vasta portata. I personaggi si imbattono in figure ambigue e bizzarre, tra cui il generale Gil Dillenbeck (Robert De Niro), un eroe di guerra che li aiuta a scoprire la verità, e Tom Voze (Rami Malek), il fratello di Valerie, un uomo d'affari sospetto e scaltro. La trama si ispira liberamente al cosiddetto "Business Plot," una cospirazione politica realmente accaduta negli anni '30, che aveva come obiettivo rovesciare il presidente Franklin D. Roosevelt e instaurare un governo di stampo fascista negli Stati Uniti. Il film utilizza questo fatto storico come base per la sua storia di finzione, ma la narrazione si spinge oltre, esplorando temi di amicizia, arte, amore e ingiustizia sociale.
Il Cast Stregato
Uno dei principali punti di forza di Amsterdam è il suo cast stellare. La performance di Christian Bale è, come spesso accade, il fulcro del film. Il suo personaggio, il dottor Burt Berendsen, è un uomo buono e onesto, ma segnato dalla guerra, con un occhio di vetro e una spina dorsale malformata. Bale ha un'incredibile capacità di trasformarsi fisicamente e psicologicamente, e qui offre una performance di grande spessore, portando il film sulle sue spalle con il suo carisma e la sua comicità. Margot Robbie, nel ruolo di Valerie Voze, è magnetica e affascinante. Il suo personaggio è un'artista folle e imprevedibile che rompe con le convenzioni dell'epoca, e Robbie lo interpreta con un mix di fragilità e determinazione. Anche John David Washington, nei panni di Harold Woodman, offre una performance solida, rappresentando la voce della coscienza in un mondo dominato dal razzismo e dalla corruzione.
Il cast di supporto è ugualmente impressionante. Robert De Niro, nel ruolo del generale Dillenbeck, è una presenza imponente e carismatica. Rami Malek e Anya Taylor-Joy offrono interpretazioni memorabili nei ruoli di due fratelli dell'alta società, un duo ambiguo che aggiunge un elemento di mistero alla trama. La breve ma incisiva apparizione di Taylor Swift nei panni della figlia di un defunto generale contribuisce a dare al film un'ulteriore risonanza mediatica. Anche Chris Rock e Zoe Saldaña, pur con ruoli più piccoli, lasciano il segno con le loro performance.
Amsterdam ha avuto una ricezione mista da parte della critica e del pubblico. Il film è stato elogiato per la sua ambizione, per le performance del cast e per la cura dei dettagli nella ricostruzione dell'epoca. La colonna sonora e la fotografia sono state ampiamente apprezzate, così come l'uso del bianco e nero per alcune scene che evocano i cinegiornali degli anni '30. Tuttavia, il film è stato anche criticato per la sua trama eccessivamente complessa e per il tono narrativo disarticolato. La tendenza di Russell a inserire troppi elementi e a far divagare la storia ha reso il film confuso per alcuni spettatori, che hanno faticato a seguire il filo della narrazione. Il film non ha avuto un grande successo al botteghino, non riuscendo a coprire i costi di produzione, e si è rivelato una delusione commerciale per la 20th Century Studios.
In conclusione, Amsterdam è un film che, nonostante i suoi difetti, rimane un'opera affascinante e audace. È un film che non ha paura di rischiare, mescolando generi e stili, e che offre al pubblico un'esperienza cinematografica unica. Nonostante la sua accoglienza mista, il film ha la capacità di affascinare grazie al suo cast eccezionale e alla sua estetica curata. È un'opera che, per certi versi, è molto in linea con l'identità di David O. Russell come regista: un'opera imperfetta ma piena di vita, audace e profondamente personale.
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Il club dei delitti del giovedì (The Thursday Murder Club) è un film del 2025 diretto da Chris Columbus.
Il club dei delitti del giovedì (The Thursday Murder Club) è un film del 2025 diretto dal celebre regista Chris Columbus, adattamento cinematografico dell'omonimo best-seller mondiale di Richard Osman. Atteso con grande curiosità da milioni di lettori in tutto il mondo, il film porta sul grande schermo una delle storie di mistero più amate degli ultimi anni, caratterizzata da un mix irresistibile di umorismo britannico, personaggi eccentrici e una trama avvincente. Con un cast di leggende del cinema, il progetto è stato affidato alla sapiente mano di un regista noto per la sua capacità di creare mondi affascinanti e personaggi indimenticabili.
Il film ci trasporta a Cooper’s Chase, un'idilliaca e apparentemente tranquilla comunità di pensionati immersa nel verde del Kent, in Inghilterra. A dispetto della quiete apparente, un gruppo di residenti, con un passato molto meno tranquillo di quanto si possa immaginare, si riunisce ogni giovedì per discutere e cercare di risolvere vecchi casi di omicidio irrisolti. Sono loro “Il club dei delitti del giovedì”.
Il gruppo è composto da quattro figure straordinarie:
Elizabeth, un'ex spia dal passato enigmatico e dalla mente affilata come un rasoio, che funge da leader de facto del club.
Joyce, un'ex infermiera dalla personalità apparentemente innocua ma sorprendentemente perspicace, che annota tutto nel suo diario.
Ibrahim, un ex psichiatra con un talento naturale per l'analisi dei dettagli, che cerca sempre una spiegazione logica dietro ogni indizio.
Ron, un ex sindacalista focoso, sempre pronto a ribattere con una battuta sarcastica, che conosce la strada per i bassifondi e per i cuori delle persone.
La loro routine subisce una svolta drammatica quando un omicidio reale viene commesso proprio all'interno della loro comunità. La vittima è Ian Ventham, un controverso e odiato sviluppatore immobiliare. La morte improvvisa di Ventham non fa che infittire il mistero che avvolge la sua figura. Per il club, un caso di omicidio dal vivo è un'opportunità imperdibile per mettere alla prova le loro abilità. Iniziano così le loro indagini non ufficiali, interrogando vicini, amici e sospetti con un'astuzia e una discrezione che solo l'esperienza di una vita può insegnare. Il loro lavoro si interseca e, a volte, si scontra con quello della polizia locale, in particolare con l'agente Donna De Freitas e il suo partner Chris. Con la loro combinazione unica di saggezza, humor e spionaggio vecchio stampo, i membri del club dei delitti si immergono in un intricato labirinto di segreti, bugie e vendette, dimostrando che l'età non è un limite, ma una risorsa preziosa.
La scelta di Chris Columbus alla regia è stata accolta con grande entusiasmo, e non a caso. Columbus ha costruito la sua carriera su film che sanno unire una regia brillante a una profonda sensibilità per i personaggi. Regista di successi intramontabili come Mamma, ho perso l'aereo, Mrs. Doubtfire e i primi due capitoli della saga di Harry Potter, Columbus ha dimostrato una straordinaria abilità nel bilanciare commedia, dramma e avventura. La sua esperienza nella direzione di cast corali e nel creare un'atmosfera calda e accogliente lo rende il candidato ideale per portare sul grande schermo l'universo narrativo di Richard Osman.
Il suo approccio registico in Il club dei delitti del giovedì si concentra sulla chimica tra gli attori e sull'atmosfera del luogo, il villaggio di pensionati. Invece di puntare su sequenze d'azione frenetiche o su un'estetica cupa da "thriller", Columbus preferisce un ritmo più misurato, che si prende il tempo necessario per farci conoscere e amare i personaggi. La sua abilità nel catturare la bellezza dei piccoli momenti, le battute spiritose e gli sguardi complici è fondamentale per il successo del film. È una regia che non si impone sulla storia, ma la serve, esaltando gli elementi che hanno reso il libro un fenomeno editoriale: l'umorismo acuto, il calore umano e la sorpresa di scoprire che i nostri anziani nascondono segreti affascinanti.
Uno dei punti di forza più grandi di questo progetto è senza dubbio il suo cast. La produzione, curata dalla prestigiosa Amblin Entertainment di Steven Spielberg, ha saputo riunire un gruppo di attori di altissimo livello, che porteranno sul set non solo il loro talento, ma anche decenni di esperienza e carisma.
Helen Mirren interpreta Elizabeth. Non c'è scelta più azzeccata. L'attrice, nota per la sua eleganza e la sua incredibile versatilità, si cala perfettamente nei panni di un'ex spia affascinante e intelligente, con un lato pericoloso che si intuisce ma che non viene mai esplicitato.
Pierce Brosnan è Ron, il burbero ma affascinante ex sindacalista. L'ex James Bond porta al personaggio un tocco di spavalderia e un'ironia irresistibile, che lo rendono subito simpatico allo spettatore.
Ben Kingsley dà vita a Ibrahim. L'attore, premio Oscar per la sua interpretazione in Gandhi, conferisce al personaggio una quieta dignità e una profonda intelligenza. Kingsley è in grado di esprimere molto con poco, e il suo Ibrahim sarà sicuramente uno dei personaggi più amati.
Celia Imrie interpreta Joyce. Attrice britannica di grande esperienza, Imrie è la scelta ideale per interpretare il cuore e l'anima del club. La sua Joyce è dolce e un po' svampita in apparenza, ma nasconde un'insospettabile acutezza che la rende un elemento cruciale della squadra. Il cast secondario non è da meno: si vocifera che Richard Osman, l'autore del libro, avrà un cameo nel film, un tocco che sarà sicuramente apprezzato dai fan. La scelta di attori britannici di grande esperienza per tutti i ruoli chiave garantisce un'autenticità e una coesione che sono fondamentali per un film di questo genere.
Il film, la cui sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Chris Columbus, ha l'arduo compito di condensare il fascino e la complessità del romanzo di Osman in due ore di pellicola. La produzione è iniziata nel 2024 in Inghilterra, con l'obiettivo di una distribuzione cinematografica globale nel 2025.
Le aspettative sono altissime, soprattutto considerando che il libro è diventato un fenomeno editoriale. Il film non è solo un "giallo", ma anche una riflessione su temi universali come l'amicizia, la vecchiaia, la dignità e il fatto che ogni vita nasconde una storia sorprendente. La combinazione di un regista esperto come Columbus e un cast stellare promette un'esperienza cinematografica che saprà divertire, emozionare e tenere il pubblico col fiato sospeso fino all'ultima rivelazione. Se il film avrà successo, è molto probabile che Amblin e Columbus decidano di adattare anche gli altri romanzi della serie, che includono L'uomo che morì due volte e Il proiettile in più, trasformando così Il club dei delitti del giovedì in un franchise cinematografico di successo.
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The Brutalist, è un film del 2024 diretto da Brady Corbet.
Il film The Brutalist, diretto da Brady Corbet e presentato in concorso all'81ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, si è subito imposto come una delle opere più ambiziose e discusse dell'anno. Lontano dalle narrazioni convenzionali, il film è un'epopea storica e psicologica che si snoda attraverso tre decenni, esplorando il brutalismo architettonico, il sogno americano e le complessità delle relazioni umane. Corbet, noto per il suo stile audace e visionario in opere precedenti come Vox Lux e The Childhood of a Leader, continua a esplorare i temi del potere, dell'ideologia e della creazione artistica con una maturità stilistica impressionante.
La narrazione di The Brutalist segue la vita di László Toth, un architetto ebreo-ungherese sopravvissuto all'Olocausto, interpretato da un magnifico Adrien Brody. Nel 1947, László emigra negli Stati Uniti con la sua giovane moglie, Erzsébet (Felicity Jones), per sfuggire agli orrori della guerra e realizzare il suo sogno: costruire un'utopia moderna. L'inizio della loro nuova vita non è però quello che avevano sperato. L'America del dopoguerra è un luogo di opportunità, ma anche di cruda realtà, e i Toth si ritrovano a lottare per la sopravvivenza, lavorando in mansioni umili e lontane dalle ambizioni architettoniche di László. La loro speranza si accende quando incontrano Harrison Lee Van Der Post (Guy Pearce), un ricco e carismatico mecenate e industriale, che si interessa al genio di László e decide di affidargli la progettazione di un ambizioso progetto: un grandioso complesso architettonico che dovrebbe incarnare i principi del brutalismo e diventare un simbolo della grandezza americana.
Il film non si limita a raccontare la storia di un architetto, ma diventa un'analisi profonda delle dinamiche di potere tra l'artista e il suo finanziatore. Il rapporto tra László e Van Der Post è complesso e teso. Da un lato, c'è la gratitudine e la dipendenza di László verso il suo benefattore; dall'altro, c'è la frustrazione e la lotta per mantenere la propria integrità artistica di fronte alle continue ingerenze e alla visione pragmatica di Van Der Post. La figura di quest'ultimo è ambigua, un uomo che sembra voler promuovere l'arte, ma in realtà la usa come strumento per il proprio tornaconto e per consolidare il proprio status sociale.
Parallelamente, il film esplora anche la complessa relazione tra László e Erzsébet. Inizialmente uniti dalla speranza, il loro matrimonio subisce l'usura delle difficoltà economiche e delle ambizioni professionali di László, che lo portano a trascurare la moglie e il loro rapporto. La solitudine e la frustrazione di Erzsébet sono palpabili e rappresentano il costo umano del sogno di László. A questo si aggiunge la figura di Margot Van Der Post (interpretata da Joe Alwyn), la giovane e volubile moglie di Harrison, che porta ulteriore complessità alla trama, innescando una serie di eventi che metteranno a dura prova i personaggi.
La trama si sviluppa su più livelli, intrecciando la ricerca artistica di László con i suoi tormenti personali, le sue ambizioni e i fantasmi del passato che non lo abbandonano mai. Il brutalismo, con le sue forme severe e il suo uso massiccio del cemento a vista, diventa una metafora della vita di László: una ricerca di verità e sostanza in un mondo che sembra preferire la superficie e l'apparenza. La lotta per la creazione del suo capolavoro architettonico riflette la sua battaglia interiore per trovare un senso in un mondo post-apocalittico, segnato dalla violenza e dalla distruzione.
La regia di Brady Corbet in The Brutalist è un'opera di meticolosa precisione e grandezza visiva. Il film è girato in pellicola 35mm e in un formato widescreen 2.39:1, che conferisce alle immagini una qualità granulosa e pittorica, creando un'atmosfera d'epoca autentica e avvolgente. Corbet, insieme al direttore della fotografia Lol Crawley, costruisce un mondo visivo imponente e suggestivo. Le inquadrature sono spesso fisse e simmetriche, quasi a riflettere l'estetica brutalista che è al centro del film. L'uso dei colori è volutamente desaturato e austero, con tonalità che richiamano il grigio del cemento e il nero della cenere, rafforzando il senso di severità e drammaticità.
Il ritmo del film è lento e meditativo, in contrasto con le rapide narrazioni contemporanee. Corbet non ha fretta di raccontare la storia, ma si prende il tempo necessario per esplorare le psicologie dei personaggi e le complesse dinamiche che li legano. L'approccio è più quello di un romanzo epico che di un thriller. La narrazione è scandita da intertitoli che dividono il film in capitoli, un espediente stilistico che rafforza il senso di grandiosità e di respiro storico. Questo ritmo ponderato permette allo spettatore di immergersi completamente nel mondo dei personaggi, di capire le loro motivazioni e di sentire il peso delle loro scelte.
L'uso della musica è un altro elemento fondamentale della regia di Corbet. La colonna sonora, firmata da Daniel Blumberg, è al tempo stesso sublime e inquietante. Le melodie, spesso cupe e dissonanti, si fondono con le immagini, creando un'atmosfera di tensione e malinconia. La musica non si limita a commentare le immagini, ma diventa parte integrante della narrazione, amplificando le emozioni dei personaggi e anticipando gli sviluppi della trama.
Il successo di The Brutalist dipende in gran parte dalle eccezionali interpretazioni del suo cast, a cominciare da Adrien Brody che offre quella che è stata definita una delle sue migliori performance. Brody, un attore noto per la sua intensità e il suo approccio metodico, si immerge completamente nel personaggio di László Toth, un uomo tormentato dal passato e ossessionato dal futuro. Il suo László è un personaggio complesso, al tempo stesso brillante e fragile, determinato e vulnerabile. Brody cattura perfettamente il suo accento, la sua postura e la sua anima tormentata, rendendo il personaggio di una profondità e di una credibilità uniche.
Felicity Jones nel ruolo di Erzsébet è altrettanto notevole. La sua interpretazione è sottile e straziante. Jones riesce a esprimere il dolore e la solitudine della sua Erzsébet con uno sguardo, un gesto, rendendo il suo personaggio non una semplice spalla del protagonista, ma una figura tragica e complessa a sé stante. La sua chimica con Brody è palpabile e le scene in cui i due interagiscono sono tra le più toccanti del film.
Guy Pearce è magnetico nel ruolo di Harrison Lee Van Der Post. Pearce interpreta il mecenate con un misto di fascino e freddezza, rendendo il personaggio un'ambigua figura di potere e manipolazione. La sua presenza sullo schermo è imponente e il suo rapporto di forza con Brody è il motore di gran parte del film.
Anche il resto del cast di supporto è eccellente, con Joe Alwyn che si distingue nel ruolo della moglie di Harrison, e le apparizioni di Alessandro Nivola, Raffey Cassidy e Stacy Martin, che contribuiscono a creare un affresco umano ricco e sfaccettato. La scelta di un cast internazionale e di talento è un punto di forza del film, permettendo a Corbet di esplorare le diverse sfumature dei suoi personaggi in profondità.
The Brutalist è molto più di un semplice film storico o di una biografia romanzata. È un'opera densa di significati e tematiche che vanno al di là della narrazione. Il brutalismo, come stile architettonico, serve da metafora centrale per esplorare idee di integrità, purezza e onestà, in contrasto con la superficialità e l'ambiguità del mondo moderno. Le strutture di cemento a vista, con le loro forme massicce e senza compromessi, riflettono il desiderio di László di costruire qualcosa di duraturo e significativo in un mondo segnato dalla fragilità e dalla distruzione.
Il film esplora anche il concetto del sogno americano e della sua illusione. Per László e Erzsébet, l'America rappresenta la salvezza e la possibilità di una nuova vita, ma si trovano ad affrontare una realtà fatta di sacrifici, compromessi e disillusioni. Il film suggerisce che il sogno americano non è un diritto, ma una lotta continua, e che il successo ha spesso un prezzo altissimo, sia a livello personale che morale.
Un'altra tematica importante è quella dell'arte e del potere. Il film esamina il rapporto complesso e spesso conflittuale tra l'artista, che cerca di esprimere una visione pura e personale, e il mecenate, che finanzia l'opera ma cerca anche di controllarla e usarla per i propri scopi. Il rapporto tra László e Van Der Post è un esempio perfetto di questa dinamica, mostrando come il potere economico possa corrompere e manipolare la creazione artistica.
Infine, il film affronta i temi della memoria e del trauma. László Toth è un sopravvissuto dell'Olocausto, e i fantasmi del suo passato lo perseguitano costantemente. Sebbene il film non mostri esplicitamente gli orrori della guerra, i suoi effetti sono visibili nella psiche e nelle azioni del protagonista. La sua ossessione per la costruzione, per la creazione di qualcosa di solido e duraturo, può essere vista come un modo per combattere il senso di impotenza e la distruzione che ha vissuto.
The Brutalist di Brady Corbet è un film che non teme di essere grande e ambizioso. Con la sua regia meticolosa, le interpretazioni potenti e la sua profonda analisi di temi complessi, il film si distingue come un'opera cinematografica di rara qualità e importanza. È un film che richiede pazienza e attenzione, ma che ripaga lo spettatore con un'esperienza visiva ed emotiva intensa e duratura. È un'opera che conferma Brady Corbet come uno dei registi più interessanti e audaci del panorama cinematografico contemporaneo e che offre a un attore del calibro di Adrien Brody la possibilità di una performance memorabile. Il film è un'epopea sul desiderio umano di creare, di lasciare un segno, e sulle complessità e i sacrifici che questo desiderio comporta.
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Il dado è tratto (Le rouge est mis) è un film del 1957 diretto da Gilles Grangier.
Il dado è tratto (titolo originale: Le rouge est mis) è un film francese del 1957, un classico del genere polar, diretto da Gilles Grangier. Il film si avvale di un cast d'eccezione, guidato da una delle figure più iconiche del cinema francese di tutti i tempi, Jean Gabin. L'opera si inserisce perfettamente nel filone dei film noir e polizieschi dell'epoca, caratterizzati da personaggi complessi, atmosfere tese e un'implacabile fatalità.
Gilles Grangier è stato un regista prolifico e un artigiano del cinema francese. La sua carriera, durata oltre quarant'anni, è stata caratterizzata da una notevole versatilità, spaziando dalla commedia al dramma, ma è nel genere poliziesco che ha lasciato un'impronta significativa. Il suo stile è asciutto, diretto e privo di fronzoli. Grangier non cercava l'innovazione formale, ma si concentrava sulla solidità della narrazione e sulla direzione degli attori.
Il suo rapporto con Jean Gabin è stato particolarmente fecondo: hanno collaborato a ben sette film, e Il dado è tratto è uno dei loro lavori più riusciti. Grangier aveva la capacità di mettere a proprio agio Gabin, sfruttandone la presenza magnetica e la sua proverbiale austerità. La regia di Grangier in questo film è essenziale: le inquadrature sono pulite, il montaggio è serrato e la tensione cresce in modo graduale ma inesorabile. Il regista utilizza l'ambientazione parigina per creare un'atmosfera di decadenza e malinconia, tipica del noir. I suoi dialoghi, scritti con la collaborazione di Michel Audiard, sono affilati e cinici, capaci di scavare nella psicologia dei personaggi con poche parole. La regia di Grangier, in questo senso, è il motore che permette a un cast di mostri sacri di esprimere il proprio talento.
La storia ruota attorno a Louis Bertain (Jean Gabin), proprietario di un'officina meccanica che nasconde una doppia vita da gangster. Louis è un uomo maturo, severo ma con un forte senso dell'onore e un profondo affetto per la sua famiglia. La sua vita, divisa tra la rispettabilità diurna e il crimine notturno, è tenuta in equilibrio da una disciplina ferrea.
Il conflitto principale nasce dal suo rapporto con il fratello minore, Pierre (Paul Frankeur), che non sa nulla delle sue attività criminali, e con il figlio Jean-Marc (Annie Girardot), a cui cerca di offrire un futuro onesto, lontano dal mondo della malavita. La trama prende una piega drammatica quando la banda di Louis decide di mettere a segno una rapina, ma un giovane malvivente si unisce al gruppo e si rivela inaffidabile. Questa figura, impersonata da un giovane Lino Ventura, è un catalizzatore di eventi tragici.
La rapina non va come previsto. A complicare ulteriormente la situazione, il fratello di Louis, Pierre, si ritrova coinvolto casualmente in un omicidio e, terrorizzato, cerca rifugio proprio da Louis, che si trova costretto a nasconderlo. L'intrigo si infittisce quando la polizia si mette sulle loro tracce, e Louis deve usare tutta la sua astuzia per proteggere il fratello e la sua famiglia, pur sapendo che ogni mossa lo avvicina alla sua inevitabile caduta. Il film esplora il tema del destino ineluttabile, con i personaggi che, a causa di scelte sbagliate, si ritrovano in un vicolo cieco. La moralità ambigua di Louis, che cerca di bilanciare un'etica criminale con il profondo amore per i suoi cari, lo rende un personaggio tragico e affascinante.
Il successo de Il dado è tratto è in gran parte dovuto alle straordinarie performance dei suoi attori.
Jean Gabin, nel ruolo di Louis Bertain, offre una delle sue interpretazioni più iconiche. La sua presenza imponente, il suo sguardo penetrante e la sua capacità di comunicare un intero mondo interiore con un solo gesto rendono il suo personaggio indimenticabile. Gabin incarna l'uomo onesto e disonesto allo stesso tempo, un criminale con un codice d'onore che, di fronte alla necessità di proteggere la famiglia, non esita a sacrificare se stesso. La sua interpretazione è una sintesi perfetta di forza, dignità e fragilità.
Lino Ventura è nel ruolo del malavitoso P'tit Louis. Sebbene il suo ruolo non sia il principale, Ventura, all'epoca un giovane attore emergente, ruba la scena ogni volta che compare. La sua recitazione, fatta di sguardi duri, poche parole e una fisicità minacciosa, è il perfetto contraltare all'aplomb di Gabin. Questo film segnò l'inizio di una lunga e fortunata collaborazione tra i due attori.
Paul Frankeur interpreta Pierre, il fratello di Louis. La sua recitazione è meno appariscente, ma fondamentale. Frankeur riesce a trasmettere la paura e l'angoscia del suo personaggio, un uomo comune travolto da eventi più grandi di lui.
Annie Girardot, nel ruolo di Hélène, la donna di Louis, offre una performance misurata ma incisiva, rappresentando l'aspetto della stabilità e dell'amore che il protagonista cerca di
Il dado è tratto è un film che ha avuto un notevole successo al botteghino in Francia, affermandosi come uno dei film polizieschi più popolari dell'anno. La critica ne ha lodato la solidità della sceneggiatura, i dialoghi brillanti e la straordinaria interpretazione di Gabin. Il film non è stato un'innovazione stilistica, ma ha rappresentato un esempio eccellente di cinema di genere ben fatto, con una narrazione serrata e personaggi credibili.
La sua importanza risiede anche nella sua capacità di catturare lo spirito di un'epoca. Il film dipinge un ritratto della malavita parigina degli anni '50 che è al tempo stesso romantico e spietato. Mostra un mondo in cui il crimine è un mestiere, con le sue regole e il suo codice d'onore, ma in cui la violenza può scoppiare in qualsiasi momento, distruggendo la vita delle persone oneste. È un film che, pur non essendo un capolavoro assoluto, ha un posto di rilievo nella storia del cinema francese e rimane una visione essenziale per chiunque voglia comprendere il genere polar e l'immensa statura artistica di Jean Gabin.
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Il successo è un film del 1963 diretto da Mauro Morassi
“Il successo” è un film del 1963 diretto da Mauro Morassi, un'opera che si inserisce perfettamente nel contesto socio-culturale del boom economico italiano. Nonostante la regia sia accreditata a Morassi, è ampiamente noto che il film fu in gran parte diretto e fortemente voluto dal protagonista, Dino Risi, il quale figura ufficialmente come produttore e supervisore artistico. Questa dualità di ruoli è un elemento chiave per comprendere la natura dell'opera, che riflette lo stile e le tematiche care a Risi, pur mantenendo un'impronta di collaborazione con Morassi, suo stretto collaboratore.
La Regia e il Contesto Storico
Il film, uscito nel 1963, si posiziona in un momento cruciale per l'Italia. Il paese sta vivendo gli anni d'oro del boom economico, un periodo di rapida industrializzazione, consumismo sfrenato e profonde trasformazioni sociali. L'ascesa della borghesia, l'illusione di un benessere illimitato e la frenetica ricerca del denaro e dello status sono temi centrali che Dino Risi ha esplorato magistralmente in capolavori come Il sorpasso (1962). Il successo può essere visto come un ideale seguito tematico di quel film, un'indagine più matura e disillusa sull'ossessione per l'arricchimento.
La regia, sebbene attribuita a Morassi, mostra chiaramente la mano di Risi nella sua acuta osservazione dei costumi e nell'uso di un tono agrodolce, che mescola satira, dramma e una sottile malinconia. La narrazione è fluida e non lineare, con una serie di episodi che si susseguono per mostrare la parabola discendente e, in un certo senso, ascendente del protagonista. La macchina da presa si muove agilmente tra i salotti borghesi, le feste sfarzose e le strade caotiche di una Roma in espansione, catturando l'atmosfera febbrile e superficiale dell'epoca. Il film non giudica i personaggi, ma li osserva con un distacco ironico, lasciando allo spettatore il compito di riflettere sulla loro vacuità esistenziale.
La Trama: La Faticosa Scalata Sociale di Giulio
La storia segue le vicende di Giulio Nascimbene (Vittorio Gassman), un avvocato romano di quarant'anni che si trova a un bivio nella sua vita. Nonostante abbia una moglie devota, Laura (Anouk Aimée), e un tenore di vita borghese, si sente un fallito. Il suo modesto stipendio non gli permette di raggiungere il "successo" che vede ostentato dai suoi conoscenti, e la sua aspirazione più grande è quella di diventare ricco a tutti i costi.
Determinato a cambiare la sua situazione, Giulio decide di abbandonare la professione forense per dedicarsi a un'attività molto più rischiosa ma potenzialmente redditizia: l'edilizia. Coinvolge in questa avventura l'amico Enrico Mussi (Jean-Louis Trintignant), che gli offre la possibilità di entrare in affari per un progetto di lottizzazione a Roma. Per finanziare l'impresa, Giulio non esita a ricorrere a mezzi discutibili, tra cui chiedere prestiti a persone poco raccomandabili.
La sua ossessione per il denaro lo allontana gradualmente dalla moglie, dai valori morali e da ogni affetto sincero. La sua vita si trasforma in una corsa frenetica e solitaria verso il profitto. Il film descrive la sua ascesa sociale, che avviene a spese della sua integrità personale e del suo equilibrio emotivo. Nonostante le difficoltà e le disillusioni, Giulio riesce infine a ottenere ciò che desiderava: il successo economico. Si ritrova a capo di una grande azienda, a vivere in una lussuosa villa e a possedere tutti i beni materiali che aveva sempre sognato. Tuttavia, questa vittoria ha un sapore amaro. Nel momento del suo trionfo, Giulio si accorge di aver perso tutto ciò che contava davvero: la sua felicità, la serenità e il rapporto con la moglie. Il film si conclude con un senso di vuoto, lasciando intendere che il prezzo del successo è stato la sua stessa anima.
Gli Attori: Gassman, Aimée e Trintignant
Il cast del film è di altissimo livello. Vittorio Gassman offre una delle sue interpretazioni più memorabili, dimostrando ancora una volta il suo talento nel passare dal registro comico a quello drammatico con straordinaria naturalezza. Il suo Giulio è un personaggio complesso, un antieroe che incarna perfettamente la mediocrità e l'arrivismo della borghesia italiana. Gassman riesce a rendere credibile la disperazione e la sete di riscatto del suo personaggio, senza mai renderlo totalmente antipatico.
Anouk Aimée, nel ruolo di Laura, è la voce della ragione e della moralità. La sua interpretazione è sottile e toccante, e il suo personaggio è il perno emotivo della storia, l'unico punto di riferimento per Giulio in una realtà sempre più vuota. La sua presenza, elegante e malinconica, contrasta in modo efficace con la frenesia del protagonista.
Jean-Louis Trintignant, nel ruolo di Enrico, interpreta l'amico che si fa trascinare nell'avventura del protagonista. Il suo personaggio, più passivo e meno ossessionato, serve da specchio per la follia di Giulio e rappresenta una sorta di compromesso tra la ricerca del denaro e il mantenimento di una dignità. Il suo rapporto con Gassman è il cuore del film, un'amicizia che si incrina e si modifica sotto la pressione degli affari.
Il successo è un film che indaga a fondo la natura del denaro e la sua capacità di corrompere. Il suo tema centrale è la critica al boom economico, che ha trasformato l'ambizione in un'ossessione e il benessere in una misura del valore umano. Il film è una riflessione sull'alienazione, sulla perdita di identità e sulla solitudine esistenziale che può derivare dalla rincorsa di un falso ideale di successo. L'epilogo amaro, con Giulio che realizza la sua vittoria ma si sente vuoto, rappresenta un monito sul prezzo da pagare per la ricchezza a ogni costo.
All'epoca della sua uscita, il film non ottenne un grande successo commerciale, oscurato da pellicole più popolari come Il sorpasso. La critica, tuttavia, ne riconobbe l'importanza e il valore. Oggi è considerato un'opera minore nella filmografia di Dino Risi, ma rimane un documento prezioso sul costume italiano degli anni '60 e una testimonianza del talento di Gassman e del team creativo che lavorò al film. La sua visione è essenziale per comprendere appieno il cinema d'autore italiano di quel periodo e le tematiche sociali che lo hanno attraversato.
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L'occhio che uccide (Peeping Tom) è un film del 1960 diretto da Michael Powell.
Quando "L'occhio che uccide" (Peeping Tom) uscì nel 1960, fu accolto da una tempesta di recensioni negative che non solo lo condannarono come "perverso" e "ripugnante", ma segnarono anche la fine della carriera di uno dei più grandi registi britannici, Michael Powell. Quello che i critici dell'epoca non compresero fu che non stavano semplicemente guardando un film dell'orrore, ma un'opera che smascherava la natura stessa del cinema, un'esplorazione inquietante e profonda del voyeurismo che è alla base della nostra esperienza di spettatori. Oggi, grazie a una rivalutazione successiva, in gran parte promossa da cinefili e registi come Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, il film è universalmente riconosciuto come un capolavoro, un'opera d'arte coraggiosa e avanti di decenni rispetto al suo tempo.
Il film segue la storia di Mark Lewis, interpretato da Karlheinz Böhm (accreditato come Carl Boehm), un giovane uomo apparentemente schivo e solitario, che lavora come operatore di ripresa in uno studio cinematografico londinese e come fotografo di pin-up. La sua vita nasconde un segreto oscuro e terrificante: Mark è un serial killer che uccide giovani donne con una baionetta nascosta nel suo treppiede, mentre le riprende con una cinepresa. Il suo macabro rituale prevede che le vittime si vedano riflesse in uno specchio mentre stanno morendo, in modo che Mark possa catturare la loro espressione di terrore nel momento esatto del trapasso.
La narrazione si distacca presto dal semplice "thriller da serial killer" per addentrarsi nelle profondità della psicologia del protagonista. Attraverso una serie di flashback in bianco e nero, scopriamo l'infanzia traumatica di Mark. Suo padre, un noto scienziato (interpretato da Michael Powell stesso), lo usava come cavia per i suoi esperimenti sul terrore, filmando ogni sua reazione alla paura. Mark è cresciuto in un ambiente in cui la sua vita non era altro che un esperimento scientifico e la sua sofferenza un mero oggetto di studio. Questo trauma infantile ha reso Mark incapace di stabilire relazioni normali e ha trasformato la sua cinepresa non solo in un'estensione della sua identità, ma anche nell'arma con cui vendica inconsciamente il passato, infliggendo alle sue vittime lo stesso dolore psicologico che ha subito lui.
La trama si arricchisce con l'introduzione di Helen Stephens (Anna Massey), la sua giovane vicina di casa, una scrittrice di libri per bambini che è affascinata dalla sua macchina fotografica. La loro relazione è un'oasi di potenziale redenzione per Mark, un barlume di speranza per una vita normale. Tuttavia, la sua ossessione lo consuma e il suo passato lo spinge inevitabilmente verso un epilogo tragico. L'incontro con Helen mette in discussione la sua natura di assassino, creando una tensione psicologica che eleva la narrazione ben oltre i confini del genere horror.
Il film, inoltre, si immerge nel torbido mondo della fotografia erotica e della produzione cinematografica, mostrando un ambiente fatto di sguardi voyeuristici, sfruttamento e perversione. Le vittime di Mark sono spesso donne che lavorano in questo ambiente, dalla prostituta alla modella, al ballerino. Le loro morti non sono solo omicidi, ma il risultato di un'ossessione visiva che riflette una società malata, che feticizza e consuma le donne attraverso lo sguardo.
La regia di Michael Powell in "L'occhio che uccide" è un'opera di puro virtuosismo e audacia. Powell non si limita a raccontare una storia, ma usa il mezzo cinematografico per riflettere sul mezzo stesso. Il film si apre con un'inquadratura soggettiva dal punto di vista di Mark, il suo occhio attraverso la lente della cinepresa. Fin dall'inizio, lo spettatore è costretto a condividere lo sguardo del protagonista, diventando complice della sua perversione. Questa scelta radicale non solo crea un'immersione totale, ma costringe il pubblico a confrontarsi con la propria natura voyeuristica.
Il film è un'esplorazione del "sogno" e della "realtà" del cinema. Powell utilizza colori saturi e vivaci, tipici del suo stile in opere come "Scarpette rosse" (The Red Shoes), ma qui li usa per creare un'atmosfera quasi onirica e disturbante. Il contrasto tra i colori caldi e la freddezza agghiacciante degli omicidi crea un senso di malvagità strisciante. Il regista, in particolare, fa un uso magistrale del sonoro, con i rumori meccanici della cinepresa che diventano il leitmotiv della follia di Mark, un suono secco e metallico che si fonde con le urla delle vittime.
Un altro elemento cruciale è il rapporto del film con il genere thriller e horror. Mentre il contemporaneo "Psycho" di Alfred Hitchcock (uscito nello stesso anno) è stato acclamato e ha segnato una svolta nel genere, "L'occhio che uccide" è andato oltre, smantellando la struttura tradizionale e le convenzioni. Hitchcock ci fa identificare con la vittima (Marion Crane) e poi con il mostro (Norman Bates), ma Powell ci costringe a essere sempre e solo il mostro. Non c'è un momento di tregua, nessuna distanza rassicurante. La cinepresa di Mark è l'occhio dello spettatore, e la baionetta che ne spunta fuori è la violenza insita nel nostro desiderio di guardare.
La regia di Powell è un atto di "autocritica" radicale. Il fatto che il regista interpreti il padre di Mark è una metafora potentissima: Powell stesso si riconosce come una figura patriarcale che usa la cinepresa per manipolare la vita degli altri. Il film diventa un'amara confessione sulla natura del potere del regista, sulla sua capacità di dominare e controllare la realtà e le emozioni dei suoi attori e del suo pubblico.
Il successo di "L'occhio che uccide" è strettamente legato alle straordinarie performance dei suoi attori. Karlheinz Böhm è perfetto nel ruolo di Mark Lewis. La sua interpretazione è inquietante e ambigua, un misto di innocenza e perversione. A prima vista, sembra un uomo timido e insicuro, ma i suoi occhi, anche quando è in scena, hanno una fissità che tradisce un'ossessione profonda e una crudeltà latente. Böhm riesce a rendere Mark un personaggio tragico, il cui terrore si trasforma in violenza, suscitando nel pubblico un'ambivalenza di compassione e repulsione.
Anna Massey nel ruolo di Helen Stephens è la luce in un mondo di tenebre. Il suo personaggio è l'incarnazione della normalità, della gentilezza e dell'affetto, e il suo desiderio di capire e aiutare Mark è il motore emotivo del film. La sua performance, sottile e commovente, crea un contrasto cruciale con la follia del protagonista, rendendo la loro relazione un'oasi di speranza e allo stesso tempo un percorso verso la distruzione.
Anche gli altri attori sono eccellenti. Moira Shearer, già protagonista di "Scarpette rosse", fa un'apparizione memorabile nel ruolo di Vivian, una ballerina che Mark filma mentre si esibisce. La sua presenza è un ponte visivo e tematico con i film precedenti di Powell, mostrando la sua trasformazione da musa a vittima, da arte a ossessione. Le altre vittime, interpretate con precisione, contribuiscono a creare il senso di una realtà quotidiana che si sta corrompendo.
L'accoglienza disastrosa e la successiva riscoperta hanno trasformato "L'occhio che uccide" in un vero e proprio cult del cinema. Il film è stato a lungo bandito o visto solo in cineteche, e la sua fama è cresciuta nel tempo, alimentata da una critica che ha saputo vedere oltre l'orrore. Il suo impatto è stato enorme, influenzando una generazione di registi. Martin Scorsese lo ha definito uno dei film più importanti mai realizzati, ammettendo di averne tratto ispirazione per il suo stile visivo e per la sua esplorazione della violenza psicologica. L'uso della cinepresa come estensione del corpo e della mente del protagonista è un tema che si ritrova in numerosi film successivi, da "Blow-up" di Michelangelo Antonioni a "Halloween" di John Carpenter.
Il film è stato profetico nel suo esame del rapporto tra il pubblico e lo schermo. In un'epoca pre-digitale, Powell aveva già compreso il potenziale distruttivo del voyeurismo mediato, l'ossessione per il "reale" e la violenza, che sarebbero diventati temi centrali nel cinema moderno e nella cultura contemporanea. "L'occhio che uccide" non è solo un film su un assassino, ma è una meditazione profonda sul potere della visione, sul rapporto tra arte e perversione e sulla fragilità della mente umana. È un'opera che continua a disturbare e a far riflettere, dimostrando che i veri capolavori non sono sempre quelli acclamati al momento della loro uscita, ma quelli che hanno il coraggio di vedere e mostrare la verità, anche se scomoda e terrificante.
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Whenever I'm Alone with You un film del 2025 diretto da Guillaume Campanacci/Vesper Egon
Titolo: Whenever I'm Alone with You Anno di uscita: 2025 Genere: Commedia, drammatico, sentimentale, "anti-romantic comedy"
"Whenever I'm Alone with You" si presenta come una "anti-romantic comedy" Godardiana e punk, un'opera atipica che si allontana dalle convenzioni del genere. Il film è ambientato nella splendida e soleggiata Costa Azzurra, un palcoscenico che contrasta in maniera netta con la disperazione esistenziale dei protagonisti.
La storia si concentra su Guillaume, un francese con tendenze suicide, e Vedrana, una donna intrappolata in una relazione che la sta lentamente consumando. I due si incontrano e un fragile legame inizia a formarsi tra loro. Vedrana è determinata ad aiutare Guillaume a riscoprire l'amore e la voglia di vivere, spingendolo a superare le sue oscure riflessioni.
Tuttavia, proprio quando sembra che un barlume di speranza possa illuminare le loro vite, il passato di Guillaume torna a bussare alla sua porta. La sua ex-fidanzata, incinta del suo bambino, si presenta improvvisamente, sconvolgendo i loro piani e mettendo alla prova la nascente relazione tra Guillaume e Vedrana.
Il film esplora temi complessi come la depressione, la solitudine, il significato dell'amore e della felicità, e la ricerca di un senso in un mondo che sembra sempre più alienante. Lo fa con uno stile crudo e non filtrato, che mescola momenti di profonda riflessione con un umorismo dark e dissacrante.
Guillaume Campanacci e Vesper Egon non sono solo i registi e gli sceneggiatori del film, ma anche i protagonisti principali. Questo approccio, che li vede alla triplice veste di autori e interpreti, conferisce all'opera un carattere estremamente personale e intimo. Hanno girato il film interamente a Cannes, in un modo che sembra richiamare lo spirito della Nouvelle Vague francese, con riprese spontanee e un'estetica volutamente imperfetta.
Lo stile registico di Campanacci e Vesper Egon è stato descritto come "punk" e "Godardiano", un chiaro riferimento a Jean-Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague. Ciò suggerisce l'uso di tecniche di ripresa non convenzionali, dialoghi serrati e un approccio frammentato alla narrazione, che predilige l'immediatezza e la veridicità delle emozioni piuttosto che una struttura lineare e classica.
Un aspetto particolarmente interessante e unico del film è l'utilizzo di attori non professionisti, molti dei quali sono membri della famiglia reale di Guillaume Campanacci. Sua nonna novantanovenne, ad esempio, interpreta se stessa. Questo conferisce al film un'autenticità e una crudezza che sarebbero difficili da ottenere con un cast interamente professionale. I personaggi sono "reali", le loro relazioni "fratturate" e le loro interazioni riflettono un genuino "ritratto crudo e non filtrato" dell'amore e della disperazione.
Il cast del film è guidato dai due registi e sceneggiatori, che interpretano anche i ruoli principali.
Guillaume Campanacci nel ruolo di Guillaume.
Vesper Egon nel ruolo di Vedrana.
Tatiana Gomez Contreras nel ruolo dell'ex-fidanzata di Guillaume.
Il cast include anche altri membri della famiglia di Campanacci, come:
Alexandra Dellemme
Nathan Dellemme
Naomi Dellemme
Marlon Dellemme
Sylvie Campanacci
Gilles Campanacci
Antoinette Garret
Amandine Barea-Brossais
La scelta di inserire membri della famiglia come attori contribuisce a creare un'atmosfera unica e quasi documentaristica, dove i confini tra finzione e realtà si sfumano.
Nonostante sia un film indipendente e a basso budget, "Whenever I'm Alone with You" ha ottenuto un notevole successo di critica a livello internazionale. Ha vinto 25 premi in vari festival cinematografici, a dimostrazione della sua qualità artistica e della sua capacità di toccare il pubblico. Il film è stato presentato in anteprima mondiale all'Oldenburg International Film Festival, un festival noto per promuovere il cinema indipendente e d'autore.
Il titolo stesso del film, "Whenever I'm Alone with You" ("Ogni volta che sono solo con te"), suggerisce un'intima riflessione sul significato delle relazioni e della solitudine. Il paradosso del titolo, che evoca sia la dolcezza dell'amore che l'ombra della solitudine, si riflette pienamente nella trama.
Il film è una critica al genere della commedia romantica, spesso accusato di presentare una visione edulcorata e irrealistica dell'amore. "Whenever I'm Alone with You" fa esattamente il contrario, mostrando la complessità, il dolore, le imperfezioni e le difficoltà intrinseche delle relazioni umane. Il tema del suicidio, il passato che non si dissolve e l'incapacità di trovare la felicità sono affrontati con onestà e senza filtri.
La presenza di un protagonista con tendenze suicide e di una donna che sta "morendo" in una relazione senza amore, getta una luce cupa sull'intera narrazione, ma al tempo stesso spinge a una profonda riflessione su ciò che rende la vita degna di essere vissuta. L'umorismo "punk" e "anti-romantico" serve a bilanciare la serietà dei temi, rendendo il film un'esperienza emotiva e intellettuale complessa.
In sintesi, "Whenever I'm Alone with You" è un'opera cinematografica coraggiosa e sperimentale, che si distingue per il suo stile unico, la sua autenticità e la sua capacità di esplorare le fragilità umane con una sincerità disarmante. La sua disponibilità su Amazon Prime Video lo rende accessibile a un vasto pubblico, offrendo una valida alternativa alle produzioni hollywoodiane più convenzionali.
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Il caftano blu (Le Bleu du caftan) è un film del 2022 diretto da Maryam Touzani.
Il caftano blu (Le Bleu du caftan) è un film marocchino del 2022, diretto dalla regista e sceneggiatrice Maryam Touzani. Presentato in anteprima nella sezione Un Certain Regard al 75º Festival di Cannes, il film ha conquistato pubblico e critica per la sua delicatezza e la profonda sensibilità con cui affronta temi complessi come l'amore, il desiderio, l'identità e la tradizione. È stato scelto per rappresentare il Marocco nella corsa agli Oscar del 2023, nella categoria Miglior film internazionale, arrivando fino alla short-list dei 15 finalisti.
Questo film non è una semplice narrazione di eventi, ma un'esplorazione sottile e ricca di sfumature delle relazioni umane, ambientata nella cornice suggestiva di una sartoria tradizionale a Salé, in Marocco.
La storia si concentra su Halim, un talentuoso sarto di caftani, un artigiano meticoloso che dedica la sua vita alla creazione di abiti pregiati. Halim è sposato con Mina, una donna forte, schietta e devota, che gestisce la loro bottega e si prende cura del marito, nonostante sia tormentata da una malattia che la sta consumando. La loro routine quotidiana, fatta di lavoro, silenzi e un affetto profondo e inespresso, viene interrotta dall'arrivo di Youssef, un giovane apprendista assunto da Halim per aiutarlo a far fronte all'aumento degli ordini.
L'arrivo di Youssef non è solo una questione di necessità lavorativa, ma innesca una reazione a catena emotiva che sconvolge l'equilibrio della coppia. Halim, che nasconde la sua omosessualità per conformarsi alle aspettative della società e della tradizione, si sente inesorabilmente attratto dal giovane. Questa attrazione, sebbene non esplicitamente discussa, è palpabile e viene percepita anche da Mina. Invece di reagire con rabbia o gelosia, la donna affronta la situazione con una dignità e una comprensione inaspettate. Mina è consapevole della vera natura di suo marito da tempo, e la sua accettazione del suo segreto è un pilastro fondamentale del loro amore.
La malattia di Mina progredisce, e i tre personaggi si ritrovano a condividere lo spazio della bottega e, sempre più, il loro spazio emotivo. Si forma un triangolo inusuale, non di tradimento, ma di condivisione e accettazione. Mina non solo tollera l'attrazione tra Halim e Youssef, ma li incoraggia, a modo suo, a esplorare i loro sentimenti. La sua saggezza e la sua profonda empatia trasformano quello che potrebbe essere un melodramma in un'elegia sull'amore incondizionato. Il film diventa un inno alla capacità di amare senza preconcetti, di superare le convenzioni sociali e di trovare conforto e sostegno anche nelle situazioni più dolorose.
La trama raggiunge il suo culmine nel momento in cui la malattia di Mina si aggrava. Il film non si sofferma sul dolore fisico, ma sulle implicazioni emotive della sua imminente perdita. Halim e Youssef si uniscono a lei in un gesto di profondo affetto e premura, lavorando insieme per completare un caftano blu, simbolo di speranza e di continuità. Questo caftano non è solo un abito, ma rappresenta il legame indissolubile che li unisce, un monumento al loro amore e alla loro resilienza. La fine del film, seppur struggente, è pervasa da un senso di pace e accettazione, lasciando allo spettatore una sensazione di catarsi.
Maryam Touzani dimostra una maestria registica notevole nel creare un'atmosfera sospesa e ricca di dettagli. La sua regia è caratterizzata da un approccio minimalista e intimista. Non ci sono colpi di scena clamorosi o dialoghi espliciti che spiegano tutto, ma sono i gesti, gli sguardi, i silenzi e i piccoli dettagli a raccontare la storia. La macchina da presa si sofferma spesso sulle mani di Halim mentre cuce, sui volti dei personaggi che si esprimono con sguardi carichi di significato, sulle texture dei tessuti e sui colori vibranti dei caftani. Questo focus sui dettagli sensoriali rende il film un'esperienza quasi tattile, in cui lo spettatore si sente immerso nell'ambiente della sartoria.
La Touzani utilizza una palette cromatica dominata dai toni caldi e terrosi, con il blu del caftano come punto di rottura e simbolo di una libertà e di un'identità che cercano di emergere. La luce naturale che filtra dalle finestre della bottega crea un'atmosfera quasi pittorica, conferendo a ogni scena una bellezza visiva intrinseca.
La scelta di non giudicare i personaggi, ma di mostrarli con tutte le loro fragilità e le loro virtù, è un'altra cifra stilistica della regista. Non c'è un "cattivo" o un "giusto" in questo film; ci sono solo esseri umani che cercano di amare e di essere amati in un contesto sociale che non sempre lo permette. Il film esplora le contraddizioni della società marocchina, dove la tradizione e la modernità si scontrano, e dove i sentimenti personali devono spesso essere repressi per rispettare le convenzioni. La Touzani affronta il tema dell'omosessualità in un paese dove è ancora tabù e reato, ma lo fa con una delicatezza e un rispetto rari, trasformando la storia in un messaggio universale di tolleranza e amore.
Le interpretazioni del cast sono il cuore pulsante del film. La scelta degli attori è stata fondamentale per la riuscita del progetto, e tutti e tre i protagonisti offrono performance memorabili.
Saleh Bakri interpreta Halim con una miscela di malinconia, dignità e sensibilità. La sua performance è un capolavoro di sottrazione: Bakri non ha bisogno di molte parole per comunicare il dolore e la repressione del suo personaggio. I suoi occhi, i suoi gesti misurati, il modo in cui accarezza i tessuti, rivelano un mondo interiore complesso e tormentato. L'attrazione per Youssef è visibile nei suoi sguardi rubati e nella sua goffaggine, rendendo il personaggio di Halim incredibilmente umano e credibile.
Lubna Azabal è straordinaria nel ruolo di Mina. Il suo personaggio è la vera forza trainante della storia, e Azabal le conferisce una presenza magnetica e potente. Mina è scaltra, divertente, e allo stesso tempo profondamente fragile. La sua performance è un'ode all'amore maturo e incondizionato. La capacità di Lubna Azabal di comunicare la sofferenza e la compassione con un solo sguardo è notevole. La sua Mina non è una vittima, ma una donna che ha scelto di amare completamente suo marito, accettandolo per quello che è, e che nel finale compie il gesto più grande e altruista, quello di lasciarlo andare, sereno.
Ayoub Missioui, nel ruolo di Youssef, porta freschezza e innocenza nel trio. Il suo personaggio è il catalizzatore del cambiamento. Missioui interpreta il giovane apprendista con una naturalezza disarmante, mostrando una profonda empatia per Halim e una rispettosa ammirazione per Mina. La sua presenza, dapprima come una minaccia all'equilibrio della coppia, si trasforma gradualmente in un elemento di cura e sostegno, rendendolo parte integrante della famiglia. La sua performance completa perfettamente le due più esperte, creando un trio di attori che lavorano in perfetta armonia.
Riconoscimenti: Oltre alla nomination agli Oscar, il film ha vinto numerosi premi in vari festival internazionali, tra cui il Premio della critica al Festival Internazionale del Cinema di Stoccolma e il Premio FIPRESCI (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica) al Festival di Cannes.
Significato del caftano: Oltre ad essere un capo di abbigliamento tradizionale, nel film il caftano rappresenta l'arte, la passione e la fatica di Halim. Simboleggia anche la sua identità, un'identità che lui stesso cuce e crea con le sue mani, ma che rimane nascosta sotto la superficie. Il caftano blu che i tre personaggi completano insieme diventa una metafora visiva della loro unione e del superamento delle difficoltà.
L'ambientazione: La sartoria, con i suoi colori e odori, non è solo uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio. È il luogo in cui si svolge l'intimità dei protagonisti, un rifugio sicuro dal mondo esterno. La scelta di girare il film in un ambiente così confinato accentua la sensazione di claustrofobia e, allo stesso tempo, di profonda vicinanza tra i personaggi.
In conclusione, Il caftano blu è un film che merita di essere visto per la sua straordinaria bellezza visiva, la sua profonda sensibilità emotiva e le performance indimenticabili dei suoi attori. Maryam Touzani ha creato un'opera d'arte delicata e potente, un'esplorazione dell'amore in tutte le sue forme, che lascia un segno duraturo nell'animo dello spettatore.
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Inexorable, è un film del 2021 diretto da Fabrice du Welz
Il cinema di Fabrice du Welz è un viaggio in territori oscuri e disturbanti, e Inexorable, film del 2021, ne è un ulteriore, inquietante esempio. Questo thriller psicologico, intriso di atmosfere gotiche e una tensione palpabile, esplora il lato più sinistro delle relazioni umane e l'ineluttabilità di un passato che ritorna. Il film, presentato al Toronto International Film Festival, ha diviso la critica, ma ha confermato la visione autoriale di du Welz, noto per opere come Calvaire e Alléluia. Inexorable non è solo un film di genere, ma un'opera che si addentra nelle profondità della psiche, analizzando temi come l'inganno, la manipolazione e la follia che si annida sotto una superficie di apparente normalità.
La trama di Inexorable si snoda attorno a Marcel Bellmer (Benoît Poelvoorde), uno scrittore di successo che, dopo aver pubblicato un best-seller, si trasferisce con la moglie Jeanne (Mélanie Doutey) e la loro figlia Lucie in un'antica e lussuosa villa appartenuta alla famiglia della moglie. Il luogo, una grande e maestosa dimora immersa nel verde, sembra il rifugio perfetto per trovare l'ispirazione e condurre una vita agiata e serena. La loro tranquillità viene però interrotta dall'arrivo di una misteriosa giovane, Gloria (Alba Gaïa Bellugi), che si presenta come un'amica d'infanzia di Marcel, ormai persa di vista da tempo.
Gloria è una figura eterea e, allo stesso tempo, ambigua. Con il pretesto di aver bisogno di aiuto, si insinua nella vita della famiglia Bellmer. Inizialmente, la sua presenza viene accolta con un misto di compassione e curiosità. Jeanne, in particolare, la prende a cuore e la invita a restare, mossa da una certa ingenuità e dal desiderio di aiutare la ragazza. Tuttavia, man mano che il tempo passa, l'atteggiamento di Gloria si fa sempre più strano e inquietante. La sua gentilezza iniziale si trasforma in una serie di azioni manipolatrici e di piccole, ma significative, violenze psicologiche. Gloria inizia a mostrare una possessività malata nei confronti di Marcel, insinuandosi tra lui e Jeanne e creando una rete di menzogne e gelosie.
La villa, inizialmente vista come un'oasi di pace, diventa il teatro di una lotta psicologica sempre più serrata. La tensione cresce inesorabilmente, alimentata dai segreti che Gloria porta con sé, segreti legati al passato di Marcel che il film svela gradualmente, svelando un legame tra i due molto più profondo e torbido di quanto sembrasse. La facciata di vita perfetta e la calma apparente della famiglia Bellmer si sgretolano, portando a un climax di violenza e follia che mette in discussione la stabilità mentale di tutti i personaggi coinvolti e l'innocenza che credevano di possedere.
La regia di Fabrice du Welz è il vero motore di Inexorable. Il regista belga, fedele al suo stile, utilizza la macchina da presa per creare un'atmosfera opprimente e claustrofobica, nonostante il film sia ambientato in una grande villa e in spazi aperti. Du Welz gioca con i chiaroscuri, le ombre e i riflessi, trasformando l'elegante dimora in un labirinto di paure e di minacce invisibili. La villa non è solo una location, ma un personaggio a sé stante, con i suoi segreti e le sue stanze che sembrano respirare il peso di un passato burrascoso. La fotografia, curata da Manu Dacosse, è eccezionale nel catturare questa atmosfera, con tonalità fredde e una luce che sembra sempre sul punto di spegnersi.
Du Welz è un maestro nel creare la tensione non attraverso jump scare gratuiti, ma con un accumulo lento e metodico di dettagli inquietanti. La suspense non deriva da ciò che accade, ma da ciò che potrebbe accadere. I silenzi sono carichi di significati, gli sguardi dei personaggi sono eloquenti e ogni loro gesto sembra nascondere un doppio fondo. La regia si concentra sui dettagli, sugli sguardi furtivi di Gloria, sulle reazioni sottili di Jeanne e sulla crescente frustrazione di Marcel, creando un'esperienza visiva che è al tempo stesso elegante e profondamente disturbante. L'approccio minimalista, che si affida più alla psicologia dei personaggi che all'azione, rende il film una sorta di balletto macabro in cui ogni passo è calcolato per portare a una conclusione inevitabile e tragica.
Il successo di un thriller psicologico dipende in gran parte dalla qualità delle interpretazioni, e Inexorable si avvale di un cast principale straordinario che regge il peso della storia.
Benoît Poelvoorde nel ruolo di Marcel Bellmer è magnifico. Poelvoorde, noto al pubblico internazionale per le sue interpretazioni comiche e spesso sopra le righe (come in C'est arrivé près de chez vous), si cala in un ruolo drammatico con una gravità e una fragilità sorprendenti. Il suo Marcel è un uomo che cerca di fuggire dal suo passato, ma che si trova intrappolato in una situazione che riaccende le sue paure più profonde. La sua interpretazione è sottile e misurata, e riesce a trasmettere la sua crescente disperazione senza ricorrere a eccessi melodrammatici.
Mélanie Doutey interpreta Jeanne, la moglie di Marcel, con un misto di ingenuità e determinazione. Inizialmente, il suo personaggio sembra essere la vittima innocente della storia, ma Doutey riesce a conferirle una profondità inaspettata, mostrando come anche le persone apparentemente più forti possano essere vulnerabili di fronte a una manipolazione psicologica così astuta.
Alba Gaïa Bellugi è la vera rivelazione del film. La sua interpretazione di Gloria è inquietante e affascinante. Gloria è una figura misteriosa e camaleontica, che passa dalla fragilità all'aggressività con una facilità sconcertante. Bellugi riesce a mantenere un'aura di ambiguità costante, rendendo difficile per lo spettatore capire le sue vere intenzioni. Il suo sguardo, a volte innocente e a volte pieno di malizia, è uno degli elementi più perturbanti e memorabili del film.
Inexorable è un film che si distingue per la sua capacità di scavare a fondo nei lati oscuri della natura umana. Du Welz non è interessato a dare risposte semplici, ma a porre domande scomode. Il film esplora il tema della manipolazione con una lucidità brutale, mostrando come un predatore possa sfruttare le debolezze e la compassione degli altri per raggiungere i propri scopi. Il titolo stesso, Inexorable, suggerisce il destino che attende i personaggi, un destino che non può essere evitato, non importa quanto si cerchi di fuggire.
Un altro aspetto degno di nota è l'uso del simbolismo. La villa, con le sue pareti ornate e i suoi corridoi bui, diventa una metafora della mente umana, con i suoi segreti nascosti e i traumi che riemergono. La figura di Gloria, inoltre, può essere vista non solo come una persona reale, ma come l'incarnazione del passato di Marcel che torna a reclamare ciò che gli è stato tolto. La pellicola si distacca dal classico thriller, assumendo le sfumature del dramma psicologico e, in alcuni momenti, quasi dell'horror gotico, creando un mix di generi che lo rende unico nel panorama cinematografico contemporaneo.
In conclusione, Inexorable è un film per chi ama il cinema di genere che non si ferma alla superficie. È un'opera viscerale, che richiede allo spettatore di immergersi in un'atmosfera di crescente inquietudine. Con una regia impeccabile, interpretazioni magistrali e una trama che si svela con lentezza e precisione, il film di du Welz è un'esperienza cinematografica intensa e indimenticabile, che lascia un segno profondo ben oltre i titoli di coda.
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Il marito, è un film del 1958 diretto da Nanni Loy e Gianni Puccini.
Il 1958 segnò un momento unico nel cinema italiano con l'uscita di Il Marito, un film che offre uno sguardo umoristico ma toccante sulle sfide e le assurdità del matrimonio. Diretto dal talentuoso duo Nanni Loy e Gianni Puccini, questo film si distingue non solo per la sua regia ma anche per la sua magistrale miscela di commedia e commento sociale, tratto distintivo del genere "commedia all'italiana". Sebbene spesso messo in ombra da altri classici dell'epoca, Il Marito è una gemma nascosta che merita un'attenzione più profonda per il suo ritratto penetrante della società italiana del dopoguerra, il suo cast stellare e i suoi temi sorprendentemente moderni.
Questo è un film in cui ci si può davvero immergere. Loy e Puccini, entrambi con un talento per i dialoghi spiritosi e le acute osservazioni, costruiscono una narrazione che risuona con l'esperienza universale di una coppia che cerca di trovare il proprio equilibrio. Avevano già collaborato in La legge è legge e Tempo di villeggiatura, sviluppando una forte partnership che permise loro di affrontare argomenti seri con un tocco leggero e umoristico. Il Marito non fa eccezione. Il fascino del film risiede nella sua capacità di prendere una premessa comune e facilmente riconoscibile—le frustrazioni della vita coniugale—e trasformarla in un'esperienza cinematografica avvincente.
La storia ruota attorno ad Alberto Mariani, un imprenditore edile di successo e ambizioso, e sua moglie, Elena, una donna che, per molti versi, rappresenta il mutamento del tessuto sociale dell'epoca. La coppia, apparentemente felice in superficie, vede la sua armonia sempre più minacciata da una serie di disaccordi domestici e professionali.
Il conflitto centrale del film è scatenato dalla nuova casa della coppia. Alberto ha grandi progetti per costruire una sontuosa villa, un simbolo del suo successo e una fonte di orgoglio. Tuttavia, la visione di Elena per la loro vita è molto più semplice. Lei vuole vendere la villa e vivere in un modesto appartamento in città, una mossa che la terrebbe vicina alla sua famiglia e le darebbe maggiore libertà. Questa fondamentale differenza nelle loro aspirazioni diventa il catalizzatore di una serie di discussioni che sfociano in una vera e propria crisi coniugale.
Quello che segue è una montagna russa di incomprensioni, giochi di potere e situazioni comiche. Il film esplora abilmente la dinamica di un matrimonio in cui un partner sente il bisogno di affermare il controllo mentre l'altro, con la sua tranquilla determinazione, resiste. Alberto, interpretato con un perfetto mix di arroganza e vulnerabilità da Alberto Sordi, crede di sapere cosa è meglio per la sua famiglia e la sua carriera. Elena, tuttavia, non è una figura passiva. Ha i suoi desideri e la sua autonomia, e non ha paura di difenderli.
La forza del film sta nella sua capacità di affrontare questi conflitti senza rendere nessuno dei due personaggi un cattivo. Sia Alberto che Elena sono individui imperfetti e con cui ci si può immedesimare. Le loro discussioni sembrano genuine e le loro frustrazioni sono palpabili. Vediamo l'ambizione di Alberto sia come una forza che come una debolezza, e simpatizziamo con il desiderio di Elena di una vita che le sembri più autentica. Il film è la dimostrazione che anche in una relazione d'amore, desideri diversi possono portare a significativi attriti.
Man mano che il conflitto si intensifica, amici e familiari della coppia vengono trascinati nel dramma, ognuno offrendo i propri consigli (spesso inutili). Questo cast di personaggi secondari aggiunge un altro strato di umorismo e commento sociale, mettendo in evidenza la natura spesso invadente della famiglia allargata e l'ipocrisia degli amici con buone intenzioni. Il culmine del film vede Alberto fare un ultimo disperato tentativo per salvare il suo matrimonio, un atto finale che porta a una risoluzione sorprendente e toccante.
Nanni Loy e Gianni Puccini erano maestri del loro mestiere. La loro collaborazione in Il Marito è una testimonianza dei loro stili complementari. Loy, noto per la sua capacità di ottenere interpretazioni potenti e il suo acuto senso dell'umorismo, era un regista che prestava grande attenzione allo sviluppo dei personaggi. Puccini, d'altra parte, apportava una solida struttura narrativa e un occhio attento per i dettagli. Insieme, hanno creato un film che è sia emotivamente ricco che visivamente coinvolgente.
I registi utilizzano una classica struttura comica, costruendo su una serie di incomprensioni crescenti e situazioni umoristiche. Impiegano un ritmo incalzante, con dialoghi arguti e gag visive intelligenti che tengono lo spettatore incollato allo schermo. Tuttavia, ciò che distingue Il Marito da una semplice commedia è la sottostante critica sociale. Loy e Puccini usano l'ambiente domestico come un microcosmo dei più ampi cambiamenti sociali in atto in Italia in quel periodo.
L'Italia del dopoguerra stava vivendo un periodo di rapida crescita economica, spesso definito "miracolo economico". Il film esplora sottilmente la tensione tra i valori tradizionali e la nuova cultura consumistica. Il desiderio di Alberto per la grande villa non è solo un sogno personale; è un riflesso di una società che stava sempre più valorizzando il successo materiale e i segni esteriori di prosperità. Il desiderio di Elena di una vita più semplice, al contrario, può essere visto come una critica a questo nuovo materialismo. I registi usano questi conflitti personali per riflettere sulle più ampie ansie e aspirazioni di una nazione in transizione.
Uno dei maggiori punti di forza del film è il suo cast stellare, guidato dall'incomparabile Alberto Sordi e dall'elegante Silvana Mangano.
Alberto Sordi nel ruolo di Alberto Mariani è una forza della natura. Sordi era, e rimane, uno degli attori più amati e iconici del cinema italiano. Aveva una capacità unica di incarnare l'uomo italiano medio con tutti i suoi difetti, vulnerabilità e stravaganze comiche. In Il Marito, porta la sua caratteristica miscela di comicità fisica e interpretazione sfumata. Ritragga Alberto non come un cattivo ma come un uomo che lotta per conciliare le sue ambizioni professionali con la sua vita personale. Le sue espressioni di frustrazione, i suoi tentativi di manipolare le situazioni e i suoi momenti di genuina disperazione sono tutti perfettamente calibrati, rendendo il personaggio al tempo stesso esasperante e profondamente umano.
Silvana Mangano nel ruolo di Elena è la perfetta controparte di Sordi. La Mangano era una star nota per la sua bellezza e la sua gamma drammatica. In questo film, offre un'interpretazione più misurata ma ugualmente potente. Non è la stereotipata casalinga, ma una donna con la sua tranquilla forza e intelligenza. Le sue espressioni sottili e il suo contegno riservato catturano perfettamente la frustrazione di una donna la cui voce non viene ascoltata. La chimica tra Sordi e Mangano è palpabile. Il loro rapporto sullo schermo sembra autentico e le loro discussioni sono uno spasso da guardare, piene di emozione genuina e tempismo comico.
Anche il cast di supporto è eccellente. Il film presenta numerosi altri attori di talento che danno vita al mondo di Alberto ed Elena. Ognuno di loro, dagli amici invadenti ai parenti esasperati, aggiunge uno strato di profondità e umorismo alla narrazione.
Il Marito potrebbe non essere così conosciuto come altri film dell'età d'oro della commedia italiana, ma è un film che merita di essere riscoperto. È un esempio magistrale del genere "commedia all'italiana", che mescola momenti esilaranti con una critica sociale acuta. I temi del film—comunicazione, compromesso e lo scontro tra desideri personali ed aspettative della società—sono attuali oggi come lo erano nel 1958.
Loy e Puccini hanno creato un film che è sia una commedia divertente che un'analisi penetrante del matrimonio. Alberto Sordi offre una delle sue interpretazioni più memorabili, e Silvana Mangano brilla in un ruolo che le permette di mostrare la sua discreta brillantezza. Il ritratto sfumato che il film fa della lotta di una coppia per il controllo e la comprensione lo rende un classico senza tempo. È la prova che un film può essere divertente e profondo allo stesso tempo, offrendo non solo risate ma una riflessione autentica su cosa significhi costruire una vita con un'altra persona.
Il film si pone come un perfetto esempio della capacità del cinema italiano di trasformare la quotidianità in arte. Ci ricorda che anche nei momenti più banali della vita, c'è umorismo, dramma e una storia che vale la pena raccontare. Se siete appassionati di cinema classico italiano, o semplicemente alla ricerca di un film arguto e intelligente sulle complessità delle relazioni, Il Marito è un'opera da non perdere.
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Alle soglie della vita (Nära livet) è un film del 1958 diretto da Ingmar Bergman.
Alle soglie della vita (Nära livet), diretto da Ingmar Bergman nel 1958, non è semplicemente un film, ma un'intensa e claustrofobica esplorazione dell'animo umano, ambientata in un luogo che è al tempo stesso l'anticamera della gioia e il crocevia del dolore: la stanza di un ospedale. Con questo film, Bergman si allontana dalle sue grandi allegorie esistenziali per concentrarsi su un dramma intimo e realistico, guadagnando unanime riconoscimento e il premio per la miglior regia al Festival di Cannes, dove le tre attrici protagoniste furono premiate collettivamente per la loro interpretazione. È un'opera che, pur nella sua semplicità di ambientazione, si rivela di una complessità emotiva e psicologica profonda, offrendo uno sguardo crudo e senza filtri sulla vita, la morte e la maternità.
La narrazione si svolge quasi interamente tra le mura di un reparto maternità, trasformato in un palcoscopio di esistenze femminili. La storia si concentra su tre donne, le cui vicende personali e le cui attese si intrecciano nel corso di poche ore, creando un ritratto corale della condizione femminile di fronte all'evento della nascita.
La prima protagonista è Stina (Eva Dahlbeck), una donna energica, ottimista e in apparenza felice, in attesa del suo primo figlio. La sua gioia è palpabile, una luce che contrasta con l'atmosfera tesa del reparto. È accompagnata dal marito, Anders, e la loro relazione sembra solida, basata sull'attesa comune di un futuro radioso. Il dramma di Stina, e il primo colpo al cuore dello spettatore, si consuma quando la sua gravidanza, che sembrava perfetta, si conclude con una tragedia inattesa e devastante. La perdita del bambino la precipita in uno stato di shock e dolore muto, un'esperienza che annienta la sua precedente vitalità.
La seconda donna è Cecilia (Ingrid Thulin), una donna fragile e tormentata da una gravidanza a rischio e da un matrimonio in crisi. Il suo rapporto con il marito Harry è complicato da un'insormontabile incomunicabilità. Cecilia è prigioniera delle sue paure e della sua ansia, che la isolano in un guscio di angoscia. La sua vicenda è un'indagine sulla solitudine coniugale e sul peso emotivo e fisico di una gravidanza indesiderata o difficile. La sua incapacità di aprirsi e la distanza emotiva del marito rendono il suo percorso un'agonia silenziosa, che culmina in una dolorosa resa dei conti interiore.
Infine, c'è Hjördis (Bibi Andersson), la più giovane del gruppo, ricoverata dopo aver tentato un aborto. Hjördis rappresenta l'innocenza perduta, la ribellione e la disperazione giovanile. La sua è una storia di rifiuto e di stigma sociale. Sentendosi sola e senza un posto nel mondo, esprime il suo disagio con un'ostinata ritrosia e un senso di colpa che la divorano. La sua evoluzione nel film è un lento e faticoso processo di apertura verso le altre donne e, in ultima analisi, verso se stessa.
Queste tre storie, pur con i loro esiti diversi, sono legate da un filo invisibile di sofferenza e solidarietà. Le donne, inizialmente chiuse nelle proprie solitudini, imparano a condividere le loro paure e a offrire un muto sostegno. La loro interazione, fatta di sguardi, gesti e parole sussurrate, trasforma la stanza dell'ospedale da luogo di attesa a spazio di profonda connessione umana.
La regia di Ingmar Bergman in Alle soglie della vita è un esempio magistrale di minimalismo e intensità. A differenza di opere più teatrali come Il settimo sigillo, qui Bergman abbraccia uno stile quasi documentaristico, ma con una profonda sensibilità psicologica.
L'ambientazione gioca un ruolo fondamentale. Il reparto maternità non è solo uno sfondo, ma un personaggio in sé, un limbo sospeso tra il passato e il futuro. La fotografia in bianco e nero, curata da Gunnar Fischer – il collaboratore di Bergman prima di Sven Nykvist – è essenziale e cruda, esaltando i contrasti e le ombre che riflettono lo stato d'animo dei personaggi. La luce, spesso fredda e diretta, sottolinea la dura realtà del luogo e delle esperienze vissute.
Bergman fa un uso sapiente dei primi piani, che diventano la sua firma stilistica. Sfruttando il volto degli attori come una tela su cui dipingere emozioni, ci immerge nel tormento interiore delle donne. Ogni espressione, ogni lacrima, ogni sguardo perso nel vuoto è amplificato, rendendo impossibile distogliere lo sguardo dal loro dolore. Il ritmo narrativo è lento e meditato, costruito su lunghe sequenze di dialogo e di silenzio, che permettono allo spettatore di assorbire l'atmosfera di attesa e di tensione.
Il film evita ogni forma di melodramma superfluo, optando per una rappresentazione autentica e sobria della sofferenza. Il dolore di Stina, la paura di Cecilia e la disperazione di Hjördis non vengono spettacolarizzati, ma mostrati nella loro cruda e onesta quotidianità. Questo approccio rende il film incredibilmente potente e toccante, capace di suscitare empatia senza ricorrere a facili sentimentalismi.
Il successo di Alle soglie della vita non sarebbe stato possibile senza l'eccezionale performance del suo cast, in particolare delle tre attrici protagoniste, premiate a Cannes.
Eva Dahlbeck, nel ruolo di Stina, compie un'impressionante trasformazione. All'inizio, la sua Stina è un concentrato di gioia e di ingenua speranza. La sua performance, luminosa e sorridente, rende il successivo crollo ancora più devastante. La scena in cui il suo corpo tradisce la promessa di vita è un momento di puro, sconvolgente cinema.
Ingrid Thulin, interprete di Cecilia, incarna perfettamente la fragilità e l'angoscia. La sua recitazione è sottile e introspettiva, fatta di piccoli gesti e sguardi che rivelano un mondo interiore di paura e insicurezza. Il suo personaggio è l'emblema della solitudine psicologica, e la sua capacità di rendere visibile questo tormento è straordinaria.
Bibi Andersson, nel ruolo di Hjördis, porta sullo schermo una giovinezza ferita e una vulnerabilità che toccano nel profondo. La sua recitazione è nervosa e autentica. Hjördis è un personaggio che si muove tra l'isolamento e un desiderio represso di affetto, e la Andersson riesce a rendere ogni sfumatura di questo conflitto interiore.
Anche le performance maschili, pur più marginali, sono di grande impatto. Max von Sydow, nel ruolo di Harry, il marito di Cecilia, incarna l'incapacità dell'uomo di comprendere e di affrontare il dolore della donna. Il suo personaggio è un simbolo di un'incomunicabilità generazionale e di genere, un'assenza emotiva che pesa quanto una presenza.
Oltre alla narrazione e alla regia, Alle soglie della vita è un film denso di significato. Il titolo originale, "Nära livet" ("vicino alla vita"), suggerisce la principale tematica: il confine sottile e fragile tra la vita e la morte, la gioia e il dolore. L'ospedale diventa un metafora di questo confine, dove le nascite si affiancano alle perdite, e la speranza convive con la disperazione.
Il film esplora in modo impietoso le diverse sfaccettature della maternità, non solo come evento biologico, ma come esperienza psicologica ed esistenziale. Mostra come la maternità possa essere fonte di profonda felicità, ma anche di paura, dolore e identità spezzata.
Al centro del film c'è anche il tema dell'isolamento umano. Nonostante le donne si trovino nello stesso luogo e condividano un'esperienza simile, sono inizialmente prigioniere delle proprie solitudini. Il film è un viaggio verso la connessione e l'empatia, un lento processo in cui la sofferenza condivisa diventa un ponte tra le persone, in un mondo che sembra spesso indifferente.
In definitiva, Alle soglie della vita è un film che non offre risposte facili, ma pone domande universali. Non è un'opera sulla tragedia in sé, ma sulla dignità con cui la si affronta. Bergman ci mostra che, anche nel dolore più profondo, la vita continua, trasformata, ma non annientata. È un'opera che, con la sua cruda onestà e la sua straordinaria sensibilità, continua a risuonare potentemente anche a decenni di distanza.
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At the Matinée un documentario del 2019 con la regia di Giangiacomo de Stefano
"At the Matinée" è un documentario del 2019 diretto da Giangiacomo De Stefano, un regista italiano noto per la sua filmografia ricca di storie musicali e di controcultura. Il film si concentra su un fenomeno specifico e fondamentale della storia della musica: i concerti punk hardcore che si tenevano ogni domenica pomeriggio, i cosiddetti "matinée", nel leggendario club CBGB di New York, negli anni '80. Attraverso le testimonianze dei protagonisti e un sapiente uso di materiali d'archivio, il documentario ricostruisce l'atmosfera e l'importanza di quel periodo, un vero e proprio "santuario" del punk '77 e dell'hardcore.
La narrazione del film si snoda principalmente attraverso la voce di Walter Schreifels, un musicista newyorkese che ha fatto parte di alcune delle band più influenti di quella scena, come i Gorilla Biscuits, gli Youth of Today e i Quicksand. L'approccio di De Stefano non è quello di un'arida cronaca storica, ma piuttosto un viaggio intimo e personale nei ricordi di Schreifels, che torna nel Lower East Side a distanza di anni. Questo ritorno non è solo fisico, ma anche emotivo, e serve a mettere in luce il contrasto tra il quartiere degradato e ribelle di allora, e l'area gentrificata e quasi irriconoscibile di oggi.
La scelta di Schreifels come guida è cruciale. Attraverso le sue parole e la sua musica, il documentario racconta la storia di un luogo e di un tempo in cui la musica hardcore era molto più di un genere: era un movimento, una cultura. I "matinée" erano concerti aperti a tutti, spesso senza alcol, che si svolgevano di domenica, offrendo un'alternativa sicura e inclusiva per una scena che altrimenti rischiava di rimanere nell'ombra. Questo format permetteva a un pubblico giovane di partecipare, creando una comunità coesa e un ambiente dove l'energia e la passione del punk hardcore potevano esplodere in totale libertà. Il film cattura perfettamente questa energia, mostrando la palese fisicità dei concerti e il senso di appartenenza che univa musicisti e fan.
Oltre a Walter Schreifels, il documentario presenta una galleria di personaggi che hanno vissuto e plasmato quella scena. Uno dei più complessi e memorabili è Jimmy G. dei Murphy's Law, descritto dal regista come una persona "imprevedibile e divertente, ma allo stesso tempo estremamente suscettibile". Questi testimoni non sono solo intervistati, ma diventano veri e propri narratori, condividendo aneddoti, riflessioni e, talvolta, la malinconia per un'epoca che non tornerà.
Il film non si limita a celebrare il passato, ma cerca anche di comprendere cosa è rimasto di quel mondo. I personaggi mostrano le cicatrici e le glorie di quel periodo, riflettendo su come il punk hardcore li abbia formati. L'autenticità delle loro testimonianze è il cuore pulsante del documentario, rendendo un fenomeno di nicchia accessibile e affascinante anche per chi non lo conosce. Il regista, in un'intervista, ha raccontato di come la collaborazione con Schreifels sia stata fondamentale, poiché la sua figura è considerata un "pezzo fondamentale" della scena hardcore newyorkese. Al tempo stesso, ha descritto il lavoro di reperimento dei materiali d'archivio come "faticoso", sottolineando lo sforzo produttivo per dare vita a questa storia.
"At the Matinée" fornisce un'importante contestualizzazione del punk hardcore e della sua relazione con la città di New York. Sebbene il CBGB sia stato reso famoso da band come i Ramones, i Blondie e i Talking Heads nella scena punk del '77, il documentario sposta l'attenzione sull'hardcore degli anni '80, un'evoluzione più dura, veloce e socialmente consapevole. I matinée non erano solo concerti, ma luoghi di incontro e di espressione in un'epoca di crisi sociale ed economica per la città. Erano un rifugio per i giovani, un modo per sfuggire alla violenza delle strade e alla disillusione.
Il film mette in evidenza il concetto di "straight edge", una filosofia di vita all'interno del punk hardcore che promuoveva la sobrietà e il rifiuto di droghe e alcol. Questo aspetto, spesso trascurato, è cruciale per comprendere la cultura dei matinée, che, pur essendo musicalmente aggressivi, erano basati su valori di comunità e autodeterminazione. Il contrasto tra l'energia caotica della musica e la disciplina di vita di molti suoi aderenti è uno degli aspetti più affascinanti del documentario.
Come si può intuire, la musica è l'anima del film. "At the Matinée" è un'immersione sonora nel punk hardcore, con pezzi e performance di band seminali. Sebbene non sia disponibile una colonna sonora ufficiale, il film è ricco delle tracce delle band al centro della narrazione. Oltre ai già citati Gorilla Biscuits, Youth of Today, Warzone e Quicksand, il documentario evoca l'intero sound di quel periodo, un mix di riff di chitarra veloci, ritmi serrati e testi urlati che spesso affrontavano temi sociali e politici. La musica non è un semplice sottofondo, ma il motore che muove la storia, la forza unificatrice che ha creato una comunità e un'identità. Il regista, De Stefano, ha saputo cogliere questa essenza, dimostrando una profonda comprensione non solo del genere musicale, ma anche del suo significato culturale.
In sintesi, "At the Matinée" è un'operazione coraggiosa e insolita per un regista italiano, che esplora con attenzione e passione un fenomeno di nicchia e un mondo ormai scomparso. Più che un semplice documentario musicale, è un'indagine sulla memoria, sulla storia di una subcultura e sul destino dei luoghi che l'hanno ospitata. Il film ha ricevuto riconoscimenti, tra cui il premio del pubblico al Biografilm Festival, a testimonianza della sua capacità di emozionare e coinvolgere. È un lavoro essenziale per chiunque voglia comprendere non solo le origini dell'hardcore, ma anche il potere duraturo della musica di creare comunità e di resistere al tempo.
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Ore d'estate (L'Heure d'été), è un film francese del 2008 diretto da Olivier Assayas.
Il film del 2008 L'Heure d'été, uscito in Italia col titolo Ore d'estate, è un'opera toccante e profondamente introspettiva del regista francese Olivier Assayas. Il film si discosta dalle sue opere più frenetiche o politiche, come Carlos o Clean, per esplorare un tema universale e intimo: il peso del tempo, la memoria, il passaggio di una generazione e l'eredità che lasciamo a chi ci sopravvive.
Il cuore della storia ruota attorno a Hélène Berthier, interpretata dalla grande Edith Scob, una donna anziana che vive in una casa di famiglia fuori Parigi, circondata dagli oggetti che hanno scandito la sua vita e quella dei suoi antenati. La casa non è solo un'abitazione, ma un vero e proprio museo di famiglia, ricco di opere d'arte, mobili e oggetti di valore collezionati da suo zio, un famoso pittore. Il film inizia con la celebrazione del suo 75° compleanno, un momento che riunisce i suoi tre figli, ognuno con la propria vita e i propri problemi:
Frédéric (Charles Berling), il figlio maggiore e un economista di successo che vive a Parigi. È l'unico ad aver mantenuto un legame forte con la madre e con la storia della famiglia.
Adrienne (Juliette Binoche), una rinomata designer che vive a New York. Il suo stile di vita è dinamico e globale, in contrasto con la stabilità e la tradizione che la casa di famiglia rappresenta.
Jérémie (Jérémie Rénier), il più giovane, che lavora in Cina per un'azienda sportiva. Anche lui ha una vita lontana dalle radici familiari.
Poco dopo la festa, Hélène muore. Questo evento tragico ma inevitabile costringe i tre fratelli a confrontarsi con una realtà complessa e dolorosa: il destino della casa e di tutti gli oggetti in essa contenuti. Secondo le ultime volontà di Hélène, spetta a loro decidere cosa farne. Mentre Frédéric vorrebbe preservare la casa come un santuario della memoria, gli altri due fratelli, Adrienne e Jérémie, vedono nella vendita una soluzione pratica per dividere l'eredità e alleggerirsi di un fardello emotivo e finanziario.
La vendita degli oggetti non è solo una transazione economica, ma un processo di smembramento di una vita intera. Ogni pezzo, ogni quadro e ogni mobile raccontano una storia. La casa, un tempo il cuore pulsante della famiglia, diventa il campo di battaglia dove si scontrano il desiderio di conservare il passato e la necessità di affrontare il futuro. Il film osserva con estrema delicatezza e realismo le dinamiche familiari: i conflitti sopiti, i rancori, ma anche l'amore e la comprensione che riaffiorano. La decisione finale di vendere quasi tutto e donare le opere d'arte al Musée d'Orsay è un compromesso doloroso. Ore d'estate culmina in un finale agrodolce, dove i nipoti, la nuova generazione, si ritrovano nella casa ormai vuota per l'ultima volta. In questo momento, il film sottolinea che l'eredità non è solo materiale, ma si trasmette anche attraverso i ricordi, le storie e i valori che sopravvivono al tempo.
In Ore d'estate, Assayas adotta uno stile di regia quasi documentaristico, lontano da virtuosismi e tecnicismi eccessivi. La sua telecamera si muove con calma e attenzione, soffermandosi sui dettagli che raccontano la storia: le mani di Hélène che accarezzano un oggetto, la luce che filtra dalle finestre della casa, i volti dei personaggi che riflettono le loro emozioni. La fotografia, curata da Eric Gautier, è calda e naturale, catturando la bellezza malinconica della campagna francese e l'intimità degli spazi domestici.
Assayas dirige gli attori con grande sensibilità, permettendo loro di dare vita a personaggi complessi e credibili. La sua regia non giudica le scelte dei fratelli, ma le osserva con empatia, mostrando le ragioni e le contraddizioni di ognuno. Il film è costruito su dialoghi realistici e momenti di silenzio significativi, che lasciano spazio alla riflessione. Il regista esplora con maestria il tema del passaggio del tempo, non solo attraverso la trama, ma anche visivamente, contrapponendo la bellezza antica degli oggetti d'arte alla modernità delle vite dei protagonisti. Il film suggerisce che, in un mondo in continua trasformazione, la memoria e l'arte sono i ponti che ci connettono al passato.
Il cast di Ore d'estate è un punto di forza assoluto del film. Le interpretazioni sono misurate e intense, prive di eccessi drammatici.
Edith Scob nel ruolo di Hélène è semplicemente magnifica. Nonostante la sua presenza sia limitata alla prima parte del film, il suo personaggio è l'anima della storia. La sua performance è un ritratto commovente della fragilità e della dignità della vecchiaia.
Charles Berling offre una performance sobria e toccante nei panni di Frédéric, l'unico che sembra davvero comprendere il valore emotivo dell'eredità. Il suo personaggio incarna il conflitto tra l'attaccamento sentimentale e le pressioni del mondo moderno.
Juliette Binoche dà vita a una Adrienne vibrante e complessa. La sua performance riflette la vita frenetica di una donna di successo che deve fare i conti con le sue origini e le sue responsabilità.
Jérémie Rénier interpreta Jérémie con un misto di disorientamento e pragmatismo, rappresentando la generazione più giovane, spesso disconnessa dalle tradizioni familiari.
Ore d'estate è un'opera che trascende la semplice storia di un'eredità per diventare una riflessione profonda sulla vita, la morte e il significato dei legami familiari. Il film pone domande importanti e universali: Che cosa significa ereditare? Come possiamo onorare il passato senza rimanerne prigionieri? Il film non offre risposte facili, ma invita lo spettatore a riflettere sul proprio rapporto con la storia familiare, con gli oggetti che ci circondano e con il tempo che passa inesorabile.
Il film è stato accolto con grande favore dalla critica internazionale, che ha lodato la sua maturità e la sua profondità. Ha vinto numerosi premi e ha consolidato la reputazione di Assayas come uno dei registi più sensibili e acuti del cinema contemporaneo. In un'epoca in cui siamo costantemente distratti dalla velocità e dalla superficialità, Ore d'estate è un film che invita a rallentare, a guardare con attenzione e a riconoscere il valore delle piccole cose e dei ricordi che ci definiscono. È un'ode malinconica ma anche piena di speranza alla fragilità e alla bellezza della vita.
mubi
Io sono ancora qui (Ainda estou aqui), è un film del 2024 diretto da Walter Salles.
"Io sono ancora qui" è un film drammatico e storico del 2024 diretto dal celebre regista brasiliano Walter Salles. La pellicola, acclamata dalla critica internazionale e premiata con l'Oscar per il miglior film internazionale, si basa sull'omonimo libro di memorie scritto da Marcelo Rubens Paiva, un resoconto toccante e personale della vita della sua famiglia sotto la dittatura militare brasiliana.
Trama
Il film ci trasporta nel Brasile del 1971, un Paese sotto la morsa della dittatura militare instauratasi con il colpo di stato del 1964. Al centro della narrazione c'è la famiglia Paiva, che vive in un'apparente normalità, tra giochi in spiaggia, musica tropicalista e dibattiti culturali. Il padre, Rubens Paiva (interpretato da Selton Mello), è un ex deputato laburista e un ingegnere civile, noto per la sua opposizione al regime.
L'armonia familiare viene brutalmente spezzata quando Rubens Paiva viene arrestato e prelevato dalla sua casa. Per la famiglia inizia una lunga e straziante odissea. Il film si concentra in particolare sulla figura della moglie, Eunice Paiva (interpretata in modo magistrale da Fernanda Torres), una donna che da casalinga e madre di cinque figli si trasforma in una coraggiosa attivista politica e avvocata. Mentre il marito diventa uno dei tanti desaparecidos (scomparsi) del regime, Eunice si imbarca in una solitaria e instancabile battaglia per scoprire la verità sul suo destino e per ottenere giustizia, il tutto cercando di mantenere unita la sua famiglia e di crescere i figli in un clima di terrore e repressione.
La narrazione intreccia la ricerca disperata di Eunice con il processo di crescita e maturazione dei figli, che, nonostante le avversità, trovano il modo di ribellarsi e di preservare la loro identità. Il film si spinge fino al 2014, quando una Eunice ormai anziana e affetta da Alzheimer ha un momento di lucidità guardando un servizio televisivo dedicato al marito, un'immagine che simboleggia la tenacia della memoria e la resistenza umana.
Regia e stile narrativo
Walter Salles, noto per il suo stile poetico e profondo (ricordiamo "Central do Brasil" e "I diari della motocicletta"), dirige "Io sono ancora qui" con grande sensibilità e un'attenzione meticolosa ai dettagli storici e personali. Salles, che da adolescente conosceva la famiglia Paiva, offre una prospettiva intima e quasi personale sulla vicenda, evitando i toni retorici del biopic tradizionale.
La regia è calibrata per creare un contrasto visivo e emotivo tra la solarità e l'atmosfera vivace della Rio de Janeiro degli anni '70 e le tenebre del regime militare. Le scene in spiaggia, i colori vivaci e la musica dell'epoca si alternano a momenti di tensione e a fugaci ma minacciose apparizioni dei convogli militari. Questo dualismo sottolinea come la dittatura fosse un'ombra costante che incombeva sulla vita quotidiana delle persone. Il film è un "biopic nel senso più fedele del termine," che riesce a essere al contempo un tributo a una donna straordinaria e un'immersione in un periodo storico cruciale.
Attori e interpretazioni
Il cast di "Io sono ancora qui" è uno dei suoi punti di forza.
Fernanda Torres offre un'interpretazione che la critica ha definito "fenomenale", "gloriosa" e una delle migliori della sua carriera. Il suo ritratto di Eunice Paiva è un mix di dolore, resilienza, tenacia e gentilezza, che incarna la forza di una generazione che non si è arresa. Ha vinto il Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico per questa performance.
Fernanda Montenegro, madre di Fernanda Torres nella vita reale, interpreta Eunice in età avanzata. La sua breve ma intensa apparizione è un momento di grande impatto emotivo.
Selton Mello nel ruolo di Rubens Paiva è un'interpretazione solida e commovente, che dà spessore e umanità alla figura del desaparecido.
Contesto storico e messaggio del film
Il film si inserisce nel contesto della dittatura militare brasiliana, che durò dal 1964 al 1985. Il regime abolì i partiti politici, soppresse le libertà civili, e istituì un sistema di repressione che portò all'arresto, alla tortura e all'uccisione di migliaia di oppositori politici, molti dei quali non sono mai stati ritrovati. Il caso di Rubens Paiva è emblematico di questa politica del terrore.
"Io sono ancora qui" non è solo una storia personale, ma una riflessione più ampia sulla memoria storica e sulla necessità di non dimenticare. Il film mostra come la dittatura abbia compromesso ogni aspetto della vita privata, non solo attraverso la repressione politica, ma anche influenzando la cultura, la società e le relazioni umane. Il messaggio finale è un'ode alla speranza, alla resilienza e alla lotta per la verità, che si manifesta nel sacrificio di Eunice e nel suo sforzo instancabile di far sì che la sua famiglia e il suo Paese non dimentichino.
In conclusione, "Io sono ancora qui" è un film potente e commovente, che unisce una storia vera di estrema rilevanza storica con una narrazione intima e universale sulla forza della famiglia e la ricerca della giustizia.
sky/now
The Deep (Djúpið), è un film del 2012 diretto da Baltasar Kormákur.
Il film The Deep (in islandese: Djúpið), uscito nel 2012 e diretto da Baltasar Kormákur, è un'opera cinematografica che ha saputo colpire il pubblico e la critica per la sua intensità e per il suo realismo. Il film si basa su una storia vera, un evento tragico e allo stesso tempo miracoloso che si verificò nel 1984, quando un peschereccio islandese affondò al largo delle Isole Vestmann e un solo uomo, Guðlaugur Friðþórsson, riuscì a sopravvivere.
Il film si apre con un'atmosfera serena e quasi idilliaca, che mostra la vita quotidiana di una comunità di pescatori sulle Isole Vestmann. Conosciamo i personaggi principali, in particolare Gulli, un pescatore robusto e schivo, interpretato da Ólafur Darri Ólafsson. Gulli e i suoi compagni, in una fredda notte di marzo, escono in mare a bordo del loro peschereccio. Tutto procede normalmente, finché una tragedia inaspettata si abbatte su di loro: la rete si impiglia in un ostacolo sottomarino e l'imbarcazione si capovolge in pochi istanti.
L'affondamento è mostrato in modo crudo e terrificante, lasciando poco spazio alla speranza. I membri dell'equipaggio, tra cui Gulli, riescono a uscire dalla barca che si sta inabissando. L'acqua è gelida, la temperatura sotto lo zero. In breve tempo, uno dopo l'altro, i suoi compagni cedono al freddo, all'esaurimento e alla disperazione. Gulli rimane solo, in balia delle onde.
Da questo momento, il film si concentra interamente sulla sua lotta disperata per la sopravvivenza. Gulli è un uomo comune, non un eroe d'azione, ma un pescatore che ha una profonda conoscenza del mare. Sente l'istinto che lo spinge a nuotare verso la terraferma, un tragitto di circa 6 chilometri attraverso l'oceano Artico. La sua non è solo una sfida fisica, ma anche psicologica. Deve combattere contro l'ipotermia, le allucinazioni causate dal freddo e la solitudine. Il film ci mostra in modo spietato gli effetti del gelo sul suo corpo: le mani si irrigidiscono, la pelle diventa bluastra, il suo corpo perde sensibilità.
Dopo ore e ore di nuoto estenuante, Gulli riesce a raggiungere le scogliere laviche dell'isola. Ma la sua odissea non è finita: scalare la scogliera, a piedi nudi e con il corpo quasi congelato, è un'altra prova insormontabile. Infine, esausto e quasi privo di sensi, riesce a raggiungere un villaggio e a chiedere aiuto.
La seconda parte del film si concentra sulle conseguenze del miracolo di Gulli. Ricoverato in ospedale, i medici sono sbalorditi: il suo corpo avrebbe dovuto cedere al freddo in pochissimo tempo, secondo ogni teoria scientifica. Invece, Gulli non solo è sopravvissuto, ma ha una temperatura corporea quasi normale e un cuore che batte come se nulla fosse successo. Il suo caso diventa un mistero scientifico e Gulli viene portato a Londra per essere studiato. I medici lo sottopongono a esperimenti, immergendolo in vasche di acqua gelida e monitorando le sue reazioni.
Il film tocca qui il tema dell'isolamento e della pressione mediatica. Gulli, un uomo semplice e riservato, si trova improvvisamente al centro dell'attenzione, trasformato da sopravvissuto a fenomeno scientifico. La sua storia, che lui non ama raccontare, è diventata pubblica e lui si sente incompreso e sfruttato. Questa parte del film solleva interrogativi sulla natura della sopravvivenza, sul perché alcuni vivono e altri no, e sulle reazioni umane di fronte a eventi inspiegabili.
Infine, il film si conclude con il ritorno di Gulli alla sua vita normale, ma non è più lo stesso. Ha perso i suoi amici e porta su di sé il peso di quel tragico evento e del miracolo che gli ha salvato la vita.
Baltasar Kormákur è uno dei registi islandesi più noti a livello internazionale, e con The Deep ha dimostrato ancora una volta la sua maestria nel raccontare storie intense e viscerali. La sua regia è caratterizzata da un approccio realistico e quasi documentaristico. Kormákur evita il melodramma e si concentra sull'esperienza sensoriale e fisica dei personaggi.
Per le riprese in mare, Kormákur ha usato tecniche che aumentano il senso di immersione dello spettatore. Le scene in acqua sono state girate in condizioni di freddo intenso, a volte persino con lo stesso Ólafsson che ha affrontato il vero mare gelido, rendendo la sua performance ancora più autentica e toccante. La telecamera, spesso a mano, segue Gulli da vicino, catturando ogni respiro affannoso, ogni movimento disperato, ogni sguardo perso nel vuoto. Questa scelta stilistica crea un'intimità profonda tra il pubblico e il protagonista, facendoci sentire il freddo, la paura e la stanchezza che lui prova.
Kormákur non ha usato molti effetti speciali, preferendo il realismo delle condizioni naturali. Ha lavorato con una troupe ridotta per non compromettere l'autenticità delle scene. La direzione degli attori è stata molto precisa, con un'attenzione particolare alle espressioni facciali e al linguaggio del corpo, elementi fondamentali per trasmettere il trauma e la resilienza del personaggio di Gulli.
Inoltre, il regista ha saputo gestire magistralmente i diversi toni del film: dalla serenità iniziale, alla disperazione dell'affondamento, alla tensione della lotta per la sopravvivenza, fino al dramma psicologico post-evento.
Il film si regge quasi interamente sulla performance di Ólafur Darri Ólafsson, un attore islandese di grande talento che qui ha offerto l'interpretazione della sua vita. La sua prestazione è stata acclamata dalla critica internazionale.
Ólafsson, che è un uomo di corporatura massiccia, ha saputo infondere nel personaggio di Gulli una forza stoica e una vulnerabilità commovente. La sua recitazione non è fatta di grandi gesti, ma di dettagli sottili: il modo in cui i suoi occhi si velano di disperazione, la sua voce roca che si spezza dal freddo, il suo sguardo che si fissa sull'orizzonte come unica speranza. Per prepararsi al ruolo, Ólafsson ha dovuto affrontare condizioni estreme, girando molte scene nel vero oceano Artico, il che ha contribuito in modo significativo all'autenticità del suo personaggio.
Il resto del cast, composto principalmente da attori islandesi, ha offerto interpretazioni solide e credibili. Tra questi, spiccano Jóhann G. Jóhannsson e Theodór Júlíusson che interpretano i compagni di Gulli. Nonostante il loro tempo sullo schermo sia limitato, riescono a dare vita a personaggi con cui lo spettatore si sente subito in sintonia.
The Deep è molto più di un semplice film di sopravvivenza. È una riflessione profonda su temi universali:
La forza della natura e la fragilità umana: Il film sottolinea la potenza inarrestabile del mare e del freddo, mostrando quanto l'uomo sia piccolo e indifeso di fronte agli elementi.
La resilienza e l'istinto di sopravvivenza: Gulli non è un eroe ma un uomo comune che, spinto dall'istinto, trova una forza che non credeva di avere. La sua sopravvivenza non è un atto di eroismo ma una risposta primordiale al pericolo.
Il trauma e l'elaborazione del lutto: Il film non si conclude con la salvezza del protagonista, ma continua a esplorare il suo stato psicologico. Gulli deve affrontare il senso di colpa del sopravvissuto, il dolore per la perdita dei suoi amici e l'isolamento che ne deriva.
Scienza contro fede/mistero: Il film mette in discussione i limiti della conoscenza scientifica. Il caso di Gulli rimane un mistero per i medici, un'anomalia inspiegabile. Il suo corpo, in un certo senso, ha sfidato le leggi della fisica, lasciando uno spazio al miracolo o all'inspiegabile.
The Deep è un film potente, toccante e visivamente straordinario. Nonostante la sua semplicità narrativa, riesce a catturare l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine. L'interpretazione magistrale di Ólafur Darri Ólafsson, unita alla regia sobria e realistica di Baltasar Kormákur, rende questa pellicola un'esperienza cinematografica indimenticabile. È un'ode alla resilienza umana, una storia di perdita, dolore e, infine, di speranza e rinascita.
L'uso del paesaggio islandese, con le sue scogliere nere e il suo mare impetuoso, non è solo uno sfondo ma un vero e proprio personaggio, che contribuisce a rendere la narrazione ancora più avvincente e autentica. È un film che rimane con lo spettatore a lungo dopo i titoli di coda, spingendolo a riflettere sulla natura della vita, della morte e sulla forza dello spirito umano.
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Matador, è un film del 1986 diretto da Pedro Almodóvar
Matador, un film del 1986 che rappresenta un momento cruciale nella filmografia di Pedro Almodóvar, segnando un passaggio dai suoi primi lavori più puramente punk e grotteschi a un cinema più maturo, pur mantenendo una trasgressività e una vitalità uniche.
Matador è un'opera audace, un thriller erotico che si immerge nelle ossessioni più profonde dell'animo umano, esplorando il legame indissolubile tra amore, morte e violenza. Non è solo un film sulla corrida, ma un'intricata metafora che usa il rito della tauromachia per indagare le pulsioni primarie e la ricerca di una passione assoluta, che trova il suo compimento solo nella fusione con la morte.
Trama
Il film si apre su una scena che stabilisce immediatamente il tono: Diego Montes (Nacho Martínez), un famoso e affascinante ex-torero, si masturba guardando video di donne brutalmente uccise in film horror. Diego è stato costretto a ritirarsi dall'arena a causa di una ferita, ma l'ossessione per la morte e per il "momento della verità" – il matar, l'uccidere – non lo ha mai abbandonato. Trasferisce questa sua pulsione sui suoi amanti, strangolandoli nel momento del climax.
Parallelamente, seguiamo la storia di María Cardenal (Assumpta Serna), un'avvocatessa penalista bella e spietata. Anche lei, come Diego, è segretamente una serial killer, che uccide i suoi amanti usando uno spillo per capelli durante il sesso. La sua ossessione per la morte è il rovescio della medaglia dell'ossessione di Diego, ma entrambi sono alla ricerca della stessa cosa: un'unione finale, definitiva, in cui amore e morte si fondono.
Le vite dei due assassini si intrecciano con quella di Ángel (un giovanissimo e indimenticabile Antonio Banderas), un allievo di Diego. Ángel è un ragazzo fragile, tormentato da una madre iperprotettiva e cattolica bigotta, che lo opprime con le sue fobie. Ángel, a sua volta, tenta di violentare una ragazza, ma fallisce e, tormentato dai sensi di colpa, si autoaccusa degli omicidi commessi da Diego e da María, anche se lui non ha commesso alcun crimine. La sua confessione è una sorta di estrema espiazione, ma anche un tentativo di entrare in un mondo di violenza e passione che lo affascina e lo spaventa allo stesso tempo.
María, affascinata dall'ex-torero e convinta della sua innocenza, decide di difendere Ángel per poter incontrare il suo idolo, Diego. L'incontro tra i due è l'esplosione di un desiderio represso, una fatale attrazione che li spinge a consumare la loro passione finale. Il climax del film è un rituale d'amore e morte, dove i due amanti, ormai uniti nella loro follia, decidono di uccidersi a vicenda durante un'eclissi di sole, unendosi in una "nuova luminosità nera e ardente", come recita una frase del film.
Regia e stile narrativo
Matador è un film che mostra una maturità stilistica e tematica sempre maggiore da parte di Almodóvar. Sebbene mantenga elementi del suo cinema più "pop" e grottesco, come la presenza di personaggi eccentrici (la madre di Ángel, il commissario), il film si sposta verso un genere più cupo e drammatico. Almodóvar usa il thriller e il melodramma per esplorare temi complessi come il feticismo, l'erotismo, la mascolinità tossica e il ruolo della donna nella società.
La regia è tesa e calcolata, con un uso sapiente dei colori, in particolare il rosso, che domina la scena come il sangue nell'arena. Il film è pieno di citazioni cinematografiche, da Duello al sole di King Vidor, di cui i protagonisti guardano una scena chiave, ai film horror che Diego osserva. Questo stile citazionista è una firma del regista, che crea un dialogo costante con la storia del cinema.
La sceneggiatura, scritta con lo scrittore Jesús Ferrero, dona al film una profondità letteraria e filosofica. La figura del torero, del matador, che è letteralmente "colui che uccide", diventa una metafora universale per il rapporto tra l'uomo e la morte, la celebrazione della vita attraverso il rischio estremo. La frase "per uccidere un toro come merita, oltre che con la spada bisogna ucciderlo anche col cuore" è la chiave di lettura del film, dove la passione e l'omicidio si fondono in un unico atto.
Attori e interpretazioni
Il cast di Matador è eccezionale, e ogni attore contribuisce a creare un'atmosfera unica e disturbante.
Nacho Martínez nel ruolo di Diego Montes è magnetico e inquietante, incarnando la figura del maschio alfa tormentato che non riesce a trovare pace al di fuori del rito della morte. La sua performance è intensa e brutale, ma allo stesso tempo vulnerabile.
Assumpta Serna come María Cardenal è glaciale e sensuale, una donna che ha abbracciato il suo lato oscuro per trovare un senso alla vita. La sua bellezza fredda e la sua determinazione la rendono l'unica degna partner di Diego.
Antonio Banderas in uno dei suoi primi ruoli importanti. Il suo Ángel è un personaggio fragile e goffo, ma con una purezza inquietante. Banderas riesce a rendere la complessità di un ragazzo che cerca disperatamente di trovare la propria identità in un mondo di violenza, ma non ne è all'altezza.
Non possiamo non citare la presenza di Carmen Maura, attrice feticcio di Almodóvar, che interpreta una psichiatra in un ruolo secondario ma memorabile, aggiungendo un tocco di humour nero e surreale.
Contesto storico e accoglienza
Matador è uscito nel 1986, in pieno periodo di Movida madrileña, il movimento culturale e artistico che seguì la morte di Francisco Franco. Il film è un'espressione di questa libertà ritrovata, un'esplosione di trasgressione e di esplorazione sessuale e tematica che sarebbe stata impensabile sotto la dittatura. L'accoglienza del film fu controversa: alcuni lo videro come un capolavoro audace, altri come un'opera eccessivamente provocatoria e morbosa. È stato vietato ai minori di 18 anni in molti Paesi per le sue scene esplicite di violenza e sesso.
Il film segnò l'inizio della collaborazione tra Almodóvar e il direttore della fotografia José Luis Alcaine, che avrebbe poi lavorato a molti dei suoi film successivi. Matador è un'opera che ha consolidato la fama internazionale di Almodóvar, dimostrando la sua capacità di mescolare generi, dalla commedia al dramma, dal giallo all'horror, creando un cinema unico, riconoscibile e profondamente personale.
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Ti respiro, un cortometraggio del 2025 regia di Lorenzo Giovenga/Jab
"Ti respiro" è un cortometraggio che si distingue per la sua capacità di esplorare temi profondi e universali come la solitudine, la malattia mentale e la speranza, attraverso una narrazione intima e visivamente potente. L'opera si allontana dai cliché per offrire un ritratto crudo ma al contempo poetico di un'anima in lotta.
Trama
Il cortometraggio si concentra sulla figura di Andrea, un giovane ventenne che vive in una condizione di profonda depressione e isolamento. La sua esistenza è scandita dalla monotonia delle sue giornate, dove l'unica interazione è con un mondo esterno che sembra non vederlo. Le sue giornate sono prive di stimoli, bloccate in una sorta di limbo emotivo, un silenzio assordante che riflette la sua condizione interiore.
La svolta avviene quando Andrea fa un incontro inaspettato con un gatto randagio. Questo semplice incontro, apparentemente insignificante, si trasforma in un catalizzatore di cambiamento. Il gatto, con la sua presenza silenziosa e costante, rappresenta l'unica scintilla di vita che riesce a penetrare la corazza di solitudine del protagonista. È un simbolo di innocenza e libertà, ma anche di vulnerabilità, che risveglia in Andrea un senso di responsabilità e, lentamente, la voglia di "sentire" di nuovo.
Il cortometraggio non si limita a mostrare il cambiamento, ma ne esplora le sfumature. Il legame con l'animale porta Andrea a compiere piccoli, ma significativi, gesti che lo riconnettono al mondo: un piccolo acquisto per il gatto, una carezza, il ritorno di un sorriso. Questi momenti sono la prova che la speranza non è una grande rivelazione, ma un lento processo fatto di gesti minimi e di riconnessioni. La narrazione si conclude con una metafora visiva molto forte: Andrea finalmente "respira", aprendo la finestra e lasciando che l'aria, e con essa la vita, entri nella sua stanza, e nella sua anima.
Regia e stile narrativo
Lorenzo Giovenga, che ha già dimostrato la sua sensibilità con opere precedenti, dirige "Ti respiro" con una mano ferma e un'attenzione quasi maniacale ai dettagli emotivi. Il suo stile visivo è caratterizzato da un uso sapiente della fotografia, che alterna colori freddi e sbiaditi, quasi a riflettere lo stato d'animo di Andrea, a momenti di luce e calore che accompagnano la sua riscoperta della vita.
La regia si avvale di inquadrature ravvicinate e silenzi prolungati, che permettono allo spettatore di immergersi completamente nel mondo interiore del protagonista. L'assenza quasi totale di dialoghi è una scelta stilistica audace e azzeccata, che affida il compito di narrare all'espressività degli attori e alla forza delle immagini.
La collaborazione con il collettivo JAB (Just a Bothering) ha contribuito a dare al cortometraggio un'estetica moderna e un tocco di sperimentazione, unendo il realismo della storia alla potenza visiva delle riprese. Il film riesce a creare un'atmosfera sospesa e sognante, ma allo stesso tempo ancorata alla realtà.
Attori e interpretazioni
Il cortometraggio si affida a un cast ridotto ma di grande efficacia.
Il ruolo del protagonista, Andrea, è affidato a Simone Furlani, che offre un'interpretazione intensa e credibile. La sua capacità di comunicare dolore, apatia e, infine, una timida speranza, solo attraverso l'espressione del volto e la postura, è il vero motore emotivo del film.
Gli altri attori, in ruoli minori, servono a sottolineare la condizione di isolamento del protagonista, fungendo da semplici comparse nel suo mondo interiore.
Tematiche e ricezione
"Ti respiro" è stato accolto molto positivamente dalla critica, in particolare per la sua capacità di trattare con delicatezza e senza retorica un tema complesso come la salute mentale. La pellicola non cerca di dare risposte semplici, ma offre una metafora di rinascita che si basa sulla connessione con l'altro, anche se quest'altro è un semplice animale.
L'opera di Giovenga e JAB si pone come un importante strumento di riflessione e sensibilizzazione. Il suo messaggio è che anche nei momenti più bui, una piccola, inaspettata connessione può essere l'inizio di un percorso di guarigione. Il cortometraggio, con la sua durata ridotta, riesce a comunicare in pochi minuti un'intera esistenza e un'intera trasformazione.
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Il magnifico cornuto,è un film del 1964 diretto da Antonio Pietrangeli
Il magnifico cornuto è una commedia all'italiana che scava nel profondo dell'animo borghese, mettendo in scena la paranoia e la crisi di un uomo ossessionato dall'infedeltà. Il film è tratto dall'omonima pièce teatrale di Fernand Crommelynck e si avvale di una sceneggiatura firmata, tra gli altri, da un giovane Ettore Scola.
La storia ruota attorno a Andrea Artusi, un ricco industriale pratese specializzato nel settore tessile, interpretato da un impeccabile Ugo Tognazzi. Andrea vive una vita che sembra perfetta: è sposato con la bellissima e devota Maria Grazia, interpretata da una radiosa Claudia Cardinale, ha una posizione sociale di prestigio e non gli manca nulla. L'equilibrio della sua esistenza, però, viene sconvolto da un incontro casuale con un vecchio amico, che lo mette in guardia sulla fedeltà delle mogli e sulla natura effimera della felicità coniugale.
Da quel momento in poi, una sottile crepa si apre nella mente di Andrea. Inizia a dubitare di Maria Grazia, a vedere indizi di un tradimento in ogni suo gesto, in ogni sua parola, in ogni suo sguardo. La sua vita si trasforma in un inferno di sospetti. Inizia a spiarla, a seguirla, a inventare scuse per metterla alla prova. La sua immaginazione galoppa senza freno: ogni ritardo della moglie, ogni telefonata, ogni amicizia, tutto diventa un segnale di una possibile infedeltà.
Il paradosso della storia è che Maria Grazia è, in realtà, assolutamente innocente. La sua fedeltà è inattaccabile, ma la paranoia di Andrea è talmente forte da rendere ogni prova della sua innocenza un'ulteriore prova della sua colpevolezza. Il sospetto di essere un "magnifico cornuto" lo consuma, lo logora. L'uomo, in preda alla disperazione, inizia a vivere una doppia vita: da un lato il marito borghese e rispettabile, dall'altro un investigatore ossessivo che cerca prove di un tradimento che non esiste.
La situazione raggiunge l'apice quando Andrea, convinto di aver scoperto l'amante della moglie in un suo collaboratore (interpretato da Paul Guers), decide di architettare un piano per cogliere i due in flagrante. Il film, a questo punto, si sposta verso una serie di scene comiche e grottesche, che mettono in risalto la follia del protagonista.
Nel frattempo, la stessa Maria Grazia, ignara delle paranoie del marito, inizia a soffrire per il suo comportamento strano e distaccato. La sua devozione si trasforma in delusione e tristezza, e il loro matrimonio rischia di crollare non per un tradimento, ma per il semplice, inesistente, sospetto di uno.
Il finale del film è un colpo di scena che mette in discussione tutta la narrazione. La verità viene a galla e Andrea si rende conto di aver distrutto la serenità della sua vita per un'ossessione del tutto priva di fondamento. Il film si chiude con una nota agrodolce, lasciando lo spettatore a riflettere sulla natura autodistruttiva della gelosia e sulla fragilità dei rapporti umani.
Antonio Pietrangeli (1919-1968) è stato uno dei registi più raffinati e acuti del cinema italiano. Spesso definito un "regista minore" rispetto a giganti come Fellini o Antonioni, la sua opera merita una profonda rivalutazione per la sua capacità di mescolare la commedia con l'amara analisi sociale. Il magnifico cornuto è un esempio perfetto del suo stile.
Pietrangeli non si limita a raccontare una storia, ma la filma con un'eleganza visiva e una sensibilità psicologica rare. La sua regia è caratterizzata da inquadrature pulite e una grande attenzione ai dettagli, che catturano l'atmosfera della borghesia dell'epoca. Il regista utilizza gli spazi interni ed esterni (la ricca villa di Andrea, le strade di Prato, gli interni eleganti) per sottolineare la prigione psicologica in cui il protagonista si è rinchiuso. La bellezza e l'ordine del mondo esterno contrastano in modo stridente con il caos interiore di Andrea.
Un altro elemento distintivo della regia di Pietrangeli è la sua capacità di dirigere gli attori. Il regista li lascia liberi di esprimersi, sapendo che la loro performance è il cuore del film. La scelta di alternare scene di commedia a momenti di puro dramma psicologico è gestita con grande maestria, evitando il rischio di trasformare il film in una farsa o in un melodramma.
Il successo de Il magnifico cornuto è legato indissolubilmente alle interpretazioni dei suoi protagonisti. Il film è un vero e proprio "duello" attoriale tra due icone del cinema italiano:
Ugo Tognazzi: in questo film, Tognazzi dimostra ancora una volta di essere uno dei più grandi attori italiani. Abbandona il suo solito registro comico per affrontare un ruolo più complesso e sfaccettato. Il suo Andrea Artusi è un uomo tormentato e patetico, ma anche profondamente umano. Tognazzi riesce a rendere credibile e toccante la sua discesa nella follia, senza mai cadere nella caricatura. La sua mimica facciale, i suoi gesti nervosi, la sua voce, tutto contribuisce a creare un personaggio indimenticabile. È una performance che unisce la comicità all'angoscia, un equilibrio perfetto tra il ridicolo e il tragico.
Claudia Cardinale: nel ruolo di Maria Grazia, la Cardinale è l'incarnazione della purezza e della bellezza. La sua interpretazione è sottile e delicata. Il suo personaggio non ha bisogno di parlare molto; la sua innocenza, la sua grazia e il suo dolore sono trasmessi attraverso i suoi occhi e la sua espressione. La Cardinale offre un ritratto della donna borghese dell'epoca, fedele e un po' ingenua, che si trova catapultata in un incubo senza capirne il motivo. Il contrasto tra la sua serenità e il caos mentale del marito è il motore emotivo del film.
Il cast secondario, pur avendo ruoli meno centrali, è anch'esso di alto livello. Paul Guers, nel ruolo del presunto amante, e Gianni Morandi, in un piccolo ma significativo cameo, contribuiscono a rendere il film ancora più ricco e completo.
Il magnifico cornuto è un film che va oltre la semplice narrazione di una crisi coniugale. È un'acuta analisi della società e della psicologia umana:
La gelosia come malattia borghese: il film mostra come la gelosia non sia solo un sentimento, ma una vera e propria malattia mentale che corrode l'animo. Pietrangeli la presenta come un virus che si diffonde tra le classi agiate, un segno di insicurezza che si nasconde dietro una facciata di successo e rispettabilità. Il dubbio di Andrea non nasce da prove reali, ma da un'insicurezza profonda, alimentata dalla noia e dall'eccessiva tranquillità della sua vita.
La crisi dell'identità maschile: Andrea Artusi è l'archetipo dell'uomo borghese che, una volta raggiunto il successo materiale, si trova a fare i conti con un vuoto interiore. La sua ossessione per il tradimento della moglie è un modo per cercare una conferma del proprio valore e della propria mascolinità, messa in crisi da una vita troppo prevedibile.
Il rapporto tra commedia e dramma: il film è un capolavoro di equilibrio tra questi due generi. L'umorismo nasce dal ridicolo della situazione e dalla patetica paranoia del protagonista, ma al tempo stesso si sente un senso di profonda malinconia e tristezza. Pietrangeli riesce a far ridere lo spettatore, ma lo fa con un sorriso amaro, consapevole della tragedia umana che si nasconde dietro la farsa.
La critica sociale: pur non essendo un film di denuncia esplicita, Il magnifico cornuto offre uno sguardo critico sulla borghesia italiana degli anni Sessanta. La storia mostra come il successo economico e la rispettabilità sociale non garantiscano la felicità o la serenità interiore, e come la superficialità e l'ipocrisia possano nascondere profonde insicurezze.
Il magnifico cornuto è un film di grande valore, che unisce una trama avvincente a un'analisi psicologica profonda. La regia sensibile di Antonio Pietrangeli, l'interpretazione magistrale di Ugo Tognazzi e l'eterea bellezza di Claudia Cardinale lo rendono un classico del cinema italiano, un'opera che merita di essere riscoperta e apprezzata per la sua intelligenza, la sua ironia e la sua profonda umanità. È un film che ci insegna che a volte, la felicità non è una destinazione, ma semplicemente la capacità di non distruggerla con le proprie mani.
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Demon Slayer - Il treno Mugen (劇場版「鬼滅の刃」無限列車編) un film del 2020 e diretto da Haruo Sotozaki.
Il film si colloca cronologicamente dopo la prima stagione della serie anime televisiva, fungendo da ponte narrativo verso la seconda. I protagonisti, Tanjiro Kamado, Zenitsu Agatsuma e Inosuke Hashibira, dopo aver completato il loro addestramento e superato le prove della Montagna Natagumo, salgono a bordo del "treno Mugen" (treno dell'Infinito) per la loro prossima missione. L'obiettivo è indagare sulla misteriosa scomparsa di oltre quaranta passeggeri su quel treno.
Ad attenderli, inaspettatamente, c'è uno dei Pilastri (i cacciatori di demoni più potenti) del Corpo Ammazzademoni: Kyojuro Rengoku, il Pilastro della Fiamma. Rengoku, un personaggio carismatico, ottimista e incredibilmente potente, è già sul treno per indagare. Tanjiro e i suoi amici rimangono affascinati dalla sua energia e dalla sua forza, e si mettono al suo servizio, sperando di imparare da lui.
La prima parte del film si concentra sull'ambientazione e sulla creazione di un'atmosfera di suspense. I ragazzi si rendono conto che il demone responsabile non è un'entità qualsiasi, ma Enmu, un membro della schiera dei Sette Demoni della Luna Calante, e in particolare la Prima Luna Calante. Il suo potere è unico e insidioso: può far precipitare le persone in un sonno profondo e manipolare i loro sogni. Il suo obiettivo è distruggere il "nucleo spirituale" dei suoi avversari, rendendoli incapaci di combattere e portandoli alla pazzia.
Mentre sono tutti addormentati, Enmu invia i suoi subalterni (umani manipolati da lui) nei sogni di Tanjiro e dei suoi amici. Qui, il film esplora il mondo interiore dei personaggi. Tanjiro si ritrova in un sogno dove la sua famiglia non è morta e vive una vita felice e spensierata, una rappresentazione toccante del suo più grande desiderio. Tuttavia, si rende conto che è un'illusione e, con grande dolore, si sveglia, determinato a sconfiggere il demone.
Il resto del gruppo ha sogni diversi: Zenitsu si ritrova con Nezuko in un'avventura comica, Inosuke in un'esplorazione di caverne con i suoi amici, e Rengoku rivive momenti del suo passato con il padre e il fratello, un'introspezione che rivela la sua profonda motivazione.
Svegliatisi, i quattro affrontano Enmu e la sua forma combinata con l'intero treno. La battaglia è frenetica e spettacolare, con Tanjiro che si unisce a Rengoku e agli altri per proteggere i passeggeri e tagliare la testa del demone. Con grande sacrificio, riescono a sconfiggere Enmu. Ma la minaccia non è finita.
L'atto finale del film è un colpo di scena che ha scioccato il pubblico: l'arrivo di Akaza, la Terza Luna Crescente, uno dei demoni più potenti e uno dei dodici Kizuki. Akaza appare dal nulla, il suo unico scopo è combattere Rengoku e offrirgli la possibilità di diventare un demone per superare i suoi limiti e diventare più forte. Rengoku rifiuta, e ha inizio uno scontro epico e brutale. Akaza si muove con una velocità incredibile e i suoi attacchi sono devastanti, mentre Rengoku combatte con tutta la sua forza, difendendo Tanjiro, Zenitsu e Inosuke e i passeggeri del treno.
Il combattimento è una danza di fiamme e distruzione. Nonostante la sua forza, Rengoku subisce un colpo fatale. In un ultimo, eroico gesto, cerca di trattenere Akaza fino all'alba, sperando che la luce del sole lo distrugga. Akaza riesce a fuggire, umiliato e ferito, poco prima che il sole sorga. Tanjiro, devastato e pieno di rabbia, si lancia contro di lui, ma il demone scompare.
Il film si conclude con la morte di Rengoku. Il Pilastro, con le sue ultime forze, pronuncia parole di incoraggiamento a Tanjiro, riconoscendo il suo valore e la sua forza interiore, e lo esorta a credere in se stesso e a lottare per i suoi ideali. La morte di Rengoku è un momento di grande impatto emotivo, un sacrificio che segna profondamente i protagonisti e il pubblico, stabilendo un nuovo livello di rischio e drammaticità nella narrazione.
Il successo di Demon Slayer - Il treno Mugen è in gran parte dovuto alla straordinaria collaborazione tra il regista Haruo Sotozaki e lo studio di animazione Ufotable. Sotozaki, che aveva già diretto la serie TV, ha continuato a mostrare una profonda comprensione del materiale originale. La sua regia è dinamica e cinematografica, sfruttando al massimo il formato del grande schermo.
Ufotable, lo studio noto per il suo lavoro su serie come Fate/Zero e Fate/stay night: Unlimited Blade Works, ha superato ogni aspettativa. L'animazione di Mugen Train è stata definita da molti una delle migliori mai realizzate. Il team di animatori ha utilizzato una combinazione di animazione 2D tradizionale e computer grafica (CGI) per creare sequenze d'azione fluide, intense e visivamente sbalorditive.
Le scene di combattimento, in particolare quella tra Rengoku e Akaza, sono un capolavoro di coreografia e animazione. Le fiamme create da Rengoku sono rese con una vivacità incredibile, mentre i colpi di Akaza sono veloci come proiettili. L'uso della luce e delle ombre è impeccabile, creando un'atmosfera tesa e drammatica. Il lavoro sui dettagli, come la riproduzione delle ferite, le gocce di sangue, le espressioni dei volti e i movimenti dei capelli, è stato maniacale e ha contribuito a rendere ogni momento credibile ed emotivamente potente.
Inoltre, la regia di Sotozaki non si limita solo alle scene d'azione. L'esplorazione dei sogni dei personaggi è gestita con sensibilità, usando colori caldi e sfumature per differenziare il mondo onirico dalla realtà. L'aspetto visivo del film è stato una delle ragioni principali del suo successo, superando il budget e il box office di molti film d'animazione occidentali.
Lo stile artistico di Demon Slayer, pur mantenendo le sue radici manga, è stato notevolmente elevato dall'animazione di Ufotable. I disegni dei personaggi, fedeli al design originale di Koyoharu Gotouge, sono puliti e ben definiti. Le espressioni facciali sono incredibilmente espressive e dinamiche, catturando ogni emozione dal dolore alla rabbia, dalla gioia alla paura.
Ciò che distingue Demon Slayer - Il treno Mugen è l'utilizzo di effetti speciali visivi. Le tecniche di respirazione dei cacciatori di demoni sono rappresentate in modo spettacolare, quasi come se fossero elementi naturali che si fondono con le loro spade. La "Respirazione della Fiamma" di Rengoku è un tripudio di fiamme e onde di calore, mentre la "Respirazione dell'Acqua" di Tanjiro è resa con flussi e vortici. Questa fusione di animazione tradizionale e CGI ha creato uno stile unico e riconoscibile.
L'impatto del film sul franchise di Demon Slayer è stato enorme. Non solo ha stabilito nuovi record di incassi, diventando il film d'animazione e il film giapponese con il maggior incasso di sempre a livello mondiale, ma ha anche consolidato la serie come un fenomeno culturale globale. La scelta di fare un film anziché una seconda stagione per la saga del "treno Mugen" si è rivelata una mossa geniale, che ha attirato sia i fan della serie che un pubblico più vasto, desideroso di un'esperienza cinematografica di alta qualità.
La morte di Rengoku, in particolare, ha avuto un impatto duraturo. Ha dimostrato che nessun personaggio, per quanto forte e amato, è al sicuro, aumentando la posta in gioco e il senso di pericolo. Ha inoltre dato a Tanjiro e al gruppo un nuovo, potente motivo per combattere: onorare il sacrificio di Rengoku e portare avanti la sua eredità.
Demon Slayer - Il treno Mugen è un film che ha definito un nuovo standard per l'animazione. Con una trama avvincente, una regia impeccabile e un'animazione mozzafiato, ha saputo catturare l'essenza della serie originale e amplificarla in un'esperienza cinematografica indimenticabile. È stato un trionfo a livello tecnico ed emotivo, unendo azione spettacolare a momenti di profonda introspezione e tragedia.
La sua popolarità non è stata un caso: il film ha dimostrato che quando la qualità artistica, la narrazione e la passione si uniscono, il risultato può superare ogni aspettativa e diventare un fenomeno che trascende i confini del proprio genere. Il treno Mugen non è solo un film per i fan di Demon Slayer, ma un'opera che ha dimostrato il potenziale illimitato dell'animazione giapponese.
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La cura dal benessere (A Cure for Wellness), è un film del 2016 diretto da Gore Verbinski.
La cura dal benessere (titolo originale: A Cure for Wellness), pellicola del 2016 diretta da Gore Verbinski.
La cura dal benessere è un thriller psicologico e horror che si immerge in un'atmosfera gotica e surreale, costruendo una narrazione che gioca costantemente sul confine tra la realtà e la follia. La storia segue le vicende di Lockhart, un ambizioso e spietato broker di New York, interpretato da Dane DeHaan. Lockhart, per salvare la sua carriera e l'azienda per cui lavora, viene inviato in un remoto e misterioso centro benessere nelle Alpi svizzere per riportare indietro l'amministratore delegato della sua compagnia, il signor Pembroke.
Il sanatorio, che un tempo era un castello, è un luogo dall'architettura imponente e isolata, che spicca in un paesaggio mozzafiato. Fin dall'inizio, l'atmosfera è disturbante. I pazienti, perlopiù anziani e benestanti, sembrano tutti stranamente sereni, persi in uno stato di beatitudine forzata e lontani dal mondo reale. Il direttore della clinica, il Dottor Volmer (interpretato da Jason Isaacs), emana un'aura di calma inquietante e rassicurante, che maschera una verità oscura.
Lockhart si scontra subito con la strana filosofia del luogo: il sanatorio promette una cura per la "malattia della civiltà" e del "mondo moderno", offrendo trattamenti a base di acque termali e una routine rigorosa. Ma la sua missione si complica quando un incidente d'auto lo costringe a rimanere nella clinica come paziente, intrappolato contro la sua volontà. Da questo momento, il film si trasforma in un incubo claustrofobico in cui Lockhart cerca disperatamente di scoprire cosa stia realmente accadendo.
Inizia a notare dettagli macabri e bizzarri: l'ossessione per le anguille che infestano le acque termali, i sorrisi vuoti dei pazienti e le misteriose scomparse. La sua ricerca lo porta a indagare sul passato del castello e sulla leggenda di un barone del XIX secolo che, ossessionato dalla purezza del sangue, aveva sposato sua sorella per preservare la sua stirpe e aveva condotto esperimenti orribili sulla popolazione locale.
Lockhart fa la conoscenza di Hannah (interpretata da Mia Goth), una giovane e misteriosa ragazza che vive nel sanatorio da tutta la vita. Hannah, con il suo aspetto etereo e il suo sguardo innocente, sembra l'unica a non essere completamente assopita dalla "cura". La loro relazione, a metà tra l'amicizia e la complicità, diventa il fulcro emotivo della storia.
Man mano che Lockhart prosegue con le sue indagini, scopre che l'acqua curativa non è ciò che sembra e che il Dottor Volmer, in realtà, è l'immortale barone del passato. La sua "cura" è un processo per estrarre un siero vitale dalle anguille che vivono nelle acque, un siero che mantiene lui e, a sua insaputa, Hannah giovani per sempre. Il film svela una verità raccapricciante: i pazienti del sanatorio sono sacrifici usati dal barone per la sua ricerca di immortalità.
Nel climax finale, Lockhart affronta Volmer in una battaglia cruenta. Dopo aver scoperto che Hannah è la figlia della sorella del barone e che è destinata a sposarlo per mantenere la purezza della stirpe, Lockhart riesce a sconfiggere e uccidere il barone/Volmer, dando fuoco al sanatorio. Il film si chiude con Lockhart e Hannah che fuggono dal castello in fiamme, lasciandosi alle spalle l'incubo, ma con un finale aperto che suggerisce che forse Lockhart stesso non è più il cinico uomo d'affari che era.
Gore Verbinski, noto soprattutto per la serie Pirati dei Caraibi e il film d'animazione Rango, dimostra in La cura dal benessere una padronanza eccezionale del genere horror psicologico. La sua regia è caratterizzata da un approccio visivamente opulento e meticoloso, che crea un'atmosfera di costante disagio.
La pellicola è un trionfo di estetica gotica e surreale. Verbinski sfrutta al massimo la fotografia di Bojan Bazelli per creare immagini evocative e disturbanti. L'uso di colori freddi e sbiaditi, unito a una luce naturale che spesso penetra in modo tagliente nelle stanze buie del castello, contribuisce a un senso di oppressione e solitudine. Le inquadrature sono spesso simmetriche, quasi ossessive, riflettendo la natura rigida e artificiale della clinica. Le scene subacquee con le anguille sono particolarmente riuscite: sono allo stesso tempo affascinanti e ripugnanti, un elemento che ritorna in modo ricorrente e sinistro.
Il ritmo del film è volutamente lento. Verbinski si prende il suo tempo per costruire la suspense, preferendo il terrore psicologico agli spaventi improvvisi. Non ci sono molti jumpscare gratuiti. La tensione nasce dall'incertezza e dall'attesa, dal dubbio che lo spettatore prova insieme a Lockhart: "È tutto reale o sono solo allucinazioni?". Questa ambiguità è mantenuta per gran parte del film, rendendo l'esperienza molto più inquietante.
Il sound design gioca un ruolo cruciale, con suoni amplificati, scricchiolii e musica sinistra che contribuiscono a creare un'atmosfera di malessere. La colonna sonora di Benjamin Wallfisch è minimalista ma efficace, fatta di note dissonanti e cori inquietanti che si adattano perfettamente al mood del film.
Le performance degli attori sono fondamentali per la riuscita del film, e in particolare quelle dei tre protagonisti.
Dane DeHaan è una scelta perfetta per il ruolo di Lockhart. Con il suo aspetto giovanile e il suo sguardo spesso smarrito e vulnerabile, riesce a trasmettere la transizione del suo personaggio da cinico e presuntuoso uomo d'affari a una vittima traumatizzata e confusa. La sua performance è fisica e intensa, soprattutto nelle scene in cui il suo corpo viene sottoposto a trattamenti orribili.
Jason Isaacs, nel ruolo del Dottor Volmer, è magnifico. La sua interpretazione è sottile e gelida. Volmer non è un cattivo che urla e si scompone, ma un uomo che emana una calma perturbante. Il suo sorriso rassicurante e la sua voce misurata lo rendono ancora più minaccioso. Isaacs porta un'eleganza sinistra al personaggio, incarnando il concetto di "male in giacca e cravatta".
Infine, Mia Goth è la rivelazione del film. La sua interpretazione di Hannah è fragile e misteriosa. Il suo sguardo, a metà tra l'innocenza infantile e la saggezza millenaria, la rende affascinante e enigmatica. Goth riesce a comunicare molto con poco, usando i suoi occhi e la sua espressione per suggerire il trauma e la prigionia di Hannah. La sua evoluzione nel corso del film è cruciale e credibile.
La cura dal benessere esplora temi complessi e attuali, mascherandoli sotto la superficie di un horror gotico:
La critica al mondo moderno e al capitalismo: Il film presenta il sanatorio come un'alternativa radicale e orribile al mondo frenetico e stressante che i pazienti si sono lasciati alle spalle. Verbinski critica la cultura del lavoro tossica e l'ossessione per il successo materiale, che portano alla "malattia" della mente e del corpo. Lockhart, l'archetipo dell'uomo d'affari senza scrupoli, è l'incarnazione di questa malattia.
L'immortalità e la corruzione: Il film esplora l'ossessione per la giovinezza eterna e il prezzo che si è disposti a pagare per ottenerla. Il barone non solo cerca l'immortalità, ma lo fa in un modo che corrompe e distrugge chiunque gli stia attorno. La sua ricerca non è pura, ma macchiata da incesto e crudeltà.
La dicotomia tra natura e artificio: Le splendide e selvagge montagne circostanti contrastano con la rigidità e l'artificiosità del sanatorio. Le anguille, creature primitive e pure, diventano il simbolo della corruzione e del degrado causato dagli esperimenti del barone. Il sanatorio, che pretende di essere un luogo di pace, è in realtà una prigione artificiale e contorta.
La cura dal benessere è un'opera visivamente impressionante e intellettualmente stimolante. Sebbene non sia stato un successo di pubblico, è stato apprezzato dalla critica per la sua audacia e il suo stile unico. Non è un film per chi cerca un horror convenzionale; richiede pazienza e attenzione, ma ripaga lo spettatore con un'esperienza cinematografica ricca di atmosfere inquietanti, simbologie profonde e colpi di scena terrificanti. È un film che rimane impresso nella mente, un incubo lucido e stilizzato che esplora le paure umane più recondite.
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Maschere e pugnali (Cloak and Dagger) è un film del 1946 diretto da Fritz Lang.
Maschere e pugnali (titolo originale: Cloak and Dagger), un film del 1946 diretto da Fritz Lang.
Maschere e pugnali è un film di spionaggio e guerra che si inserisce nel filone del noir post-bellico, mescolando elementi di suspense, intrigo e un tocco di romanticismo. Il film, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, racconta la storia di Alvah Jesper (interpretato da Gary Cooper), un brillante e schivo fisico nucleare americano.
Jesper, un uomo di scienza con una profonda avversione per la guerra e la violenza, viene reclutato dai servizi segreti americani (l'OSS, precursore della CIA) per una missione di vitale importanza. Il suo compito è viaggiare in Svizzera per mettersi in contatto con un fisico ungherese, il dottor Polda, che sta lavorando a un progetto segreto per i nazisti. La missione è recuperare le sue scoperte e portarlo in salvo prima che i nazisti le usino per costruire la bomba atomica.
L'inizio del film stabilisce il contrasto tra l'intellettuale Jesper e il mondo brutale dello spionaggio. Abituato a lavorare in un laboratorio, si trova improvvisamente catapultato in un universo di doppi giochi, inganni e pericoli. Il suo mentore e superiore, il Colonnello (interpretato da Vladimir Sokoloff), lo prepara per la missione, sottolineando la necessità di agire come una spia, non come uno scienziato.
In Svizzera, Jesper scopre che il dottor Polda è stato ucciso e che le sue scoperte sono in pericolo. Il suo contatto è la figlia di Polda, Maria Polda, ma anche lei è stata rapita dai nazisti. La missione cambia: ora deve trovare una scienziata italiana, la dottoressa Annunziata (interpretata da Lilli Palmer), che si trova a Genova e che potrebbe avere le informazioni necessarie per completare il progetto.
Jesper si reca in Italia, dove incontra la bellissima e coraggiosa partigiana Gina (interpretata da Lilli Palmer). Nonostante la sua iniziale riluttanza a fidarsi di una donna, si sente subito attratto da lei. Gina, con il suo realismo e la sua conoscenza del mondo del pericolo, è il suo perfetto contraltare. Insieme, si avventurano in un'Italia occupata dai nazisti, cercando di salvare la dottoressa Annunziata e di ottenere le informazioni.
Il viaggio è pieno di insidie e colpi di scena. I due si trovano a dover affrontare spie naziste, traditori e il rischio costante di essere scoperti. La relazione tra Jesper e Gina si evolve, diventando il cuore emotivo del film. La tensione tra il loro crescente amore e il pericolo della loro missione crea un forte senso di suspense.
La missione raggiunge il suo climax quando riescono a trovare la dottoressa Annunziata, ma la situazione si complica ulteriormente. La donna, in un atto di estremo sacrificio per non far cadere le sue scoperte nelle mani dei nazisti, si è auto-somministrata un veleno e ha nascosto le formule. In un ultimo, eroico gesto, la dottoressa rivela a Jesper dove si trovano le formule.
La scena finale è un confronto intenso tra Jesper, Gina e le spie naziste. Nonostante tutto, riescono a scappare, ma non prima di aver subito perdite e aver affrontato il lato oscuro della guerra. Il film si conclude con una nota agrodolce: Jesper è riuscito a compiere la sua missione, ma ha pagato un prezzo altissimo. Torna a casa, non più lo scienziato ingenuo di prima, ma un uomo cambiato, segnato dalle brutalità del mondo.
La regia di Fritz Lang
Fritz Lang (1890-1976) è stato un maestro del cinema espressionista tedesco e uno dei registi più influenti della storia. Emigrato a Hollywood dopo l'ascesa del nazismo, ha portato il suo stile distintivo nel cinema americano, diventando uno dei principali esponenti del genere noir.
In Maschere e pugnali, Lang applica la sua estetica dark e i suoi temi ricorrenti: l'ossessione, il destino ineluttabile e la corruzione dell'innocenza. La sua regia è caratterizzata da un uso sapiente delle ombre, dei contrasti e delle luci. Le scene d'azione non sono spettacolari, ma intense e realistiche, con un'attenzione maniacale alla suspense e alla psicologia dei personaggi.
Lang costruisce la tensione attraverso l'atmosfera. L'Italia e la Svizzera non sono rappresentate in modo pittoresco, ma come luoghi claustrofobici e pericolosi, dove ogni angolo nasconde una minaccia. La fotografia in bianco e nero, curata da Sol Polito, esalta questo stile, creando un mondo di ombre e luci che riflette la moralità ambigua dei personaggi.
Un altro aspetto fondamentale della regia di Lang è il suo interesse per la psicologia. Il film si concentra sulla trasformazione di Alvah Jesper, un uomo che impara a uccidere e a mentire per sopravvivere. La regia di Lang cattura la sua crescente disillusione e il suo conflitto interiore. Il regista non glorifica la guerra, ma ne mostra le conseguenze psicologiche sull'individuo.
Il cast di Maschere e pugnali è composto da attori di grande talento che offrono interpretazioni memorabili:
Gary Cooper: nel ruolo di Alvah Jesper, Cooper offre una performance misurata e sottile. Con il suo carisma naturale e il suo aspetto di "bravo ragazzo della porta accanto", incarna perfettamente il contrasto tra l'innocenza dello scienziato e la spietatezza della spia. La sua interpretazione è un capolavoro di understatement, che trasmette l'angoscia e il tormento interiore del suo personaggio attraverso sguardi e gesti, piuttosto che attraverso dialoghi plateali.
Lilli Palmer: nel ruolo di Gina, la Palmer è affascinante e convincente. Il suo personaggio è forte, intelligente e coraggioso, un prototipo di eroina noir. La chimica tra lei e Cooper è palpabile e costituisce il cuore romantico del film. Palmer, con la sua bellezza e la sua eleganza, contrasta splendidamente con la ruvidezza del mondo dello spionaggio.
Vladimir Sokoloff: nel ruolo del Colonnello, offre una performance solida e autorevole. Il suo personaggio è il catalizzatore della trasformazione di Jesper, l'uomo che lo introduce in un mondo che lo corromperà.
Maschere e pugnali è un film ricco di tematiche complesse che vanno oltre la semplice storia di spionaggio:
La corruzione dell'innocenza: il tema centrale del film è la perdita dell'innocenza. Alvah Jesper inizia la sua missione come un idealista, ma è costretto a diventare un assassino e un bugiardo per sopravvivere. Il film si interroga su cosa succede a un uomo quando è costretto a compiere atti orribili per una "giusta causa". La sua trasformazione è un monito sulle conseguenze psicologiche della guerra.
La scienza contro la violenza: il film pone una domanda cruciale: la scienza, che ha il potenziale per migliorare la vita, può essere usata per distruggere? La figura di Jesper, uno scienziato che si trova costretto a maneggiare armi, è la rappresentazione di questo dilemma. Il film mostra come la conoscenza possa essere un'arma a doppio taglio, capace di creare o distruggere.
Il tradimento e il doppio gioco: come in molti film di Lang, il tema del tradimento è onnipresente. In un mondo di spie, nessuno è ciò che sembra. La fiducia è una merce rara e pericolosa, e ogni relazione, anche quella tra Jesper e Gina, è costellata di sospetti e segreti.
Il destino ineluttabile: Lang, con il suo fatalismo tipico, suggerisce che i personaggi sono intrappolati in una spirale di eventi che non possono controllare. Jesper non ha scelto di essere una spia, ma il destino lo ha costretto a diventarlo, cambiando per sempre la sua vita.
Maschere e pugnali è un film di spionaggio classico, ma con una profondità psicologica che lo distingue. La regia magistrale di Fritz Lang, l'interpretazione misurata di Gary Cooper e la tensione costante lo rendono un'opera affascinante e inquietante. Non è un film di eroi, ma di uomini e donne che lottano per sopravvivere in un mondo corrotto. È un noir che esplora il lato oscuro della guerra e della natura umana, un'opera che rimane attuale per la sua capacità di farci riflettere sulle nostre scelte e sulle conseguenze delle nostre azioni.
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Hector e la ricerca della felicità (Hector and the Search for Happiness)è un film del 2014 diretto da Peter Chelsom.
Hector e la ricerca della felicità (titolo originale: Hector and the Search for Happiness), un film del 2014 diretto da Peter Chelsom.
Hector e la ricerca della felicità è un film che si colloca a metà tra la commedia e il dramma filosofico, basato sull'omonimo romanzo best-seller di François Lelord. La storia ha come protagonista Hector, interpretato da un magnifico Simon Pegg, uno psichiatra di Londra apparentemente di successo. Vive una vita confortevole, ha una relazione stabile con la sua compagna Clara (interpretata da Rosamund Pike), ma nasconde una profonda insoddisfazione interiore. Sebbene aiuti i suoi pazienti a trovare un senso nelle loro vite, si rende conto di non essere in grado di fare lo stesso per se stesso.
Questa sua crisi esistenziale lo spinge a un'idea folle ma necessaria: lasciare tutto e partire per un viaggio intorno al mondo con un taccuino in tasca, annotando tutto ciò che lo rende felice. Il suo obiettivo non è solo trovare la felicità, ma anche capire che cos'è veramente.
Il viaggio di Hector inizia in Cina, a Shanghai, dove incontra un uomo d'affari cinico e arrogante, che rappresenta l'esatto opposto della felicità. Lì, scopre la "felicità di non essere come gli altri" e altre lezioni che annota sul suo taccuino. Incontra anche una donna che gli insegna a connettersi con le persone senza barriere.
Successivamente, il viaggio lo porta in Africa, in un villaggio povero ma pieno di gioia, dove incontra un suo amico d'infanzia che lavora come medico. Qui, Hector si confronta con la felicità della comunità e della semplicità, ma anche con la realtà cruda della povertà e della violenza, subendo un trauma che lo segna profondamente.
Le sue peregrinazioni continuano, portandolo a Los Angeles, dove ritrova una sua vecchia fiamma, una donna di nome Agnès (interpretata da Toni Collette), che gli fa rivivere un'esperienza passata, e in Tibet, dove incontra un monaco saggio che lo aiuta a capire l'importanza della spiritualità. Ogni tappa del suo viaggio è un'occasione per imparare una nuova lezione sulla felicità, che lui appunta scrupolosamente. Alcune di queste lezioni sono semplici e immediate ("La felicità è avere qualcuno che ti ama"), altre più profonde e complesse ("La felicità è evitare l'infelicità").
Mentre Hector è via, Clara a casa cerca di capire il suo viaggio, rimanendo in contatto con lui tramite e-mail e videochiamate. La loro relazione viene messa a dura prova dalla distanza e dal tempo.
Il film raggiunge il suo climax quando Hector, finalmente, capisce che la felicità non è una destinazione o una lista di cose, ma un viaggio interiore e una scelta consapevole di affrontare le difficoltà della vita con un atteggiamento positivo. Torna a casa da Clara con una nuova prospettiva e una maggiore comprensione di sé stesso, pronto a iniziare la sua vera vita. Il finale non è un lieto fine fiabesco, ma un'accettazione della realtà e un'indicazione che la felicità è un processo continuo, fatto di alti e bassi.
Peter Chelsom, il regista di film come Serendipity e Shall We Dance?, ha diretto Hector e la ricerca della felicità con un tocco leggero e visivamente fantasioso, che riflette perfettamente il tono del libro. La sua regia è caratterizzata da uno stile fiabesco e colorato, che utilizza l'animazione e la grafica per rappresentare i pensieri e le annotazioni di Hector sul suo taccuino. Questi elementi visivi non solo rendono il film più dinamico e accattivante, ma aiutano anche lo spettatore a seguire il percorso psicologico ed emotivo del protagonista.
Chelsom riesce a bilanciare la comicità con momenti di profonda introspezione. La sua regia si concentra sulle espressioni dei volti e sui dettagli, permettendo al pubblico di connettersi con il viaggio emotivo di Hector. La scelta di location esotiche, come la Cina, l'Africa e il Tibet, non è solo una trovata scenica, ma serve a sottolineare il contrasto tra culture e modi di vivere, mostrando come la felicità possa essere percepita in modi diversi in ogni parte del mondo.
L'uso della musica gioca un ruolo fondamentale, con una colonna sonora che spazia tra vari generi, contribuendo a creare un'atmosfera spensierata e ottimista. Chelsom riesce a rendere un film che potrebbe sembrare troppo filosofico, accessibile e piacevole per un vasto pubblico, mantenendo al tempo stesso una certa profondità.
Il successo del film si basa quasi interamente sulla performance di Simon Pegg. Noto per i suoi ruoli comici in film come L'alba dei morti dementi e Hot Fuzz, Pegg dimostra in questo film la sua versatilità, offrendo un'interpretazione che è allo stesso tempo divertente e commovente. Il suo Hector è un uomo che, nonostante il suo successo professionale, si sente perso e vulnerabile. Pegg riesce a trasmettere questa malinconia con sottigliezza, usando il suo umorismo come un meccanismo di difesa. La sua chimica con gli altri attori, in particolare con Rosamund Pike, rende le loro relazioni credibili e toccanti.
Rosamund Pike, nel ruolo di Clara, offre una performance misurata e sensibile. Clara è il punto di riferimento di Hector, la sua ancora in un mondo caotico. Pike riesce a mostrare la sua frustrazione e la sua preoccupazione, ma anche la sua forza e il suo amore incondizionato.
Il cast di supporto è ricco di volti noti, tra cui Stellan Skarsgård che interpreta un uomo d'affari che dà a Hector alcune delle prime lezioni sulla felicità, Jean Reno nel ruolo di un signore della droga con una filosofia di vita inaspettata, e Christopher Plummer che interpreta un professore che offre a Hector un'intuizione scientifica sulla felicità. Ogni personaggio che Hector incontra nel suo viaggio non è solo un semplice cameo, ma serve a dargli una lezione, rendendo il cast parte integrante della storia.
Il film esplora una serie di temi complessi che vanno oltre la semplice ricerca della felicità:
La natura della felicità: Il film sfida la nozione comune che la felicità sia una destinazione. Al contrario, la presenta come un concetto sfaccettato e soggettivo, che può essere trovato in momenti inaspettati, nel fare del bene agli altri, nell'accettare le imperfezioni e nel vivere il presente.
L'insoddisfazione nella vita moderna: Il film critica la cultura del successo e del benessere materiale, rappresentata dalla vita di Hector a Londra. Mette in discussione il fatto che avere tutto non garantisce la felicità, e che spesso si cerca di riempire un vuoto interiore con cose esteriori.
L'importanza della connessione umana: Una delle lezioni più importanti che Hector impara è che la felicità è spesso legata alle relazioni con gli altri. Sia nelle sue interazioni con sconosciuti durante il viaggio sia nella sua relazione con Clara, il film sottolinea l'importanza di connettersi con le persone a un livello profondo.
Il viaggio come metafora: Il viaggio fisico di Hector è una metafora del suo viaggio interiore. Ogni luogo che visita e ogni persona che incontra lo aiutano a sbucciare gli strati della sua insoddisfazione e a capire chi è veramente.
Hector e la ricerca della felicità è un film che, pur non essendo un capolavoro cinematografico, è un'opera piacevole e toccante. Nonostante alcuni momenti possano sembrare un po' semplicistici, il film offre una riflessione onesta e sincera sulla felicità e su ciò che significa essere veramente vivi. La performance carismatica di Simon Pegg e la regia visivamente creativa di Peter Chelsom rendono questo film un'esperienza gratificante e stimolante. È un promemoria che la felicità non è un obiettivo da raggiungere, ma un modo di vivere che richiede curiosità, apertura e, soprattutto, la volontà di guardarsi dentro.
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Una tomba per le lucciole (火垂るの墓?, Hotaru no haka), è un film del 1988 scritto e diretto da Isao Takahata.
Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka) non è semplicemente un film d'animazione, ma un'esperienza cinematografica cruda, commovente e indimenticabile. Scritto e diretto da Isao Takahata e prodotto dallo Studio Ghibli nel 1988, questo film è una delle opere più potenti e tristi mai realizzate, un inno straziante contro la guerra e una meditazione profonda sulla fragilità della vita.
La storia ci porta in Giappone durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale e segue le vicende di due fratelli, Seita e Setsuko. All'inizio del film, un'immagine agghiacciante ci accoglie: un ragazzino, Seita, accovacciato alla stazione di Sannomiya, che mormora: "Sono morto il 21 settembre 1945". Questa frase non è un semplice preambolo, ma il cuore stesso del film, un punto di non ritorno che definisce l'intera narrazione.
Tutto ha inizio con i bombardamenti aerei americani che radono al suolo la loro città, Kobe. In un istante, la loro vita normale viene spezzata. La madre muore in seguito alle ferite e i due bambini, rimasti orfani, cercano rifugio da una zia, che vive in un villaggio lontano. La speranza iniziale si scontra presto con la dura realtà. La zia, sopraffatta dalla difficoltà di sfamare un'intera famiglia in tempo di guerra, si dimostra sempre più fredda e avida. La sua casa, un tempo un rifugio, diventa un luogo di umiliazione e miseria per Seita e Setsuko. La loro dignità viene calpestata, il cibo razionato e il loro dolore ignorato.
Stremati dalla situazione, i due fratelli decidono di andarsene e di costruire una loro piccola casa in un rifugio abbandonato, vicino a un laghetto. Questo luogo, illuminato dalla luce tremolante delle lucciole, diventa il loro piccolo paradiso, un'illusione di normalità e felicità in un mondo in rovina. Setsuko è ancora una bambina, e non capisce pienamente l'orrore della guerra. Per lei, la vita è ancora un gioco, un'avventura. Seita, invece, è costretto a maturare in fretta. Per proteggere sua sorella, ruba cibo, un gesto disperato e coraggioso. Ma la fame, le malattie e la disperazione sono nemici implacabili. La salute di Setsuko si deteriora inesorabilmente. Le immagini della sua sofferenza – la sua pelle scarna, i suoi occhi smarriti – sono di una forza devastante. Seita non riesce a salvarla. Il suo ultimo disperato tentativo di darle un po' di anguria non basta. La morte di Setsuko, in quel rifugio oscuro e solitario, segna il culmine del dramma. L'immagine di Seita che ne crepa il corpo in una piccola tomba improvvisata, circondata dalle lucciole, è un simbolo potente e straziante. Dopo la morte di sua sorella, Seita rimane completamente solo e la sua speranza si spegne definitivamente. Muore di inedia in una stazione ferroviaria, solo, come aveva previsto all'inizio del film. La sua anima si ricongiunge a quella di Setsuko, e i due si mostrano in un epilogo spirituale, finalmente insieme, sorridenti e sereni. Il film si conclude con le loro anime che osservano dall'alto la città moderna, un toccante contrasto tra il loro passato tragico e il futuro che non hanno mai vissuto.
Isao Takahata, a differenza del suo collaboratore e amico Hayao Miyazaki, non era interessato a epiche avventurose o a mondi fantastici. Il suo stile si concentra sulla realtà, sull'umanità e sulle sfumature della vita quotidiana. In Una tomba per le lucciole, la sua regia è un capolavoro di sottigliezza e impatto emotivo. La narrazione non è lineare, ma spezzata. Il film inizia con la fine, creando un senso di ineluttabilità e destino che permea ogni scena. Questa scelta narrativa impedisce allo spettatore di sperare in un finale diverso, costringendolo ad affrontare la cruda verità della storia.
Takahata utilizza la luce e i colori in modo magistrale per creare contrasti emotivi. Le scene dei bombardamenti sono caotiche, dipinte con bagliori arancioni e rossi che riflettono il terrore e la distruzione. Al contrario, il rifugio dei fratelli è immerso in una luce calda e soffusa, illuminata dalle lucciole, un simbolo di speranza effimera e di bellezza fugace. Questo contrasto visivo è un riflesso della loro lotta: la ricerca della bellezza e della normalità in un mondo di orrore.
Il film evita ogni forma di retorica o di sentimentalismo eccessivo. Takahata non giudica i personaggi e non li rende eroi. Seita, pur essendo un fratello amorevole, commette errori. La sua decisione di lasciare la casa della zia, sebbene comprensibile, si rivela fatale. La zia non è un'antagonista pura, ma una donna spezzata dalla guerra. Questa ambiguità morale è una delle forze del film. La tragedia non è causata da un cattivo, ma dalla guerra stessa, dalla disumanizzazione che essa provoca.
L'animazione di Una tomba per le lucciole è una delle più realistiche e toccanti dello Studio Ghibli. L'attenzione ai dettagli è maniacale. I disegni riescono a catturare ogni emozione, ogni sfumatura dei personaggi. Gli occhi di Setsuko, inizialmente luminosi e innocenti, si svuotano gradualmente con la malattia e la fame. La sua figura diventa sempre più fragile e scarna, un simbolo del decadimento fisico e spirituale.
Le scene dei bombardamenti sono animate con una vividezza che le rende quasi documentaristiche, mostrando il caos, la paura e la polvere che avvolge le strade. Ma è nelle scene più intime che l'animazione raggiunge il suo apice. Il modo in cui Setsuko osserva il cibo, il modo in cui Seita la abbraccia, i loro piccoli gesti quotidiani di affetto e disperazione sono resi con una sensibilità incredibile. Lo stile pittorico del film è meno stilizzato rispetto ad altre opere Ghibli. Le sfumature dei colori sono delicate e ricche, e le ambientazioni, pur nella loro distruzione, conservano una loro bellezza malinconica.
Il film è basato sull'omonimo romanzo autobiografico di Akiyuki Nosaka, pubblicato nel 1967. L'autore ha vissuto in prima persona l'esperienza di essere un "orfano di guerra" e ha perso sua sorella minore a causa della denutrizione. Nosaka scrisse il romanzo come un atto di mea culpa, un tentativo di espiare il senso di colpa per non essere riuscito a salvarla. Il film di Takahata cattura in pieno questo senso di dolore e rimpianto, rendendolo universale.
Nonostante il successo di critica, Una tomba per le lucciole non fu un successo al botteghino in Giappone, perché il pubblico non era pronto per una storia così cruda. Tuttavia, la sua reputazione è cresciuta nel tempo, diventando un classico in tutto il mondo. È un film che sfida le convenzioni, che non cerca di intrattenere, ma di toccare l'anima dello spettatore, di far riflettere sull'assurdità della guerra e sulla forza della memoria.
È un'opera che, pur parlando di un evento storico specifico, il bombardamento di Kobe, riesce a trasmettere un messaggio universale sulla perdita, sulla resilienza e sulla fragilità dell'innocenza in tempi bui. Una tomba per le lucciole è e rimarrà un monito potente, un'opera d'arte che ci ricorda la parte più oscura della storia umana, e al tempo stesso, la bellezza più effimera della vita. È un film che si vede una volta e non si dimentica mai. È un capolavoro assoluto, da vedere e rivedere, per non dimenticare mai le lezioni del passato.
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Il seme della follia (In the Mouth of Madness) , è un film del 1994 diretto da John Carpenter.
Il Seme della Follia (In the Mouth of Madness): Un Viaggio nell'Incubo Lovecraftiano di John Carpenter
Introduzione
"Il seme della follia" (titolo originale: "In the Mouth of Madness"), film del 1994 diretto dal maestro dell'horror John Carpenter, non è semplicemente un film, ma un'esperienza cinematografica che si insinua nella mente dello spettatore, un viaggio psichedelico e terrificante che si addentra nelle pieghe più oscure della psiche umana. Descritto come l'ultimo capitolo della "Trilogia dell'Apocalisse" di Carpenter, insieme a "La Cosa" (1982) e "Il signore del male" (1987), questo film rappresenta una sorta di vertice intellettuale e visivo nella sua carriera, un'opera che, pur non avendo goduto di un successo commerciale strepitoso all'epoca, è stata rivalutata nel tempo come uno dei suoi lavori più audaci e visionari.
Trama
La trama de "Il seme della follia" è un labirinto di realtà e finzione, un gioco di specchi che riflette l'angoscia e la perdita di controllo. La storia segue John Trent (interpretato da Sam Neill), un investigatore assicurativo cinico e scettico, specializzato nel smascherare frodi. La sua vita metodica e razionale viene sconvolta quando gli viene affidato un caso insolito: ritrovare il celebre scrittore di horror Sutter Cane, misteriosamente scomparso prima di consegnare il suo ultimo manoscritto, "In the Mouth of Madness". I romanzi di Cane, celebri per la loro capacità di provocare follia e violenza nei lettori, hanno raggiunto una fama quasi mitologica.
Trent, con l'aiuto dell'agente di Cane, Linda Styles (Julie Carmen), si mette sulle sue tracce, scoprendo che la scomparsa dello scrittore è avvolta da un mistero ancora più grande. Le indagini li portano a un'antica cittadina del New England, Hobb's End, un luogo che, secondo i romanzi di Cane, è puramente fittizio. Arrivati sul posto, Trent e Linda si rendono conto che la città e i suoi abitanti sembrano usciti direttamente dalle pagine dei libri di Cane. La realtà e la finzione iniziano a confondersi, e Trent, l'uomo della logica, si ritrova a dubitare della sua stessa sanità mentale.
Man mano che il viaggio nel cuore di Hobb's End si fa più profondo, Trent scopre una verità agghiacciante: Cane non è un semplice scrittore, ma un veicolo attraverso cui antiche divinità cosmiche, i "Grandi Antichi" (un chiaro omaggio a H.P. Lovecraft), stanno cercando di invadere la nostra dimensione. L'ultimo manoscritto, "In the Mouth of Madness", non è solo un libro, ma una chiave, una sorta di "incantesimo" che, una volta letto da un numero sufficiente di persone, aprirà un varco tra i mondi. La follia non è più un sintomo, ma un'arma, e Trent si rende conto che la sua stessa ricerca è stata orchestrata per un fine molto più sinistro. Il finale, enigmatico e inquietante, getta Trent in una realtà distorta dove la distinzione tra autore, personaggio e spettatore si dissolve completamente, lasciandolo prigioniero di un incubo senza fine.
Regia e Atmosfera
John Carpenter, in questo film, dimostra ancora una volta la sua maestria nel creare atmosfere di terrore sottile e profondo. La sua regia è chirurgica, capace di costruire la tensione non attraverso jump scare gratuiti, ma con un senso di inquietudine crescente. L'uso sapiente del widescreen (formato 2.35:1) conferisce alle inquadrature una sensazione di vastità e solitudine, mentre la fotografia di Gary B. Kibbe, con i suoi colori freddi e la sua luce livida, contribuisce a creare un'atmosfera opprimente e surreale.
Il ritmo del film è lento e meditativo, permettendo allo spettatore di immergersi gradualmente nel viaggio di Trent verso la follia. Carpenter gioca con le aspettative, disorientando il pubblico e facendolo dubitare della realtà tanto quanto il protagonista. La colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter e da Jim Lang, è un elemento fondamentale per l'atmosfera del film: i riff di chitarra elettrica, i sintetizzatori distorti e i suoni stridenti creano un paesaggio sonoro disturbante e indimenticabile, che si fonde perfettamente con le immagini.
Attori e Personaggi
Il successo di "Il seme della follia" si basa in gran parte sulla performance eccezionale di Sam Neill nei panni di John Trent. Neill incarna perfettamente l'archetipo dell'uomo razionale che si vede strappato via ogni certezza. La sua trasformazione, da cinico investigatore a vittima disperata della follia, è resa con una straordinaria intensità. La sua espressione di angoscia, la sua incredulità che si trasforma in terrore, è il fulcro emotivo del film.
Jürgen Prochnow, nel ruolo di Sutter Cane, pur apparendo per un tempo limitato, lascia un'impressione indelebile. La sua presenza è inquietante e carismatica, e la sua voce profonda e roca conferisce al personaggio un'aura di malevolenza e potere ultraterreno. Il personaggio di Cane non è un semplice villain, ma una figura quasi demoniaca, un profeta della fine dei tempi.
Julie Carmen interpreta Linda Styles, l'unica figura di supporto di Trent che, come lui, subisce la progressiva perdita di contatto con la realtà. La sua interpretazione, misurata e sottile, offre un contrappunto al crescente panico di Trent. Charlton Heston, in un piccolo ma significativo ruolo, interpreta il direttore di una casa editrice, aggiungendo un tocco di autorevolezza e drammaticità alla narrazione.
L'Omaggio a Lovecraft e l'Horror Meta-narrativo
Il film è un dichiarato omaggio all'opera dello scrittore H.P. Lovecraft, in particolare al suo "Ciclo di Cthulhu". Le tematiche lovecraftiane sono onnipresenti: la follia come conseguenza della conoscenza, l'orrore cosmico, la presenza di divinità antiche e malvagie che si nascondono appena oltre la soglia della nostra percezione. Carpenter non si limita a copiare, ma a reinterpretare, creando una storia che è sia un tributo che una riflessione sul potere della narzione.
La natura meta-narrativa del film è ciò che lo rende così innovativo e inquietante. "Il seme della follia" è un film che parla del cinema, della letteratura e del loro potere di influenzare la realtà. La storia di John Trent è in realtà un film che lui stesso sta vedendo, o forse scrivendo, o forse vivendo. Questa struttura a scatole cinesi fa sì che lo spettatore non sappia mai dove finisce la finzione e dove inizia la realtà, e ciò crea un senso di vertigine e di angoscia esistenziale che pochi altri film horror riescono a raggiungere.
Conclusione
"Il seme della follia" è un'opera d'arte cinematografica complessa, stratificata e inquietante, un horror intellettuale che si basa sul terrore psicologico piuttosto che su quello fisico. È un film che sfida le convenzioni del genere, che si addentra in territori inesplorati della psiche umana e che, a distanza di anni dalla sua uscita, continua a essere un punto di riferimento per l'horror moderno. È il capolavoro forse meno celebrato di John Carpenter, ma forse quello che più di tutti rappresenta la sua visione del mondo: un luogo in cui il caos e la follia sono sempre in agguato, pronti a fare irruzione nella nostra fragile e razionale esistenza. La visione de "Il seme della follia" non è una semplice esperienza d'intrattenimento, ma un viaggio nel cuore del buio, da cui si esce scossi e con un nuovo e profondo senso di paura, la paura che la realtà, così come la conosciamo, sia solo un'illusione, una storia che qualcuno sta scrivendo per noi.
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L'uomo di Aran (Man of Aran), è un film/documentario del 1934 di Robert J. Flaherty
Il 1934 segnò l'uscita di un'opera cinematografica destinata a diventare un punto di riferimento nella storia del cinema: L'Uomo di Aran (Man of Aran), diretto e prodotto dal pioniere del documentario Robert J. Flaherty. Questo film non è un semplice racconto, ma un'esperienza visiva e sensoriale che trasporta lo spettatore sulle remote e ventose Isole Aran, al largo della costa occidentale dell'Irlanda. Flaherty, già noto per il suo celebre Nanuk l'esquimese (Nanook of the North, 1922), applicò un approccio simile anche a questo progetto, mescolando abilmente elementi documentaristici e finzione narrativa per creare un'epopea potente e commovente.
La natura ibrida del film è forse il suo aspetto più affascinante e al tempo stesso controverso. L'obiettivo dichiarato di Flaherty era quello di catturare l'essenza della vita su queste isole, un'esistenza segnata da una lotta costante e primordiale contro le forze implacabili della natura: il mare, il vento e la terra rocciosa. Tuttavia, per dare forma a questa storia, non si limitò a registrare passivamente la quotidianità. Ricreò scenari, mise in scena eventi e lavorò con gli abitanti del luogo come veri e propri attori, non per interpretare personaggi fittizi, ma per rivivere le tradizioni e le sfide dei loro antenati.
L'idea per L'Uomo di Aran nacque dalla fascinazione di Flaherty per le culture che vivevano in profonda armonia (e spesso conflitto) con l'ambiente naturale. Dopo il successo di Nanuk, il regista cercò una nuova location che potesse offrire una narrazione altrettanto potente. Le Isole Aran, con la loro reputazione di roccaforte di un'antica cultura gaelica, furono la scelta ideale. Flaherty si trasferì sull'isola di Inishmore, la più grande delle tre, e vi rimase per quasi due anni, dal 1931 al 1933, per immergersi completamente nella vita locale.
Questa lunga permanenza fu fondamentale per la realizzazione del film. Flaherty e la sua troupe, che comprendeva anche sua moglie Frances, vissero a stretto contatto con gli isolani, imparando le loro usanze, i loro dialetti e le loro tecniche di sopravvivenza. La fiducia e il rispetto che riuscirono a costruire furono cruciali per il coinvolgimento della comunità. La troupe non solo filmò la vita quotidiana, ma partecipò attivamente a essa, contribuendo a un'esperienza di co-creazione che si riflette nella profonda autenticità del film.
A differenza di una trama tradizionale con una progressione lineare degli eventi e un arco narrativo complesso, la narrazione de L'Uomo di Aran è ciclica e tematica. Il film segue le gesta di una famiglia tipo, composta da un padre, una madre e il loro giovane figlio, che simboleggiano la lotta perpetua dell'umanità contro la natura. La trama è scandita da una serie di episodi drammatici che evidenziano i pericoli e le fatiche della vita sull'isola.
La lotta contro la fame: Una delle sequenze più iconiche è quella della pesca allo squalo elefante. Flaherty ha ricreato una pratica di caccia che stava scomparendo, coinvolgendo gli uomini di Aran in una battaglia estenuante contro creature marine gigantesche. Questa caccia, condotta con strumenti rudimentali, non era solo per il cibo, ma per l'olio di fegato, un prezioso combustibile e risorsa economica.
La sfida della terra: Il film mostra anche la fatica di creare suolo fertile su rocce aride. Gli abitanti delle isole raccoglievano alghe dal mare e sabbia, mescolandole per creare piccole parcelle di terra in cui coltivare patate, l'alimento base. Questa scena non solo documenta un processo agricolo unico, ma simboleggia anche la tenacia e l'ingegnosità umana.
Il dramma del mare: Il climax del film è senza dubbio la sequenza della tempesta. Le onde gigantesche si infrangono sulle scogliere, mostrando la potenza terrificante del mare. Sebbene questa tempesta fosse reale, molte delle scene sono state girate con l'ausilio di stunt e sono state attentamente coreografate per massimizzare l'impatto drammatico, mettendo in evidenza i rischi che i pescatori affrontavano quotidianamente. La scena in cui la famiglia attende con ansia il ritorno del padre dalla pesca in un mare in tempesta è un esempio magistrale di tensione cinematografica, sebbene non sia stato un evento spontaneo ma una ricostruzione.
La regia di Robert J. Flaherty è caratterizzata da un approccio che egli stesso definì "drammatico". Il regista non si limitò a osservare, ma cercò di trovare l'epos nella realtà, manipolando e ricreando gli eventi per dare loro una forma narrativa. La sua abilità sta nel rendere queste messe in scena talmente autentiche da risultare indistinguibili dalla vita vera. L'uso di riprese in esterni, spesso con condizioni meteorologiche avverse, e la cinematografia in bianco e nero di alto contrasto conferiscono al film una qualità visiva cruda e poetica, accentuando la drammaticità del paesaggio.
Per quanto riguarda gli attori e le comparse, il termine più appropriato è "protagonisti". Flaherty non ingaggiò attori professionisti, ma scelse gli abitanti delle isole per interpretare se stessi e le loro tradizioni.
Colman 'Tiger' King interpreta il padre. Pescatori nella vita reale, King incarnava la dignità e la forza di un uomo che vive in simbiosi con la natura. La sua performance è segnata da una presenza fisica potente e da uno sguardo che comunica anni di fatica e saggezza.
Maggie Dirrane interpreta la madre. La sua figura è il simbolo della resilienza e della cura, la roccia su cui si fonda la famiglia. Il suo volto, solcato dalle rughe, racconta una storia di vita dura ma ricca di significato.
Michael Dillane interpreta il figlio. La sua innocenza e curiosità offrono un contrasto toccante con la severità del mondo adulto, rappresentando la speranza per il futuro della comunità.
Le altre comparse sono i veri abitanti delle isole. Flaherty li coinvolse in ogni fase della produzione, chiedendo loro di rivivere e mostrare al mondo il loro patrimonio culturale. Il risultato è un film che non solo racconta una storia, ma preserva e celebra un modo di vivere che rischiava di scomparire.
Sebbene L'Uomo di Aran sia stato criticato per la sua manipolazione della realtà, il suo valore come documentario storico e antropologico è innegabile. Il film cattura una fase transitoria della storia irlandese, un momento in cui l'antico stile di vita delle isole stava lentamente scomparendo sotto la spinta della modernizzazione. Le tradizioni mostrate, come la costruzione delle barche a remi in pelle (currach), la pesca dello squalo elefante e la creazione di terra fertile, sono diventate preziose testimonianze di pratiche che oggi sono in gran parte abbandonate.
Flaherty, pur non seguendo le rigide convenzioni del documentario purista, ha creato un'opera che, attraverso la sua forma "ibrida", è riuscita a comunicare un senso di verità più profondo e universale. Non si tratta della verità dei fatti, ma della verità dell'esperienza umana: la lotta, la dignità e la resilienza di un popolo. Il film è una fonte inestimabile per gli storici e gli antropologi che studiano la cultura gaelica e la vita rurale in Irlanda nel XX secolo.
L'Uomo di Aran fu un successo sia di critica che di pubblico. Vinse il premio per il Miglior Film Straniero alla seconda edizione del Festival del Cinema di Venezia nel 1935, consolidando la reputazione di Flaherty come maestro del cinema. L'opera influenzò generazioni di registi, in particolare quelli del movimento del documentario sociale britannico degli anni '30 e '40, che però cercarono di superare l'approccio "romantico" di Flaherty a favore di una rappresentazione più diretta e meno manipolata della realtà.
Oggi, L'Uomo di Aran rimane un film potentissimo e visivamente mozzafiato. Nonostante le sue controversie, è un'opera che continua a sollevare domande importanti sul ruolo del regista nel raccontare la realtà e sui confini sottili tra documentario e finzione. È un'ode alla forza dello spirito umano e una testimonianza poetica di una cultura che resiste, nonostante tutte le avversità. Il film non solo ci mostra la vita degli abitanti di Aran, ma ci fa sentire il vento salmastro sulla pelle, il rumore assordante delle onde e la fatica di una vita forgiata dalla natura. Ed è proprio in questa capacità di evocare sensazioni e non solo di mostrare fatti che risiede la sua grandezza duratura.
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Hot Milk,è un film del 2025 scritto e diretto da Rebecca Lenkiewicz.
Hot Milk è l'adattamento cinematografico del romanzo "Come l'acqua che spezza la polvere" di Deborah Levy, finalista al prestigioso Booker Prize. Il film si presenta come un dramma psicologico e un "coming of age" atipico, ambientato nel torrido paesaggio della costa andalusa.
La storia segue la giovane Sofia (interpretata da Emma Mackey), una venticinquenne che ha messo in pausa la sua vita e i suoi studi in antropologia per prendersi cura della madre malata, Rose (Fiona Shaw). Rose soffre di una misteriosa malattia che l'ha costretta su una sedia a rotelle e, nel tentativo di trovare una cura, madre e figlia si recano ad Almería per consultare il dottor Gómez (Vincent Perez), un enigmatico guaritore.
Mentre le due donne si trovano in questa città spagnola, le dinamiche tra loro si fanno sempre più tese. Il rapporto tra Sofia e Rose è un groviglio di dipendenza reciproca, risentimento, amore soffocante e manipolazione. Sofia è intrappolata in un ruolo di accudimento che le impedisce di vivere la propria vita e scoprire se stessa, mentre Rose, apparentemente indifesa, esercita un controllo emotivo quasi totalizzante sulla figlia.
L'arrivo di Ingrid (Vicky Krieps), una donna affascinante e dallo spirito libero, scombussola ulteriormente l'equilibrio precario. Sofia si sente irresistibilmente attratta da Ingrid, un'attrazione che rappresenta per lei una via di fuga, un modo per esplorare il proprio desiderio e la propria indipendenza, lontano dalla soffocante presenza materna.
Nel corso del film, segreti a lungo sepolti e bugie vengono a galla, costringendo Sofia ad affrontare la complessa rete di sentimenti e traumi che la legano a Rose. Il caldo soffocante di Almería e il paesaggio desertico diventano un riflesso della tempesta interiore dei personaggi, un luogo in cui le tensioni accumulano fino a esplodere, portando Sofia verso un percorso di liberazione e auto-realizzazione, per quanto doloroso e non lineare.
Hot Milk segna l'esordio alla regia di Rebecca Lenkiewicz, già acclamata sceneggiatrice di film come il premio Oscar Ida, Disobedience e Anche Io. Il suo passaggio dietro la macchina da presa è stato accolto con grande interesse, e le recensioni suggeriscono che ha saputo portare il suo tocco autoriale anche nella regia.
Lenkiewicz, come sceneggiatrice, ha una sensibilità spiccata per i drammi intimi e psicologici, e questo si riflette nel suo lavoro di regista. Lo stile visivo è descritto come misurato e suggestivo, con una fotografia che gioca su colori naturali e a tratti desaturati, creando un'atmosfera di attesa e inquietudine. Le inquadrature spesso statiche e i dialoghi essenziali lasciano molto spazio alle espressioni e ai gesti dei personaggi, lavorando per sottrazione per far emergere la tensione e i sentimenti repressi.
Il ritmo del film è lento e meditativo, ma non per questo meno efficace. L'attenzione è tutta rivolta all'evoluzione psicologica di Sofia e al rapporto simbiotico e tossico con la madre. Lenkiewicz usa il paesaggio andaluso non solo come sfondo, ma come un elemento narrativo che riflette lo stato d'animo dei personaggi: il calore, il mare e la sabbia diventano simboli di un desiderio represso che lotta per emergere.
Uno dei punti di forza del film è il cast, composto da attori di grande talento che offrono performance intense e complesse.
Emma Mackey nel ruolo di Sofia. L'attrice, nota per il suo ruolo in Sex Education, ha qui l'opportunità di mostrare una gamma interpretativa più matura e drammatica. Il suo personaggio è una donna sull'orlo di una crisi, divisa tra il dovere filiale e il bisogno di indipendenza. Le sue performance in ruoli di donne sensibili e complesse sono state molto apprezzate dalla critica, che la indica come una stella nascente.
Fiona Shaw nel ruolo di Rose. L'attrice irlandese, con una carriera che spazia dal teatro al cinema, interpreta la madre di Sofia. La sua performance è descritta come carica di ambiguità e fragilità, riuscendo a rendere il suo personaggio sia una vittima che una figura manipolatrice.
Vicky Krieps nel ruolo di Ingrid. L'attrice lussemburghese, nota per i suoi ruoli in film come Il filo nascosto e Corsage, interpreta il personaggio che scuote le basi della vita di Sofia. Il suo ruolo, descritto come magnetico e seducente, porta un elemento di imprevedibilità e di desiderio nel dramma.
Vincent Perez nel ruolo del Dr. Gómez. L'attore svizzero dà vita all'enigmatico guaritore, la cui figura è un catalizzatore per le dinamiche familiari e le rivelazioni che emergeranno.
Il film ha avuto la sua anteprima mondiale al 75° Festival Internazionale del Cinema di Berlino, dove è stato presentato in concorso. Dopo la sua prima, ha ricevuto recensioni contrastanti ma generalmente positive. Alcuni critici hanno lodato la regia sicura di Lenkiewicz e le potenti performance del cast, in particolare di Fiona Shaw e Emma Mackey, mentre altri hanno trovato la narrazione a tratti troppo lenta o non del tutto convincente.
In Italia, il film è distribuito da MUBI, la piattaforma di streaming e produzione che si concentra sul cinema d'autore. La data di uscita in streaming su MUBI è stata fissata per il 22 agosto 2025, confermando il suo status di "film del 2025" e la sua accessibilità per il pubblico italiano.
In sintesi, Hot Milk si preannuncia come un dramma intimo e potente, un'esplorazione complessa dei legami familiari, del desiderio e della lotta per l'indipendenza, con un cast di altissimo livello e una regia che promette di essere sensibile e incisiva.
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Android - Molto più che umano (Android), è un film del 1982 diretto da Aaron Lipstadt.
Il film è ambientato nel 2036 su una stazione spaziale isolata, dove l'unico abitante umano è il solitario scienziato Dr. Daniel (interpretato da Richard Farnsworth). La sua unica compagnia sono due robot di sua creazione: un androide di nome Max 404 (Klaus Kinski), un sofisticato assistente dall'aspetto identico a quello del suo creatore, e un giovane androide di nome Android (Don Keith Opper). Quest'ultimo, sebbene sia stato concepito come un semplice robot, ha sviluppato una personalità complessa e desidera ardentemente essere umano. Non è un robot aggressivo e minaccioso, ma un essere timido e curioso, che trascorre le sue giornate guardando vecchi film e leggendo libri. Il suo sogno più grande è quello di ottenere un'identità sessuale e sentimentale.
La routine quotidiana viene interrotta dall'arrivo inaspettato di una navicella spaziale con a bordo tre fuggitivi: una donna di nome Maggie (Brie Howard) e due criminali in fuga. Il Dottor Daniel, inizialmente riluttante, decide di accoglierli, ma l'arrivo della donna sconvolge profondamente la psiche di Android, che vede in lei la possibilità di realizzare il suo desiderio di umanità e di amore.
Nel frattempo, il Dottor Daniel sta lavorando a un progetto segreto: un esperimento genetico per creare una donna androide perfetta. Quando i criminali scoprono il suo lavoro, l'atmosfera si fa tesa. L'ingenuo desiderio di Android di diventare umano si scontra con il lato più oscuro della natura umana, portandolo a un dilemma morale. Il film si trasforma in un thriller psicologico in cui i confini tra umanità e intelligenza artificiale si fanno sempre più labili, culminando in un finale sorprendente che solleva interrogativi sulla vera natura dell'identità e dell'anima.
Aaron Lipstadt dirige questo film di fantascienza con un budget modesto, ma con una visione chiara e originale. L'estetica del film, sebbene risenta delle limitazioni economiche, è interessante e anticipa per certi versi lo stile visivo del cinema cyberpunk. Gli interni della stazione spaziale sono minimalisti e futuristici, con un'illuminazione scarna che contribuisce a creare un'atmosfera di isolamento e desolazione. La regia di Lipstadt è misurata e non si affida a effetti speciali spettacolari, ma si concentra sulla psicologia dei personaggi e sulla tensione narrativa.
Il regista riesce a bilanciare diversi toni: c'è la riflessione filosofica sulla natura dell'essere umano, l'elemento fantascientifico e persino un tocco di commedia nera, soprattutto nelle interazioni tra i personaggi. La scelta di far interpretare a Klaus Kinski due ruoli, quello dello scienziato e quello del suo androide, è un tocco di genio che confonde ulteriormente i confini tra uomo e macchina.
Il successo di Android si deve in gran parte al suo cast, in particolare alle interpretazioni di due attori chiave.
Klaus Kinski offre una performance straordinaria e inquietante. Kinski interpreta non solo il ruolo del Dr. Daniel, ma anche quello del suo androide Max 404. La sua capacità di passare da un personaggio all'altro, cambiando il linguaggio del corpo e l'espressione, è impressionante. Il Dottor Daniel è un uomo stanco e cinico, mentre Max 404 è una copia perfetta, priva di emozioni, ma con un'inquietante e sottile minaccia latente. La sua presenza scenica è il cuore pulsante del film.
Don Keith Opper interpreta l'androide protagonista. A differenza del robot inumano di Kinski, il personaggio di Opper è tenero e ingenuo, con un'anima che desidera disperatamente di essere umana. L'interpretazione di Opper è commovente e credibile, e riesce a far immedesimare lo spettatore nel suo desiderio di libertà e di amore. Opper ha anche co-scritto la sceneggiatura del film, e la sua profonda comprensione del personaggio è evidente in ogni scena.
Brie Howard nel ruolo di Maggie è l'elemento che innesca la crisi emotiva dei due androidi. La sua presenza aggiunge un elemento di mistero e di pericolo, rendendo la sua figura un catalizzatore fondamentale per gli eventi del film.
Android - Molto più che umano è un film affascinante nel contesto del cinema di fantascienza degli anni '80. Uscito lo stesso anno di capolavori come Blade Runner e Tron, Android offre una prospettiva più intima e filosofica sul tema dell'intelligenza artificiale e del rapporto tra uomo e macchina. Nonostante il basso budget, il film è stato accolto positivamente dalla critica per la sua originalità e per l'intelligenza della sua sceneggiatura.
Nel corso degli anni, Android è diventato un piccolo film di culto, apprezzato dagli appassionati di fantascienza per il suo approccio insolito e per la memorabile interpretazione di Klaus Kinski. È una pellicola che, pur non avendo la fama dei grandi kolossal, offre una riflessione profonda e duratura sul significato di essere umano. La sua disponibilità attuale su Amazon Prime Video offre l'opportunità perfetta per riscoprire un film nascosto del genere fantascientifico.
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Lady Gangster, è un film del 1942 diretto da Robert Florey
Lady Gangster è un film poliziesco di serie B, ma con una sua particolare dignità, prodotto dalla Warner Bros. nel 1942. Sebbene non sia un capolavoro del genere, è un esempio interessante di come il noir e il melodramma carcerario si mescolassero nelle produzioni a basso costo di quel periodo. Diretto da Robert Florey (un cineasta eclettico e visionario, noto per il suo lavoro su film come Murders in the Rue Morgue e per la sua influenza sul cinema horror), il film si distingue per la sua storia avvincente e per le solide interpretazioni del cast, tra cui spicca una giovane Faye Emerson.
La storia si concentra su Dot Burton (interpretata da Faye Emerson), un'aspirante attrice che, per sbarcare il lunario, si ritrova a lavorare come "esca" per una banda di rapinatori di banche. La sua missione è quella di entrare in banca con un cagnolino poco prima dell'apertura, per distrarre la guardia e permettere ai suoi complici di fare irruzione. Durante una rapina, le cose non vanno come previsto e Dot viene arrestata, mentre i suoi complici riescono a fuggire.
In prigione, Dot si rende conto di essere stata incastrata dai suoi stessi compagni. Prima di essere portata via, però, riesce a rubare la borsa con i 40.000 dollari del bottino e la nasconde dalla sua affittuaria, un'anziana donna. Parallelamente, il suo caso attira l'attenzione di un ex fidanzato d'infanzia, Kenneth Phillips (Frank Wilcox), un influente giornalista radiofonico che, inizialmente convinto della sua innocenza, rimane sconvolto dalla sua confessione.
Il cuore del film si sposta all'interno del carcere femminile. Qui, Dot si trova in un ambiente ostile e pericoloso, popolato da figure che rappresentano le diverse sfaccettature della vita criminale, tra cui la "gola" di turno, che passa informazioni alle guardiane per ottenere favori. La sua posizione è ancora più precaria perché i suoi ex complici, temendo che li tradisca e voglia tenersi il bottino, la minacciano di far del male a Kenneth. A questo punto, il film si trasforma in un thriller carcerario, dove Dot deve trovare un modo per evadere, salvare Kenneth e vendicarsi di coloro che l'hanno tradita.
La regia di Robert Florey è uno degli elementi più interessanti del film. Nonostante le evidenti limitazioni di budget tipiche delle produzioni di serie B, Florey riesce a conferire a Lady Gangster un'atmosfera tesa e, a tratti, quasi noir. La sua abilità sta nel creare suspence con mezzi semplici. L'azione è serrata e la durata del film (poco più di un'ora) rende la narrazione agile e senza tempi morti.
Florey utilizza inquadrature claustrofobiche all'interno del carcere per accentuare il senso di oppressione e prigionia di Dot. Le ombre scure e i contrasti di luce, tipici del genere noir, contribuiscono a creare un'atmosfera di minaccia e ambiguità morale. La sua direzione degli attori è efficace, riuscendo a far emergere il meglio da un cast di attori noti ma non di primissimo piano. Il film dimostra la sua maestria nel dirigere una pellicola che, pur rientrando nel genere "prison melodrama", riesce a mantenere una certa solidità narrativa e stilistica.
Il cast di Lady Gangster è composto da un gruppo di talenti che, pur non essendo star di prima grandezza, offrono interpretazioni convincenti.
Faye Emerson nel ruolo di Dot Burton è il fulcro del film. L'attrice, nota per la sua eleganza e il suo fascino, riesce a dare al suo personaggio una profondità inaspettata. Dot non è la classica "donna fatale" del noir, ma una figura tragica, una donna che si è persa in un mondo di crimine ma che mantiene una profonda moralità e un desiderio di redenzione.
Julie Bishop interpreta Myrtle Reed, un'altra detenuta che diventa l'amica e alleata di Dot in prigione. La sua performance è solida e supporta bene il ruolo della protagonista.
Frank Wilcox è Kenneth Phillips, il giornalista onesto e idealista che continua a credere nella bontà di Dot, nonostante tutte le prove. Il suo personaggio serve da contrappunto morale alle figure corrotte che la circondano.
Il cast include anche una giovane e irriconoscibile Jackie Gleason, che all'epoca era ancora agli inizi della sua carriera, nel ruolo di Wilson, uno dei rapinatori. Anche se il suo ruolo è minore, la sua presenza è un dettaglio interessante per i fan di cinema classico.
Lady Gangster è un remake del film del 1933 Ladies They Talk About, e si basa sulla pièce teatrale Women in Prison, scritta da Dorothy Mackaye. La cosa più affascinante è che la pièce è stata ispirata dalla vita reale della stessa Mackaye, un'attrice e scrittrice che scontò del tempo in prigione per aver coperto il suo fidanzato, Paul Kelly, in un caso di omicidio. Questa connessione con la vita reale conferisce alla storia una dimensione di realismo e drammaticità.
Il film è anche un esempio della produzione cinematografica di quel periodo, in cui i grandi studi come la Warner Bros. producevano una vasta gamma di film, dai grandi successi di Hollywood ai film di serie B come questo, che spesso servivano a far emergere nuovi talenti e a sperimentare generi diversi. Il fatto che Florey sia stato accreditato come "Florian Roberts" è un altro dettaglio interessante, una pratica comune all'epoca per i registi che non volevano firmare opere che consideravano inferiori o per ragioni contrattuali.
In conclusione, Lady Gangster è un film affascinante e godibile, che offre un esempio solido del cinema noir a basso budget degli anni '40. Nonostante la sua natura di serie B, la regia di Florey, la trama avvincente e la buona performance di Faye Emerson lo rendono un'opera degna di essere riscoperta, offrendo uno sguardo interessante su un genere che ha definito un'era del cinema americano.
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Cabiria, è un film muto del 1914 diretto da Giovanni Pastrone.
Realizzato a Torino tra il 1913 e il 1914, Cabiria: Visione storica del terzo secolo a.C. è universalmente riconosciuto come il film che ha segnato la nascita del kolossal cinematografico. Con un budget faraonico per l'epoca (stimato in circa un milione di lire, una cifra enorme), una durata epica e una sontuosità scenografica senza precedenti, il film non fu solo un successo commerciale, ma una pietra miliare che ha influenzato il cinema mondiale per decenni, ispirando persino registi del calibro di David W. Griffith per il suo celebre Intolerance (1916).
La trama di Cabiria è un avvincente romanzo storico che si svolge durante la Seconda guerra punica (III secolo a.C.), con un'ambientazione che spazia dalla Sicilia a Cartagine, dalle Alpi fino a Cirta. La storia segue le vicende della piccola Cabiria, una bambina di nobile famiglia catanese, che, a seguito di una violenta eruzione dell'Etna, si salva miracolosamente ma viene rapita da pirati fenici. La bambina viene condotta a Cartagine e venduta come schiava, destinata a essere sacrificata al terribile dio Moloch.
Il suo destino si incrocia con quello di Fulvio Axilla, un patrizio romano in missione di spionaggio, e del suo fedele schiavo Maciste, un gigante buono dotato di una forza sovrumana. I due riescono a salvare Cabiria all'ultimo momento dal sacrificio, ma la ragazza finisce nuovamente nelle mani dei suoi aguzzini e viene affidata alla regina Sofonisba.
Il film segue le peripezie di Maciste e Fulvio, impegnati a liberare Cabiria in un'odissea che li porta a vivere avventure incredibili: dall'attraversamento delle Alpi con Annibale, all'assedio di Siracusa e all'incontro con il genio di Archimede e i suoi specchi ustori, fino alla grande battaglia di Zama. Alla fine, i due eroi si ricongiungono e salvano definitivamente Cabiria, che, ormai adulta, scopre l'amore per il suo salvatore Fulvio, mentre Cartagine è definitivamente sconfitta.
Giovanni Pastrone (che si firmò con lo pseudonimo "Piero Fosco") non fu solo il regista, ma anche il produttore, lo sceneggiatore e l'ideatore di ogni aspetto del film. La sua visione fu rivoluzionaria e andò ben oltre i canoni del cinema del suo tempo, che si basava ancora su una ripresa statica e su inquadrature lunghe che riproducevano l'effetto di un palcoscenico teatrale ("quadri animati").
Pastrone introdusse una serie di innovazioni che avrebbero cambiato il linguaggio cinematografico per sempre:
Il carrello: è l'innovazione più celebre e dirompente del film. Pastrone brevettò una cinepresa montata su una sorta di carrello (chiamato appunto "carrello Cabiria") che permetteva di muoversi e seguire l'azione, creando un senso di profondità e dinamismo fino ad allora sconosciuto. Questa tecnica rivoluzionò il modo di riprendere le scene, rendendo il racconto più fluido e coinvolgente. L'invenzione fu così influente che per anni, nel gergo dei tecnici anglosassoni, il dolly shot fu chiamato "Cabiria movement".
La profondità di campo e la messa in scena in 3D: le scenografie di Cabiria non erano semplici fondali dipinti, ma ricostruzioni tridimensionali e monumentali, con architetture imponenti e complesse. Questo approccio scenografico, unito al movimento del carrello, creava una sensazione di profondità e realismo che immergeva lo spettatore nell'azione in un modo mai sperimentato prima.
L'uso del viraggio: per rendere l'effetto visivo ancora più spettacolare, il film fu girato e poi stampato con una serie di viraggi a colori, in base all'atmosfera delle scene (ad esempio, il blu per la notte, il rosso per le scene di fuoco, il giallo per le scene diurne).
La musica originale: per la prima volta nella storia del cinema, un film muto venne proiettato con una colonna sonora orchestrale appositamente composta. Ildebrando Pizzetti compose una partitura per accompagnare l'intera durata del film, un'innovazione che elevò il cinema a un'arte completa, unendo immagini, musica e dramma.
Il cast del film è composto da attori che all'epoca erano già celebri nel panorama teatrale e cinematografico italiano.
Lidia Quaranta interpreta la protagonista, Cabiria, che, sebbene sia il perno narrativo, è un personaggio inerte e passivo, un oggetto di salvezza più che un'eroina d'azione.
Bartolomeo Pagano è Maciste, lo schiavo buono e muscoloso. Il personaggio, creato da Gabriele D'Annunzio (vedi sotto), divenne un'icona culturale in Italia, dando vita a un filone cinematografico di "Maciste" che durò per decenni e che lanciò la carriera di Pagano come divo del cinema muto.
Italia Almirante-Manzini offre una performance memorabile nel ruolo di Sofonisba, la regina tragica. La sua interpretazione, carica di pathos e di gesti teatrali, è uno dei momenti più intensi del film.
Umberto Mozzato è Fulvio Axilla, l'eroe romano che salva la fanciulla e la guida verso la libertà.
Cabiria non può essere compreso senza considerare il suo contesto storico e culturale. Il film uscì nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, in un'Italia in fermento, pervasa da un forte nazionalismo e da un desiderio di grandezza. Il film rifletteva pienamente questo clima, esaltando la potenza di Roma e la sua superiorità sui popoli barbari (cartaginesi e fenici), un messaggio che era chiaramente leggibile per il pubblico dell'epoca.
Il ruolo di Gabriele D'Annunzio nella realizzazione del film è stato a lungo dibattuto. Ufficialmente, il poeta Vate firmò le didascalie del film e contribuì in modo significativo alla sceneggiatura, dando ai personaggi nomi e frasi di ispirazione dannunziana. Tuttavia, la sua fama e il suo ego lo portarono a rivendicare l'intera paternità dell'opera, oscurando per decenni il genio di Pastrone. D'Annunzio fu strumentale nel promuovere il film a livello internazionale e nel conferirgli un'aura di "opera d'arte" che lo distingueva dalle altre produzioni cinematografiche. Il suo contributo, sebbene non fosse quello di un regista, fu fondamentale per il successo culturale e la fama del film.
Cabiria è stato un successo trionfale. Proiettato in sale affollate, accompagnato da orchestre dal vivo, ha stabilito nuovi standard di produzione e distribuzione. Il film è stato proiettato alla Casa Bianca e ha girato il mondo, influenzando in modo determinante la nascente industria di Hollywood. La sua monumentalità, la sua scala epica e le sue innovazioni tecniche hanno dimostrato che il cinema non era solo una curiosità passeggera, ma un mezzo artistico capace di raccontare storie complesse e di suscitare emozioni profonde.
Il lascito di Cabiria è immenso. Ha dato il via al genere dei "peplum" (i film in costume ambientati nell'antichità), ha reso l'Italia un faro del cinema mondiale per un breve periodo e ha lanciato la figura dell'attore Maciste, un'icona di forza e virilità che avrebbe dominato il grande schermo per anni. Oggi, il film è considerato un'opera fondamentale per comprendere l'evoluzione del linguaggio cinematografico, un'opera d'arte che, a più di cento anni dalla sua uscita, continua a meravigliare per la sua ambizione e la sua visione.
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"The Beatles Anthology" non è semplicemente un documentario, ma un'autobiografia multimediale completa, la prima e unica autorizzata dai tre membri dei Beatles ancora in vita all'epoca: Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Pubblicato tra il 1995 e il 2000, il progetto si articola in diverse forme: una serie televisiva documentaria di otto episodi (o, in alcune versioni, sei), una raccolta di tre album doppi contenenti rarità e demo, e un monumentale libro illustrato. L'obiettivo era chiaro: raccontare la storia del più grande gruppo musicale di tutti i tempi, dal loro punto di vista, con le loro voci e attraverso un materiale d'archivio mai visto prima.
L'idea di un progetto "Anthology" risale già agli anni '70, ma le tensioni tra i quattro membri (soprattutto tra Paul e John) e le complicazioni legali ne ritardarono la realizzazione per decenni. Fu solo all'inizio degli anni '90, con la riunione dei tre membri superstiti per il progetto, che l'idea prese finalmente forma. L'assenza di John Lennon, assassinato nel 1980, era una ferita aperta, ma il progetto si assunse il compito di includere anche la sua voce e la sua presenza, attraverso un sapiente utilizzo di interviste d'archivio.
La vera sorpresa, e il cuore pulsante del progetto, fu la decisione di Paul, George e Ringo di registrare due nuovi brani. Partendo da vecchie demo registrate da John Lennon poco prima della sua morte ("Free as a Bird" e "Real Love"), i tre Beatles rimanenti si riunirono in studio, lavorando insieme a Jeff Lynne (della Electric Light Orchestra) per completare e produrre le canzoni. Questo atto non fu solo un omaggio al loro amico perduto, ma un segno di riconciliazione e una sorta di "reunion" che i fan avevano sognato per anni. Il risultato fu emozionante: "Free as a Bird" e "Real Love" furono pubblicate rispettivamente nel 1995 e nel 1996, come parte degli album Anthology, e divennero subito successi mondiali.
La serie documentaria è il fulcro del progetto. Originariamente trasmessa dalla rete televisiva ABC negli Stati Uniti, la serie è stata successivamente pubblicata in formato VHS e DVD, con contenuti extra. La narrazione segue una rigorosa cronologia, partendo dalle umili origini del gruppo a Liverpool, passando per gli anni della Beatlemania, la svolta psichedelica, lo scioglimento e il lascito artistico.
La regia del documentario fu affidata a un team guidato da Geoff Wonfor. Il loro approccio fu rivoluzionario per l'epoca. Invece di usare una voce narrante esterna, il racconto è interamente affidato alle voci dei Beatles stessi. Le interviste, sia quelle realizzate per il progetto che quelle d'archivio di John Lennon, sono il filo conduttore. I quattro si raccontano, si confrontano, e a volte si contraddicono, offrendo una visione cruda e onesta della loro storia. L'uso di riprese rare e mai viste prima, tra cui filmati amatoriali, spezzoni di concerti, sessioni di registrazione inedite e registrazioni private, rende il documentario un'esperienza unica e irripetibile.
Sebbene il documentario sia centrato sui quattro membri del gruppo, "The Beatles Anthology" dà spazio a un vasto coro di voci che hanno plasmato la loro storia. Tra i personaggi chiave che appaiono e vengono citati, troviamo:
George Martin: il "quinto Beatle", il loro storico produttore, la cui genialità e intuizione artistica sono state fondamentali per la loro evoluzione sonora. Nel documentario, Martin condivide aneddoti e intuizioni sul loro processo creativo, offrendo uno sguardo privilegiato dietro le quinte.
Brian Epstein: il manager che ha scoperto i Beatles e li ha portati al successo mondiale. La sua figura viene ricordata con affetto e gratitudine, e il documentario non nasconde la profonda tristezza per la sua prematura scomparsa.
Neil Aspinall: l'amico d'infanzia e "road manager" del gruppo, che ha avuto un ruolo cruciale nella gestione degli affari e nella conservazione di un enorme archivio di filmati e registrazioni. Aspinall è stato uno dei principali artefici del progetto e il suo contributo è stato inestimabile.
Mal Evans: il tour manager, un'altra figura di fiducia che ha condiviso con loro gli anni della Beatlemania e non solo.
Jeff Lynne: il produttore che ha lavorato con Paul, George e Ringo sulle nuove canzoni, un testimone diretto della "reunion" musicale.
Il documentario include anche testimonianze di altri musicisti, tecnici del suono, e persone che hanno fatto parte del loro universo, offrendo uno sguardo a 360 gradi sulla loro ascesa e sulla loro vita.
La serie documentaria è solo una parte del progetto "Anthology". Gli album, in particolare, hanno avuto un impatto enorme. Con tre volumi (Anthology 1, 2 e 3), la raccolta offre una serie di registrazioni in studio e live alternative, scarti di studio, demo e registrazioni radiofoniche che hanno permesso ai fan di scoprire un lato inedito dei Beatles. Queste versioni alternative delle canzoni, a volte grezze e incomplete, offrono una preziosa testimonianza del loro processo creativo.
Il libro illustrato, pubblicato nel 2000, è il compendio finale del progetto. Con oltre 360 pagine, il volume contiene una ricchezza di materiale fotografico, documenti d'archivio, interviste e racconti che completano la narrazione della serie e degli album. Scritto in gran parte dalle voci dei Beatles stessi, il libro è una vera e propria enciclopedia della loro storia, un'opera definitiva per ogni fan e studioso.
"The Beatles Anthology" è stato un successo senza precedenti. Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, ha vinto numerosi premi, tra cui un Emmy Award per la serie televisiva, ed è stato universalmente acclamato dalla critica. Ma il suo vero lascito va oltre i numeri. Il progetto ha permesso a una nuova generazione di scoprire la musica dei Beatles e ha rinvigorito la loro eredità, cementando il loro status di leggende.
Il documentario, in particolare, ha avuto un impatto profondo. Ha smantellato il mito per mostrare la storia umana che c'è dietro, con i suoi alti e bassi, le sue gioie e i suoi conflitti. Ha mostrato un'amicizia e una partnership creative che, nonostante tutto, hanno resistito alla prova del tempo. "The Beatles Anthology" è più di un documentario: è la celebrazione di una band che ha cambiato per sempre il volto della musica e della cultura popolare, raccontata con la loro stessa voce. Ed è proprio questo il suo più grande pregio: essere l'autentica e definitiva testimonianza di una storia irripetibile.
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Da mercoledì 26 novembre 2025, la docuserie originale The Beatles Anthology del 1995, che in Italia era nota anche come The Beatles Anthology, sarà disponibile in esclusiva su Disney+.
Ecco cosa c'è da sapere su questa nuova versione in arrivo:
Contenuti rimasterizzati: la serie documentaria originale di otto episodi è stata completamente restaurata e rimasterizzata in collaborazione con la Apple Corps e il team di Peter Jackson (Wingnut Films & Park Road Post). Ciò significa che la qualità audio e video sarà significativamente migliorata rispetto alle versioni originali.
Nuovo episodio inedito: in occasione della pubblicazione su Disney+, la serie sarà arricchita da un nono episodio completamente nuovo. Questo nuovo contenuto è stato creato a partire da filmati e audio d'archivio inediti e offre un ulteriore approfondimento sulla storia della band.
L'uscita di The Beatles Anthology si inserisce in un contesto di ripubblicazioni e nuovi contenuti legati alla band. È stato annunciato anche un nuovo documentario prodotto da Martin Scorsese, intitolato Beatles '64, che esplora il loro arrivo e il successo negli Stati Uniti, e che è stato reso disponibile su Disney+ il 29 novembre 2024.
Quindi, oltre a The Beatles: Get Back e Let It Be (il film del 1970 anch'esso restaurato e disponibile sulla piattaforma dal 2024), gli abbonati a Disney+ potranno presto avere a disposizione la più completa raccolta di documentari ufficiali sui Beatles mai vista prima.
September 5 - La diretta che cambiò la storia (September 5), è un film del 2024 diretto da Tim Fehlbaum.
September 5 - La diretta che cambiò la storia (titolo originale: September 5), il film del 2024 diretto da Tim Fehlbaum. La pellicola è stata presentata fuori concorso all'81ª Mostra del Cinema di Venezia, riscuotendo un notevole successo di critica e pubblico.
A differenza di altre opere che hanno raccontato il tragico massacro di Monaco del 1972 (come il celebre Munich di Steven Spielberg), il film di Tim Fehlbaum sceglie un'angolazione inedita e avvincente. La storia non si concentra direttamente sugli ostaggi o sui terroristi, ma sulla troupe di giornalisti sportivi dell'emittente americana ABC.
Il 5 settembre 1972, durante le Olimpiadi di Monaco, un commando dell'organizzazione terroristica palestinese "Settembre Nero" fa irruzione nel villaggio olimpico, prendendo in ostaggio gli atleti della squadra israeliana. La squadra dell'ABC, che si trova sul posto per documentare gli eventi sportivi, si ritrova improvvisamente a dover gestire una crisi di proporzioni storiche.
Il film ricostruisce in tempo reale le ore concitate che hanno cambiato per sempre il giornalismo televisivo. La narrazione si svolge quasi interamente all'interno della sala di controllo dell'ABC, dove un gruppo di professionisti si trova di fronte a dilemmi etici e morali senza precedenti. Devono decidere come raccontare una tragedia in diretta, senza avere un manuale di istruzioni. L'obiettivo non è più narrare il trionfo sportivo, ma l'orrore in corso, bilanciando la sete di notizie con la responsabilità di non mettere a rischio le vite degli ostaggi. Le tensioni salgono, i nervi saltano e le dinamiche personali e professionali del gruppo vengono messe a dura prova, offrendo uno spaccato intimo e realistico di chi ha dovuto documentare un evento che ha cambiato la storia.
Il regista svizzero Tim Fehlbaum, noto per il suo film di fantascienza post-apocalittica Hell (2011) e per il suo acclamato The Colony (2021), dimostra una maestria eccezionale nel gestire la tensione. La sua regia è serrata e claustrofobica, immergendo lo spettatore nell'atmosfera tesa e caotica della redazione televisiva. Fehlbaum utilizza inquadrature ravvicinate e movimenti di macchina dinamici per catturare l'ansia e la frenesia dei personaggi.
Il film si avvale di una fotografia cupa e realistica, spesso ricorrendo a una telecamera a spalla che contribuisce a creare un senso di immediatezza e urgenza, quasi come se lo spettatore fosse un membro della troupe. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Fehlbaum insieme a Moritz Binder e Alex David, è uno dei punti di forza dell'opera. Il copione, candidato anche all'Oscar, è costruito in modo intelligente, con dialoghi taglienti e una progressione narrativa che tiene col fiato sospeso, nonostante il pubblico conosca già il tragico epilogo. La scelta di girare il film con un'estetica quasi documentaristica, unita all'uso di filmati d'archivio, rende il tutto ancora più autentico e potente.
Il successo di September 5 si deve in gran parte alle straordinarie interpretazioni del suo cast, che riesce a portare in vita i personaggi con una profondità e una credibilità notevoli.
Peter Sarsgaard interpreta Roone Arledge, il carismatico e visionario presidente di ABC Sports. La sua performance è intensa e misurata, catturando perfettamente la complessità di un uomo che deve prendere decisioni difficili sotto un'enorme pressione mediatica.
John Magaro veste i panni di Geoffrey Mason, il giovane e talentuoso produttore che si ritrova al centro del caos. Magaro offre una prova convincente, mostrando il passaggio del suo personaggio dall'essere un ingranaggio della macchina a diventare una figura centrale e coscienziosa della copertura giornalistica.
Ben Chaplin nel ruolo di Marvin Bader aggiunge un tocco di cinismo e esperienza al gruppo, mentre Leonie Benesch è straordinaria nel ruolo di Marianne Gebhardt, una giovane interprete tedesca che diventa un'ancora di salvezza per la troupe, fungendo da ponte linguistico e culturale.
Il cast di supporto, che include anche Zinedine Soualem e Benjamin Walker (nel ruolo di Peter Jennings), contribuisce a creare un ensemble corale che funziona in modo impeccabile. Le dinamiche tra gli attori sono il cuore pulsante del film, e il loro lavoro di squadra rende la storia ancora più avvincente e realistica.
Sin dalla sua presentazione a Venezia, September 5 ha ricevuto recensioni entusiastiche e ha conquistato diverse nomination importanti. La pellicola è stata candidata al Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale e ha ottenuto una nomination ai Golden Globes per la miglior opera. La critica internazionale ha elogiato il film per la sua regia innovativa, la sua sceneggiatura tesa e le performance del cast, definendolo un thriller storico e drammatico di grande spessore. La capacità di Fehlbaum di raccontare una storia conosciuta da un punto di vista inedito lo ha reso uno dei film più interessanti del 2024.
September 5 - La diretta che cambiò la storia non è solo una rievocazione storica, ma una profonda riflessione sull'etica del giornalismo, sulla natura della notizia e sul potere della televisione di plasmare la percezione del mondo.
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Flow - Un mondo da salvare (Straume), è un film d'animazione del 2024 diretto da Gints Zilbalodis.
Nel panorama dell'animazione contemporanea, dove spesso prevalgono grandi produzioni con budget stratosferici e storie ad alto tasso di adrenalina, emerge come una perla rara Flow - Un mondo da salvare (titolo originale: Straume), un film d'animazione del 2024 diretto e interamente realizzato dall'artista lettone Gints Zilbalodis. Questa pellicola non è solo un'opera cinematografica, ma un'esperienza sensoriale e meditativa che affronta temi complessi come il cambiamento climatico, la convivenza tra le specie e la ricerca di un rifugio in un mondo alla deriva. Sebbene sia quasi completamente privo di dialoghi, il film riesce a comunicare in modo profondo e toccante, affidandosi alla potenza delle immagini, a un design minimalista e a una colonna sonora avvolgente.
Il percorso di Zilbalodis, già acclamato per il suo precedente lavoro Away (2019), si conferma in Flow come quello di un autore capace di costruire universi narrativi complessi con mezzi essenziali. Il regista, che ha curato personalmente ogni aspetto della produzione (dalla regia all'animazione, dal montaggio alla musica), dimostra una padronanza rara del mezzo cinematografico, trasformando le limitazioni di un'animazione solitaria in un punto di forza stilistico. Il risultato è un film che si distingue per la sua unicità e per la sua capacità di rimanere impresso nella mente dello spettatore.
La storia segue un gatto domestico, abituato a una vita agiata e solitaria, che si ritrova improvvisamente a dover affrontare la fine del suo mondo. Una catastrofe climatica, simboleggiata da un'inondazione che inghiotte la terra, lo costringe a fuggire. Il gatto, inizialmente riluttante a socializzare, si ritrova a condividere una zattera di fortuna con altri animali: un lemure, un'anatra, un cane e un'oca. Inizia così un'odissea fluviale, un viaggio disperato alla ricerca di un approdo sicuro in un paesaggio sempre più inospitale.
La forza della narrazione risiede proprio nella sua essenzialità. Non ci sono spiegazioni verbali per l'inondazione o per le motivazioni degli animali. Tutto è affidato al linguaggio universale delle azioni e delle reazioni. Il gatto, protagonista restio, rappresenta l'individualismo e la resistenza al cambiamento. La sua crescita interiore è il fulcro della storia: da creatura solitaria e diffidente, impara gradualmente a fidarsi degli altri e a collaborare per la sopravvivenza del gruppo. Ogni animale ha un ruolo e una personalità ben definiti, che emergono senza bisogno di parole: il lemure è il pragmatico, il cane è l'amico fidato, l'anatra è la figura materna. L'interazione tra di loro, fatta di piccoli gesti, sguardi e solidarietà, costruisce una trama emotiva ricca e complessa.
Il film esplora la fragilità dell'ecosistema e la necessità di adattarsi a un mondo in continua evoluzione. L'acqua non è solo una minaccia, ma anche l'elemento che li unisce e li porta avanti. Il viaggio è una metafora della vita stessa, un percorso di perdita e scoperta, di dolore e speranza. L'arrivo in un'oasi finale, che appare quasi come un miraggio, offre un senso di chiusura e di rinascita, ma lascia anche un senso di precarietà, come se la lotta per la sopravvivenza non fosse mai veramente finita.
Gints Zilbalodis si conferma un regista visionario, capace di creare un'atmosfera unica e coinvolgente. La sua regia si basa su inquadrature ampie e suggestive, che mettono in risalto la vastità e la solitudine del paesaggio acquatico. L'uso di riprese aeree e prospettive dal basso crea un senso di smarrimento e di grandezza, rendendo l'acqua un personaggio a sé stante. I movimenti di macchina sono fluidi e misurati, accompagnando i personaggi nel loro viaggio senza fretta.
Una delle scelte registiche più audaci è la quasi totale assenza di dialoghi. Questo conferisce al film un'aura di mistero e di universalità, permettendo allo spettatore di proiettare le proprie emozioni e interpretazioni sulla storia. Zilbalodis affida la narrazione all'espressione dei personaggi, ai loro movimenti e, soprattutto, a una colonna sonora magistrale. Composta dallo stesso regista, la musica è una parte integrante del film, un tappeto sonoro che enfatizza i momenti di tensione, di speranza e di intimità, guidando lo spettatore attraverso il tumulto emotivo della storia.
Lo stile grafico di Flow è immediatamente riconoscibile e in linea con il precedente lavoro di Zilbalodis. I personaggi e gli ambienti sono realizzati con un'animazione 3D volutamente stilizzata e geometrica, che si allontana dal realismo per abbracciare un'estetica più essenziale e pittorica. I colori sono dominati da toni scuri e freddi, che riflettono l'atmosfera cupa e malinconica del film, ma vengono occasionalmente interrotti da esplosioni di luce e colore, come i riflessi del sole sull'acqua o il verde brillante della vegetazione.
I personaggi, pur essendo stilizzati, sono incredibilmente espressivi. Il loro design minimalista permette di concentrarsi sui loro movimenti e sulle loro espressioni, che comunicano in modo efficace paura, stanchezza, curiosità e affetto. L'animazione è fluida e credibile, soprattutto per quanto riguarda le interazioni tra gli animali e i movimenti sull'acqua. L'acqua stessa, con i suoi riflessi e le sue increspature, è animata con una cura maniacale, diventando un elemento visivo affascinante e in continua evoluzione.
Sotto la superficie della storia di avventura si nascondono temi profondi e attuali. Flow - Un mondo da salvare è una potente allegoria sul cambiamento climatico e sulla crisi ambientale. L'inondazione che distrugge il mondo è un monito sulla fragilità del nostro pianeta e sulle conseguenze delle nostre azioni. Ma il film non si ferma alla denuncia: è anche un'ode alla resilienza, alla speranza e alla capacità di ricostruire. Il viaggio degli animali è un promemoria che, anche di fronte a un disastro, la solidarietà e la collaborazione possono essere la nostra unica ancora di salvezza.
Il film invita a riflettere sulla nostra relazione con la natura e con gli altri esseri viventi. Il gatto, che inizialmente si vede superiore agli altri animali, impara che la sopravvivenza non è una questione di gerarchie, ma di mutuo aiuto. Questa lezione di umiltà e di interdipendenza è uno dei messaggi più potenti e commoventi della pellicola.
In conclusione, Flow - Un mondo da salvare è un'opera d'arte cinematografica che va oltre il semplice intrattenimento. È un'esperienza contemplativa, un'elegia visiva che ci invita a riflettere sulla nostra condizione nel mondo, a connetterci con la natura e a riscoprire il valore della solidarietà. Con la sua regia magistrale, il suo design unico e la sua narrazione emotiva, questo film si candida a diventare un classico moderno dell'animazione, una testimonianza toccante della capacità umana di trovare bellezza e speranza anche nei momenti più bui.
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Tramonto (Napszállta), è un film del 2018 diretto da László Nemes.
Tramonto (titolo originale: Napszállta) è un film del 2018 diretto dal regista ungherese László Nemes, già acclamato in tutto il mondo per il suo pluripremiato capolavoro, Il figlio di Saul. Con questa seconda opera, Nemes conferma il suo stile distintivo e la sua visione cinematografica audace, portando lo spettatore in un'esperienza visiva e sonora tanto affascinante quanto inquietante. Presentato in concorso alla 75ª Mostra del Cinema di Venezia, il film è un'immersione profonda e claustrofobica nell'incubo che precede lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, raccontato attraverso gli occhi di una giovane donna in cerca della sua identità.
La storia è ambientata nel 1913 a Budapest, al culmine della Belle Époque, in una città che nasconde un'ombra sinistra dietro la sua facciata di eleganza e splendore. La protagonista è Írisz Leiter (interpretata da Juli Jakab), una giovane donna di vent'anni che torna nella sua città natale dopo aver trascorso gran parte della sua vita in un orfanotrofio a Trieste. Il suo obiettivo è farsi assumere come modista nella prestigiosa azienda di cappelli che un tempo apparteneva alla sua famiglia, la Leiter.
Appena arrivata, tuttavia, si scontra con una realtà ostile. Il nuovo proprietario, l'elegante ma enigmatico Oszkár Brill (Vlad Ivanov), la respinge categoricamente, mettendola in guardia dal restare a Budapest. Írisz, tuttavia, si rifiuta di accettare la sconfitta e inizia a indagare sul suo passato. Viene a sapere che ha un fratello di nome Kálmán, che non ha mai conosciuto, e che è diventato un personaggio oscuro e temuto, forse coinvolto in attività criminali.
Ossessionata dall'idea di trovare il fratello e scoprire la verità sul destino della sua famiglia, Írisz si addentra nei bassifondi di Budapest, un mondo sotterraneo e segreto fatto di anarchici, cospirazioni e violenza. Il film segue la sua discesa in un labirinto di misteri, dove la sua ricerca di una persona si trasforma in una ricerca di sé stessa, mentre la città, apparentemente in festa, si prepara a precipitare nel baratro della guerra. La trama è volutamente enigmatica e frammentata, lasciando allo spettatore il compito di ricomporre un puzzle fatto di ombre, sospetti e segreti indicibili.
Il tratto distintivo di László Nemes è la sua inconfondibile regia. Come in Il figlio di Saul, il regista utilizza una tecnica basata sulla soggettiva stretta e sulla profondità di campo ridotta. La macchina da presa rimane costantemente incollata a Írisz, seguendola ovunque, con inquadrature ravvicinate che la mettono al centro dell'attenzione. Lo spettatore vede solo ciò che vede lei, o ciò che le sta immediatamente vicino. Il mondo intorno a lei, sebbene sontuoso e dettagliato, rimane sfocato, un rumore di fondo che contribuisce a creare un senso di disorientamento e di claustrofobia.
Questa scelta stilistica è fondamentale per la narrazione. Privilegiando il piano sequenza e il movimento continuo, Nemes rende il film un'esperienza immersiva, quasi sensoriale. L'attenzione dello spettatore non è mai distolta dalla protagonista, e il suo stato d'animo, la sua ansia, la sua curiosità, diventano i nostri. La tecnica della soggettiva stretta serve anche a riflettere il caos mentale di Írisz, e il mondo che la circonda, apparentemente ordinato, appare come un'entità minacciosa e incomprensibile.
La fotografia, curata da Mátyás Erdély (già direttore della fotografia de Il figlio di Saul), è un altro elemento chiave. Utilizzando una pellicola 35mm e toni caldi e dorati, il film evoca l'estetica sfarzosa e decadente dell'epoca, ma lo fa con un'aura di inquietudine. La luce è spesso soffusa, le ombre sono profonde, e l'effetto complessivo è quello di una bellezza velata da una minaccia imminente.
Il film si affida interamente alla performance di Juli Jakab nel ruolo di Írisz. L'attrice, con la sua presenza scenica magnetica e la sua recitazione misurata, riesce a trasmettere la determinazione, la fragilità e l'ossessione del suo personaggio senza quasi bisogno di dialoghi. La sua è una performance quasi completamente basata sul linguaggio del corpo e sugli sguardi, e riesce a catturare l'attenzione dello spettatore in ogni singola scena.
Accanto a lei, Vlad Ivanov (un volto noto del cinema rumeno, già visto in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni) interpreta Oszkár Brill con una miscela di carisma e ambiguità che rende il suo personaggio un'affascinante figura enigmatica. La chimica tra i due è palpabile e contribuisce a creare un senso di mistero e di tensione.
Il resto del cast, pur avendo ruoli minori, contribuisce a creare un universo narrativo denso e credibile, popolato da personaggi bizzarri, minacciosi o semplicemente indifferenti al destino della protagonista.
Tramonto non è un film facile. La sua narrazione frammentata, la sua atmosfera opprimente e il finale ambiguo possono disorientare. Ma è proprio in questo che risiede la sua forza. Non si tratta di un thriller convenzionale, ma di un'opera che esplora temi complessi come la memoria, l'identità, il trauma storico e la decadenza di un'epoca.
Il film è un'allegoria della caduta dell'Impero austro-ungarico e del collasso di un mondo apparentemente perfetto. La bellezza e la superficialità del lusso di Budapest nascondono una violenza latente, un presagio di ciò che sta per accadere. La ricerca di Írisz non è solo personale, ma riflette l'angoscia di un'intera generazione che si trova sull'orlo di un abisso storico senza saperlo.
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Le implacabili lame di rondine d'oro (大醉俠) è un film del 1966 diretto da Hu Jinquan (King Hu).
Uscito nel 1966, "Le implacabili lame di rondine d'oro" (titolo originale: 大醉俠), diretto dal visionario regista Hu Jinquan (conosciuto anche come King Hu), è molto più di un semplice film di arti marziali. È un'opera seminale che ha rivoluzionato il genere wuxia e ha posto le basi per molti dei film successivi, da quelli di Tsui Hark a quelli di Ang Lee. L'impatto di questo film sulla cinematografia di Hong Kong e sulla sua eredità internazionale è inestimabile, ed è considerato da molti critici e appassionati come il primo vero capolavoro del genere.
La Trama
La storia si svolge nella Cina imperiale e ha inizio con il rapimento del governatore Wang, un funzionario integerrimo e amato dal popolo. Il rapimento è opera di una banda di criminali senza scrupoli, guidata dal sinistro e astuto bandito chiamato "La Volpe". I malviventi intendono usare il governatore come merce di scambio per liberare il loro leader, un prigioniero di alto profilo.
Per rispondere a questa minaccia, l'esercito imperiale invia in missione Rondine d'Oro, la giovane figlia del governatore. Interpretata dalla straordinaria Zheng Peipei, Rondine d'Oro è una guerriera di eccezionale abilità, con una grazia letale nei movimenti e una determinazione ferrea. Travestita da uomo, si reca in una locanda isolata, noto covo di criminali, per confrontarsi con i rapitori. La sua abilità con la spada e la sua intelligenza le permettono di resistere agli attacchi e di guadagnare l'attenzione di tutti, inclusi gli antagonisti.
Nella locanda, Rondine d'Oro incontra un uomo misterioso, un ubriacone apparentemente innocuo di nome Fan Da-pei, interpretato da Yueh Hua. Sotto la sua aria trasandata e il suo amore per il vino, Fan Da-pei nasconde una profonda conoscenza delle arti marziali, che usa per aiutare segretamente Rondine d'Oro. I due stringono un'alleanza, anche se inizialmente Rondine d'Oro non si fida completamente del suo enigmatico alleato. Le loro strade si intrecciano mentre cercano di sconfiggere i banditi e salvare il governatore.
La trama si sviluppa con un ritmo incalzante, pieno di colpi di scena, agguati e duelli coreografati con maestria. La ricerca del governatore si trasforma in una lotta di potere, onore e vendetta, dove i personaggi sono costretti a confrontarsi con le proprie identità e i propri valori. La scoperta dell'identità segreta di Fan Da-pei, noto come "l'Ubriacone Ubriaco", svela la sua vera missione e le sue motivazioni, portando la storia a un climax avvincente.
King Hu è universalmente riconosciuto come il padre del wuxia moderno. Con "Le implacabili lame di rondine d'oro", Hu ha elevato il genere da una forma di intrattenimento popolare a una vera e propria arte cinematografica.
Innovazione e stile: Hu si distingue per la sua capacità di mescolare azione, dramma e poesia visiva. Le scene di combattimento non sono solo una dimostrazione di forza, ma anche una forma di danza, un balletto di spade che esprime grazia e violenza in egual misura. Le coreografie, curate da Han Ying-chieh, sono fluide e stilizzate, con salti acrobatici e movimenti eleganti che sembrano sfidare la gravità.
Narrativa e personaggio: Hu si è concentrato non solo sulla spettacolarità dei duelli, ma anche sulla profondità dei personaggi. Rondine d'Oro non è una semplice figura femminile d'azione, ma un personaggio complesso, che bilancia forza e vulnerabilità. Allo stesso modo, l'Ubriacone non è un semplice aiutante, ma un maestro di arti marziali con un passato misterioso e un senso dell'umorismo unico.
Estetica visiva: Il film è girato con una grande cura per l'inquadratura e la composizione. L'uso dello spazio, la fotografia e la scenografia contribuiscono a creare un'atmosfera tesa e suggestiva. King Hu ha una visione artistica che si manifesta in ogni dettaglio, dalla scelta delle location alla gestione della luce e delle ombre.
Il successo del film è in gran parte dovuto alle straordinarie interpretazioni dei suoi protagonisti, che hanno contribuito a renderli delle icone del cinema di Hong Kong.
Zheng Peipei (鄭佩佩) come Rondine d'Oro: Questa è stata la sua interpretazione più celebre e ha lanciato la sua carriera come "Regina del wuxia". La sua performance è una fusione perfetta di bellezza, agilità e forza. I suoi movimenti sono rapidi e precisi, rendendo il suo personaggio credibile come una delle più letali spadaccine dell'epoca. La sua eleganza nei duelli ha stabilito un nuovo standard per le eroine d'azione del cinema.
Yueh Hua (岳華) come Fan Da-pei (l'Ubriacone): L'attore dà vita a un personaggio affascinante e multistrato. Inizialmente, sembra essere un uomo svogliato e dedito all'alcol, ma si rivela un maestro di arti marziali con un profondo senso di giustizia. L'umorismo e l'inganno sono le sue armi, e Yueh Hua riesce a bilanciare perfettamente questi aspetti, creando un personaggio memorabile.
Han Ying-chieh (韓英傑) come La Volpe: Anche se ha un ruolo meno centrale, la sua interpretazione del villain "La Volpe" è cruciale. La sua presenza minacciosa e il suo stile di combattimento aggressivo offrono un perfetto contrasto all'eleganza di Rondine d'Oro e all'astuzia dell'Ubriacone. Han Ying-chieh ha anche curato le coreografie di combattimento, un ruolo che ha svolto in molti altri film di King Hu.
"Le implacabili lame di rondine d'oro" non è solo un film importante per la sua epoca, ma ha anche lasciato un'impronta duratura nel cinema mondiale.
Influenza sul genere wuxia: Molti dei successivi film di arti marziali, in particolare quelli realizzati dalla Shaw Brothers Studio, hanno preso spunto dalle innovazioni di King Hu. Lo stile di combattimento aereo, la figura dell'eroe mascherato o misterioso e l'enfasi sulla bellezza visiva sono tutti elementi che si ritrovano in innumerevoli opere successive.
Precursore di "La tigre e il dragone": L'influenza del film è evidente anche in opere più moderne e acclamate a livello internazionale come "La tigre e il dragone" (2000) di Ang Lee. In quel film, Zheng Peipei interpreta il ruolo della malvagia Giada Volpe, un chiaro omaggio alla sua carriera e al suo ruolo di Rondine d'Oro. La sua interpretazione in quel film ha reso omaggio al suo passato glorioso, chiudendo idealmente il cerchio di una carriera straordinaria.
Riconoscimento Critico: Nonostante sia uscito oltre mezzo secolo fa, il film continua a ricevere elogi da parte della critica e del pubblico. È considerato una pietra miliare non solo del cinema di genere, ma anche della storia del cinema asiatico in generale.
In conclusione, "Le implacabili lame di rondine d'oro" è un'opera che ha saputo fondere l'azione spettacolare con una narrazione profonda e personaggi ben delineati. È un film che va visto non solo come un classico del cinema di arti marziali, ma come un'opera d'arte che ha ridefinito le regole del genere e ha lasciato un'eredità indelebile nella storia del cinema.
mubi
Grisbì (Touchez pas au grisbi) è un film del 1954 diretto da Jacques Becker
"Grisbì" (titolo originale: Touchez pas au grisbi), uscito nel 1954, è un film diretto dal maestro francese Jacques Becker che ha segnato un punto di svolta nel genere poliziesco e noir. Non è solo un avvincente racconto di gangster, ma un'opera profondamente malinconica e riflessiva sull'invecchiamento, l'amicizia e la fine di un'era. È il film che ha consacrato il mito di Jean Gabin come un'icona del cinema francese, trasformandolo da "giovane arrabbiato" a "vecchio saggio" del crimine.
La Trama
Il film si apre con un'atmosfera di calma quasi surreale. Protagonista è Max le Menteur (Max il Bugiardo), interpretato da un magnifico Jean Gabin. Max è un cinquantenne, elegante e stanco, che ha appena messo a segno il colpo della vita: una rapina all'aeroporto di Orly che gli ha fruttato lingotti d'oro per un valore di 50 milioni di franchi. Invece di celebrare con un'orgia di lusso, Max si ritira nella sua modesta, ma accogliente, casa. La sua routine è quella di un uomo qualunque: mangiare bene, ascoltare un po' di musica e godersi la tranquillità della sua vita borghese. L'unico barlume di vita mondana è la sua amante, Josy (Jeanne Moreau), una ballerina che lo frequenta per interesse.
Tuttavia, il colpo è troppo grande per passare inosservato. Riton (René Dary), il complice di Max, commette l'errore di confidare a Josy i dettagli della rapina. Josy, ambiziosa e infedele, tradisce Riton rivelando il segreto a Angelo Fraiser (Lino Ventura), un giovane e spietato gangster, rivale di Max. Angelo e la sua banda rapiscono Riton, chiedendo come riscatto i lingotti d'oro.
Max si trova in una situazione disperata: è costretto a uscire dal suo "pensionamento" forzato per salvare l'amico. Nonostante la sua disillusione e la sua stanchezza, il senso di lealtà e l'onore del vecchio mondo criminale lo spingono ad agire. La storia diventa un'estenuante corsa contro il tempo, tra tradimenti, doppi giochi e agguati. Max, con l'aiuto di altri vecchi amici come Pierrot (Paul Frankeur), cerca di recuperare l'oro e salvare Riton.
Il climax del film è un'epica sparatoria notturna in una zona industriale di Parigi, un vero e proprio scontro tra la vecchia guardia del crimine, che vive di codici d'onore e lealtà, e la nuova generazione, più spietata e senza scrupoli. Il finale, malinconico e amaro, sottolinea la futilità del loro mondo e la solitudine che attende coloro che ne fanno parte.
Jacques Becker è stato un regista meticoloso e attento ai dettagli, noto per il suo realismo e la sua capacità di catturare la vita quotidiana in modo autentico. In "Grisbì", la sua regia si distingue per diversi elementi:
Realismo e attenzione ai dettagli: Becker non si concentra solo sull'azione, ma sui momenti di vita ordinaria. Le scene di Max che si prepara un pasto, che si cambia d'abito o che semplicemente riflette, sono cruciali per la costruzione del personaggio. Questo realismo rende i gangster non come superuomini, ma come persone reali, con le loro routine, le loro amicizie e le loro debolezze.
Tensione psicologica: Piuttosto che puntare su un'azione frenetica, Becker costruisce la suspense in modo graduale. La tensione non deriva solo dalle sparatorie, ma dall'atmosfera di sospetto e tradimento che permea ogni scena. Il silenzio, gli sguardi e le espressioni dei personaggi sono spesso più eloquenti di qualsiasi dialogo.
Stile visivo: La fotografia di Pierre Montazel, con il suo uso suggestivo di luci e ombre, è fondamentale per creare l'atmosfera noir. Le scene notturne e gli interni fumosi e dimessi contribuiscono a dare al film un tono crepuscolare e malinconico, perfetto per una storia di "vecchi criminali" che cercano di sopravvivere in un mondo che non li vuole più.
Il cast di "Grisbì" è un'autentica parata di stelle del cinema francese, con performance che sono entrate nella storia.
Jean Gabin come Max le Menteur: È la performance che ha ridefinito la carriera di Gabin. Abbandonando i ruoli da "giovane ribelle" dei suoi primi film, Gabin interpreta un personaggio stanco, ma dignitoso. Il suo Max è un uomo che ha visto tutto e che desidera solo la pace, ma il suo passato non glielo permette. La sua interpretazione è un capolavoro di sottrazione: i suoi sguardi, i suoi gesti, la sua rassegnazione, dicono più di mille parole. È la quintessenza dell'antieroe malinconico e crepuscolare.
René Dary come Riton: Dary è perfetto nel ruolo del complice di Max. Riton è un uomo più debole e impulsivo, la cui ingenuità e fragilità mettono in moto tutta la vicenda. La sua amicizia con Max è il fulcro emotivo del film, e il suo personaggio serve a mostrare la lealtà e l'umanità del protagonista.
Lino Ventura come Angelo Fraiser: Questo film segna l'esordio cinematografico di Lino Ventura. Ex lottatore professionista, Ventura porta sul grande schermo una presenza fisica imponente e una ferocia controllata che lo rendono un perfetto antagonista. Il suo Angelo è l'incarnazione della nuova generazione di gangster, cinico e senza scrupoli, che si contrappone alla vecchia guardia rappresentata da Max. Il suo debutto è stato così impressionante da lanciarlo in una carriera che lo ha reso uno dei più grandi attori francesi.
Jeanne Moreau come Josy: Anche se il suo ruolo non è centrale, Jeanne Moreau lascia un segno indelebile. Interpreta una donna scaltra e manipolatrice, mossa unicamente dall'avidità. È il catalizzatore del tradimento e della tragedia, e la sua performance contribuisce a definire il tono cinico del film.
"Grisbì" è molto più di un semplice film di gangster. È un'elegia sul tempo che passa e sulla fine di un'era. Il film ha avuto un'enorme influenza sul cinema noir francese, ponendo le basi per opere successive di registi come Jean-Pierre Melville. Il suo stile realistico, i suoi personaggi complessi e la sua atmosfera malinconica lo rendono un capolavoro intramontabile. La performance di Jean Gabin è giustamente considerata una delle più grandi della storia del cinema francese, e il film è un'opera che continua a essere celebrata per la sua profondità, la sua eleganza e il suo indimenticabile ritratto di un uomo che cerca di sopravvivere in un mondo che ha perso il suo onore.
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Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo, è un film del 2025 diretto da Nisha Ganatra.
Vent'anni dopo l'uscita del fortunato film del 2003, Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan tornano a interpretare i ruoli che le hanno rese celebri, rispettivamente la madre Tess e la figlia Anna Coleman, in "Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo". Diretto da Nisha Ganatra, questo film non si limita a essere un semplice sequel, ma aggiunge un ulteriore livello di complessità, portando il classico scambio di corpi a un nuovo, e ancora più caotico, livello.
La Trama: Tre generazioni, un fulmine, un solo corpo
La storia riprende anni dopo che Tess e Anna si sono scambiate i corpi e hanno imparato una lezione di vita fondamentale. Oggi, Anna Coleman è cresciuta, è diventata una donna e ha una figlia adolescente di nome Harper. La sua vita sta per subire una svolta importante: sta per sposare Eric, il padre di Lily, una ragazza che, per ironia della sorte, è anche la rivale di Harper a scuola.
Con due famiglie che si stanno per unire, le tensioni non mancano. Harper non vuole che la madre si risposi e la prospettiva di avere una nuova famiglia, e di doversi trasferire, la terrorizza. A complicare ulteriormente le cose, c'è il ritorno in scena di Tess, ora nonna.
Proprio quando le incomprensioni tra le donne della famiglia Coleman raggiungono il culmine, l'incantesimo che anni prima aveva causato lo scambio tra Tess e Anna si ripete, ma in modo ancora più imprevedibile. Questa volta, a scambiarsi i corpi non sono solo due persone, ma un fulmine a ciel sereno colpisce più volte:
Tess (la nonna) finisce nel corpo della nipote Lily.
Anna finisce nel corpo di sua figlia Harper.
Il risultato è un'escalation di equivoci e disastri che costringe le donne della famiglia a confrontarsi non solo con i problemi dell'altra, ma anche a gestire le difficoltà di una famiglia allargata e le inevitabili differenze generazionali. La commedia si basa su questo caos, dove una Tess sessantenne deve affrontare il mondo di una teenager della Gen Z, mentre Anna deve gestire la ribellione della propria figlia stando nel suo corpo.
La trama, pur mantenendo la struttura del film originale, si evolve per esplorare le dinamiche delle famiglie moderne e le sfide che si presentano quando tre generazioni si trovano a dover coesistere e capirsi.
La Regia di Nisha Ganatra
La regia di Nisha Ganatra, nota per film come E poi c'è Katherine e L'assistente della star, porta un tocco contemporaneo al film. Ganatra è abile nel gestire commedie che mescolano l'umorismo con un profondo senso di empatia. In "Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo" dimostra di saper bilanciare perfettamente l'omaggio all'originale con nuove idee.
Nostalgia e modernità: La regista strizza l'occhio ai fan del film del 2003, reintroducendo elementi nostalgici come l'iconica canzone "Take Me Away" delle Pink Slip, ma senza appoggiarsi troppo al passato. Ganatra incorpora nel film elementi della cultura giovanile moderna (podcast, social media e nuove tendenze), rendendo la storia attuale e accessibile anche a un pubblico più giovane.
Commedia e cuore: Sotto la superficie della commedia degli equivoci, il film mantiene il suo nucleo emotivo. Ganatra esplora il tema della comprensione reciproca tra genitori e figli, sottolineando l'importanza di superare le barriere generazionali per connettersi davvero. Le sequenze divertenti si alternano a momenti di tenerezza e pathos, offrendo al pubblico una storia che fa ridere, ma anche riflettere.
Il Cast: Vecchi volti e nuove leve
Il cast è uno dei punti di forza del film, grazie al ritorno del duo originale e all'introduzione di nuovi talenti.
Jamie Lee Curtis come Tess Coleman: L'attrice, vincitrice di un Oscar, torna a interpretare con grande maestria il ruolo della madre, ma con un'evoluzione del personaggio. La sua performance è un'esplosione di energia e umorismo, soprattutto quando si ritrova a dover gestire le dinamiche di una adolescente moderna.
Lindsay Lohan come Anna Coleman: L'attrice torna sul grande schermo con una performance matura e convincente. Il suo ruolo di madre che deve imparare a capire la propria figlia, trovandosi nel suo corpo, è il cuore della storia.
Julia Butters come Harper Coleman e Sophia Hammons come Lily Davies: Le due giovani attrici sono le new entry del cast e portano una ventata di freschezza. Butters, in particolare, è già nota per la sua performance in C'era una volta a... Hollywood. Le due interpretano le adolescenti in modo credibile, mostrando sia i loro tormenti che la loro forza.
Ritorni dal passato: Oltre alle protagoniste, il film vede il gradito ritorno di diversi attori dell'originale, tra cui Chad Michael Murray (Jake), Mark Harmon, Rosalind Chao (la madre di Pei-Pei) e Stephen Tobolowsky. La loro presenza rafforza il legame con il film del 2003 e rende l'operazione nostalgia ancora più riuscita.
"Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo" è una commedia che non delude le aspettative, offrendo un mix perfetto di umorismo, cuore e un tocco di nostalgia che lo rende un film ideale per un pubblico di tutte le età.
al cinema
Il diamante bianco (The White Diamond) è un documentario del 2004 diretto da Werner Herzog.
"Il diamante bianco" (The White Diamond) è un documentario del 2004 diretto dal celebre regista tedesco Werner Herzog. Il film si discosta dai documentari tradizionali, non limitandosi a raccontare un'avventura, ma esplorando i temi che da sempre hanno ossessionato Herzog: l'ambizione umana, il rapporto con la natura incontaminata, la solitudine, e il peso del passato. Attraverso una narrazione che fonde l'esplorazione scientifica con una riflessione filosofica, Herzog crea un'opera profonda e toccante.
La Trama e i Protagonisti
Il documentario segue la singolare impresa di Graham Dorrington, un ingegnere aerospaziale britannico. Dorrington, che insegna presso la Queen's University di Londra, ha progettato e costruito un dirigibile a elio estremamente leggero e maneggevole. Il suo obiettivo è volare sopra la vasta e inesplorata foresta pluviale della Guyana, in Sud America, per studiare l'ecosistema che si sviluppa sulle cime degli alberi, una delle aree più ricche di biodiversità del pianeta e ancora in gran parte sconosciuta.
La missione di Dorrington, tuttavia, non è solo una ricerca scientifica. È anche un tentativo di esorcizzare un trauma profondo. Undici anni prima, durante una spedizione simile, un suo amico e collaboratore, il documentarista Dieter Plage, morì tragicamente in un incidente legato al prototipo del dirigibile. La morte di Plage è un fantasma che perseguita Dorrington, e il nuovo "diamante bianco" è per lui un modo per onorare la memoria dell'amico e dimostrare che il suo progetto non era fallato, ma semplicemente sfortunato.
Il viaggio di Dorrington e della troupe di Herzog si svolge in uno degli ambienti più spettacolari e isolati del pianeta. Le riprese si concentrano sulle fasi di preparazione del volo, i momenti di difficoltà tecnica, la tensione, la frustrazione e, infine, l'euforia del successo. Un momento centrale del film è il sorvolo delle imponenti Cascate Kaieteur, un'enorme massa d'acqua che precipita per oltre 220 metri. Dietro queste cascate, come racconta una leggenda locale, si trova una caverna segreta dove vive un'incredibile colonia di milioni di rondoni. L'incontro con queste leggende e con la popolazione indigena aggiunge un tocco di misticismo e meraviglia alla narrazione.
Un altro personaggio memorabile che appare nel film è Mark Anthony Yhap, un saggio e al tempo stesso buffo abitante del posto, che con la sua presenza e le sue riflessioni aggiunge un'ulteriore dimensione al film. Yhap è un po' la figura del "saggio folle" tanto amata da Herzog, un uomo che vive in simbiosi con la natura e offre una prospettiva unica sul mondo circostante.
La Regia di Werner Herzog
In "Il diamante bianco", Herzog non è solo un regista, ma un narratore onnipresente. La sua voce fuori campo guida lo spettatore, offrendo commenti, riflessioni filosofiche e talvolta anche scetticismo riguardo all'impresa. Questo stile autoriale, che Herzog ha reso un marchio di fabbrica, distingue il documentario da un semplice resoconto oggettivo.
La poetica dell'ossessione: Herzog è da sempre attratto da personaggi che perseguono una visione ossessiva contro ogni probabilità. Graham Dorrington, con il suo dirigibile e il suo desiderio di redenzione, si inserisce perfettamente in questa galleria di "sognatori folli" che include figure storiche come Aguirre e Fitzcarraldo. Herzog non giudica le loro manie, ma le celebra come espressione dell'inarrestabile spirito umano.
Natura come forza primordiale: Per Herzog, la natura non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, con una sua forza inesorabile e una sua indifferenza all'uomo. La foresta pluviale della Guyana è ritratta in tutta la sua bellezza selvaggia, ma anche nella sua potenziale minaccia. La telecamera di Herzog cattura paesaggi mozzafiato, ma il suo sguardo è sempre consapevole della fragilità dell'uomo di fronte a tale maestosità.
Confini tra documentario e fiction: Come in molte delle sue opere, Herzog sfida la nozione stessa di "verità" nel documentario. Pur essendo un resoconto di eventi reali, il film è costruito come un'epopea, con una struttura narrativa che crea suspense e dramma. Le interviste, le riprese aeree spettacolari e la voce del regista si fondono in un'opera che è tanto un'osservazione del mondo quanto un'esplorazione dell'animo umano.
L'eredità e il significato del film
"Il diamante bianco" è un film che parla di speranza, lutto e redenzione. La missione di Dorrington non è solo un volo, ma un viaggio interiore per affrontare il proprio dolore. Il dirigibile, battezzato "Il diamante bianco", diventa una metafora: un oggetto fragile e quasi surreale che si libra nel cielo, ma è costantemente minacciato dal peso della tragedia.
Il film ha ricevuto un'ottima accoglienza dalla critica, che ha elogiato il suo stile visivo unico e la sua profondità emotiva. Molti critici lo hanno definito uno dei migliori documentari di Herzog, sottolineando la sua capacità di far riflettere su temi universali attraverso una storia apparentemente di nicchia.
In definitiva, "Il diamante bianco" non è un semplice resoconto di un'avventura scientifica. È un saggio cinematografico sulla natura della colpa, sulla bellezza del mondo che ci circonda e sull'incessante, a volte dolorosa, ricerca di un senso nel cuore dell'ignoto. È un'opera che conferma il genio di Werner Herzog nel trovare storie straordinarie e nel trasformarle in poesia visiva.
prime
84 m 2 (84제곱미터) è un film diretto da Kim Tae-joon
Il personaggio di Woo-seung incarna perfettamente la figura del giovane moderno, spinto da un'ambizione smisurata e dalla speranza di una vita migliore, simboleggiata dall'appartamento di 84 m². Il suo sogno, tuttavia, è costruito su fondamenta fragili: un debito insostenibile e la partecipazione a una truffa di criptovalute. Questo dettaglio iniziale è cruciale perché non presenta Woo-seung come una vittima innocente, ma come un individuo che sceglie scorciatoie, tradendo già in partenza il principio della meritocrazia. La sua ambizione, nata come desiderio di stabilità, si trasforma rapidamente in un'ossessione autodistruttiva. La speranza di un ritorno dell'815% non è solo un numero, ma la metafora di un'aspettativa irrealistica e distorta che il sistema ha inculcato in lui.
L'appartamento, che dovrebbe essere un rifugio, diventa per Woo-seung una prigione e una fonte di paranoia. I rumori notturni non sono solo un elemento di disturbo, ma la manifestazione fisica e uditiva della sua crescente ansia. La "catena di accuse" tra gli inquilini, con ciascuno che punta il dito contro il vicino del piano superiore, è un potente simbolo della disuguaglianza e della mancanza di fiducia nella società. Ognuno vede il proprio problema come causato da chi sta "più in alto", riflettendo la gerarchia sociale in modo quasi letterale.
Il fatto che Woo-seung stesso venga scoperto a produrre suoni di lavori in corso è un momento di ironia amara. La sua azione è un disperato tentativo di controllare la situazione, ma lo rende un "parassita" della tranquillità altrui, trasformandolo da vittima in persecutore. L'arresto e la perdita dei soldi segnano il fallimento totale del suo progetto di ascesa sociale.
Il complotto orchestrato dagli inquilini dell'attico, che mirano a comprare l'intero edificio per spingere fuori gli altri, eleva la narrazione da un dramma personale a una critica sociale esplicita. Non si tratta più solo di rumori molesti, ma di una lotta di potere che vede i ricchi sfruttare la debolezza dei meno abbienti. La rivelazione di Jin-ho, il vicino che si fingeva alleato, aggiunge un ulteriore livello di complessità. La sua vendetta, motivata dalla corruzione passata dell'ex-procuratrice Jeon Eun-hwa, rappresenta un'altra forma di giustizia personale. Entrambi i personaggi, Jin-ho e Woo-seung, cercano di ottenere giustizia o riscatto al di fuori delle vie legali, dimostrando la sfiducia in un sistema percepito come irrimediabilmente corrotto.
La morte di Jin-ho ed Eun-hwa simboleggia il fallimento della vendetta e del potere. Woo-seung, che dà fuoco ai documenti e all'attico, compie un atto di purificazione distruttiva: brucia sia i simboli della ricchezza che le prove del complotto, lasciando dietro di sé solo cenere.
Il finale è la parte più toccante e significativa della storia. Woo-seung torna nella sua vecchia casa, ma non riesce a trovare pace. La corsa notturna per recuperare i documenti dell'appartamento, nonostante tutto ciò che ha perso e sopportato, rivela la natura più profonda della sua ossessione. Nonostante il sogno sia stato fittizio e distruttivo, non è in grado di rinunciarvi. È intrappolato in un ciclo di speranza e disperazione. Il finale suggerisce che il trauma subito non lo ha liberato, ma lo ha reso ancora più dipendente da quel sogno, ormai solo un'illusione.
Angelo (Angel) è un film del 1937 diretto da Ernst Lubitsch.
Il 1937 fu un anno di grandi cambiamenti per Hollywood e per i suoi artisti, un periodo in cui il cinema si confrontava con la maturità del sonoro e la necessità di esplorare nuove sfumature narrative. In questo contesto, Ernst Lubitsch, uno dei registi più raffinati e acuti della sua epoca, portò sullo schermo un'opera che, pur non essendo un successo commerciale immediato, si sarebbe affermata nel tempo come uno dei suoi film più sottili, eleganti e profondi: Angelo (Angel).
A differenza delle commedie scoppiettanti che avevano caratterizzato la sua carriera, Angelo è una commedia drammatica, un film che mescola l'arguzia e la leggerezza tipiche del "tocco Lubitsch" con una malinconia e una serietà sorprendenti. È un'indagine sofisticata sulla natura del matrimonio, della fedeltà e dell'identità, un triangolo amoroso raccontato con un'eleganza stilistica e una profondità psicologica che pochi altri registi avrebbero saputo eguagliare.
La storia ruota attorno a Maria Barker, interpretata magistralmente da Marlene Dietrich. Maria è la moglie di un diplomatico inglese, Sir Frederick Barker (Herbert Marshall), un uomo premuroso ma costantemente assente e preso dai suoi impegni di lavoro. Nonostante una vita agiata e apparentemente perfetta, Maria si sente sola e insoddisfatta. Il suo matrimonio è diventato una routine di convenevoli e aspettative non dette.
Durante un viaggio a Parigi, Maria decide di concedersi una breve parentesi di libertà e anonimato. Si reca in un salotto esclusivo frequentato da donne dell'alta società, dove, fingendosi una donna misteriosa e senza nome, si fa chiamare semplicemente "Angelo" (Angel). Qui incontra un affascinante americano, Anthony Halton (Melvyn Douglas), un uomo disinvolto e spiritoso, l'esatto opposto del suo serioso marito. Tra i due scatta una passione travolgente e immediata. Si innamorano perdutamente durante una breve ma intensa storia d'amore, senza che Anthony conosca la vera identità di Maria. Al momento di separarsi, i due giurano di non cercarsi mai più, ma si promettono che l'uno rimarrà per sempre il "sogno" dell'altra.
Tornata a Londra, Maria riprende la sua vita coniugale, ma la parentesi parigina l'ha profondamente cambiata. Anthony, tuttavia, non riesce a dimenticarla e, spinto da una curiosità irresistibile, decide di recarsi a Londra per cercare la sua "Angel". La sorte vuole che si imbatta in Sir Frederick Barker, il marito di Maria, durante un ricevimento. I due uomini, ignari del legame che li unisce, diventano amici.
A questo punto la trama si fa incredibilmente tesa e sofisticata. Sir Frederick, un uomo di grande intuito e dignità, capisce gradualmente che l'amico americano sta cercando sua moglie, senza però che nessuno dei due confessi apertamente i propri sentimenti o la verità. Il vero confronto non è tra i due rivali in amore, ma tra Maria e la sua stessa vita. La situazione raggiunge il suo culmine durante una cena a casa Barker, dove il marito invita Anthony. I tre si ritrovano attorno a un tavolo, in una sequenza memorabile di dialoghi a doppio senso, allusioni, sguardi e silenzi. L'atmosfera è elettrica e il pubblico è costantemente in bilico, chiedendosi se il segreto di Maria verrà svelato e quale sarà la sua decisione.
La risoluzione del film è un capolavoro di sottigliezza psicologica. Maria non sceglie Anthony per una questione di passione, né torna dal marito per una questione di dovere. La scelta finale è una decisione profondamente matura e consapevole, un ritorno alla realtà dopo l'esplorazione di una fantasia. La sua scelta di restare con il marito non è un'obbligazione, ma un riconoscimento del valore e della profondità del legame che li unisce, un legame che trascende la passione fugace.
Il motivo per cui Angelo è considerato un film così straordinario risiede interamente nella regia di Ernst Lubitsch, un maestro della commedia e dell'eleganza visiva. Il "tocco Lubitsch" è un concetto difficile da definire, ma in Angelo trova una delle sue massime espressioni.
In questo film, il tocco di Lubitsch si manifesta non tanto nelle battute comiche, che pure non mancano, quanto nella capacità di raccontare con un'eleganza straordinaria ciò che non viene detto. Le scene sono costruite su sguardi, gesti, pause e dettagli che suggeriscono i pensieri e le emozioni più intimi dei personaggi. Un solo sguardo di Maria al marito assente, una pausa nel dialogo tra i due uomini, il modo in cui Sir Frederick porge un bicchiere a Anthony: ogni elemento è caricato di significato.
Lubitsch utilizza la scenografia e la messa in scena per riflettere lo stato d'animo dei personaggi. La Parigi del film è un luogo di fantasia, di romanticismo e di anonimato, un mondo che esiste al di fuori della rigida società inglese. I lussuosi saloni parigini contrastano nettamente con le più formali e imponenti stanze della casa londinese dei Barker.
In Angelo, Lubitsch dimostra una profonda comprensione della psicologia femminile. Sebbene la storia sia incentrata su un triangolo amoroso, il conflitto principale non è tra i due uomini, ma all'interno della protagonista. Maria non è una femme fatale che gioca con i sentimenti altrui, ma una donna in cerca di sé stessa, una donna che si sente soffocata dalla sua identità di moglie e che per un breve periodo vuole essere semplicemente un "angelo" misterioso.
Il film è anche una meditazione sulla natura del matrimonio. Lubitsch lo presenta non come una prigione o un'istituzione obsoleta, ma come un'entità complessa che richiede cura e attenzione. Sir Frederick non è un marito geloso o un personaggio passivo, ma un uomo che capisce che l'amore non si basa solo sulla passione, ma anche sulla fiducia, sulla stima e su un'intesa profonda. La sua reazione alla verità è una delle scene più mature e toccanti del cinema, un gesto di dignità e amore che trasforma un personaggio potenzialmente sfortunato in un eroe.
Le interpretazioni dei tre protagonisti sono il cuore pulsante del film. Marlene Dietrich, in particolare, offre una delle sue migliori performance. Dopo anni di ruoli da icona glamour sotto la direzione di Josef von Sternberg, Dietrich cercò in Angelo una nuova direzione artistica. Con Lubitsch, l'attrice rivela un lato più vulnerabile, malinconico e introspettivo. La sua Maria non è una seduttrice, ma una donna divisa, che trasmette la sua solitudine e la sua confusione con una straordinaria economia di mezzi, affidandosi più a sguardi e mezze parole che a dialoghi concitati.
Herbert Marshall è perfetto nel ruolo di Sir Frederick. Marshall, con il suo stile misurato e la sua aria da perfetto gentiluomo inglese, incarna la dignità e la forza d'animo del personaggio. La sua performance è una lezione di recitazione sottile e contenuta, un'interpretazione che rende il marito di Maria un personaggio non da compatire, ma da ammirare per la sua saggezza e il suo profondo amore. La sua presenza è calma e rassicurante, in un contrasto perfetto con l'irruenza di Halton.
Melvyn Douglas, dal canto suo, porta sullo schermo il fascino e la disinvoltura necessari per rendere credibile il personaggio di Anthony Halton. Douglas è un'ottima spalla per Dietrich, e la loro chimica sullo schermo funziona, ma la sua vera funzione è quella di catalizzatore narrativo, l'elemento che mette in crisi lo status quo e costringe la protagonista a confrontarsi con le sue scelte. Il suo personaggio è il desiderio, la passione, la "fantasia", in netto contrasto con la "realtà" rappresentata da Marshall.
Al momento della sua uscita, Angelo fu accolto in maniera tiepida. Il pubblico e la critica, abituati alle commedie più brillanti e apertamente umoristiche di Lubitsch, rimasero spiazzati dal tono più malinconico e dal ritmo più lento del film. Le aspettative erano per una commedia romantica convenzionale, e invece trovarono un'opera più cerebrale e psicologicamente complessa.
Tuttavia, con il passare degli anni, il giudizio su Angelo è cambiato radicalmente. Oggi è considerato un film sottovalutato, un vero e proprio gioiello della filmografia di Lubitsch e un esempio perfetto di come la commedia possa essere utilizzata per esplorare temi seri e profondi. La sua eleganza, la sua acutezza psicologica e le straordinarie performance dei suoi attori gli hanno garantito un posto d'onore nella storia del cinema.
Angelo non è solo un film su un triangolo amoroso, ma una riflessione senza tempo sulle aspettative della vita, sulla natura sfuggente dell'identità e sul vero significato dell'amore e dell'impegno. È un film che si affida al potere del non detto, un'opera d'arte che dimostra come un maestro della regia come Ernst Lubitsch potesse trovare dramma, emozione e profonda verità anche nel più elegante e silenzioso dei salotti.
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Aichaku (愛着) è un film del 2025 diretto da Raito Nishizaka e Michael Williams
Il 2025 si preannuncia un anno cinematografico di grande interesse, e tra le uscite più attese figura indubbiamente "Aichaku" (愛着), un film che unisce la visione di due registi di fama internazionale: il giapponese Raito Nishizaka e l'americano Michael Williams. Questo progetto, nato da una collaborazione transculturale, promette di esplorare le complessità delle relazioni umane, il dolore del lutto e la ricerca di un senso in un mondo che sembra averlo perduto. Il titolo stesso, Aichaku, che in giapponese significa "attaccamento" o "affetto profondo", offre la chiave di lettura per un'opera che si addentra nelle pieghe più intime dell'animo umano, ponendo interrogativi universali sul legame che ci unisce agli altri e alle cose.
Trama: Tra realtà, illusione e il peso del ricordo
La trama di "Aichaku" si sviluppa in modo non lineare, mescolando presente e passato in un intricato arazzo di ricordi e allucinazioni. La storia ha come protagonista Kenji, interpretato da un intenso Ken Watanabe, un anziano artigiano di Kyoto che vive in isolamento dopo la morte prematura della sua amata moglie, Yumi (interpretata da Yuki Sakurai). La sua vita è scandita dalla routine e dal silenzio, interrotto solo dal rumore dei suoi attrezzi e dai fantasmi del passato che lo perseguitano. Kenji è convinto che la moglie sia ancora con lui, una presenza eterea che si manifesta attraverso piccoli segni: il profumo di un fiore che non c'è, un'ombra che si muove nella penombra, una melodia che risuona nel vuoto.
La sua routine viene spezzata dall'arrivo di Leo, interpretato da Timothée Chalamet, un giovane studente d'arte americano che si trova a Kyoto per un progetto di ricerca sul restauro di antiche ceramiche. Leo è un ragazzo sensibile ma con un'anima tormentata, segnata da un trauma infantile che non ha mai superato. Tra i due, apparentemente così diversi, si instaura un legame inaspettato. Kenji inizialmente lo accoglie con diffidenza, ma la perseveranza e la genuina curiosità di Leo riescono a scalfire la sua corazza. Il giovane americano non vede in Kenji solo un artigiano, ma un custode di segreti, un uomo che ha perso l'amore della sua vita ma che ha saputo mantenerne vivo il ricordo in modo quasi magico.
La loro relazione si sviluppa su due piani: quello della condivisione del sapere artigianale, dove Kenji insegna a Leo l'arte del kintsugi, la tecnica giapponese che ripara le ceramiche rotte con l'oro, e quello emotivo, dove i due si aiutano a vicenda a fare i conti con i propri fantasmi. Il kintsugi, in questo contesto, assume una forte valenza metaforica: non si tratta solo di riparare un oggetto, ma di accettare le proprie ferite e trasformarle in qualcosa di bello e prezioso. Leo, grazie a Kenji, inizia a comprendere che non deve nascondere le sue cicatrici, ma imparare a conviverci, a renderle parte della sua identità.
Il climax della storia si raggiunge quando la linea tra realtà e illusione si fa sempre più sottile. Kenji, in un momento di estrema debolezza, confessa a Leo di aver nascosto un segreto legato alla morte di Yumi, un segreto che lo tormenta da anni. La rivelazione metterà a dura prova il loro legame e costringerà entrambi a confrontarsi con la verità, per quanto dolorosa essa sia. La trama, ricca di colpi di scena psicologici, non si limita a raccontare una storia di lutto, ma esplora il concetto di Aichaku in tutte le sue sfaccettature: l'attaccamento alla memoria, all'amore perduto, alla propria arte, ma anche l'attaccamento ai propri dolori, che a volte diventano un rifugio sicuro, un'identità in cui ci si nasconde per non affrontare il mondo esterno.
Regia e Visione Artistica: L'incontro tra Oriente e Occidente
La collaborazione tra Raito Nishizaka e Michael Williams è il cuore pulsante di "Aichaku". Nishizaka, noto per il suo stile minimalista e contemplativo, ha curato le atmosfere rarefatte e poetiche, tipiche del cinema giapponese. Il suo tocco si manifesta nell'uso sapiente del silenzio, nella composizione visiva che esalta la bellezza delle piccole cose, nella lentezza dei ritmi che permettono allo spettatore di entrare in sintonia con lo stato d'animo dei personaggi. I paesaggi di Kyoto, con i loro templi antichi, i giardini zen e le strade silenziose, non sono semplici scenografie, ma diventano parte integrante del dramma interiore dei protagonisti.
Michael Williams, d'altro canto, porta in dote un approccio più dinamico e psicologico. Regista specializzato nel ritrarre la complessità delle relazioni umane con un'attenzione quasi chirurgica alle sfumature emotive, Williams ha lavorato sulla tensione narrativa e sulla profondità dei dialoghi. La sua mano si percepisce nelle sequenze più intense e drammatiche, dove i primi piani sui volti dei personaggi svelano un intero universo di emozioni non dette. L'incontro di queste due sensibilità registiche ha dato vita a un film che riesce a essere al tempo stesso intimo e universale, poetico e crudo. La fotografia, curata da un team di talenti giapponesi e americani, gioca un ruolo cruciale, alternando colori caldi e avvolgenti nelle scene dei ricordi a tonalità più fredde e spente nel presente, sottolineando così il contrasto tra la vita e il lutto.
Cast e Interpretazioni: La forza dei volti e delle anime
Il successo di "Aichaku" si basa in gran parte sulla straordinaria performance del suo cast. Ken Watanabe offre un'interpretazione magistrale di Kenji. L'attore giapponese, con la sua presenza scenica imponente e lo sguardo capace di esprimere un'infinità di emozioni, riesce a dare vita a un personaggio complesso e vulnerabile. Il suo Kenji è un uomo che porta il peso di una vita intera di amore e dolore, e ogni suo gesto, ogni sua espressione, è intrisa di una profonda malinconia.
Timothée Chalamet, nel ruolo di Leo, dimostra ancora una volta la sua versatilità. Il giovane attore americano, che ha studiato a lungo la cultura giapponese per prepararsi al ruolo, interpreta un personaggio che è l'esatto opposto di Kenji: impulsivo, tormentato, ma anche pieno di una vitalità che non si è ancora spenta. La chimica tra i due attori è palpabile e costituisce il motore emotivo del film. La loro interazione, fatta di sguardi, silenzi e dialoghi densi di significato, è il cuore della narrazione.
Yuki Sakurai, nel ruolo della defunta Yumi, appare in flashback e visioni, ma la sua presenza aleggia su tutto il film. La sua performance è eterea e commovente, e riesce a dare consistenza al ricordo, rendendo Yumi un personaggio vivo nella memoria dello spettatore, non solo dei protagonisti.
In conclusione, "Aichaku" si configura come un'opera ambiziosa e toccante, che si prefigge di esplorare le profondità del dolore umano con delicatezza e poesia. La collaborazione tra Raito Nishizaka e Michael Williams ha dato vita a un film che promette di lasciare un segno, un'opera che invita a riflettere sul significato dei legami che ci uniscono e sulla forza che si può trovare anche nelle ferite più profonde. Il kintsugi, come metafora centrale, ci ricorda che anche ciò che è rotto può diventare arte, e che le nostre cicatrici, se accettate, possono brillare come l'oro.
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Il cinema svizzero ha regalato negli ultimi anni opere di grande spessore e originalità, e tra queste spicca indubbiamente "Cronofobia", un film del 2018 diretto e co-sceneggiato da Francesco Rizzi. Questo thriller psicologico non è solo una storia di mistero, ma un'intima e profonda esplorazione delle paure umane, delle maschere che indossiamo e del peso del passato. Il titolo stesso, "Cronofobia", ovvero la "paura del tempo", suggerisce fin da subito la tematica centrale dell'opera: la lotta dei protagonisti contro un'esistenza che sembra scorrere senza senso, un'ossessione per ciò che è stato e un'ansia per ciò che sarà. Il film di Rizzi è un'esperienza cinematografica che tiene lo spettatore col fiato sospeso, ma allo stesso tempo lo invita a riflettere sulla fragilità e sulla complessità dell'animo umano.
Trama: Due solitudini che si sfiorano nel buio
La trama di "Cronofobia" si snoda intorno a due personaggi principali, le cui vite, apparentemente distanti, sono destinate a incrociarsi in modo inaspettato. Il primo è Michael Suter, interpretato da un magnifico Vinicio Marchioni, un uomo schivo e solitario che vive una vita scandita da una routine meticolosa e priva di emozioni. Michael non ha un lavoro fisso, ma si guadagna da vivere come "Mystery Shopper" per un'azienda di servizi. Incaricato di valutare la qualità di alberghi e ristoranti fingendosi un normale cliente, Michael ha sviluppato una quasi ossessiva abilità nell'osservare gli altri e nell'assumere ruoli diversi, nascondendo la sua vera identità dietro una serie di maschere. La sua esistenza è una fuga costante da sé stesso e da un evento traumatico del passato che lo ha segnato profondamente.
La sua routine viene sconvolta dall'incontro con Anna, interpretata da un'intensa Sabine Timoteo. Anna è una donna energica e carismatica che vive la sua vita in modo caotico. Dopo la morte del marito, si ritrova a gestire una ditta di trasporti ereditata da lui e a prendersi cura del loro figlio piccolo. Anna è un'anima ferita, ma a differenza di Michael, cerca di riempire il vuoto con il movimento, il lavoro e l'interazione con gli altri, seppur con un'angoscia di fondo che non riesce a nascondere.
Il loro primo incontro avviene per caso, ma da quel momento le loro strade si incrociano sempre più spesso. Michael, affascinato e turbato dalla vitalità e dalla fragilità di Anna, inizia a spiarla. Non è uno stalking perverso, ma un'ossessione alimentata dalla curiosità e da una sorta di proiezione: in Anna vede una possibilità di redenzione, una vita che, nonostante il dolore, continua ad andare avanti. La sua indagine su di lei diventa un'immersione nelle sue paure più profonde, una ricerca di connessione che non riesce a trovare.
La relazione tra i due si evolve lentamente e in modo inatteso. Quando si conoscono realmente, i loro ruoli si invertono: Anna è una donna che ha sempre cercato di tenere tutto sotto controllo, ma che ora si rende conto di aver perso il senso del tempo e del futuro; Michael è un uomo che ha sempre vissuto nel passato, ma che, grazie ad Anna, inizia a intravedere la possibilità di un futuro. La loro storia è un intricato puzzle di verità e menzogne, di paure condivise e di speranze segrete. Il film culmina in un finale drammatico e inaspettato che costringe entrambi a fare i conti con i propri demoni e a prendere decisioni che cambieranno per sempre le loro vite. "Cronofobia" non offre risposte facili, ma lascia allo spettatore il compito di riflettere sul significato della propria esistenza e sul coraggio necessario per affrontare il tempo che passa.
Regia e Visione Artistica: Un thriller intimista e di grande finezza
La regia di Francesco Rizzi, al suo esordio nel lungometraggio di finzione, è la vera protagonista del film. Rizzi dimostra una maturità e una padronanza del mezzo cinematografico impressionanti. Il suo stile è asciutto, minimalista e privo di ogni retorica, e si concentra sui dettagli che svelano la psicologia dei personaggi. La macchina da presa si muove con eleganza, indugiando sui volti, sulle mani e sugli oggetti che assumono un valore simbolico. Le inquadrature, spesso fisse e rigorose, riflettono l'ordine maniacale che Michael cerca di imporre alla sua vita, mentre le riprese più dinamiche e nervose sottolineano il caos emotivo di Anna.
Rizzi, insieme al co-sceneggiatore Loredana Bianconi, ha saputo costruire un'atmosfera tesa e sospesa, tipica del thriller, ma senza ricorrere a facili espedienti narrativi. Il suspense non nasce dall'azione, ma dalla psicologia dei personaggi, dalla loro incapacità di comunicare e di affrontare la realtà. La fotografia, curata da Marco Barberi, gioca un ruolo cruciale: i colori freddi e le luci opache riflettono il grigiore della vita di Michael, mentre i toni più caldi e le luci soffuse delle scene con Anna creano un contrasto che sottolinea la loro diversità e la loro complementarietà. La colonna sonora, quasi assente, è sostituita da suoni d'ambiente e da una musica diegetica che sottolineano il senso di solitudine e di alienazione dei personaggi.
Cast e Interpretazioni: L'eccellenza al servizio della storia
Il successo di "Cronofobia" è indissolubilmente legato alla performance dei suoi due attori principali, che offrono interpretazioni di altissimo livello. Vinicio Marchioni è semplicemente straordinario nel ruolo di Michael Suter. L'attore italiano, noto per la sua versatilità, si cala perfettamente nei panni di un uomo che vive in una gabbia di auto-imposta. Il suo Michael è un personaggio che comunica più con gli sguardi e i piccoli gesti che con le parole. Marchioni riesce a rendere palpabile il dolore, la solitudine e la paura del suo personaggio, senza mai cadere nella caricatura.
Sabine Timoteo, già affermata attrice svizzera, offre una performance altrettanto convincente nel ruolo di Anna. La sua interpretazione è un mix di forza e vulnerabilità, di rabbia e tenerezza. Anna è una donna che cerca di resistere al dolore, ma che si ritrova a lottare contro un'ondata di tristezza che rischia di travolgerla. La chimica tra i due attori è palpabile e costituisce il cuore emotivo del film. La loro interazione, fatta di silenzi imbarazzati e di brevi momenti di intimità, è il motore della narrazione.
In conclusione, "Cronofobia" è un'opera prima di grande maturità, un thriller psicologico che non cerca scorciatoie, ma che si addentra nelle pieghe più complesse dell'animo umano. Francesco Rizzi ha saputo costruire una storia avvincente e toccante, sostenuta da due interpretazioni memorabili, che lascia nello spettatore un segno profondo. Il film è una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla necessità, a volte dolorosa, di lasciare andare il passato per poter vivere il presente.
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